Archive for the 'ricette' Category

Feb 05 2012

la gastronomia e l’arte di imparare a non far bruciare le torte

Oggi abbiamo fatto una torta.
Sono giorni che nevica su Bologna e io ho fatto appena in tempo ad arrivarci. Abbandonata la lucillomobile in un parcheggio qualsiasi, una sorta di cimitero di automobili trasformate in igloo, a piedi mi ero arrampicata fin sui colli ove sono ospite.
Questo accadeva oramai tre giorni fa.
Da allora la neve ha smesso di scendere solo quel tanto necessario per dare tempo al ghiaccio di solidificarsi.
Si sta bene dentro casa. Lavoro alle mie cose, più o meno serie, ogni tanto studio un poco di coreano, senza per altro riuscire a schiodarmi da pagina 52, quella sulla quale dovrei imparare i numeri dal 6 al 12, ma non mi lascio scoraggiare. Quando la noia linguistica diventa insostenibile mi dedico ad attività più piacevoli tipo guardare l’immobilità bianca e morbida che dilaga fuori dalle finestre, mentre gli uccellini mangiano le briciole che abbiamo messo sul piatto.
Lui dice che gli uccellini sono obesi e non avrebbero punto bisogno delle nostre briciole, però poi è il primo a sbriciolare i taralli. Forse in realtà gli uccellini obesi gli piacciono.

Allora oggi, dopo una settimana passata a pensare alle frittate bruciate, abbiamo fatto una torta.
Non ci siamo detti perchè, però abbiamo deciso di farla e tutto era chiaro.
Abbiamo preparato gli ingredienti perbene.
Le pere tagliate sottilisottili.
Lo zucchero.
Lo yogurt di prima qualità.
La farina, che non era abbastanza e allora siamo andati dai vicini, e siccome i vicini non c’erano siamo andati da quelli di sotto, e siccome in questo palazzo sembrava che non ci fosse nessuno siamo arrivati fino al secondo piano e alla fine eccoci con la farina, e il lievito e il resto.
Poi abbiamo cominciato a preparare la torta.
Il forno adeguatamente riscaldato.
Le uova sbattute una meraviglia.
A stento ci parlavamo, eravamo concentratissimi.
Era una questione privata, per ognuno di noi.
L’olio, versato a filo sullo zucchero.
Lo yogurt, e respiravamo piano piano e ci chiedevamo vuoi il cambio?
La farina, setacciata a mano dall’una mentre l’altro continuava a girare.
Tutto perbene tutto a posto.
Il lievito. Quanto ce ne andrà?
E poi la stesura dell’impasto.
Una meraviglia.
L’abbiamo guardata.
Era bellissima, e buonissima.
Era la nostra torta.

L’abbiamo infornata in un forno perfettamente a temperatura.

E poi siamo andati via.
Non so come sia successo, ma a un certo punto ognuno aveva delle cose importanti da fare.
Con leggerezza, ci siamo dati appuntamento e abbiamo abbandonato la torta.
Senza pensare che forse qualcuno ogni tanto avrebbe dovuto controllarla.
Senza pensare che avesse bisogno di essere accudita.

Ovviamente, il risultato è stato una torta bruciata.
La lezione che abbiamo imparato oggi è che le torte sono come le frittate.
Ma siccome la nostra torta, nonostante una bruciatura in superficie, è buonissima, abbiamo pure imparato che a volte si può migliorare.
Ma forse la propria natura non può essere cambiata.
Piccoli miracoli della psicoanalisi da cucina.

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Gen 27 2012

Alessia e la teoria delle frittate

Arrivata a casa subito mi sono infilata in una serie ininterrotta di racconti chiacchierate incontri e vari aggiornamenti con amiche e amici che tanto mi sono mancati. Intenso e dirompente scoprire che esistono persone con le quali ti guardi e sembra che tu sia andata via ieri l’altro e non cinque mesi fa. Allagante scoprire che non sei scomparsa e gli amici e le amiche ancor ti amano ancor ti ascoltano ancor si raccontano ancora hanno spazio per te. Emozionante riprendersi lo spazio riprendersi le persone riprendersi gli abbracci, gli abbracci, i corpi il calore gli sguardi.
Durante una di queste chiacchierate fittefitte Alessia iersera mi ha esposto la sua rivoluzionaria teoria culinario-sentimentale, riassunta nel teorema:

La capacità di una persona di far riuscire una bella frittata compatta
è direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire le relazioni

Chiaro che all’inizio ti viene un po’ da ridere e da pensare che Alessia sia un tantino sbroccata o che abbia problemi con le frittate o semplicemente non sappia cucinare. Oh, ce ne sono moltissime, di persone che non sanno cucinare, mica è un dramma. Poi ci pensi un attimo, fai un’indagine su un campione rappresentativo della popolazione e scopri che il teorema è

i n e q u i v o c a b i l m e n t e
vero.
Chi non sa fare le frittate in genere ha una vita sentimentale quanto meno complicata.
Le incapacità e le mancanze possono essere le più disparate, per esempio ci si intestardisce col fare una frittata con poche uova in una padella troppo grande o viceversa, l’olio non è quello buono, la pentola non è adatta, i tempi sono sbagliati, non si è in grado di valutare lo stato di cottura e di preparazione della frittata, ci si fa prendere dal panico nel momento del fatidico giramento e via discorrendo.

Ma prendiamo me. Io le frittate non le so fare. Mi vengono leggermente bruciate sotto, spesso un po’ crude dentro e soprattutto, nel momento del giramento, si sfracicano. Quindi mi viene l’ovo strapazzato, altro che frittata. Che potrei essere un’ottima cucinatrice di ovi strapazzati, non c’è che dire, ma il fatto è che il risultato ambito era la frittata, mica l’ovo.
I motivi per cui non mi vengono le frittate sono due: punto primo, spesso le metto sul fuoco e me ne vado. Non per sempre, eh. Non è che me ne vada per sempre.
No, me ne vado per un po’.
Di solito se abbandono temporaneamente la frittata è perchè ho delle cose IMPORTANTISSIME da fare, insomma non è che piglio e abbandono così, no, ho le mie motivazioni, ma questo alla frittata non interessa, essa è abbandonata e continua il suo processo di cottura senza di me. Dunque si brucia. E quando torno e dico ma scusa non potevi aspettare un attimo? La frittata non è più nemmeno in grado di rispondere perchè è definitivamente bruciata. Andata. Morta. Rovinata. Il pasto è compromesso, la nutrizione fustigata, l’alimentazione deprivata. Avrebbe potuto essere la frittata più bella e soddisfacente della mia vita, invece  è un cadavere rinsecchito.
Ma mettiamo che io non me ne sia andata. A volte non me ne vado. Mi impongo di rimanere vicina alla frittata e controllare con dedizione lo stato dell’arte, coccolarla, accudirla eccetera. Oppure me ne vado ma torno quando la frittata è ancora in uno stato decente. Essa cresce che è una meraviglia, prende colore, si gonfia, una bellezza, una soddisfazione.
Ebbene.
A quel punto entra in gioco il secondo errore. La maledetta fretta. Perchè la frittata va girata. E io nel momento del giramento mi faccio prendere dal panico, non riesco ad affrontare la crisi rispettando i tempi, no, devo risolvere tutto e subito, e allora comincio a sfarfugliare, a produrmi in acrobazie di gesti inconsulti, e la frittata finisce tutta sfracicata.
La fretta.
Maledetta lei.

Compiuta questa analisi mi domando: ma se io mi esercito sulle frittate, se comincio a fare frittate a manetta fino a quando non mi vengono alla perfezione, migliorerò anche la mia capacità di gestire le relazioni? Alessia non è stata in grado di darmi una risposta.
Io, per il momento, evito accuratamente di avvicinarmi ai fornelli.

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Gen 07 2008

ancora spleen

Seggo sul trono d’onore nella internetprovvista biblioteca del paese. Ero venuta in centro a piedi, munita delle migliori intenzioni alimentari, in cerca del banco del pesce. Il lunedì c’è il mercato, e c’è pure un bellissimo banco del pesce dove compro le mazzole e le faccio in zuppa, ovviamente coi tubetti. Ma questa, come alcuni sanno, è un’altra storia.
Invece il banco del pesce non c’è. Tzè, punita. Dove sei, pisciaiuolo mio? Ambivo soltanto a una zuppa di mazzole e tubetti, mica volevo rombi o scampi o cose similmente pregiate! Per due mazzole potevi pure farti vivo, e io avrei cucinato il manicaretto al tubetto per il mio uomo e avremmo pranzato insieme dicendoci quanto buoni fossero i tubetti.
Perchè anche l’uudm ama i tubetti. Sapevo che non poteva essere diversamente.

E adesso mi toccherà ripiegare su un risotto alle zucchine. Come inizio di settimana non mi pare proprio ottimo.
E’ che c’ho una palla di piombo nello stomaco, una palla imperscrutabile, nè duttile nè malleabile, una palla la cui natura non m’è dato di conoscere. Cerco di fare delle analisi razionali, cerco di dirmi è per questo è per quello, poi passa, cerco di distrarmi, ma essa permane. Forse sarebbe stata sciolta dai tubetti, ma il pisciaiuolo m’ha tirato lo scherzetto.
E ora mestamente m’avvio verso la strada del ritorno.

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