Archive for the 'consumo sostenibile' Category

Mag 13 2012

el cuarto de tula

10 maggio 2012 ore 9.55

 

Cuba è un nero all’imbarco che veste un elegantissimo completo gessato sul grigio, elegantissimo sì, ma a maniche corte. Non avevo mai visto un due pezzi a maniche corte, con tanto di rimbocco e doppiopetto che esplode sopra la camicia rosa pallido.
Cuba sono i cappelli pieni di stemmi e disegnini, e donne che pregano durante il decollo, però ridendo e sottolineando che sì, è dio che aiuta i piloti, ma loro sono proprio bravi, non c’è che dire.

Cuba è un viaggio in cui piano piano mi rendo conto che non ho obiettivi, non ho datori di lavoro ad aspettarmi, non ho appartamenti in condivisione da cercare. Non ho bagagli pieni del necessario per mezza vita, non ho diari da riempire non ho compiti da svolgere.

Cuba è la sensazione di leggerezza e straniamento che mi pervade quando comincio a sentire che questo viaggio è una tregua, che posso sorridere, parlare, sbagliare la pronuncia dello spagnolo e mescolarlo al portoghese, bere un caffè contravvenendo a tutte le mie regole perchè sì, in fondo sono in vacanza e se stanotte non dormo chi se ne frega.

Cuba è l’arrivo, trentuno gradi all’ombra e una guardia che mi domanda se so già cosa fare questa sera, il bagaglio che ci mette un’ora ad arrivare ma non ho fretta, e allora mi guardo intorno e vedo turisti e vedo cubani e li mescolo e li confondo, e va bene, va bene.

Cuba è Richetto che m’aspetta all’uscita dell’aeroporto, uguale a sei anni fa però con qualche capello bianco, e anche io uguale a sei anni fa ma con le rughe, lui ride, io rido, ci abbracciamo e ce lo diciamo, cazzo, sono passati sei anni e in fin dei conti adesso è molto meglio.

Cuba sono le spiegazioni di Richetto davanti agli almendrones, i taxi collettivi, e la città che lentamente prende forma mentre ci allontaniamo dall’aeroporto, le piantagioni di manghi e banane, qualche capra e signore che ai semafori ti domandano se puoi dar loro un passaggio.

Cuba è farmi il letto nella mia nuova stanzetta e bere un bicchiere d’acqua di fronte al parco, vestirmi di bianco e piazzarmi in questa casa mentre gente sconosciuta continua ad arrivare e Richetto offre a tutti birra o succo di frutta nel suo spagnolo un po’ romanesco e un po’ portoghese.

 

Cuba sono io, oggi, che metto su Cesaria Evora, e non capisco che giorno è, ma non importa.

 

 

11 maggio, ore 9.00

 

Un ragazzo in calzoncini e canottiera passa di casa in casa lanciando il quotidiano al di là del cancello.

Il quotidiano è composto di due sezioni, la rossa e la blu. Quest’ultima, juventude rebelde, è dedicata ai giovani e porta in prima pagina un articolo sulla Palestina.

Ieri sera sono andata a fare un giro con Gigi e su un grosso cartello ho letto “rivoluzione è non mentire mai e seguire i principii etici”.

La panetteria si chiama Victoria. All’ingresso troneggia un grosso murale di Che Guevara. La signora, capelli bianchi lunghissimi e pelle chiara, si lamenta perchè il negozio, nonostante i suoi sforzi, è sempre sporco.

Adesso mi getterò tra le braccia di Havana Vieja. Speriamo bene. Il mio spirito di viaggiatrice è ancora un po’ addormentato.

 

11 maggio, ore 18.00

 

Il mare di fronte a noi è caldissimo. Gigi e io siamo seduti sul mio asciugamani turco, lo stesso che si è fatto innumerevoli turnè, bagni sul lago Trasimeno e al Conero. Tira vento e io mi sono fatta il primo bagno di questa stagione senza tuttavia riuscire a nuotare, perchè la corrente spinge oltre la curva del golfo. Un mare così caldo io non l’avevo provato mai. Mi pare di stare in una piscinetta termale. Gigi sembra uscito da un film di Nanni Moretti e mi aspetto che da un momento all’altro mi dica “andiamo a vedere l’

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Set 03 2011

una lucella a Seoul: da dove viene il buco nell’ozono

Ebbene, sbarcata in Corea da meno di tre giorni, ho già potuto fare una scoperta eclatante: il buco nell’ozono ha origine qua, nel cuore dell’Asia asiaticissima, attorno al trentottesimo parallelo. In Corea il problema energetico non esiste. E’ tutto una lucetta, tutto un pulsante d’accensione. L’aria condizionata è financo in ascensore e quando vai a vedere le case le discriminanti sono: asciugatrice si/no, aria condizionata si/no. Per non parlare del rice cooker, della chiave elettronica e di tutta una serie di marchingegni che, ammettiamolo, contribuiranno pure ad allargare il maledetto buco, però sono comodissimi e ti fanno sentire una gran figa.
Seoul è tutta un luccichio tutta un brillio, eppure non è caotica come Bangkok, i coreani non si toccano non si guardano non parlano ad alta voce, men che meno nei luoghi pubblici, e appena arrivata ho beccato un taxista filosofo che ha voluto darmi la prima infarinatura di confucianesimo: i giovani che si baciano in pubblico sono assai disdicevoli, come pure è disdicevole dire di no ai genitori, per qualsiasi cosa. I figli devono imparare il rispetto, essi sono come dei piccoli alberelli che vanno raddrizzati dai primi mesi di vita. Roba che io per un attimo ho pensato che il jetlag mi avesse dato le allucinazioni.

Ma ecco, saranno stati i festeggiamenti megagalattici del pre-partenza, sarà che mi pare di avere troppe cose da fare e troppo poco tempo, sarà che quella del jetlag è una questione per esseri umani normali, e non per superantieroine come me, io dieci ore dopo essere sbarcata a Incheon International ero già di fronte al mio boss, pulita pettinata e sorridente, pronta a divenire la stagista più rivoluzionaria della storia degli stage. Al momento non si capisce bene che cosa io debba fare, ma qualcosa mi inventerò. Per adesso semino germi d’intelligenza chiedendo ai miei superiori (praticamente tutti, a parte l’altra stagista, che ho nominato mia attendente ma che però non è ancora arrivata) di illuminarmi su argomenti di alto valore sociopolitico tipo: la condizione delle donne, la posizione del presidente rispetto a questo o rispetto a quello, la famiglia in Corea, la tradizione, i giovani etc. Essi elargiscono profondissime considerazioni che io, confucianamente riconoscente, conservo per i tempi in cui scriverò un libro sui luoghi comuni nel mondo.
Tra le varie cose piuttosto divertenti c’è il fatto che non ho la password per accedere alla zona riservata, dove però c’è la tualèt, e quindi ogni volta che devo andare in bagno vado dal carabiniere e domando se gentilmente non mi possa aprire. Egli, sorridendo, si erige a guardiano della mia vescica e struca il boton. Finalmente abbiamo trovato un carabiniere che fa una cosa utile.

Seoul, chi l’avrebbe detto che ci sarei arrivata. Grattacieli di cinquanta piani svettano ai lati di decadenti quartieri di casette di mattoni e vetro con i tubi rotti e a vista, limousine superano decine e decine di carrellini di fritture indescrivibili, fuori dalla megagalattica metropolitana t’attende il venditore di popcorn dolci e riso soffiato, mentre la signora di turno ravana nell’immondizia alla ricerca di sai tu che cosa. E siccome Lucilla è pur sempre Lucilla, anche a Seoul, già ieri mi sono prodotta in un audace viaggio in motorino nel mezzo di Itaewon, uno dei quartieri più decadenti, incasinati e allegri della città. Scrivo, quindi sono viva. Ma è un miracolo.

Ma ecco che adesso mi sento che le forze m’abbandonano e voglio ritirarmi sul mio futon, domani girerò ancora alla ricerca di una casa, e lunedì si comincia il lavoro vero, travestita da diplomatica internazionale. Altre cose vorrei dire altre cose vorrei fermare ma ho sonno e mi viene in mente solo la mia faccia allibita quando, questa notte, sono entrata nel mercato notturno e ho capito che un europeo non ha la benchè minima idea di cosa sia lo shopping vero. Di fronte alle cattedrali di bancarelle e negozi della Seoul notturna persino il mito di Londra si sgretola miseramente, e presto ho capito che qui, quest’inverno, scoprirò cosa si indosserà nella vecchia Europa tra un anno o due. Certo, potrei riciclarmi come indovina.
Ho sonno.
Chiudo gli occhi, vedo luci lucine e lucette, sento profumini di frittura e di carne alla griglia misti alla puzza delle fogne, e prima di addormentarmi penso che sarebbe bello poter dividere tutto questo con qualcuno a cui voglio bene, poterne ridere e potersi anche indignare.
Invece me lo tengo per me, con un po’ di tristezza e pure un po’ d’orgoglio.
Sbadiglio, e buonanotte.

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Mar 26 2011

io reclamo il diritto all’assemblea (guida intergalattica per attivisti, intervallo)

mi sveglio ore 1137 e ci metto quattrominutiquattro a capire dove sono. le passo in rassegna tutte, casa dell’Annina casa dell’Ale casa di qualche amante che non saprei proprio chi oddio forse un amante nuovo? ah no cazzo sono a Roma ecco si a Roma ma a Roma dove? la nebbia alcoolica si dirada lentamente ed appaiono fumose le lettere che compongono il nome di Simo. Mi rincuoro. Sono dal Simo e non ho dormito da nessuno strano soggetto trash conosciuto questa notte al San Papiers.

Allora ecco andiamo con ordine, 25 marzo ore nove esco di casa per andare a prendere la macchina e sul tragitto ti incontro il vecchio mortadellone Prodi che fa jogging attorniato da sudatissimi e muscolosissimi giovinotti, penso mi porterà fortuna e invece tiè, arrivata alla macchina mi casca lo specchietto laterale, mannaggiapprodi, perdo quasi mezz’ora a riattaccarlo col bostick.
Ore novevventinove sbarco nel cortile del tippiò e ci sono Superfla in versione giovanissima, Laceci Mino e Glorietta che ha perso il treno e meno male che dovevamo partire pure noi.
Pronti.
Partiamo ed è un viaggio allegrissimo fatto di gossip e segreti e canzoni e dove cazzo starà virginredio e metti radio subasio che io sono cresciuta con quella e gli ottottotre e Mino che dice basta perchè non ne vuole sapere delle dimensioni dell’organo genitale dei nostri amanti. Arriviamo a Roma e io subito impananicatissima che mi dico no non ce la potrò fare assolutamente a guidare in questo burdell e allora mi metto a urlare fuori dal finestrino uagliù fatemi passare che vengo da crampobasso e nella mia vita ho visto solo mucche e pecore in mezzo alla via. Mi trasformo in una pilotessa con l’aiuto dei quattro navigatori, obbligo Lafla a rivestirsi immediatamente che si era tutta spogliata e a mio parere qui con questo caldo primaverile è un attimo, ti entra uno spermatozoo dal finestrino e sei bella che fregata.

Siamo alla Sapienza, l’assemblea sta cominciando oraora e ci sono tutte e ci sono tutti, dall’Italia intera da ogni parte dello stivale chi stanco chi meno chi preoccupato chi entusiasta, ci siamo e lo sappiamo che è importante, l’aula è gremita io mi guardo intorno ci sono persone arrampicate sui davanzali e mi sembra davvero una tavola di Paz. Io vedo attorno a me persone che ho conosciuto in queste settimane di turnè ed è bellissimo riconoscerle ed avere una piccola idea dei loro luoghi dei loro sbattimenti quotidiani dei loro spazi delle loro questioni. Mi sembra una cosa grande riconoscere queste persone e abbracciarle e avere il senso della casa in questa grande aula qui alla Sapienza che io è la prima volta che ci entro.

Ma ecco la diretta da Global va ancora sul grande schermo e io invece me ne devo andare è arrivato un compagno dal Sans Papiers, avventurosissimo ciclista urbano, piccolo eroe di questa Roma incasinatissima che mi piglia e mi porta direttamente al centro sociale con tutta la pazienza necessaria per sopportare una lucilla cecata e un po’ nervosa causa traffico del finesessimanaromano.
Ci siamo. Subito mi metto a montare le mie cose e conosco finalmente i compagni e le compagne di questa radiosonar che trasmette sul web proprio dalla capitale. Mi mostrano orgogliosi lo studio della radio e montano subito lo striscione di radiokairòs che stasera c’è la grande battaglia trash tra i nostri diggei e i loro, io non vedo l’ora.
Tecnici spettacolari mi aiutano a montare anche questa volta lo spettacolo che racconta la mia vita, OTTO, maledetta invettiva contro questa stronzissima precarietà,  proviamo fino a che non siamo sicuri ma poi intanto la gente è arrivata sono le undici c’è pure Fabiett in versione guardia del corpo dell’attrice nonchè delegato del Simo che è collassato in casa e non sa che cosa si perde.
Sono sul palco.
Mai come questa sera ho fatto lo spettacolo pensando di raccontare davvero la mia vita a persone che sono diverse e uguali, persone che come me ogni giorno si sbattono tra un lavoro e una marchetta mai come oggi elencando la serie infinita di violenze che vivo ogni giorno ho pensato che chi ascoltava potesse capirle e infatti quando arrivo al pezzo in cui parlo della maledetta telefonata dei genitori non ce la faccio e mi viene da commuovermi, mi viene da piangere e da ridere, non posso proprio andare avanti e la gente lo capisce, questa commozione diventa un grande applauso e io mi rincuoro penso che no non sono sola davanti alle telefonate coi genitori  che sono sempre le stesse pure adesso che ho trentadue anni e ogni giorno non so che cosa rispondere a queste surreali domande.

Finisce lo spettacolo e io mi prendo tutti gli applausi perchè penso che cazzo me li merito che questa è resistenza questa è lotta penso che anche se ci sono tutti quelli che gli spettacoli non me li fanno fare, anche se ci sono tutti quelli che mi snobbano perchè non sono sufficientemente innovativa, per ognuno di quegli stronzi c’è uno spazio un centro sociale dove posso andare a raccontare la storia mia che è poi la storia di tutti gli altri. Penso che un giorno OTTO non lo farò più, e mi mancherà. Ma è solo un attimo perchè già la grande battaglia trash tra kairòs e sonar è cominciata ci sono Parente e LaBrunette direttamente da Napoli, subito la musica si trasforma in calore e sudore teste e piedi si dimenano sorrisi e attorno a me improvvisamente vedo tutt* * compagn* che c’erano in assemblea, stanchi dopo una giornata di viaggi e discussione eppure felici perchè domani sarà una grande giornata e perchè pure oggi è stata una grande giornata e perchè stasera questa danza è il momento della gioia prima di un’altra giornata sulla strada a chiedere i nostri diritti.

Da lì a ritrovarmi stamattina a casa di Simo non so bene com’è andata ma ricordo l’abbraccio con Sgab e la grande tristezza nel pensare che partirò senza andare alla manifestazione sull’acqua. Penso alla Ba e a tutta radio Sherwood che era là e che non ho salutato, penso che tornerò a Roma presto prestissimo e sarà di nuovo come essere a casa.

Penso che è difficile. Penso che ha ragione Lafla quando mi sussurra cose importanti tra i banchi dell’aula magna e mi dice di non crucciarmi troppo che è la norma. Penso che è troppo troppo facile tirarsene fuori. Penso che ci vuole coraggio. Penso che è un bell’atto di egoismo e stupidità fingere che questo movimento non esista soltanto perchè “non è pervasivo come il nostro 68″ o “non è radicale come il nostro 77″ o “non è dirompente come la nostra pantera”. Penso che chi dice queste cose, in fondo, ha paura che altri ed altre riescano dove lui/lei ha fallito.
Questo penso, e già sono col Simo e Fabietto verso una bistecca al sangue prima di arrivare a Bologna dove di nuovo farò OTTO per le superdonne del Fuoricampo e sarà di nuovo gioia, lo so.

Io, a trentadue anni suonati, ho imparato ad avere il coraggio di non tirarmene fuori.

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Mar 29 2009

piove, governo ladro

Quando due anni fa venni ad abitare su questa collina guardai l’immenso giardino pensando che si, un giorno, forse, avrei potuto farmi un orto, ma allora proprio non era il momento.
Ho sempre abitato in case fornite di orto. Da piccola trascorrevo le giornate di giugno sgranando di nascosto i piselli freschi dell’orto di mia nonna e mangiandone fino ad avere mal di pancia. Oppure, quando arrivava luglio, ciucciavo pomodori oblunghi passeggiando tra i solchetti mentre il sole batteva a picco e i grandi facevano pisolini che mi sembravano infiniti. I pomeriggi trascorrevano sgranando favette e pucciando il pane in un piatto dove mi erano stati dispensati parsimoniosamente alcuni cucchiai di olio e un pizzico di sale.
Ricordo anche, molto più avanti negli anni, quando ero adolescente e già abitavo con le sorelle la casa, le lunghe e per noi divertentissime discussioni tra mia madre e mio padre, che ogni anno si ripetevano uguali a loro stesse, perchè mia madre piantava le patate e mio padre le tritava passandoci con la motozappa.
Poi arrivarono gli anni dell’università e con essi i sogni di vite comunitarie con immaginari compagni, l’autosussistenza l’isolamento e, di conseguenza, il fantomatico orto.
Sogno ben presto abbandonato perchè troppo mi piacevano la vita di città, lo spritz serale, la brezza primaverile che profumava le serate passate chiacchierando nel centro di Padaniacity, i vestiti svolazzanti mentre pedalavo nel centro storico verso nuove improbabili avventure al tramonto.
Quando poi mi ritirai in una casetta sul fiume, ancora a Padaniacity, si, ma un pochino appartata, provai a piantare le fantomatiche melanzane bianche di mia nonna. Purtroppo il padrone di casa non era d’accordo e dopo poco venne a rigirare la terra per spegnere i miei sogni contadini.
Così morirono i miei sogni di autosussistenza.
Per due primavere ho guardato la terra di questa collina resistendo a questo pensiero. No, l’orto no, per carità, che sbattimento, e poi basta con questi deliri veteroanarchici, io vado al mercatino del giovedì e la verdura me la compro dal contadino, tiè, facciamo così, evviva il chilometro zero, evviva il biologico e chi lo fa per me.
Ma alla fine quest’anno, complice anche quella malandrina di Alice che da lontano continua a incrociare il mio cammino, non ho potuto resistere.
Pomodori, zucchine, piselli e cipollotti di primavera, ecco di cosa sarà composto il primo orto della mia età adulta.
Sperando che smetta di piovere in un tempo ragionevole, che c’è da zappare, dissodare, fare i solchetti, seminare, innaffiare……

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Mar 23 2009

La Spezia città aperta

Insomma eccomi ritornata da una delle mie microturnè monodata in giro per lo stivale. Iersera mi trovavo, prima volta nella mia ormai non tanto breve vita, a La Spezia, cittadina davvero singolare sita tra una montagna a strapiombo ancor carica di neve e un mare verdeblu. Il tempo diceva ehi è primavera alla facciaccia vostra. Ho financo fatto passeggiatina pomeridiana sul lungomare insieme alle vecchiette spezine tirate fuori dall’ibernatore per l’occasione e parzialmente decongelate. La città era quieta e aveva un non so che d’altero, diversassai dalla Genova del porto che ricordo, eppure nel centro storico sono bastati pochi volantiniattaccati sui muri e migliaia di coloratissimi panni stesi impudicamente fuori dalle finestre a farmi ritrovare l’aria di un popolo antico, che non si arrende, che è abituato a vedersela col mare e quindi figuriamoci se si fa mettere i piedi in faccia dal potere.
E questa è La Spezia come l’ho vista io, rintanata in una delle succursali del mio mondo ideale, come sono state la libreria Shakespeare a Parigi e il tropicanza a Padaniacity e la casa dei papini a Milano. In questo caso la succursale del mio mondo si chiama Loggia de Banchi ed è un posto dove tutti voi lettori lettrici dovrete prima o poi mettere piede, un posticino piccoletto e tenerello che sbuca in una piazzetta anticassai, un posto dove un’animella tribolata può trovare buon vino, chiacchiere impegnate o disimpegnate con Giacomo o anche le stupefacenti tagliatelle alla bottarga con ingredienti segreti di Sara, e poi ecco tra una birra artigianale, una tisana del commercio equo e una torta della mamma di Giacomo uno si vede il mio spettacolo o un concerto o un’altra cosa a volte addirittura si fa il cineforum come ai vecchi tempi che io, personalmente, rimpiango con fierezza.
Insomma che serata che serata in questa loggia de banchi, ho pure trovato Diego un gentil cavaliero che per l’occasione si è trasformato in fonico e così lo spettacolo è filato quasi liscio, ci ho aggiunto pure un pochino di cose nuove, gli spezini paiono aver gradito anche se hanno riso in momenti davvero inaspettati e questo mi fa pensare che, davvero, il senso dell’umorismo cambia a seconda del punto dello stivale in cui mi trovo e forse forse dovrei, potrei essere in grado di aggiustare un pochino lo spettacolo ogni volta che mi sposto….mmmmm…..
ma insomma la serata mica è finita dopo lo spettacolo! NOOOOO!!! Lunghe ore passate discorrendo come si fosse vecchi amici di argomenti anche scottanti ahimè insomma financo di politica, scambiando opinioni, scoprendo con felicità che esistono ancora persone con delle opinioni, certo magari se ne stanno nascoste ma io ogni tanto le scovo.
Poi ancora quando il nuovo giorno era arrivato sono stata condotta a dormire in un posto davvero davvero allucinante mai mai avrei pensato di fare una cosa del genere e invece ho dormito dentro una chiesa evangelica! Si chiaramente non nella chiesa ma nella foresteria ma è stato tutto così surreale che stamane quando sono uscita mi sono fermata alcuni minuti a commentare l’immensa scritta “la casa della buona novella” (non so se fosse proprio questa la scritta ma insomma, rendo l’idea)che troneggiava sul gigantesco edificio chiaro.
Comprato focaccia spezina e tornata di buonumore qui sulle colline pensando oh meno male che ogni tanto casco in questi angoli di felicità, meno male che ogni tanto oltre alla fatica alla miseria oltre agli inganni oltre alle lamentele oltre a tutta la merda insomma c’è una loggia de banchi da qualche parte uff, che sollievo.

(tanto per citare un dato numerico, che in questi tempi vanno tanto di moda i numeri, ieri erano sette anni sette che giro per l’Italia cercando palcoscenici, chi l’avrebbe mai detto che avrei tenuto duro così a lungo)

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Mar 21 2009

ricordi sparsi sulla scia di un malaticcio delirio in tardo venerdì

Mia mamma mi racconta spesso che quando era giovane lei, quando faceva l’università a Napoli e si vedeva di nascosto con mio padre, di nascosto perchè i suoi (e qui non si capisce mai se i suoi erano quelli di lei, quelli di lui o tutti e quattro) non volevano, quando mia madre stava all’università e mio padre viveva in una monostanza in piazza del Gesù coi soldi del presalario-che-lenin-lo-protegga, ogni settimana nei quartieri passava il pisciazzaro, tu gli davi la pisciazza e lui in cambio ti dava il sapone. E guai ad allungare la pisciazza con acqua! Il pisciazzaro se ne accorgeva immediatamente, forse olfatto forse vista forse il famoso sesto senso, e il sapone non te lo dava, la tua pisciazza annacquata te la potevi pure tenere.
Altre volte mi racconta che quando era più piccina ancora, se per caso aveva compiuto un atto meritevole, cosa che accadeva davvero di rado, la mamma ovvero mia nonna la spediva all’alimentari a comprare dieci lire di cremalba. Questa cremalba pare fosse una progenitrice della nutella, una specie di crema dolce alla nocciola che veniva venduta però a peso e messa nella famosa carta oleata, la stessa che ha avvolto tutti i panini della mia infanzia lasciando sempre una sensazione di unto e mortadella ai pistacchi sulle mani.

E a questo pensiero immediatamente si collega un ricordo mio personale, anno 2001, io e la mia amica-compagna-collega-confidente-Alice ci eravamo messe in testa di fare un lavoro speciale sul commercio equo e solidale. Ancora mi ricordo che l’esame era metodologia della ricerca sociale, un esamone di quelli che ti domandi perchè hai fatto l’università, ma intanto ci aveva preso bene e poi era l’anno in cui tutti gli amici e le amiche erano fuggiti in erasmus, maledetti loro. E fuggiti in erasmus erano pure i nostri allora fidanzatini, entrambi in paesi francofoni ed entrambi mai più tornati come prima ma, infine, entrambi rimasti vicini vicini all’una e all’altra in tutti questi anni seguenti, in un modo o nell’altro. Insomma noi vedove bianche trascorrevamo quell’anno di solitudine cercando di macinare esami più in fretta possibile, correvamo pedalando sulle nostre biciclette sgangherate di settima mano da una parte all’altra di padaniacity cercando di non perdere una lezione che fosse una, e quando l’una proprio non riusciva a macinare una cosa si faceva un gruppo di autoaiuto e in qualche modo la sfangavamo. Non che andassimo d’accordissimo anzi direi che per trovarci appieno ci sono voluti moltissimi scornamenti reciproci e reciproche ammissioni di colpa o debolezza o riconoscimenti di potere. E insomma un giorno ci imbarchiamo in questa storia del commercio equo.
Ora lettori miei, voi vi ascoltate cater pillar, voi andate alla coop e trovate la coopella, crema spalmabile alla nocciola, equa solidale e molto più buona dell’originale, voi andate alla gs e comprate le banane e gli ananassi solidali e saporiti, voi, sono sicura, ogni tanto andate anche in una così nomeata bottega del mondo per fare i vostri acquisti. Voi, lettori miei, educati da questi anni di radio due, partecipate a m’illumino di meno, i più sgaggi di voi hanno l’adesivo sulla bici o il disegnino sul blog, ecco, lo so, voi siete dei lettori emancipati altrimenti non sareste qua. Però sono convinta che nel 2001 la maggior parte di voi avrebbe risposto alle nostre interviste con dei vaghi boh e mah, quando non con un vai a cagà.
Ebbene diciamolo, otto, nove anni fa, noi del commercio equo e solidale eravamo degli sfigati, qualcuno pensava che fossimo scout, altri che fossimo crocerossine, e quando io e la mia amica Alice facevamo le interviste nel centro di padaniacity i pochi che si fermavano ammettevano candidamente di non sapere di che cosa si trattasse.
Gli altri si dividevano nel gruppo del “scusa non ho moneta da darti”, nel gruppo del “no non voglio comprare niente” e nel gruppo del “non ho tempo”. Diversi i non pervenuti.
E noi imperterrite a macinare interviste e a trascinare gente dentro questo progetto folle che alla fine andò avanti tutto l’anno accademico e a me mi procurò pure, diversi anni dopo, un lavoro per anni due nientepopodimenoche nel consorzio di certificazione.
Ma intanto se penso a questa cosa è perchè mi ricordo ancora una volta di quei giorni passati a macinare chilometri in bicicletta, i giorni della firma obbligatoria a lezione, quelli degli esami passati studiando in aula studio fino alle sette e poi dopo cena, i giorni degli appunti controllati in mensa, quelli del corso di economia delle imprese editoriali che seguivamo in otto, i giorni del libro di marketing che costava uno sproposito.
Che freddi che freddi gli inverni a padaniacity soprattutto quando pioveva e tu dovevi andare in ogni modo a lezione, e ti bardavi ti preparavi ma le mani ti si bagnavano sempre sempre sempre e anche la sigaretta della mattina diventava così umida e cambiava sapore, cambiava.
Si andava a lezione del mattino in zona Portello, la stessa zona che anni dopo avrei frequentato solo di notte, chi l’avrebbe mai detto, cercando di svoltare la serata con qualche polveroso incontro occasionale che mi avrebbe riportata poi, la mattina, in una casa dove mi ero messa un letto singolo, si, singolo perchè ci volevo stare sola, io con le mie storie e basta, una casa che cadeva a pezzi proprio come me in quel periodo.
Ma nel 2001 non ci pensavo, che anni dopo sarei stata così sola così male così disperata a correre la notte in zona Portello. Nel 2001 ci andavo a lezione di mattina pedalando da Montechange e alzarsi era sempre bofonchiare un porcatroia ma alla fine come erano belle quelle giornate. Quando poi arrivò la primavera che miracolo, me lo ricordo ancora il giorno in cui Alice mi disse guarda, l’arcobaleno! E’ il segno della nostra rinascita! E io le dissi qualcosa che non mi ricordo e insieme ridemmo e poi questa frase la riportammo sul grosso cartellone di casa dove scrivevamo tutte le frasi e gli atti degni di nota.

E adesso me ne vado a dormire senza neppure fumarmi una sigaretta quanto cazzo di tempo è che non mi fumo una sigaretta?
Cammino su un binario fantasma.

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Set 03 2008

una ragazza emancipata

Ormai le mestruazioni non sono più un argomento da gineceo. Ormai tutti parlano di mestruazioni. Non perchè qualcuno si sia interessato allo strano fenomeno che coinvolge i due terzi degli esseri umani una volta ogni 28 giorni (e non ogni mese, ‘gnurant), non perchè una delle nostre femministissime ministre abbia proposto la mutuabilità di assorbenti e antidolorifici, non perchè sia stato introdotto un indennizzo da mestruo ma, udite udite, perchè le donne, colpevoli del peccato originale, della corruzione del maschio e di una lunga serie di altri crimini, ne hanno combinata un’altra: inquinano.
Ebbene dobbiamo ammetterlo, la quantità di assorbenti prodotta e consumata è altissima. Che fare? Lo stesso Peppe il Grillo era entrato nel merito parlando di una misteriosa vescichetta di silicone che avrebbe potuto, a suo dire, sostituire i tamponi ed essere riciclata per più e più anni. Insomma una vera e propria rivoluzione energetica oltre che un sollievo per tutte quelle donne che si dimenticano di comprare gli assorbenti.
Mi domandavo se questa cosa della vescichetta fosse vera oppure no. Giorni fa, appoggiando le terga sul cesso di un’amica, mi sono imbattuta in una misteriosa scatolina e così ho scoperto che si, essa esiste, e si chiama mooncup.

Siccome sono una ragazza emancipata ho deciso di acquistarla. E qui sono cominciati i guai. Eh si, perchè la mooncup è di due misure, a seconda che tu abbia più o meno di 30 anni. Che faccio, io che ne ho 29 e mezzo? me la compro per usarla solo sei mesi e poi regalarla magari a mia sorella per il compleanno? Aspetto il mio trentesimo compleanno e mi compro la coppa tipo b?
Vittima di questi interrogativi amletici sono andata  su rintronet a cercare di capire perchè una tale discriminatoria divisione tra chi è ancora ventenne e chi, ahimè, non lo è più.

Ho scoperto così che il giorno del mio trentesimo compleanno, come per magia, la mia vagina si allargherà di tre, e dico tre millimetri. Altro che maledizione della strega, altro che. Tre millimetri, e tutti di botto!!!!
Sono sconvolta da questa ulteriore punizione divina che si aggiunge a tutti i guai che capitano a una donna a trent’anni (tra cui citiamo per gravità l’acquisto di una crema antirughe seria, prezzo minimo 40 euri, non una roba di bottegaverde, per capirci).
Che fare?
Sempre su rintronet ho scoperto che l’unica soluzione è la pratica quotidiana degli esercizi di kegel (e se non sapete cosa sono andate su wikipedia).
La guida all’eterna giovninezza della patata sottolinea che l’esercizio di Kegel, coinvolgendo solo i muscoli vaginali, può essere praticato ovunque e in qualsiasi momento, anche al telefono, in auto o in fila alle poste, insomma, un buon modo per guadagnare tempo ed elasticità vaginale.

(…)

Quindi se un giorno mi incontrate in fila alla feltrinelli e non vi saluto è perchè molto probabilmente sto facendo i miei esercizi quotidiani e sono concentrata.
E uno…e due….e tre e ancora uno…due…..

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