Archive for the 'amici' Category

Set 03 2010

thelma & thelma

Published by lucilla under carla, viaggi, vitantonio, bologna, amici, tour

viaggio allucinante, lungo, caldofreddocaldo, pioggia poi sole, mare in burrasca camion famiglie che un tempo erano felici, ex turisti depressi, mal di gola pizza acidità

viaggio d’ansia, telefonate contatti rabbia delusione incomprensione di nuovo quel senso di impotenza di perdita ineluttabile di nuovo quella mancanza incolmabile quel senso di aver mancato l’unico l’unico treno che fosse veramente per me

viaggio

che non mi capisco e non vedo l’ora che finisca

che l’amore dove sta

che penso ai giorni passati al Gibbo a Sandra a Boris e a Simo, che penso anche allo Shamano e a quanto sono fortunata ad aver incontrato queste persone, a quanto è stato intenso pieno eppure finito, finito, che rido ancora un pochino, che mi ricordo odori segreti e un letto in mezzo alla stanza, e Posillipo e il Morandini nel pieno della notte, noi affamati di film davanti alle pagine del dizionario che era come mangiarseli tutti, che penso a Secondigliano alla gita a quanto Boris sia quell’amico che non esiste più e per questo gli voglio ancora più bene

che mi torna nella mente lo Zio e mi fa ridere il pensiero di lui e di tutto il bene che siamo riusciti a darci e mi commuove il modo in cui siamo riusciti a lasciarci

viaggio

e poi arrivo qua a Bologna e penso questa dove dormirò stanotte è la casa della disfatta della solitudine della perdita

invece arrivo qui
e sono spiaccicata nel centro e c’è un’incredibile sconosciuta vita, gente che beve al baretto all’angolo, qualcuno fuma una canna alcuni ragazzi portano i baffi e i calzoncini corti, e io apro il portone di questa piccola casa piccola casa M I A

ed è bellissimo, cazzo, è bellissimo essere qui

è semplicemente, incredibilmente bellissimo

e ho voglia di ricominciare ancora di vivere di

ho voglia di stare in mezzo a questa bellezza di fine estate.

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Lug 25 2010

secondo me devo togliere moltheni dalla playlist

Published by lucilla under carla, vitantonio, amici

In questa estate sembra che tutti i miei amici attorno a me

stiano camminando

come me

alla ricerca di dove sono finiti

dove siamo finiti

che non ci troviamo, non ci troviamo più

e sembra che tra come volevamo essere e come ci siamo trovati ad essere

ci sia non un abisso, no, non un abisso

ma proprio

un salto dimensionale, che uno davvero, l’unica cosa che può dirsi è

non fatevi prendere dal panico

e non è che volevamo essere meglio e siamo peggio

non è che volevamo volare e strisciamo

ma ci sono stati tutti gli aggiustamenti, le perdite

tutte le volte che si è rotto il motorino proprio a metà della salita

e allora che fai, torni indietro o prosegui a piedi? E del motorino, del motorino che ne fai?Lo lasci là, lo porti con te o lo rispedisci a casa con la prima nave, proprio come alcuni di noi fecero partendo per l’erasmus decine di anni luce fa?
E tutte le volte che pensi che l’amore è complicato solo fino a quando non si concretizza, che maledetti tutti i romanzi che abbiamo letto, maledette tutte le volte che abbiamo pensato che i problemi, le paranoie e tutto il resto, fossero prima delle convivenza, che una volta aperta la porta del nido d’amore, una volta steso il tappeto di rose, il libro si sarebbe chiuso e il resto della vita sarebbe stato un leggere e ripetere la frase “ e vissero felici e contenti”

maledetti i romanzi, i film, le storie a lieto fine

e quella volta che abbiamo pensato che con la laurea le tribolazioni sarebbero finite e sarebbe cominciata la vita, la vita vera.

E camminiamo e camminiamo e ogni tanto quando meno ce lo aspettiamo ci ritroviamo, noi. Che siamo la nostra famiglia. E siamo tutti sparsi, siamo tutti sparpagliati. Ognuno a strappare coi denti il suo pezzo di carne. Qualcuno felice, qualcuno meno. Che quando uno è felice magari un altro è triste. Che uno ha scoperto che è un attore spettacolare. E un altro ha scoperto che dietro la porta cui ha bussato per anni interi non c’era quello che sperava. Uno parla. Uno ascolta. Molti parlano molti ascoltano. Che se tutto va male uagliù fra quindici anni ci facciamo la nostra piccola comune e vaffanculo. Che qualcuno non c’è e manca. Che i figli li ha avuti chi non ce lo aspettavamo proprio, che li avesse.
Che non puoi mai dire che è finita.

E così l’altra notte dormivo sul divano del Cois e avevamo parlato fino alle tremmezza bevendo il suo whiskey migliore e non avevamo sonno e avevamo ancora molte cose da dire da ascoltare molti specchi dentro i quali guardarci e non avevamo sonno ma a un certo punto ci siamo detti lo stesso buonanotte perchè ormai siamo grandi e il giorno dopo avremmo dovuto ognuno fare le sue cose. Ero su quel divano e mi veniva da piangere perchè mi sentivo a casa, e non mi ricordavo non me lo aspettavo, di potermi sentire a casa su quel divano dove le gatte più brutte del mondo hanno trascorso l’intera nottata a tirarmi la treccia. E mi sentivo a casa e avevo il peso di una settimana terribile, terribile, una settimana passata a guardare da fuori scenari di un orribile futuro possibile, ed ero esausta e non potevo dormire. Che cosa ho davanti a me in questa estate di sole troppo lontano perchè io possa sentirne il caldo. Dove finirò dove comincerò di nuovo dove mi fermerò.

 

“l’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca

mi è passata a quattro metri la mia vita

camminava col bicchiere e un vestito nero

mi ha guardato ma non mi ha cagato”

 

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Lug 04 2010

speriamo che sia il programma fastwash delicate

Non ci posso proprio credere che una settimana fa ero in un parco di Old Street a cantare a piedi nudi e adesso sono qui con questo buio inodore che mi si staglia davanti, oltre la porta dello studio del mio fidanzato che non c’è e chissà quando tornerà.
Me ne sto in questa casa e ho fatto di tutto per starci il meno possibile, non che la casa sia brutta non che ci siano i mostri no, non che questo buio mi spaventi. Perchè a me il buio non mi ha spaventata mai. Però questa casa è così improvvisamente densa di mancanze che io non ce la faccio e allora sono fuggita in giro per la penisola fino a quando ho potuto.
Venerdì vincitrice morale di un festival piuttosto bizzarro, mi sono portata via poca gloria e niente soldi. Per fortuna che Nathan è comparso e mi ha fatto da crocerossino per tutta la giornata. Ero uno straccio. Come sempre in questi momenti di grande sofferenza e confusione mi gonfio come un palloncino pieno di inspiegabilità, e mi fanno male i denti. Un male leggero e costante, come un sottofondo di rabbia inespressa.
Ma già sabato mattina ho deciso di dedicarmi all’amore e non al lavoro, che mi pare di aver capito che il lavoro quest’estate non mi darà grosse soddisfazioni. E allora sono letteralmente scappata a chiedere asilo politico ed emotivo all’Alice che mi ha accolta nella grande casa sotto Firenze, una casa piena di gioia, di galline, di persone e di colori che m’hanno rinfrancata. Alice mi ha regalato alcune perle di zootecnica e di botanica, m’ha spiegato il motivo assolutamente razionale per cui è convinta di essere la madre di tutte le sue oche, mi ha deliziata scorrazzandomi in automobile e proponendomi spericolatezze di cui mai l’avrei ritenuta capace. E poi c’era anche Vanessa che chissà quanti anni erano che non la vedevo, quanti anni che non ci parlavo, ma la magia è scattata così come a volte mi accade coi vecchi amici, e Vane ci ha illuminate a riguardo delle immense declinazioni possibili nella parola coppia. E loro, e gli altri splendidi abitanti della casa, e Nathan che è tornato in serata dopo che io e Alice avevamo intrepidamente montato un nuovo barbecue, m’hanno ascoltata e m’hanno parlato, semplicemente m’hanno accolta e mi sono sentita che un pronto soccorso così era proprio ciò di cui avevo bisogno.
E anche oggi solo con amici stretti sono stata, solo in parole senza doppi sensi, solo in situazioni dove non temevo.
Consolazione, accoglienza, sole, di questo ha bisogno la mia paura per dormire.
Il mio fantasma è molto più grande di me.
Niente mi appartiene se non vestiti che mi vanno troppo grandi o troppo piccoli, e le scarpe improvvisamente sono tutte rotte, e non è una metafora. Provo a immergermi in una compulsiva lettura dei quotidiani meno attaccati dalla censura, ma mi perdo nei coccodrilli di Pietro Tarricone e nel necrologio della libertà di stampa. Mi sconsolo presto, prestissimo, non riesco ad arrivare alla pagina della cultura. Tanto meglio, mi par di capire. Ma da qualche parte devo cominciare. Da qualche parte devo ri-cominciare, e non so da dove. Allora mi attacco agli amici e domando avidamente racconti di questo anno di vita loro che ho perso.Eppure non mi basta.
Sono di nuovo nella lavatrice, e non ho idea di che lavaggio sia in corso.

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Mag 04 2010

se uno si prende la briga di leggere per favore legga fino alla fine

Eccomi appena resuscitata dalla più allucinante festa di addio al nubilato che potesse capitarmi. Ovviamente la nubile non ero io, che ho già smesso di essere nubile da un pezzo e per fortuna mi è stata risparmiata la festa così che ho potuto dedicare le mie energie all’inizio della convivenza e non al recupero post sbronza. Ma ormai parliamo di molti troppi anni fa e quasi quasi non mi ricordo neanche bene come è andata, mi ricordo che a un certo punto arrivai in macchina ed era giorno e non vedevo l’ora i kilometri erano infiniti e l’aria era mite e tiepida e profumata come non lo e’ stata mai più. Ma questo dettaglio me lo sono risparmiato iersera e mi sono guardata bene dal confessare alla maritanda che certe cose non ritorneranno mai più mi sono guardata bene dal confessarle quante e quali pene l’aspettano dopo che la convivenza si sia fatta seria e quante e quali incomprensioni, quante e quali sofferenze, quanti e quali interrogativi senza risposta. Me lo sono risparmiato un po’ perchè in fin dei conti ognuno c’ha le sue bilance e un po’ anche perchè molto presto ero troppo ubriaca per dare consigli tipo “al primo segnale scappa, prima che sia troppo tardi”.

Mi sono distratta al terzo bicchiere di vino e mi è sfuggito di mente il discorsetto che avrei dovuto farle se fossi stata piu’ saggia: non ti venisse mai in mente di convivere per carità, ci hanno scritto delle canzoni riuscitissime, Giorgiogaber per primo, macchittelofaffare santoiddio a imbragarti in questa mescolanza di dentifrici in questa prosasticità di pastiglie per la lavastoviglie chi te lo fa fare a sostenere questi pasti muti che ci sono certi giorni questi silenzi così chiacchieroni e questi sospiri e queste liti perchè si amicamia chittelofaffare a sostenere le liti le sfuriate le incomprensioni chittelofaffare a mangiarti la lingua perchè non sai che cosa dire a sopportare i quadri messi dove non ti piace e a volte non sai neanche perchè il cazzo di quadro non ti piace là e non sapresti dire dove invece ti piacerebbe, no, sei persa dentro la psicosi del quadro che forse la verità è il quadro stesso che non va e non perchè sia brutto ma semplicemente perchè è il quadro che vorrebbe appendere lui.
Ed è inutile c’è chi la prende bene e chi la prende male ma io credo sempre di più che ogni coppia all’inizio si dica ecco noi no noi non saremo mai così noi non litigheremo mai per come si chiude il tubetto di dentifricio e in genere questa affermazione è seguita da una risata da un abbraccio e magari da un amplesso spericolato in un luogo di quelli non-ordinariamente-deputati-all’amore, io credo che ogni coppia all’inizio della sua convivenza sia incappata in qualche coppia vecchia e un po’ stanca, una di quelle coppie fatte di silenzi incomprensioni astio nella voce e la coppia giovane si è detta sorridendo no noi non saremo mai così. E invece, questo avrei forse dovuto dire alla maritanda e non l’ho fatto perchè ero troppo impegnata col vino rosso e l’agnello turco, avrei dovuto dirle cara maritanda lo vedi? tra qualche tempo sarete proprio così anche voi, altro che litigare per il tubetto di dentifricio, vi tirerete reciprocamente appresso cassette e cassette piene di dentifricio, kilate di dentifricio, vi urlerete delle cose terribili a vicenda e ti sentirai male e ti verrà voglia di sprofondare e ti dirai macchimelohafattofare ecco cosa ti dirai, inciamperete nel disaccordo sul colore della vernice nuova, farete viaggi in cui vi sottoporrete a overdose di musei pur di evitare di rimanere fermi davanti a un caffè senza sapere che cosa dirvi, tirerai  un sospiro di sollievo quando gli metteranno il turno all’ora di cena e finirai col guardarti csi e dottor house.

Questo avrei potuto avrei forse dovuto dire alla maritanda avrei magari dovuto metterla in guardia su un futuro che ha gran poco d’imprevedibile e invece non l’ho fatto un pochino perchè ero appunto veramente coinvolta dalla mia relazione con l’agnello e un pochino anche perchè io il profumo di quei giorni d’aprile di molti anni fa me lo ricordo e me lo ricordo ancora bene, ed era un profumo bellissimo e tutto galleggiava intorno a me e in fin dei conti io, anche se fosse solo per quel profumo e non per tutto il resto che è venuto dopo e che è troppo, troppo per essere scritto e raccontato, anche solo per quello io la così detta convivenza seria la comincerei di nuovo e se mi svegliassi ogni mattina con questa domanda ogni mattina mi risponderei si, la comincerei la convivenza, e la consiglierei a tutte le maritande perchè in fin dei conti cosa importa se i cognati sono tutti separati cosa importano i dolori, non son spine senza fiori, in fin dei conti ognuno ha diritto a pensare no, amoremio, noi non saremo mai così, noi non cadremo mai in questo delirio della quotidianità, e ogni coppia ha il diritto di provarci e riprovarci di dirsi questa è l’ultima volta adesso ci proviamo davvero ogni volta ha il sacrosanto diritto a trovare improbabili soluzioni e approcci all’ inevitabile trasformazione dell’amore

ed è per questo che tanto fortemente ho voluto questa festa ieri sera, perchè volevo esserci per quest’amica che ci crede e ci spera come ci spero e ci credo anche io che già mi sono imbarcata sulla stessa nave e nonostante il mal di mare di certi giorni in cui il mare è in tempesta nonostante quello ecco io non ho voglia di scendere e questo viaggio è proprio una meraviglia.

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Apr 21 2010

storie di ordinaria eccetera eccetera

Published by lucilla under londra, casa, mimo, carla, vitantonio, amici, famiglia, donne

un evento straordinario sta per sconvolgere le nostre vite di mimi senza casa e senza famiglia, un evento tanto straordinario da meritarsi un post infrasettimanale.
Ebbene due mimi stanno per sposarsi. Dopo un anno o due di amorevole relazione hanno deciso di fare il così detto grande passo. Che essendo i due mimi in questione provenienti da paesi diversi dall’Inghilterra il grande passo è davvero tale, visto che bisogna prepararsi mesi e mesi prima, bisogna mandare carte, aspettare risposte di ambasciate, rinnovare i visti e compagnia bella. Ne avevo avuto un assaggio quando la mia onorevole sorella minore aveva deciso di maritarsi, e avevo pensato che l’Italia fosse una pietosa eccezione all’Europa, che la nostra burocrazia fosse la prova evidente di quanto le cose potessero andare meglio in altri paesi. Bene, mi sbagliavo. Nonostante questi inglesi ci abbiano la regina, che pare avere come passatempo principale quello di vegliare sull’isola per sincerarsi che tutto vada per il verso giusto seguendo criteri di uguaglianza e giustizia divina, nonostante questa signora regina, dicevo, la burocrazia inglese è quasi peggio di quella italiana, e gli apparati burocratici inglesi sono se possibile (ma umanamente non lo so, se sia possibile)  più xenofobi di quelli italiani. I due poveri mimi in questione hanno girato come trottole per i passati quattro mesi, facendo e rifacendo più e più volte tutte le scale di tutte le ambasciate possibili e immaginabili, e per fortuna che sono mimi e sono ben allenati, la tarantella è andata avanti assai più a lungo del previsto, tanto che il matrimonio avrebbe dovuto avvenire ad aprile ma fino a una settimana fa non si sapeva nulla dalle ambasciate quindi ciccia. Per qualche giorno i mimi hanno mimato Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, e li hanno mimati assai bene, con annessi disperazione della fanciulla e accanimento del suo legittimo promesso. Poi finalmente qualche giorno fa l’autorizzazione - non si capisce grazie a quale conversione di quale innominato o a quale corruzione di quale monaca di quale Monza - è arrivata.
Yuppieeeee

Immediatamente sono partite le partecipazioni. Il matrimonio s’ha da fare, e si farà il giorno otto maggio. Siamo tutti indaffarati come gli assistenti di babbo natale il 23 dicembre.  Eh già, perchè la famiglia dei mimi emigrati siamo noi, mimi sparsi in giro per il nord est di Londra, tutti emigrati e tutti senza famiglia.
Dunque non so cosa stiano facendo i mimi maschi adesso, ma le femmine sono affaccendatissime. Abbiamo messo insieme tutte le energie provenienti dai più diversi paesi del mondo e stiamo organizzando un matrimonio come si deve. Consulti alla sposa per il vestito, organizzazione del rinfresco, drink di benvenuto, addio al nubilato, gestione delle risorse, e ovviamente pure qualche sopresa. Che emozione che emozione! Io un matrimonio non l’avevo mai organizzato, e chi pensava che avrei dovuto proprio farlo qui in questa metropoli/macelleria!
Sono l’addetta al drink di benvenuto e alla preparazione della panzanella, perchè il rinfresco sarà multietnico e variegato proprio come siamo noi mimi, dunque poteva mancare la mia panzanella? eh no che non poteva!
Ma adesso mi manca il vestito.
Avevo pensato a un vestitino bianco, semplice semplice, ornato di qualche pizzo e accompagnato da un bouquet di fiori primaverili. Non riesco a capire perchè, ma le altre damigelle si sono barbaramente opposte alla mia mise. Dicono che qualcun altro potrebbe indossare lo stesso vestito, e non sarebbe proprio il caso.

Senza dubbio devo approfondire la mia conoscenza dei riti matrimoniali….

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Mar 05 2010

voglio solo pedalare

Il primo tratto è piano e deserto, così che faccio in tempo ad abituarmi alla pesantezza e al freddo che si appiccica immediatamente alle guance. Ma il sole splende e la catena è finalmente ingrassata, mi stupisco quasi di quanto improvvisamente il mio cavallo d’acciaio sia diventato docile e veloce. Destra sinistra destra sinistra, e prestissimo incomincia la salita. Il cappello mi scende quasi sugli occhi ma quel pezzettino d’orecchie che rimane fuori si è immediatamente congelato, spingo con le cosce in vista del primo semaforo. L’ipod mi rimanda canzoni a casaccio che come ogni giorno interpreto come presagi e ammonimenti per la nuova giornata. A tratti canticchio, mormoro, borbotto, anticipo, le cosce si scaldano e le mani si stringono attorno al manubrio, la schiena si piega, destra sinistra destra sinistra, al semaforo ho già il fiatone ma un pezzetto di discesa mi aspetta e me lo prendo appoggiando il ginocchio all’interno della canna, rilasso le braccia drizzo la schiena, questo è il pezzo che dedico ogni giorno alle innumerevoli discese dai cavalcavia di Padaniacity, e d’improvviso mi trovo catapultata in altri luoghi e altri tempi, ritrovo gli odori delle pedalate mattutine fatte con addosso ancora l’odore di tutte le cose proibite che popolavano le mie notti, pedalate un po’ cieche un po’ stanche e un po’ già proiettate verso quello che sarebbe successo alla fine delle otto ore di lavoro, pedalate spinte verso le chiacchierate con le colleghe nelle pause sigarette, i pettegolezzi i resoconti le interpretazioni i secondo me lascia stare i credo che dovresti cambiare strategia i panini al prosciutto della signora Lucia, e Titti e Piera coi loro sorrisi diversissimi, le idee brillanti che a volte diventavano progetti e molto più spesso svanivano nelle nuvolette di fumo che producevamo nel giardino sul retro.
Ma ecco d’improvviso mi rendo conto che sono a Londra e sto pedalando alla mia sinistra già la curva di Endymion road mi attende terrifica piego un pochino e immediatamente prendo vantaggio dalla discesa appena terminata e ricomincio a spingere sui pedali, lo so che questo è il tratto più lungo e più duro, è il perpetuo inverno delle mie pedalate mattutine, il quotidiano test della motivazione. Inspiro con il naso, espiro con la bocca, la schiena è sudata e appiccicaata ai mille strati di maglie e magliette mentre i piedi e le mani sono quasi congelati ma le cosce spingono bruciano i polpacci si tendono gli addominali si schiacciano contro l’ombelico e io vado, vado, lenta ma inesorabile, una pedalata è un intero viaggio nel passato e tra una falcata e l’altra ci sono intere dimensioni di ricordi, il Cois e la mia paura delle biciclette dodici anni fa, Alice e le nostre pedalate verso il corso successivo alla ricerca di un arcobaleno che rendesse  più leggero il nostro accanimento da studentesse povere, Ale Ceci Ema Sonia e le pedalate fino al cinema Excelsior partendo da Monte Change, le bici prese a prestito da altri appartamenti e i lucchetti che erano sempre troppo pochi allora leghiamole insieme, e le montagne di biciclette che formavamo in quel modo, e i mi presti il badge che l’ho dimenticato? così ci facevano lo sconto.
Pedalo pedalo e so che alle strisce pedonali avrò fatto un terzo di questa salita ma quello che viene dopo è ancora duro ancora duro io vado vado sono stanca i pedoni mi sembrano velocissimi e le automobili invidiose di una dedizione che non capiscono e non conoscono provano a stringerti contro il marciapiede ogni tanto un autista particolarmente dispettoso ti spinge con la fiancata sul manubrio e tu tentenni a volte ti devi fermare.
Ma è un attimo.
Riprendo immediatamente e supero la maledetta rotonda che non so mai dove guardare. E tutte le rotonde di Padaniacity mi tornano alla mente e la Ceci con le sue strategie di ingiuria progressiva, legittima e femminista, ma è solo un veloce momento la Ceci adesso è in Spagna e chissà se ci va anche lei, in bici, chissà se le vengono in mente tutte queste cose ogni mattina, io intanto guardo la cima che è qui davanti a me ma gli ultimi venti metri sono ripidissimi r i p i d i s s i m i.
E improvvisa l’ultima pedalata va a vuoto mi rendo conto così che anche questa mattina il mio test della motivazione è stato superato, quello che c’è dopo   è ordinaria amministrazione per una ciclista incallita come me, eppure lo so, è più di metà strada ancora ma a me pare poco quello che rimane perchè dietro di me c’è la parte più dura e allora yuppieee mi lancio giù per la discesa respiro affanno soffio e canticchio piego all’incrocio lancio la mano a indicare la direzione inveisco ma soprattutto prendo velocità.

Alla fine della pedalata c’è il mio giorno.

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Mar 01 2010

è ancora presto per un post bilingue

And so it happens. Lost in the hamletic question of “writing in English or in Italian” I end up with a blank page that helps nobody.  I’m afraid that during these long spring months I’ll switch from Italian into English almost as often as my mind does. Because, I’m sorry, it’ s too early for a bilingual website. Perhaps I should seriously think about it, as serious actresses do, but at the moment I’ve a long “to do” list, waiting for me right behind the corner of this sunny, incredible Monday.

I fly to Italy and fly back to England. I don’t know where I am and sitting in a cafe in Milan I say “yes, you know, because here in London” and most of the time I don’t even realize if I say sorry instead of scusi. That, honestly, doesn’t matter, because the subject of my bilingual apologizes will anyway not believe I’m sincere. Up an down in Milano, with a warm unbelievable sun that was exactly waiting for me. Up and down in Milan, the market in Viale Papiniano, the vintage shops on the Navigli, the awesome pizza in Spontini and everything seems suddenly exotic.
Up and down in Milano, the Navigli remember me all the time spent here ten years ago, when all around was full of squats and with my  two Papini we used to go to the little squat in the corner and buy organic bread with seeds and happyness. And the long long walks that we used to do alongside the canal, looking for nothing in the vintage stoles and loosing hours in the second hand bookshop. We used to look at people and just stay there, in the little streets, too poor to have an aperitif but too full of life to go back home.
And I suddenly remember the little beautiful house that we shared, how it was, how we were living there in peace and continuous  surprise.

But school is already waiting for me and I may write more tonight or tomorrow or when this life decides it ’s time to write again.

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Gen 30 2010

come dire siamo giovani dentro e se tutto va bene siamo ancora giovani anche fuori

Published by lucilla under londra, carla, vitantonio, amici

zumpappero ppappà è sabato oggi, quasi sabato pomeriggio a dirla tutta (che poi non vedo perchè avrei dovuto dirla solo mezza o tre quarti mah, quante cose inutili scrivo e dico solo perchè mi piace il suono delle parole), molte cose avrei voluto avrei dovuto fare tipo per esempio scrivere il mio nuovo essay che devo consegnare entro poidomani . E invece non faccio niente perchè ci ho il così detto hangover ovvero iersera ho avuto uno scontro frontale con varie bottiglie di sambuca e il risultato è stato che ne sono uscita tutta ammaccata e soprattutto fradicia, fradica si perchè non so bene quante persone mi hanno versato addosso bicchieri di vino o, appunto, sambuca. Pare che a un certo punto della nottata, qui a Londra, sia cosa piuttosto comune ritrovarsi bagnati fradici a causa di incauti bevitori ballerini che non hanno ben chiaro il concetto del liquido che, se posto in un contenitore non chiuso come per esempio un bicchiere, quando opportunamente sollecitato ritmicamente dalla danza o da un discorso appassionato, tende a fuoriuscire dal contenitore di cui sopra e a spandersi sulle vesti del passante di turno, nella fattispecie la sottoscritta ovvero io me medesima che sono uscita di casa ore sei con bellissimo vestitino a base avorio e turchese, scarpe col tacco e make up quasi perfetto, e mi sono ritirata stamane ore quasiquattro con un tacco rotto il vestito impregnato d’alcool e la faccia che manco un quadro cubista.
Eppure per quel che ricordo è stata una festa divertente e piena d’amore e d’amicizia, ho financo imparato a fare il sushi e ne ho prodotte quantità industrali con salmone avogado cetrioli e peperoni peccato che la forma dei miei rotolini ricordasse i primi esperimenti surrealisti e molto poco l’esatta architettonica geometria made in japan.
Anyway ho ballato cantato ascoltato persino mi sono un pochino raccontata ho brindato con le mie tre sorelle londinesi festeggiando il compleanno di una di noi ho riso soprattutto ho riso ho incontrato sconosciuti sfoggiato il mio ampio vocabolario polacco mescolatolo con portoghese spagnolo e improbabili neologismi inglesi ogni tanto ricordo devo aver pure detto qualcosa in italiano. O in francese.
E adesso mi ritrovo così un po’ spiaggiata la gola che raschia e lo stomaco bruciacchia proprio come ai tempi lontanissimi in cui facevo la cubista e tornavo a casa dopo aver lavorato la domenica pomeriggio ed ero uno straccetto   di alcool e fumo e per ripigliarmi ci voleva il lunedì intiero. Eppure avevo solo sedici anni e devo ammettere che dopo anni quindici il mio corpo ancora reagisce dignitosamente insomma sto in piedi mi sono vestita magari mi trucco anche un pochino poi esco quasi come se niente fosse, un gioiellino ve lo dico io.
Però a dirla tutta stasera mi vedo analcoolica e mi vedo analcoolica per qualche settimana che forse quello che è cambiato è che non ci ho più la prontezza di una volta ma in fin dei conti mi va pure bene così, trentun’anni compiuti e la capacità di gestirmi la risacca senza troppa depressione, ma che bella festa che è stata però, che bella festa.

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Gen 19 2010

quando uno si mette degli obiettivi

Published by lucilla under solitudine, londra, carla, vitantonio, amici, donne

Dunque il mio obiettivo era scrivere del mio trentunesimo compleanno prima che passasse troppo tempo. Oggi è solo martedì e fortunatissimamente non lavoro (che vuol dire anche che non guadagno ma direi che per un giorno me ne frego) e mi sono messa qui di buzzo buono a scrivere. Eppure è passato già troppo tempo. Ho fatto centinaia di addominali, diverse decine di km in bici, molte di più in autobus. E il mio compleanno quasi non me lo ricordo più. Troppo, troppo velocemente passo da una situazione alla successiva, e da un lato questo mi va bene, mi emoziona, la mia vita/frullatore è forse quello che mi merito, forse anche un po’ quello che cerco.

Indi per cui la smetto di lamentarmi e faccio lo sforzo letterario artistico e grammaticale di ripensare ai giorni del mio compleanno.

Il mio compleanno!
Ho compiuto 31 anni. Mi sono rattristata, impaurita, arrabbiata. Ho passato tutta la settimana precedente piangendo. Un po’ perchè mi fa paura avere trentun’anni. Un po’ perchè avevo sperato di essere in un punto diverso della mia strada, a 31 anni. E ho avuto paura di non arrivarci mai, al punto diverso. Un po’ perchè ho temuto che qualcuno mi volesse diversa da come sono. Un po’perchè non mi riconosco nell’immagine che ho della trentunenne.  Ho pianto perchè avrei dovuto comprare la mooncup della misura più grande. E per molti altri motivi che non ho ancora capito.

Ho pianto pure perchè mi sentivo sola e temevo di trascorrere il mio compleanno in totale abbandono e solitudine. Lo so, sembra patetico, ma queste paure io ce le ho avute veramente.
Mi sono ritrovata a festeggiare per tre giorni con le amiche più care che ho a Londra, una cena a sorpresa con tortine di zucchero e vino bianco, e financo i fuochi d’artificio! Per me, tutti per me e per il mio compleanno. Insieme a tutte queste persone che pure vengono da altri posti e forse ancora non hanno ritrovato una casa, mi sono sentita un pochino a casa io.
E quando siamo state troppo ubriache ce ne siamo andate a ballare in un luogo surreale perso nel mezzo di Hackney, un locale per ragazze dove eravamo praticamente le uniche bianche e abbiamo imparato un ballo di gruppo con le frequentatrici assidue del locale. Alle quattro sotto la pioggerellina londinese siamo tornate a casa parlando di cose importanti e di cose stupide, cantando, sbandando un pochino. E questo compleanno imprevisto, trascorso con gente senza casa come me che però ha fatto di tutto per farmi sentire
a casa mi ha commossa e mi ha rallegrata, mi ha dato un pochino di speranza, come pure tutti gli auguri che ho trovato, e la cena coi miei coinquilini organizzata all’ultimo momento con tanto di dolcetti marocchini che più buoni e appiccicosi non si può. Ben  due volte ho spento le candeline, e innumerevoli volte ho brindato. 

Così ho trascorso il mio trentunesimo compleanno, il secondo che passo qui a Londra, lontana da tutto quello che mi è noto e da quasi tutto quello che mi è caro. E’ stato il compleanno più difficile della mia vita, ho avuto bisogno di abbracci, di alcool, di storie divertenti e di sostegno. E miracolosamente tutte queste cose, i regali più belli che avrei potuto ricevere, sono arrivate.

Con questa stanchezza, con un po’ di dolore e molta gioia ho cominciato la settimana. Sono ancora io.

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Gen 10 2010

a volte salgo nella grande soffitta della mia memoria e ovviamente non trovo quello che stavo cercando ma molte cose inaspettate vengono fuori e il segreto è forse accoglierle.

Published by lucilla under arte, carla, vitantonio, amici, teatro

Come il lungo titolo del post annuncia, questa mattina mi sono avventurata nella grande e disordinata soffitta della mia memoria. Per dare un’idea del caos che regna nella mia memoria basta guardare nella mia dispensa. Passo gran parte del mio tempo libero cercando di trovare un ordine tra gli elementi che la popolano, ponendoli in appositi e graziosi contenitori, uno accanto all’altro secondo regole che mi appaiono razionali e concretamente applicabili. Svuoto vasetti e li riempio nuovamente, creo pile di scatole di legumi e le affianco a quelle altrettanto armoniose delle scatole di tonno, metto mollette, utilizzo vasche vaschine vaschette. E dopo due giorni, in maniera inspiegabile, tutto giace in un caos che pare essere più forte di ogni mia volontà. Le cose non scompaiono quasi mai. Ma si nascondono spesso. E capita che non le trovi quando ne ho bisogno, ma quando decidono loro.

Così, nella soffitta della mia memoria, accade spesso che io, alla ricerca di un dettaglio o di un episodio che mi appaiono fondamentali per il lavoro che sto compiendo in un preciso momento, inciampi invece in scatoline che da tempo  pensavo di aver dimenticato.

Oggi sono inciampata nella cassetta di Francesco Guccini.

Avevo diciott’anni e una voglia di scappare che non riesco nemmeno a descrivere. Stavo frequentando il quinto anno di liceo e dopo pochi mesi me ne sarei andata a Padaniacity. Allora ancora non lo sapevo, nè sapevo quanto lontano sarei fuggita da quella città dove mi ero sentita così spesso calpestata, umiliata e fraintesa.
Era primavera e avevo appena preso la patente. Guidavo la mia 127 verde pisello soprannominata Armadilla e scorrazzavo su e giù per la città. Mi sentivo bella, mi sentivo giovane , soprattutto mi sentivo piena di speranza. Sapevo che entro poco le cose sarebbero cambiate. Ma c’era un’altra cosa che rendeva le mie giornate così piene e dense e vive, e quella cosa era il gruppo  teatrale. Il gruppo teatrale era la cosa più bella che avevo.
Lo avevo frequentato tutti gli anni a partire dal primo e adesso finalmente avevo il ruolo di Eusebia, la coprotagonista del Rugantino. Sicuramente non si trattava del copione più all’avanguardia che io possa immaginare oggi ma allora, allora era una figata. Cantavo, ballavo, parlavo, le prove erano la mia ora d’aria. Scorreva un’energia fresca e un po’ ambigua. Avevamo le chiavi della scuola e ci vedevamo la sera, il lunedì e il giovedì. C’era sempre qualcosa di strano che succedeva, una coppietta improvvisata che si appartava, una canna in un angolo e la sorridente condiscendenza dei due splendidi professori che ci guidavano.
Poi, a giugno, arrivarono le prove in teatro.
C’era un punto dello spettacolo in cui io dovevo uscire dal retropalco, farmi tutta la balconata e riapparire sul primo palchetto a destra per cantare l’ultimo stornello prima della tragicissima fine di Rugantino. Tutto doveva essere fatto in silenzio e ordine perchè altrimenti le persone avrebbero sentito i miei passi e l’effetto sorpresa sarebbe scemato.
Per fare il giro dovevo passare dietro al palco reale, dal quale si manovrava l’occhio di bue. A manovrarlo era un ragazzo un po’ più grande di noi, avrà avuto forse 22 anni, non faceva parte della compagnia della scuola ma del gruppo teatrale del prof ed era venuto a dargli una mano. Se ne stava tutto il tempo sul palco reale a manovrare il dimmer e parlava pochissimo con noi. All’inizio mi stava anche un po’ antipatico perchè sembrava che si desse delle arie, come se stare in un gruppo di dilettanti adulti gli avesse dato un qualche diritto di giudicare il gruppo di dilettanti studenti che era venuto ad aiutare. Poi mi accorsi che, più che arrogante, era davvero molto timido. E aveva un sorriso che mi piaceva moltissimo.
Non ci avevo praticamente mai parlato.
Durante le prove in teatro, al momento del fatidico giro dal retropalco, cominciai a trovarlo fuori dal palco reale, appoggiato alla porta, che mi sorrideva. Avevo qualche minuto prima di andare in scena e cominciammo lentamente a scambiarci qualche parola sussurrata “come è andata secondo te? ” “ti ho dato un occhio di bue che manco te lo immagini” “eh grazie, ma mi sembra di essere stata giù di ritmo” “no vai tranquilla, è andata benissimo”.
Niente più di questo, ma ogni prova diventava un piccolo appuntamento segreto, l’unica cosa di tutto lo spettacolo che non condividevo con il resto della compagnia, che in quel momento era impegnata in una scena d’insieme su palco. Il piccolo segreto del retropalco mi emozionava e mi faceva sorridere.  Quel breve scambio di battute mi faceva sentire come se, davvero, quel ragazzo stesse manovrando le luci per me, per rendere meglio l’intensità di quello che interpretavo (che a pensarci ora, quale grande intensità potevo avere a 18 anni senza uno straccio di preparazione tecnica? eppure allora mi sembrava di raggiungere picchi considerevoli…)

Arrivò la prima. La gente popolava il teatro e i palchi. Feci il mio solito giro e lui era là. Questa volta niente parole, solo un sorriso, filai dritta poichè ero troppo emozionata. La prima andò benissimo. Pensavo che avrei sempre, sempre voluto fare l’attrice nella mia vita. E pensavo anche che era bello avere uno che ti pianta un occhio di bue addosso con tanta precisione e tanta dedizione.
Il giorno dopo ero un po’ più rilassata. Dietro al palco reale di nuovo un sorriso,  ma un po’ più lungo, e un gesto d’incoraggiamento reciproco.
L’ultima replica fu un lungo addio, ogni gesto mi pareva l’ultimo e mi vivevo il trascorrere delle scene con il timore che, davvero, mai più sarei salita su un palco. Che cosa avrei fatto da lì a pochi mesi? Sarei scappata da Campobasso, sarei volata via, forse per la prima volta nella mia vita avrei trovato persone che potessero accettarmi e rispettarmi così com’ero anche senza bisogno di un copione, o forse no, forse non avrei trovato niente di tutto questo, ma intanto quelle due ore di spettacolo correvano ed io mi sentivo colma e al tempo stesso vuotavuotavuota.
Arrivò il momento del giro dal retropalco.
Il ragazzo dal sorriso dolce era là con una cassetta in mano.
Mi disse “questa l’ho fatta per te. Merda!”
(che forse a qualcuno può sembrare una frase non particolarmente romantica ma merda è l’incoraggiamento che si da agli attori prima che vadano in scena)

Feci la scena e arrivò il finale. Arrivarono i ringraziamenti, gli applausi, gli inchini. Arrivarono persino i fiori. E arrivarono molte molte lacrime, un po’ di paura per la grandezza di quel sentimento e un po’ di scoramento, ma soprattutto arrivò la gioia che divisi coi compagni e poco dopo sicuramente arrivò una bella sbronza.
A casa misi su la cassetta.
Era una cassetta di Francesco Guccini.
Che io non ho mai particolarmente amato, a dirla tutta, anzi credo di  non aver mai ascoltato niente di suo fino a quel momento. E invece quella cassetta me la consumai.
Mi ricordo ancora che i titoli delle canzoni erano scritti con una specie di inchiostro verde, a mano, e che c’era una dedica ad Eusebia. Che era il mio personaggio. Però in qualche modo ero pure io.

Ecco tutto questo io ancora me lo ricordo.
E ancora ringrazio quel ragazzo dal sorriso dolce che mi aveva fatto sentire così brava.

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