cielo bianco su Bologna come nei migliori fumetti di andrea pazienza
cielo bianco e io che improvvisamente mi domando:ma a bologna che fine hanno fatto le mense universitarie?nessuno di quelli cui l’ho domandato è stato in grado di rispondermi.
Gli ultracinquantenni mi parlano di storiche lotte per il mantenimento del beneficio gratuito della mensa per gli studenti. Se vado a riaprire le avventure di penthotal mi soffermo davanti alla tavola che mostra la mappa della coda della mensa, ore e ore di coda, un lungo serpente che si snoda tra le strade del centro di Bologna, un serpente serpeggiante ricco di sorprese e di imprevisti, e poi la tavola successiva mi mostra gli utenti della mensa, i pescaresi, i foggiani e via discorrendo.
E allora ritorno con la mente agli anni della mia università, anni trascorsi a Padaniacity pedalando come una deficiente dentro e fuori dalle quattro porte cittadine, cercando la pozione per acquistare il dono dell’ubiquità, visto che i prof si ostinavano a sovrapporre corsi obbligatori, anni trascorsi sotto la volta del grande arco di piazza dei signori o sul marciapiede di piazza delle erbe a fare quella cosa proibita, proibitissima, oggi pluricensurata che è bere lo spritz in piazza. Ma cosa dico? Bere LO spritz? Macchè, bere due, tre spritz, e intanto parlare, di niente ma soprattutto di tutto, e le noste rivoluzioni noi, noi che ora ci abbiamo più o meno trent’anni, le abbiamo fatte anche lì su quelle mattonelle, sotto quegli archi, in fila per lo spritz del bar all’angolo, e assicuro al sindaco uscente di Padaniacity che più che uscire alcoolisti noi siamo usciti da quegli anni e da quei bicchieri pensanti, ecco come siamo usciti, con la nostra testa e le nostre gambe, e soprattutto con le nostre idee e difatti non lo votiamo, anche se si ricandida, non lo votiamo perchè è un cubo di repressione e storie tristi e meschinità e parole usate male parole usate per confondere parole sparlate.
Oddio, stavo parlando delle mense e sono finita a fare campagna elettorale. Ma tanto a me che mi frega? Io un’alternativa possibile non ce l’ho, mi dispiace, io non la posso proporre, del resto io voto a Castello di Serravalle, ammesso che voti, e non ho la minima idea del destinatario della mia benedetta crocetta. E poi potrei pure non votare, che a me quello che m’importa ormai è ben altro, e tutti gli anni trascorsi a Padaniacity impegnandomi in politica mi hanno fatto capire una cosa soltanto: che è inutile. Che ci sarà sempre qualcuno che mi strumentalizzerà e che nel momento del bisogno sarò opportunamente lasciata sola e con le braghe calate.
E allora io abbandono felicemente l’idea della bassa politica e ritorno alle mense, alle ore trascorse in fila ad aspettare il proprio turno, ai pasti smezzati coi compagni che non ci avevano il diritto alla mensa gratis. Ritorno alle mense, alle corse in bicicletta, ai tovaglioli imboscati tra i libri e all’insalata di travertino, immangiabile, vetusta, rocciosa, una vera e propria scultura vegetale, che la povera studentessa fuorisede provava disperatamente a masticare al posto dell’altro contorno di prassi ovvero spinaci al burro, leggi olio esausto con alcune cose verdi a galleggiarvi in mezzo.
Le mense, le mense per me rappresentano l’idea del diritto, ecco cosa rappresentano. Si andava in mensa perchè c’era il diritto a quel pasto, perchè eravamo studenti e dovevamo magnà, se no chi ce la faceva a studiare. Andavamo in mensa e passavamo fieramente il nostro badge che una settimana si e una no si smagnetizzava, e se trovavi l’impiegato stronzo non ti faceva mangiare, per il puro gusto di farti un dispetto, ma era un caso, era un caso davvero perchè in genere la mensa era un tuo diritto.
E ora voglio sapere dove sono finite le mense universitarie di Bologna.