Archive for the 'famiglia' Category

Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

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Dic 24 2011

Natale è uguale amore sulla dmz

La vigilia di Natale è mia madre in ciabatte e vestito da camera, volto rivolto ai fornelli e mani immerse in kili di morbida pasta profumata. Il camino scoppietta e il fritto riempie del suo odore la stanza mentre noi ci alziamo una dopo l’altra, reduci da chissà quale nottata trascorsa tra giochi di carte, tombole e tentativi amorosi dell’ultimo momento. Una dopo l’altra, ciascuna imbacuccata nel suo pigiama più  o meno ridicolo a seconda dell’estro che mamma aveva quando ce lo ha comprato.
Io personalmente aggiungo al pigiamone in pile antiuomo, colore rosso, il trucco sfatto e nientepopodimenocchè le scarpine da letto lavorate a mano, colore bianconeve.
Mamma prepara il caffè e ci dà un bacio sulla guancia augurando a tutte buona vigilia e noi ci fiondiamo sul pandoro mentre l’ennesimo caffè lotta per salire in mezzo alle montagne di frittelle.

 

 

Alla dmz ci vai con gli ammericani che riempiono uno o due pullman al giorno. Pullman pieni di turisti ammericani ed europei che vogliono vedere l’ultimo straccio di guerra fredda e sono pronti entusiasti preparati coi loro snack al sacco, proprio come raccomandato nel foglietto che ti mandano i ‘mmericani insieme alla ricevuta di pagamento. Fa freddissimo a Seoul alle sette di mattina. Un freddo che mi è sconosciuto e mi taglia il respiro e la faccia, un freddo che mi lascia attonita e muta in mezzo a tutti i turisti mmericani con le loro macchine fotografiche dai lunghi obiettivi, protesi e feticci di una sessualità che mi pare un tantino castigata. Il viaggio è così breve che quasi mi spavento. Certo che siamo proprio vicini alla dmz noi, a Seoul. Non ti viene proprio da pensarci, tranne forse quando ti distrai un momento in metropolitana e scopri gli armadietti pieni di maschere antigas. Brevissimo il viaggio e subito veniamo accolti dal soldato mmericano che avrà undici o dodici anni, e a me mi viene da alzare la mano e chiedergli ma scusa, ma chi te lo fa fare? fa un freddo porco, non ti puoi mettere il cappotto e devi portare i turisti in giro in mezzo ai pinguini della guerra fredda ripetendo quattro volte al giorno le stesse menate. Ma il soldato dodicenne sembra divertirsi e ci parla proprio come in quei film in cui il capo ti fa fare mille flessioni se non obbedisci e io mi sento a ollivùd. Ci ha pure gli occhiali da sole che manco top gun e io penso che se non avesse dodici anni forse una veloce lezione di educazione sessuale nel bagno della caserma glie la potrei pure dare.

 

 

 

Papà la vigilia di Natale va a correre, perchè lo sa che poi mangeremo un sacchissimo e che fino al 26 l’attività fisicamente più impegnativa sarà cacciare i numeri per la tombola. Sono al secondo o al terzo caffè quando entra in casa sbattendo i piedi e togliendosi i guanti. Uè Ca buongiorno, buona vigilia. Io dico buonaviggiliapapà e gli stampo pure un bacio, che il Natale è figo anche perchè si possono dare i baci a mamma e papà senza dover trovare delle motivazioni razionali. Ma la casa è piena di amici cugini parenti e non si finisce mai di fare caffè e tagliare panettoni pandori struffoli cauciuni, si infilano le zampe nel miele dei caragnoli si dice ti va se ce lo smezziamo? è troppo uno intero per me, ma poi a furia di smezzare si finisce col mangiare quattro o cinque bombe che arriveranno dritte al fegato il quale in occasione di natale ha già alzato la bandiera bianca della non belligeranza.

 

 

Il soldato ammericano ci mette in fila proprio come nelle caserme e ci fa fare tutti i giochini per farci sentire che siamo in pericolo, ci intima di non cercare di attirare l’attenzione del soldato nordcoreano che vediamo all’orizzonte, ci racconta dettagliatamente i peggiori incidenti di questi quasi sessant’anni di dmz, ci porta nella stanzetta blu che è proprio uguale a quella fotografata nel libro di storia, e i soldati sudcoreani stanno fermi immobili per permetterci di fare la fotografia, cattivissimi e apparentemente impassibili al freddo, ma appena ci giriamo un attimo sono là che rabbrividiscono e non vedono l’ora di rientrarsene al calduccio dell’edificio tal dei tali. E’ proprio vicina la Corea del Nord, oh, sta esattamente dall’altra parte e a dirla tutta quel poco che si vede è inquietante e bellissimo. Ci sono delle montagne appuntite che sembrano un disegno di bambini, e Gaesong che svetta nel marrone del paesaggio invernale. E’ vicinissima la Corea del Nord mentre il soldato mmericano ci intima di stare su due file non tre e non una, ci raccomanda di fare foto qui e non lì e noi obbediamo felici di sentire il pericolo presente nel pensiero che, di fronte a una foto scattata nel momento sbagliato, il soldato dall’altra parte del filo possa impazzire e cominciare a sparare a dritta e manca facendo fuori tutti i nostri eroi del tecundò.

 

 

Intorno all’una quando ormai la casa si è completamente risvegliata e le file nei bagni si sono accorciate e i pandori sono stati dimezzati mamma prepara quella che sarà la sua battuta madre nel copione di questa giornata ovvero
“uagliù organizzatevi, oggi è vigilia e si fa digiuno, quindi ci appoggeremo solo un po’ lo stomaco all’impiedi”

che vuol dire che siamo tutti autorizzati a ingozzarci di frittelle e panini con la frittata poichè oggi non ci si siede a tavola fino alle dieci di sera. Subito dopo esserci immersi fino all’ultimo capello nell’olio della frittata e della salsiccia ce ne andremo a pigliare venti o trenta aperitivi in centrocittà, saluteremo l’amichetti ci diremo oh buona vigilia, ritroveremo alcune vecchie conoscenze e faremo un po’ il punto delle nostre reciproche (dis)avventure, ci batteremo le mani sulle spalle dicendoci oh, però ti vedo bene e forse penseremo che però, con quel tal compagno delle scuole superiori una scappatella natalizia in onore alla famiglia e alla sua sacralità potremmo pure farcela.
E poi come al solito non combineremo niente perchè alla fine Natale è stare con la famiglia giocare ai giuochi stupidi aprire i regali ridere ubriacarsi e bere il vinbrulè.

 

 

Vediamo trecentocinquanta cose che a me sembrano tutte uguali, compreso il tunnel che sinceramente io ho i miei dubbi ma vabbè in fin dei conti chi se ne frega, è una bella camminata sottoterra e finalmente i turisti sono un po’ stanchini e la smettono di blaterare. In compenso mi imbatto in un nugolo di vecchie giapponesi impazzite che mi fanno venire voglia di cacciare la sciabola e decapitarle una dopo l’altra con tanto di zampillio di sangue e vomito inconsulto dalle teste tagliate.
Dopo il tunnel ci sta pure la stazione e se vuoi a cinquecento uòn ti puoi comprare un finto biglietto del treno che dice direzione Pyeongyang. Molti se lo comprano. Altri fanno le foto coi loro falli smontabili. Io mi fumo una sigaretta e guardo dall’altra parte. E’ tutto ghiacciato e immobile. Svettano le bandiere dei due villaggi uno di fronte all’altro, come due draghi inutili che si fanno le linguacce. Chissà se il soldato ammericano, che ci ha raccontato quanto sono cattivi quelli del nord, ci crede o fa finta. Chissà se dentro di sè sta pensando ma vedi tu sti cretini di turisti e poi, a baracca chiusa, si mette a giocare a tetris via internètt col suo corrispettivo che sta dall’altra parte della frontiera e insieme se la ridono di sti turisti rimbecilliti. Magari il soldato mmericano è molto più intelligente di quanto io non pensi. Questo l’ho imparato nei mesi trascorsi a Seoul, che spesso le persone sono migliori di quanto io non immagini e la dovrei smettere di sparare giudizi a manetta così. E altrettanto spesso dovrei smetterla di fidarmi delle persone tanto facilmente perchè sì, è vero, alcuni sono migliori di quanto non sembrino, ma tutti gli altri sono ahimè assai peggiori e insomma bisogna chiudere il cappotto a doppia mandata e nascondere il cuore nel doppiofondo della tasca interna.

 

 

 

A mezzogiorno mi alzo con le ossa e la lingua sfasciate dall’ennesima mezza sbronza.
La neve fuori è mezza sciolta e mezza no.
Io ci metto pochissimo a ricordare i pensieri pesanti con cui sono andata a letto stanotte.
Per un momento penso a un’altra possibile sparizione curativa.
Poi guardo la gatta che si struscia sul mio piede.
Il piede suddetto ciondola dal letto. Lui, il piede. è beato.
La gatta, pure.
Allora godo di questo spettacolo natalizio di amore incondizionato
e penso che stasera mangerò gli struffoli proprio come a casa dei miei
mi si riempie il naso del ricordo di un odore d’infanzia.
Mi alzo, mi faccio il caffè.

Uè, buona vigilia.

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Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

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Ott 24 2011

pensavo fosse la Corea, invece ero io

Il sottotitolo di questo post potrebbe essere:

primo comandamento - chi di facebook ferisce di facebook perisce.

Ma gli argomenti sono diversi. Allora provo a fare ordine e prima di tutto mi ripeto come un mantra:

quando hai avuto una buona giornata
non accendere lo stracazzo di computer

Ovviamente io l’ho acceso. Stamattina mi sveglio di umore pessimissimo e continuo a ripetermi ma cosa mi sta succedendo perchè c’ho questi scoramenti da cosa derivano gesummaria. La giornata prosegue e in verità faccio cose belle, imparo paroline nuove in coreano, ma sto male malissimo mi sembra proprio un male dell’anima e mi chiedo oh, animella, che cosa succede? Poi però mi rendo conto che sono le dodici e non ho voglia di fumare e improvvisa arriva l’illuminazione: mi sto ammalando. La mia prima malattia coreana. Lo diceva mio padre che il raffreddamento ha quattro giorni d’incubazione. E infatti io quattro giorni fa ero a fare la supergiovane assaipoco vestita dentreffuori dai locali e anzi se ben mi ricordo addirittura non tornai a casa a dormire poichè troppo ero alcoolica. E vedi adesso. Tiè. La Corea sarà anche un paese maschilista, la maggior parte degli uomini sarà pure stronza, la maggior parte delle femmine anche, sarà che insomma il mondo va nel modo sbagliato ma non era questo il problema non questo il pidocchio che mi brucava nel cuoio capelluto eh no. Era cosa assai più materiale ovvero la malattia, che ti fa venire voglia di stare nel lettuccio ed essere coccolata da una sola persona ovvero la mamma. Non c’è niente come la mamma quando sei malata.
Anche se nella realtà la mamma non ti ha mai accudita più di tanto perchè doveva lavorare e portare a casa la pagnotta, esiste sempre l’immaginario di una mamma perfettamente amorevole che quando hai la malattia che ti brucia la pellaccia ti porta un piatto bello fumante di tubetti*. Quanto mi mancano la mia mamma e i tubetti.
Il problema non era la Corea, era che mi stavo ammalando e siccome c’ho la sindrome della pisssicologa avevo ricondotto il malessere a uno stato psicosociale, invece erano i germi. Mammina, dove sei, perchè non ci sei tu a portarmi i tubetti e a darmi i bacini?
Quando stavo con il mio ex ogni volta che mi ammalavo lui mi faceva una scenata perchè diceva di non avere tempo per occuparsi anche di me. Ma scusa chi te l’ha chiesto? stronzo. Tra l’altro non sapeva manco cucinare i tubetti e finiva che mi alzavo io e cucinavo per entrambi. Proprio come in una bella famiglia borghese. Mammina, vieni a Seoul a farmi i tubetti, mi manchi.

Allora la verità è questa. La Corea è un paese bellissimo, non si capisce un cazzo, come mi ha scritto un amico oggi è proprio come stare dentro una settimana enigmistica, hai l’impressione di aver svelato l’arcano e zac, arriva il 37 verticale, irrisolvibile, che ti mette in discussione anche il 14, il 7 e il 26 orizzontali. Bisogna smetterla di pretendere si avere tutte le risposte. Non si capisce niente, davvero. Oggi per esempio c’erano due studenti che nel campus appassionatissimamente pomiciavano come non ne vedevo dai tempi della mia adolescenza a Maratea. Un bel guardare, davvero. E con tutto il freddo attorno! Se ne fregavano. Ci piace la Corea oggi, che ho mangiato i tteok  cucinati da me medesima nella maniera meno ortodossa possibile, e facevano schifo ma a me sembravano buonissimi, soprattutto perchè poi al pomeriggio non sono tornata in ufficio ma sono rimasta a casa a studiare per domani.
Ci piace a me, vito e antonio, la Corea oggi, perchè domani farò la benedetta conferenza su Tondelli e non ci posso credere, e soprattutto non ci posso credere che ci sia una persona che senza avermi mai visto fare niente si è spesa per questo. Oh, ma siamo matti? lo ammetto, ho un pochino di paura, ma me ne frego, perchè oggi la Corea è bella visto che ho imparato a dire dormi bene e stasera lo dirò alla mia borsa dell’acqua calda.
Bisogna che la smetta di cercare in Corea cose che non posso trovare. Bisogna, forse, che la smetta di cercare, e basta. Questo mi dico e intanto bramo la mia mammina e i suoi tubetti, mammina, perchè sei così lontana? sono malata, malatissima, ho mal di gola e domani ho una conferenza, come farò? a gesti?

Bella bella giornata oggi intensa piena di cose ma soprattutto piena di speranza, perchè io il giorno prima di fare le cose che m’appassionano mi riempio come una mongolfiera, tutta piena di speranza, un pallone gigante pieno rigonfio di speranza e sogni ed entusiasmo e colori e salgo susususu. Poi dopo scendo, e lo so che sarà brutto, veloce, umido, che mi sentirò sola e vuota e non amata, ma spero di riuscire a inventarmi un’altra cosa nel frattempo.

Insomma era tutto molto bello avevo dato un senso a questo mio malessere me l’ero messa via e soprattutto mi godevo lo studio di oggi e i sogni che mi vengono ogni volta che posso studiare, avevo persino trovato la forza di andare a scuola di coreano e lì conosciuto uno svizzero e un messicano che se ci mettiamo tutti e tre possiamo fare come nelle barzellette.
Poi torno a casa e mi dico valà che ti scrivo un post riabilitativo dedicato alla mia mamma e ai suoi tubetti, anche se lei appunto quando io ero piccola non è che avesse molto tempo per farmi i tubetti, ma io so che se avesse potuto me li avrebbe fatti con tutto il cuore, soprattutto quando ero malata.

Così dico,
apro il computer
lo accendo
e faccio una cosa che non devo fare.

 

Ma io mi domando e dico. Come mi vengono in mente certe cose?Adesso quasi quasi io il mio account facebook lo chiudo. Sono scema sono, ecco cosa sono. Scema scemissima. Che poi si, lo so, dai commenti e dagli stronzissimi mi piace che la gente mette e leva come gli tira il culo, cristiddio, non si capisce niente,  però mi è venuta un’angoscia che manchicani. Mi sono resa conto di una cosa fondamentale.
La cosa fondamentale è:

sono una cretina

e probabilmente facebook lo sa e si prende gioco di me. Che cazzo mi fai vedere tutte queste cose, facebook maledetto? Facebook, io ti odio. Anzi sai che ti dico facebook? la devi smettere, smettere di farmi rosicare, sennò ti levo l’amicizia, diokèn. Non mi bastano gli scoramenti, le paturnie, i silenzi? non bastano le parole che sono sempre troppo poche? non basta il continuo chiedersi oh, dove sto andando? no, anche facebook ci mancava.
Ma io ho capito qual è il punto:
Facebook si è reso conto che io lo stavo prendendo in giro, e si è vendicato.

Ci è riuscito benissimo. Uno a zero per lui.
Mammina, dove sei, portami i tubetti e fammi dimenticare facebook, dammi i bacini e dimmi che sono solo le mie paranoie di dissociata, dimmi che sono bella e brava e buona e tutti mi ameranno, mamminamia, per favore, fammi i tubetti.

 

* chi non sa che cosa siano i tubetti si vada a vedere il trailer di “una valigia piena di dollari”. Autoformazione, tze!

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Ago 15 2011

parenti, serpenti eccetera

E’ finita che invece di starmene a casa a preparare la partenza, invece di imparare seriamente il coreano, invece di valutare le valigie, i viaggi, i contatti, i libri, le cose da lasciare quelle da chiudere quelle da portare, invece di dedicarmi a tutte queste attività più o meno utili alla mia partenza o per lo meno al mio umore, mi sono fatta prendere dalla sindrome della figlia affettuosa e sono venuta a Crampobasso a salutare la famiglia, che poi fino a febbraio sai mai, può succedere di tutto.

E ho fatto male

Ogni volta mi scontro con questo muro di incomprensione, con queste pareti costruite sulla base di reciproche disattese aspettative, e i pranzi sono pieni di frecciatine avvelenatissime, e le gite si trasformano in scenate, e l’amore si nasconde sempre troppo bene dietro le recriminazioni. Poi loro invecchiano senza che io nel contempo cresca, e così siamo gli uni di fronte all’altra, loro sempre più vecchi, fragili e rigidi allo stesso tempo, lacrima facile e salute cagionevole, io ancora e forse per sempre adolescente insoddisfatta, o forse adulta sì, ma non l’adulta che essi avrebbero desiderato. Che arrivo e gli unici racconti che ho sono di scalcagnati spettacoli in centri sociali occupati e manifestazioni di protesta contro questo e contro quello, non ho figli di cui vantarmi, mariti di cui lamentarmi, non ho case da comprare mutui da pagare, e vivo in una casa di diciotto metri quadri che per loro è una vergogna, con tutto quello che m’han fatto studiare, e c’ho una vita che non si capisce un cazzo, e anche a volerla raccontare ne verrebbe fuori solo un bel casino, e adesso c’è anche questa cosa della Corea ma diobbuono perchè non hai fatto l’avvocato perchè sei venuta così stramaledettamente irrequieta insoddisfatta che ci fai stare di continuo col patema d’animo e non si sa mai dove sei cosa fai e magari ti droghi anche vai alle manifestazioni violente probabilmente sei pure amica di quei come si chiamano blekblok e ti verrà qualche malattia e forse se non hai un compagno, se non vuoi dei figli, è semplicemente perchè sei lesbica, e non ti rendi conto che i problemi sono altri ci sono la casa da comprare la famiglia da costruire guarda tua sorella sposata marito diligente ed amorevole bambino che è uno splendore perchè non prendi esempio.

E pure la sorella, le sorelle, mioddio, io sono terrorizzata dall’idea che i miei stirino le zampe, perchè già me le vedo, a recriminare, a lanciarmi accuse come dardi infuocati, a mascherare la loro insoddisfazione dietro tonnellate di recriminazioni, che già stamattina siamo partiti con carla sei un’egoista e ci crei solo problemi, e allora figuriamoci quando i miei stireranno le zampe, ci sarà una tragedia familiare una lotta intestina altro che montecchi e capuleti ma io mollo tutto e scappo, dioken, non ho nessuna intenzione di farmi incastrare nelle loro meschine scaramucce sui metriquadri madonninasantissima no, per carità, io me ne tiro fuori non ne voglio sapere niente delle loro recriminazioni, che qui in questa casa pare che abbiamo i santi cavalieri protettori della famiglia, tanti santi Giorgi armati di spada e scudo che al varco attendono me, il drago distruttore e maligno eddai, non mi sembra manco una cosa proprio equilibrata.

E allora sto qua in questa casa piena di fantasmi e mi domando gli altri come fanno, cazzo, come fanno. Forse dovrei sparire e non vedere più nessuno fino a che i due poveri vecchi non stireranno le zampe forse dovrei dichiararmi morta forse dovrei leggere un altro libro sulla psicanalisi e sarcazzo cosa io sinceramente non so non ho soluzioni e adesso vorrei stare al mare con i compagni e le compagne proprio come ieri e ieri l’altro, a giocare a pallone e parlare di finanza sotto l’ombrellone, perchè almeno così non mi sentirei un mostro un drago malefico un emissario del maligno.

Allora se le cose fossero lisce se fossero piane io farei le valigie e me ne andrei domani stesso e invece non sono lisce manco per un cazzo e se me ne vado mi sento in colpa e mi struggo, sia per i due vecchi che per quella stronza travestita da San Giorgio, mi sento in colpa mi sento reponsabile mi sento come se in fondo fosse causa mia se non sono come loro vorrebbero mi sento mah chissà come mi sento, eppure insisto a stare in questa casa perchè non ci sto a chiudere i canali non ci sto a sparire a dire fate un po’ il cazzo che volete io me ne lavo le mani, questo è forse il punto maledetto che io stessa io per prima rimango perchè sogno il lieto finale di merda in cui a natale tutti ci ritroveremo e festeggeremo felici e ci vorremo bene e non ci saranno non detti non ci saranno recriminazioni.

La verità è che io stessa meschinamente sogno il lieto finale del film americano e un natale in cui finalmente i miei genitori e le mie sorelle saranno contenti dei regali che faccio loro e non mi guarderanno con le facce confuse e un po’ deluse chiedendosi contemporaneamente come occultare i miei stupidissimi regali senza offendermi.

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Giu 20 2011

guida intergalattica per attivisti, undicesimo episodio

Le Papaleidi.
Attrice coprotagonista (dice lui), ruolo spalla (dico io), arrivo a casa Papaleo/Elena dopo minitour bresciano che m’ha regalato gioia, fatica, risate, struggimenti commozioni e un paio di lagrime nel vedere come le persone cambiano e a volte succede proprio quello che pensavi non sarebbe successo mai. La strada m’è parsa lunghissima, persino qualche lagrima m’è scesa mentre ascoltavo incazzatissima la musica di un passato in cui avevo molte più speranze e mi veniva voglia di cantare a squarciagola la mia tristezza invece solo mi colavano lagrime silenziose e io assistevo immobile allo scioglimento d’un grumo di cose alle quali nome non so dare. Ma il cammino era troppo lungo pure per la mia tristezza, dopo la prima mezz’ora mi ero dimenticata tutti i miei crucci e bestemmiavo contro gli italiani in vacanza che intasavano l’autostrada.
Mi salvava proprio sull’orlo della strage il Socio, attore protagonista, che m’invitava a pranzo prima della partenza per Rimini.
Con questo degno prologo sul groppone arrivo dunque sui monti Papaleici e subito mi cambia l’umore come se fosse cambiato il vento perchè il Socio, Laire e Nico m’accolgono in tutto il loro splendore e io improvvisamente mi ricordo che la mia vita è meravigliosa, che sono a pranzo coll’amici miei, che stasera farò lo spettacolo mio amatissimo e che un’immensa gialla estate m’aspetta pur giocando ogni tanto a nascondino. Insomma ecco il bello dell’essere lunatica, cambio umore velocissima e non rimpiango. Trascorre il pranzo tra le risate, gli scherzi, la camicia stirata del Socio e i soliti conti sui trenta centesimi,  partiamo. Il protagonista superattivo prende il controllo della lucillomobile e mi conduce fino a Rimini dove ci aspettano i meravigliosi e le meravigliose. Romagna! Si sente il mare che c’arriva nel naso portato dal venticello fresco, noi lavoriamo sodo per montare lo spettacolo e io pure nel mio piccolissimo cerco di darmi da fare, anche se sono un’imbranata e mi si deve dire per filo e per segno tutto ciò che c’è da fare, tanto che a un certo punto mi offro come portatrice ufficiale di birre, e riscuoto un certo successo.
Ascoltiamo Manila io mi piglio tutta la sua forza tutta la sua energia e il suo sole colpisce dritto dentro di me attraverso gli occhi e le parole. Ho proprio voglia di farlo questo spettacolo, che oggi fa la sua ventunesima replica e il mio obiettivo è farlo diventare più anziano del Sociomio.
Poi come al solito succede tutto di corsa, io mi sento proprio ispirata stasera e anche se faccio qualche errore vado dritta negli occhi di quelli che stanno davanti a me mi sembra come di squarciare una parete con le parole, sento il Socio dietro di me presentissimo muto e so che in platea ci sono pure i Papaleosenior lui anche se non lo dice è emozionato anche per quello e io, ammettiamolo, io pure.
Arriva la fine e sono tanti gli applausi tanti che un po’ mi commuovo e ancora di più mi commuovo quando qualcuno mi dice io non avevo mai visto un monologo, allora penso ai discorsi che facevo con le amiche mie attrici pure loro, penso a quando ci dicevamo che il rischio è dirci le cose tra di noi, penso che forse sì forse è un rischio ma stasera noi abbiamo davvero portato il teatro dove il teatro di solito non va e allora mi sento improvvisamente piena e fiera, mi pare che anche questo sia in qualche modo essere una militante, ecco, mi pare che forse questa sia una forma sottile ibrida di militanza ma lo stesso è militanza a tutti gli effetti e ancora di più sono grata a queste persone per avermelo fatto capire.
Generosi, generosi i Riminesi e generosa la notte che ci vede cenare sulla spiaggia e io rido tanto e vorrei fare il bagno ma dopo la terza bottiglia di vinbianco un po’ ci ho ripensato, che sono già le duemmezza e noi si deve tornare a Bologna. Con un po’ di saudade saluto Laire e Nico e i Papaleosenior e Manila e Fede, il Socio ancora superattivo riprende le redini della lucillomobile, per fortuna perchè io ho troppa voglia di stare seduta coi piedi sul cruscotto e sentire ottocentotrentasette volte la nuova canzonetormentone che m’ha regalato lui. Mi piace quando è condiscendente e non s’annoia se per l’ennesima volta premo play, anzi ride come se io fossi una bambina che ha appena scoperto l’autoradio.
Lunga lunghissima la strada del ritorno, ci parliamo poco, molto ascoltiamo, poi a un certo punto ecco che appare, lei, la basilica di San Luca, e io come di consueto semplicemente la indico sapendo che lui si ripete in testa le parole de LaFla.

Questo spettacolo ha creato un mondo di sensi nuovi e il Socioprotagonista ne è custode con le sue imperscrutabili Papaleidi alle quali io volentieri ogni tanto partecipo.
Mi domando come sarebbe stato se questa guida intergalattica l’avesse scritta lui, ma poi smetto presto di domandarmelo perchè tanto l’ho scritta io, e faccio quello che posso.

Arriviamo che sono passate le quattro, il giorno già si annuncia dietro le case e io non ho sonno.

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Mar 25 2011

eppure era secca

proprio oggi appena uscita da uno dei miei scorati mercoledì guardavo le mie piantine di rose. In particolare ne guardavo una che un mese fa avevo dato per morta nonostante a me, le rose, non mi si siano seccate mai.
Dev’essere una delle cose che ho preso da mia madre, questo strano amore per le rose, che m’ha accompagnata ovunque, persino nei viaggi segreti a da Londra a Bristol nei giorni del solstizio.
Le guardavo, le rose, pensando a tutte quelle che ho lasciato sparse per il mondo, e mi domandavo quante di esse fossero ancora vive e quante no, lasciate all’incuria di ex amanti troppo impegnati con le loro paturnie per pensare a tutte quelle spine come se fosse stato amore.
Perchè forse, quello che amo delle rose sono proprio le spine, nelle quali c’è un odore che non è quello del fiore, un odore appuntito, acuto, acre.
Guardavo le rose e mi preparavo ad innaffiare l’ultima superstite, quella bianca, che-potata per tempo prima dell’inverno- si appresta adesso a germogliare di nuovo nonostante tutti gli scoramenti del maltempo trascorso.
Le guardavo e mi sono accorta d’un tratto che lei, la rosa rosso cremisi, era viva di nuovo. Rediviva redirosa, malandrina come quelle amicizie che minacciano di terminare a causa del troppo amore e poi, quando la lontananza ha posto la sua sufficiente cura, germogliano dispettose. Eccola, la mia rosa rosso cremisi, i suoi germoglietti verdi e rossi mi fanno i dispetti in controluce, ed io penso con sollievo che, nelle mie mani, una rosa non s’è ancora mai seccata.

Domani sarò a Roma. Con tutte le mie spine. Viva.

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Feb 19 2011

vomitino autoreferenziale

non mi piacciono le coppie sedute al bar la mattina, ognuno nascosto dietro il suo giornale, che per quanto mi riguarda potrebbero essere anche in due dimensioni diverse e quel tavolino che dividono è soltanto uno scherzo della materia, in realtà sono ciascuno affogato nella sua dimensione similintellettuale e probabilmente quel giornale li tiene in salvo dal baratro di un silenzio fatto di aspettative non corrisposte. Queste coppie si afferrano ai quotidiani di turno come fossero l’ultima ancora di salvezza contro la desolazione di una relazione disidratata fino allo stremo e diventano la gioia degli editori, perchè riescono a trovare interessanti anche quotidiani come il resto del carlicchio e vattelappesca.
Non mi piacciono queste coppie che occupano inutilmente tavolini al sole, togliendone l’uso a persone che invece potrebbero gratuitamente distribuire gioia e vita e desiderio. Si impossessano ingiustamente dei tavolini migliori per replicare davanti a tutto il pubblico del sabato mattina la farsa dell’amore acculturato, senza rendersi conto che la loro scenografia è piena di buchi e goffmanianamente possiamo vedere troppo bene quanto siano sporche e luride e abbandonate le loro cucine.

Non mi piacciono gli uomini che mi fanno domande perchè vogliono rispondere loro. Infatti chiedo sempre “ma davvero lo vuoi sapere?” e spero che questo accorgimento mi tuteli dalla delusione ma invece ogni volta è inutile.  Comincio a rispondere pazientemente alla domanda ma dopo tre parole vengo interrotta e sono mio malgrado costretta ad ascoltare la risposta del maschio di turno alla domanda che teoricamente era stata posta a me. Provo un po’ di disappunto e allora torno alla carica alla prima pausa, ma di nuovo inciampo nell’interruzione. Al terzo tentativo fallito desisto e mi metto a contare i piccioni e a pensare che vorrei mangiare delle frittelle di quelle veneziane coi pinoli e l’uvetta.

Non mi piacciono i maschi che non ricordano il mio nome, che mi implorano di dar loro il mio numero di telefono e poi non chiamano. che millantano aperitivi che non arriveranno mai, che mi dicono scegli tu ma poi qualsiasi cosa io decida non va bene, che mi dicono non ho fretta e guardano di continuo l’orologio, che mi comprano la rosa dai pakistani sperando di fare bella figura, che pensano che pagandomi la cena mi abbiano comprata, che mi trattano come se fossi ‘ultima automobile che hanno preso a tag zero e tasso sarcazzo, che ci provano solo perchè sono attrice e sono single,  non mi piacciono quelli che mentono e non lo sanno fare, quelli che quando gioca l’inter il mondo si deve fermare io compresa, quelli che quando dico che non mangio il formaggio mi guardano come se fossi un’aliena, quelli che mi aggrediscono perchè è l’unico modo per sopraffarmi, quelli che mi offendono perchè non hanno altri mezzi per dimostrare la loro presunta superiorità, quelli che non vanno nei centri sociali per partito preso, quelli che hanno l’alito che sa di aglio, quelli che prima di fidanzarti erano meravigliosi e raffinati e dopo un mese di convivenza sono un agglomerato informe di scoregge, rutti liberi, pantofole e lamentele.
Non mi piacciono i maschi che prima di fidanzarsi con me mi amano perchè sono inafferrabile e una volta che pensano di possedermi fanno di tutto per incasellarmi nelle loro stronzissime e meschine caselle salvo poi sbroccare come dei neonati affamati quando si accorgono che non ci entro, nelle caselle, che non sono come la loro mammina e non ho nessuna intenzione di diventarlo, non mi piacciono questi presunti compagni di una vita che ti mettono davanti alla scelta tra loro e i tuoi sogni, che democraticamente non ti impediscono di continuare a fare le tue cose però ogni volta che le fai ti apparecchiano una scenata epocale, non mi piacciono i maschi violenti che vogliono farti credere che sia colpa tua, se loro sono violenti, che ti fanno venire il terrore di parlare di sorridere di muovere le cose perchè ogni minimo spostamento potrebbe scatenare lo tsunami.
Non mi piacciono quelli che non mi credono, che mi dicono che drammatizzo, che mi sottovalutano, che non mi ascoltano.

Non mi piacciono i bambini, i bambini li odio, li ucciderei tutti e le donne con la pancia le obbligherei a stare in casa perchè sono uno spettacolo terribile che io vorrei risparmiarmi, e i bambini sono uno spettacolo ancora più terribile, quei piccoli wistonchurchill rugosi già pronti a recriminare di essere stati messi al mondo, innocenti eppure già colpevoli, quei condensati di bisogni che crescendo non faranno altro che cercare i modi migliori per manifestarli, questi bisogni, quelle larvette che servono a restituire un pochino di brivido a relazioni ormai morte e sepolte, i bambini sono il condensato dei sensi di colpa dei loro genitori e io vorrei un mondo che si estinguesse progressivamente un mondo di aborti altro che politica del figlio unico vorrei che questo mondo andasse a scomparire fino a meno infinito.

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Dic 25 2010

un altro natale in casa vitantonio

E’ andata a finire che mi sono ammalata pure io. I compagni e le compagne uno dopo l’altra cascavano sotto la scure dell’influenza che ci ha braccati chi all’occupazione dell’autostrada, chi all’invasione della stazione, chi fuggendo via da piazza del popolo, io ero là che resistevo e mi dicevo oi, la rivoluzione m’ha riempita così tanto di entusiasmo che anche i miei anticorpi sono sulle barricate. Invece a un certo punto mi sono svegliata ed ero tutta un tappo di schifosissimo moccio, tutta na debolezza. M’ha preso anche a me, malefico e reazionario raffredore dei miei stivali, m’ha preso e m’ha rigirata come un calzino, m’ha tutta scombussolata e ieri in viaggio con Fabiano l’automobile sembrava un lazzaretto, fazzoletti aspirine e starnuti, ma noi inesorabili procevedamo verso sud. Implacabili nonostante la preoccupante temperatura corporea ci raccontavamo i fatti importanti e meno importanti, le cose della politica e i pettegolezzi, e insomma piano piano siamo arrivati ognuno a casa sua, io personalmente, disfatta davanti all’anguilla (buonissima, peraltro) ma insomma m’ha preso subito la depressione all’idea di stare lontana da Bulagna per quasi venti giorni. Eh si, m’ha preso la depressione, e chi l’avrebbe mai detto solo due mesi fa, che mi sarebbe venuto lo scoramento a pensarmi lontana da Bulagna? chi l’avrebbe detto che tanto mi sarei felicemente incastrata con le persone che stanno là?

E allora in questa depressione e in questa paura della solitudine sono anche un po’ felice perchè mi sembra che non sono proprio la merda che a volte penso di essere, che sono capace ancora di trovare di incontrare persone di amarle e anche forse un pochino di lasciare che mi amino. E poi c’è il movimento che anche il movimento per carità adesso starà mangiando lasagne ma molto presto molto presto si alzerà dalla tavola precaria e io non vedo l’ora di tornare in emiliarrumagna per stare nel movimento e sentirmelo che mi pizzica la pelle.
Questi pensieri sono un po’ sconnessi perchè ho la febbre però volevo scrivere per fare un pochino il punto. Dovevo scrivere che sennò mi sento come muta.

Le cose cambiano cambiano velocemente e io sono sempre così confusa sempre così in corsa e quest’anno non ho manco il tempo per scrivere il consueto post sulla famiglia vitantonio perchè ho mio nipote che vuole che lo porti sulla bicicletta ma insomma son sicura che domani o dopodomani ci riesco

E poi penso al mio nuovo socio e spero che stia bene e non si dimentichi di me
E penso all’amichette nuove mie e spero che mi conservino una fettina di bene e di entusiasmo
E penso ai friccichi che mi vengono e mi viene da ridere e spero che mi tornino anche l’anno prossimo, i friccichi

E poi arriva mio padre che dice andiamo a fare na camminata cosi’ ci prepariamo meglio ad accogliere il pranzo e io con tutto che ci ho la febbre mi vesto e vado perchè la camminata preprandiale è di buon auspicio

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Lug 11 2010

una estate (parte prima)

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio, famiglia


Quando ero piccola d’estate andavamo a mare a Lido Adriano. Lido Adriano stava sulla riviera romagnola ed era uno di quei posti dove i borghesi bene portavano le famiglie negli anni ottanta mentre, dietro la barriera del lungomare di lucine, quelli che venivano dall’Emilia paranoica di Tondelli e Ferretti cercavano l’eroina a poco prezzo. Ma la storia dell’eroina l’ho scoperta solo molti anni più tardi, quando mi sono persa dentro i racconti di Tondelli e delle sue autostrade incrociate.

Per me Lido Adriano era una cosa fantastica. Ci trasferivamo, letteralmente, alla fine della scuola. Partivamo la mattina presto, di sabato o di domenica, alla metà di giugno. Io non ho mai capito come facesse mio padre a farci entrare tante cose e tante persone, nella sua argenta, fatto sta che eravamo stipatissimi e facevamo vere e proprie carovane, con i nonni nel 131 dietro di noi e a volte anche gli zii nell’alfetta. Le macchine erano cariche all’inverosimile di canotti e conserve di pomodori e olio e provviste che ci sarebbero bastate tutta l’estate, perchè si sa, al mare le cose costano molto di più, allora mia madre portava tutto persino i pannolini per mia sorella Erika, era un vero e proprio trasloco che avveniva ogni anno e in ogni caso in macchina c’erano sempre molte più cose e persone di quante non avrebbero potuto starcene. Io trascorrevo la notte prima quasi insonne, che non vedevo l’ora di arrivare a Lido Adriano e farmi un bagno e ritrovare gli amici dell’anno prima. Partivamo sempre troppo tardi rispetto alla tabella di marcia di mio padre. Lui diceva che era colpa di mia madre. Lei ribadiva che era colpa delle bambine (cioè noi), che eravamo tre e doveva prepararci una dopo l’altra mentre noi facevamo casino. Ma alla fine partivamo e il viaggio in macchina aveva delle regole precisissime alle quali ottemperavamo scrupolosamente. Erano previste due fermate in autogrill, una all’altezza di Pescara e una prima di uscire a Ravenna. L’autogrill era una specie di zona franca in cui potevamo fare tutto quello che di solito era categoricamente proibito tipo mangiare i cipster, che costavano tantissimo ma erano favolosi, favolosi, e in via del tutto eccezionale mio padre ce li comprava. A volte ci comprava anche il gelato, io mi prendevo il cornetto algida, che prima c’erano solo due cornetti, mica come adesso, c’erano solo il gran rico all’amarena, che era il preferito di mia mamma, e il cornetto algida, coi croccantini e tutto, e il cono che puntualmente si spezzava a metà e il cioccolato fondente che stava sul fondo ti si squagliava sulle mani prima che tu potessi fare qualcosa per arginare la tragica colata. Mia sorella Rossella prendeva il cucciolone. Anche mio padre voleva il cucciolone. Erika era ancora piccola. Se c’era mio nonno lui voleva la coppa del nonno. Io ero convinta che la coppa del nonno potessero prendersela solo i nonni, per questo si chiamava così. Poi facevamo la fila al bagno e i bagni erano sempre uno schifo, stipati e puzzolenti, mia madre ordinava di non sedersi assolutamente e fare la pipì era veramente un’acrobazia che richiedeva una concentrazione non indifferente. Ma una dopo l’altra ci cimentavamo in questa insolita arte circense e ci rimettevamo in macchina. Un caldo che non te ne dico niente, l’aria condizionata non sapevamo manco cosa fosse, mio padre appiccicava sui finestrini una specie di tendina con la ventosa che serviva a farci un po’ di ombra ma puntualmente si scollava e mi cascava sulla testa proprio mentre prendevo sonno. Se non dormivamo mio padre metteva della musica. Avevamo quattro cassette ovvero: le quattro stagioni di Vivaldi, che mio padre metteva e accompagnava con un commento fuori onda tipo “e queste sono le foglie che cadono in autunno, questo è un povero uccellino che non è riuscito a migrare e sta morendo coperto dalla neve, questa è la prima gemma di primavera” e cose del genere e guai a lui se provava a improvvisare, sapevamo tutto a memoria e il commento fuori onda doveva essere sempre esattamente lo stesso. Le altre cassette erano gli Intillimani, che io cantavo inventandomi le parole, Adriano Celentano e Lucio Dalla. A me piaceva soprattutto “ma come fanno i marinai” anche se diceva una parolaccia, cantavo tutto e pudicamente mi censuravo nella parte in cui avrei dovuto dire “sotto la luna puttana”. I miei apprezzavano la mia autocensura.
Se non c’eran le cassette o se le avevamo ascoltate già troppe volte o se la radio era troppo calda e la cassetta cominciava ad andare al rallentatore allora cominciavamo i giochi. I giochi erano assolutamente giochi a scopo didattico che servivano a non farci dimenticare tutto quello che avevamo imparato a scuola. Sostanzialmente mio padre faceva delle domande e i passeggeri dovevano rispondere, adulti e bambini insieme, nella stessa gara, senza pietà. I quiz potevano avere diversi oggetti ovvero:

  • le targhe delle città

  • gli affluenti del Po

  • le provincie di una regione

  • i fiumi di una regione

  • un certo numero di parole che contenessero una tal consonante o vocale

  • un certo numero di parole che facessero rima con cose improbabili

  • i re di Roma e domande di storia collegate all’impero romano e in particolare alle guerre Puniche che erano il punto forte di mio padre

Quando eravamo tutti troppo cotti dalla stanchezza, dal caldo e dalle risate (rimane famosa la risposta che mia sorella Rossella detta Fuego diede alla domanda “una parola con tre f” “fraffo”) cominciavano gli indovinelli in dialetto. Non importa quante volte mio padre facesse gli stessi indovinelli. Noi non indovinavamo mai. Per esempio per interi anni non sono riuscita a indovinare “e gavt quant’a nu gall e te’ la pedata d’nu cavall”.

Dopo gli indovinelli ci provavamo negli scioglilingua tipo ienn menenn melun cuglienn, e lì mia madre scoppiava in quella risata a cascatella, incontenibile, e diceva che le scappava la pipì.

E così ci passavano anche le code in autostrada, le gomme bucate, e i kilometri che non finivano mai.

A un certo punto arrivavamo a Lido Adriano e si sentiva un odore di smog e di mare che era bellissimo, bellissimo, ed era commovente che il bar sotto casa era sempre lì e aveva anche un videogioco nuovo, e la casa, la casa era sempre lì, con quel cortile di brecciolato e quei garage marroni mezzo arrugginiti e la porta dell’ascensore che quando si chiudeva faceva “parumpum”.

Continua…

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