Archive for the 'bologna' Category

Giu 29 2011

che si vede che sono le due e due

L’altra notte in un’improvvisa meravigliosa estate mi trovavo non so bene nemmeno come a parlare con Pentothal, di nuovo faccia contro faccia o forse faccia su faccia di nuovo lunghissimo andare senzadove e proprio gli dicevo perchè vedi, secondo me il punto è che bisogna amare per primi, come nei duelli, bisogna sempre amare per primi, senza aspettare il colpo dell’altro, amare per primi bisogna, senza remore senza paura, amare per primi in ogni momento e non soltanto nella a-volte-banale relazione di coppia, che poi a me diciamolo manco m’interessa, no, amare per primi a un livello più profondo, ogni giorno in ogni minuto dare un senso alle cose e metterci la faccia, la faccia e il cuore per primi, noi (io), che non lo so spiegare diversamente, ma il fatto è che a me mi suona male assai quando mi dicono devi fare le cose per te stessa, eppure forse questo è un modo per dire la stessa cosa, però dentro di me è questo l’unico comandamento l’unica regola della mia vita da quando dormo sotto le mie sei travi rosse, amare per primi e così spiazzare con mossa lesta il nemico chiunque esso sia.
Così gli dicevo, a un Pentothal tutto splendente, mentre mi perdevo nel suono della voce negli occhi e in tutto il resto, mentre ridevo e fingevo scenate di gelosia in un parco in un’ora che non è un’ora decente per passeggiare e mangiare panini alla salsiccia.

E allora mi sono trovata a pensare a questo mio anno trascorso di nuovo nella militanza, a come mi sono ricostruita ripensata a come ogni giorno ho provato a esserci a imparare, ho pensato a quel primo attivo che feci al TPO in un lunedì di gennaio, e non avevo niente da dire e mi sentivo persa e sola e infatti niente dissi, ho pensato a tutti gli attivi di questi mesi ho pensato al mio giovane socio e a questa lunga densissima turnè che m’ha fatto diventare una persona diversa che davvero mi ha messa alla prova, che m’ha chiesto onestà e presenza e lealtà come poche cose nella mia vita, ho pensato a tutte le facce incontrate a tutte le storie ascoltate ho pensato agli scazzi, alle volte in cui mi sono detta che non capivo, che non mi trovavo, che non riuscivo a incontrare dentro di me parole politiche, che mi sentivo come spezzata, come se non ci fosse posto per una come me, ho pensato a quanto ho scavato per trovarlo, il posto, per infilare la mia timida radice in questa terra, ho pensato alla rabbia all’amarezza a quella sera che dopo un attivo presi Glorietta da parte e le dissi che proprio io non sapevo dov’ero, che mi pareva a volte di non parlare la stessa lingua degli altri.
Ho pensato a quello che mi disse lei e a tutte le volte che in questi mesi mi sono ripetuta le sue parole, alla costanza alla tenacia ho pensato, ho pensato a tutti i giorni in cui mi sono detta devo amare per prima, io, ho pensato a una pianta gialla ricevuta oggi e a una mattinata intensa di confronto e passione e densità, ho pensato all’ultima settimana in cui finalmente mi sono presa io la responsabilità di esserci anche se temevo di essere sola, ho pensato a giovedì scorso quando ho avuto il coraggio e l’umiltà di mettermi per la prima volta davvero a disposizione e mi sono sentita in cambio sostenuta e amata e non perchè fossi io, o forse sì, forse anche perchè ero io, ma soprattutto perchè stavamo facendo una cosa insieme, una cosa che era noi ma era pure molto di più, ho pensato alla paura e all’emozione con cui ho mandato la mia prima mail in lista e ho pure pensato a stasera, quando mi sono fatta una riunione di quattro ore e mezzo e mi sembrava di capirci finalmente qualcosa ma soprattutto soprattutto avevo io qualcosa da dire e le persone mi hanno ascoltata e non mi sono sentita per niente una cretina e allora
forse questo posto non è il posto migliore del mondo non è il posto perfetto anzi.
Non lo è sicuramente, perchè se lo fosse non vedo che cosa ci starei a fare, in un posto già perfetto.
Però è sicuramente il luogo dove da un anno ogni giorno mi sono ripensata e ricostruita frammentata e rimessa insieme a furia di spillare birre ascoltare discorsi politici preparare manifestazioni registrare trasmissioni condurre corsi di teatro ballare musica trash cucinare, il luogo dove probabilmente altre diecimila volte penserò di non essere al mio posto e diecimileuno penserò invece di esserlo, che lo so che la strada è sempre inevitabilmente in salita ma del resto nessuno mi aveva detto sarebbe stato diverso.
In ogni caso io ostinata come un mulo continuo a dire che bisogna amare per primi, amare per primi.

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Giu 23 2011

Piccoli esempi di precarietà bestiale

Alcune settimane fa mi chiama Alessandra Marolla, regista che ha inserito nel suo video “PrecariEtà” un pezzettino di OTTO nonchè un’intervista alla sottoscritta me medesima in qualità di attrice precaria. Mi dice tutta contenta che le faranno uno speciale nientepopodimenocchè su radiotre e che il regista vorrebbe inserire un pezzettino dello spettacolo nello speciale. Io dico fichissimo! L’unica cosa, sai, dovrebbe essere citato il mio nome durante la trasmissione, non è che voglio che la rai mi paghi (come invece fanno altre emittenti, per esempio quella svizzera) ogni volta che passo in onda, ma almeno il nome, cazzo, del resto OTTO e sotto licenza creative commons e queste sono le regole. Lei mi dice non c’è problema ti chiamerà il regista in persona.
Cavolo, il regista in persona, penso io, che deve essere proprio uno strafico se fa una puntata sulla precarietà. Allora a un certo punto mi chiama questo regista e ovviamente io stavo facendo tre cose contemporaneamente di cui due volte al reperimento di danaro per l’affitto. Cotesto regista senza troppi preamboli mi dice

Senti, la trasmissione l’ho montata, spazio per il tuo nome non ce ne sta. Piuttosto che metterlo faccio prima a togliere il pezzo del tuo spettacolo dal montato.

Non sto scherzando, mi dice proprio così. Io rimango un pochino contrariata, visto che la radio la faccio anche io e ho imparato che la prima cosa è citare gli autori dei pezzi che si usano, diciamo, la prima cosa è il rispetto ecco, rimango contrariata pure perchè si tratterebbe di precarietà, cazzo, e allora a che gioco giochiamo? mi fai la trasmissione sulla precarietà e mi tratti come una bestia? rimango un pochino contrariata ma non faccio in tempo a ragionare perchè lui mi dice subito

Tutto quello che posso fare è mettere il tuo nome sul sito della trasmissione.

Che cosa avrei dovuto fare? probabilmente se fossi stata un po’ meno vigliacca avrei dovuto dire oh, ma sai che ti dico, vedi dove te ne devi andare, tu e la tua trasmissione sulla precarietà, tu non hai proprio capito un cazzo della precarietà e io a questo gioco non ci sto, non ci sto perchè tu in questo momento stai usando il tuo potere per farmi accettare una condizione a dir poco iniqua, non ci sto perchè quello che fai non solo è ingiusto ma è pure illegale, non ci sto perchè io con questo spettacolo ci mangio, e già è allucinante che tu non mi paghi il passaggio radiofonico, figuriamoci poi se non mi dai nemmeno quello straccio di moneta di scambio che si chiama visibilità, oh, ma siamo matti?

Lo so, avrei dovuto dire tutto questo. E invece non ho avuto il coraggio di farlo. Il risultato è stato che il mio nome in trasmissione non è stato fatto, e sul sito ci sta la fotografia mia, peraltro di un altro spettacolo, che con OTTO non c’entra una cippalippa, ovvero “non vengo dalla luna”, senza nessun tipo di specifica, roba che se uno va sul  sito pensa che la tipa fuori di testa nella foto è Alessandra Marolla,  e invece sono io, cazzo, sono io che stavo facendo uno spettacolo che parla proprio di questo, di quanto sia stanca di essere trattata come una risorsa oggettiva senza che mi venga riconosciuto alcun diritto, di quanto sia esasperata dall’uscire sempre sconfitta dalle stronzissime relazioni di potere, di quanto mi faccia schifo scendere a patti con chi in quel momento è più forte di me, eppure non abbia scelta perchè altrimenti non mangio.

E pure questo post, se qualcuno della rai lo vede, lo so che mi porterà solo grane, perchè io sono una sola, e il mio potere è ridotto alla denuncia sul mio stracazzo di sito o, se sono fortunata, a una manifestazione all’anno in cui posso esprimere la mia sacrosanta rabbia. E tanto per parlare di visibilità, di questa dorata moneta di scambio con la quale mi ci faccio il bidet, il mio sito ha avuto tredici visite dal quello della rai, t r e d i c i, non so se mi spiego, grazie tanto, tredici visite me le guadagno con molta più facilità durante un aperitivo.

Bella menata, eh? Io più ci penso più mi incazzo, e non posso fare niente, se non scrivere la mia rabbia sul mio stronzissimo sito e per questo correre pure il rischio della denuncia perchè chi ha il potere ti può sempre denunciare, anche se ha torto.

E comunque, anche per questo, stasera ho contribuito all’organizzazione di un evento che parla proprio di precarietà. Ci sarà il video di Alessandra, ci sarò io, ci sarò Laura Pasotti e ci saranno i precari e le precarie, ecco. Se siete a Bologna stasera, dalle 20 in poi, al TPO parliamo di noi.

Ma vaffanculo

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Mag 18 2011

col cavolo che mi masterizzano, a me

Lo so che da quello che scrivo si capisce e non si capisce, lo so che sembra a volte che io trascorra i miei giorni a dibattermi fieramente nel dilemma “sesso libero o astinenza”, lo so che sembro (e un po’ sono) una perdigiorno e perditempo, però insomma da alcuni mesi ho fatto l’investimento più grande della mia vita ovvero mi sono iscritta a questo master che dovrebbe darmi la possibilità di crearmi un piano b dignitoso, per motivi molteplici che non mi metto a elencare perchè mi deprimo, ma che potrei riassumere brevemente nel motto “niente è per sempre, tantomeno una che non viene dalla luna”.

Che poi molto ci sarebbe da dire su come questo spettacolo e questa turnè fossero dentro di me da prima di esistere e su come si siano trasformati poi nell’incontro con la realtà con il Socio con la politica fatta in piazza e tarantelle varie. Ma non ho tempo.
Non ho tempo perchè sono in aula computer qui  a scemenze politiche invece di studiare per l’esame sulla guerra fredda, esame che dovrò dare martedì peraltro in inglese, dovrei dunque proprio scendere in aula studio a versare sacro sangue sui libri invece scrivo perchè ho deciso che è arrivato il momento e allora io dopo tutti questi mesi penso che sì, questa esperienza del master è stata una cosa grossagrossa, un grandissimo esperimento di tolleranza reciproca, solidarietà, comprensione, è stata forse la volta in cui di più, nella mia vita, mi sono trovata a convivere con persone con cui non avevo niente a che fare e che, se le avessi incontrate in giro per la strada, probabilmente non avrei manco degnato di uno sguardo, tanto più che sono orba e quindi per degnare le persone di uno sguardo mi devo proprio impegnare.
Così ho scoperto che con alcune di queste persone, al di là delle apparenze, ho invece molto da spartire, molto davvero, che a qualcuno voglio addirittura bene e che in genere, quando non ci sono, finisce che un po’ mi mancano.
Soltanto che cazzo a me mi pare, così, guardandole durante tutte queste ore di lezione, insomma mi pare proprio che ecco mi pare che cazzo mi pare che non so come dirlo però insomma
insomma la verità è che mi sembra che la maggior parte della gente sia semplicemente e ciecamente grata all’autorità per essere tale, che le piccole rivolte si trasformino troppo spesso in sterili pettegolezzi da beghinaggio, e che quando poi ti trovi davanti a una che dice bene, non ci piaccono le lezioni? andiamo a protestare, la maggior parte della gente si spaventi, si terrorizzi, a volte si infastidisca anche, perchè tra il lamentarsi e il voler davvero fare qualcosa ci sta di mezzo un oceano, un universo porcapaletta.
E allora la mia impressione è proprio quella di venire dalla luna, perchè in fin dei conti per la maggior parte dei miei compagni io non sono altro che una rompicoglioni, e non sono in grado di -e nemmeno poi vorrebbero- capire che tra me e una punkabbestia urlante in piazza verdi ci sta una certa differenza, e per loro io e quelli come me siamo parte della fastidiosa minoranza violenta che proclama uno sciopero il cui unico risultato è quello di farli arrivare tardi al lavoro. Eppure cazzo, mi dico, questa è gente che un pochino, un pochino si dovrebbe interessare alla politica e al confronto, altrimenti mica facevamo i diplomatici, facevamo i soldati, no? e invece a me ci sono dei giorni che mi pare di stare in una bella caserma di vetro e allora mi vengono quegli eccessi un po’ punk tipo che disegno pupazzi morti sulla lavagna, che urlo, che mi tolgo le scarpe, che quando c’è da rispondere male lo faccio, che se mi annoio lo dico, che se è una perdita di tempo protesto, e il risultato è un diffuso imbarazzo, perchè in fondo le regole, la struttura, stanno bene dove stanno, in fondo come al solito la maggior parte di queste persone, che pure stimo e in qualche modo amo, non ha niente da perdere, in fondo loro stanno giocando a risiko, ecco cosa mi sembra oggi, e io sono solo una scoppiata che non conosce le regole e per questo non può giocare.

Quasi a nessuno viene in mente che invece le regole io le conosco, le conosco fin troppo bene, e per questo ho dato fuoco al tabellone del mio risiko e mi rifiuto di entrare in quello di un altro.

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Mag 10 2011

guida intergalattica per attivisti, sesto episodio

Comincia alle sette di mattina, questo pezzo di turnè. E’ sei maggio e abbiamo uno sciopero generale davanti a noi, splende il sole alto e tondo su Bologna mentre come al solito sbaglio luogo dell’appuntamento e mi fiondo in porta Sant’Isaia salvo poi capire che non era la porta giusta. Ma per fortuna sono un po’in anticipo, e non appena recupero il luogo giusto dell’appuntamento ci trovo proprio tutt*, pure un sacco di coraggiosissime presenze dalla radio, Laceci pronta col suo diggeisett sul nostro magico camioncino ecosostenibile, Minocip superattivo alla guida e gli altri tutti affaccendati chi con gli striscioni chi con i giornali chi semplicemente con i gossip che sono sempre molti e non facciamo in tempo a stare dietro a tutto.
Bella piena mattinata di sciopero, cantiamo ridiamo abbiamo il sole che ci illumina la faccia e ce lo meritiamo tutto, abbiamo lottato con le unghie e con i denti per questa giornata e adesso è tutta nostra, balliamo a ritmo con la musica della Ceci che ci mette pure Erpiotta e io penso proprio che gli squali non ci avranno mai. Laste minaccia di menarmi se oso dire un’altra volta che lei non è una vera giovane, io rido e cammino a ritmo con la musica mentre Laire dice shallallallalla. Arrivati in piazza ecco che cominciamo il nostro già dichiarato corteo selvaggio e ci riappropriamo a gruppetti di questi maledetti negozioni accaemme futlocher sarcazzo ma anche di coop, ci sono tutti i commessi che guardano in basso perchè sai mai, se si scopre che hanno in simpatia gli scioperanti li cacciano subito fuori a calci in culo. Mettiano i nostri striscioni chiusopersciopero e ci sono dei compagni proprio ispirati che al megafono dicono cose che io penso cazzo è proprio così. Siamo un po’ stanchini, ogni tanto guardo in direzione di Francis che sta sempre dove c’è un raggio di sole con la sua maglietta viola dell’ex mattatoio, noi precari dello spettacolo stamane scioperiamo  ma già siamo pronti per andare a lavorare a portare il nostro piccolo pezzo di rivoluzione in giro per l’Italia.

E infatti è un attimo, saluto tutte saluto tutti e vorrei stare tutta la giornata con loro a ballare cantare e magari mangiare un panino di quelli fatti dalla tippiò crew ma invece partiamo e andiamo nientepopodimenocchè a Marghera. Ci ho un po’ d’ansia e non so ancora che questa ansia me la porterò appresso tutta la turnè. Penso che sia dovuta al fatto che stasera mi vedranno i compagni e le compagne del Rivolta che insomma mi conoscono da quando ero una sbarba, non mi faccio troppe domande mi impongo alla guida così non penso (spero) ma invece il cervello mi va a mille e finisce che prego il Socio di ascoltarmi che così ripeto il monologo che dovrò fare martedì peraltro in assenza sua e vai ci ho pacchi di ansia attorno a me che si moltiplicano.
Eccoci al Rivolta, bellissimo con i suoi tetti che sembrano onde e pezzi di cielo, e mi sento un pochino a casa. Ci parliamo dello sciopero e cazzo loro si sono alzati alle cinque per picchettare le fabbriche, io una volta di più penso che i compagni sono proprio belli, perchè ci credono assai assaissimo e si svegliano pure alle cinque il giorno dello sciopero. Ma l’argomento topten è il nuovo sito di Sherwood e tutto quello che ne consegue, Graz ci spiega tutto con l’entusiasmo di un adolescente e io mi lascio trasportare dai suoi racconti della radio del futuro e tutto mi sembra bellissimo non vedo l’ora di vedere gli studi nuovi e penso che anche io voglio fare i racconti di lucilla con la uebcam cazzo.
Facciamo infine il nostro spettacolo con tanto di uebstriming, sono emozionata, è qua che tutto è cominciato e penso (e dico al socio) ti rendi conto? se fossero andati male quei quindici minuti non l’avremmo fatto mai, e forse è un caso forse no che proprio il giorno dello sciopero generale siamo qua, come se avessimo in qualche modo chiuso un cerchio ma forse no non è un cerchio a me i cerchi non mi piacciono. (Ma dentro di me ho tremila pensieri e uno è proprio il destino di questa turnè vorrei tanto parlarne con Francis ma mi sento appiccicata dentro di me e allora devio ritardo svicolo annego nello spritz).
Non ce ne vogliamo proprio andare da Marghera perchè sembra che tutti ci amino e io mi sento un po’ a casa ma sappiamo che domani c’è un’altra lunga giornata davanti a noi allora ecco a un certo punto ci rimettiamo sulla nostra lucillomobile e voliamo a Padaniacity dove dormiamo dalla mia amica Tori che io non la vedo mai e sono proprio contenta.
Il viaggio è difficile. Abbiamo i pensieri. Penso che forse Francis non ce li avrebbe, i pensieri, se non glie li mischiassi io. Poi penso che no, lui ce li ha comunque, i Francispensieri.
Ci svegliamo a Padaniacity e nonostante il sole nonostante la splendiderrima giornata il piombo incombe su di noi, passeggiamo cercando di goderci la mattinata, porto Francis al Pedrocchi e facciamo tutte le cose che due veri turisti devono fare a Padaniacity tipo mangiare i tramezzini caldi del Nazionale ma la verità è che non vediamo l’ora di andarcene e allora via, sfrecciamo di nuovo sulla lucillomobile verso Falconara dove ci aspettano i compagni del Kontatto.
Ma per la strada facciamo una cosa proprio da turnè ovvero usciamo dall’autopista e ci facciamo il bagno, il bagno, Francis e io in costume, un freddo porco e noi che urliamo e ci facciamo il bagno e poi ci mangiamo pure il gelato proprio come le star del rock’n roll.
Arriviamo tutti salati dai compagni del Kontatto.
Che noi non li conosciamo, però dalle telefonate sembrano proprio simpatici. E infatti arriviamo e loro stanno in questo angolo di paradiso schiacciato sotto la maledetta raffineria dell’api, ma il loro paradiso se lo proteggono eccome, e ci accolgono e ci festeggiano e ci fanno persino mangiare il mata hambre e ci chiedono e ci raccontano, ancora parliamo del nostro sciopero generale, a me sembra che dai loro racconti esca luce e pura vita esca generosità e mi dico meno male, meno male che siamo venuti qua a fare lo spettacolo, infatti quando poi lo faccio, con Francis soprelevato alla mia destra, mi viene proprio da commuovermi, e me li guardo tutti e me le guardo tutte, uno per uno una per una, e quasi vorrei fermarmi per piangere un pochino di commozione. Mi sembra di non farlo così bene da secoli, lo spettacolo, forse proprio perchè oggi ho proprio l’impressione che queste persone l’abbiano fortissimamente voluto e allora anche la mia piccola parte di militanza ritrova senso. Guardo Francis e penso che forse anche lui sta pensando le stesse cose.
Finisce a gioia e borghetti, e sono le tre quando riusciamo ad andarcene a dormire da Reka e Pa che per me oh, sono proprio degli eroi, ci accolgono in questo meraviglioso nido di gioia e io non vorrei dormire vorrei solo ascoltare i loro racconti ma invece a un certo punto mi rendo conto che sono discretamente ubriaca allora dico ciaociao a domani.

Eh si, perchè abbiamo deciso con Francis di farci un regalo, che ce lo meritiamo. E’ domenica e andiamo al mare, che questo sole chiama fortefortissimo. Reka e Pa ci portano al Conero che io non ci ero mai stata ed è un vero e proprio paradiso, il sole mi fa diventare subito tutta marroncina e collasso con tanto di bavetta sull’asciugamani della turnè mentre i tre rivoluzionari al mio fianco continuano a chiacchierare e io mi sento serena e rassicurata proprio come quando da piccola mi addormentavo mentre i grandi parlavano di politica.
E poi quando mi sveglio c’è solo una cosa da fare: il bagno dentro quest’acqua gelida e profonda come piace a me, sguazzo che è una meraviglia e penso, mentre li guardo da lontano, che mi sembra proprio di conoscerli da una vita, Reka e Pa, che non finisco mai di stupirmi della generosità, della gioia, della condivisione, che questa turnè si mi ha fatto fare un sacco di date ma soprattutto mi ha regalato le persone, le storie, mi ha regalato le lotte degli altri e io mi sento grata, mi sento, mi sento che nessuna turnè in un teatro mainstream potrebbe regalarmi tanto, e forse in questo momento riesco addirittura a spegnere un pochino il cervello che non si ferma un attimo oramai dal sei maggio.
Non ce ne vogliamo andare. Lo sappiamo che dovremmo perchè al tippiò c’è l’aperitivo della radio e dovremmo e vorremmo esserci, ma proprio non li vogliamo lasciare questi fratelli che abbiamo incontrato. Nel viaggio di ritorno scherziamo e ci prendiamo in giro e io penso quasi quasi rimango qua chi me lo fa fare a tornare a Bulagna.
Ma poi è un attimo, siamo già nella lucillomobile e guido io, Francis è stanco, io pure, e in più c’ho il mio rumore di sottofondo che non mi lascia un attimo. Nemmeno il nostro gioco nuovo sembra funzionare, mi sento intasata.
Ancora una volta imparo a fidarmi di Francis e finisce che al tippiò ci vado pure io nonostante tutte le mie riserve e mi diverto pure, ci sono i miei amichetti stretti della radio e io sono felice di poter dare una mano a fare le torrette coi bicchieri puliti.
Poi ecco, finisce che vado via, finisce che mi ritiro nella mia intimità e finisce che finalmente mi spengo, con un po’ di violenza ma evidentemente non avrei potuto fare altrimenti, finisce che sono tutta dentro di me, finisce che le parole sono importanti, e io me le ricordo. Finisce che è già giorno, e mi aggrappo agli ultimi sguardi segreti mentre bevo litrate di caffè che dovrebbero riportarmi nel mondo del master e dell’efficienza e invece mi portano solo la tachicardia.
Finisce che è lunedì, e anche questa volta cel’abbiamo fatta.

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Mag 04 2011

avevo un vestito a fiori

vorrei tanto essere capace di mettermi a studiare e invece ho bevuto bicchieri di vino in numero di tre e sono come dire un po’ ubriaca allora l’unica cosa che posso fare è scrivere, un po’ pateticamente, come se avessi molti anni di meno o molti anni di più. Perchè 32 anni non sono l’età per scrivere un blog da spiantata, 32 anni sono l’età per un blog sulla puericultura o sul successo o che carapacchio ne so. 32 anni sono una bell’età del cazzo penso.
Allora è successo che ho incontrato un amico che non incontravo da dodici anni dodici non so se mi spiego e lui era uguale e io ero uguale e lui si ricordava persino di un vestito a fiori che indossavo quando andavo a prenderlo in 127 e che gli piaceva tantissimo io mi ricordavo dei pomeriggi insieme in un’estate caldissima, l’ultima estate campobassana che io ricordi, ricordavo il sudore le risate ricordavo - e non ho avuto il coraggio di dirglielo - che lui era stata l’ultima persona davvero con cui mi ero divertita a crampobasso lui ricordava io ricordavo e intanto sono passati molti troppi anni ed entrambi siamo più o meno contenti di come siamo diventati ma entrambi abbiamo addosso tante troppe ferite che ci fanno un po’ cinici un po’ mascherati un po’.
E allora penso ai dodici anni passati penso agli errori commessi penso alla taverna nel ghetto di padaniacity dove andavo con B penso alle nottate in bicicletta penso al piccolo cinema dove ci baciavamo di nascosto mentre lui proiettava pellicole su una macchina vetusta che si inceppava cinque volte su quattro penso alla teiera che mi regalò e che uso ancora adesso nelle giornate più fredde  penso alle incertezze a quella sensazione di avere tutto in mano tutto sotto controllo penso a una vespa gialla e a un film che vidi due volte di seguito solo perchè la seconda volta mi ci invitò uno che mi piaceva tantissimo.
E allora penso a nottate su un belvedere di Lisbona penso a Pierino e alla nostra amicizia non so perchè ci penso forse perchè ha resistito a tutti questi terremoti ha resistito a tutti questi miei tentativi disperati di scomparire penso a Pierino a quella volta che dormimmo a casa sua nel Bairro Alto e lui mi fece delle foto bellissime che chissà dove sono.
E allora penso a Pentothal e a tutto quello che abbiamo passato insieme e separati penso a come siamo diventati penso al bene che gli voglio penso a quello che abbiamo deciso di non fare mai penso a quella volta che eravamo al mare e ci facemmo il bagno in mutande e faceva freddissimo penso a una discoteca squallidissima penso alla sensazione profonda di dividere qualche cosa che poi di colpo morì.
E allora penso non so perchè alla prima volta che incontrai Francis in chat, stavo a Londra e mi vivevo un anno allucinante e mai mai mai avrei pensato a quello che sarebbe successo dal 30 novembre in poi, penso a quella chat che mi aveva dato un po’ di fiducia perchè lui mi aveva detto che gli piaceva ascoltare le lucilleidi e che non lo so non lo so che cosa mi aveva detto e non so cosa darei per ricordarmelo meglio perchè oggi mi sembra che tutto sia importantissimo invece prima, mentre le cose succedevano, non pensavo che fossero così stronzissimamente importanti.
Penso che il mio pensiero ricorrente adesso è andare via prima che la festa accenni a finire penso che non ci voleva proprio questa cosa che forse dovrò rimanere qui fino a settembre penso che forse dovrei sparire prima molto prima tipo domani penso che dovrei.
Come è successo che mi è tornata quest’angoscia di restare come è successo?
Penso che dovrei studiare e impegnarmi per cambiare la mia vita riempirla di cose nuove di modo che non ci sia più spazio per tutto questo sentire che mi respira dentro penso che mi sento come il mantice spalancato di una fisarmonica penso che ho paura penso che sono felice penso che non posso fidarmi penso alla lealtà penso che.
Penso che devo studiare porcamiseria. Penso che la gelataia di via Castiglione è meravigliosa e io vorrei tanto bere uno due tre bicchieri di vino bianco con lei.
Penso che presto chiuderò questo blog-specchio di desideri e passioni e angoscia e sarò pronta per una nuova grigia vita fatta di stipendi sufficienti gonne al ginocchio discorsi coerenti castità coerenza e finalmente avrò la stima il rispetto di chi mi starà intorno fino al giorno in cui non verrà fuori la storia del blog e sarà uno scandalo tutti sapranno che ero una spiantata e allora io vorrò tornare a com’ero prima cioè a come sono ora ma sarà troppo tardi e quindi a quel punto non so.

Soprattutto penso a cose cui non devo pensare. Indubbiamente.
Penso ora cancello il blog e addio lucilleidi addio lucilla.
Penso che questo potrebbe essere l’ultimo post che scrivo.
Ma anche no.

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Mag 02 2011

guida intergalattica per attivisti, quinto episodio

Sono le cinqueqquarantasette di lunedì mattina e non dormo.

Sono sicura di averlo fatto per almeno un paio d’ore, ma adesso niente, occhi sbarrati guardo il soffitto travi rosse vernice bianca. Non mi muovo. Spero che il sonno si degni di tornare da me. Invece ho già la testa attivissima come se fosse mezzogiorno.

G affianco a me dorme, abbracciato a tutta la mia invidia.

 

Penso che oggi ricomincio l’uni penso ai prossimi tour penso, in fin dei conti, che a me questi mesi sembrano lunghissimi, mi sembra che io e Francis abbiamo tantissimo tempo ancora e tanti chilometri e tante date soprattutto tante date però poi dentro di me lo so che il tempo è in realtà già quasi finito lo so che siamo arrivati pressocchè alla fine e questo mi mette addosso quella sensazione strana che accompagna le mie partenze: felicità ansia scoramento  paura e un poco di delusione nei confronti di me stessa, per non essere capace di restare.

Allora ecco sono le cinqueqquarantasette di lunedì mattina, probabilmente sono anche già le cinqueqquarantotto e penso a Francis, che tanto per cominciare a capirci io lo posso chiamare così ma gli altri no, che lo chiamino Papaleo o quello che vogliono loro, Francis è una prerogativa mia. Penso a Francis e a questa fase duepuntozero della nostra escheriana turnè, penso a quando siamo partiti venerdì per Reggio nell’Emilia e io ero stanchissima, stanchissima davvero, che il giorno prima c’era stato il viaggio a Parma e la favolosa nottata alla biosteria, e lui pure era stanchissimo, però siamo partiti lo stesso per andare a fare lo spettacolo in mezzo all’Emiliaparanoica e siamo stati quasi zitti perchè non ce la facevamo, io poi avevo paura di non riuscire a fare lo spettacolo perchè a me tutto questo gira e rigira a volte mi fa proprio rincoglionire, non faccio in tempo ad entrare con la testa nell’atmosfera della turnè che già devo staccare per andare a fare la studentessa a scemenze politiche e poi devo studiarmi un’altra cosa per fare una marchetta, poi c’ho da rincorrere equitalia e il giorno stesso un pezzo di un altro spettacolo e il libro da ritirare in biblioteca e gli amanti che non si dovrebbero incontrare e invece si incontrano nel momento meno opportuno e poi cazzo questa settimana dovrò pure chiamare l’estetista perchè per fare la modella devo essere glabra come la guancia di una neonata.
Arriviamo al Lab AQ16, che io non c’ero mai stata, e mi sembra bellissimo, bellissimo davvero, il palcoscenico è attrezzato proprio come un teatro e ci sono il fondale le quinte roba che in genere io non vedo manco nei sogni, ci sono le persone gentili disponibili c’è Lasere che prepara la pasta al tonno c’è un cane bellissimo tenero che è grosso come un cavallo e sa togliere i tappi alle bottiglie c’è Francis che ancora una volta mi insegna che per non farsi prendere dal panico è meglio mettersi con le mani a fare qualcosa e così fa lui, e finisce che pure io lo faccio perchè sono proprio persa dentro i pensieri della stanchezza e anche dentro l’idea che l’ultima volta che avevamo fatto lo spettacolo era a L’Aquila, e mi è tornata dentro tutta la tristezza.
Non conosco quasi nessuno ma Francis sì, molti ci aiutano ed arriva infine il momento dello spettacolo che a mio avviso io faccio malissimo, sono proprio depressa, non guardo manco Francis in faccia che non ce la faccio mi vergogno moltissimo. Invece non appena arriviamo nel camerino ecco che irrompono quattro o cinque compagni entusiasti che ci portano persino una birra come alle vere rock star e cominciano a parlarci fitto fitto dello spettacolo delle loro emozioni e di come nonostante ormai siano passati cinque mesi loro si siano emozionati assaissimo e questo e quello.
Mi viene da commuovermi, nel vedere queste persone giovani che si fanno entusiasmare dal teatro, e penso che sono proprio belli questi reggiani, ha ragione Lasere, sono proprio speciali sono proprio accoglienti sono proprio.
Ma nel giro di mezz’ora mi cala brutalmente l’adrenalina e Francis mi trascina via che sono uno straccetto. In macchina facciamo il nostro nuovo gioco segreto ma non ci riesce molto bene perchè siamo veramente devastati eppure io penso che è proprio questo limite così sottile che m’ interessa,  penso a tutte le cazzate che ho imparato in anni di teatro di ricerca, la sobrietà la castità l’attore che deve essere monastico per essere completamente dedito al suo ruolo e penso, appunto, che siano tutte cazzate, che una volta che io mi fossi sterilizzata dalla mia imperfettissima umanità, umori appetiti e stanchezza compresi, non rimarrebbe molto non ci sarebbe più cuore sarebbe forse uno spettacolo tecnicamente bellissimo ma sarebbe come guardare gli ingranaggi di una cosa meccanica. E come è ormai noto a me la meccanica non m’interessa.

Ma ecco siamo arrivati a Bologna piovono pietre ci promettiamo di studiare domani anche se è primo maggio ci promettiamo che occhei saremo produttivi perchè ci sono mille cose da fare ci promettiamo ci diciamo ci guardiamo ci.
E poi è primo maggio e io contravvenendo alla promessa vado in piazza a cercare tutti gli altri che mi mancano proprio, e c’è Lafla c’è Laire c’è Panta c’è Carlo ci sono tutti tuttissimi si balla la trash con diggei Parente piazza dell’Unità è oggi la piazza dove si può davvero festeggiare il primo maggio nonostante la storiaccia del vaticano che a me proprio non va giù, a essere sincera, vado in piazza rompendo la promessa con Francis e mi sento anche un po’ in colpa immaginandolo impegnato in uno studio matto e disperatissimo con le goccioline di sudore che si incastrano nel piercing ma cazzo, eccolo là che balla in piazza e fa lo scemo.

Buon primo maggio, a voi indomabili attivisti intergalattici.

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Apr 21 2011

lunatica uneunquarto del mattino

Questa luna mi pende addosso come una spada di Damocle.
Una luna gigantesca, che mi gronda e mi trasuda sulla testa gli odori delle ore trascorse.
Sono a Reggio nell’Emilia per guadagnare centosettacinque euri facendo il mio bello spettacolo di merda davanti a gente che vorrebbe vedersi la partita del milan e infatti mentre provo a mettere le parole in fila mi urla di abbassare la voce, grida che vuole un’altra birra, bestemmia perchè il megaschermo è spento e io non mostro neppure le mutande.
Dormito un’ora o forse due, mi ricordo alcune cose di ieri sera e le metto insieme a un altro paio di dettagli raccolti stamane mentre cercavo di rendere presentabile la mia casa. Brandelli di esseri umani sparsi nei miei diciotto metriquadri, litri di caffè, pacchetti di sigarette inesorabilmente e inderogabilmente vuoti. Eppure devo averne comprati tre, ieri. Tre bei pacchetti di sigarette, chissà che cosa ne ho fatto.
Reggio nell’Emilia è una bruma pesante che si abbatte sul mio spleen e me lo infila addosso come una ciambella di quelle che dovrebbero salvarti la vita quando stai per annegare e invece finiscono col soffocarti perchè non sai dove cacciare la testa.
Non voglio fare lo spettacolo, mi addormento mentre ripeto la parte e ho le cosce che mi fanno male nonostante mi sia riscaldata perbenino nel retrocesso di questo locale perduto nelle viscere di padaniavalley.
E già sono in auto verso casa. So che avrei dovuto rimanere a dormire a Reggio perchè sono sfinita perchè sono notti intere che non dormo perchè mi si chiudono gli occhi e perchè in fondo a Bologna non ho niente di meglio da fare che comprarmi un altro pacchetto di sigarette al distributore automatico in porta Castiglione. E invece torno, cantando i csi come un’imbecille, che conosco le abitudini so i prezzi e non voglio comperare né essere comprato, e ciò che deve accadere accade, e la retta è per chi ha fretta non conosce pendenze smottamenti rimonte. Om mani padme om.
Ho sonno.
Questa luna è così grossa che fra un po’ cadrà sulla mia automobile e di me non rimarrà neppure il testamento perchè non ho fatto in tempo a rifarlo e l’ultima volta che l’ho scritto era troppi anni fa, molte delle persone cui lasciavo i miei pochi beni sono oggi bell’e morte assai prima di me.
Con l’ultimo spiraglio di pupilla guardo la basilica di san Luca e mi dico occhei è fatta anche questa, ci ho una vita che se ne racconto anche solo metà a un adulto normale gli piglia una sincope, ma per fortuna non conosco adulti normali. Forse non conosco adulti.

Mi ricordo di una notte di una mattina di un’alba mi ricordo di aver dato fondo alla mia riserva di felicità meccanica mi ricordo vino mi ricordo luce bellezza fumo di sigarette mi ricordo passeggiate mi ricordo ma forse anche no facciamo che no.

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Apr 19 2011

guida intergalattica per attivisti, quarto episodio bis

Succede così, che ci sono delle volte che ci ritroviamo intimi a chiacchierare davanti a un gelato e mettiamo in fila i pensieri gli impegni le paranoie, per partire poi il giorno dopo un po’ più sereni un po’ più leggeri. E così quel giovedì 14 sono andata via a piedi sotto una pioggerellina sottile mentre il mio socio si regalava ancora una mezz’ora di gioventù. Avevamo parlato di Vik e del suo sequestro. Io immaginavo un’altra snervante attesa come quella di molti anni fa, che ci aveva fatti trepidare per la Sgrena.

Ma è prestissimo venerdì e dobbiamo partire per Roma. Mi sveglio e subito leggo il messaggio della Ire che mi fa capire quello che nessuno si aspettava. Mi viene una specie di velocissimo capogiro. Apro il computer, non voglio vedere i video e soprattutto non voglio leggere i mille coccodrilli che già affollano le pagine di siti internet e facebook. Come mio solito mi aggrappo alle cose materiali faccio la valigia preparo le cose faccio disfo e rifaccio cercando di non perdere il centro cercando di non farmi prendere dall’incredulità dallo sconforto cercando di stare dentro la stronzissima tabella di marcia ma ecco proprio quando penso di avercela fatta Francis mi chiama e mi chiede un’ora in più, che lui proprio non ci sta dentro. Non ci diciamo niente. Ci incontriamo al solito posto infame carichiamo e cantiamo De Andrè come due adolescenti brufolosi e depressi fino a quando non ci rendiamo conto che già abbiamo superato l’appennino e siamo inevitabilmente inesorabilmente verso sud.
Cominciamo a respirare.
Arriviamo a Roma che già siamo forse un po’ più leggeri anche perchè sappiamo che ci accoglieranno compagne e compagni che con noi condividono l’incredulità la rabbia lo sconforto.
Roma ci rapisce. Montiamo, salutiamo, abbracciamo, riconosciamo i volti, ci raccontiamo. Quelli che erano con me in Tunisia mi sembrano fratelli di incredibili avventure con cui mi accorgo di avere un’insperata intimità. Esc è bello e tutti sono efficienti. Ci mettiamo pochissimo a preparare le nostre quattro cose e già siamo in marcia verso il Sans Papiers dove radiosonar ci farà la nostra terza intervista. Siamo a Roma, dove tutto è cominciato, e di nuovo ci afferra l’entusiasmo per quest’avventura incredibile nella quale ci siamo lanciati, di nuovo ci diciamo quanto siamo privilegiati nel poter girare tra tutti questi spazi e conoscere un pochino delle loro incredibili realtà, ascoltare i racconti e le storie le lotte gli entusiasmi i problemi. Attorno a noi la sera è mite, il barista di Porta Maggiore ci fa assaggiare un liquore impronunciabile e ne decanta doti e virtù suscitando il nostro stupore. Noi, meridionali più o meno felicemente emigrati nella ex rossa Bologna, finiamo con lo stupirci quando un barista oltre allo scontrino ci regala un sorriso e due parole, e appena usciti ci affolliamo di commenti su quanto la gente qui sia aperta disponibile o semplicemente umana.
Al Sans Papiers mi pare di essere a casa e questa sensazione me la porterò addosso per tutto il mio soggiorno romano. Facciamo l’intervista   e ci sentiamo proprio dei supereroi, io personalmente sono proprio contenta di averci un socio che sa dire così bene le cose che invece io non mi so cavare dalla bocca, ci passiamo la palla come due veri professionisti dell’intervista, e intanto attorno il calore e i sorrisi dei compagni della radio che già promettono di occupare le prime file per fare il tifo durante lo spettacolo.

Cazzo, lo spettacolo! E’ proprio ora che corriamo indietro a Esc, in quella via dei Volsci finalmente risignificata. C’è Rapa, che tre settimane fa praticamente non conoscevo, e che adesso mi abbraccio a lungo e ripetutamente, e c’è pure un ragazzo simpaticissimo con cui ero andato in Tunisia che mi parla per mezz’ora e poi mi dice “oh, allora rimani a vedere lo spettacolo stasera?” e io rido tanto che quasi non riesco a spiegargli che lo spettacolo lo farò proprio io. C’è Sacco che è l’alterego di Francis a Esc, c’è la Vane che mi porterà poi in motorino fino al superstudentatoccupato, ci sono un sacco di facce che conosco e che sono felice felicissima di rivedere. Sono così agitata che non riesco nemmeno a cenare con gli altri, e finisce pure che per uno strano incidente rimango chiusa in bagno nell’ilarità generale. La sala si riempie come non pensavo si sarebbe riempita mai, c’è il sans papiers in delegazione d’onore, ci sono amici che non vedevo da anni, ci sono nuovi allievi e persone ritrovate grazie alla tenacia, ma ci sono anche Fabietto Lontra e Jim, come a dirmi che anche questo pezzo fa parte di me, della storia che mi sto scrivendo, e forse un pochino anche di loro. Ci sono poi persone che non conosco e che semplicemente erano in piazza il 14 dicembre e io mi sento onorata nel poter fare lo spettacolo per loro.
Siamo sul palco, Rapa dice poche commosse parole per Vik e io mi sento proprio come se le stesse dicendo anche per me e per Francis, per questo viaggio silenzioso e per la nostra incredulità. Lo spettacolo va come un concerto rock. Non ci posso credere, a tutti questi applausi, e Francis nemmeno ci può credere, ci guardiamo ci abbracciamo c’abbiamo due sorrisi che straripano dalle facce e il resto della sera sono chiacchiere e abbracci e la folle corsa in motorino con Vanessa verso la mia stanzetta al Point-Break, un miracolo di occupazione e cocciutaggine nel quale mi sveglio poche ore dopo e faccio colazione nel giardinetto, tra le spezie appena piantate. Tante troppe storie ho raccolto e custodisco e non riesco a rimetterle in fila, anche perchè già Francis mi è venuto a prendere, già salutiamo con un po’ di tristezza, già siamo di nuovo in viaggio verso L’Aquila.
La nostra auto-pensatoio è piena delle sensazioni dei pensieri delle riflessioni che ci scambiamo e pure di qualche paranoia che nonostante l’energia che ci ha regalato Roma viene fuori e ci fa rosicare un pochettino. Proviamo a dirci le cose proviamo a essere onesti un poco ci specchiamo l’una nell’altro con umiltà con incertezza con curiosità e attenzione nell’esplorare le differenze. Siamo così presi dentro una delle nostre sedute di autocoscienzateatralpersonale che quasi non ci rendiamo conto di essere arrivati a L’Aquila. Ma la devastazione, le macerie, i ponteggi abbandonati ci riportano coi piedi per terra anzi sotto-terra.
Arriviamo alle Casematte e i compagni ci accolgono con la loro schietta allegria da stato d’emergenza, ci guidano nella loro tana guadagnata coi denti e con le unghie, ci introducono nel mondo del terremoto permanente  ma io non reggo il colpo. Mi sembra che Francis sia riuscito in qualche modo ad ammortizzare la botta invece io in mezzo a tutte queste macerie mi sento sprofondare e mi torna un po’ di buonumore solo quando mi metto a dare una mano per l’allestimento del tendone.
Fa freddo, fa un freddo porco e maledetto e faccio lo spettacolo con il giubbino che ho preso a prestito al Tettafreeshop, una delle innumerevoli strutture di solidarietà che gli Aquilani hanno messo in piedi in questi due anni di terremoto perpetuo.
Ed è difficile fare lo spettacolo in questo tendone, è maledettamente difficile perchè mi sento incazzata e scorata e soprattutto inutile ma poi quando ho finito vedo i sorrisi sento i commenti entusiasti e allora penso che forse anche il nostro spettacolo ha portato un mattoncino di utilità a questa casa in difficile costruzione.
Dormo nell’alcova del sonno e la mattina dopo mi improvviso cuoca per ringraziare e anche di nuovo per non cadere nello sconforto di questa terra così squarciata.
Salutiamo abbracciando chi rimane a lottare e dobbiamo tornare a Roma, eh già, perchè Superfrancis nell’entusiasmo romano si è dimenticato un pezzo di microfono là e bisogna assolutamente recuperarlo. All’inizio siamo un po’ scazzati per questo incidente ma poi ci rendiamo conto che ripassare da Roma ci fa proprio bene, andiamo al teatro occupato e di nuovo abbracciamo parliamo ascoltiamo ma quanto cazzo si abbracciano questi romani io sono sconvolta il mio pudore viene seriamente messo alla prova mi sento tutta un friccico in mezzo agli abbracci romani.

Ripartiamo cantando Rino Gaetano e promettendoci nuovi viaggi nuove avventure, il pensatoio carico di questi quattro giorni viaggia verso nord e ci porta a cena a Chianciano dove divoriamo carne rossa che ci fa ridere e ripartire con la voglia di andare a ballare e forse anche di non chiudere questa lunga turnè in maniera tanto repentina.
Ma già vediamo la Basilica di San Luca, la nostra casa scelta e un po’ anche capitata, già siamo alle domande di prassi, a che ora ti svegli? io presto e tu? mi dispiace di lasciare Francis così di colpo mi dispiace che il viaggio non ci abbia regalato una decompressione migliore mi dispiace che sia trascorso questo nostro tempo.

E già apro un’altra porta segreta, già questa notte bolognese mi accoglie, i miei piedi percorrono la città, mattonella dopo mattonella, e sono felice nel non vedere le rovine nel non toccare le macerie, sono felice di questo silenzio, sono grata per queste ultime ore prima del sonno. Sento il corpo che si rilassa e mi tocco le braccia la pancia le gambe per riconoscermi, ascolto musica che non ricordavo, apro dopo anninteri le straordinarie avventure di Pentothal, respiro, sempre più lenta, sempre più sazia, sempre più grata.

Questa mattina mi sono svegliata, ho sorriso per qualche secondo, e poi ho dormito di nuovo.

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Mar 19 2011

nucleare:faccio a meno grazie

Published by lucilla under nucleare, ingiustizie, bologna, politica

Allora io vorrei fare una premessa e cioè che secondo me al mondo non esiste un solo cretino cui non piacerebbe averci a disposizione l’energia accussì, a pioggia, libera e felice abbondante come il flusso mestruale della prima donna. E si badi bene che il paragone non è fatto a caso. Non esiste un cretino o una cretina cui non piacerebbe ecco. E che, a me non mi piacerebbe avere l’energia? a me mi piacerebbe che tutte le mie profumatissime scoreggine fossero trasformate in pura energia che facesse muovere la mia lucillomobile altro che ecodiesel metano che ti dà una mano e menate. Vorrei una lucillomobile a scoreggine vorrei un bollitore ad aria fresca vorrei uno scaldabagno a fiori appassiti chi non lo vorrebbe?Chi non vorrebbe andare dal benzinaio e pagare con un bel sorriso?

Ebbene signore e signori, voglio svelarvi una cosa. Lo so, è dura, ma qualcuno deve pur dirlo, e ci pensa Lucilla:

QUESTO MONDO NON ESISTE

e se esiste non è il mondo in cui viviamo noi. Il mondo in cui stiamo vivendo è un mondo in cui l’energia è un problema, un mondo in cui a causa dell’energia si fanno le guerre, si ammazzano le persone, si costruiscono castelli di bugie, si inventano prodotti inutili e si muove l’intero mercato globale per convicere i consumatori a sentire disperatamente il bisogno di tali inutilità.
Adesso, senza entrare nello specifico del nucleare, io non so voi, ma cazzo, io nell’ottantasei avevo sette anni e mi ricordo mesi interi senza latte fresco nè insalata e la mia mamma preoccupatissima mi ricordo l’incubo della nube tossica e già che Chernobyl non era esattamente dietro l’angolo voglio dire non si trovava a Campobasso Est.
Ma senza andare a scomodare la mia autistica memoria insomma, io le immagini le vedo e cazzo parliamo del Giappone, non so se avete presente, in Giappone sono tutti precisissimi, hanno tutto sotto controllo vivono in case dove a seconda del bottone che premi viene fuori la tazza della colazione o quella del cesso e loro non sbagliano mai bottoncino, no, loro premono sempre il bottone giusto al momento giusto e non capita mai che intingano il biscotto che più lo inzuppi e più mastichi nel gabinetto o che ne so cose del genere. Loro sono dei superprecisi, i giapponesi, si sono anche comprati Totò Schillaci per tutta la vita. Eppure guarda che casino viene fuori che le cose non erano proprio così perfette come sembrava viene fuori che i controlli non erano poi così controllati che gli allarmisti non erano sufficientemente allarmanti viene fuori che nemmeno i preciserrimi giapponesi avevano sufficientemente valutato le probabilità di disastro eh già che loro hanno dei grattacieli superantisismici ma l’uranio antisismico non l’hanno ancora fatto.

Poi mi dicono che vogliono fare il nucleare anche qua, che io sono cresciuta mangiando pomodori grossi come dei cocomeri a causa come dire di un singolare modo di smaltire i rifiuti tossici, vogliono fare il nucleare anche qua perchè pure gli italiani hanno diritto al bollitore a cinquemilacinquecentovattttt pure gli italiani vogliono pagare poco l’energia pure gli italiani cazzo e che siamo noi l’ultimo paese dell’Europa? lo vogliamo anche noi il nucleare tanto più che in fin dei conti già importiamo l’energia nucleare dalla Francia e menate blabla.

Occhei occhei cari italiani che volete il nucleare, cari voi che oggi mentre noi dicevamo no al nucleare cantavate l’inno di Mameli come se uno che non vuole il nucleare per questo non sia abbastanza italiano, cari voi, io voglio dirvi una cosa, una cosa soltanto, e cioè che questo sistema usa e getta non mi va bene, non mi va bene questo modello che vorreste vendermi a mia insaputa, il modello che dice che oggi consumo e domani butto per consumare di più, che quando la suola delle scarpe si rompe si rottama tutta la scarpa, che dopo tre anni l’auto è da cambiare che compro un chilo di pane anche se ne mangio un etto che oggi voglio questo e domani voglio quello. Non mi va bene, perchè io ci leggo una cosa sotto e cioè che voi vorreste fare lo stesso con le persone, che mi  affitto i lavoratori più convenienti nei paesi più convenienti e domani li smaltisco (male) perchè tanto avrò altri lavoratori, non mi va bene per un cazzo e non mi va bene di dover consumare bruciare buttare sempre di più non mi va di essere messa nelle condizioni di avere bisogno di cose che in realtà non mi servono, io non ci sto a questo gioco, oggi è il nucleare e domani sarà sarcazzo cosa, io dico e dirò no perchè non è questo il mondo che voglio.
E allora si, mi metto la stronzissima tuta e vado in piazza di sabato mattina a prendermi il mio diritto al dissenso, a dire che questo paese è anche il mio paese, questo mondo è anche il mio mondo, e io il mio mondo non lo voglio come me lo state disegnando voi.
E i giornalisti del corriere della sera di Bologna dovrebbero imparare quanto meno a scrivere le notizie, io me lo auguro per loro che imparino in tempo perchè poi quando si troveranno la centrale dietro casa e la terza mano che gli sbuca dalla chiappa sinistra sarà troppo tardi per dare la notizia come si deve.

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Mar 14 2011

guida intergalattica per attivisti, seconda puntata

Non ho capito come mai, e secondo me questo è uno dei misteri che rimangono chiusi tra fogli di giornale accartocciati e lenzuola che un tempo furono bianche, non ho capito come mai riusciamo a essere sempre in ritardo. Eppure ci incontriamo sempre splendidamente all’ora pattuita, Francis e io, lui occhiali da sole e profumo di doccia, io cappotto delle turnè e sempre troppi bagagli.
Dovremmo essere a Parma entro le sette ma va da sè che arriviamo tardissimo e la signorina del navigatore ci fa perdere un sacco di tempo tra giri e girelli per evitare la zetatielle.
Da lì in poi è una corsa ininterrotta, un alternarsi felice di montaggi, prove, messinscene, sorrisi, abbracci, la biosteria e la tortina di polenta, i cartelli che chiedono di non imbrattare muri perchè non ci sono Picasso tra noi, l’entusiasmo di appropriarsi di uno spazio, le cartoline che sono fichissime e io le vorrei dare con una certa parsimonia ma anche no, Francis che sa fare tutto in qualsiasi situazione e le persone, le persone che seguono nonostante la lunghezza, la scomodità, l’ora tarda, seguono perchè in quella storia ci stanno loro, è la loro storia, e io mi rendo conto che questo volevo, raccontare una storia che non fosse solo mia.
Fortunosamente arriviamo a casa ma dopo poche ore già siamo in viaggio verso Milan, che lo Zam è appena stato occupato e il nostro sarà il primo spettacolo della stagione, ohi, che onore. Situazione funky and groove, non c’è che dire, ma Francis è subito a suo agio, si mette insieme ai ragazzi a ricostruire l’impianto elettrico, e come per magia poche ore dopo abbiamo un piano luci che l’accademia della luce ci fa un baffo. E io una volta di più penso che siamo proprio bene assortiti, Francis e io, per una serie di motivazioni che non elenco ma soprattutto perchè lui è sempre così zen.
Riusciamo a cominciare tardissimo e io sono un tantino nervosa, che tradotto in lucillese vuol dire che sono stronzissimamente, maledettamente nervosa, anche perchè ci stanno a guardarmi l’alunnetti miei e temo che si siano un poco sconvolti, loro,coi loro vestiti un po’ eleganti, in questo posto dove faccio lo spettacolo senza palco e senza sedie eppure la gente c’è, e io e Francis e la gente siamo attaccati insieme da numerosi invisibili fili che ci fanno commuovere ridere incazzare insieme. Chissà che cosa hanno pensato, l’alunnetti miei, di questi cinquanta scatenati che si infuriavano e piangevano tutti insieme. Ma già sono impegnata nel pensiero successivo, già siamo in una casa piccolacaldaccogliente insieme ai compagni dell’Aquila che ci parlano di galline e brum brum inseguimi se ci riesci, già rosichiamo ai racconti del carnevale Ambrosiano, già ci attacchiamo alla magica bottiglia di un energizzante comprato al dippiù che oh, forse non è energizzante, ma vi assicuro che vi fa fare tanta plinplin, già siamo a letto distrutti e già e di nuovo mattina e partiamo alla volta di Bulagna.
Abbiamo qualche ora di pausa prima dell’evento supermegaintergalattico ovvero il debutto bolognese. Io mi faccio un felice turno al bar durante il critical che mi pare una cosa proprio fichissima, tutti sono un po’ eleganti, seri e superprofessionali, eppure tutto funziona tutto rilassato tutto o quasi sotto controllo. Nel frattempo Francis in preda a un’ansia da prestazione degna di un manuale di psicopatologia si rifà tutto il piano musiche ma io sono tranquilla che tanto lo so, lui fa venire fuori certe meraviglie che a me mi viene da piangere.

Ci siamo. Ti passo a prendere alle trettrequarti che poi diventano le quattro, piove che cristo la manda e noi siamo tutti un friccico. C’abbiamo pure il camerino, oi, che mi pare una cosa incredibile pensare che la prima volta che entrai al tippiò proprio nel camerino mi venne una mezza crisi d’ansia per colpa di quella merda dell’uomo del mondo di qualcun’altra, e mi tornano tutti quei pensieri su come arrivai, su come sono diventate le cose adesso, sul fatto che mi pare quasi più strano stare sul palco che al bar, e soprattutto mille pensieri mille, mi vengono, sull’appartenenza. Su come mi senta stupidissimanente felicissimamente a casa, su questa sensazione che non mi ricordavo proprio cosa fosse e god bless trentanovembre e seguenti. E ci abbiamo i tre tecnici più fichi della storia che ci fanno le cose e sorridono e sono gentili nonostante io sia un pezzo di ghiaccio appuntito, e tutti quelli che incontriamo chiedono allora siete pronti? e mi pare di avere tantissimo tempo invece poi la platea è già gremita e lo spettacolo esce da me così, da solo, senza sforzo e senza paura, e quando dico “me li guardo tutti, me le guardo tutte, uno per uno una per una uno per una una per uno” me li guardo davvero e sono tantissimi e sono tantissime e a me quasi mi viene da ridere per la commozione.

Poi lo spettacolo finisce, salto in braccio a Francis e lui si strappa la giacca.

E forse questo spettacolo nei teatri non ci andrà mai, forse staremo sempre a risicare gli euri per le sigarette,
però la gioia di andare di città in città e conoscere le persone e sentire le storie e toccare la vera accoglienza ecco,
quelle per me sono già molto più che abbastanza. 

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