Gen 27 2012

Alessia e la teoria delle frittate

Arrivata a casa subito mi sono infilata in una serie ininterrotta di racconti chiacchierate incontri e vari aggiornamenti con amiche e amici che tanto mi sono mancati. Intenso e dirompente scoprire che esistono persone con le quali ti guardi e sembra che tu sia andata via ieri l’altro e non cinque mesi fa. Allagante scoprire che non sei scomparsa e gli amici e le amiche ancor ti amano ancor ti ascoltano ancor si raccontano ancora hanno spazio per te. Emozionante riprendersi lo spazio riprendersi le persone riprendersi gli abbracci, gli abbracci, i corpi il calore gli sguardi.
Durante una di queste chiacchierate fittefitte Alessia iersera mi ha esposto la sua rivoluzionaria teoria culinario-sentimentale, riassunta nel teorema:

La capacità di una persona di far riuscire una bella frittata compatta
è direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire le relazioni

Chiaro che all’inizio ti viene un po’ da ridere e da pensare che Alessia sia un tantino sbroccata o che abbia problemi con le frittate o semplicemente non sappia cucinare. Oh, ce ne sono moltissime, di persone che non sanno cucinare, mica è un dramma. Poi ci pensi un attimo, fai un’indagine su un campione rappresentativo della popolazione e scopri che il teorema è

i n e q u i v o c a b i l m e n t e
vero.
Chi non sa fare le frittate in genere ha una vita sentimentale quanto meno complicata.
Le incapacità e le mancanze possono essere le più disparate, per esempio ci si intestardisce col fare una frittata con poche uova in una padella troppo grande o viceversa, l’olio non è quello buono, la pentola non è adatta, i tempi sono sbagliati, non si è in grado di valutare lo stato di cottura e di preparazione della frittata, ci si fa prendere dal panico nel momento del fatidico giramento e via discorrendo.

Ma prendiamo me. Io le frittate non le so fare. Mi vengono leggermente bruciate sotto, spesso un po’ crude dentro e soprattutto, nel momento del giramento, si sfracicano. Quindi mi viene l’ovo strapazzato, altro che frittata. Che potrei essere un’ottima cucinatrice di ovi strapazzati, non c’è che dire, ma il fatto è che il risultato ambito era la frittata, mica l’ovo.
I motivi per cui non mi vengono le frittate sono due: punto primo, spesso le metto sul fuoco e me ne vado. Non per sempre, eh. Non è che me ne vada per sempre.
No, me ne vado per un po’.
Di solito se abbandono temporaneamente la frittata è perchè ho delle cose IMPORTANTISSIME da fare, insomma non è che piglio e abbandono così, no, ho le mie motivazioni, ma questo alla frittata non interessa, essa è abbandonata e continua il suo processo di cottura senza di me. Dunque si brucia. E quando torno e dico ma scusa non potevi aspettare un attimo? La frittata non è più nemmeno in grado di rispondere perchè è definitivamente bruciata. Andata. Morta. Rovinata. Il pasto è compromesso, la nutrizione fustigata, l’alimentazione deprivata. Avrebbe potuto essere la frittata più bella e soddisfacente della mia vita, invece  è un cadavere rinsecchito.
Ma mettiamo che io non me ne sia andata. A volte non me ne vado. Mi impongo di rimanere vicina alla frittata e controllare con dedizione lo stato dell’arte, coccolarla, accudirla eccetera. Oppure me ne vado ma torno quando la frittata è ancora in uno stato decente. Essa cresce che è una meraviglia, prende colore, si gonfia, una bellezza, una soddisfazione.
Ebbene.
A quel punto entra in gioco il secondo errore. La maledetta fretta. Perchè la frittata va girata. E io nel momento del giramento mi faccio prendere dal panico, non riesco ad affrontare la crisi rispettando i tempi, no, devo risolvere tutto e subito, e allora comincio a sfarfugliare, a produrmi in acrobazie di gesti inconsulti, e la frittata finisce tutta sfracicata.
La fretta.
Maledetta lei.

Compiuta questa analisi mi domando: ma se io mi esercito sulle frittate, se comincio a fare frittate a manetta fino a quando non mi vengono alla perfezione, migliorerò anche la mia capacità di gestire le relazioni? Alessia non è stata in grado di darmi una risposta.
Io, per il momento, evito accuratamente di avvicinarmi ai fornelli.

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Gen 22 2012

le tre cose che ti mancano

Il gioco che ho fatto più spesso in questi mesi è stato chiedermi quali sarebbero state le tre cose di Seoul di cui avrei sentito la mancanza. Ho trovato, di volta in volta, risposte variamente insensate, arzigogolate e improbabili, a seconda del tasso alcoolico, dell’intimità della compagnia, dell’umore e delle contingenze meteorologiche. A un certo punto ho rinunciato, preferendo un generico “Seoul mi mancherà e non so nemmeno perchè”, che sarà anche più banale ma fa sicuramente giovane artista tribolata e tormentata e insomma potrebbe avere un certo fascino su lettori lettrici appassionati e potenziali amanti.

Fine della prefazione.
Succede oggi che da oramai quarantott’ore suonate sono in Italonia, arrivata dopo fatigoserrimo viaggio e mirabolanti avventure che mi hanno vista sostanzialmente spostare il culo da un aereo all’altro alla sedia di una sala d’attesa a quella di un ufficio reclami insomma una faccenda piuttosto complicata. Giunta io in compagnia di me medesima in Italonia, subito effettuai esperimenti di socialità per verificare se il paese natio foss’ancora dotato di quelle qualità d’accoglienza e comunicatività che ricordavo e temevo di avere un tantino idealizzato. Dunque nelle interminabili ore trascorse a Milano-mal-penZA attaccai bottone con tutti, ma proprio tutti, diventando la migliore amica della tipa dell’ufficio cambi, della signora dei cappuccini, dell’impiegato della biglietteria e del facchino dei carrellini, scambiando con loro una quantità incredibile di piacevolissime inutilità e soprattutto di sorrisi e verificando dunque che esiste al mondo gente che può parlarti anche se ciò non porta un immediato guadagno insomma constatando che sì, è vero, in Italonia in genere esiste ancora il gusto della conversazione come scambio di energie sorrisi e vari fluidi positivi e fors’anche come allegrissima perdita di tempo, soprattutto quando suddetta conversazione avviene alle sei di mattina e insomma, magari ti fa cominciare bene la giornata.

Ma ovviamente non era questo che volevo dire, questa era solo la prefazione bis. Finita anche la prefazione bis succede che in Italonia ho soprattutto guardato, guardato la dolcezza delle colline che separano il Molise dal Lazio, i fiumiciattoli, le pecorelle, le casette mezze crollate, le chiese piantate nel bel mezzo del nulla, i cumuli di pietre, le strade a mezza corsia, i paeselli che sbucano nelle vallate, i fontanini, la neve sulle cime e infine CRAMPObasso, la città della mia infanzia e adolescenza. Con stupore ho ritrovato i luoghi e per ripigliarmeli mi son messa a camminare, camminare e correre, occhi spalancati e piede svelto. Allora passeggiapasseggia succede che prima o poi mi vien voglia di fumare una sigaretta.
E qui commetto un errore, ovvero, faccio quello che avrei fatto a Seoul: Cerco un tetto, un ultimo piano, un’altezza qualsiasi alla quale accedere per guardare la città dall’alto mentre mi ciuccio la mia sigarettina.

Errore, grave errore.

In Italonia il tetto è un concetto escludente, una questione privata, una condizione inaccessibile. Il tetto è mio e me lo gestisco io, e se non hai un tetto vuol dire che non te lo meriti, è colpa tua, hai peccato e il fatto che tu non abbia un tetto è indice del tuo stato di disgrazia di fronte a Dio o a Equitalia, che più o meno è lo stesso.
Le altezze in Italonia non sono condivisibili, la città vista dall’alto è una faccenda per pochi eletti e a noialtri non rimane che fumare le nostre cicchette nei vicoli pieni di scritte in dialetto o sul terrazzino del secondo piano dal quale al massimo si può vedere il terrazzino di fronte.

Mi mancano i tetti di Seoul.
Mi mancano tutte le luci, e mi manca quella torre a forma di fiammella dei cartoni animati, ogni sera colorata di un colore diverso.
Mi mancano le altezze di Seoul, le sue altezze accessibili e silenziose, dalle quali la città si lasciava osservare come un animale placido.
Mi manca il tetto della mia casetta a Itaewon, dal quale vedevo la moschea e persino il palazzo dove lavoravo, il tetto dove si fumava bardati come vecchi nostromi mentre la neve cadeva implacabile e imbiancava i cappotti, il tetto dove col bel tempo facevo i miei esercizietti sentendomi un po’ un’atleta e un po’ una vecchia zia, il tetto dal quale pensavo alla Corea all’Italia a quello che avevo lasciato e a quello che mi aspettava. Il tetto sul quale mi rifugiavo quando avevo bisogno di ordine, e lasciavo che le idee si mettessero in ordine mentre contavo le luci delle case, le credenze, le canottiere e i calzoncini stesi.

 Mi manca l’altezza accessibile e quasi tetto della casa delle improvvisate notturne, di fronte alla quale mi sospendevo e ballavo musiche improbabili in orari improbabili, e poi la mattina mi svegliavo nella stanzetta che un pochetto era diventata mia (o almeno a me piaceva pensarla così) e la prima cosa che vedevo era la città che si svegliata, tutta attorno a me, ed era bellissimo, e quasi quasi mi veniva voglia di andare a lavorare.

Mi manca il tetto della sigaretta mattutina, il rifugio che diventava nave e spiaggia e prato e sigarettificio e baretto, il tetto di tutti eppure segretissimo, la succursale d’intimità. Il tetto dove, quand’era ancora estate, andavo alle nove meno cinque per togliermi gli infradito e infilarmi le scarpe da persona seria. Quello dove i primi giorni di lavoro mi rifugiavo in solitaria per la mia sigaretta. Il tetto dove il Dottò tirava fuori la sua macchina fotografica col laccio arancione che me lo faceva immaginare come un esploratore di altri tempi.

Mi manca quella volta che di mattina presto da un quasi tetto, all’improvviso, vidi la prima casa in cui avevo abitato a Seoul. E poi vidi un passerotto. 

 In questo ritorno frettoloso, che non è un ritorno ma un transito, un passaggio, una sospensione, non ho capito molto anzi, ho capito quasi nulla, tranne che tra le cose che mi mancano di Seoul, ecco, tra le cose che mi mancano, ci sono i tetti.

I miei tetti.

 

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Gen 13 2012

La signora del kimpap

          Il pranzo a Seoul è una questione delicata. Delicata innanzi tutto dal punto di vista della scelta: a Seoul si può mangiare tutto, veramente tutto, cotolette giapponesi, pizze italiane, zupponi coreani, carne tailandese; oppure se uno ci ha il gusto della cucina fussssccccion, che qui va tanto di moda, può dedicarsi alla masticazione di uno zuppone inglese nel quale intingere una pizza giapponese condita al kimchi australiano. Insomma la scelta è una faccenda seria perchè se non sei sufficientemente concentrata e finisci nel ristorante sbagliato rischi di giocarti il resto della settimana e di ridurti a mangiare scodelle di riso e patate direttamente e comodamente seduta in bagno finchè morte non vi separi.

          Ma il pranzo è una questione delicata anche per altri versi. Per esempio, è delicata la scelta della compagnia. Se sbagli nella decisione delle persone con cui accompagnarti durante l’opera di rifocillamento, potresti trovarti a trascorrere tutta la pausa masticatoria con le orecchie bombardate di lamentazioni, pettegolezzi, frignamenti vari e simili amenità. Cose che ti viene da dire ma scusa, piuttosto sto a digiuno che fa pure bene alla salute.

          Ognuno si trova le sue scappatoie all’enorme trappola costituita dalla pausa pranzo. La mia è molto spesso rinchiudermi in una bettola segreta che ho chiamato “il paradiso del kimpap”. Il paradiso del kimpap, se non sai dov’è, non lo trovi, perchè l’entrata è di fianco a quella di un sexy shop e il colore della porta è esattamente lo stesso. Il paradiso del kimpap, anche se sai dov’è e lo trovi, non ha un aspetto esattamente invitante, quindi finisce spesso che non ci entri in ogni caso, perchè l’apparenza è un misto tra una mensa del dopolavoro, il cottolengo e il retrobottega di una Zia Cristina qualsiasi. Il paradiso del kimpap, ammesso che tu l’abbia trovato e sia entrato nonostante le apparenze, ti fa venire voglia di scappare prima di sederti, perchè non c’è un occidentale nel raggio di un chilometro e perchè è chiaro che non si parla inglese manco a pagare oro, e se vorrai farti capire dovrai fare appello a tutte le tue risorse comunicative, verbali e non. E magari in pausa pranzo non hai voglia di compiere uno sforzo tanto imponente.

          Un giorno, quando faceva ancora caldo e si andava in giro in infradito, mi sono trovata davanti alla porta del paradiso del kimpap. Forse volevo entrare nel sexy shop, o forse ne avevo le gonadi piene degli occidentali. Forse cercavo un dopolavoro ferroviario o forse ero semplicemente disperata come accade a volte in Corea a quelle fanciulle che prendono l’Asia sottogamba. Sono entrata nel paradiso del kimpap e la mia vita è cambiata.

          Nel paradiso del kimpap si mangiano i kimpap ovvero dei rotolini di riso ripieni di mille delizie. La signora che li prepara è una fatina bellissima coi lunghi capelli tenuti insieme da un berretto all’americana, e le dita dei piedi che escono fuori dalle ciabatte troppo grandi. Fa i kimpap uno alla volta, davanti a te, mettendo l’alga, il riso e il ripieno, con cura e meticolosità, sul viso un sorriso un po’ assente, come se stesse pensando a qualcosa di bellissimo.
La prima volta che le ho chiesto un kimpap in realtà non glie l’ho chiesto, l’ho indicato. Non parlavo una parola di coreano e pensavo sarei morta di fame. Ma la signora del kimpap pazientemente mi ha preparato il mio rotolino, e me l’ha servito sorridendo.
Allora sono tornata.
Quando, dopo settimane, sono finalmente riuscita a formulare una frase che sembrava vagamente una richiesta di kimpap in coreano, la signora è stata così felice che mi ha regalato una scodella di zuppa. Ovviamente farcendola con mille frasi di gioia delle quali non ho capito una cippalippa. Ma ho sorriso e ringraziato.

          E così la mia amicizia con la signora del kimpap è andata avanti in questi mesi. Io vado lì soltanto quando sono sola e ho voglia di sentirmi a casa. Ogni volta preparo qualche parola in più in coreano, per mostrarle che mi applico, che alla nostra amicizia ci tengo davvero tanto e che per lei (non per amore delle relazioni internazionali) sto imparando la lingua del regno eremita.
Lei mi sorride e mi fa il kimpap.

          Sono mancata dal paradiso del kimpap per qualche settimana, e l’altro giorno sono ritornata. La signora mi ha accolto con molte manifestazioni di affetto che ho finto di capire e le ho persino detto “eh, da quanto tempo” (almeno credo di averlo detto). In uno slancio d’amore la signora mi ha presentato il conto senza scrivere i numeretti sul foglio, come faceva di solito, ma pronunciando le parole “sono tremileccinquecento won”. Ebbene, ho capito e glie li ho dati. La signora era molto contenta. Anche io ero molto contenta, e penso che se i coreani fossero stati tutti così con me, se mi avessero riservato questa delicatezza, se non mi avessero detto di sbrigarmi a scendere dal taxi ogni volta che ci mettevo più di tre secondi, se non mi avessero sbattuto le mani a croce davanti dicendo “opsoiò” ogni volta che desideravo qualcosa che loro non capivano cosa fosse, se ecco mi avessero risparmiato qualcuna di queste esperienze e mi avessero sorriso come la signora del kimpap io forse oggi il coreano lo parlerei molto meglio di così.

          Oggi, venerdì, sono andata dalla signora del kimpap perchè era l’ultimo venerdì di lavoro e avevo voglia di festeggiare. Non sono riuscita a spiegarle perchè, ma credo lei abbia capito che era un giorno speciale, dal momento che mi ha servito il kimpap su un piatto speciale, disposto a mo’ di fiorellino, come nessuno aveva fatto mai. L’ho ringraziata e ho mangiato il kimpap più buono della storia delle relazioni internazionali.
Poi sono andata a pagare e le ho detto che i suoi kimpap sono davvero, davvero deliziosi.
La signora ha sorriso.

          Sono uscita e Seoul era assolata e gelida assieme. Camminavo, cinque gradi sotto zero, dentro il mio ultimo venerdì in questa città. Era bello camminare per Seoul. La città sembrava accogliente e all’improvviso un po’ di quella sguaiatezza che m’ha ferita in questi mesi era come scomparsa.
Allora ho pensato alla signora del kimpap e mi è venuto un grande senso di gratitudine, perchè lei questo posto me lo ha fatto proprio amare. E io quando torno, se torno, vado al paradiso del kimpap, ammesso che esista ancora, e le dico che mi è mancata un sacco.

 

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Gen 11 2012

Asia shaker

Dice il Dotto` che, arrivata a Bologna, potrei mettermi nel mezzo di Piazza San Francesco con un cartello recante la scritta

 

reduce dall’Asia
aiutatemi

 

Eh, perche` adesso che si avvicina il giorno della partenza, e mio malgrado le valigie cominciano a chiudersi, mi scopro all’improvviso tutta sballottata e mi domando come sara`, essere catapultata da un giorno all’altro in un mondo dove le persone si toccano in continuazione, ti guardano in faccia, e se c’e` qualcosa che non va NON SMETTONO DI PARLARTI ma ti chiedono spiegazioni.
Allora potrei aver bisogno di una sorta di sostegno psicologico, meglio se corroborato da un coadiuvante etilico o -in senso piu` lato - stupefacente. Potrei aver bisogno di guide, interpreti, gente che mi aiuti a evitare di morire a causa di qualche stupida disattenzione. Potrei ricorrere al nostro compianto e amato servizio sanitario nazionale per domandare se non ci sia la possibilita` di incontri settimanali con qualche specialista che mi aiuti a curare la mia febbre asiatica.

Io non lo so cosa succeda agli altri, quando arrivano in Asia. Che poi l’Asia come abbiamo avuto modo di ripeterci piu` e piu` volte e` milledduecento cose, la Corea non e` il Giappone e non e` la Thailandia, e quindi dire Asia ha poco senso, da un certo punto di vista, ma ne ha anche tanto e non so spiegare perche` ma piu` si sta qui e piu` si capisce che la parola Asia ha un valore, e allora non so cosa succeda agli altri, ma posso dire che se per caso sei una fanciulla e hai un paio di grammi di cervello e magari li usi, se queste condizioni sono rispettate e sulla loro base arrivi in Corea ecco, allora avrai davvero davanti dei giorni difficili. Intensi, belli quanto vuoi, ma difficili.

Perche` cioe` adesso parliamo di me, no. Io mica sono di pietra. Mica arrivo qua come un monolite calato dalla luna e dico ecco prendetemi o cosi` o niente. Mica sono inscalfibile. A me ’sta Corea mi ha provata. Mi ha fatto venire i dubbi porcamaella, dubbi politici, dubbi sociali, dubbi privati. Perche’ quello che vedo a volte non mi piace. Ma d’altra parte il mondo che ho lasciato, manco quello mi piace. E allora non ho soluzioni, ho comprato il libro dei problemi e non mi hanno dato l’appendice con le risposte, eh. Rimango senza parole.
Che poi questi dubbi, maledetti loro, non arrivano dalla porta e bussano educatamente. No. Essi s’insinuano, in genere di notte, e tu ti svegli la mattina e ti guardi allo specchio e improvvisamente ti scopri a raccontarti che
NON E’ VERO
che tutti i corpi hanno la loro bellezza. Non e’ vero. Hanno ragione le coreane. Ci sono dei corpi belli e dei corpi brutti, e il corpo bello deve pesare non piu’ di 50 chili e rispondere a precisissimi criteri proporzionali, roba che le lezioni di educazione artistica delle medie ci fanno un baffo. Pura tecnica.
NON E’VERO
che siamo padrone dei nostri corpi. Non e’ vero niente di niente. Non e` vero che nel mondo c’e` spazio per tutte. Nel mondo c’e` spazio solo per quelle che corrispondono a certi canoni estetici.  E basta, non si discute.
Quello che ci andiamo raccontando e` un bel mucchio di menate. Siamo troppi su questo pianeta e non c’e` posto per tutti. Non so chi abbia deciso le regole, chi abbia definito i canoni cui bisogna aderire per stare nel gruppo di “quelli che hanno diritto”, ma ho scoperto in Corea che questo gruppo esiste, e io non ne faccio parte, e posso continuare a blaterare stronzate sull’emancipazione e i diritti quanto voglio, sono solo grosse e profumate stronzate.

Lo so, potrebbe sembrare adesso che io sia partita con uno dei miei tormentoni filosofici sulla donna e il corpo e l’uso del corpo eccetera. Potrebbe addirittura sembrare che io stia usando dell’ironia. E invece no. Io sono seria, serissima. Per la prima volta nella mia vita mi sono venute le paranoie. Questo binomio vincente /perdente, che sta ovunque, mi e` entrato come un piccolo virus e mi devo fare violenza per non utilizzarlo. Sono una vincente? sono una perdente?
Il mio corpo, sicuramente, in Corea perde, e`gia` il simbolo di una sconfitta inevitabile, quasi karmica. Il mio atteggiamento, poi, che ne parliamo a fare.
Un disastro,  non ne ho combinata una buona.
Sono troppo intraprendente per i maschi, troppo imbarazzante per le femmine, non rispetto le regole, non mi inchino al momento giusto, non mangio al ritmo opportuno e non rispondo ai messaggi col giusto ritardo.
Mi interesso troppo alle persone. Cazzo.
Mi interesso troppo alle persone. E
soprattutto, in genere, credo a quello che mi dicono.

Ecco questo e` un errore fondamentale. Non bisogna mai, mai credere a quello che ti si dice. La verita` e l’onesta` intellettuale sono dei concetti culturalmente troppo connotati per essere condivisibili.
Diobbuono che fatica, che senso di spaesamento.

Infatti tra una settimana parto e ho la sensazione di stare dentro un frullatore, ho l’impressione di essere stata provata, fiaccata nella mia identita’ da questo viaggio. Bisogna a un certo punto avere l’umilta’ di rimettersi in discussione, e’ vero. Sono arrivata qua convinta di essere una persona aperta, mi riempivo la bocca di parole come accettazione convivenza multiculturalismo. Erano tutte balle. E’ difficile, difficile porca miseria.
Me ne vado con molte domande in piu`, e soprattutto con molti silenzi. Me ne vado con la certezza di aver vissuto in un mondo dove bastava guardarmi per capire che ero una perdente, e mi domando se non sia poi un pochino vero.
Sono arrivata convinta che il confronto onesto fosse l’unico modo per vivere la vita e le relazioni. Da questo punto di vista ecco, sono affranta, affranta, perche` il confronto onesto qua e’ un concetto che non ho mai incontrato.

Eppure sono contenta, perche` mi sembra di essermi presa un bel paio di ceffoni, ben centrati, e di aver riacquistato un po’ il senso delle dimensioni, del mio essere minuscola, della piccolezza del mondo in cui ho vissuto fino a qualche mese fa, e sono contenta, sono completamente persa ma sono contenta.
E’ tutto spostato dentro di me, un casino, un macello, un campo di battaglia di quelle battaglie medievali, morti feriti e cavalli a gambe all’aria, ma mi sembra di essere viva, mi sembra di crescere, mi sembra di darmi una possibilita`.
Non lo so, che cosa  mi porto.
Non lo so.
Magari me ne accorgo tra dieci anni.
Adesso sto qua, con tutti i pezzi di me sparsi come un puzzle e non mi ritrovo.
Ma io, per questo rimestamento totale, mi sento di essere grata. Mi sembra un regalo immenso, una possibilita`, un nuovo punto di partenza. Ecco.

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Gen 06 2012

Rock’n Roll delle cinqueqquarantasette

Venerdi` sei gennaio duemileddodici e la befana non ci ha portato manco un poco di cenere e carbone, ci son rimasta quasi male poiche` ci tengo molto al pubblico riconoscimento della mia cattiveria, ma ahime` quest’anno la befana m’ha schifata e non m’ha punita pubblicamente, scontentando cosi` il mio lato masochista, che subito ha rimediato sfracicandosi le gonadi con uno di quei bei pensieri paranoici che si fanno all’inizio dell’anno o, nel mio caso, a ridosso del proprio genetliaco.

Ebbene si` confesso di non aver scritto per giorni molti poiche` - dopo aver diffuso e profuso buonumore, coraggio e tante inutilissime belle parole sull’importanza di sfidarsi, di lottare, di aspettare l’anno nuovo con coraggio e speranza - m’e` preso uno tsunami esistenziale dal quale sento che lentamente mi ripiglio appunto oggi, dopo quasi ‘na settimana, che dico oh grazie tanto, se capodanno e’ lo specchio di come andra` l’annata devo sinceramente preoccuparmi poiche`questo e` stato in assoluto, e dico in assoluto, in assolutissimo, il capodanno piu` brutto della mia vita.

Pussa via capodanno schifosissimo e portati via tutti gli scoramenti e le lamentele, portati via le persone-sanguisughe che s’attaccano per solo ciucciare, portati via i rubatori d’energia e buonumore, portati via i mentitori, gli squallidi, portati via quelli che sono convinti di non avere abbastanza tempo, portati via chi pensa che le cose siano piu’ importanti delle persone.
Pussa via malefico capodanno e portati con te l’individualismo acre e velenoso che ho conosciuto in Asia, quello fatto di relazioni che non esistono, di utilita`, di sfiducia reciproca, quello che ti fa dormire con un occhio sempre aperto, che non ti fa mai essere completamente te stessa perche` sai mai che ci sia qualcuno che ti osserva.
Che schifezza di capodanno e che schifezza di riflessioni esistenziali ho fatto, mannaggia alla Befana, e infatti non io voleva scrivere eh no, io non voleva scrivere piummai per timore di riversare sulle parole la mia scontentezza la mia delusione il mio spaesamento ah. Improvviso mi giunse il maledetto tsunami, eppure ero convinta di essere a cavallo di essere ooooocchei ero convinta ma invece no. Da un momento all’altro ecco le sabbie mobili e di nuovo il terrore, il terrore, di non essere capace di leggere attraverso le persone, di non riuscire a capire le relazioni.
Agghiacciata rimasi davanti all’atroce dubbio di essere fatta ahime` male malissimo e piu` non mi ripigliavo.

Invece stamane alle cinqueqquarantasette mi sono svegliata e Seoul riluceva attorno a me dentro il suo acquario notturno di silenzi e lucine. Dalla finestra guardavo le mie strade segrete, quelle che solo si percorrono dopo una certa ora della notte e prima che faccia mattina, le strade sulle quali si cammina spogli dell’armatura con pochi fidatissimi e altrettanto scalcagnati guerrieri.
Alle cinqueqquarantasette mi sono svegliata stamane e Seoul attorno a me era placida pacifica e bellissima. Allora mi sono rimessa sotto le copertine nel calore del dormiveglia e ho pensato che si` e’ vero, sto per compiere trentatre` anni come Cristore` e non sono riuscita nemmeno a farmi venire uno straccio di stigmati simboliche, niente di niente, ho pensato che si` e` vero anche quest’anno come tutti gli anni mi terrorizza l’arrivo del giorno diciassette e anzi se possibile mi terrorizza ancor piu` che di solito per motivi che non mi mettero` a sviscerare adesso, ho pensato che ho una valigia da preparare e un sentimento assai confuso e contrastato nei confronti di questa nuova partenza,  ho pensato che molte cose non sono andate come speravo, ne` come pensavo e nemmeno come temevo, a queste ed altre cose ho pensato nella dolcezza delle mie copertine mentre Seoul muta brillava fuori dalle finestre, pero` poi ho pensato anche che questa esistenza storta e malcondotta, vissuta alle cinqueqquarantasette di ogni giorno, e` mia, e basta, che le cinqueqquarantasette di ogni mattina sono le mie, mi appartengono, sono il mio regno inconquistabile e nessuno alle cinqueqquarantasette riuscira` mai a convincermi che sono sbagliata.
Io, alle cinqueqquarantasette, sono perfetta.

E infatti mi sono rimessa a dormire e ho sognato Humphrey Bogart che mi diceva che mi amava alla follia e anche io gli dicevo che lo amavo, e pattinavamo quietamente sul ghiaccio in tutto questo amore rotondo e corrisposto e perfetto e il mondo aveva spazio e tempo per la nostra storia d’amore delle cinqueqquarantasette.

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Dic 30 2011

il pippone di fine-danno?

Trenta dicembre duemileundici e sono davanti allo schermo con il cervello un tantino appannato. Ho un crampo a un indice e un piede incriccato ma non ho ricordi di incidenti, imprevisti o probabilita` avvenuti nella notte tra vicolo corto e parco della vittoria, dunque deve essere soltanto che il mio corpo, arrivato al penultimo giorno dell’anno, dopo essersi subito una serie di strapazzatine niente male, ha cominciato a chiedere di saltare un turno e passare per il via senza ritirare le ventimila lire.

Tutta questa tarantella per dire che non rispondo molto di quello che scrivo e che volentieri mi esimerei dal farlo ma invece ho promesso  e ora debbo onorare il mio debito, manco fossi Bach, che doveva scrivere ‘na canzonetta al giorno senno` quelli della multinazionale ecclesiastica per cui lavorava lo licenziavano.  Io e Bach abbiamo in comune solo il fatto che entrambi abbiamo due nomi, io non capisco una cippa di musica, non lavoro per una multinazionale ecclesiastica e certamente non sara` questo sito a cavarmi fuori dai casini ma insomma e` fine anno e c’e` bisogno di tirare un po’ le fila che senno` qua e` tutto un polpettone e arrivi a trentatre` anni crucificata come Jisuscraist e non  sai manco pecche`.

 

Allora volevo fare un post rompendo la cosi` detta quarta parete
e rivolgermi direttamente ai lettori e alle lettrici delle lucilleidi
con una riflessione che e` la seguente:

Ci sono dei momenti della vita in cui le persone si vivono i passaggi i transiti i cambiamenti eccetera. Io peraltro sono anche discretamente fortunata poiche` ’sta faticosa transumanza me la sto vivendo a cavallo tra due anni e quindi se mi viene fuori un certo spirito mistico posso appellarmi a vari simbolismi ritualismi ecceterismi insomma posso ammantare il tutto con un velo di santita`, che fa molto sexy.
Quando sono arrivata a Seoul ero convinta di essere io carlavitantonio l’attrice e pensavo che mai mai sarei stata altro. Pensavo che avendo io deciso d’abbandonar lo teatro mi fossi come amputata un arto, volontariamente, per evitare che la marcescenza s’allargasse.
Ma soffrivo ah se soffrivo.
Ero convinta che io fossi il teatro e il teatro fosse io, che lo so puo` suonare un tantino megalomane ma era umanissimamente cosi`, sentivo che la me migliore era contenuta in quelle ore trascorse a provare a scrivere a comporre e soprattutto in quelle lunghe soste sul palco durante le quali mi sentivo intensamente profondissimamente completamente presente.
E giusta, e adeguata, e accettata e amata e amabile.


Arrivo’ poi il momento di dire basta per motivi che un po’ si possono spiegare e un po’ no. Un basta pronunciato con rabbia e desolazione e soprattutto con paura, si`, perche` pensavo che mai piu` nessuno avrebbe potuto amarmi una volta amputato il teatro da me.
Insomma pensavo che la mia bellezza la mia intensita` fossero tutte racchiuse li`, pensavo di non avere nient’altro da dire, inoltre ero convinta - e so che anche questa confessione potrebbe suonare un tantino megalomane o paranoide- che chi m’amava lo facesse solo grazie a quello, grazie alla bellezza del teatro che riluceva dentro di me e rendeva splendente e profumato anche questo vuoto corpiciattolo che ero io.

Questo pensavo e giunsi a Seoul terrorizzata, persuasa che m’aspettasse un’esistenza mediocre punteggiata di rinunce, una vita solitaria nella quale nessuno piu’ sarebbe entrato poiche` adesso io ero solo l’involucro secco senza piu` quel prezioso contenuto.

 

E invece e` successo che qui ho scoperto che io sono io
anche senza teatro.
E che ci sono delle persone che mi possono amare cosi`,
pur senza avermi mai vista attrice.
Che non sono un involucro vuoto.
Che esisto.
Che non era solo il teatro a farmi respirare.

 

E tutto questo e` difficile, cavolo, difficilissimo, perche` vuol dire pure ogni giorno accettare la sfida di costruire cose nuove e sconosciute, di scolpire forme nuove, non sempre piacevoli non sempre comode non sempre rassicuranti.
E’ difficile ma e` bello e soprattutto divertente, e io non mi stanco. Allora l’Asia per me, a parte un sacco di altre cose che non riesco  a scrivere e a parte quelle che ho gia` scritto, l’Asia per me e` anche questo, la possibilita` di costruire, di vedermi esistere a prescindere da quello che c’era prima. Di scoprirmi amabile, adeguata, anche senza il respiro del teatro dentro di me.
Io non lo so spiegare, ma questo e` al tempo stesso doloroso e magnifico e faticoso e soddisfacente e mannaggia a me che ho cosi` pochi aggettivi vi prego l’anno prossimo regalatemi un dizionario perche` io sono francamente annoiata dal mio parco aggettivi.

Mi ricordo cos’ero prima e non so cosa sono adesso non so manco cosa diventero`, e mentre lo scrivo mi faccio ridere perche` mi sento come quel cretino di Pieropelu` che c’ha il corpo che cambia nella forma e nel colore, ma francamente non mi pare importante. Ho paura certo, a volte paurissima perche` mi sento sola e tutte le solite menate che ben conosciamo e dunque non riportero`, ho paura ma sono pure eccitatissima come prima di partire per un viaggio.
Quindi mi dispiace mi dispiace molto se a volte non scrivo sul sito per giorni e settimane, ma succede che passo intere mezz’ore a chiedermi chi e` che sta scrivendo, e come dovrebbe scrivere, e che dovrebbe dire, e a volte questa me un po’ sconosciuta semplicemente non ha niente da dire, anche perche` non e`proprio certa di quello che prova di come lo prova, e ha paura di fare casino.

Insomma arriva il 2012, io sono sempre io, ma anche no,
e la prossima volta, prima di essere cosi` insistenti nel lusingare il mio ego
chiedendo un post, pensateci bene, vi potrebbe capitare un altro pippone di questi,
sono pur sempre un’egocentrica.

 

Buon anno a voi, intrepidi antieroi e antieroine.

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Dic 24 2011

Natale è uguale amore sulla dmz

La vigilia di Natale è mia madre in ciabatte e vestito da camera, volto rivolto ai fornelli e mani immerse in kili di morbida pasta profumata. Il camino scoppietta e il fritto riempie del suo odore la stanza mentre noi ci alziamo una dopo l’altra, reduci da chissà quale nottata trascorsa tra giochi di carte, tombole e tentativi amorosi dell’ultimo momento. Una dopo l’altra, ciascuna imbacuccata nel suo pigiama più  o meno ridicolo a seconda dell’estro che mamma aveva quando ce lo ha comprato.
Io personalmente aggiungo al pigiamone in pile antiuomo, colore rosso, il trucco sfatto e nientepopodimenocchè le scarpine da letto lavorate a mano, colore bianconeve.
Mamma prepara il caffè e ci dà un bacio sulla guancia augurando a tutte buona vigilia e noi ci fiondiamo sul pandoro mentre l’ennesimo caffè lotta per salire in mezzo alle montagne di frittelle.

 

 

Alla dmz ci vai con gli ammericani che riempiono uno o due pullman al giorno. Pullman pieni di turisti ammericani ed europei che vogliono vedere l’ultimo straccio di guerra fredda e sono pronti entusiasti preparati coi loro snack al sacco, proprio come raccomandato nel foglietto che ti mandano i ‘mmericani insieme alla ricevuta di pagamento. Fa freddissimo a Seoul alle sette di mattina. Un freddo che mi è sconosciuto e mi taglia il respiro e la faccia, un freddo che mi lascia attonita e muta in mezzo a tutti i turisti mmericani con le loro macchine fotografiche dai lunghi obiettivi, protesi e feticci di una sessualità che mi pare un tantino castigata. Il viaggio è così breve che quasi mi spavento. Certo che siamo proprio vicini alla dmz noi, a Seoul. Non ti viene proprio da pensarci, tranne forse quando ti distrai un momento in metropolitana e scopri gli armadietti pieni di maschere antigas. Brevissimo il viaggio e subito veniamo accolti dal soldato mmericano che avrà undici o dodici anni, e a me mi viene da alzare la mano e chiedergli ma scusa, ma chi te lo fa fare? fa un freddo porco, non ti puoi mettere il cappotto e devi portare i turisti in giro in mezzo ai pinguini della guerra fredda ripetendo quattro volte al giorno le stesse menate. Ma il soldato dodicenne sembra divertirsi e ci parla proprio come in quei film in cui il capo ti fa fare mille flessioni se non obbedisci e io mi sento a ollivùd. Ci ha pure gli occhiali da sole che manco top gun e io penso che se non avesse dodici anni forse una veloce lezione di educazione sessuale nel bagno della caserma glie la potrei pure dare.

 

 

 

Papà la vigilia di Natale va a correre, perchè lo sa che poi mangeremo un sacchissimo e che fino al 26 l’attività fisicamente più impegnativa sarà cacciare i numeri per la tombola. Sono al secondo o al terzo caffè quando entra in casa sbattendo i piedi e togliendosi i guanti. Uè Ca buongiorno, buona vigilia. Io dico buonaviggiliapapà e gli stampo pure un bacio, che il Natale è figo anche perchè si possono dare i baci a mamma e papà senza dover trovare delle motivazioni razionali. Ma la casa è piena di amici cugini parenti e non si finisce mai di fare caffè e tagliare panettoni pandori struffoli cauciuni, si infilano le zampe nel miele dei caragnoli si dice ti va se ce lo smezziamo? è troppo uno intero per me, ma poi a furia di smezzare si finisce col mangiare quattro o cinque bombe che arriveranno dritte al fegato il quale in occasione di natale ha già alzato la bandiera bianca della non belligeranza.

 

 

Il soldato ammericano ci mette in fila proprio come nelle caserme e ci fa fare tutti i giochini per farci sentire che siamo in pericolo, ci intima di non cercare di attirare l’attenzione del soldato nordcoreano che vediamo all’orizzonte, ci racconta dettagliatamente i peggiori incidenti di questi quasi sessant’anni di dmz, ci porta nella stanzetta blu che è proprio uguale a quella fotografata nel libro di storia, e i soldati sudcoreani stanno fermi immobili per permetterci di fare la fotografia, cattivissimi e apparentemente impassibili al freddo, ma appena ci giriamo un attimo sono là che rabbrividiscono e non vedono l’ora di rientrarsene al calduccio dell’edificio tal dei tali. E’ proprio vicina la Corea del Nord, oh, sta esattamente dall’altra parte e a dirla tutta quel poco che si vede è inquietante e bellissimo. Ci sono delle montagne appuntite che sembrano un disegno di bambini, e Gaesong che svetta nel marrone del paesaggio invernale. E’ vicinissima la Corea del Nord mentre il soldato mmericano ci intima di stare su due file non tre e non una, ci raccomanda di fare foto qui e non lì e noi obbediamo felici di sentire il pericolo presente nel pensiero che, di fronte a una foto scattata nel momento sbagliato, il soldato dall’altra parte del filo possa impazzire e cominciare a sparare a dritta e manca facendo fuori tutti i nostri eroi del tecundò.

 

 

Intorno all’una quando ormai la casa si è completamente risvegliata e le file nei bagni si sono accorciate e i pandori sono stati dimezzati mamma prepara quella che sarà la sua battuta madre nel copione di questa giornata ovvero
“uagliù organizzatevi, oggi è vigilia e si fa digiuno, quindi ci appoggeremo solo un po’ lo stomaco all’impiedi”

che vuol dire che siamo tutti autorizzati a ingozzarci di frittelle e panini con la frittata poichè oggi non ci si siede a tavola fino alle dieci di sera. Subito dopo esserci immersi fino all’ultimo capello nell’olio della frittata e della salsiccia ce ne andremo a pigliare venti o trenta aperitivi in centrocittà, saluteremo l’amichetti ci diremo oh buona vigilia, ritroveremo alcune vecchie conoscenze e faremo un po’ il punto delle nostre reciproche (dis)avventure, ci batteremo le mani sulle spalle dicendoci oh, però ti vedo bene e forse penseremo che però, con quel tal compagno delle scuole superiori una scappatella natalizia in onore alla famiglia e alla sua sacralità potremmo pure farcela.
E poi come al solito non combineremo niente perchè alla fine Natale è stare con la famiglia giocare ai giuochi stupidi aprire i regali ridere ubriacarsi e bere il vinbrulè.

 

 

Vediamo trecentocinquanta cose che a me sembrano tutte uguali, compreso il tunnel che sinceramente io ho i miei dubbi ma vabbè in fin dei conti chi se ne frega, è una bella camminata sottoterra e finalmente i turisti sono un po’ stanchini e la smettono di blaterare. In compenso mi imbatto in un nugolo di vecchie giapponesi impazzite che mi fanno venire voglia di cacciare la sciabola e decapitarle una dopo l’altra con tanto di zampillio di sangue e vomito inconsulto dalle teste tagliate.
Dopo il tunnel ci sta pure la stazione e se vuoi a cinquecento uòn ti puoi comprare un finto biglietto del treno che dice direzione Pyeongyang. Molti se lo comprano. Altri fanno le foto coi loro falli smontabili. Io mi fumo una sigaretta e guardo dall’altra parte. E’ tutto ghiacciato e immobile. Svettano le bandiere dei due villaggi uno di fronte all’altro, come due draghi inutili che si fanno le linguacce. Chissà se il soldato ammericano, che ci ha raccontato quanto sono cattivi quelli del nord, ci crede o fa finta. Chissà se dentro di sè sta pensando ma vedi tu sti cretini di turisti e poi, a baracca chiusa, si mette a giocare a tetris via internètt col suo corrispettivo che sta dall’altra parte della frontiera e insieme se la ridono di sti turisti rimbecilliti. Magari il soldato mmericano è molto più intelligente di quanto io non pensi. Questo l’ho imparato nei mesi trascorsi a Seoul, che spesso le persone sono migliori di quanto io non immagini e la dovrei smettere di sparare giudizi a manetta così. E altrettanto spesso dovrei smetterla di fidarmi delle persone tanto facilmente perchè sì, è vero, alcuni sono migliori di quanto non sembrino, ma tutti gli altri sono ahimè assai peggiori e insomma bisogna chiudere il cappotto a doppia mandata e nascondere il cuore nel doppiofondo della tasca interna.

 

 

 

A mezzogiorno mi alzo con le ossa e la lingua sfasciate dall’ennesima mezza sbronza.
La neve fuori è mezza sciolta e mezza no.
Io ci metto pochissimo a ricordare i pensieri pesanti con cui sono andata a letto stanotte.
Per un momento penso a un’altra possibile sparizione curativa.
Poi guardo la gatta che si struscia sul mio piede.
Il piede suddetto ciondola dal letto. Lui, il piede. è beato.
La gatta, pure.
Allora godo di questo spettacolo natalizio di amore incondizionato
e penso che stasera mangerò gli struffoli proprio come a casa dei miei
mi si riempie il naso del ricordo di un odore d’infanzia.
Mi alzo, mi faccio il caffè.

Uè, buona vigilia.

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Dic 20 2011

stetoscopio

Cammino per Seoul come mio solito, nè più nè meno, imbacuccata che sembro un pupazzo di neve, col cappello a punta i calzoni a tre quarti e le scarpe da trekking insomma una via di mezzo tra David Gnomo la signora Minù e l’incredibile Hulkessa. Cammino per Seoul mezza congelata e intanto canticchio sì canticchio perchè sono contenta. Oggi è martedì e ho appurato definitivamente, con l’aiuto del mio amico Il Professore, che nella mia vita ho assunto troppe sostanze strane, dev’essere stata quella volta che nel 1993 c’era lo sciopero dei tabaccai e fumai una bustina di the, decisamente quella volta deve essere stata determinante, fatto sta che mi sono fregata il cervello

d e f i n i t i v a m e n t e 

e non esiste rimedio che tenga.

Mi faccio le paranoie, sono convinta che i mercoledì siano dei giorni nefasti, che la burocrazia postale mi annienterà, che tutti i soldati americani ce l’abbiano con me, che gli uomini mi odino e le donne mi disprezzino, sono convinta che bere acqua calda faccia bene e soprattutto che i peli siano sensuali, nonostante sia ormai universalmente noto che nessun essere vivente a parte me e Hulk trovi i peli sensuali. Insomma sì sì sì ho le paranoie ma questo va bene, va benissimo, perchè la mia ormai dichiarata demenza mi autorizza a fare cose senza senso tipo cantare per la strada, ballare aspettando il treno, ululare di piacere davanti alla zuppa di ravioli, utilizzare la pausa pranzo per studiare un manuale sulle relazioni internazionali asiatiche, insegnare Dante a una violoncellista e simili cazzate che una persona ragionevole non farebbe mai mai mai.

Ah ma io le faccio, le faccio e sono contenta, è quasi Natale e io non sono in Italia, no, sono in Corea, a 10.000 km di distanza, e si sta bene qua, porcamiseria se si sta bene, gli expat vivono in una specie di mondo parallelo, sospeso, certo con pochissimi diritti ma di conseguenza anche con pochipochi doveri e allora io spero che la mia condizione di expat duri il più a lungo possibile. A Natale vorrei mangiare le lasagne senza formaggio coi miei amichetti e sentirmi amata e far sentire loro che anche io li amo. Vorrei ballare. Vorrei che le persone mi amassero di più di più di più.

Cosa vorresti per il 2012? cavolo per il 2012 vorrei sentirmi che vado bene. Che vado bene così. Che non c’e’ problema. Poi se posso esprimere un secondo desiderio vorrei che tutte le persone che non hanno tempo per me scomparissero dalla mia vita. Io non ci credo, alle persone che non hanno tempo. Credo alle persone, bugiarde, che non hanno voglia e siccome sono pure codarde ti dicono che non hanno tempo. Non esiste non avere tempo, se si ha voglia. Lo so lo so lo so è troppo estremo ma siccome abbiamo appurato all’inizio di questo post che ho una demenza in atto allora posso dire anche una cosa estrema. E crederci anche. Voglio che le persone che non hanno tempo per me spariscano paff e si trasformino in tante nuvolette profumate.
Più intensità più intensità voglio.

Non lo so se si capisce.
Quello che voglio.
Credimi.
Non c’è niente da capire.
Quello che sei per me.
E’ inutile spiegarlo con parole.
Lo so.


Puzzle di citazioni d’anima.

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Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

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Dic 14 2011

the horror has gone

Quattordici dicembre duemileundici, e mi chiudo la porta alle spalle con un discreto ritardo sulla vita. La strada e` quella di tutte le mattine, discesa furibonda fino a Itaewon, attraversamento selvaggio della strada a trentacinque corsie, salto mortale, tiro della palla infuocata, corsa a ostacoli con draghi digiuni che mi inseguono sputando fuoco, duello con Katana con la hostess che tutte le mattine vorrebbe infilarmi nella lista d’attesa dell’ospedale di cui fa la bidella, ultimi scatti rigorosamente in salita e poi finalmente, dopo il rigido esame di un altro implacabile bidello che siede all’ingresso dell’edificio, finalmente arrivera` la rassicurante noia della mia scrivania.Mentre mi esibisco alla perfezione in questa nuova disciplina olimpica nota come “arrivo sul luogo di lavoro in tempi umani” mi passa davanti la mia Seoul.


Gli Apat, altissimi agglomerati di appartamenti  che da soli contengono piu` abitanti della citta` di Campobasso, i loro ascensori divisi per piani pari e piani dispari, con i televisori per non dover parlare coi vicini e l’aria condizionata (d’estate) o il riscaldamento (d’inverno).

Le residenze di ambasciatori, segretari, industriali e via discorrendo, ogni residenza col suo cancelletto, ogni cancelletto con la sua guardiola, ogni guardiola col suo omino il cui unico ruolo e` quello di ricordare al padrone, gia` dall’ingresso in casa, che esiste qualcuno piu` in basso di lui nella gerarchia sociale.

I department-stores e le loro boutiques di stelline e brillantini, di addobbi di natale, di magrissime coreane con lo stomaco dimezzato e il portafogli straripante che si mettono in lista d’attesa per avere l’esclusiva borsa di sarcazzo chi, di aitanti coreani vestiti esattamente come nella gigantografia pubblicitaria che troneggia dietro di loro, di fontane dove ogni 15 minuti partono i giochi acquatici,  tripudio di elettricita` ed energia atto solo a dimostrare la potenza il lusso lo sfarzo lo spreco.

Le automobili immense che puntualmente bloccano il traffico perche` sono troppo grosse per le stradine del centro.

Le porte girevoli, gli addobbi, gli happy christmas, le cliniche estetiche, le lucine, le musichette, il riscaldamento a go-go.

Cammino cercando anche oggi di portare l’osso del collo intatto di fronte alla mia scrivania e vedo pure le signore di sessant’anni che non hanno la pensione e per sopravvivere stanno in un baracchino di un metro e mezzo per due cuocendo riso per farne tok, che poi vendono in confezioni da mille won, con qualsiasi condizione meteorologica.
Vedo il vecchio fruttarolo che dorme nel camion insieme alla sua frutta e la mattina alle otteccinquanta, mentre svolto nella stradina laterale dove lui parcheggia, sta allestendo i suoi cachi e le sue pere cinesi.

Vedo due ubriachi che vengono gentilissimamente ma fermissimamente spintonati fuori dall’ospedale.

Vedo le signore delle bancarelle del mercato, che dormono nel gabbiotto insieme ai vestiti.

Vedo il barbone che finalmente si e` infilato nella metropolitana, appena riaperta dopo la chiusura notturna, dove c’e` il riscaldamento a palla e la sopravvivenza diventa possibile anche durante l’inverno di Seoul.

Vedo le donne di Itaewon che chiudono il loro street cafe` col trucco disfatto e la minigonna strappata, stanche devastate e pure soddisfatte per essersi guadagnate anche l’ennesima nottata grazie a qualche occidentale appassionato di turismo sessuale.
 

Tutto questo vedo, e tutto insieme, mi sbatte in faccia addosso con una violenza che mi ferisce, e non lo posso accettare non lo posso ingoiare eppure ci sto in mezzo e mi ci mescolo, cammino veloce e piccolissima in mezzo ai grattacieli di Seoul e alle sue mille contraddizioni e mi domando cosa non funzioni, mi chiedo dove stia la falla in questo modello asiatico dell’iperproduttivita` ad ogni costo, dell’apparire prima ancora che dell’esistere, mi domando tutto questo e per un attimo mi viene voglia di tornare in Italia.  

Poi proprio mentre mi sto adagiando al pensiero di un ritorno, dei compagni, della lotta, della citta` dagli odori conosciuti, proprio mentre lo sto facendo mi ricordo che ieri uno studente e` morto sepolto dal crollo di un palcoscenico. E lui stava li` perche` ci lavorava, precarissimamente, proprio come ho fatto io per tredici anni della mia vita, e come fanno molte delle persone che conosco. Ecco il lavoro one shot, ti chiamano ci vai ti massacri di pagano una miseria ma intanto hai i soldi per andare avanti qualche giorno mentre studi o provi a fare lo stronzissimo mestiere per cui avresti studiato. Salvo poi quando casca il palco e l’artista di turno scendendo soavemente dalle sue nuvolette a sette zeri dichiara sconvolto di non saperne nulla, dei subappalti delle speculazioni e dei lavoratori sottopagati. Che viene da domandarsi dove viva, l’artista di turno. Forse il coniglio di Alice lo mette a letto ogni sera raccontandogli la storia del buon noncompleanno mentre gli operai sottopagati costruiscono il suo palco e se tutto va bene questa volta nessuno muore. 

E penso pure che ieri a Firenze sono morte due persone, morte ammazzate, semplicemente e stupidissimamente e rabbiosissimamente per il colore della loro pelle, che sono state ammazzate perche` erano nere, con tutto cio` che questo comporta in un certo immaginario popolare, sono state ammazzate mentre lavoravano in un paese di merda che non e` nemmeno il loro e dove stavano perche` avevano sperato di avere diritto a una vita migliore. E per questo sono state ammazzate.
Penso al campo rom e al linciaggio sfiorato a causa di una menzogna, perche` la morale bigotta di alcuni pezzi di societa` non vede l’ora di scaricare il peso della colpa sullo zingaro di turno. Siamo tutti li` che aspettiamo il momento buono per trovare il prossimo extracomunitario violento sessuomane rapinatore mostro. Cosi` ci saremo lavati la coscienza di tutte quelle volte in cui abbiamo discriminato, offeso, maltrattato, abusato, semplicemente in nome della nostra superiore europeita’.
 

Penso a questo. Penso a tutti i coreani che non si siedono vicino a me in metro, semplicemente perche` sono bianca. Penso all’Europa all’Asia ai modelli al welfare a questo crollo globale al quale mi sembra di assistere e continuo a domandarmi quale di questi due orrori cui sto assistendo sia il peggiore, da dove devo fuggire, dove devo andare a resistere.

E la risposta non ce l’ho, perche` sono una miserabile lavoratrice precaria che in Corea come in Italia lavora a nero e non sa mai come arrivera` alla fine del mese, perche` devo stare ai giochi e ai capricci dei piu` forti, perche` posso permettermi di lottare solo fino a quando non mi hanno sbattuta fuori dall`ennesimo posto di lavoro.

Non ce l’ho la risposta, ma oggi e` 14 dicembre.
Penso a un viaggio in autobus di un anno fa.
Al fuoco, al calore, alla rabbia, ai diritti.
Al Socio col naso bendato, penso.
Alla cioccolata nascosta nella sua giacca.
A Fuipp che mi racconta di Marsiglia.
Alla Fla, ad Alice e a tutti gli altri.
Alla basilica di San Luca.
Ai miei compagni, e alle mie compagne, penso.

E se mi aggrappo a questo pensiero, in qualsiasi orrore io stia vivendo adesso, mi viene una sorta di speranza.
 

Allora respiro, allungo il passo, sorrido all’ennesimo bidello, passo oltre. 

 

Io non vengo dalla luna.

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