Archive for the 'campagna' Category

Giu 14 2013

Rotello, gli ulivi e falce e martello.

Mia nonna mi fa il caffè mmisticat, che vuol dire che ci aggiunge un cucchiaino d’orzo, per poi versare l’intruglio in una tazzina prontamente spolverata con un apposito straccetto, sito a lato del lavandino.
La carta è preziosa e non si spreca per queste cose. Infatti troneggia nella fruttiera una pila di fazzoletti semiutilizzati che riciclerà alla prima occasione.

E’ nove giugno ed è il primo giorno d’estate.
L’ho portata in campagna a vedere come stavano le piante.

E’ molto contenta, nonna, di andare in campagna. Mi indica la strada mentre percorriamo le viette interpoderali.
Va’ nnanz, mo gir’aqquà. A un certo punto, indicando chiaramente a sinistra mi dice decisa: e mo va’ dritt. Della serie: va’ dove il cuor ti porta. Ce ne andiamo dritto a sinistra fino alla stradina della campagna. Lei scende che sennò la macchina non ce la fa. Io parcheggio sul terreno arato di fresco e ci mettiamo a camminare verso ciliegie e nespole. Facciamo bustone piene di frutta, lei scuote gli alberi col bastone che usa per camminare, io salto, malamente mi arrampico, ciuccio frutta sugosa, guardo gli ulivi carichi carichi e, di fronte, i famosi tre colli di Rotello, in merito ai quali papà si è dilungato più e più volte durante la mia infanzia. Tutte le storie cominciavano invariabilmente con un tentativo di scientificità etimologica: Una volta Rotello si chiamava Orotello, perchè era ricco come l’oro, o forse Lauritello, perchè non mi ricordo più e finivano invariabilmente con il perdersi in fiumi di racconti leggendari, mitologici o semplicemente geneaologici, di quella volta che si facevano i combattimenti basc’ pi fuoss e di quando papà è quasi annegato o forse pensavano fosse annegato invece lui giocava in giro per le campagne e poi vabbè tutte le storie passavano attraverso i comizi di mio nonno falegname  nonchè sindaco socialista dell’immediato dopoguerra e via discorrendo, trippa trcinell’e testa. Come diceva sempre mio padre indicando il lieto fine.

Torno poi a guardare la nonna che zampetta lentamente, due gambe e un bastone, tra gli ulivi. Andare in campagna la mette sempre di buonumore. Per l’occasione indossa anche il fazzoletto colorato in testa, ma le ciabatte no, quelle non se le leva più. A ottantasette anni ha diritto a non calzare scarpe chiuse se non in chiesa.
Il buonumore di nonna diventa, al ritorno, il caffè mmisticato e la storia, quella che piace a me. Una storia fatta di intricate intersezioni e molteplici biforcamenti. I personaggi nascono, crescono e poi tornano indietro, di nuovo piccini, per partecipare a un dettaglio importantissimo che se non esplicato non mi permetterebbe di capire la complessità e il fine della storia.
Oggi nonna ha deciso di esprimere il suo parere politico, a imperitura memoria.

Dunque comincia con il racconto di quando ci stava la democrazia cristiana, che a dir suo commannava tutt’cos, e i comunisti e i socialisti dovevano fare le alleanze per vincere. C’erano poi quelli che non sapevano leggere, ma quando vedevano falce e martello mettevano la croce sul simbolo. Certo poi ogni tanto quelli della diccì e quelli del piccì si appiccicavano e qualcuno finiva pure in galera oppure se ne doveva andare che era meglio.
Per andarsene in America dovevano levarsi la tessera del piccì, andare a messa un sacco di tempo e farsi vedere con quelli della diccì che sennò in America non ce li facevano entrare. E così facevano molti.
Anche mio nonno andava a messa, dopo aver scritto i suoi comizi, perchè cantava da tenore e il prete lo reclamava.

E difatti anche io ho qualche vago ricordo di nonno che canta o che suona il mandolino ma forse sono racconti di mio padre e non immagini vere. Però le bobine coi discorsi del nonno quelle sì che me le ricordo, devono essere in una delle mille scatole sospese tra gli infiniti traslochi dei miei.
Papà dice pure che nella bottega ci facevano le riunioni politiche eccetera, ci stanno anche delle fotografie degli scioperi agrari con i cartelli “via i crumiri” e a me piace tanto prendere l’album e riguardarmele ogni tanto. Ma anche l’album adesso è chiuso in qualche scatolone poichè mia nonna, terremotata, si sposta da una casa all’altra aspettando riparazioni e collaudi.

Continua la nonna a parlare di quando partorì i suoi quattro figli esattamente al piano di sopra eh, che con tutte quelle scale non sa nemmeno lei come faceva a salire, papà piccolo nella culla e la zia in arrivo e via discorrendo, poi al piano di sotto c’era il forno a legna dove si faceva il pane e la cantina dove si facevano salsa, porco e tutto il resto.  A questo punto ritorna al nonno e alla p’teca piena zeppa di discepoli che si infervoravano e progettavano e sì, volevano un mondo migliore, o magari un mondo migliore no, magari volevano soltanto una Rotello migliore, che però se uno ci pensa adesso è già tanto, tantissimo, e infatti quei giovani discepoli che volevano una Rotello migliore si sono tutti dispersi per il mondo e alcuni, molti, hanno persino stirato le zampe.

Allora mi viene una gran tristezza e un gran senso di spezzettamento, mi viene che vorrei tornare in campagna tra gli ulivi e basta, mi vengono quei pensieri di pausa infinita, mi sento tutta frammentata e mi terrorizza l’idea di questo vuoto immenso che ho visto in un mese in Italia. Mi terrorizza la mia vita di ora, che dentro non ci sta manco un sogno, ci sono solo progetti, e i progetti se da un lato hanno la bellezza della loro misurabilità, dall’altro hanno la meschinità della loro banale concretezza, della loro monetarizzazione, che chissà se esiste questa parola ma se non esiste poco importa. I progetti si possono valutare, quanti dollari per un nuovo contratto?

Sì mi fa tristezza un pochino questa vita qua. Credo che dovrei comprarmi un corso di Yoga on-line, o cercarmi un personal trainer a distanza che diventi il mio guru e mi aiuti a ritrovare la mia spiritualità, perchè la verità è che l’ho persa tra gli ulivi e qui è tutto un pesare le valigie per verificare la possibilità di portare un paio di scarpe in più, un libro in più.

In tutto questo spezzettamento, mentre mia nonna mi racconta di quella volta che, io non sono proprio soddisfatta di me, ecco, lo volevo mettere per iscritto, che magari mi do una svegliata e mi domando finalmente aoh, ma che cazzo stai combinando? La soluzione dev’essere qualcosa di più profondo della dieta zona, lo so, ci voglio credere, eppure non vedo niente di niente.

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Nov 01 2010

lo zen e l’arte di raccogliere le olive

Certo, proprio tutti non c’eravamo, che oramai siamo sparsi in giro per il mondo, ognuno coi suoi lavori improbabili e contratti ipervincolanti con clausole piccolissime scritte in fondo all’ultima paginetta che però se non le assolvi ti trovi nei casini e allora qualche volta diventa difficile prendersi tre giorni e staccare tuttotutto ma proprio tutto. Però ancora una volta lo zoccolo duro di noialtri cel’ha fatta ed entro venerdì notte eravamo tutti là, attorno al camino dell’Alice, travestiti da veri braccianti e pronti per la nuova avventura di quest’autunno ovvero fare la raccolta dell’olive nella casona in campagna dove lei sta sì, ma ancora per poco, visto che il mese prossimoventuro se ne và lì, proprio lì, nella culla del capitalismo, statiunitidamerica, che là il suo cervello vale molto più che qua e sinceramente a parte tutte le pippe ideologiche se il mio cervello fosse valutato qualcosina in dollari senza pensarci troppo su me ne andrei pure io.

Allora ecco eravamo tutti pronti, cani compresi, per la raccolta dell’olive e per questo megasaluto all’Alice che ha financo fatto il biglietto e trovato una casa provvisoria e le hanno mandato un buffo libretto con le istruzioni per l’uso della vita negli Statuniti. Come al solito subito si è ricreata la nuvoletta magica e gli equilibri si sono messi al posto loro insomma ognuno sapeva cosa fare e come farlo ognuno in fondo aveva i guai suoi che aveva lasciato da qualche parte a casa ma lì per quei tre giorni siamo stati i sedici braccianti più rivoluzionari della storia del Chianti, rastrellando olive cantando stornelli anticlericali arrampicandoci sugli alberi, chi più chi meno, mangiando focaccia zuppa d’olio nuovo e finocchiona, che poi raccogliere le olive è bello perchè per pulire un albero ci vorrà un’ora al massimo e poi ti sposti stendi la rete da un’altra parte e si forma un gruppo nuovo di modo che non fai mai a tempo a stancarti delle persone con cui stai chiacchierando e riesci nel giro di una giornata a essere aggiornata sui gossip relativi a ciascuno, se poi sei stata proprio attenta e hai rastrellato con cura magari ti meriti anche un pochino di intimità in più con qualcuno e finisci con l’andare su discorsi veramente personali di quelli che si possono fare o da sbronzi o quando si sta facendo un’attività apparentemente molto impegnativa come appunto la raccolta dell’olive, che non ti devi guardare negli occhi e butti giù macigni fuori dalla bocca come se niente fosse.

Così vengono fuori le storie degli ultimi mesi, non tutte s’intende,  ma abbastanza per riprendere il contatto, abbastanza per aggiornarci, abbastanza per essere presenti. E si capisce pure che nella distanza le relazioni sì, rimangono, ma tutto si modifica in questa fluidità che da sempre ci appartiene, io per esempio mi son resa conto che col Cois ho molta più confidenza nei sogni che davanti al camino, che parrà strano ma è proprio così, mi son resa conto che il Licazzone è un gran giocatore di scopone, che Miotsu è un dormitore immobile e che incredibilmente con l’Ale dopo anni dieci troviamo nuove affinità in questa vita diversissima. Di queste e di molte altre cose mi sono data conto, mi rendo conto che c’è un legame e che c’è pure una distanza, che in questa distanza un po’ solitaria io vivo adesso, e che in fondo non so, adesso, quanto mi cambierebbe stare qui o ad Hanoi o a Maputo, visto che a queste persone sono legata dal magico elastico di un amore che pure, da un certo punto di vista, mi lascia sola e però mi salva.
Della mia solitudine mi sono resa conto, ma forse era solo una delle mille paranoie di questo nuovo autunno che mi circonda. Della pesantezza, di una certa fatica che faccio a volta a stare insieme. Dello spazio interno di cui ho bisogno, mi son resa conto, e anche della mancanza. Si eh, mi sono resa conto di quanto mi manchi avere con i miei amici quella relazione quotidiana fatta di passaggi in macchina e ritorni a casa in bicicletta, di caffè della mattina, di appuntamenti all’ora dello spritz.
Insomma mi sono resa conto e non mi sono resa conto, ho abbracciato guardato ascoltato. Simo stava sull’albero e pettinava le foglioline e ridevamo di stanchezza meditando rivoluzioni possibili, il Corto pure lui, chi lo vedeva nel silenzio dei suoi alberi del piano di sopra, novello barone rampante dallo stivale giallo, e Fabietto anche lui è riuscito ad esserci scimmia compresa, nonostante i cazzi suoi, che come sempre ci accade arrivano proprio quando non ci vorrebbero.

Ho provato a ricordare a memorizzare a fermare, ho promesso rettifiche,  ho tentato aggiustamenti, mi sono presa i tempi miei, ho rotto i coglioni, ho detto vaffanculo quando lo volevo dire, ho provato a mediare e anche mi sono rifiutata di mediare troppo, ho ascoltato più di quanto pensavo e anche detto ma non troppo, che di dire non ho voglia e allora a un certo punto senza paura di giudizio ho detto no, non voglio parlarne, tutto questo ho fatto in tre giornate infinite, tra gli ulivi e poi sotto la pioggia in cerca delle capre, al supermercato con la macchina del Cois che ancora una volta si è dimostrato il più femminista di tutti gli amici e ci ha fatto ridere e bestemmiare sotto la pioggia battente.

Che alla fine un diario dell’accaduto non vuol dire niente. Che qualcuno ha un aereo domani. Che ho una lattina di olio fatto da me medesima e dagli amici miei, l’olio dell’amore e della fine di quest’ottobre così travagliato. Che tutti sempre partiamo, e a un certo punto siamo capaci di ritrovarci. Che è vero, a volte anche in questi giorni ho avuto paura, però mi sembra che in fin dei conti ce l’ho fatta.
Che scopri sempre un pettegolezzo che ti era sfuggito.
Che è vero, la Nina e la Pepe non sono gatte esteticamente impeccabili ma hanno un’anima grande  come i loro stomaci e soprattutto due nomi bellissimi che mi fanno pensare ad Almodovar e a Checov insieme, e poi in fin dei conti i gatti africani sono molto più brutti e a chi non è successo nella vita di mettere su qualche chiletto
Che la casa di Alice e Dome è bella e quando ci siamo noi ancora di più
Che la torta di Vanessa era buonissima anche se non ho potuto mangiarla
Che Mauro m’ha fatto ridere e finalmente anche io ho avuto la mia torta nuziale
Che non si finisce mai di imparare le nuove frontiere del porno
Che anche in mezzo ai fratelli degli ultimi dieci anni c’è ancora qualcuno che riesce ad arrossire
Che siamo diversi
Che forse c’è spazio davvero per tutti
Che lo so, dovrei declinare maschile e femminile, ma so anche che loro lo sanno che io lo so che dovrei
Che la paura dei giorni che verranno e lo scoramento che pure a volte ritorna m’hanno lasciata in pace per giorni interi
Che può fare freddissimo, la notte.
Che giocando a Tokio dopo un certo numero di bicchieri di grappa diventa difficile mentire sull’esito dei dadi
Che c’è sempre chi fa un caff’è al mattino
Che bisogna cominciare a guardare avanti di nuovo, ma con cautela.
Che.

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Giu 30 2010

le rose non sembrano aver sentito la mia mancanza

Non sembrano proprio aver sentito la mia mancanza, le rose. Sono rigogliose come non mai e hanno fiori meravigliosi, profumati e fieri, intoccabili. Se la vedono bene persino coi sempiterni pidocchi e financo il pesco sta pescando che più non si può, avrà venti o trenta frutti e fino all’anno scorso ne faceva uno solo.

Ed e’ stato tutto così veloce e tremendo e adesso mi trovo in questa casa in campagna e non ho assolutamente idea di dove sono, e mi domando che cosa ci sto facendo qui, e lo so che  una domanda terribile ma non ho la più pallida idea di dove mi trovi, di dove stia andando, non ho la più pallida idea, non ho, e mi sembra che mi sono completamente persa, che ho tutti questi oggetti attorno a me tutti questi vestiti che cosa cazzo me ne faccio dei vestiti che cosa me ne faccio di queste cose se mi sono completamente persa

Sono frammentata sono implosa e ieri il viaggio è durato pochissimo, il tempo di un pisolino, e qui pare che veramente io non me ne sia andata mai e invece me ne sono andata, eccome se me ne sono andata, me ne sono andata e non sono più com’ero prima di partire e però non lo so come sono e forse il senso di tutte queste “e ” che uso è che cerco una connessione possibile tra le cose cerco un nesso magari un poò acrobatico ma ecco un nesso almeno un nesso invece sono qui che di nessi non ne vedo manco uno e quello che vorrei non cel’ho e forse la verità è che non lo so cosa vorrei e si lo so vorrei piangere e non ci riesco vorrei avere delle persone vorrei andare a prendere un caffè con le mie amiche vorrei un gattino che ne so vorrei disperarmi fino a quando non mi resta che reagire e invece adesso mi metto come se non fosse successo nulla a fare lo spettacolo nuovo cosi’, tac, perfettamente efficiente proprio come tanti anni fa dicevo di me.

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Giu 11 2010

muble muble

Voglio stare dentro l’intervallo della Rai di quando ero piccola. Con tutte le pecorelle immobili in un incredibile paesaggio abbruzzese che poi non era molto diverso dal paesaggio molisano che vedevo fuori dalla mia finestra e che odiavo, odiavo, perchè fuori dalla mia finestra altro che pecore avrei voluto vedere, grattacieli, metropolitane, cinema e consumismo.

Odiavo le maledette pecore molisane e la quiete e la gallina che tornata in su la via ripete il suo verso e la siepe che dall’ultimo orizzonte il guardo esclude. Leggevo cioè e le lettere delle mie coetanee che andavano al cinema in metropolitana e io in metropolitana non ci ero mai andata e invidiavo tantissimo mia sorella che una volta era andata a Milano da uno  specialista della crescita (perchè i miei erano convinti che non crescesse abbastanza, e col tempo hanno dovuto ricredersi) ed era andata sulla metropolitana che l’aveva fatta sbucare proprio davanti al duomo, davanti al duomo di Milano quello delle foto! (quello la cui miniatura hanno spiaccicato sulla faccia dell’attualo presidento del paeso)

E allora che faccio? ci ho sedici anni e ci ho una storia con uno che mi piace tantissimo, mi piace tantissimo davvero e nella mia ingenuità adolescenziale di una che non ha ancora esperito la potenziale meschinità del maschio penso pure che me lo voglio sposare e stare con lui in campagna in mezzo alle pecore. Mi piace molto questo tipo che ci ha la cinquecento e mi canta le canzoni degli uddue accompagnandosi con la chitarra e mi chiama ca e io l’ho conosciuto già da diversi mesi e vorrei tanto diventare la sua fidanzata; è dall’estate che facciamo il tiremmolla abbiamo anche trascorso parte delle vacanze insieme poi è ricominciata la scuola e lui a scuola non ci va, no, perchè va già all’università, e mi viene a prendere con la cinquina davanti al cancello del liceo e io quando vedo la cinquina bianca e lui affacciato dal tettuccio mi squaglio, ecco che faccio, mi squaglio, e vorrei stare tutto il tempo con lui
MA
poichè questo non è il blog di Shakespeare e nemmeno quello di Checov c’è un problema, che non è che le nostre famiglie si odiano, che non è che lui deve partire per la guerra, che non è che c’è uno Iago nascosto da qualche parte nè un gabbiano che gli caga sulla camicia NO, il problema è molto banalmente che a lui piaccio io ma gli piace pure un’altra.
Ebbene si lettori e lettrici avete letto proprio bene questo tipo di cui ero follemente innamorata da adolescente aveva anni credo ventuno e ancora si dibatteva in dilemmi preadolescenziali tipo mi piacciono quattro ragazze penninchiostrecalamaio chi butteresti nel pozzo? chi nelle spine? chi nel letto dell’amore? e lei certamente ti risponderà così…
Insomma il ragazzo un pochino intrappolato in dilemmi ormonali mi vuole e non mi vuole o meglio non vuole solo me e allora per alcuni mesi finisce che, come si suol dire, ci frequentiamo. Ci abbiamo una storia. E però io arrivato novembre sono stufa perchè lo vorrei tutto per me. Questa è la verità. Ed è il grande intoppo nel quale è inciampato il mio comunismo interiore.
Allora un giorno non gli dico niente e sparisco. Ebbene sparisco e vado a Milano, che non ci ero mai andata, e vado a vedere il duomo proprio quello della pubblicità proprio quello che mia sorella aveva visto anni prima uscendo dalla metropolitana e io non l’avevo visto mai. Vado a Milano e Milano è bellissima. Ci sono tutte quelle cose che non ho visto mai e che ho sempre desiderato. I palazzi sono altissimi e la gente è tanta e incontrare qualcuno che conosci è davvero davvero difficile e le persone mi sembrano civili, ecco come mi sembrano,  mi sembra che se attraversi la strada sulle strisce si fermano, mi sembra che non urlano, mi sembra che ci sono gli autobus e addirittura i tram tutti arancioni ed è bellissima Milano ecco com’è, e c’è quella nebbiolina c’è quel grigio che mi fa finalmente sentire la protagonista di uno dei fotoromanzi che leggo su cioè. A Milano c’è tutto a Milano le persone non ti guardano se sei vestita diversa e spesso sono vestite ancora più diverse di te. Il diverso è uguale a Milano e ci sono gli artisti di strada che io non li avevo mai visti e le persone si siedono sulle scale del duomo e passeggiano e io penso che da grande vorrò per sempre vivere a Milano ecco dove vorrò vivere. Penso che me ne frego della profondissima quiete ove per poco il cor non si spaura. Voglio stare nell’uggia affollatissima di una città dove esiste la Rinascente.
Vado a Milano e sono giorni segreti il cui contenuto è ancora uno dei miei segreti più teneri e ho sedici anni e come al solito mentre sono lì, a sedici anni in mezzo all’uggia milanese, non penso ai pericoli potenziali che corro, penso solo che Milano è bellissima e che mi sento una sfigata a essere nata nella provincia di Crampobasso e che ci credo, se una nasce nella provincia crampobassana tutto quello che si merita è un innamorato che non sa se essere innamorato di lei o di un’altra.
Ma ho sedici anni e quelli sono i primi giorni milanesi della mia vita e mi sembra tutto magico e ovattato, e Milano mi sembra il mio risarcimento e il mio riscatto possibile. Di colpo la mia vita è piena di sogni realizzabili e mi rendo conto che avere sedici anni vuol dire che tra due anni potrò andare dove vorrò io e quindi forse addirittura a Milano a riscattarmi a prendermi quella vita che mi spetta altro che fidanzato in cinquina che mi canta gli uddue. Milano è la città della moda della musica della vita forse chissà anche del teatro perchè no, Milano è Milano voglio vivere per sempre in questo mondo di metropolitane e il sabato andare alla fiera di Senigallia sul Naviglio e sentire i ragazzi che parlano con quell’accento così esotico. Pochi giorni milanesi mi fanno fiorire dentro una voglia di vivere che mi rivolta tutta la tenera panzetta intestini compresi mi fa vibrare di sognabilità mi fa emozionare mi fa sentire che c’ho diritto anche io a prendermi la mia vita in mano che la vita non è solo quella classe schifosa marcia all’uscita dalla quale mi aspetta solo un fidanzato che è mezzo mio e mezzo di un’altra.

Poi dopo qualche giorno devo tornare a casa.
Allora torno a casa e mi porto dentro questa Milano che manco in un manifesto futurista, mi porto dentro l’esaltazione della macchina, la brillantezza della tecnologia, la velocità della metropolitana che passa alle ore comandate.
Torno a casa e tutto è come prima.
Il fidanzato a metà vistami sparire così d’improvviso si sente stanco e perduto. Mi dice che se voglio umilmente mi porge anche l’altra sua metà, quella che sempre mi aveva negato perchè avrebbe voluto darla all’altra. Io ci penso un po’, ma non troppo. E me la prendo.
Così diventa il mio fidanzato.
Poi dopo un annetto scarso lo lascio e succedono altre cose che stanno su una puntata di cioè che ho perso.

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Apr 22 2009

Mi sono spuntati i piselli.

Lo so. Negli anni sessanta e settanta, e forse pure negli anni ottanta e novanta, forse forse addirittura ancora adesso molte donne hanno sognato e sognano di poter gridare questa frase per rompere definitivamente il guscio della disparità. (E hai voglia a provare a spiegare a queste donne che non è così che si vince la disparità, esse sono convinte e in quanto donne, ahimè, testarde).
Ebbene, molte donne lo sognano e poche, pochissime, e soltanto dopo lunga e dolorosissima operazione chirurgica, hanno potuto davvero alzarsi un giorno e dirlo.

E invece io stamane fresca fresca mi sveglio e urlo eureka!

Mi sono spuntati i piselli!

Non uno, ma molti! Moltissimi! Due ordinate file di piantine verdi fresche felici e peperine, piantine con un certo tono insomma. Se ne stanno là al loro posto, tra i solchetti, piccole assai ma tenaci, alla facciaccia delle zucchine, che tutti mi avevano detto eh, le zucchine nascono ovunque e comunque, anche se hai il pollice nero, pianta le zucchine e vedrai che soddisfazione.
Ora, sarà che io le zucchine non è che le apprezzi particolarmente, sarà che preferisco le sorelle maggiori zucche, più dolci e versatili (s’è mai sentita una torta di zucchine e amaretti? no, ammettiamolo), sarà che nella mia gioventù di zucchine ne ho mangiate a quintali perchè erano facili da cucinare e costavano neanche poi troppo, insomma sarà che tra me e le zucchine non c’è un feeling particolare, fatto sta che di zucchine manco l’ombra.
Oggi mi sono sentita un pochino in colpa nei loro confronti, forse ho dato tutto il mio amore a piselli e pomodori, che ne so, allora mi sono dedicata qualche minuto a piantare nuovi semi di zucchina e verificare quelli vecchi (lo so, non si dovrebbe fare ma io nel mio orto faccio il tubero che mi pare, occhei?) dicevo ho sbirciato un pochino ed effettivamente qualche semino dei vecchi sta germogliando, ma timidamente. La zucchina è inibita dal pisello, ci ha l’invidia del pene anche lei.

I pomidori son lì che mi pare sopravvivano egregiamente, il vicino m’ha detto che devo dargli un po’ di rame sennò si ammalano. Menata la sentenza...direbbe mio padre. Ora mi tocca darglielo davvero, il rame, ‘chè il vicino mi ha fatto la jettatura. I cipollotti anche loro sono un po’ timidini. Me li sono cagati poco, è vero, ma d’altra parte oh, mica posso amare tutti allo stesso modo. Adesso mi dedico un pochino anche ai cipollotti e sono sicura che ne trarranno giovamento.
Infine oggi in uno slancio d’amore ho zappato finissimamente un solchetto che avevo lasciato vuoto e vi ho piantato semini di carota. Questa è un’esca, perchè vorrei verificare se ci sono ancora le amiche talpe nel mio giardino oppure no.
Da quando il gatto me ne uccise una facendomela morir di spavento non ne ho più viste in giro e non vorrei si fossero estinte. Mi dispiacerebbe assai. Dunque ho piantato le carote. Se c’è la talpa se la magna lei, sennò mi toccherà ciucciarmele io, le carote, tanto sono una capra e di verdura ne magno in quantità, soprattutto ora che ho deciso di fare la depurazione.

Poi data un pochino di acqua, lo so che in questi giorni ne è già venuta giù molta ma dopo la semina bisogna dare un po’ di acqua fresca ai semini che stanno facendo il loro primo sforzo vitale. Indi sedutami su sgabellino di legno che l’uudm ha appositamente posizionato per me, affinchè dopo aver lavorato alacremente il mio orto io possa sedere al suo fianco, osservarlo e zenmeditare, come ogni ortolana zen che si rispetti.

Meditato a sufficienza e mandato afflati amorosi al mio orto,
ora me ne torno alle faccende domestche femminili,
che con tutti questi piselli che ho posso anche permettermi di fare un paio di lavatrici
senza che la mia predominanza venga messa in discussione.

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Mar 29 2009

piove, governo ladro

Quando due anni fa venni ad abitare su questa collina guardai l’immenso giardino pensando che si, un giorno, forse, avrei potuto farmi un orto, ma allora proprio non era il momento.
Ho sempre abitato in case fornite di orto. Da piccola trascorrevo le giornate di giugno sgranando di nascosto i piselli freschi dell’orto di mia nonna e mangiandone fino ad avere mal di pancia. Oppure, quando arrivava luglio, ciucciavo pomodori oblunghi passeggiando tra i solchetti mentre il sole batteva a picco e i grandi facevano pisolini che mi sembravano infiniti. I pomeriggi trascorrevano sgranando favette e pucciando il pane in un piatto dove mi erano stati dispensati parsimoniosamente alcuni cucchiai di olio e un pizzico di sale.
Ricordo anche, molto più avanti negli anni, quando ero adolescente e già abitavo con le sorelle la casa, le lunghe e per noi divertentissime discussioni tra mia madre e mio padre, che ogni anno si ripetevano uguali a loro stesse, perchè mia madre piantava le patate e mio padre le tritava passandoci con la motozappa.
Poi arrivarono gli anni dell’università e con essi i sogni di vite comunitarie con immaginari compagni, l’autosussistenza l’isolamento e, di conseguenza, il fantomatico orto.
Sogno ben presto abbandonato perchè troppo mi piacevano la vita di città, lo spritz serale, la brezza primaverile che profumava le serate passate chiacchierando nel centro di Padaniacity, i vestiti svolazzanti mentre pedalavo nel centro storico verso nuove improbabili avventure al tramonto.
Quando poi mi ritirai in una casetta sul fiume, ancora a Padaniacity, si, ma un pochino appartata, provai a piantare le fantomatiche melanzane bianche di mia nonna. Purtroppo il padrone di casa non era d’accordo e dopo poco venne a rigirare la terra per spegnere i miei sogni contadini.
Così morirono i miei sogni di autosussistenza.
Per due primavere ho guardato la terra di questa collina resistendo a questo pensiero. No, l’orto no, per carità, che sbattimento, e poi basta con questi deliri veteroanarchici, io vado al mercatino del giovedì e la verdura me la compro dal contadino, tiè, facciamo così, evviva il chilometro zero, evviva il biologico e chi lo fa per me.
Ma alla fine quest’anno, complice anche quella malandrina di Alice che da lontano continua a incrociare il mio cammino, non ho potuto resistere.
Pomodori, zucchine, piselli e cipollotti di primavera, ecco di cosa sarà composto il primo orto della mia età adulta.
Sperando che smetta di piovere in un tempo ragionevole, che c’è da zappare, dissodare, fare i solchetti, seminare, innaffiare……

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Nov 06 2008

i topi

Published by lucilla under campagna

Ho sempre avuto un sonno leggero e agitato. Solo raramente riesco a staccarmi del tutto dal mondo del giorno. Il più delle volte i miei sogni sono popolati dagli innumerevoli “quello-che-dovrei-fare-domani”, o da fluorescenti e improbabili rivisitazioni di “quello-che-è-successo-ieri”. Ma soprattutto i miei sogni riflettono quello che il mio corpo percepisce nel sonno: se mi sta venendo la cistite magicamente farò un sogno premonitore, per cui appena sveglia riconoscerò i dolorosissimi sintomi e mi precipiterò a cercare una superstite bustina d’antibiotico o, se mi trovo in un periodo naturalista, comincerò a ciucciarmi goccette di placebo ogni dieci minuti per poi ritrovarmi dopo tre giorni con una devastante cistite emorragica. (Qualcuno rileva una nota polemica nei confronti della medicina omeopatica? nooo, amici, quanta malizia, vi state sbagliando, io la medicina omeopatica la amo e, soprattutto, la credo efficiente).
Ma ritorno ai sogni. Se devo fare la cacca sogno di fare la cacca in un immenso cesso senza porte dove, col culo all’aria e nel pieno della peristalsi, saluto amici, parenti e conoscenti che mi augurano di riuscire nell’impresa.
Se devo fare la pipì ovviamente sognerò di essere in un posto dove tutti i bagni sono occupati o, peggio, sognerò che qualcuno mi vieta di andare in bagno.
Se le mie orecchie, mentre dormo, rilevano qualche rumore, esso sarà prontamente inserito nel sogno.

E così da qualche settimana sognavo spesso ladri che entravano in casa e facevano rumore con le chiavi, facevano cadere malamente gli oggetti che trovavano all’ingresso, inciampavano, rotolavano. Una notte, svegliatami di soprassalto dopo uno di questi sogni, mi era parso di continuare a sentire il rumore. Terrorizzata, la mattina dopo avevo implorato il mio fidanzato di ricordarsi sempre di chiudere la porta prima di andare a dormire. (Devo ammetterlo, sarà che abitiamo in campagna, sarà che a casa nostra non c’è molto da rubare, noi dormiamo spesso con la porta aperta).
Il fidanzato, assai impressionato dal mio terrore e dalla mia convinzione, aveva acconsentito.
Ma i rumori continuavano.
Ieri mattina, mentre cercavo una mela, scopro che nel sacchetto dove c’era un chilo di castagne non c’è più nulla. Dico Amoremio, ma ieri ti sei cucinato le castagne e non me ne hai lasciata nemmeno una? Lui dice ma che sei matta?Ti pare che mi faccio le castagne di nascosto? E poi ieri sono rientrato tardi assai, ti ricordi? Eh, insisto io, eppure le castagne non ci sono più.

Silenzio.

Non ci sono più? Non ci sono più.

Forse i ladri hanno rubato le castagne? azzardo. Il mio promesso mi fa notare che, in questo caso, si tratterebbe proprio di morti di fame, più che di ladri. Effettivamente, ne convengo, l’ipotesi è per lo meno bizzarra.
Mi giro e mi rigiro per la stanza e in breve scopro che:
- la parte in plastica della latta dell’olio è stata completamente rosicchiata e ora la latta non ha più tappo
- il legno che sosteneva uno dei miei portacose è del tutto polverizzato
- alcune bucce di castagne giacciono sul pavimento
- il kiwi superstite porta i segni di minuscoli dentini che, evidentemente, non l’hanno gradito.

Immediatamente chiamo tutti i vicini per un consulto aggregato. Si procede ad un attento ascolto del mio racconto, dopo di che vengono rilevati i referti e il verdetto è unanime. Trattasi di topi.

Ora, sarà che ho da poco letto il racconto di Buzzati e sono terrorizzata dall’idea di finire schiava di una popolazione topinide, sarà che ho trascorso la mia infanzia spartendomi lo spazio vitale con i resistentissimi topi molisani, sarà che nella medicina alternativa ci credo poco, io ho agito immediatamente ricorrendo alla misura estrema:

le caramelle rosse

il topo le mangia, si sente soffocare e quindi cerca un pertugio per uscire fuori, all’aria. Qui muore a causa di un’emorragia interna. Sarà crudele, ma non ho mai detto di essere animalista. E se per caso tra i lettori c’è un animalista che vuole venire a catturare i topi in una maniera diversa è benvenuto, ma faccia in fretta.

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Mag 24 2008

alluvionati

Published by lucilla under campagna, precarietà

E’ successo tutto velocissimamente. Sabato pioveva. Domenica pioveva. Lunedì siamo tornati a casa. Pioveva. Piovevissima.
Siamo andati a dormire felici di esserci ritrovati. Mi sono svegliata alle setteeddieci, sono andata in bagno e ho provato ad accendere la luce. Niente. Ho pensato che fosse scattata la valvola. Sono scesa giù a farla ripartire. A un certo punto mi sono resa conto che avevo i piedi completamente immersi nell’acqua.

E insieme ai miei piedi c’erano tutti i mobili, la fisarmonica, i vestiti di aikido dell’uudm, lo stereo, i tappeti et cetera.

E’ stata una settimana impegnativa.
Oggi finalmente c’è il sole, e facciamo il bilancio dei danni.
Curiosamente, l’orologio della cucina s’è fermato alle sette e qualche minuto.

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Apr 05 2008

sintetiche considerazioni sull’esistenza

Published by lucilla under interni, campagna

nel giardino c’è una talpa
ogni tanto il suo musetto rosa sbuca tra i tulipani o le fragoline
poi, timidissima, se ne torna ai suoi affari rosicchiatori
noi fingiamo d’ignorarla per non porla in imbarazzo
nei nostri confronti,
del resto, pur abusiva, abita il giardino da ben prima di noi
e dunque, che rosicchi
senza troppa pena abbiamo rinunciato a piantare le carote

in questo modo nel giro di alcuni mesi la timidatalpa è divenuta
se non domestica
quantomeno irriverente
incauta
si spinge fino all’erbario nei suoi giri sotterranei
a volte si perde e la si ritrova, mesta
davanti alla casa, dove non c’è più terra ma solo sassi

nessuno la rimprovera
e lei solitaria ritrova lentamente la sua orba via

la vedevo oggi che vagava davanti alla porta
annusando universi sconosciuti
non mi preoccupavo
quand’ecco la gatta
attraversata in tutto il corpo dal fervente desiderio di mostrarmi
quant’è brava
(tutto per essere ammessa a banchettare in casa, diciamocelo chiaramente)
afferra la talpa con la zampina unghiata e la stringe
leggermente

la talpa timida orba incauta
non si preoccupa di controllare se il pericolo è reale
e immediatamente si regala alla morte
così, d’un tratto
incauta talpa morta d’infarto

la gatta ci rimane male
il giochino dura troppo poco
e a lei non resta che, mestamente,
depositarmi ai piedi il caldocadavere
dell’incautatalpamorta.

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Mar 17 2008

e io rinascerò

Oggi passeggiata. La passeggiata m’è necessaria in primavera più che in ogni altra stagione, poiché mi ritrovo puntualmente assediata dai pensieri, che dico assediata, allagata. Quest’anno più che mai mi sento come se dentro me ci fossero state un sacco di stanze e ora improvvisamente i pensieri, gli scoramenti, che stavano chiusi tutti in una stanzetta già di per sé piuttosto spaziosa ma evidentemente non ampia a sufficienza, hanno sfondato tutto con la loro forza ansiogena e la casa è stata tutta inondata. Non esistono più stanze, né divisori, protezioni, barriere.
Ovviamente il corpo l’anima e lo spirito tutti e tre ne risentono assai, mi trovo in preda agli scoramenti più scorati, il ginocchio mi duole e i pensieri affollano l’intestino, con la conseguente difficoltà a fare una cacca decente, ovvero se ne fa troppa o troppo poca.
Per evitare che il problema si aggravi e che i pensieri continuino a intasare i villintestinali ho fatto una passeggiata giù al fiume, non mi sono manco portata il lettore mp3, che volevo sentire i rumori della natura e simili menate.
Ma meno male, meno male che c’è la natura!!! Fiorellini rosa, e bianchi, e gialli, e verdini!!! Cagnolini simili a topini che si lasciano accarezzare le orecchie, uccelli che svolazzano e quadrifogli, e tarassaco e mentuccia, e margheritine di quelle bianche con le striature rosa, ed erbetta di tutte le varietà e di tutti i profumi, e acqua zampillante e terra argillosa e terra grassa, tutto questo ha popolato la mia passeggiata pomeridiana, passeggiata pensativa assai.
Difatti, dovevo pensare e ho pensato. Così, un poco in libertà, senza che i pensieri si sentissero costretti, erano lì, mi popolavano il panorama e mi sono sembrati addirittura un pochino meno terribili.
Chè il problema è che ci sono davvero dei ragionamenti da fare, ragionamenti dolorosiassai, ma non procastinabili oltremodo, non più. E non si sa dove mi porteranno, non si sa dove mi sveglierò, non si sa quale casa verrà costruita al posto della casa interiore che è andata distrutta, ma bisogno avere il coraggio di dire oi, qui è tutto distrutto, che cosa voglio costruire?
Eh, che cosa? Forse è giunto il momento di fare un ragionamento serio sul teatro, su di me nel teatro, sull’identità, la mia, e sul teatro, sulla necessità quasi congenità di essere ascoltata, necessità puntualmente delusa, mi pare, se guardo alla mia vita, su quanto per me il teatro abbia significato e significhi essere finalmente me, e non essere finalmente un’altra.
Ma questo, ammesso che sia così, e sto ancora domandandomelo, questo è poi così sbagliato?
E indipendentemente dal fatto che sia giusto o sbagliato, io, lucetta, ci ho ancora voglia di tutto questo? Ci ho ancora questo bisogno? Io, a quasi 30 anni belli suonati, dove mi metto?

Quante altre passeggiate dovrò fare?

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