Archive for the 'amici' Category

Feb 25 2014

Io, lui, la scimmia.

A un certo punto in questa domenica inutile mi chiama un amico mio e mi dice oh ieri mi sono ubriacato come se non ci fosse un domani. Mi piace questa maniera di vedere le cose e in particolare l’alcool, come la fine temporanea eppure definitiva di tutto. Compresi i sensi di colpa che uno lo sa, che se si ubriaca oggi come se non ci fosse un domani, domani il domani arriverà e ti piscerà malamente in faccia fregandosene di te e dei tuoi sogni alcoolici di mettere fine agli ultimi (ancora) rimasugli di adolescenza.

Allora adolescenza quando ti decidi ad andartene a visitare qualcun altro, non ti sei ancora stancata di questo corpo mezzo rottamato che si dimena il venerdì sera senza curarsi di usi e costumi locali, ovunque il locale sia?

Adolescenza malefica impiccati e lasciami andare incontro alla noia di una quotidianità fatta di salottini e cene preparate con una settimana di anticipo. Lasciami desiderare di avere del tempo libero per lavorare ai ferri. Adolescenza meschina abbandonami e non farmi rimpiangere quello che non ho più poiché ho deciso così.

Ti ho sfidato, adolescenza stronza, e vincerò questa sfida per la madonnina degli adolescenti. La vincerò a costo di trascorrere ancora innumerevoli venerdì sera abbarbicata in cima a una bottiglia di vino troppo costoso, la testa infilata nel collo a urlare nel fondo vuoto il mio dolore di ragazza abbandonata troppi anni prima che qualcuno potesse salvarmi.

Me ne starò lì appesa sul ciglio dell’abisso di una bottiglia svuotata da me e canterò, stonata, di tutto quello che non è andato come volevo. Salvo poi il giorno dopo rimettermi in ordine e cercare di ritrovare tutti i pezzi di me. C’è sempre il mistero di dove ho lasciato le scarpe. Ma le chiavi, quelle non le perdo mai.

Il sabato mattina si farà beffe di me e io sarò troppo rivoltata per muovere obiezione alcuna. Ma mi sarò arresa alla normalità.

Insomma che cosa voglio?

Ah sono qui che agito il mio fioretto furiosamente contro tutti i miei incubi.
L’incubo di rimanere piccola,
quello di diventare grande,
e quello di essere invecchiata senza essermi goduta il tutto.
Ah, in guardia, vi affronterò tutti, uno dopo l’altro e anche insieme se avete il coraggio.

Qual è il sottotesto di tutto ciò? Il sottotesto è che non sono abbastanza pronta ad accettare che la vita è andata così come è andata e se ne è fregata di desideri, sogni e aspettative. Il sottotesto è che mi delude trovare il peggio dei miei nemici dentro di me. Il sottotesto è che ho dimenticato come si fa a chiedere scusa. Che sto comoda nella mia solitudine. Che quando ho ragione, ah quando ho ragione, avere ragione mi piace così tanto che piuttosto mi gioco tutto il resto. Mi tengo la ragione, ecco. Ecco cosa mi hanno insegnato questi anni.

Col cazzo che viaggiare ti apre la mente.

No.

Viaggiare ti richiude con la testa dentro la bottiglia, a cantare sempre le stesse canzoni, mentre tutti i tuoi altri vivono senza di te e tu non sai più che cosa scrivere. Perchè per scrivere ci vuole un desiderio. E io ai desideri ci ho rinunciato in cambio di qualcosa che al momento non mi ricordo.

Figuriamoci capire se ne valeva la pena.

One response so far

Nov 28 2013

sapor di bottarga

La bottarga non l’avevo mangiata mai perchè da noi non esisteva. Me la immaginavo come una sorta di animale strano che i sardi mangiano crudo e sanguinolento, come si confà al loro temperamento focoso e originario, vagamente tendende al primitivo.

Poi una volta, erano i tempi in cui se aprivi un blog era capace che ti facevi degli amici e magari pure un innamorato via internet, una volta attraverso il mio primo blog entrai in contatto con un figuro, con un tale, con un valente cavaliere, insomma, con un uomo che venne fino a Padaniacity soltanto per andare a vedere la mostra di Venezia con me.
Adesso, io voglio dire, il maschio italiano ha tanti difetti, tanti. Potrei scrivere una lista da qua all’Italia, davvero, ma in una cosa è ineguagliabile: il maschio italiano, in fase di conquista, può fare di tutto. Ma veramente DI TUTTO. E questo ci vizia, a noi fanciulle italiane, che ci abituiamo a questo maschio che ci porta a cena sulla luna e ci ubriaca d’ambrosia, per poi trasformarsi in un mostro dopo due mesi di convivenza.

 Parentesi. Non accetto discussioni su quanto ho appena scritto. Lo so che ci sono dei maschi diversi, sebbene italiani. Non avete bisogno di ripetermelo. Se vi sentite attaccati è perchè avete la coda di paglia, e allora vi ci vuole uno psicologo bravo. Il maschio italiano, di norma, si trasforma in un mostro di pigrizia e disinteresse non appena terminata la fase della conquista. Maschio italiano, se pensi che non sia vero seducimi e poi trascorri con me tutto il resto della vita senza diventare stronzo, insolente, noioso, pigro, aggressivo, incapace di comunicare, disinteressato a me e alla mia vita e violento.

Fine della parentesi.
La bottarga. Allora questo mio amico-di-blog mi invitò, una volta, nella sua lontanissima metropoli. E io ci andai perchè sì. E mangiai la mia prima bottarga. Che non me la dimenticherò mai. Ero distrutta. Lavoravo a Prato e il giorno prima avevo fatto forse uno spettacolo, poi erano momenti in cui la denutrizione similtossica andava molto di moda e insomma, ero abbastanza patita, ma lui era così divertente, e la bottarga era così buona che dopo alcuni mesi chiamai la mia bicicletta Bottarga.
Su Bottarga sfrecciai per Padaniacity per mesi e mesi, anche se il mio amico-di-blog lo persi di vista per non pochi anni.

Giunse infine il momento in cui approdai all’isola meravigliosa che ancora adesso è la mia isola preferita. Un amico accolse me e quello stronzo che era il mio fidanzato allora, senza peraltro fare troppi commenti su quanto lui fosse insopportabile, e per questo lo ringraziai e lo ringrazio. L’amico mi fece mangiare nel centro storico di Cagliari, le anemoni fritte e la bottarga fresca fresca, che devi decidere tu quanta mettercene, perchè la bottarga è una questione privata.

Eh sì che lo è. Io amo il piatto ricolmo di bottarga, amo sentire gli ovetti sul palato a ogni boccone, amo percepire l’odore un po’ amarognolo che mi riempie le narici. Non mi piace “la spruzzatina” di bottarga. Non è per me. La spruzzatina è una faccenda borghese, delicata, come quelli che riescono a mangiare solo un cioccolatino. No, io voglio la scatola.

La Sardegna bellissima divenne presto la casa dove amavo tornare e dove mi sentii accolta come femmina e come attrice proprio nei momenti in cui la mia vita privata crollava e non capivo niente di quello che ero stata, di quello che ero, di quello che sarei diventata.
D’estate si andava a un festival teatrale meraviglioso, che incarnava proprio la mia idea del festival teatrale, come non ce n’erano più sul continente (che in sardo vuol dire “in Italia”). Si beveva acquavite e si mangiavano spaghetti alla bottarga, si prendeva il caffè al bar prima di andare a tenere il laboratorio o a montare per lo spettacolo. La vita era colorata, intensa, e impregnata del gusto di bottarga.

E quando per l’ultima volta lasciai la Sardegna pensando che ci sarei tornata presto (e invece, più), un’amica mi spedì a Bologna una bustina della bottarga migliore per darmi conforto in una casa che non sentivo ancora mia, in una città che mi ricordava troppe cose che non amavo e dove spesso non riuscivo a ritrovarmi.

Ora che sto qui, in Asia, la mia mamma mi manda ogni tanto un vasetto di bottarga. I cinesi secondo me inorridiscono all’odore, perchè loro non hanno niente di tutto questo. Lasciano che i pacchetti di mia madre passino la frontiera e la bottarga mi arriva fino a qui, dove ne mangio un pochino ogni volta che mi sembra di essere tutta sbagliata, così sbagliata da essermi meritata il maschio italiano di cui sopra.

La bottarga è una faccenda da sbrigare in solitudine, e io di rado la condivido. Soltanto una volta, quando mi parve di avere incontrato una pelle profumatissima e una voce che mi faceva sorridere, preparai sul terrazzo della mia prima casina una cenetta romantica a base di bottarga.

 

(Intesi come un segnale positivo il fatto che il proprietario della voce e della pelle
apprezzò la bottarga e me ne chiese ancora). 

2 responses so far

Nov 04 2013

fine di un’infanzia con relativo trasbordo in meridionia

A un certo punto, quando avevo più o meno dieci anni, le barbie cominciarono a perdere presa nei miei confronti. Mi ritrovai tutt’a un tratto a chiedere per natale una maglietta nuova, a implorare papà di lasciarmi crescere i capelli e a desiderare le scarpe da ginnastica con la stella che si chiamavano òlstar e tutti ce le avevano tranne me. Erano ancora gli anni ottanta ma stavano proprio per finire, insieme al muro di Berlino e a molte altre cose, alcune delle quali non posso fare a meno di rimpiangere, e infatti me ne sono venuta fin qua, nella bolla spaziotemporale dove il muro di Berlino non è mai crollato.

 

Ma insomma proprio in quegli anni, gli anni delle òlstar, i miei genitori presero l’abitudine, in settembre, di trascorrere una settimana a Maratea. Noi non eravamo abituate ad andare a Maratea. Eravamo cresciute sulla Riviera Romagnola insieme a quelli che mettevano l’articolo davanti al nome proprio e le spiagge di Maratea, blu come nella canzone di Modugno e profumate di timballi di pasta e frittate di cipolla, ci sembravano un carnaio rispetto alla delicatezza dei panini alla nutella e alla modestia delle merendine che circolavano sulla Riviera. A Maratea tutto era fatto con molti più decibel, a partire dalla mattina, quando si andavano a comprare NON i bomboloni alla crema MA i bocconotti, una delizia marateota che non saprei descrivere altrimenti se non come l’equivalente, a livello di gusto e contenuto calorico, del bombolone settentriota. Perà il bocconotto era molto più buono. A partire dal fatto che l’odore si sentiva dalla sera precedente, quando si passeggiava di fianco alla pasticceria Panza e dal retro della bottega arrivava il profumo di frolla e crema pasticcera. E allora si assaporava con delizia l’attesa della mattina, quando quell’odore sarebbe diventato il pasticcino rotondo sulla nostra tavola. E poichè eravamo al sud, di pasticcini non ce n’era uno a testa, no. Sul tavolo troneggiavano vassoi immensi con un numero imprecisato di bocconotti (papà diceva “vai e piglia quelli che ci sono”), e se ne poteva mangiare a sazietà. La regola, durante la settimana marateota, era che ogni desiderio andava soddisfatto.

 

A Maratea ogni atto per essere compiuto necessitava di uno spirito comunitario che ci era sconosciuto sulla Riviera Romagnola.  Si dormiva tutti in una stanza gigantesca, buttando giù degli appositi materassi, un po’ a casaccio. Non si stava mai nello stesso letto. Ci si addormentava un po’ dove capitava, a seconda dell’ora in cui si andava a dormire, e questo ci regalava ogni sera un brivido e ogni mattina un piccolo momento di spaesamento. La mattina i letti sparivano e la stanza diventava “il salone”, che dava a sua volta su un giardino dove vidi uno scoiattolo. Ma mia madre diceva fosse un topo.
Il bagno era uno e uno soltanto. Poichè in casa c’erano sempre tra le 10 e le 15 persone, e poichè ognuno doveva andare in bagno, prendere il caffè, mangiare il bocconotto, leggere Repubblica e il giornale locale, non si andava a mare prima di mezzogiorno. Si scendeva con le macchine e il frigorifero portatile pieno di timballi, frittate di maccheroni e altre deliziose untuosità che avremmo consumato lascivamente durante la giornata, per risalire poi, con calma e un po’ di pigrizia, dopo il tramonto.
Maratea stava a ovest, quindi il tramonto si doveva vedere per forza.
Papà e mamma a quell’ora andavano a farsi il bagno e noi non rompevamo le palle. Ce lo facevamo da un’altra parte. Il mare era bellissimo e pieno di pesciolini, che sulla riviera non c’erano. I pesciolini erano verdi e un po’ fosforescenti, nuotavano in gruppetti e noi li inseguivamo con le maschere.

 

A Maratea, all’inizio, o meglio all’inizio della fine della mia infanzia, si stava ospitati gentilmente dai migliori amici di mamma e papà, una coppia con cui loro amavano parlare di politica e di molte altre cose che adesso potrei descrivere come sogni, ideali, progetti, lotta, attivismo e molte altre cose che evidentemente con l’età sbiadiscono.
Essi abitavano in cima a una salita che si chiamava “la pendinata”.
La pendinata è, in assoluto, la salita più salita della mia vita. E quando bisognava farla in discesa ci si aggrappava a quel che si poteva sperando di non ruzzolare rovinosamente fino alla piazza che stava alla base della stradina. Io una salita come la pendinata non l’ho mai vista.

 

Non so come mai, ma oggi mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio indolenzito dal troppo esercizio fisico, a sua volta utilizzato come unica valvola di sfogo in questo novembre di incomprensioni e lontananze e cambiamenti repentini, oggi, mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio, m’è venuta in mente la pendinata, in tutta la sua scoscesa meridionalità, e mi sono resa conto che la mia infanzia è ruzzolata proprio liggiù, una di quelle sere di settembre, alla fine degli anni ottanta.

 

 

One response so far

Ago 12 2013

Ultimi brandelli dalla terra dei Viet Cong

Giorno sei, ore non so ma molto presto

Mi stupisce la bellezza delle persone, che si manifesta in tutta la sua dirompente luminosità nonostante io sia malata, incazzata con l’agenzia di viaggi che avrebbe dovuto restituirmi dei soldi e non l’ha fatto, maldisposta verso il mondo del lavoro in generale e il mio capo in particolare e blablabla. Le persone attorno a me sono curiose, disponibili, e io per fortuna mi adatto. Sempre, sempre dare una seconda possibilità, bisogna. E spesso ne vale la pena.

Sono a Sapa adesso, dopo una notte in treno che mi ha fatto pensare alla Tailandia, come un po’ tutto, del resto. Ho viaggiato con due ragazze statunitensi e seminude che mi hanno chiesto di chiudere a chiave la cabina per paura che qualcuno le derubasse o violentasse o sai tu cosa. Mi veniva da ridere di fronte alla loro richiesta tutta impregnata del loro paese e dello schifo di società che hanno costruito.

Noto tuttavia, in questo posto, una grande differenza tra i vietnamiti che fanno affari e gli altri. O forse mi sbaglio. Forse la differenza che vedo è quella, normale, tra persone che vivono in un mondo normale, circondate da stimoli normalmente eterogenei. Alcuni sono miti, disponibili e gentili, altri sono arraffoni e provano a imbrogliarti o a fare i furbi in qualche modo. Altri ancora sono estremamente scortesi, come certi venditori del mercato che ti offendono senza motivo e allora di viene da dire sai cosa, i miei pochi soldi borghesi li do a qualcun altro. E si vede il lato peggiore del capitalismo, quello che emerge in tutti i paesi quasi/ex/socialisti che ho visto. La gente vuole vuole vuole, disperatamente vuole. Il possesso l’uso compulsivo e lo spreco sono il segno del benessere, del trionfale ingresso nel mondo del capitalismo e del successo. La gente prende lascia sporca spreca. Con gusto. In una bulimia ossessiva che sparge morte attraverso le decine di discariche abusive che vedo ad ogni angolo. I bambini lanciano lattine vuote in acqua e i genitori sorridono condiscendenti, sperando che qualcuno abbia visto che il loro figlio aveva posseduto una lattina e si era potuto permettere il lusso di gettarla in mare.

Io tutto questo lo odio.

Ah, ecco, ora è arrivata la guida, che è una ragazza Zhai (in realtà nata in una tribù Hmong ma sposata Zhai e quindi naturalizzata) piccola piccola. Ha 21 anni, a 15 si è sposata, a 16 ha sfornato il suo unico figlio e adesso per lavoro scorrazza turisti di tutto il mondo nelle montagne della zona di Sapa. Mi domando quante persone al mese le facciano le stesse domande idiote sulle tradizioni e i costumi e tutto il resto, proprio come sto facendo io, convinte di essere intelligenti e originali.

Più tardi

Il giorno è bellissimo e caldo e intenso. Abbiamo camminato sotto il sole ridendo e facendoci domande su tutto quello che ci viene in mente. I miei cinque compagni, tre francesi e due spagnole, mi sembrano paioli pieni di danari incontrati alla sorgente dell’arcobaleno, ovvero qua, su queste montagne terrazzate e piene di riso e fiumi e porcellini neri e bufale che ti guardano con occhi compassionevoli.

Arrivati finalmente al bivacco dopo una ventina di chilometri faticosissimi, ci siamo spogliati e buttati nel fiume nonostante la corrente fortissima. Pare di conoscersi da mesi, già abbiamo i nostri scherzi e i nostri ricordi condivisi, già nel fiume ci siamo dati la mano per evitare di scivolare sul sasso malefico, già siamo stati in silenzio su una pietra assolata e siamo pronti alle prime confidenze.

Giorno sette, mattina prestissimo, tipo le sei

Stamane piove e tutto è umidiccio. Speriamo solo che smetta per le nove, ora in cui dovremmo cominciare il nostro secondo giorno di cammino. La giornata di ieri è trascorsa tra sentieri scivolosi e donnine che cercavano di venderci ogni cosa, mentre noi, zampe nel fango giallo fino alle ginocchia, speravamo silenziosamente che l’ultima pozzanghera nella quale avevamo lasciato l’impronta non fosse una cacca di bufala liquefatta. Abbiamo riso e faticato tutto il giorno, su e giù tra le terrazze, che io mi dico ma perchè non le fanno pure in Corea? Oramai in coltivazioni di riso sono un’esperta blateratrice, come pure nella contrattazione per l’acquisto dei tessuti colorati di indigo che le donnine Hmong vestite di canapa nera provano a vendere. La sera ci siamo passati il biafine ridendo delle nostre ustioni da camminatori improvvisati e dei nostri dolorini alle gambe e alla schiena. I miei compagni mi hanno soprannominato Granma Carla, visto che per la prima volta nella mia vita alla veneranda età di 34 anni sono la più vecchia della ciurma, ascoltano a bocca aperta come dei piccoli nipotini le storie della mia Corea e soprattutto quelle del mio teatro, mi chiedono di aiutarli a contrattare per un paio d’orecchini o una borsetta e poi come Giotto e Cimabue (notare l’umiltà del paragone) diventano ben più bravi di me e strappano prezzi al limite dell’indecente per pezzi d’artigianato locale. Ho il braccio pieno di braccialetti comprati da donne Thai, che dovrei regalare ad amiche lontane ma so che finirò col conservare.

Mi piacciono i miei nuovi nipoti. Sono uno spettacolo di bellezza e intelligenza e curiosità. Siamo di buonumore e ci facciamo gli scherzi senza paura di offenderci, a me ovviamente viene da pensare che tutta questa facilità nel contatto deriva dal fatto che siamo Europei e tra noi non c’è tutto l’abisso culturale al quale oramai mi sono a malapena abituata (o quasi). Mentre camminavo ieri,, sotto il sole inclemente, ho deciso che rimarrò in Corea fino alla fine del mio incarico, qualsiasi esso sia. Non devo avere paura del dopo, ha ragione Alice, qualche cosa succederà. Qualche cosa farò succedere. E anche non devo rimanere attaccata a quello che ho a causa di questa paura. E’ come non lasciare un fidanzato che non si ama più per paura di essere soli, per paura di essere cambiati. E’ come fare come ha fatto lui con me. Allora ho espresso due nuovi desideri mentre le donne mi allacciavano i braccialetti di tessuto che fanno a mano.

Intanto piove a dirotto.

I compagni dormono ancora.

Ciascuno ha la sua storia dentro, e la mia solo all’apparenza è più spettacolare delle altre. Se avessi dei figli li porterei con me come la famiglia francese che ho incontrato ieri.

Sotto la pioggia passano donne che si preparano a una nuova giornata di vendita.

La sera

E’ stata una delle giornate più bagnate della mia vita. Ho pensato tutto il giorno al famoso trekking con Cois, Cundaro, Lontra e Licazzone, quello trascorso tra neve ghiaccio e pioggia e risate. E così è stato pure oggi, senza il ghiaccio e la neve. Le scarpe erano zuppe dopo la prima ora. Dopo tre ore l’impermeabile si è impregnato a tal punto da essere inutile. Nonostante tutto abbiamo continuato a ridere, chiacchierare e a volte canticchiare per ammazzare la fatica e i brividi di freddo e ogni tanto anche la paura, quando all’improvviso dovevamo attraversare fiumi che straripavano dalle risaie. Al pomeriggio a un certo punto dovevo anche fare la pipì e ovviamente non potevo, perchè farla avrebbe implicato una serie di manovre complicatissime sotto la pioggia battente, allora continuavo a camminare e canticchiare ma mi odiavo e tutto mi sembrava miserabile e la fine irraggiungibile. Mi ripetevo che camminare è un allenamento, che ogni passo in più aumenta la mia resistenza a questa vita beffarda, ma la mia vescica e le mie gambe non erano molto motivate da questi discorsi filosofici.

Poi all’improvviso siamo giunti al bivacco, acqua calda, birra gelata, patatine fritte e di nuovo l’incontro con i miei amici economisti italiani che hanno fatto un altro giro. Abbiamo bevuto vino di riso fino a un’ora che ci appariva tardissima e invece erano le dieci. Thomas affianco a me si è già addormentato, e adesso anche io mi rifugio sotto la zanzariera.

Giorno otto, ora di pranzo.

Niente da fare, continua a piovere che pare che qualcuno stia tirando secchiate d’acqua giganti su questo pezzo di mondo. Stamane abbiamo camminato un paio d’ore per raggiungere un vecchio villaggio semiabbandonato ma peggio mi sentivo, le scarpe sono ancora fradice da ieri e l’impermeabile pure. Oramai le uniche cose ancora asciutte che abbiamo sono quelle lasciate a Sapa prima di intraprendere il cammino.

Ciò nonostante sono felice. Felice e malmostosa insieme. Malmostosa perchè la fine della vacanza si avvicina e con essa il ritorno a Py, che mi riempie di ansia e angoscia. Felice perchè questo viaggio mi ha regalato persone bellissime e storie meravigliose e intimità e una forma di amicizia che non sperimentavo da tanto tempo. Fra poco ci toccherà l’ultimo pezzetto di cammino sotto il diluvio e poi prenderemo uno dei soliti pullmini suicidi che ci porterà all’ostello. Doccia calda, ritiro dei bagagli, treno. Presto, troppo presto, saremo di nuovo ad Hanoi.


Giorno nove, mattina prestissimo, come al solito oramai.

Le mie mattine cominciano sempre prima e questo mi piace.

Ieri sera abbiamo avuto i biglietti venti minuti prima che il treno partisse e ci siamo precipitati al nostro vagone in un gran trambusto di posti scambiati e valigie trascinate, non senza prima però rifornirci di birre e biscotti e contrattare la donazione di alcune banane. Abbiamo occupato la cabina e abbiamo chiacchierato per sei delle dieci ore di viaggio, ascoltando la musica di Gibì attraverso il suo dispositivo wireless in pieno stile ventunesimo secolo. Abbiamo sgranocchiato i biscotti e riso e ci siamo raccontati cose segrete, ognuno le sue. Non so come è successo e perchè, ma a un certo punto la nostra cabina è diventata una bolla magica e preziosissima, abbiamo capito che stavamo per separarci e ci siamo fatti un regalo. Adesso ognuno di noi custodisce cinque segreti coi quali viaggerà nell’attesa di una mail che sveli come sono andate a finire le cose.

Nel vagone c’era un’atmosfera di complicità e gioia, proprio come se non fosse stato per caso, proprio come se avessimo deciso insieme di fare quel viaggio e ne fossimo stati soddisfatti, proprio come se la nostra amicizia fosse cominciata molto prima e fosse stata pronta a continuare una volta scesi dal treno. E invece lo sapevamo che, una volta arrivati, ci saremmo separati e niente sarebbe più stato come prima. Ma in fondo chi lo può dire, no?

Sono andata dunque al mausoleo a vedere il corpo di Zio Ho. Mi ha fatto una strana impressione la piccolezza, la modestia dell’edificio, che ho dovuto immediatamente confrontare coi ricordi del Palazzo del Sole. La semplicità di Zio Ho e la sua compostezza, nonché la rapidità della visita, mi hanno restituito la misura di tutte le possibilità che, dove sto io, per un motivo o per l’altro non vengono esplorate. Eppure le dimensioni del mausoleo non gli tolgono dignità anzi, gli regalano un’aura quasi mistica.

Tuttavia, di fronte ai resti del Vietnam che fu, ho sempre l’impressione di assistere a rituali svuotati, di avere in mano una noce di cocco vuota. Non è rimasto più niente, al di fuori del mausoleo e della piccola casa gialla dove Zio Ho viveva preparando una rivoluzione che fu solo in parte.

Stravolta dal viaggio, dalla pioggia accumulata in questi giorni, dalla delusione per il precoce tramonto del Sol dell’Avvenir e dal caos di Hanoi, ho raggiunto l’ambasciata svedese che magnanimamente mi ospita con tanto di uso piscina. Michaela mi ha portata a fare colazione in un posto superchic e così ho ancora una volta rapidissimamente cambiato mondo. Catapultata nella Hanoi degli espatriati, dei negozietti equosolidali, i primi che vedo in Asia, e della colazione all’inglese con ingredienti biologici, mi sono concessa il lusso del capitalismo responsabile.

Giorno dieci, ora imprecisata.

Shopping compulsivo, angoscia per il ritorno e riflessioni su questo Vietnam che non mi convince. Ho comperato manifesto in un negozio che diceva “old propaganda posters”. Mi sono domandata se potrò mai vedere una scritta del genere a Py. Il ritorno mi spaventa e Hanoi mi incasina ancora di più in questo trambusto di motorini e pullmini suicidi. Avrei voglia di partire per trovare quello che molto probabilmente non mi aspetta. Sono sempre la stessa postadolescente illusa. Mi guardo allo specchio e ho la solita allergia al sole che mi viene ogni volta che viaggio, dai tempi del Mozambico. Mi intenerisce e mi sconsola. Le cose peggiori non cambiano.

Giorno undici, Hong-Kong.

Ieri, ultimo giorno ad Hanoi, ho fatto un incontro inquietante con una donna che mi ha mentito per paura. Ho rispettato il suo timore, ho comprato la sua stoffa e non ho insistito con le mie domande. In fin dei conti ho scoperto a mie spese che nell’Asia confuciana la verità cambia a seconda del contesto e il concetto di menzogna è spesso associato a quello di cortesia.

Il Vietnam non mi racconta niente, se non la desolazione che segue la morte dell’ideale. Tutto è falso, persino il sughero delle scarpe ricoperte di paillettes che si vendono sul lungolago. Le casette altealte rimangono in piedi grazie alla convinzione dei turisti. Le bettole che servono caffè e birra fredda sono affollate di neozelandesi ubriachi. Dove sono loro, i vietnamiti? Sfrecciano sui motorini verso obiettivi sconosciuti. Alcune donne, cariche fino all’inverosimile, provano a vendere frutta e pentolame.

Ieri sera sono tornata all’Opera, proprio come la prima sera. C’era il concerto della Youth Asian Orchestra. In maniera del tutto inaspettata mi sono commossa, e a un certo punto ho quasi pianto. All’improvviso mi è apparsa nitida l’immagine di mio padre che, io piccolissima, mi mette sul grosso divano ad angolo color marroncino e mi fa ascoltare Beethoven, raccontandomi cosa vogliono dire i violini, cosa rispondono i fiati. E’ stato un viaggio bellissimo.

Questi ragazzi così giovani sono ovviamente allenati da maestri europei, e si vede. Ecco la snob colonialista che sbuca fuori. Eppure non posso fare a meno di pensare che tutta la loro capacità di emozionarmi deriva dal fatto che hanno saputo superare la loro tecnica e mettersi al servizio della musica. La tecnica non dovremmo vederla mai, dicevo ai miei allievi quando il teatro faceva ancora parte della mia vita.

Erano bellissimi, quei ragazzi tremanti come piccole piante, tutti insieme sul palco. Ho pensato che gli artisti dovrebbero cambiare lavoro a trent’anni, se non riescono a mantenere la gioia e la paura e la timidezza e l’ispirazione che ho percepito ieri durante il concerto. E ch molto tempo fa, ne sono sicura, avevo anche io.

Mentre i ragazzi suonavano Brahms ho immaginato di tornare e fare uno spettacolo nuovo. E’ stato un pensiero breve ma bello bello bello. Poi sono tornata a me, alla mia età, alla necessità di sopravvivere, alla mancanza di allenamento e a tutto il resto.

Stamane prima di partire ho incontrato Ragù. Non ci vedevamo forse da cinque anni. Lui è sempre lui, e forse anche io sono sempre io. E’ stato bello darci un appuntamento davanti alla cattedrale, ognuno in viaggio verso mondi diversi. Gli ho chiesto di slacciarmi il braccialetto che portavo da prima di partire per Seul. Ciò che poteva realizzarsi si è realizzato, il resto oramai sta nei sogni del passato. Ho pensato al mio Socio, a come ha deciso di uscire dalla mia vita, al suo silenzio e al mio dolore mascherato di sarcasmo. I resti del braccialetto sono da qualche parte in borsa, ma li perderò presto.

In aeroporto, a sorpresa, ho incontrato i ragazzi dell’orchestra e ho fatto amicizia col loro maestro, italiano. Ora sono in aeroporto nell’attesa di arrivare a Pechino, e quasi mi lascio sopraffare dall’angoscia del ritorno. 

No responses yet

Ago 11 2013

Torna ancora quest’estate torna ancora quest’estate insieme a me.

Tra Halong Bay e Bat Tu Long, giorno quattro

Primo kayak della mia vita insieme a Nicolas, che mi ha teneramente e pazientemente insegnato a remare. Questo gruppo di quattro francesi così delicati e gentili mi fa sentire a mio agio e mi fa provare una sorta di invidia e desiderio di inclusione. Mi piace questa ciurma di europei così variamente assortita. Una tedesca e un finlandese hanno lasciato il loro lavoro in Irlanda per fare il giro del mondo in un anno e poi stabilirsi in Germania dove dedicarsi probabilmente all’hackeraggio d’alto bordo. Due insegnanti inglesi mi raccontano come si fa a incontrare i ragazzi via internet e consigliano in ogni modo di tenere sempre many fingers in many pies. Due ricercatori d’economia italiani mi fanno ridere con la loro acuta ironia e mi fanno pensare ancora una volta che forse c’è speranza anche per l’uomo italiano, che non tutto è perduto e che sono stata io a trovare quelli sbagliati. Intanto la mia guida mi dice che bevo troppo caffè e che ciò non fa bene alle ragazze ma io come al solito proseguo imperterrita nelle mie pratiche scostumate.

Stamattina mi sono svegliata con la pioggia sul ponte e ho pensato che ne era proprio valsa la pena, di venire fino in Vietnam a vendicare tutte le amicizie perdute di mia madre.

 

Bay Tu Long, giorno cinque, ore sei del mattino

Alle cinque del mattino quest’isola è popolata solo da solitari ramazzatori di cortili. Spostano polvere e foglie di qua e di là alzando il cappello al mio passaggio. Mi piace scorrazzare in bicicletta per le stradine deserte alla ricerca del mio tempio in questo viaggio, tempio che peraltro, nonostante la generale sovrabbondanza dell’articolo, non ho ancora trovato. In compenso ho scovato diversi cimiteri e un posto dove sono arenate le barche a riposo, arrivate sulla terraferma con l’alta marea e rimaste là ad aspettare il prossimo viaggio.
Il punto non è quello che vedo, ho scoperto, ma l’ora del giorno in cui lo vedo, e come al solito riuscire ad uscire al mattino presto mi regala quello che i miei compagni di viaggio non vedranno mai. Anche perchè loro viaggiano tutti in coppia e probabilmente la sera hanno di meglio da fare che leggere alcune pagine di letteratura cinese. E anche la mattina. Ecco, sono un caso perso. Una vecchia zitella in vacanza a fingere di essere una frikkettona alternativa. E come se non bastasse fra dieci giorni sono di nuovo a Py, per cui ho una fame bulimica e ossessiva di libertà e le scorrazzate solitarie. Ogni tanto mentre mi avventuro per le strade meno battute mi rendo conto di aver paura che qualcuno mi fermi e mi dica che no, di là non si può andare. Ma qua non siamo là. E si vede.

 

Sul treno, ore 2030

I francesi mi hanno salutata dalla porta dell’albergo come dei vecchi amici, agitando le mani e raccomandandomi di fare attenzione. Ho regalato loro una cartolina con il mio disegno di pecorella e l’indirizzo email. Non pensavo che li avrei commossi, invece mi sono ritrovata spiaccicata tra otto braccia transalpine.
Il viaggio di ritorno ad Hanoi è stato un altro tripudio di pullmini ricolmi di turisti in corsa folle su strade che non capisci mai se sono a senso unico o se invece no. E quando lo capisci è troppo tardi perchè un enorme camion di fattura sudcoreana ti sta venendo proprio addosso. I pullmini suicidi paiono essere il mezzo di trasporto preferito dai turisti in Vietnam, ma io non riesco ad abituarmici e mi viene da vomitare dopo i primi 20 minuti di corsa folle verso la luce al di là del tunnel. Durante il viaggio ho fatto i pensieri migliori e quelli peggiori. In genere quelli peggiori riguardano la mia solitudine amorosa nonchè la mia supposta incapacità relazionale, quelli migliori la possibilità di avere almeno un lavoro soddisfacente così da limitare la desolazione della mia vita privata. Il tutto condito con sovrabbondanza di zuccheri raffinati, in questo caso specifico biscotti Oreo che qui vanno di gran moda e costano un euro o poco più.

La risoluzione di oggi comporta una certa assunzione di responsabilità nei confronti del lavoro e blablabla. Arrivata ad Hanoi ho fatto in tempo a condividere questi pensieri con  Claire, davanti a una birra ghiacciata di quelle che si vendono nella città vecchia. Hanoi per la prima volta mi si è mostrata nel caos delle sue nottate profumate di fritto e sudore. Mi è piaciuto questo pentolone colorato e rumoroso e non mi ha fatto paura. Ho pensato a Kuala Lumpur, a tutte le facce dell’Asia che sto vedendo in questi anni, alle birre bevute e ai segni male interpretati, ma poi ho dovuto smettere di pensare perchè è arrivata l’ora di prendere il treno verso ovest. Treno che piglierò con i miei due nuovi amici economisti italiani, se quelli dell’agenzia non fanno troppo casino.

No responses yet

Mag 28 2013

Camminando per Padaniacity alle settemmezza di un mattino infrasettimanale.

Il mercoledì sera si andava, gli altri ed io, al cinema Excelsior, situato in una laterale di via San Francesco. Proprio quella strada dove c’è la tomba del soldato Antenore, mitologico fondatore della città alto un metro e una banana a dire dalle dimensioni del sepolcro. Di fronte ci sta pure una delle case dove abitò il Poeta durante le sue peregrinazioni, compiute con l’obiettivo di convincere l’Italia che era giusto essere dei Guelfi Bianchi. Che ora, dico io, il Poeta avrà anche potuto essere il Poeta e Gradara gli è ancora grata per la mole di turisti che ogni anno arrivano a guardare il talamo di Paolo e Francesca, ma la storia dei Guelfi Bianchi non mi ha mai convinta e comunque le guglie ghibelline erano molto più belle.

Affianco alla casa di Dante ci stava, e ci rimane, la Feltrinelli, paradiso degli studenti poiché i libri si poteva leggerli senza comprarli, il repartoTeatro e Poesia (nessuno ha mai capito perché fossero vicini) era grandissimo, e poi stare dentro la Feltrinelli regalava un’aria da intellettuali compassati che permetteva di arrivare all’esame di teoria e tecnica dei mezzi di comunicazione di massa con una certa spocchia.

Ma insomma noi si superava la Feltrinelli, la casa del Poeta, la tomba del soldato Antenore e si arrivava al cinema. Le biciclette andavano tutte rigorosamente parcheggiate secondo la regola durkeimiana della coesione interna. Creavamo dei mucchi inestricabili di catene catenacci e lucchetti, formando un blob gigantesco che invadeva i porticati e che sicuramente diventata inaccessibile ai ladri di velocipedi ma ci costringeva ad arrivare al cine una buona mezz’ora prima onde provvedere alla nostra innovativa costruzione senza perdere l’inizio del primo tempo.

Il cinema per quanto mi ricordi era sempre gremito di studenti, poichè si pagava tremilalire, se mostravi il libretto, che al tempo era rosso di pelle e la foto era proprio quella della lapide. All’ingresso c’era sempre una lunga trattativa volta a convincere la cassiera che anche l’amico coglione che aveva dimenticato il libretto a casa era studente di scienze della competizione, e perdippiù stava proprio studiando quel regista di cui davano il film e se l’avesse perso il prof l’avrebbe ricacciato all’appello successivo insomma per favore signorina si metta nei suoi panni sennò parte militare. Perchè al tempo i fanciulli se non davano un tot di esami all’anno partivano militari, anzi nel caso della nostra combriccola di squinternati si trattava ovviamente di aspiranti obiettori di coscienza che sarebbero stati spediti a fare gli accompagnatori per i vecchietti nella bassa padovana e addio sogni di gloria.

Al cinema Excelsior davano quei film che mio padre non avrebbe mai voluto vedere e che erano sicuramente un po’ pesantucci, ma a noi piacevano perché alimentavano un folto dibattito nelle ore successive, quando intorno al tavolo nel nostro appartamento a Montechange ci raccontavamo pensieri parole opere ed omissioni e cercavamo di inquadrare l’opera specifica nel contesto più ampio della poetica del regista nonché della sua appartenenza generazionale a una corrente che pur autonoma non riusciva a emanciparsi totalmente dall’influenza della nouvelle vague che come tutti sanno è il punto di partenza di pilastri come Eisenstein  e Tarkolov. O Markolov? O Stanistein? E comunque l’influenza del Teatro Povero degli anni Sessanta e dell’ascetismo semi laico di Edoardo Barba e Leo Grotowski era innegabile, viva Artaud, viva l’elettroshock.

Ci crogiolavamo parlando dell’allora avanguardistica scuola di dogma e giocavamo a fare come gli idioti, avvolgendoci, come si confaceva a gente della nostra estrazione intellettuale, di un velo di depressione che a nostro avviso avrebbe facilitato gli incontri sessuali, i quali a loro volta avvenivano a poche centinaia di metri dal cinema Excelsior ovvero nella piazza degli sprisssss, ma questo è un altro capitolo. Le coltissime discussioni avvenivano con l’aiuto, il sostegno e l’imprescindibile conforto del thc e del vino a buon mercato comprato alla pam. Il vino si chiamava se non sbaglio gioioso e aveva un’etichetta a quadrettini bianchi e rossi, che solo se ci penso mi viene in mente il lungo corridoio dei nostri appartamenti, luce sempre fulminata e stendipanni gremiti di biancheria intima, attraverso il quale brancolavamo alla ricerca delle nostre stanze quando arrivava l’ora di coricarci. Finire contro lo stendipanni era parte della prassi.

A tutto questo pensavo stamane ore settemmezza mentre camminavo per le strade di Padaniacity. Mi dirigevo mestamente da un punto interrogativo all’altro e mi facevo tutte le tondelliane domande del caso ma poi all’improvviso ho visto la porticina dell’Excelsior e mi sono ricordata di tutte le biciclette che mi hanno rubato a Padaniacity, di quella volta che quel ragazzo che mi piaceva tanto mi offrì un calice di vino, della gioia che arrivava alle sette di sera quando l’aula studio chiudeva e ci riversavamo in piazza pronti per una notte di speranza e desiderio e interrogativi e segreti. Mi sono ricordata, di Mirco Buso, che ogni volta quando pagavi il conto del suo vino al veleno ti raccontava di essere nato nel 1920, per questo nel 1940 aveva ovviamente a suo dire 16 anni. Mi sono ricordata di una volta che caddi dalla bicicletta e cominciai a parlarle, disperata, chiedendole perché aveva lasciato che io finissi culo a terra. Erano le tre di mattina, non ricordo da dove arrivavo ma ricordo esattamente che ero davanti all’orologio in piazza dei Signori.  Comunque la bici non mi parlò e alla fine rimontai in sella e mestamente giunsi a Montechange. Chissà quanto tempo ci impiegai.
Mi sono ricordata che in via San Francesco noi ci andavamo anche per un’altra ragione: la mensa. La mensa dell’ente per il diritto allo studio, ente che avrebbe voluto avvelenarci tutti e qualche volta ci è quasi riuscito. Mangiavamo insalata di sequoia dopo aver fatto intere mezz’ore di fila. Al posto del secondo potevi prendere lo yogurt ai cereali del discount e le signorine non erano punto gentili. Però era bello andare in mensa perché c’era un sacco di gente e ogni tanto grazie alla fila riuscivi anche a conoscere quello che ti sembrava tanto carino. Salvo poi scoprire che sarebbe stato meglio rimanere con il mistero e l’illusione.

Ma vabbé sono cose umane. A volte è meglio rimanere con il mistero e con l’illusione, meglio non darsi delle risposte, sì o no? A tutto questo pensavo stamattina e mi faceva male tutto e anche no, e avevo paura e anche coraggio, e mi misuravo la corazza e dicevo complimenti signorina, e in fondo se voglio niente mi può toccare, e che palle le aspettative, che palle le persone che delegano agli altri la presa di coscienza del loro posto nel mondo, che palle quelli che possono mettere tutto in parole e che palle quelli che non parlano perché pensano che faccia figo e un po’ dandy stare in silenzio con l’aria sofferente.
Vaffanculo l’aria sofferente, pensavo, parlami parlatemi spiegatemi, vaffanculo quelli che hanno sempre una risposta e quelli che invece di amarti, invece di sporcarsi di te e con te, invece di mescolarsi furiosamente, 
ti stimano. Ti stimo cosa, ti stimo quanto?
Pensavo e camminavo alle settemmezza di un mattino infrasettimanale, pensavo a casa mia a Pyongyang, alla bellezza di quella solitudine e di quella fatica, alla meraviglia di quel paesaggio postnucleare, pensavo che voglio andare a casa, chiudere la porta, togliermi le scarpe e buttarmi sul divano. Accendere la tivvù e guardare Al Jazeera per scoprire che l’Italia è un puntino lontanissimo, voglio aspettare l’ora in cui tornerà l’acqua per farmi una doccia che probabilmente sarà fredda, poi magari a cena mangiare quei cereali malesi che ho comprato nel negozio nuovo che chiamiamo Dubai, potrei mangiarli con il latte di soya scaduto che ho in dispensa. Dopo guardare un film. E in tutto questo da sola, senza che nessuno mi possa trovare, anzi, senza che a nessuno venga in mente di cercarmi.

 

No responses yet

Mag 26 2013

ma non fermarti più, ti ho detto di gridare.

Spengo la tivvù
e la farfalla appesa cade giù
succede anche a me(…)

Ogni volta che torno ci sono delle persone, i fratelli e le sorelle scelti in tutti questi anni di lotta e denti stretti, delle persone con cui basta lo scambio di un accendino e tutto rinasce come se fosse passato un giorno o poco più.
Per queste persone io ogni volta ritorno e trascorro giorni interi, prima di rivederle, immaginando come sarà, di cosa parleremo, come ci guarderemo. Ci sono contatti che semplicemente e meravigliosamente avvengono, e mentre lo fanno io mi accorgo di quanto mi sono mancate le braccia, il petto, la pelle delle guance. Ci sono i respiri, stomaco contro stomaco, o se una delle due persone è un po’ nana, come sono io, guancia contro stomaco, o cose del genere. Organi che si toccano e si parlano. Poi ci sono le risate, gli scherzi, quelli che sappiamo solo noi. I “ti ricordi”, i “non sei cambiata”, i ricci scombinati, la barba e le lavatrici condivise.
Per tutto questo ogni volta ritorno.
Per le persone che non mi fanno paura. Perchè ogni volta che le incontro è casa, eppure ogni volta ci lasciamo stupire da come siamo mutati e da come il nostro incontro può creare una cosa nuova e inaspettata.
Ogni volta prendo la lucillomobile e percorro lo stivale in su e in giù alla ricerca di loro, delle loro voci che non sono cambiate, di quel modo di girare le sigarette, dei fondi di grappa da terminare, delle camminate, delle biciclette legate insieme, delle promesse che si mantengono e di quelle che invece no.
Ritorno e senza di loro non sarebbe uguale.

Tu non pensarci più
che cosa vuoi aspettare

Epperò c’è uno strazio sottile nel vedere come le persone che amo si siano abituate a stare con l’assenza di me.
Progettano, disfano e rifanno, mi aggiornano quando possono, ma non mi contano più tra gli invitati a cena.
Allora mi dico che la prossima volta che torno, forse, la prossima volta che torno in verità non torno, perchè fa male.

L’amore spacca il cuore
spara dritto qui

La prossima volta che torno non torno, la prossima volta scompaio. Oppure non parto più, mai più, smetto di partire e resto per sempre, felice e arresa, resto e ci saranno ogni giorno gli sguardi le mani i sorrisi le sigarette in terrazza.
La prossima volta che parto non torno. O che torno non parto. La prossima volta che.

Ma non pensarmi più
ti ho detto di mirare
l’amore spacca il cuore
spara dritto qui.

One response so far

Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

One response so far

Giu 04 2012

Ritorno al futuro tour, parte quarta

Beniamino Noia alias il Pentothal di tanti anni addietro ascolta Giorgio Canali che canta “sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto” e dice, lapidario come suo solito:

“Giorgio, forse alla tua età dovresti cominciare a uscire con le donne e smetterla con le ragazze”.

Rido e guido verso le Marche dove ci aspetta il prossimo pezzo di turnè. Proprio io e Beniamino Noia, come tantissimi anni fa. Io, lui, il manichino mezzo sfasciato nel bagagliaio e un sacco di idee che viaggiano con noi nella lucillomobile, proposte di miglioramento dello spettacolo, nuove incursioni musicali, una partitura fisica più intensa e poi sì poi come al solito vediamo quello che succede e improvvisiamo.

Guidando verso le Marche, i piedi di Beniamino sul cruscotto, penso a quando i piedi sul cruscotto erano i miei, e alla guida ci stava lui, e cantavamo la resistenza nostra e di molti altri in giro per l’Italia. Ci sentivamo bellissimi, ci sentivamo delle rock star e forse un po’ lo eravamo. Un po’ eravamo anche degli sfigati che si spendevano tutta la paga ancor prima di arrivare a casa. Però ci divertivamo tantissimo e la vita era bella e colorata e velocissima. Proprio come adesso, che siamo partiti in fretta e furia con mille cose lasciate a metà. Senigallia ci aspetta e all’Arvultura ci sta il palco più bello del 2012, tanti fari che io quasi mi commuovo, e i compagni che lavorano per farci fare lo spettacolo benissimo. Mi sembra proprio di essere un’attrice vera, a Senigallia, mi sembra proprio che il teatro valga la pena, che valga la pena il mio lavoro, e quasi quasi mi torna voglia di stare sul palcoscenico. Quasi quasi mi dico oh, scrivo un altro spettacolo, ma non faccio in tempo a pensarci troppo che arriva il momento di fare OTTO e tutto è silenzio, concentrazione, commozione. A sorpresa è arrivata anche la Glori che grida ancora una volta che nessuno mette Babe in un angolo. Eh no, nessuno ce la mette, nessuno mette noi, piccole Babe senza un maestro di mambo, in un angolo. E noi, Babe del 21esimo secolo, non abbiamo bisogno nemmeno di un innamorato che parli al posto nostro.
Ho paura stasera, mi sento come se fosse la prima volta che lo faccio, questo spettacolo, e mi vergogno e temo di non essere sufficientemente presente, e tutta questa emozione si addensa come una nuvola piena di pioggia all’angolo degli occhi. Non ci posso credere, quando finiamo, non ci posso credere a quanta bellezza mi torna dalla platea.

Allora per questo e per la marmellata biologica mi viene da ringraziarli infinitamente, i compagni e le compagne di Senigallia, perchè m’hanno rispettata e amata e m’hanno fatto sentire che tutto aveva un senso. Un’attrice vera, m’hanno fatta sentire, in quella isoletta di bellezza fiorita nel mezzo della zona commerciale di Senigallia.

Ed ero ancora piena di tutta questa bellezza il giorno dopo al mare, un’acqua fresca limpida trasparente e gli ombrelloni! Gli ombrelloni che il centro sociale affitta per l’estate intera di modo che si possa sempre andare al mare, perchè bisogna andarci, al mare, porcamiseria, perchè il mare è nostro, il mare siamo noi, allora eccoci ai Bagni77, Beniamino si stende sul lettino e ronfa e io ascolto Alessandro che mi spiega con un certo piglio ingegneristico che la disposizione degli ombrelloni di quest’anno è problematica, mi elenca una serie di problemi non da poco, e in mezz’ora riesce a sollevare un vero e proprio dibattito che sfocia in una votazione seria, della quale ahimè non conosco l’esito. Comunque a me gli ombrelloni ad angolo non dispiacevano. Certo capisco che avere proprio di fronte l’area di gioco per i bambini potesse creare problemi non indifferenti di odio violenza e stragi degli innocenti.

Ma soprattuttoil mare di Senigallia è bello perchè ci sta il bagnino più fico della storia ovvero Nico che si è comprato pure le pinne la maschera e la bandana, ci ha una maglietta rossa e guarda l’orizzonte sperando che qualcuno rischi di annegare, dal momento che la vita sulla torretta è noiosissima e non si può manco leggere. Sta nobilmente seduto sulla torretta proprio di fianco alla rotonda sul mare che cantava quello sfigato di Freddie Bongustaio e mira l’orizzonte munito di binocolo. Io quasi quasi mi tuffo e mi faccio venire a salvare per il puro gusto di salire sul suo pattino rosso a remi e vederlo con le pinne.

Ma uffa dobbiamo partire perchè Ancona ci aspetta e stasera si replica al mundialito antirazzista. Come l’anno scorso Silva e Alessio ci accolgono con entusiasmo  e grigliata di carne, io provo a trasmettere un po’ della mia gioia a Beniamino che però mi si è un po’ depresso. Per mia fortuna ho imparato a 33 anni a non crucciarmi troppo se il socio si deprime, faccio tutto meglio che posso e mi attacco forte all’idea di fare qualcosa di sensato, mi attacco alla bellezza delle persone e alla sensazione di essere un po’ a casa ogni volta che sono sul palco. E proprio mentre penso a queste cose arrivano Reka e Pa direttamente da Falconara, mi ero ormai rassegnata a non vederli, questa volta, e invece eccoli puntualissimi come al solito, io quasi mi commuovo nel vederl, li abbraccio li bacio e non mi voglio scollare più.

Con questo sentimento di gioia e gratitudine faccio OTTO, cercando di dare il mio meglio anche stasera, e poi il resto è un festino sulla spiaggia, il resto è un buttafuori che punisce ingiustamente il nostro Beniamino e noi ridiamo, il resto è il treno che passa vicino al mare terrorizzandoci nel divertimento di Reka e Pa.

Il resto è che la turnè nelle Marche è finita e ce ne torniamo a casa pieni di pensieri, a Padaniacity c’è un tempo di merda, mi sento sola, mi sento che ogni spettacolo è una specie di parto ingiusto che ti lascia svuotata e insensata, mi sento che non ho costruito niente e simili pensieri paranoici. Ho voglia di scappare lontanissimo e non essere qui.
Padaniacity è immensa e comincia dieci km a sud di Bologna per estendersi come un blob velenoso attraverso la pianura martoriata dall’ultimo terremoto e da secoli di noia. Che ci faccio qui. Lontanissimo me ne vorrei andare, dove nessuno mi conosce e nessuno prova a mettere Babe in un angolo.

Magari me ne scappo nelle Marche.

One response so far

Mag 25 2012

Ultimo regalo cubano.

 Siccome non ho fatto in tempo a salutare Richetto che già ero sull’aereo verso Parigi

Siccome non ho nemmeno finito il pollo immangiabile di AirFrance che già pagavo una bottiglia d’acqua tre euri

Siccome temo di cascare nel nuovo turbinio di un’altra turnè, accompagnata da sbattimenti, incontri, sorprese e menate varie

Siccome lo so, che finirò con il lasciare andare tutto questo troppo, troppo presto,

Allora mi faccio un pochino di coraggio e pubblico il mio racconto su Trinidad.

 

 

 

 

Como diz Fidel, y lo voy citar…

 

Breve storia di un pittore che non riusciva a finire le sue citazioni

e di Trinidad,

città dove ciò che deve accadere, semplicemente, accade.

 

 

 

 

 

 

 

Ismael, l’addio.

18 maggio 2012, ore 7.45

 

L’autobus si incammina lentissimamente verso la carrettera central. A passo d’uomo attraversa le vie della mia Trinidad, le vie che in questi giorni ho percorso a tutte le ore del giorno e della notte, facendo giochi d’equilibrio tra le pietre antiche e scivolose che trasformavano la mia andatura in quella di un’ubriaca anche quando non lo ero.

L’autobus procede, lentissimamente. Guardo una per una le stradine, le case, le gallerie d’arte, le macerie. Riconosco i miei punti di riferimento nell’intrico di colori formato dalle case.

 

Sono stanca. Ho voglia di dormire. Tra me e La Habana si stendono, lunghissime, cinque ore di viaggio.

Chiudo gli occhi.

 

Li riapro di colpo quando sento un pugno che bussa furiosamente contro il finestrino all’altezza del mio sedile. Guardo.

E’ Ismael, il genio, l’ubriacone, il ballerino, il pazzo del villaggio, che è già in giro a quest’ora ed è venuto a darmi ancora un ultimo saluto.

Sorrido, gli mando un bacio con la mano. Lui ricambia socchiudendo gli occhi e dispiegando i palmi delle mani e le dita.

 

L’autobus prende velocità e Ismael rimane indietro, gesticolando affannosamente verso l’autobus, con il suo incomprensibile sorriso sulle labbra.

 

 

 

 

 

Rudy, una buona notizia per la donna del chino.

17 maggio 2012, ore 21.00

 

Batto con le nocche sul portone di casa di Rudy e non so se sto facendo la cosa giusta. Sono passate ore, ore durante le quali ho dormito senza sogni né movimenti. Mi sono svegliata come da un incubo e mi sono resa conto che non ho modo per trovare Josè Luis, né lui per contattarmi. Sono salita fino alla cima della città, dove ci incontriamo sempre. Pioveva e i tavoli erano deserti. Sconfortata, colpevole, incazzata. Ecco come mi sono sentita. Mi sono incamminata attraverso le strade di pietra senza sapere bene cosa fare, e sono arrivata a casa di Rudy.

Mi sorride.

Mira que Josè te espera en cima a la escalera.”

Sorrido anche io, mentre mi racconta che grazie al padre di Gallardo è riuscito a farsi rilasciare dopo un paio d’ore. Bacio Rudy e corro alla scalinata.

Josè è lì, seduto, che mi guarda di sbieco come suo solito. Io penso che tra poche ore andrò via, ma per questo tempo tanto breve è bello sentirmi la donna di un uomo così.

 

L’amore, quando dura meno di tre giorni, è perfetto.

 

 

 

 

 

L’amore ai tempi del turismo sessuale,

ovvero un incontro ravvicinato con la policia rivolucionaria.

17 maggio 2012 ore 16.30

 

Il problema è che Josè Luis è cubano e io sono una turista. Punto. Il resto al poliziotto non interessa. Forse se io avessi detto qualcosa, se avessi protestato, se avessi fatto valere i miei diritti di turista europea, si sarebbe trattenuto. Invece non ho fatto niente di niente, sono rimasta, imbecille, muta, ad ascoltare la voce arrogante del poliziotto in borghese. I cubani queste cose non le possono fare. Il poliziotto si carica Josè Luis sul camion della polizia e se lo porta in centrale.

Rimango come una cretina, sulla spiaggia improvvisamente troppo fredda, incazzata con me stessa perchè di fronte a questa improvvisa rottura, di fronte al poliziotto che si porta via il mio innamorato pittore, mi è venuto il dubbio. Sì, mi sono chiesta se Josè Luis non mi avrebbe, prima o poi, messo le mani nel portafogli, se non mi avrebbe domandato un favore qualsiasi. Mi sono domandata se stesse veramente con me perchè gli piacevo. Mi sono chiesta se tutto quello che era successo fosse vero o non fosse una farsa che lui mette in scena puntualmente, una o due volte a settimana.

Per questo mi incazzo ancora di più, e mi verrebbe da andare alla centrale della polizia e mettermi a gridare in faccia al militare di turno che tutto questo è meschino, perchè avevamo una cosa bella e lui l’ha sporcata, l’ha sgualcita, l’ha rovinata, l’ha rotta. Si è preso Josè Luis e mi ha lasciata con un dubbio che mi umilia. Vorrei andare a gridarglielo, invece rimango come un’imbecille a guardare il mare, fino a quando il tassinaro non mi viene a raccogliere, a dirmi che è normale, che non devo preoccuparmi, che fra due ore lo rilasciano.

Mi porta a casa.

Mi stendo sul letto, mi sento come se non dormissi da giorni. Chiudo gli occhi. Mi tocco, all’interno della coscia sinistra, un punto che mi fa male.

 

Il problema, mujer, il problema è che non mi annoi”

Non ti preoccupare, non farai in tempo a crucciarti troppo, fra due giorni me ne vado”

 

Mi addormento senza accorgermene.

 

 

 

 

 

Gallardo, l’arte, le donne e il tamal,

pranzo di un giorno feriale.

17 maggio 2012, ore 13.35

 

Josè Luis mi aspetta davanti alla casa di Rudy. Il sigaro in bocca e lo sguardo laterale, come al solito.

Demoraste”

 

Mi lecca le labbra e mi tira i capelli. Io rido e mi divincolo. Guardo nella casa, dove ci sono tutti gli altri, ognuno impegnato in un’attività della mattina: radersi, dipingere, lavare la biancheria, raccontare l’avventura della sera precedente. All’ingresso c’è un quadro che Josè Luis sta ultimando. Prende un arancione a cera e comincia a tracciare le sopracciglia del suo Che di profilo. Penso che è vero, è vero quello che dice lui di sé stesso: Josè Luis ha una sola cosa, la pittura. E capisco che gli faccia schifo, a volte, dipingere tutti questi Che Guevara per rivoluzionari frustrati che non rinuncerebbero a un minuto della loro connessione wi fi però vengono a Cuba ad annusare quello che non avranno mai. A loro Josè Luis vende i suoi quadri, un po’ disgustato e un po’ sorpreso dalla quantità di danaro che riesce a guadagnare.

 

Gallardo si è fatto il bagno più lungo della storia, mi viene detto, perchè stasera ha appuntamento con l’austriaca che gli piaceva tanto. Forse questa è la volta buona che trova una fidanzata. Dopo il bagno ha cucinato pesce appena pescato. Ce n’è per tutti. E’ la prima volta che mangiamo. Pescado y tamal, fritti. Josè Luis ne prende un pezzo, lo divide e me ne mette in mano metà. Mi piace il modo in cui si prende cura di ciascuno, pure di me.

Andiamo a casa, o in spiaggia?”

Facciamo tutte e due le cose”

Per cinque pesos riusciamo a prendere un taxi”

Fatta”

 

 

 

 

 

Carlitos, il fratello che non guarderò.

17 maggio 2012 ore 11.15

 

Josè Luis sonnecchia con una mano appoggiata al mio fianco. Ogni volta che mi appoggia la mano sul fianco penso a quando l’ho guardato la prima volta e mi sono domandata che cosa avesse, quest’uomo, che mi attraeva così tanto. Ma è un attimo. Ci sono, sulla sua faccia, decine di strati di ricordi, rimpianti, sogni e fantasie appese alla mia vita passata. Forse è questo che intende lui quando dice “mi pare di averti già conosciuta”.

 

La casa, lunga e stretta, è caldissima e in penombra. Ovunque cavalletti, colori, pennelli e quadri non ultimati. I pantaloni di Josè, pieni di ditate colorate e seccate chissà quanti quadri fa, giacciono ai piedi del letto. Attraverso l’arco che separa la sua stanza dall’altra vedo Carlitos, i capelli riccissimi che si muovono inquieti, una mano tiene la foto e l’altra il pennello, col quale bombarda la tela. Mi piace guardare Carlitos che dipinge i suoi quadri fatti di lavoratori e strade, pennellate grosse e colori improbabili, pensati per turisti che vogliono riportarsi in Europa l’opera d’arte del pittore socialista, il dipinto dell’eterna classe operaia, e non hanno idea del buio, dei colori versati sul pavimento, del grillo nella tazza del cesso, dello zucchero che è sempre già finito, delle fotografie sezionate meticolosamente con la matita, del ron, della timidezza di Carlitos, della sua passione per Umberto Eco e del fatto che sia orgoglioso del suo nome, che significa uomo libero. E lui proprio così si sente, un uomo libero, che se ne è venuto a Trinidad da Cienfuegos perchè qui ci sono più turisti che vogliono comprare i suoi quadri, perchè i suoi amici della scuola d’arte se ne erano venuti qui prima di lui e perchè in fondo vendere un quadro a una tedesca sessantenne non è prostituzione peggiore del chiedere alla tedesca di cui sopra di comprare una bottiglia di ron in cambio di compagnia e sorrisi.

 

Carlitos, Josè Luis, Rudy e gli altri non hanno bisogno di fingere con le turiste sessantenni di essere attratti e innamorati. Vendono i loro quadri e le loro sculture, comprano sigari e ron, e si possono pure permettere di invitarmi a bere nonostante il mio imbarazzo, di offendersi se propongo di essere io a pagare, perchè tu eres bonita, y no necesitas jineteros.

 

Ho fatto del caffè, ne vuoi? Però non abbiamo zucchero”

A me il caffè senza zucchero piace tantissimo”

 

Ce ne andiamo in cucina a bere il nostro caffè cubano senza zucchero. Al di là della finestra una madre urla qualcosa di incomprensibile a un bambino che grida. Io non potrei stare qui, perchè a Cuba è proibito. Ma pare che stamane nessuno verrà a controllare se nella penombra di questa casa c’è una straniera che ha infranto le regole. Carlitos mi guarda con gli occhi verdi, profondissimi, e mi sorride. Non mi dice niente, perchè non c’è niente da dire.

(Te llamas Carla porque tu eres libre, como yo).

Josè Luis, amico, fratello, compagno di sbronze e di avventure, dorme ancora.

 

 

 

 

Piccolo intermezzo patetico:

L’inizio di un amore a scadenza ravvicinata.

16 maggio 2012, ore 20.12

 

Dimmi qualcosa della tua vita privata”

Io non ce l’ho, la vita privata.”

Vuoi del ron?”

Sì, ma mescolamelo con la gazzosa per favore. Dimmi qualcosa della tua”

Io mi alzo la mattina e dipingo”

 

 

Perchè mi guardi così?”

Perchè una donna come te non dovrebbe perdere tempo parlando con me di Corea del Nord e socialismo.”

Se lo pensi davvero mi alzo e me ne vado. E’ un attimo. Sono una turista trentenne da sola a Trinidad, non faremo nemmeno in tempo a salutarci che sarò già attorniata di jineteros”

Sei un ciclone”

 

 

Dimmi un difetto che hai”

A volte mento”

Tipo, mi hai già mentito?”

Sì, quando ti ho detto che volevo andassi via”

 

 

Devo andare a casa, ma torno in un’ora al massimo.”

Torni, davvero?”

Sì”.

 

Josè Luis mi guarda per la prima volta fisso e diritto, non come ha fatto fino ad ora, lanciandomi occhiate di sbieco da dietro gli occhiali. Mi mette una mano sulla vita.

Mi sto innamorando del pittore che fuma sigari. Delle sue occhiate di sbieco. Del modo in cui si prende cura di Carlitos e un po’ lo rimprovera. Delle continue citazioni da Silvio Rodriguez e Josè Martì. Della sua inquietudine. Di come all’improvviso mi ha guardata e mi ha desiderata.

 

Il mio amore totale e a appassionato durerà trentasei ore. La durata perfetta per un amore senza disillusioni e ferite.

 

 

 

 

 

Io e i due fratelli. Ricordi di vite passate.

15 maggio 2012, ore 23.55

 

Carlos mi racconta della sua vita a Cienfuegos, di quando insegnava disegno ai ragazzi e andava a scuola in calzoni corti per dimostrare che un uomo può essere rispettabile anche se non ha i soldi per comprarsi i pantaloni lunghi. Mi diverte Carlos, mi diverte la sua timidezza e pure la sua allegria. Mi diverte il suo entusiasmo. Adesso che è un po’ ubriaco tende ad aumentare leggermente la portata delle sue imprese, ma quale maschio non lo fa? Sono abituata, e almeno le avventure di Carlitos sono appassionanti. Mi domanda della Corea del Sud, mi chiede quando partirò per il Nord. Non riesce proprio a capire perchè non voglia fare l’attrice. Allora gli faccio i conti delle mie spese mensili e delle mie entrate. A quel punto tace, mi guarda fisso.

 

que pasa Carlos?”

estoy assustado. Pero me gusta. Assustado y feliz”

 

Sorride. Di fronte a lui, Josè Luis ci guarda di sbieco e fuma il suo sigaro.

 

Mi piacciono, Josè Luis e Carlos. Sembrano proprio fratelli, anche se non lo sono. Abbiamo continuato a bere ron tutta la sera mentre turisti impazziti ballavano salsa e bevevano mojito. Abbiamo fatto tornei di morra cinese e sperimentato variazioni nella percentuale di refresco da aggiungere al ron. Mi hanno fatto scoprire che i cubani non sono tutti come quelli che ho incontrato a La Habana, e per questo mi sento grata e felice. Ogni volta che ho provato a pagare per loro si sono così offesi che ho desistito, e ora sono troppo ubriaca per insistere.

Per come stanno le cose Josè Luis adesso dovrebbe prendere il cappello e i sigari e andarsene, lasciando il suo amico a lavorarsi la straniera. Invece no. Rimane anche lui, e io sono contenta. Mi piace guardarlo e scoprire che ascolta quello che dico. Ogni tanto lo punzecchio e lui fa finta di niente. Andiamo alla discoteca e continuiamo a parlare fitto tutti e tre di socialismo e politica internazionale, ma ormai l’unico argomento che tenga è il ron.

 

Alle tre decido di andare a casa. Mi accompagnano, entrambi, due autentici cavalieri di un mondo senza jineteros. Mi sembra di stare a Maratea a 15 anni, quando mi piacevano due fratelli e non sapevo quale scegliere.

 

La notte è tiepida.

Mi lasciano davanti casa e mi danno, uno alla volta, un bacio sulla guancia.

 

 

 

 

 

Trinidad.

Ciò che deve accadere accade.

15 maggio 2012, ore 18.00

 

Sono arrivata a Trinidad da poche ore e mi domando perchè Richetto mi abbia spedita qua. Sì, certo, la città coloniale è perfettamente conservata, i colori delle case basse, i sassi diseguali, le stradine in salita, le chiese diroccate, la libreria, tutto è perfetto, irreale, senza tempo. Però mi sembra un grosso teatrino per turisti e soprattutto per turiste di mezza età che arrivano qui per ballare la salsa in piazza accompagnate da amanti raccattati in cambio di bottiglie di ron e sigari. A tutto questo penso mentre mi siedo da sola a un tavolo della casa della musica. La maggior parte dei tavoli è ancora deserta. Una coppia di turisti tedeschi beve mojito in un angolo. Un gruppo di cubani del posto, tutti maschi, si gira all’unisono a guardarmi.

 

Il più anziano mi invita a unirmi alla loro tavola. Gli faccio cenno di avere pazienza. Ho bisogno di respirarmi un pochino la città, non sono pronta a fronteggiare gli attacchi professionali dei locali. Bevo birra mescolata a gazzosa proprio come a Lisboa, a Maputo, a Ilha do Moçambique. Ascolto i musicanti che si preparano al concerto della sera. Mi guardo intorno. Il tavolo al quale sono stata invitata è popolato da una quantità di maschi diversi. Il più anziano gesticola in maniera singolare e un po’ affannata. Un nero altissimo beve tukola. Uno col cappello si guarda attorno come fosse un gatto. In piedi dietro di lui uno in camicia fa girare il ron nel bicchiere. Un mulatto dagli occhi verdi e profondissimi conversa con agitazione. Di fronte a lui, un bianco col cappello e gli zigomi da cinese fuma sigari guardandomi di sbieco.

 

Si chiamano Ismael, Gallardo, Luis, Rudy, Carlos e Josè Luis. Sono pittori, scultori, amanti del ron, della vita e delle donne. Sono arrivati a Trinidad dopo la scuola d’arte perchè qui riescono a vivere del loro mestiere. Ma questo io non lo so ancora, perchè non ho parlato con loro e sono seduta al mio tavolo mescolando birra e gazzosa.

 

 

 

 

 

 

(una lagrima sul viso, parentesi amorosa delle 02.34.

18 maggio 2012. ore 02.34, per l’appunto).

 

Rimani un giorno in più, solo un giorno in più e poi te ne vai.”

Davvero lo vorresti?”

Mi afferra il collo come ha fatto in questi giorni ogni volta che mi ha desiderata

e mi guarda, fisso.

Non ti ho detto di rimanere qui per sempre. Un giorno, un altro giorno e basta”

Il resto non si dice, il resto non si racconta.

Trinidad attorno a noi è silenziosa e fresca di pioggia.

Un cane passa in cerca di cibo.

Dal CuPet arrivano musica e voci in spagnolo e inglese mescolati.

Le stelle non si vedono, io non le cerco.

Adesso me ne vado e non mi giro, che queste cose non sono per gente come noi.

Te quiero”.

Metto la chiave nella serratura mentre Josè Luis, il chino che fuma sigari,

il pittore che non riesce a finire le sue citazioni,

si allontana verso una Trinidad che non conosco.

No responses yet

Next »