Archive for the 'bologna' Category

Set 03 2010

thelma & thelma

Published by lucilla under carla, viaggi, vitantonio, bologna, amici, tour

viaggio allucinante, lungo, caldofreddocaldo, pioggia poi sole, mare in burrasca camion famiglie che un tempo erano felici, ex turisti depressi, mal di gola pizza acidità

viaggio d’ansia, telefonate contatti rabbia delusione incomprensione di nuovo quel senso di impotenza di perdita ineluttabile di nuovo quella mancanza incolmabile quel senso di aver mancato l’unico l’unico treno che fosse veramente per me

viaggio

che non mi capisco e non vedo l’ora che finisca

che l’amore dove sta

che penso ai giorni passati al Gibbo a Sandra a Boris e a Simo, che penso anche allo Shamano e a quanto sono fortunata ad aver incontrato queste persone, a quanto è stato intenso pieno eppure finito, finito, che rido ancora un pochino, che mi ricordo odori segreti e un letto in mezzo alla stanza, e Posillipo e il Morandini nel pieno della notte, noi affamati di film davanti alle pagine del dizionario che era come mangiarseli tutti, che penso a Secondigliano alla gita a quanto Boris sia quell’amico che non esiste più e per questo gli voglio ancora più bene

che mi torna nella mente lo Zio e mi fa ridere il pensiero di lui e di tutto il bene che siamo riusciti a darci e mi commuove il modo in cui siamo riusciti a lasciarci

viaggio

e poi arrivo qua a Bologna e penso questa dove dormirò stanotte è la casa della disfatta della solitudine della perdita

invece arrivo qui
e sono spiaccicata nel centro e c’è un’incredibile sconosciuta vita, gente che beve al baretto all’angolo, qualcuno fuma una canna alcuni ragazzi portano i baffi e i calzoncini corti, e io apro il portone di questa piccola casa piccola casa M I A

ed è bellissimo, cazzo, è bellissimo essere qui

è semplicemente, incredibilmente bellissimo

e ho voglia di ricominciare ancora di vivere di

ho voglia di stare in mezzo a questa bellezza di fine estate.

No responses yet

Apr 12 2010

post appost

Published by lucilla under radio, londra, carla, vitantonio, bologna, lavoro

Fredde serate primaverili in quel di Londra.
Mi ostino a indossare il mio impermeabilino di mezza stagione rosso a pois che tutta la scuola di mimo mi invidia, ma ci vorrebbe un cappottino, ammettiamolo.
E così appena rientrata tutta infreddolita dalle mie due ore di posa per gli apprendisti pittori penso che venticinque sterline sono un po’ pochine se comparate a tutti i microcrampi che c’ho in questo momento. Ma tanto fa, in fin dei conti la verità è che me ne frego. Venticinque sterline sono bellissime.
Molte cose avrei da fare, ho dedicato il mese di aprile al riempimento dei malefici formulari per partecipare a festival rassegne corsi di formazione corsi di deformazione corsi ricorsi percorsi stracorsi e i formulari si accumulano sullo schermo del mio computer poichè il mio approccio altamente improduttivo è cominciare a riempirne sette contemporaneamente e non finirne in tempo nemmeno uno, poichè sbaglio e mi confondo con le date di scadenza, un vero divertimento posso assicurarlo.

Ma stasera non ho voglia di dilettarmi con queste amenità chiudo i miei trentaquattro formulari, ho lavorato e guadagnato oggi e allora mi ascolto radio kairòs, ecco   che faccio, mi ascolto la mia radio preferita che non a caso è anche la radio dove trasmetto me la ascolto e mi sento felice perchè quando mi ascolto radio kairòs mi sento sempre un pochino a casa, mi viene in mente l’odore della palestra del tpo e mi tornano alla mente pure i miei diletti e squinternati allievi e poi le ragazze della radio e i progetti le sigarette nel vaso all’entrata la macchinetta del caffè le chiavi del tpo che ho abbellito con uno splendido portachiavi a forma di giraffa. Mi vengono in mente le lezioni della sera e i progetti e le riunioni e rosico, rosico perchè quelli della radio stanno facendo cose mirabolanti, aperitivi incontri e trallallero e io sono qua che me li ascolto da lontano e spero che un pochino mi aspettino e poi lo so, lo so che un pochino mi aspettano.

Allora ascoltandomi la mia radio preferita pensavo che vorrei un programma di dediche, bisognerebbe riabilitare i programmi di dediche, io coi programmi di dediche ci sono cresciuta, a Limosano si prendeva radio luna e anche radio cuore valentina e c’erano questi programmi di dediche che mi hanno permesso di imparare canzoni fondamentali come gloria e ti amo di umberto tozzi e anche donne dududu e altri pezzi di cui adesso non mi sovviene il nome. Allora anche la nostra radio, pensavo, dovrebbe avere un programma di dediche, possibilmente dediche per me che sono la redattrice più ubiqua di tutta la redazione.
E mentre mi viene quest’idea eccezionale la posto sulla chat della radio e Flavissima reclama pure lei le sue dediche allora dico che vabbè, adesso che facciamo questo programma di dediche possiamo alternarci come oggetto delle dediche io e Flavissima ed eventualmente anche qualcun altro se introdotto debitamente.

Questo faccio il lunedì sera che cosa pensavate che stessi sempre a farmi le pippe sulla gioventù che se ne va e sull’amore che fugge come sapone dalle mani e sul mestiere che è difficile e sul mondo che è ingiusto e sulla bilancia che è sempre tarata male e sulla politica su Berlusconi sul papa sul compagno Fini?

Col cavolo, ecco cosa dico, col cavolo. Voglio il mio programma di dediche!!!!

No responses yet

Gen 28 2010

come se non bastasse tutto il resto eccoci di fronte a un altro problema d’identità

Cominciamo col dire che non è detto che uno, ogni volta che parla di qualcosa, debba cominciare dall’inizio. Io c’ho questo vizio e me lo devo togliere. Ogni volta che mi metto a trattare un argomento, uno qualsiasi, cerco sempre di risalire alla “prima volta”, e da li discetto. Ma che menate. Chi me lo ha insegnato, questo modo di procedere? Una menata davvero.

Per esempio dovevo parlare di questa cosa dell’identità e poco ci mancava che non cominciassi con un pippone lunghissimo su quando ero piccola e sul mio sentirmi straniera a casa mia, sul mio sentirmi straniera sempre, sul mio sentirmi straniera comunque. Poco ci mancava che non cominciassi un pippone su quanta responsabilità hanno i miei genitori del fatto che io mi senta straniera e blablabla.
Oh vi siete salvati per il rotto della cuffia, come si suol dire, o per il ratto nella cuffia, come temo io.

Ma insomma. Ci ho messo tutta la mia infanzia, la mia adolescenza intera e parte della mia gioventù ad ammettere che ero molisana. Ci ho dovuto persino fare uno spettacolo sopra. Certo, il mio incasinatissimo albero genealogico, unito sapientemente alla propensione al nomadismo dei miei genitori, non mi ha permesso di andare più a fondo nella questione ovvero, ancora non saprei dire di che paese preciso sono, nel Molise, e quindi spesso riassumo dicendo “di Campobasso”, che è l’ultimo posto di cui potrei essere ma almeno sta sulle cartine che mostrano in tivvù quando fanno le previsioni del tempo.
Ci ho messo, dicevo, moltissimo tempo. Non che adesso ne vada particolarmente fiera ma ecco, ritengo che nessuno possa andare particolarmente fiero del posto in cui è nato e cresciuto. In fin dei conti, non è stato nè merito nè colpa nostra. Epperò adesso da qualche anno ho cambiato la mia residenza e sono diventata grande. Sono andata a vivere col mio innamorato bellissimo altrimenti noto come uudm (unico uomo del mondo per i distratti e gli ultimi arrivati) e ho fatto la residenza nella casa dove lui pure risiede. Un casino che non vi dico. Ci vorrebbe un post apposta. Ho quasi mobilitato il comune intero, uffici anagrafe catasto e igiene pubblica. E’ stata una cosa difficilissima. Ma insomma l’ho fatto. E adesso che succede?

SUCCEDE CHE LA GENTE MI DICE
“MA TU SEI DI CASTELLO DI SERRAVALLE”???

Anche a scuola oggi mi hanno detto che ero di Bologna. Oh, insomma, chiariamoci. Ma di dove cazzo sono io? Io mica sono di Castello di  Serravalle. Ci sono finita per sbaglio, non mi vogliono manco, a Castello di Serravalle. A Castello di Serravalle vogliono solo quelli del teatro delle ariette e io posso pure morire di fame, non importa quanto brava intelligente e innovativa io possa essere. A quelli di Castello di Serravalle non glie ne frega niente, loro vogliono i cittadini illustri, i cittadini famosi. E siccome io non sono nè morta partigiana nè ho scoperto una nuova varietà di fungo nè faccio parte del teatro delle ariette quelli di Castello di Serravalle non mi cagano. Sono quasi convinta che abbiano avviato una pratica col comune di Monteveglio per chiedere che la mia residenza sia spostata là. Questione di confini e di vicinato.

Ma insomma oggi, a trentun’anni, mi trovo di nuovo a discutere a riguardo della mia identità. Di dove sono? Dove vivo? Poichè ho trascorso più tempo a Londra che a Rotello posso dire di essere Londinese? O forse sono Lisboneta? Ero Padovana e adesso non lo sono più?
Mioddio altro che dubbi esistenziali, pure le questioni d’identità ci mancavano. E soprattutto, che cazzo vuol dire quando uno è di qualche posto? Che vuol dire che potrei essere di Castello di Serravalle? Che quando arriva un meridionale dovrei chiamarlo “maruchen” come fanno alcuni abitanti di Castello di Serravalle con me?
Occhei occhei a Castello di Serravalle ci sono anche degli abitanti civili simpatici e che hanno mostrato un certo interesse per il mio lavoro, potrei ammettere di essere di Castello di Serravalle e però chiedere di essere inclusa nella cerchia degli abitanti a modo?
Che casino, ammettiamolo, un gran casino.
Che problema inutile.

2 responses so far

Nov 01 2009

zucche vuote e qualche fioco lumino

E’ passato questo mio primo e probabilmente unico halloween londinese, per la strada ogni finestra mostrava la zucca vuota del padrone di casa, illuminata dal fioco lumino interno che qualche saggio vi aveva deposto. Io non so dove le trovano tutte queste zucche giganti e perfettamente rotonde, secondo me la storia della zucca da trasformare in maschera se l’è inventata qualcuno che ha a che fare con le modificazioni transgeniche e con le sperimentazioni ogm, altrimenti non si spiega da dove vengano fuori il 28 ottobre tutte queste zucche meravigliosamente arancioni e intonse. E poi il primo novembre spariscono così com’erano apparse.
Vai a sapere.
E intanto piove su questa città, piove improvvisamente e disperatamente, il piccolo gatto che mi fa compagnia ha paura e per la paura dorme, quietissimo, immobile, nell’angolo dello studio, mentre sul tetto la pioggia scroscia rumorosamente e io non trovo aggettivi o avverbi che mi piacciano o che per lo meno mi soddisfino, giro all’interno del mio vocabolario e tutte e mie parole mi appaiono così banalmente iperinflazionate, e pure le mie emozioni ecco mi appaiono iperinflazionate, la parola stessa emozioni mi fa solo pensare a lucio battisti che in motocicletta si va a schiantare da qualche parte, possibilmente prima di aver scritto la canzone del sole, salvando così le serate di decine di migliaia di adolescenti amanti dei falò e della spiaggia.
Ho vinto cinquemila euro che devo utilizzare per fare il viaggio dei miei sogni e probabilmente il viaggio dei miei sogni non potrò farlo perchè non ho tempo, perchè questo era l’anno che avevo dedicato al mimo e perchè una serie di situazioni sfavorevoli non mi mette in condizioni di farlo il viaggio dei miei sogni e finirà che regalerò una crociera ai miei genitori con quel premio, l’unica volta che vinco qualcosa nella mia vita  e la storiella mi sembra proprio una beffa e al tempo stesso il riassunto degli ultimi trent’anni, ops, quasi trentuno.

Cosa sarò il giorno in cui avrò compiuto trentun’anni quale vecchia piaga maschererò dicendo che si tratta di una nuova ruga dovuta all’età? Perchè in questa giornata di pioggia mentre il gatto dorme inciampo sempre nelle solite corde tese da me medesima molto prima che ne fossi cosciente e quindi glie la do su, mi piacerebbe poter scrivere poter dire quello che sento in inglese perchè è così che mi va perchè è proprio in questa distanza in questa mancanza di parole che vivo i miei giorni sempre rincorrendo parole che spariscono assai prima che io ne capisca il significato.
I’m not so fussy but I’m a little bossy love junky foods and this fucking stuff is driving me nuts. Qualcuno giorni fa mi ha scritto le parole, le parole sono importanti, e io nelle parole sempre mi muovo e adesso vorrei qualche cosa di diverso vorrei silenzi vorrei essere capace di cambiare di tuffarmi in questa vita disordinata ambiziosa allegra a volte confuse che mi gira intorno e invece aspetto come al solito sull’argine che il cadavere di qualche immaginario nemico passi mentre nel luogo dove da tre anni cercavo ostinatamente di costruire qualcosa giovani ambiziose attrici senza problemi di strabismo e senza scrupoli politici ma con stivali assai alternativi calpestano il mio giardino costruendoci variegati esempi di nulla forse in qualche modo interessanti se non altro per l’osservazione dell’estrema diversificazione in cui il nulla sa manifestarsi quando si ostina.

You can’t always get what you want but in the darkest night no one knows wild horses still I’m gonna miss you baby light my fire and let me sleep all night in your soul kitchen before you slip into unconsciousness I’d like to have another kiss I love you in this indian summer when I was a young boy but now that I’m a grown woman hope there’s someone I fall In love with a dead boy oh what a beautiful boy this is the end.  

No responses yet

Ago 22 2009

basta col revisionismo storico da quattro centesimi.

Girando per Bulagna semideserta nei giorni passati ho fatto numerosi incontri bizzarri, ma uno in particolare mi ha toccata:un foglio ciclostilato, appeso in molti negozi del centro, che canta la bellezza di una città che nel secondo dopoguerra fioriva, le cui strade luminose e fiere erano popolate da giovani dame sorridenti che si lasciavano corteggiare da giovinotti politicamente ben inquadrati sotto portici profumati e pieni di vasi di fiori, una città che in questi ultimi anni ( e sottolineo in questi ultimi anni) vive il degrado imposto da una massa informe di depravati, debosciati, lassisti, drogati e dipendenti dalle sostanze più svariate che la insozzano e privano il bolognese indigeno della gioia di passeggiare sotto i porticati cantando le lodi della donna bolognese e dei suoi tortellini etc etc etc.

Ora. La premessa è che questa retorica non se la sono inventata i bolognesi. Mi dispiace per loro ma in Veneto sono almeno dieci anni che si piange la fine di un’epoca d’oro dove le ridenti cittadine padane splendevano vigorose e non c’erano orde di barbari a inquinarle. A Milano pure, i pochi milanesi rimasti piangono da decenni el nos milan, e sono ormai così pochi che a dar loro man forte ci pensano immigrati meridionali che pur di integrarsi si sono messi a votare lega e strillano contro quei dei centri sociali e quei imigrati marochini sporchi e infedeli .

Ma dopo questa breve esposizione filologica, fatta solo per amore della verità, mi vorrei cimentare in una ricostruzione storica della città di Bologna, che prendo solo quale esempio di quanto il lamento per la città morta sia storicamente infondato: nel secondo dopoguerra la città era mezza diroccata a causa delle bombe. La maggior parte delle case non aveva i cessi e diciamo che comunque i sanitari non erano proprio la prima preoccupazione della ricostruzione postbellica. Tra gli usi comuni c’erano la pisciata nell’angolo e lo sputo libero. I pochi cani sopravvissuti alla fame cagavano tranquillamente in strada senza che alcuno si preoccupasse di raccogliere la cacchina con lo scopino e la paletta. Gli odori di una cucina povera e gustosa riempivano le strade. Chi non aveva lavoro si dedicava senza troppi problemi di coscienza ad attività notturne di vario genere e le strade erano popolate di ogni tipo di persona. I racconti del tempo parlano di vie maleodoranti e nottate buie, insicure, durante le quali qualsiasi cosa poteva succedere all’ombra di un portico.
Poi arrivarono gli anni sessanta, I movimenti universitari, i cortei e le manifestazioni a tutte le ore del giorno e della notte, le riunioni all’aria aperta, gli spazi restituiti alle persone. Gli studenti si riprendevano le strade, i giovani occupavano l’occupabile. La piazza era il posto eletto per l’incontro, per il confronto e a volte per lo scontro.
E giunsero gli anni settanta in un delirio di colori e idee e proposte che non sono certo io a poter descrivere.
Quelli che ci sono stati parlano di una piazza popolata e rumorosa a ogni ora del giorno e della notte, di feste e riunioni non sempre silenziose e men che meno ordinate, di improbabili attacchinaggi sui muri della città, insomma di un gran casino. E poi arrivò il 77 e arrivarono le barricate e i carri armati.

Che faccio, mi fermo? Si, mi fermo perchè è arrivata l’ora della pappatoria e anche perchè non sono donna di lunghe disquisizioni. Altrimenti avrei scritto un libro e non terrei un blog. Ma l’esposizione mi sembra sufficiente. Cari bolognesi retrò, cari amministratori rompicoglioni, ma quest’epoca d’oro di portici profumati e corteggiamenti a base di rose senza spine dove sta? Quando era? Non è che per caso ve la siete immaginata?
Io, da osservatrice esterna (perchè sono esterna, su questo non ci piove) sono perplessa. Adesso, rimpiangendo questa fantomatica epoca d’oro del blablabla, mi volete chiudere la città e farmela diventare come in quel cartone animato di walt disney, come si chiama, quello dell’orco, in cui c’è il tipo nano folle (oh, che singolare analogia!!!!) che vuole fare il regno perfetto, immobile e ingessato.

Io, personalmente, mi oppongo e vi spernacchio.
Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr 

No responses yet

Mag 28 2009

quando il privato e il politico fanno un gran casino

Avrei voluto scrivere un felice e spensierato post sulla mia giornata di oggi, prima reale giornata di normalità dopo la malattia. Avrei voluto parlare della spesa megagalattica che ho affrontato questa mattina, una spesa INCREDIBILE, in vista della grande festa universale che invaderà casa mia a partire da domani pomeriggio fino a domenica sera.

Avrei voluto parlare di questa festa, di come l’uudm e io abbiamo deciso di festeggiare insieme i nostri primi 70 anni, di tutta a gente che verrà, di tutti gli amici che si sono messi in marcia, una specie di marcia epica, da tutta Italia e qualcuno pure da paesi stranieri. Tutti questi amici (e le compagne mi perdoneranno se in questo post non scrivo gli amici e le amiche, i compagni e le compagni, i madri e le madri, i padri e le padri)tutti questi amici che hanno ricevuto il nostro invito e si sono presi le ferie, perchè ormai all’università non ci è rimasto più nessuno, si sono presi le ferie e si sono guardati sulle cartine dove sta questo posto sperduto dove lucilla e l’uudm si sono ritirati da più di due anni.
Tutti questi amici, alcuni dei quali non vedo da anni, alcuni dei quali non ho mai visto, perchè sono amici del mio uomo e non si sono avventurati fin qua. Amici che arrivano con le tende perchè in casa non c’è posto, col vino e col cibo per paura che non ce ne sia abbastanza, amici che arrivano indipendentemente dal sole e dalla pioggia, che dichiarano di voler dormire nudi nell’orto, che proclamano la loro adesione alla nostra festa con lettere, mail, piccioni viaggiatori e sms.
Avrei solo voluto parlare di tutto questo, del mio carrello ricolmo questa  mattina, di come il rumore del carrello sia diverso quando è pieno e quando è vuoto. Eh si, perchè il carrello pieno fa un rumore rumorosissimo, una cosa incredibile, si girano tutti a guardarti, ti senti quasi un’emarginata in mezzo a tutti quei carrelli pieni. Perchè i carrelli pieni sono silenziosi! Silenziosissimi!!! E alla fine ho riempito il carrello anche io, di questo avrei voluto parlare, ho riempito il carrello di cose e di entusiasmo, pensando ai vegetariani, ai vegani, agli allergici, ai celiaci, agli astemi e ai paranoici.

Di questo avrei voluto parlare.

 

Di questa festa che ho così fortemente voluto perchè desideravo che le persone che amo condividessero un pezzettino della mia vita di adesso, che vedessero che sto bene (che stiamo bene!), che non è stato solo un colpo di testa quello che mi ha portata qui il 26 aprile di due anni fa, che l’amore esiste. Porca miseria.

 

Invece ieri è successo questo

e allora io non posso più parlare soltanto della mia gioia, della mia attesa. Io devo parlare di questa città dove “l’unica cosa rossa rimasta sono i tetti”. Devo parlare della paura che mi infondono cose come quella successa ieri, paura di dire quello che penso. Paura di essere io. Eh no, cazzo, no.
Io voglio essere io, voglio dire le cose e le voglio dire a modo mio, coi compagni e le compagne che più o meno la pensano come me ma anche con quelli che la pensano diversa.

Io non voglio avere paura.
E per questo il 2 giugno sarò in piazza san Francesco a Bologna, a dire la mia.

Se ci credete, siateci.

3 responses so far

Mag 19 2009

la fata sfattina

è nata ieri notte e già si dimena come un’ossessa.

Ho l’impressione che il 2 giugno si impadronirà del palco di via San Francesco a Bologna.

E non ho idea di cosa dirà.

Mio malgrado.

Come se non mi bastassero i miei già numerosi alter ego,

ecco che è arrivata questa tipa dai capelli azzurri che non fa che ciaciare…

3 responses so far

Mag 06 2009

ricordi alimentari sparsi nel nordest (propaganda elettorale mascherata)


cielo bianco su Bologna come nei migliori fumetti di andrea pazienza
cielo bianco e io che improvvisamente mi domando:ma a bologna che fine hanno fatto le mense universitarie?nessuno di quelli cui l’ho domandato è stato in grado di rispondermi.
Gli ultracinquantenni mi parlano di storiche lotte per il mantenimento del beneficio gratuito della mensa per gli studenti. Se vado a riaprire le avventure di penthotal mi soffermo davanti alla tavola che mostra la mappa della coda della mensa, ore e ore di coda, un lungo serpente che si snoda tra le strade del centro di Bologna, un serpente serpeggiante ricco di sorprese e di imprevisti, e poi la tavola successiva mi mostra gli utenti della mensa, i pescaresi, i foggiani e via discorrendo.

E allora ritorno con la mente agli anni della mia università, anni trascorsi a Padaniacity pedalando come una deficiente dentro e fuori dalle quattro porte cittadine, cercando la pozione per acquistare il dono dell’ubiquità, visto che i prof si ostinavano a sovrapporre corsi obbligatori, anni trascorsi sotto la volta del grande arco di piazza dei signori o sul marciapiede di piazza delle erbe a fare quella cosa proibita, proibitissima, oggi pluricensurata che è bere lo spritz in piazza. Ma cosa dico? Bere LO spritz? Macchè, bere due, tre spritz, e intanto parlare, di niente ma soprattutto di tutto, e le noste rivoluzioni noi, noi che ora ci abbiamo più o meno trent’anni, le abbiamo fatte anche lì su quelle mattonelle, sotto quegli archi, in fila per lo spritz del bar all’angolo, e assicuro al sindaco uscente di Padaniacity che più che uscire alcoolisti noi siamo usciti da quegli anni e da quei bicchieri pensanti, ecco come siamo usciti, con la nostra testa e le nostre gambe, e soprattutto con le nostre idee e difatti non lo votiamo, anche se si ricandida, non lo votiamo perchè è un cubo di repressione e storie tristi e meschinità e parole usate male parole usate per confondere parole sparlate.

Oddio, stavo parlando delle mense e sono finita a fare campagna elettorale. Ma tanto a me che mi frega? Io un’alternativa possibile non ce l’ho, mi dispiace, io non la posso proporre, del resto io voto a Castello di Serravalle, ammesso che voti, e non ho la minima idea del destinatario della mia benedetta crocetta. E poi potrei pure non votare, che a me quello che m’importa ormai è ben altro, e tutti gli anni trascorsi a Padaniacity impegnandomi in politica mi hanno fatto capire una cosa soltanto: che è inutile. Che ci sarà sempre qualcuno che mi strumentalizzerà e che nel momento del bisogno sarò opportunamente lasciata sola e con le braghe calate.

E allora io abbandono felicemente l’idea della bassa politica e ritorno alle mense, alle ore trascorse in fila ad aspettare il proprio turno, ai pasti smezzati coi compagni che non ci avevano il diritto alla mensa gratis. Ritorno alle mense, alle corse in bicicletta, ai tovaglioli imboscati tra i libri e all’insalata di travertino, immangiabile, vetusta, rocciosa, una vera e propria scultura vegetale, che la povera studentessa fuorisede provava disperatamente a masticare al posto dell’altro contorno di prassi ovvero spinaci al burro, leggi olio esausto con alcune cose verdi a galleggiarvi in mezzo.

Le mense, le mense per me rappresentano l’idea del diritto, ecco cosa rappresentano. Si andava in mensa perchè c’era il diritto a quel pasto, perchè eravamo studenti e dovevamo magnà, se no chi ce la faceva a studiare. Andavamo in mensa e passavamo fieramente il nostro badge che una settimana si e una no si smagnetizzava, e se trovavi l’impiegato stronzo non ti faceva mangiare, per il puro gusto di farti un dispetto, ma era un caso, era un caso davvero perchè in genere la mensa era un tuo diritto.

E ora voglio sapere dove sono finite le mense universitarie di Bologna.

2 responses so far

Apr 06 2009

rettifica del post precedente

Published by lucilla under ingiustizie, società, bologna, storia

Avevo da un paio d’ore finito di scrivere il mio post incazzatissimo sul terremoto e sullo sgombero del Bartleby quando una delle mie fonti (perchè anche Lucilla ha le sue fonti, che vi credete, mica parlo così, per far prendere aria ai denti), mi ha fatto notare che una volta tanto il comune di Bologna non c’entra niente con lo sgombero del Bartleby. Oggi si è trattata di una cortesia che ci ha fatto la PROCURA, che ha chiesto alla polizia di effettuare il sequestro conservativo. Dunque eccomi a rettificare e a indicare i veri colpevoli di questa stronzata.
Ora, mi solleva pensare che il comune una volta tanto non abbia perso il suo tempo cercando di trasformare in atto le lamentele della borghesia bene bolognese, ma il problema rimane.

Eccheccazzo.
Lo scollamento tra istituzioni/enti locali e la gente rimane. In particolare ci tengo a sottolineare che quelli che hanno il potere in mano non fanno che riempirsi la bocca di frasi tipo i giovani sono il nostro futuro, diamo potere e voce ai giovani, cerchiamo di favorire un ricambio generazionale.
Ecco, i giovani sono anche quelli che avevano occupato il Bartleby, i giovani sono quelli che accusate di fare casino in via del Pratello o in piazza Verdi, e a loro, il diritto di parola, non glie lo vogliamo dare? e poi anche vorre dire, voi che adesso avete il potere, voi in piazza da giovani non ci andavate? non erano bellissime le primavere? non vi sembrava di avere diritto a stare in piazza e a festeggiare la vostra giovinezza? non vi sembrava di avere ragione, a volte piu’ ragione degli altri? e ora voi avete il potere e vi trovate davanti a gente che pensa esattamente le stesse cose che pensavate voi.  Ma allora perchè, spiegatemi, perchè voi avevate ragione e loro adesso hanno torto? O vi siete ciecamente adeguati alla legge che dice che chi ha il potere deve reprimere?
Sembro retorica? Andatevene a fanculo, se vi sembro retorica è perchè avete dimenticato tutti gli slogan che urlavate trenta e quarant’anni fa.

E intanto a L’Aquila la vera tragedia si srotola penosamente, e la gente si prepara ad affrontare la prima notte senza casa e coi fantasmi dei figli e dei genitori che ancora galleggiano sulla terra che si muove. 

2 responses so far

Apr 06 2009

piccola incursione nella realtà

La scorsa notte un terremoto fortissimo  ha devastato la zona de L’Aquila. Questa mattina molti amici hanno cominciato a chiamarmi per sapere se in Molise era tutto a posto. Di riflesso ho chiamato a casa per scoprire che i miei parenti apprendevano la notizia del terremoto da me, che tra l’altro li avevo svegliati a un’ora piuttosto presta.
E mentre tiravo un sospiro di sollievo scoprivo che ci sono paesi distrutti, morti, feriti e dispersi. Gente che probabilmente sta sotto ciò che resta della propria casa e non capisce neanche in quale direzione è il cielo e in quale il suolo.

Il Grande Papà affettuoso Silvio Berlusconi, dopo aver nominato Bertolaso e, in un primo tempo aver annunciato di non rinunciare al viaggio a Mosca dall’amico Putin perchè non c’era nulla che potesse fare, ha capito che la nazione aveva bisogno di lui e ha annullato tutti gli impegni per stare vicino ai suoi figli sofferenti.
C’è chi dice che la tragedia avrebbe potuto essere evitata o, quanto meno, ridotta, chi ribadisce la storia che il terremoto di per sè non è prevedibile. Poco importa, ora. Ciò che conta è che papà Silvio abbia dimostrato ai suoi figliuoli quanto essi siano più importanti di tutto il resto.

Nel frattempo da tutt’Italia si mobilitano colonne di aiuti e si attivano reti reali e virtuali di soccorso di ogni tipo: viveri, vestiti, raccolta di sangue, alloggi disponibili per gli sfollati, insomma tutto il paese sospende le proprie attività per cercare di portare una qualche forma di sostegno ai terremotati.

Il terremoto è una tragedia. Ti arriva in casa da un momento all’altro e, ammesso che tu sopravviva, ti trovi improvvisamente senza casa, senza cose. Senza memoria. Mentre intorno a te emergono i morti, e i sopravvissuti, con la stessa faccia sconvolta che tu hai addosso. Ti guardi intorno e non riconosci più nulla, nessuna delle tue strade, nessuna delle tue pietre.

Ecco, e mentre la tragedia si abbatteva sul Centritalia, tutto quello che il comune di Bologna sapeva fare era ordinare lo sgombero immediato dello spazio occupato Bartleby, un luogo festoso di cui, neanche un mese fa, si erano impossessati gioiosamente gli studenti dell’Onda, e che aveva portato una ventata di primavera in questa cittadina che sta diventando sempre più nera. Un luogo in disuso, uno spazio che l’occupazione aveva restituito ai giovani, e che aveva creato aggregazione e occasioni di confronto (quelle di cui si lamenta tanto la mancanza ogni volta che la polizia va a sgomberare le piazze popolate da presunti ubriachi fannulloni lordacittà). Insomma il Bartleby non faceva male a nessuno, anzi, a qualcuno faceva addirittura bene. Ma forse qualche abitante di via Capo di Lucca si era lamentato perchè la vista di giovani felici è troppo umiliante per un borghese frustrato che ha dedicato la sua triste vita al danaro.

Che commento potrei fare a tutto ciò? come si può descrivere la profonda mancanza del senso di realtà in cui questa città viziata e i suoi amministratori vivono? vale la pena di elencare le lamentele delle sdaure in pelliccia alla vista di una bottiglia per terra, mentre nelle periferie la gente ruba il cibo perchè non può permetterselo? è forse necessario ancora una volta prendersela con un’amministrazione-ravanello (rossa fuori e bianca dentro, cantava qualcuno), che non è in grado di stabilire un’indice di priorità nè di porre un limite ai capricci della borghesia-bene?

Io sono schifata.

2 responses so far

Next »