Set 03 2010

ho un cugino fascista

che vabbè, non mi ci parlo, così ho risolto il problema.
E poi la vita se ne va dove cazzo vuole lei.
E io dietro a correre come una disperata

ore zerozereccinquanta
che ci faccio qui
ascoltando complilescion
insensate
nella paura di un ritorno
a una citta’ che non è la casa
che non è la tana
che non è niente
la casa è dove sta il mio cuore, diceva qualcuno

il mio cuore non sta da nessuna parte
in questo momento divido gli uomini in tre categorie:
gli amici, gli imbecilli e quelli che mi fanno innamorare
che sono stati pochi
e spero siano finiti

ci vuole della droga pesante, ecco quello che ci vuole
invece avevo solo un bicchiere di grappa, che è maledettamente finito
e allora me ne dovrei andare a letto, ecco cosa dovrei fare
andarmene a letto sperando in un mattino di luce
pensare al radioso futuro che m’aspetta

voglio fare un grosso polpettone di tutto e darlo a questi cuccioli di cane famelici
che popolano la casa dei miei genitori
eppure
da qualche parte dentro di me
sono felice
perchè mi sento onesta
leale
perchè mi sento che fino alla fine
fino alla fine
ci ho messo tutto quello che potevo

maledetta vitantonia
in fondo
ce lo sto mettendo ancora
tutto quello che posso

non sono come tu mi vuoi
ma sono come mi volevi
e soprattutto
sono

provoco microscandali svestendomi quando uno non se lo aspetta
il vestito giallo cade ai piedi della porta ed è solo un attimo
sono già scomparsa
in fin dei conti
la felicità è fatta di questi attimi di generosità
da altrui concessi

sono solo una trentunenne un po’ stravolta
nè più nè meno
sono la banalità di una garzantina di filosofia
di un dizionario d’inglese ammuffito
presente in ogni casa benborghese
sono il volume sette dell’enciclopedia scoprire
sono il come da copione
l’appendice
il cinepanettone
l’italiano substandard
la provinante scartata di amici di mariadefilippi
e per questo mi merito anche un cugino fascista.

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Set 02 2010

reflex

Siccome mi si rimprovera che è brutto leggere le cose su internet e non saperle dalla viva voce di zia vitantonia, siccome non ho voglia di polemizzare e di spiegare per l’ennesima volta qual è la differenza tra quello che dico e quello che scrivo, siccome non ho tempo per false compassioni sull’onda dello “no zia non ci ricadere”, siccome questo e siccome quello, siccome è mezzanotte e vorrei andare a dormire ma prima devo assolutamente fissare delle cose su carta, siccome sono ancora piena di vita dentro di me e anche forse un po’ di alcool, siccome andare a Napoli è sempre un flash e questa volta lo è stato ancora di più, siccome questo e siccome quello

siccome comincio a scrivere a ripetizione le stesse cose e questo credo sia un segno della pesante stanchezza nonchè del rincoglionimento da fine estate

siccome settembre è un mese maledettamente pesante e bello e intenso e io ogni anno a settembre vorrei vivere con l’intensità che ho ritrovato in questi giorni

siccome non sono stupida anche se a volte sembra

siccome questo e siccome quello e con questo siamo a tre

siccome io ho paura ma anche no

siccome cel’ho sempre fatta e ce la farò anche questa volta

siccome in fin dei conti a 31 anni c’è molta gente che si sta appenappena affacciando sul mondo del lavoro e della vita adulta mentre io sono almeno dieci anni che faccio dentro e fuori, siccome comunque non sono sola, siccome in realtà tutti siamo soli e quindi io non sono più sola di altri e questo potrebbe sì essere un dato terrifico e amplificatore della solitudine d’ognuno ma d’altro canto ci mette tutti nello stesso saporoso polpettone di vita

siccome per fortuna la zia ha tutte le sue barriere le sue costruzioni i suoi carrarmatini superefficienti che manco a risico

siccome mi piacciono alcuni film ma non tutti, alcuni fumetti ma non il fumetto in genere, la droga ma non sempre e l’alcool ma non tutto, siccome mi piacciono le uova in pancetta e però vorrei anche essere vegetariana, siccome vivo di sregolatezze sognando l’equilibrio, siccome ho capito ormai

che sono così, ciclicamente avida di vita, vampira

e siccome lo so che non tutti sono in grado di fare i conti con questo, che non tutti sono pronti, che qualcuno potrebbe scandalizzarsi, incazzarsi, sentirsi deluso frustrato tradito

siccome questo e siccome quello

non scrivo quello che ho fatto in questi giorni.

Tiè.

Almeno, non ora.

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Ago 30 2010

cammino in un quadro di Dalì

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, tour

e questi giorni trascorsi si sono dilatati all’inverosimile, estranei sono diventati fratelli nel giro di poche ore, il paese -che all’inzio pareva piccolissimo- si è progressivamente espanso sotto i miei piedi fino a diventare un universo infinito.

Senza nemmeno rendermene conto mi sono svegliata e non avevo più addosso l’angoscia piombo che mi aveva soffocata fino alla sera prima. E così, semplicemente, ho vissuto per tre giorni e mezzo, improvvisamente di nuovo come mi ricordavo di poter essere, Carlarella.

Ho ricordato con una nostalgia dolce e densa eppure ero concentratissima nello stare tutta dentro le mie ore, io di oggi e io di cinque anni fa, ho intensissimamente vissuto eppure ero collegata alla me che temevo di aver perso.

Sono ancora io.
Mi rimangono adesso alcuni gesti segreti, un certo tono di voce dello Zio, e la sensazione di essermi ripresa qualcosa che mi era stato tolto non so nemmeno io come.

E, ovviamente, un down che metà basta, mescolato a una musica irresistibile.
Comincia proprio oggi la mia estate.

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Ago 27 2010

camere a sud

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, lavoro, tour

Infine sono partita in cerca di un sud possibile. Pochi soldi, pochi davvero me ne danno per queste repliche, ma il viaggio è pago e ne approfitto per vedere i resti dei pranzi domenicali della mia famiglia, nipoti col muso sporco di marmellate biologiche e sorelle che mi chiuderebbero volentieri a chiave nell’ultima delle madie in cantina.
Da Bologna sono partita di fretta, valigie chiuse e paura, troppa roba inutile in auto, sensazione di non sapere dove mettermi, verso il viaggio delle promesse non mantenute.
Prima tappa Firenze, per una notte con persone che non possono e non vogliono tradirmi, una passeggiata tra le oche e l’intimo racconto con l’amica dei progetti (suoi) delle fughe (mie) delle paure (di entrambe). Fichi non troppo maturi come piacciono a me e nessuno che mi dice di non prenderli che non sono pronti. Riparto nel silenzio di una casa ancora addormentata e mi fermo a Petriolo. L’unico uomo del mondo mi aveva promesso anni addietro di portarmici, alle pozze sulfuree nell’appennino toscano, ma poi le cose sono andate in altro modo e a Petriolo ci sono arrivata sola, ieri, in mezzo a famiglie che si cospargevano di fanghi odorosi come scoregge e uomini obesi che nuotavano placidi come trichechi nel fiumiciattolo. Non ho parlato con nessuno. Mi sono spalmata anche io e ho aspettato che il sole seccasse l’argilla. Mi ero illusa che mi portasse via almeno uno strato di pelle, quello più doloroso. E invece la pelle è rimasta, tutta. Con essa mi sono rimessa in viaggio fino a Capalbio, altra promessa mai mantenuta. Due parole, due, le scambio coll’autista della navetta, che mi riversa addosso la sua insoddisfazione di giovane apprendista licenziato troppo presto, io guardo la bistecchiera umana di fronte a noi e sorrido, spero che, almeno lui, abbia un buon ricordo di quest’estemporanea ascoltatrice. Mi assopisco sulla spiaggia in mezzo a gruppi di accaniti e pelosi giocatori di scopa. Mi sveglio e, a dispetto di tutte le mie aspettative, sono uguale a com’ero prima di dormire. Ricordo tutto. Nuoto un pochino. Bevo. Devo perfezionare la tecnica, lo so, è solo questione di esercizio e costanza. Provo un paio di telefonate. Parlare io, così, implorare ascolto, non voglio, non sono pronta. E d’altra parte si sa, amici e parenti non sono veggenti ma solo pettegoli. Forse sono io, che ancora una volta non ho provato i numeri giusti.
Mi rimetto ancora in viaggio dopo essermi lentamente rivestita di fronte a due pelosi laziali dall’erezione che emerge dai costumi tremendamente alla moda cafona.

Ancora troppi chilometri davanti a me, e ogni camion che incrocio mi fa i fari e cenno di accostare alla prossima piazzola di sosta. Mi piacerebbe, una di queste volte, accettare l’invito del poveraccio di turno e metterlo implacabilmente di fronte alla tragedia della sua eiaculazione precoce. Potrei poi dileggiarlo rimettendomi in auto e lasciarlo lì, pantaloni calati, a vedersela con la crisi della sua virilità.
Ma adesso non ho tempo, proseguo attraverso il lazio, il grande raccordo anulare è un rally al quale volentieri mi sottrarrei, concentro il cervello e focalizzo entrambi i bulbi oculari, tempo venti minuti e sono fuori, verso Casino San Vittore e qui leggo le indicazioni per la maledetta terra natia. No che non mi fermo, devo andare più giù, ma mi prende un incontrollabile struggimento, come se davvero io, questo relitto legnoso che sono, avessi qualcosa a che fare con quella terra, con quella gente, qualcosa che va al di là di me e della mia volontà, qualcosa che chiama e che mi fa struggere come un imbecille cantore napoletano. Per fortuna già sono a Caserta Capua Napoli e poi, in men che non si dica, esco a Baiano e mi trovo a Quadrelle.

Quadrelle, chi mai pensava che avrei fatto una tournee a Quadrelle. Un tipo prova a dirmi in dialetto che gli piace molto Bologna e che spera vivamente che io capisca il suo dialetto perchè lui con l’Italiano ecco, proprio non ce la fa. Il pizzaiolo mi guarda come se fossi un’aliena quando gli dico che sono allergica al formaggio. La pizza costa tre euro e cinquanta. La filodrammatica locale prova sul palco centrale in attesa del debutto di domani. Io vengo accolta come una vera star nonostante la mia incipiente obesità.

Io sono la rivincita del karma sul genere umano

E la signora del bar ha accettato di farmi un caffè americano solo perchè sono forestiera.

Bontà sua. Forestiera a me stessa, mai abbastanza.

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Ago 22 2010

ufficio relazioni internazionali


Qui sono tutti in vacanza. Ne approfitto per dimenarmi come un’imbecille tra siti internet poco aggiornati e improbabili annunci lavorativi impolverati come l’ultimo dei miei cassetti. Per lo meno mi sembra di fare qualcosa di utile, sto attivamente cercando di riqualificarmi, di riposizionarmi, di ricollocarmi ovvero di trovarmi uno straccio di dignitoso buco in questa città (in questo paese, in questo pianeta?) ed abdicare definitivamente in favore di chi ha più grugno di me. Io ho già dato, mi pare, e mi trovo con un bel pugno di merda che si capisce facilmente quante mosche attragga.

E’ ora di un pochino di sana egoista felicità, e se le strade tentate in passato non hanno funzionato non è colpa delle strade, ma è stata forse colpa mia.
Mi rimbocco le maniche. Anzi, le strappo, che faccio prima.
Bisogna cominciare dall’inizio, ecco cosa bisogna, a patto di trovarlo, l’inizio.
E guardare a pezzettini piccoli piccoli che altrimenti vengono le vertigini.
Le vertigini.

Dovrei forse cominciare con uno studio approfondito del dizionario.

Trovare nuove parole.
Se trovassi parole nuove forse troverei nuove soluzioni.
O quantomeno nuove domande.

Bisogna fare delle liste.
Rinchiudersi nella piccola certezza di un elenco.
Rivalutare l’importanza di quelle pagine scritte mettendo un punto dopo l’altro.

Voglio un elenco puntato per la mia vita

voglio una giornata che passi dalla a alla c facendo una sosta intermedia nella b

voglio che sia possibile la logica della sequenza lineare uno due e tre

voglio i numeri semplici

una lista chiara ed efficace, voglio

e pennarelli colorati per cancellare le cose già fatte

e sospiri di sollievo quando chiuderò il tappo del succitato pennarello

voglio che le cose dentro di me comincino a sistemarsi una dopo l’altra e la smettano di affastellarsi come gli inquilini di una casa in fiamme dall’unica finestra ancora agibile

voglio che cessi lo stato di emergenza
voglio che finalmente il presidente della repubblica proclami che le cose hanno ripreso il loro corso regolare e dopo anni trentuno finalmente il territorio gode di uno stato di pace e democrazia, che le lunghe e complesse operazioni di pace hanno portato al risultato tanto anelato e la popolazione può recarsi ad elezioni democraticamente elette ed esprimere civilmente la propria preferenza.
Voglio che la smettano di costruire bombe dentro di me.
Che la smettano di tirarsele addosso in una guerra civile infinita.

Voglio una bandiera della pace nel mio cervello, una di quelle che penzolavano trionfanti dieci anni fa dai nostri balconi di studenti speranzosi.
Questo voglio

e il giorno dopo la firma degli accordi di pace forse potrò pure cominciare a occuparmi delle relazioni internazionali con il vicinato.

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Ago 17 2010

ovvietà

Published by lucilla under blog, viaggi, carla, vitantonio

Non ho le energie, non ho il tempo.
Ho in arretrato un diario del viaggio in Croazia, che vorrebbe dire mettersi là a scrivere degli otto giorni di viaggio con l’unico uomo del mondo, dettagliando la gita abbastanza da renderla interessante ma avendo l’accortezza di tacere tutti gli innumerevoli cambiamenti di stato, tutte le variazioni nella relazione e nell’umore, tutti i passaggi. A questa prospettiva allegramente rispondo no grazie, non ho voglia, in viaggio se è viaggio fuori non m’interessa, e adesso è tutto troppo in bilico e troppo delicato per parlare del viaggio dentro. No, grazie.

Ci sarebbe poi la settimana trascorsa in Sardegna facendo una volta tanto la vita dell’attrice, conducendo il mio bel laboratorio e facendo pure un paio di dignitosi spettacoli. Ci sarebbe da dire degli incontri, delle persone, degli sguardi, ci sarebbe da dire della mensa dei ritardi delle sigarette e delle risate. Anche degli stress ci sarebbe da dire, e del panino al tonno che mi hanno preparato il giorno della mia partenza che mi ha fatto uscire due lacrime sulla seggiola in aeroporto. Ci sarebbe da dire della difficoltà di guadagnare onestamente, di come sia facile buttare nel cesso una giornata di lavoro. Degli allievi ci sarebbe molto da dire, di come gli allievi sono sempre allievi e le dinamiche sono sempre le stesse eppure ognuno è convinto di essere unico. Così come io, quando ero allieva, lo ero.

Ci sarebbe da dire del ritorno dell’angoscia della casa di questo silenzio di questa asfissia e di tutte le decisioni che ne sono scaturite, delle sorprese, delle paure, di come mi senta che la mia vita si è improvvisamente resa autonoma da me, di come io stia a guardare, ad ascoltarmi, cercando di capire ciò che è bene, di come cerchi una volta tanto di mettere davanti a tutto me, me sola, e nulla e nessun altro. Di tutte le porte che sento chiuse, dei tentativi, della rabbia delle lacrime dell’incertezza.

Ci sarebbe da dire di quello che succederà a settembre. Di come mi manchi Londra. Di come mi sento che è tutto rovinato, e che non è vero che tutti possono fare tutto.

Di questo e di molto altro ci sarebbe da dire. Delle moltissime cose belle, e anche di quelle tristi, brutte, laceranti.

Infine ci sarebbe da dire di come vorrei cambiare questo sito e non ho tempo nè capacità.

Però adesso sto partendo per Cortina, e ci sarebbe anche da dire perchè e come ci sto andando, ma rischio già di perdere il treno e poi scusate, per i sei lettori al giorno che capitano su questo sito per sbaglio invece di andare su quelli di donne di successo che usano la loro vita privata per far soldi o su quello del grillo blaterante o su quello di vattelappesca ecco, per quei sei lettori, adesso non vale proprio la pena di perdere il treno.

Spero che i miei sei lettori (uno in più di Manzoni, non so se mi spiego) possano capire.
Ma ritornerò.
La vitantonia non si ammazza così facilmente.

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Lug 27 2010

gioco all’opossum con la vita

Published by lucilla under casa, solitudine, vitantonio

Estate bolognese che mi pare un’estate persa. Molte cose potrei fare per il mio futuro immediato tipo smetterla di pensare a un possibile bicchiere di whisky che tanto al punto di disfacimento interiore in cui sono un bicchiere di whisky non potrebbe farmi stare molto meglio. Se la smettessi di pensare al superalcoolico forse potrei decidere a produrre due o tremila progetti di quelli che servono esclusivamente per tirar soldi a scapito di poveri adolescenti che saranno costretti da genitori e professori ad ascoltarsi la sottoscritta che blatera di altre infelici adolescenze e che prova a motivarli alla lettura o forse alla vita stessa senza peraltro esserne convinta lei per prima e dunque siamo punto e a capo.
Allora forse potrei smetterla di scrivere progetti suicidi e mettere una volta per tutte un punto dare una svolta intraprendere una strada nuova dunque vediamo un po’ che cosa potrei fare?

Sarebbe bello adesso aver scritto gli ultimi anni su una lavagna di quelle nere che avevamo a scuola e poi avere un cancellino, me li ricordo i cancellini, ma uno di quelli puliti nuovinuovi, quelli a spirale che sembravano una girella motta, e usare perbenino il cancellino, da sinistra a destra dall’alto verso il basso meticolosamente cancellare tutto con quel rumore vellutato e quella polvere di gesso che si alza tutt’intorno e fa un odore antico, l’odore dei miei primi diciott’anni di vita.

Mi sembra che gioco all’opossum con la vita. Quando si avvicina io zacchete casco a terra come morta. Oggi mi sembra che pure questo blog non abbia più senso e voglio chiudere tutto e partire per sempre e vivere soltanto ascoltando quello che viene giorno per giorno senza più progettare senza più investire senza più. Che tanto è inutile.

Quando ci ho questo umore imbecille mi do proprio fastidio.

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Lug 25 2010

secondo me devo togliere moltheni dalla playlist

Published by lucilla under carla, vitantonio, amici

In questa estate sembra che tutti i miei amici attorno a me

stiano camminando

come me

alla ricerca di dove sono finiti

dove siamo finiti

che non ci troviamo, non ci troviamo più

e sembra che tra come volevamo essere e come ci siamo trovati ad essere

ci sia non un abisso, no, non un abisso

ma proprio

un salto dimensionale, che uno davvero, l’unica cosa che può dirsi è

non fatevi prendere dal panico

e non è che volevamo essere meglio e siamo peggio

non è che volevamo volare e strisciamo

ma ci sono stati tutti gli aggiustamenti, le perdite

tutte le volte che si è rotto il motorino proprio a metà della salita

e allora che fai, torni indietro o prosegui a piedi? E del motorino, del motorino che ne fai?Lo lasci là, lo porti con te o lo rispedisci a casa con la prima nave, proprio come alcuni di noi fecero partendo per l’erasmus decine di anni luce fa?
E tutte le volte che pensi che l’amore è complicato solo fino a quando non si concretizza, che maledetti tutti i romanzi che abbiamo letto, maledette tutte le volte che abbiamo pensato che i problemi, le paranoie e tutto il resto, fossero prima delle convivenza, che una volta aperta la porta del nido d’amore, una volta steso il tappeto di rose, il libro si sarebbe chiuso e il resto della vita sarebbe stato un leggere e ripetere la frase “ e vissero felici e contenti”

maledetti i romanzi, i film, le storie a lieto fine

e quella volta che abbiamo pensato che con la laurea le tribolazioni sarebbero finite e sarebbe cominciata la vita, la vita vera.

E camminiamo e camminiamo e ogni tanto quando meno ce lo aspettiamo ci ritroviamo, noi. Che siamo la nostra famiglia. E siamo tutti sparsi, siamo tutti sparpagliati. Ognuno a strappare coi denti il suo pezzo di carne. Qualcuno felice, qualcuno meno. Che quando uno è felice magari un altro è triste. Che uno ha scoperto che è un attore spettacolare. E un altro ha scoperto che dietro la porta cui ha bussato per anni interi non c’era quello che sperava. Uno parla. Uno ascolta. Molti parlano molti ascoltano. Che se tutto va male uagliù fra quindici anni ci facciamo la nostra piccola comune e vaffanculo. Che qualcuno non c’è e manca. Che i figli li ha avuti chi non ce lo aspettavamo proprio, che li avesse.
Che non puoi mai dire che è finita.

E così l’altra notte dormivo sul divano del Cois e avevamo parlato fino alle tremmezza bevendo il suo whiskey migliore e non avevamo sonno e avevamo ancora molte cose da dire da ascoltare molti specchi dentro i quali guardarci e non avevamo sonno ma a un certo punto ci siamo detti lo stesso buonanotte perchè ormai siamo grandi e il giorno dopo avremmo dovuto ognuno fare le sue cose. Ero su quel divano e mi veniva da piangere perchè mi sentivo a casa, e non mi ricordavo non me lo aspettavo, di potermi sentire a casa su quel divano dove le gatte più brutte del mondo hanno trascorso l’intera nottata a tirarmi la treccia. E mi sentivo a casa e avevo il peso di una settimana terribile, terribile, una settimana passata a guardare da fuori scenari di un orribile futuro possibile, ed ero esausta e non potevo dormire. Che cosa ho davanti a me in questa estate di sole troppo lontano perchè io possa sentirne il caldo. Dove finirò dove comincerò di nuovo dove mi fermerò.

 

“l’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca

mi è passata a quattro metri la mia vita

camminava col bicchiere e un vestito nero

mi ha guardato ma non mi ha cagato”

 

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Lug 23 2010

pointless

Last night I dreamt in English. It happens really, really rarely, and I can’t help. People come into my dreams and speak a language that I can’t even unterstand sufficiently. They’re taking the piss.
Okay okay. My private life is falling apart like one of the old houses behind Parkington Street. I’m walking through these derelicted rooms and I don’t find one single thing I recogniza. This kitchen is not my kitchen, this bed is not my bed, and these things on the table, letters, memories, rags of notebooks, are not my things.

Therefore this might not be my house. This private life falling apart maybe is not my private life, and I crashed, just by accident, into the private life of someone else. This is not me, I’m sorry.
I don’t want these memories, don’t care of all this objects.

I don’t know what I’m gonna do tomorrow, but I feel like everything I’ve been trying to built is totally pointless, and it’s fair enough, really, it’s fair enough. But why should I go on building? I want a drink.

I just want some more drinks.

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Lug 17 2010

ho fatto un altro errore

Dunque ieri sera mentre tornavo da una delle mie interminabili riunioni, di quelle che potenzialmente ti cambiano la vita ma nella prassi ti procurano un paio di chili di confusione, ho fatto un altro errore. Ho acceso la radio e ho sentito Zapping, su radio uno, e il suo conduttore Dottor Forbice.
Ora dico io. Questo Forbice non ha mai ispirato le mie simpatie, ma ieri ha proprio passato il limite. Si sta parlando di finanziamenti ai partiti e uno dei suoi ospiti cita l’esempio di Di Pietro e dello scandalo che lo ha visto protagonista per un finanziamento non trasparente. Forbice sospira e dice “e di queste cose nessuno parla eh!”

Ora, dottor Forbice, le spiego una cosa. Questo tipo di commento è un commento adatto a un vecchietto che si prende una birra nel bar centrale di Casacalenda o di Monteveglio. Io lo posso capire. E’ proprio un commento da bar. Anzi, se vogliamo essere clementi potrei dire che anche un impiegato medio potrebbe prodursi in un enunciato tanto ricco di qualunquismo.

Ma dottor Forbice, le ricordo che, nel momento stesso in cui lei si produce in questo concentrato di banalità, sta parlando alle ore otto e trenta di venerdi’ ai microfoni della prima rete radiofonica pubblica italiana, quindi qualcuno che parla di queste cose, dottor Forbice, c’è, ed è lei, che per sua e mia sfortuna non è un singolo e privato cittadino ma, nel momento stesso in cui si accende la lucina “on air”, è un personaggio pubblico, e dovrebbe fare un pochino di attenzione a quello che dice, dottor Forbice, perchè un commento così, oltre a non fare onore all’università che, suppongo -dal momento che tutti la chiamano dottore- le abbia dato la laurea, non fa onore alla rai e non fa onore nemmeno a lei. Dottor Forbice, un commento così oltre che essere reso falso nell’atto stesso in cui è enunciato è anche manipolatorio e populista. E non credo, visto che lei è un giornalista colto ed esperto, che ci sia bisogno di spiegarle perchè lei ha parlato da manipolatore e da populista.

Allora dottor Forbice io la inviterei gentilmente, nel momento in cui mio malgrado lei è un personaggio pubblico, a pensarci su una o due volte, prima di dire una stronzata del genere, perchè mi avvelena la serata, come se non fosse bastato il pomeriggio avvelenato dall’ascolto di quell’altra di cui ho già detto su radio due.

Sul resto del suo programma non mi pronuncio perchè sono troppo arrabbiata e anche perchè io per guadagnarmi il pane, al contrario di lei che si può accontentare di fare commenti qualunquisti su radiouno, devo smarchettare davanti a un pubblico al prezzo di centocinquanta euri a nero, e questo è tutto quello che guadagnerò a luglio, ha capito.
Ha provato a unirsi alla dottoressa Pollastrella nella terapia del sesso che consiglio alcuni post fa?
Sono sicura che le farebbe bene.

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