Feb 07 2010

racconto pulp del fine settimana

Published by lucilla under londra, società, carla, vitantonio

Una settimanella niente male, ecco, ogni giorno mi sono svegliata con l’imbecille sorriso della quasi ex giovane speranzosa che dice si, oggi ce la posso fare, oggi metto la così detta controtendenza e vedrai che sole vedrai che pedalata felice e soleggiata, e ogni sera sono andata a letto incazzata nera perchè non ne imbroccavo una, dico, una.
Ma tanto per rendere l’idea di cosa vuol dire quando  dei, demoni appartenenti a varie religioni, spiriti di filosofi ormai morti, cattiva sorte, destino, astrologi cartomanti e costellazioni si riuniscono a banchetto e decidono di dare del filo da torcere alla sottoscritta (e poi tanto per sottilizzare che cazzo di filo è?il superfilo intorcibile di 007?)
dicevo tanto per dare l’idea di cosa vuol dire “condizioni avverse”, vorrei raccontare la mia giornatina di venerdì. Mi sveglio ore sette con tutta l’intenzione di prepararmi un pranzo salutare e proteico visto che nell’ultima sttimana ho mangiato a base di diabete e colesterolo. Nei miei piani ci metterò minuti quindici a prepararmi il pranzo e poi mi dedicherò allo studio e, possibilmente alla scrittura. Invece ci metto minuti ventotto e dico ventotto soltanto per aprire la stronzissima scatoletta di tonno. Non voglio scendere nei particolari, si possono immaginare tentativi di dritto, di rovescio, cambi di apriscatola e di angolatura, martellamenti e coltellate, pezzetti di tonno impazziti che schizzano da una parte all’altra della cucina con grande felicità ed entusiasmo del gatto, goccioline di sudore che mi cadono dalla fronte miracolosamente mischiandosi all’insalata e ditini tagliati. Adesso penso con angoscia alla seconda scatoletta, che giace nella mia dispensa, e che prima o poi dovrò consumare.

E vabbè. Finisce che invece di studiare piego la biancheria e mi avvio di buona lena, incurante dei nefasti presagi  portatimi dalla scatoletta di tonno. In bicicletta la salita è sempre dura e rischio un paio di volte la morte violenta. Bestemmio in diversi idiomi ma proseguo verso una lezione di mimo che è a dir poco catastrofica. Mi tocca il duetto amoroso col mio piccolo fratellino canadese Sasha. Una tragedia. Mi si spezza la schiena, mi si gonfiano le ginocchia, i brufoletti mi esplodono dallo sforzo, muto. Anche Sasha non se la passa troppo bene, siamo tutti contorti in un improbabile tentativo di poesia corporea, più che i promessi sposi sembriamo Don Abbondio e la sua Perpetua.
Finalmente arrivano le ore quattordici e sempre in bicicletta mi precipito a prelevare il moccioso a scuola, lui mi accoglie con il suo solito palo al culo e io sorrido, so che per lo meno il venerdì avrò molte faccende domestiche da svolgere e non me lo dovrò sorbire che per pochi minuti.
Giungiamo nella sua stronzissima casa senza riscaldamento e sento che il mio telefono vibra ben due volte: sono due messaggi di lavoro per fare la modella in posti interessanti assai ma io dico vabbè rispondo dopo mi pare brutto. Mi metto a pulire il cesso mentre il moccioso si fa i suoi compiti di francese senza capirci una cippalippa, non che brilli di talento per le lingue. Mi suona il telefono. Il telefono è nella tasca posteriore dei miei jeans usati. Ho i guanti di plastica perchè sto pulendo appunto il cesso, ma non in senso lato, sto proprio specificamente mettendo la candeggina nella tazza del cesso dove il moccioso produce i suoi nobilissimi, english, polite escrementi. Penso occhei carla adesso piano piano prendi il telefono ma con delicatezza perchè hai i guanti sai mai che ti scivola e cade per terra.
Il telefono continua a squillare con insistenza e io penso chissà chi cazzo è, penso proprio così, penso chissà chi cazzo è che mi chiama con tanta ostinazione sarà forse la mamma del nobile moccioso indosassone che mi chiede di andare a prelevare anche l’altro nobilissimo erede della sua dinastia. E mentre penso a tutto questo acchiappo il telefono ma il telefono si ribella e in un triplo carpiato capovolto guizza fuori dalle mie mani e si dirige esattamente verso il buco della tazza del cesso che sto pulendo. Io agilissimo mimo mi protendo in un acrobatico tentativo di recupero ma il telefono ha ormai preso la sua decisione definitiva e si vuole suicidare nella candeggina a nulla valgono i miei agili e rapidi tentativi di salvataggio il telefono lentamente affonda nella candeggina, esattamente nel buco della stronzissima tazza del cesso. E allora io proprio come Maria nelle presidentesse affondo i guanti gialli ovvero le mie tenere manine nella tazza del cesso e provo a recuperare in extremis il telefono suicida ma egli guizza e sfugge. Ci metto molto più del previsto. Quando ci riesco a nulla valgono i tentativi di rianimare l’esserino che giace immobile e muto tra le mie mani gialle. E’ irrevocabilmente, definitivamente morto, insieme a tutti i miei numeri di telefono, a due messaggi di lavoro che non so come recuperare, alla telefonata della nobilissima mamma e chissà a quante altre cose. Non ci voglio manco pensare.

Qualcuno potrebbe pensare che una giornata così è già abbastanza, che ci sono già tutte le caratteristiche necessarie e sufficienti per chiamare il padre esorcista. Ebbene questo qualcuno è sicuramente una persona ottimista.
Infatti finite le mie ore di lavoro mi avvio mestamente verso casa e scopro che la mia fermata dell’autobus è chiusa dunque devo continuare a scarpinare sotto la fottutissima pioggia inglese fino alla fermata successiva, e ovviamente l’autobus mi passa davanti a trenta metri dalla fermata, a nulla vale la mia corsa forsennata, l’autobus implacabile va verso il suo destino e non si ferma. Mi rassegno ad aspettare il successivo e quando finalmente ci salgo e mi siedo mi giro e vedo un cazzo.
Esattamente, fuori di metafora, vedo un cazzo semieretto e presumibilmente sporco, nell’atto di essere manipolato dalle mani del suo legittimo proprietario che all’uopo si è opportunamente calato i pantaloni. Un atto più che legittimo, dirà qualcuno, la masturbazione come estremo atto adulto di ribellione alla dittatura della coppia, e io giuro che sono d’accordo ma ecco diciamo che così, nell’autobus, alle settemmezza di sera, in mezzo a bambini che tornano dalla lezione di tennis e a povere lavoratrici senza telefono che si apprestano a una serata solitaria e meditativa ecco, mi pare un tantino esagerato.
Ovviamente gli inglesi sono così polite che nessuno di loro dice niente e il legittimo proprietario del cazzo arriva tranquillamente alla fine. Adesso senza scendere nei dettagli mi picco di sottolineare che da ora in poi mi sarà davvero difficile sedere sul sedile di un autobus inglese senza pensare ai piccoli sperimatozoi meditabondi e fuggitivi del legittimo proprietario del cazzo di cui sopra.
Per fortuna che su “cioè” ti spiegano che se ti siedi sul sedile sporco di sperma non puoi rimanere incinta, altrimenti mi sarebbe persino venuto il dubbio.
Solo a questo punto dell’opera, con rispetto e politeness l’autista parla al microfono e chiede gentilmente al cazzo di rientrare nei ranghi.
Ma nel frattempo io sono arrivata alla mia fermata (venti minuti di tragitto, alla faccia dell’eiaculazione precoce) e mi fiondo un tantino scossa fuori dal rosso autobus sperando che nella mia dispensa ci sia almeno una birra residua.
Con un fine settimana che comincia così, il resto non vale proprio la pena di essere raccontato.

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Feb 04 2010

mondo malefico porcello disgraziato

Non mi va bene no, non mi va bene. Io pedalo come una forsennata, pedalo che ho le cosce in fiamme e arrivo a scuola che ho già i crampi, pedalo, non mi fermo, e quando mi viene da fermarmi penso alle farfalle ai fiori alla primavera, pedalo perchè mi sono promessa che avrei pedalato ma dove sta la fine della stramaledetta salita dove sta un poco di pianura non dico la discesa che non ambisco a tanto ma la tanto decantata pianura dove porca carogna sta?

Sono incazzata, delusa, affranta, sono triste e ho voglia di piangere e di chiudere tutte le porte semiaperte ho voglia di mettermi alla guida di un gigantesco demolitore-di-me.
Voglio rompere tutto quello che resta in piedi.
Che mi sembra che non ne valga la pena.
Che sono sempre più indietro.
Che non ci ho più un grammo di voglia di stare come sto.
Io non dico non voglio più avere i problemi, no, mica sono ancora a questo punto. Ma almeno avere problemi nuovi, almeno una stronzissima novità nella casistica no? Sempre le stesse stronzissime cose.

E allora non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti. Non sono come mi vorrebbero e soprattutto non sono come mi vorrei. Sono implosa sono tutta sminuzzata sono persa.
Non ho un luogo una casa una tana  dentro di me è tutto arso una bomba atomica gigante mi è esplosa dentro e bum.
Rimangono solo i cadaveri dei miei tabù.
Che però come zombi popolano questo campo devastato.

Sono solo una lunga lista di divieti e di rinunce.

Nota del giorno dopo: come spesso m’accade in questi casi, stamane volevo cancellare le tracce dell’ira. Non che mi sia passata, ma la mattina ho sempre un po’ di pudore in più. Soprattutto dopo aver compiuto 31 anni. Mi vengono pensieri tipo “questi sentimenti adolescenziali distruttivi e autoreferenziali non si addicono a un’adulta”. Bene. Il post non lo cancello perchè evidentemente o non sono adulta, o anche da adulta mi toccano queste ire globali e dirette verso tutto il creato. Sinceramente delle due preferirei la prima, che lascia ancora un po’ di speranza in un ipotetico futuro. Ma tant’è. Sto così. Che mi piaccia o no.

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Gen 30 2010

come dire siamo giovani dentro e se tutto va bene siamo ancora giovani anche fuori

Published by lucilla under londra, carla, vitantonio, amici

zumpappero ppappà è sabato oggi, quasi sabato pomeriggio a dirla tutta (che poi non vedo perchè avrei dovuto dirla solo mezza o tre quarti mah, quante cose inutili scrivo e dico solo perchè mi piace il suono delle parole), molte cose avrei voluto avrei dovuto fare tipo per esempio scrivere il mio nuovo essay che devo consegnare entro poidomani . E invece non faccio niente perchè ci ho il così detto hangover ovvero iersera ho avuto uno scontro frontale con varie bottiglie di sambuca e il risultato è stato che ne sono uscita tutta ammaccata e soprattutto fradicia, fradica si perchè non so bene quante persone mi hanno versato addosso bicchieri di vino o, appunto, sambuca. Pare che a un certo punto della nottata, qui a Londra, sia cosa piuttosto comune ritrovarsi bagnati fradici a causa di incauti bevitori ballerini che non hanno ben chiaro il concetto del liquido che, se posto in un contenitore non chiuso come per esempio un bicchiere, quando opportunamente sollecitato ritmicamente dalla danza o da un discorso appassionato, tende a fuoriuscire dal contenitore di cui sopra e a spandersi sulle vesti del passante di turno, nella fattispecie la sottoscritta ovvero io me medesima che sono uscita di casa ore sei con bellissimo vestitino a base avorio e turchese, scarpe col tacco e make up quasi perfetto, e mi sono ritirata stamane ore quasiquattro con un tacco rotto il vestito impregnato d’alcool e la faccia che manco un quadro cubista.
Eppure per quel che ricordo è stata una festa divertente e piena d’amore e d’amicizia, ho financo imparato a fare il sushi e ne ho prodotte quantità industrali con salmone avogado cetrioli e peperoni peccato che la forma dei miei rotolini ricordasse i primi esperimenti surrealisti e molto poco l’esatta architettonica geometria made in japan.
Anyway ho ballato cantato ascoltato persino mi sono un pochino raccontata ho brindato con le mie tre sorelle londinesi festeggiando il compleanno di una di noi ho riso soprattutto ho riso ho incontrato sconosciuti sfoggiato il mio ampio vocabolario polacco mescolatolo con portoghese spagnolo e improbabili neologismi inglesi ogni tanto ricordo devo aver pure detto qualcosa in italiano. O in francese.
E adesso mi ritrovo così un po’ spiaggiata la gola che raschia e lo stomaco bruciacchia proprio come ai tempi lontanissimi in cui facevo la cubista e tornavo a casa dopo aver lavorato la domenica pomeriggio ed ero uno straccetto   di alcool e fumo e per ripigliarmi ci voleva il lunedì intiero. Eppure avevo solo sedici anni e devo ammettere che dopo anni quindici il mio corpo ancora reagisce dignitosamente insomma sto in piedi mi sono vestita magari mi trucco anche un pochino poi esco quasi come se niente fosse, un gioiellino ve lo dico io.
Però a dirla tutta stasera mi vedo analcoolica e mi vedo analcoolica per qualche settimana che forse quello che è cambiato è che non ci ho più la prontezza di una volta ma in fin dei conti mi va pure bene così, trentun’anni compiuti e la capacità di gestirmi la risacca senza troppa depressione, ma che bella festa che è stata però, che bella festa.

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Gen 28 2010

come se non bastasse tutto il resto eccoci di fronte a un altro problema d’identità

Cominciamo col dire che non è detto che uno, ogni volta che parla di qualcosa, debba cominciare dall’inizio. Io c’ho questo vizio e me lo devo togliere. Ogni volta che mi metto a trattare un argomento, uno qualsiasi, cerco sempre di risalire alla “prima volta”, e da li discetto. Ma che menate. Chi me lo ha insegnato, questo modo di procedere? Una menata davvero.

Per esempio dovevo parlare di questa cosa dell’identità e poco ci mancava che non cominciassi con un pippone lunghissimo su quando ero piccola e sul mio sentirmi straniera a casa mia, sul mio sentirmi straniera sempre, sul mio sentirmi straniera comunque. Poco ci mancava che non cominciassi un pippone su quanta responsabilità hanno i miei genitori del fatto che io mi senta straniera e blablabla.
Oh vi siete salvati per il rotto della cuffia, come si suol dire, o per il ratto nella cuffia, come temo io.

Ma insomma. Ci ho messo tutta la mia infanzia, la mia adolescenza intera e parte della mia gioventù ad ammettere che ero molisana. Ci ho dovuto persino fare uno spettacolo sopra. Certo, il mio incasinatissimo albero genealogico, unito sapientemente alla propensione al nomadismo dei miei genitori, non mi ha permesso di andare più a fondo nella questione ovvero, ancora non saprei dire di che paese preciso sono, nel Molise, e quindi spesso riassumo dicendo “di Campobasso”, che è l’ultimo posto di cui potrei essere ma almeno sta sulle cartine che mostrano in tivvù quando fanno le previsioni del tempo.
Ci ho messo, dicevo, moltissimo tempo. Non che adesso ne vada particolarmente fiera ma ecco, ritengo che nessuno possa andare particolarmente fiero del posto in cui è nato e cresciuto. In fin dei conti, non è stato nè merito nè colpa nostra. Epperò adesso da qualche anno ho cambiato la mia residenza e sono diventata grande. Sono andata a vivere col mio innamorato bellissimo altrimenti noto come uudm (unico uomo del mondo per i distratti e gli ultimi arrivati) e ho fatto la residenza nella casa dove lui pure risiede. Un casino che non vi dico. Ci vorrebbe un post apposta. Ho quasi mobilitato il comune intero, uffici anagrafe catasto e igiene pubblica. E’ stata una cosa difficilissima. Ma insomma l’ho fatto. E adesso che succede?

SUCCEDE CHE LA GENTE MI DICE
“MA TU SEI DI CASTELLO DI SERRAVALLE”???

Anche a scuola oggi mi hanno detto che ero di Bologna. Oh, insomma, chiariamoci. Ma di dove cazzo sono io? Io mica sono di Castello di  Serravalle. Ci sono finita per sbaglio, non mi vogliono manco, a Castello di Serravalle. A Castello di Serravalle vogliono solo quelli del teatro delle ariette e io posso pure morire di fame, non importa quanto brava intelligente e innovativa io possa essere. A quelli di Castello di Serravalle non glie ne frega niente, loro vogliono i cittadini illustri, i cittadini famosi. E siccome io non sono nè morta partigiana nè ho scoperto una nuova varietà di fungo nè faccio parte del teatro delle ariette quelli di Castello di Serravalle non mi cagano. Sono quasi convinta che abbiano avviato una pratica col comune di Monteveglio per chiedere che la mia residenza sia spostata là. Questione di confini e di vicinato.

Ma insomma oggi, a trentun’anni, mi trovo di nuovo a discutere a riguardo della mia identità. Di dove sono? Dove vivo? Poichè ho trascorso più tempo a Londra che a Rotello posso dire di essere Londinese? O forse sono Lisboneta? Ero Padovana e adesso non lo sono più?
Mioddio altro che dubbi esistenziali, pure le questioni d’identità ci mancavano. E soprattutto, che cazzo vuol dire quando uno è di qualche posto? Che vuol dire che potrei essere di Castello di Serravalle? Che quando arriva un meridionale dovrei chiamarlo “maruchen” come fanno alcuni abitanti di Castello di Serravalle con me?
Occhei occhei a Castello di Serravalle ci sono anche degli abitanti civili simpatici e che hanno mostrato un certo interesse per il mio lavoro, potrei ammettere di essere di Castello di Serravalle e però chiedere di essere inclusa nella cerchia degli abitanti a modo?
Che casino, ammettiamolo, un gran casino.
Che problema inutile.

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Gen 26 2010

un covo di hacker nella mia gola

Published by lucilla under londra

Causa diversissime occupazioni preoccupazioni sommate a imprevisti probabilità tornare al punto di partenza senza passare per il via dadi persi ecco sono un po’ sparita.
Ma sono ancora io. Con un raffreddore e una generale somatizzazione dello stress che metà basterebbe a far scattare l’allarme influenza porca, se solo mi dichiarassi.
Ma io imperterrita vado avanti più o meno. Oggi per la prima volta ho dovuto saltare un giorno di scuola perchè stavo troppo, troppo male, male che metà bastava a rendermi incapace di sollevare persino il sopracciglio. Figuriamoci quattro ore di scuola. Allora ho chiamato ho chiesto scusa poi ho riempito la borsa dell’acqua calda e mi sono rinfilata sotto le voperte. Buonanotte. Ho ronfato con tanto di tipica bavetta della malata fino alle tre, poi ho messo insieme i pezzi avanzati e me ne sono andata a lavorare. Ebbene si. A scuola posso non andarci, tanto pago io. Ma a lavoro ci devo andare, altrimenti come faccio a pagare la scuola dove posso permettermi di non andare?
Oh oh, c’è qualcosa che non quadra. Ma io non mi fermo, e chi mi ferma a me?

Ci ho gli interrogativi esistenziali. Lo so lo so, non è una novità, non ho bisogno che me lo si ripeta. Ciclicamente ci ho gli interrogativi esistenziali. Questa volta più seri perchè ho superato i trent’anni. Ma adesso non ne posso parlare, ci ho una festa di addio di un vicino di casa e vado a magna’.

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Gen 19 2010

quando uno si mette degli obiettivi

Published by lucilla under solitudine, londra, carla, vitantonio, amici, donne

Dunque il mio obiettivo era scrivere del mio trentunesimo compleanno prima che passasse troppo tempo. Oggi è solo martedì e fortunatissimamente non lavoro (che vuol dire anche che non guadagno ma direi che per un giorno me ne frego) e mi sono messa qui di buzzo buono a scrivere. Eppure è passato già troppo tempo. Ho fatto centinaia di addominali, diverse decine di km in bici, molte di più in autobus. E il mio compleanno quasi non me lo ricordo più. Troppo, troppo velocemente passo da una situazione alla successiva, e da un lato questo mi va bene, mi emoziona, la mia vita/frullatore è forse quello che mi merito, forse anche un po’ quello che cerco.

Indi per cui la smetto di lamentarmi e faccio lo sforzo letterario artistico e grammaticale di ripensare ai giorni del mio compleanno.

Il mio compleanno!
Ho compiuto 31 anni. Mi sono rattristata, impaurita, arrabbiata. Ho passato tutta la settimana precedente piangendo. Un po’ perchè mi fa paura avere trentun’anni. Un po’ perchè avevo sperato di essere in un punto diverso della mia strada, a 31 anni. E ho avuto paura di non arrivarci mai, al punto diverso. Un po’ perchè ho temuto che qualcuno mi volesse diversa da come sono. Un po’perchè non mi riconosco nell’immagine che ho della trentunenne.  Ho pianto perchè avrei dovuto comprare la mooncup della misura più grande. E per molti altri motivi che non ho ancora capito.

Ho pianto pure perchè mi sentivo sola e temevo di trascorrere il mio compleanno in totale abbandono e solitudine. Lo so, sembra patetico, ma queste paure io ce le ho avute veramente.
Mi sono ritrovata a festeggiare per tre giorni con le amiche più care che ho a Londra, una cena a sorpresa con tortine di zucchero e vino bianco, e financo i fuochi d’artificio! Per me, tutti per me e per il mio compleanno. Insieme a tutte queste persone che pure vengono da altri posti e forse ancora non hanno ritrovato una casa, mi sono sentita un pochino a casa io.
E quando siamo state troppo ubriache ce ne siamo andate a ballare in un luogo surreale perso nel mezzo di Hackney, un locale per ragazze dove eravamo praticamente le uniche bianche e abbiamo imparato un ballo di gruppo con le frequentatrici assidue del locale. Alle quattro sotto la pioggerellina londinese siamo tornate a casa parlando di cose importanti e di cose stupide, cantando, sbandando un pochino. E questo compleanno imprevisto, trascorso con gente senza casa come me che però ha fatto di tutto per farmi sentire
a casa mi ha commossa e mi ha rallegrata, mi ha dato un pochino di speranza, come pure tutti gli auguri che ho trovato, e la cena coi miei coinquilini organizzata all’ultimo momento con tanto di dolcetti marocchini che più buoni e appiccicosi non si può. Ben  due volte ho spento le candeline, e innumerevoli volte ho brindato. 

Così ho trascorso il mio trentunesimo compleanno, il secondo che passo qui a Londra, lontana da tutto quello che mi è noto e da quasi tutto quello che mi è caro. E’ stato il compleanno più difficile della mia vita, ho avuto bisogno di abbracci, di alcool, di storie divertenti e di sostegno. E miracolosamente tutte queste cose, i regali più belli che avrei potuto ricevere, sono arrivate.

Con questa stanchezza, con un po’ di dolore e molta gioia ho cominciato la settimana. Sono ancora io.

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Gen 14 2010

quando volavo

Published by lucilla under morte, solitudine, carla, vitantonio

Non c’ho un motivo per essere triste. Non ho voglia di trovare un motivo per essere triste. Potrei fare una lista lunga tutto un rotolo di carta igienica riciclata, e non ne trarrei la benchè minima soddisfazione. Ho dovuto lottare molti anni per vedere affermato l’assioma “carla vitantonio ha ben ragione d’essere triste”. Quando ho vinto l’attestato di diritto alla tristezza non ho provato il grande sollievo che speravo. A volte, è vero, avere ragione non serve. Avere ragione non basta. Non ho più voglia di rivendicare. Sono passati gli anni in cui speravo di avere il diritto di rivalermi su qualcun altro. Adesso mi rivalgo su di me. E quegli altri cui ho rinfacciato i loro torti si rivalgono su di me attraverso il signor Dicolpa Senso, che arriva come la cartella esattoriale con molti anni di ritardo, troppi, poichè le ricevute di cui parla io non le trovo più.
Ma pagare devo, lo stesso.
Il signor Dicolpa è parziale come il migliore degli esseri umani, e mi avvisa che la pratica che mi riguarda non prevede la possibilità di appellarsi a tale signora Compassione. Per quanto mi riguarda, rimango incastrata nella sedia e lo guardo dal basso verso l’altro senza nutrire speranza alcuna.
Attonita, non reagisco allo schiaffeggiamento che segue la breve discussione, che peraltro era stata più che una discussione un monologo, visto che non una sola parola sono stata capace di opporre alle impeccabili ragioni del signor Dicolpa.

Me ne sto sprofondata sulla sedia che ha tra l’altro una gamba più corta delle altre e ondeggia e rumoreggia e scoreggia fastidiosissimamente creando un effetto grottesco che è tutto ciò che pare io mi meriti. Dentro di me le proposizioni si sommano l’una all’altra in una barocca struttura di subordinate di primo secondo terzo grado incisi parentesi citazioni eppure non una sillaba mi esce da questa boccaccia marcia. Rigurgito saggi propositi di saggezza futura.

Non ho bisogno di motivi per essere triste. Un collasso verticale dell’apparato emozionale mi coglie sulla soglia del mio trentunesimo compleanno e non sono neppure capace di stilare un bilancio o una statistica. Lo dicevano i miei parenti che la mia facoltà non serviva a niente. Sono caduta nel baratro dell’eterno presente.

Prima che il signor Dicolpa di cui sopra me lo suggerisca, penso ai bambini del Ruanda, penso ai bambini del Burkina, penso ai bambini del Mozambico, penso agli immigrati d’Italia, penso ai disoccupati ai cassintegrati penso a quelli che non hanno la macchina che non hanno il motorino penso a quelli che non hanno manco una bicicletta penso a quelli che non hanno le gambe penso ai malati ai moribondi a tutti loro penso e siccome non ho un motivo per essere triste ecco sono triste per loro.

Vivo in una straripante melmosa ineluttabile solitudine.

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Gen 10 2010

a volte salgo nella grande soffitta della mia memoria e ovviamente non trovo quello che stavo cercando ma molte cose inaspettate vengono fuori e il segreto è forse accoglierle.

Published by lucilla under arte, carla, vitantonio, amici, teatro

Come il lungo titolo del post annuncia, questa mattina mi sono avventurata nella grande e disordinata soffitta della mia memoria. Per dare un’idea del caos che regna nella mia memoria basta guardare nella mia dispensa. Passo gran parte del mio tempo libero cercando di trovare un ordine tra gli elementi che la popolano, ponendoli in appositi e graziosi contenitori, uno accanto all’altro secondo regole che mi appaiono razionali e concretamente applicabili. Svuoto vasetti e li riempio nuovamente, creo pile di scatole di legumi e le affianco a quelle altrettanto armoniose delle scatole di tonno, metto mollette, utilizzo vasche vaschine vaschette. E dopo due giorni, in maniera inspiegabile, tutto giace in un caos che pare essere più forte di ogni mia volontà. Le cose non scompaiono quasi mai. Ma si nascondono spesso. E capita che non le trovi quando ne ho bisogno, ma quando decidono loro.

Così, nella soffitta della mia memoria, accade spesso che io, alla ricerca di un dettaglio o di un episodio che mi appaiono fondamentali per il lavoro che sto compiendo in un preciso momento, inciampi invece in scatoline che da tempo  pensavo di aver dimenticato.

Oggi sono inciampata nella cassetta di Francesco Guccini.

Avevo diciott’anni e una voglia di scappare che non riesco nemmeno a descrivere. Stavo frequentando il quinto anno di liceo e dopo pochi mesi me ne sarei andata a Padaniacity. Allora ancora non lo sapevo, nè sapevo quanto lontano sarei fuggita da quella città dove mi ero sentita così spesso calpestata, umiliata e fraintesa.
Era primavera e avevo appena preso la patente. Guidavo la mia 127 verde pisello soprannominata Armadilla e scorrazzavo su e giù per la città. Mi sentivo bella, mi sentivo giovane , soprattutto mi sentivo piena di speranza. Sapevo che entro poco le cose sarebbero cambiate. Ma c’era un’altra cosa che rendeva le mie giornate così piene e dense e vive, e quella cosa era il gruppo  teatrale. Il gruppo teatrale era la cosa più bella che avevo.
Lo avevo frequentato tutti gli anni a partire dal primo e adesso finalmente avevo il ruolo di Eusebia, la coprotagonista del Rugantino. Sicuramente non si trattava del copione più all’avanguardia che io possa immaginare oggi ma allora, allora era una figata. Cantavo, ballavo, parlavo, le prove erano la mia ora d’aria. Scorreva un’energia fresca e un po’ ambigua. Avevamo le chiavi della scuola e ci vedevamo la sera, il lunedì e il giovedì. C’era sempre qualcosa di strano che succedeva, una coppietta improvvisata che si appartava, una canna in un angolo e la sorridente condiscendenza dei due splendidi professori che ci guidavano.
Poi, a giugno, arrivarono le prove in teatro.
C’era un punto dello spettacolo in cui io dovevo uscire dal retropalco, farmi tutta la balconata e riapparire sul primo palchetto a destra per cantare l’ultimo stornello prima della tragicissima fine di Rugantino. Tutto doveva essere fatto in silenzio e ordine perchè altrimenti le persone avrebbero sentito i miei passi e l’effetto sorpresa sarebbe scemato.
Per fare il giro dovevo passare dietro al palco reale, dal quale si manovrava l’occhio di bue. A manovrarlo era un ragazzo un po’ più grande di noi, avrà avuto forse 22 anni, non faceva parte della compagnia della scuola ma del gruppo teatrale del prof ed era venuto a dargli una mano. Se ne stava tutto il tempo sul palco reale a manovrare il dimmer e parlava pochissimo con noi. All’inizio mi stava anche un po’ antipatico perchè sembrava che si desse delle arie, come se stare in un gruppo di dilettanti adulti gli avesse dato un qualche diritto di giudicare il gruppo di dilettanti studenti che era venuto ad aiutare. Poi mi accorsi che, più che arrogante, era davvero molto timido. E aveva un sorriso che mi piaceva moltissimo.
Non ci avevo praticamente mai parlato.
Durante le prove in teatro, al momento del fatidico giro dal retropalco, cominciai a trovarlo fuori dal palco reale, appoggiato alla porta, che mi sorrideva. Avevo qualche minuto prima di andare in scena e cominciammo lentamente a scambiarci qualche parola sussurrata “come è andata secondo te? ” “ti ho dato un occhio di bue che manco te lo immagini” “eh grazie, ma mi sembra di essere stata giù di ritmo” “no vai tranquilla, è andata benissimo”.
Niente più di questo, ma ogni prova diventava un piccolo appuntamento segreto, l’unica cosa di tutto lo spettacolo che non condividevo con il resto della compagnia, che in quel momento era impegnata in una scena d’insieme su palco. Il piccolo segreto del retropalco mi emozionava e mi faceva sorridere.  Quel breve scambio di battute mi faceva sentire come se, davvero, quel ragazzo stesse manovrando le luci per me, per rendere meglio l’intensità di quello che interpretavo (che a pensarci ora, quale grande intensità potevo avere a 18 anni senza uno straccio di preparazione tecnica? eppure allora mi sembrava di raggiungere picchi considerevoli…)

Arrivò la prima. La gente popolava il teatro e i palchi. Feci il mio solito giro e lui era là. Questa volta niente parole, solo un sorriso, filai dritta poichè ero troppo emozionata. La prima andò benissimo. Pensavo che avrei sempre, sempre voluto fare l’attrice nella mia vita. E pensavo anche che era bello avere uno che ti pianta un occhio di bue addosso con tanta precisione e tanta dedizione.
Il giorno dopo ero un po’ più rilassata. Dietro al palco reale di nuovo un sorriso,  ma un po’ più lungo, e un gesto d’incoraggiamento reciproco.
L’ultima replica fu un lungo addio, ogni gesto mi pareva l’ultimo e mi vivevo il trascorrere delle scene con il timore che, davvero, mai più sarei salita su un palco. Che cosa avrei fatto da lì a pochi mesi? Sarei scappata da Campobasso, sarei volata via, forse per la prima volta nella mia vita avrei trovato persone che potessero accettarmi e rispettarmi così com’ero anche senza bisogno di un copione, o forse no, forse non avrei trovato niente di tutto questo, ma intanto quelle due ore di spettacolo correvano ed io mi sentivo colma e al tempo stesso vuotavuotavuota.
Arrivò il momento del giro dal retropalco.
Il ragazzo dal sorriso dolce era là con una cassetta in mano.
Mi disse “questa l’ho fatta per te. Merda!”
(che forse a qualcuno può sembrare una frase non particolarmente romantica ma merda è l’incoraggiamento che si da agli attori prima che vadano in scena)

Feci la scena e arrivò il finale. Arrivarono i ringraziamenti, gli applausi, gli inchini. Arrivarono persino i fiori. E arrivarono molte molte lacrime, un po’ di paura per la grandezza di quel sentimento e un po’ di scoramento, ma soprattutto arrivò la gioia che divisi coi compagni e poco dopo sicuramente arrivò una bella sbronza.
A casa misi su la cassetta.
Era una cassetta di Francesco Guccini.
Che io non ho mai particolarmente amato, a dirla tutta, anzi credo di  non aver mai ascoltato niente di suo fino a quel momento. E invece quella cassetta me la consumai.
Mi ricordo ancora che i titoli delle canzoni erano scritti con una specie di inchiostro verde, a mano, e che c’era una dedica ad Eusebia. Che era il mio personaggio. Però in qualche modo ero pure io.

Ecco tutto questo io ancora me lo ricordo.
E ancora ringrazio quel ragazzo dal sorriso dolce che mi aveva fatto sentire così brava.

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Gen 09 2010

bad dreams

ero tornata in Africa. Proprio in Mozambico. C’erano le palme alte alte come me le ricordo io e dei mercati, e una scalinata che non ricordo di aver mai visto nella mia vita in alcun posto. C’era gente, e molte erano persone del mio mondo, mio padre, mia madre, sorelle e cugine, di ognuna di esse c’erano varie versioni: c’era mia sorella Rossella detta fuego all’età che ha adesso ma c’era anche una sua copia adolescente e una copia ulteriore di quando aveva sei o sette anni ed era così piccola che i miei genitori la portavano dagli specialisti per assicurarsi che la sua crescita fosse normale.
C’era in pratica tutta la mia famiglia nelle sue diverse epoche, tutta condensata, e queste persone popolavano la strada insieme ai miei colleghi di quando lavoravo al progetto in Mozambico. Non tutti tutti ma si, alcuni, i più rilevanti, erano là, poi c’era pure qualcuno che non esiste, o forse esiste ma io non l’ho mai visto. E io dovevo prendere un passaggio ma tutto era lento, mio padre e le mie innumerevoli sorelle clonate avevano bisogno di parlarmi, poi dormivano e io stavo sempre là col pensiero di dover cercare un passaggio. Poi c’era il mio ex fidanzato, quello dell’Africa, per capirci, quello che stava contemporaneamente con me e con un’altra senza avvisare nessuna delle due, quello che adesso ha fatto la carriera nell’associazione dalla quale io sono scappata, e lui non mi prendeva per niente sul serio, io cercavo di spiegargli una cosa importante ma lui nisba, rideva e diceva che sarebbe andato al mercato e che comunque il fatto che io fossi in Africa non significava che l’associazione mi avesse reintegrato. Ormai ero fuori e il lavoro che avrei dovuto fare io lo facevano già altri.
Poi lui andava via, e io sempre in questa piazza, ai piedi della scalinata, a cercare un passaggio mentre la mia famiglia mi chiedeva in continuazione di fermarmi perchè tizio o caio doveva comprare qualcosa al mercato, e in questo momento arriva lo sconosciuto al quale io, non so perchè, provo a spiegare la verità. Provo a dirgli come sono andate le cose con l’associazione, che mi hanno fatto una specie di mobbing, che mi hanno sottratto un progetto, che mi hanno fatta letteralmente scomparire senza neppure avvisarmi e che io sono in Africa per poter continuare a lavorare e lui mi ride in faccia. Mi dice che sono cose che ho costruito io, che non esistono. Che nessuno mi ha mandato via, che probabilmente non ci ho mai lavorato, nell’associazione. Che sono una poverina.
E la cosa va avanti fino a che, fortunatamente, un rumore in cucina non mi sveglia.

Anni fa sarei andata dallo psicologo a cercare di capire che cosa mi impaurisce così tanto da indurmi a riproporre a me stessa, in queste notti, lo stesso ossessionante sogno popolato ogni notte da persone diverse.
Oggi posso solo pensare che forse sto mangiando pesante.
E però questa giustificazione alimentare, purtroppo, non mi soddisfa.

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Gen 08 2010

una vita da mimi

Published by lucilla under mimo, teatro

Sono tutta sudata e ansimo pure un pochino. La cosa mi preoccupa relativamente dal momento che tutti attorno a me ansimano sudaticci e guardano di fronte a loro, sul palco, dove l’altro gruppo sta per cominciare la sua parte. Quella che io ho appena finito, appunto. Il palco riluce di goccioline di sudore e quelli in piedi hanno lo sguardo rivolto dentro. Noi invece, che abbiamo già finito, un po’ ci rilassiamo. Qualcuno beve e il nostro sguardo, sì, è fuori di noi, è per loro.
Parte il suono.
E loro sono tutti insieme nello sforzo. Qualcuno sbaglia i conti ma si riprende subito.
Sei sette otto.
Nella posa per alcuni secondi sono tutti eroicamente immobili.
Uno due.
Come statue di un tempo in cui qualcuno ha davvero creduto nel potere rivoluzionario dell’uomo e della donna che lavorano.
Quindici sedici uno.
Cadono nuove gocce di sudore e le guance dei più chiari diventano rosse.
Sentiamo i respiri ma nessuno si ferma.
Un due un due tre
Noi siamo con loro.
Non un momento fuori concentrazione.
Sembra un universo interminabile, eppure sono solo cinque minuti.

E quando sono finiti siamo pronti per provare a correggere gli errori.
Spesso senza riuscirci.

Se non parlo di tutto questo, se non ne scrivo, è perchè mi prende una profonda commozione che non mi riesce di spiegare. E ho pure paura di suonare patetica, retorica, o peggio ancora antiquata.
Così impongo silenzi che come buchi neri si stendono sulle cinque, sei, sette ore al giorno che trascorro in questo tentativo che ha qualcosa di terribilmente prometeico.

Come ogni giorno proviamo, letteralmente, a dare un corpo al pensiero.
Come metodicamente non ci riusciamo.
Come proviamo di nuovo.
Ciascuno forse per un motivo diverso.
Spessissimo non condiviso.

E allora il buco nero si allarga, perchè più vado in profondità e meno trovo parole, più il mio corpo si esercita e meno sono capace di spiegare. Più sono dentro e meno posso condividere.
Se non ne parlo è perchè, un pochino,  mi vergogno della commozione che m’assale quando vedo me e i miei compagni disperatamente impegnati in una cosa che, per la maggior parte delle persone che conosco, potrebbe tranquillamente non esistere senza per questo spostare gli equilibri del mondo di un solo grammo.
Eppure questa è una delle più grandi sfide che io abbia accettato nella mia vita.

Le parole, volendo, potrei trovarle, ma suonerebbero sproporzionate come un’ombra al tramonto.
Al punto che anche adesso ho voglia di attaccarmi al tasto canc.

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