Archive for the 'famiglia' Category

Nov 04 2013

fine di un’infanzia con relativo trasbordo in meridionia

A un certo punto, quando avevo più o meno dieci anni, le barbie cominciarono a perdere presa nei miei confronti. Mi ritrovai tutt’a un tratto a chiedere per natale una maglietta nuova, a implorare papà di lasciarmi crescere i capelli e a desiderare le scarpe da ginnastica con la stella che si chiamavano òlstar e tutti ce le avevano tranne me. Erano ancora gli anni ottanta ma stavano proprio per finire, insieme al muro di Berlino e a molte altre cose, alcune delle quali non posso fare a meno di rimpiangere, e infatti me ne sono venuta fin qua, nella bolla spaziotemporale dove il muro di Berlino non è mai crollato.

 

Ma insomma proprio in quegli anni, gli anni delle òlstar, i miei genitori presero l’abitudine, in settembre, di trascorrere una settimana a Maratea. Noi non eravamo abituate ad andare a Maratea. Eravamo cresciute sulla Riviera Romagnola insieme a quelli che mettevano l’articolo davanti al nome proprio e le spiagge di Maratea, blu come nella canzone di Modugno e profumate di timballi di pasta e frittate di cipolla, ci sembravano un carnaio rispetto alla delicatezza dei panini alla nutella e alla modestia delle merendine che circolavano sulla Riviera. A Maratea tutto era fatto con molti più decibel, a partire dalla mattina, quando si andavano a comprare NON i bomboloni alla crema MA i bocconotti, una delizia marateota che non saprei descrivere altrimenti se non come l’equivalente, a livello di gusto e contenuto calorico, del bombolone settentriota. Perà il bocconotto era molto più buono. A partire dal fatto che l’odore si sentiva dalla sera precedente, quando si passeggiava di fianco alla pasticceria Panza e dal retro della bottega arrivava il profumo di frolla e crema pasticcera. E allora si assaporava con delizia l’attesa della mattina, quando quell’odore sarebbe diventato il pasticcino rotondo sulla nostra tavola. E poichè eravamo al sud, di pasticcini non ce n’era uno a testa, no. Sul tavolo troneggiavano vassoi immensi con un numero imprecisato di bocconotti (papà diceva “vai e piglia quelli che ci sono”), e se ne poteva mangiare a sazietà. La regola, durante la settimana marateota, era che ogni desiderio andava soddisfatto.

 

A Maratea ogni atto per essere compiuto necessitava di uno spirito comunitario che ci era sconosciuto sulla Riviera Romagnola.  Si dormiva tutti in una stanza gigantesca, buttando giù degli appositi materassi, un po’ a casaccio. Non si stava mai nello stesso letto. Ci si addormentava un po’ dove capitava, a seconda dell’ora in cui si andava a dormire, e questo ci regalava ogni sera un brivido e ogni mattina un piccolo momento di spaesamento. La mattina i letti sparivano e la stanza diventava “il salone”, che dava a sua volta su un giardino dove vidi uno scoiattolo. Ma mia madre diceva fosse un topo.
Il bagno era uno e uno soltanto. Poichè in casa c’erano sempre tra le 10 e le 15 persone, e poichè ognuno doveva andare in bagno, prendere il caffè, mangiare il bocconotto, leggere Repubblica e il giornale locale, non si andava a mare prima di mezzogiorno. Si scendeva con le macchine e il frigorifero portatile pieno di timballi, frittate di maccheroni e altre deliziose untuosità che avremmo consumato lascivamente durante la giornata, per risalire poi, con calma e un po’ di pigrizia, dopo il tramonto.
Maratea stava a ovest, quindi il tramonto si doveva vedere per forza.
Papà e mamma a quell’ora andavano a farsi il bagno e noi non rompevamo le palle. Ce lo facevamo da un’altra parte. Il mare era bellissimo e pieno di pesciolini, che sulla riviera non c’erano. I pesciolini erano verdi e un po’ fosforescenti, nuotavano in gruppetti e noi li inseguivamo con le maschere.

 

A Maratea, all’inizio, o meglio all’inizio della fine della mia infanzia, si stava ospitati gentilmente dai migliori amici di mamma e papà, una coppia con cui loro amavano parlare di politica e di molte altre cose che adesso potrei descrivere come sogni, ideali, progetti, lotta, attivismo e molte altre cose che evidentemente con l’età sbiadiscono.
Essi abitavano in cima a una salita che si chiamava “la pendinata”.
La pendinata è, in assoluto, la salita più salita della mia vita. E quando bisognava farla in discesa ci si aggrappava a quel che si poteva sperando di non ruzzolare rovinosamente fino alla piazza che stava alla base della stradina. Io una salita come la pendinata non l’ho mai vista.

 

Non so come mai, ma oggi mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio indolenzito dal troppo esercizio fisico, a sua volta utilizzato come unica valvola di sfogo in questo novembre di incomprensioni e lontananze e cambiamenti repentini, oggi, mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio, m’è venuta in mente la pendinata, in tutta la sua scoscesa meridionalità, e mi sono resa conto che la mia infanzia è ruzzolata proprio liggiù, una di quelle sere di settembre, alla fine degli anni ottanta.

 

 

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Ott 07 2013

Arriva un bastimento carico carico di fatti miei. La rivincita del gossip.

Accade così che per il secondo settottobre consecutivo guardo la grande piramide di fronte a casa mia proprio come nel famoso fumetto, quello che hanno letto tutti e grazie al quale ciascuno pensa di essere un superesperto di questa zona del mondo, così da poter scrivere frasi imbecilli su facebook e farsi cliccare i mi piace a go-go. Chissà che almeno la cumulazione di mi piace non porti a un’estemporanea manifestazione ormonale tipo scopata in un angolo del centro sociale o nel furgoncino o se proprio vi va bene, ragazze, in una stanza da letto in appartamento condiviso, con tanto di imbarazzo pubblico la mattina dopo a colazione di fronte ai coinquilini.

 

No ma dicevo che proprio così, mi succede che anche quest’anno sono qui a guardare la grande piramide attorniata dalle nuvole proprio come il monte Olimpo, mentre gli dei là sopra si ubriacano a suon d’ambrosia e pasteggiano con i resti della mia giovinezza, giocandosi a dadi il mio nuovo contratto lavorativo. E non c’è cometa che tenga, non ci sono magi ad annunciare la buona novella, qui è tutto un delirio d’antico testamento, sangue e duelli e vendette e sacrifici e le Ifigenie si sprecano mentre io mescolo tutte le peggiori tradizioni sulle mie sacre tavole.

 

Ah sì, la piramide di fronte casa mia si avvolge comodamente in una nube dispettosa mentre mi si seccano i capelli perchè l’aria comincia a essere intrisa di polvere di carbone, allora succede che si passano i pomeriggi del sabato chiusi in casa con l’olio di semi sulla parrucca nel vano tentativo di evitare la calvizie.

E proprio mentre queste amene ripetizioni esistenziali si avvicendano come nel tabellone del monopoli, ecco che pesco la carta dell’imprevisto e ti becco sua grandità nientepopodimenocchè un uomo, che mi fa quasi quasi pensare che ho pagato il mio debito alla vendetta e forse posso smetterla con la castità. Sono lì che me lo guardo e mi par proprio inviato dagli dei a loro volta appollaiati in cima alla piramide. All’inizio con tutta me stessa rifuggo il pensiero e mi abbarbico alla mia fortezza proprio come nel Deserto dei Tartari. Inespugnabile me ne sto. Ma egli contrattacca con armi biologiche e sofisticatissime fino a che sul ponte non sventola bandiera bianca. E succede dolcemente che quasi mi abituo all’idea. La sua voce come le sirene di Ulisse ancora mi incatena ed è bellissimo perdersi in questo incantesimooooo. Mi sento una persona normale. A volte quando mi affaccio al balcone per innaffiare i miei esperimenti di piantine lo vedo che rientra a casa dopo il lavoro. Imparo che il sabato va a giocare a pallone e che le cose divertenti gli interessano più di quelle importanti. L’estate è meravigliosa e appiccicosa come piace a me. La notte camminiamo per una città segreta che mai mai potremo raccontare. Andiamo al mercato e giochiamo alla coppia borghese lei spendacciona lui consenziente. Preparo la colazione sul terrazzo e la facciamo durare un’ora e a volte un’ora e mezzo. Addirittura una volta espatriamo e ce ne andiamo nel mondo normale. No dico, Cina, capitalismo, caffè all’aperto e noi che ci facciamo le fotografie col telefonino. Non chiediamo molto per essere felici. Sua grandità mi fa ridere e mi canta le canzoni più stupide del mondo. E’ paziente e non ha paura di dire che ha paura. E’ estremamente maschio nella sua incapacità di ascoltarmi nei momenti importanti ma questo mi diverte e mi appassiona, perchè poi quando c’è da esserci lui c’è e mi chiede pure l’amicizia su facebook. Ci perdiamo camminando in una ex fabbrica di pezzi elettrici. Mi prende in giro perchè non trovo la strada. Poi scopre di non riuscire a trovarla nemmeno lui. Sfrecciamo sui tuk-tuk verso i paradisi dell’elettronica cinese. Guardiamo serie televisive sul computer, mettendoci una cuffietta per uno e sedendoci uno dietro l’altro nel corridoio del treno che ci porta a Dandong. Scopriamo le tortine della luna. All’unisono dichiariamo che Dandong ci fa schifo.

 

Tornati a casa si diventa ufficialmente ufficiali e si va alle cene e ai ricevimenti assieme. Intanto l’estate appiccicosa è diventata un’estate secca e poi un principio d’autunno, io non fumo più dalla notte in cui sua grandità mi è bellamente saltato addosso creando un mezzo incidente internazionale, in compenso ricordo all’improvviso che sua grandità ha una missione a tempo determinato, proprio come nel più riuscito dei miei spettacoli.

 

E quando ce lo ricordiamo a vicenda, con la quiete che lo contraddistingue sua grandità cerca di rimanere più a lungo.
Le prova tutte.
O quasi.
O non abbastanza.
O senza troppa convinzione.
O senza fortuna.
Non lo sapremo mai.
O gli dei sulla piramide si sono all’improvviso risvegliati e hanno scoperto che sarebbe stato troppo facile farci vincere questa partita così.

 

Sua grandità non trova scappatoie sensate. Parte alla fine del mese e buonanotte.

 

Gli dei sono là sulla piramide a ubriacarsi alla faccia mia, che pensavo fosse amore, invece era un cooperante.

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Set 06 2013

sapore di sale

Published by lucilla under acqua, casa, viaggi, famiglia

Quando eravamo piccole si andava al mare per due mesi e forse più.

Perchè faceva bene alla salute dei bambini e perchè la nuova borghesia degli anni ottanta esigeva il soggiorno prolungato al mare, proprio come nell’Inghilterra dell’ottocento. Si andava ai bagni. Si partiva alla fine della scuola, metà giugno, in un’automobile incredibilmente carica di ogni tipo di bene o provvista.

Si attraversava l’Italia verso la Riviera Romagnola.

Mamma faceva i panini con la frittata ma la cosa più bella era la fermata all’autogrill con la scritta Alemagna, dove in via del tutto eccezionale ci veniva concesso di scegliere un gelato a testa.

Mia sorella Fuego voleva il cucciolone, come papà. Io invece volevo il cornetto algida, quello coi pezzetti di noccioline, o il gran rico all’amarena. Mia mamma e i miei nonni mangiavano la coppa del nonno o la coppa rica, a seconda delle disponibilità. Le altre sorelle non erano ancora in programma e insomma c’era un gelato per ciascuno.

Arrivati finalmente a Lido Adriano aprivamo la nostra casa che puzzava di mare e di chiuso. Il frigo vuoto e aperto veniva acceso e riempito di tutte le provviste, gli armadi venivano ripuliti e i costumini sciacquati a dovere nel microbagno con doccia su pavimento. Materassini, canotti, palette e secchielli venivano riesumati e puntualmente una delle due ciabatte da mare non si trovava.

 

Dopo pochi giorni mamma e papà ci lasciavano al mare con i nonni e tornavano a lavorare in quel di Crampobasso. Ad agosto, poi, sarebbero rimasti con noi un paio di settimane, quelle più belle.

Stare al mare coi nonni era francamente una gran noia, anche se la nonna ci dava mille lire al giorno per il gelato, e se sceglievamo il gelato da cinquecento lire rimaneva pure qualche monetina per il videogame o per le biglie. Mi piaceva molto giocare con le biglie, anche se non vincevo mai, ma soprattutto mi piaceva giocare a Pacman nella sala del lido, i pavimenti freddi e pieni di granelli di sabbia, l’odore di plastica dei canotti e la voce della bagnina che dal megafono elencava i nomi dei bambini scomparsi e i colori dei loro costumini.

La sera la nonna ci dava il permesso di andare alla cabina telefonica e chiamare a casa con i gettoni. C’erano quei gettoni che avevano da un lato una scanalatura e dall’altro due. La cabina all’aperto puzzava di pipì, ma quella nel bar sotto casa era imbottita di velluti e trine, per cui la temperatura poteva facilmente raggiungere i cinquantamila gradi. Dunque optavamo spesso per la puzza di pipì e pigliavamo con brama la cornetta. Dall’altra parte il telefono faceva tutu fino a quando mamma o papà non rispondevano. I gettoni andavano giù con gran velocità, producendo l’odiato rumore digestivo. Non ne avevamo mai abbastanza, di gettoni, e le telefonate finivano sempre troppo presto. Mamma e papà avevano una voce tenerissima e ci domandavano quello che avevamo fatto durante il giorno, ci chiedevano se avevamo litigato e se avevamo conosciuto bambini nuovi.

 

Mi dispiaceva terribilmente dover mettere giù il telefono. Ogni sera avevo il terrore che quella sarebbe stata l’ultima telefonata della nostra vita.

 

Ma i giorni trascorrevano nell’odore della sabbia e dell’acqua salata, scorrazzavamo alla ricerca di conchiglie preziose, capelli cortissimi e pelle sempre più scura. Bambini come noi ce n’erano tanti, anche se spesso venivano da più vicino e parlavano con un accento assai strano, spesso mettendo l’articolo davanti al nome proprio. Mia madre diceva che era un errore di grammatica, ma a me faceva tanto chic. La sera, prima della telefonata, si andava al pattinaggio o anche a mangiare la piadina che era una cosa fantastiliosa, soprattutto quella al prosciutto crudo.

 

E finalmente arrivava il momento in cui mamma e papà arrivavano nella loro macchina italiana rossa, la vedevamo entrare nel cancello dal balcone e ci precipitavamo giù senza infilarci le ciabatte. Mamma profumava di pelle e di frittata e di caffè. Papà aveva una camicia tutta sudata e i suoi pantaloncini di jeans ruvidi che peraltro ha ancora. E se non sono gli stessi sono uguali.

 

Quando arrivavano mamma e papà tutto diventava più bello e il gelato al puffo era ancora più buono, anche se papà a volte con la scusa di assaggiarlo praticamente me lo finiva. Al mattino venivo spedita a comprare i famosi bomboloni ovvero dei dolci di pasta fritta, ripieni di crema pasticcera e ricoperti di zucchero. Uno a testa, per carità, ma io ne avrei mangiati volentieri due o tre. Poi si andava al mare, dove papà leggeva Tex sotto l’ombrellone e mamma andava a nuotare fino agli scogli. A volte poi ci lasciavano coi nonni e andavano a fare la passeggiata, che durava sempre tantissimo ed era il loro momento segreto. Non eravamo autorizzate a seguirli e li vedevamo che si allontanavano mano nella mano parlando fitto fitto. Una volta per seguirli ci perdemmo e dovettero chiamarci per ore con l’altoparlante fino a quando papà non ci ritrovò disperate sul bagnasciuga che facevamo un castello nella speranza che qualcuno ci ripescasse. Però devo dire che quella volta non si arrabbiò. Bravo papà.

 

Era bellissimo quando andavamo a farci il bagno tutti insieme e papà ci faceva fare i tuffi. Poi tornavamo sotto l’ombrellone e mamma ci dava il panino con la mortadella che era buonissimo, buonissimo, sapeva di sale e crema solare e felicità. Poi io mi mettevo sul lettino a leggere topolino o il giornale di barbie e mi addormentavo con la faccia spiaccicata sulla plastica a righine. Mentre stavo ancora nel dormiveglia sentivo mamma che si avvicinava, profumata di costume da bagno e conchiglie, prendeva un asciugamani e me lo metteva addosso, poi mi dava tanti bacetti sulle guance e sul collo e prima di allontanarsi mi passava la mano sulla fronte togliendomi la sabbia.

 

 

 

Ecco, questo era il momento più bello dell’estate.

 

 

 

 

 

 

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Giu 14 2013

Rotello, gli ulivi e falce e martello.

Mia nonna mi fa il caffè mmisticat, che vuol dire che ci aggiunge un cucchiaino d’orzo, per poi versare l’intruglio in una tazzina prontamente spolverata con un apposito straccetto, sito a lato del lavandino.
La carta è preziosa e non si spreca per queste cose. Infatti troneggia nella fruttiera una pila di fazzoletti semiutilizzati che riciclerà alla prima occasione.

E’ nove giugno ed è il primo giorno d’estate.
L’ho portata in campagna a vedere come stavano le piante.

E’ molto contenta, nonna, di andare in campagna. Mi indica la strada mentre percorriamo le viette interpoderali.
Va’ nnanz, mo gir’aqquà. A un certo punto, indicando chiaramente a sinistra mi dice decisa: e mo va’ dritt. Della serie: va’ dove il cuor ti porta. Ce ne andiamo dritto a sinistra fino alla stradina della campagna. Lei scende che sennò la macchina non ce la fa. Io parcheggio sul terreno arato di fresco e ci mettiamo a camminare verso ciliegie e nespole. Facciamo bustone piene di frutta, lei scuote gli alberi col bastone che usa per camminare, io salto, malamente mi arrampico, ciuccio frutta sugosa, guardo gli ulivi carichi carichi e, di fronte, i famosi tre colli di Rotello, in merito ai quali papà si è dilungato più e più volte durante la mia infanzia. Tutte le storie cominciavano invariabilmente con un tentativo di scientificità etimologica: Una volta Rotello si chiamava Orotello, perchè era ricco come l’oro, o forse Lauritello, perchè non mi ricordo più e finivano invariabilmente con il perdersi in fiumi di racconti leggendari, mitologici o semplicemente geneaologici, di quella volta che si facevano i combattimenti basc’ pi fuoss e di quando papà è quasi annegato o forse pensavano fosse annegato invece lui giocava in giro per le campagne e poi vabbè tutte le storie passavano attraverso i comizi di mio nonno falegname  nonchè sindaco socialista dell’immediato dopoguerra e via discorrendo, trippa trcinell’e testa. Come diceva sempre mio padre indicando il lieto fine.

Torno poi a guardare la nonna che zampetta lentamente, due gambe e un bastone, tra gli ulivi. Andare in campagna la mette sempre di buonumore. Per l’occasione indossa anche il fazzoletto colorato in testa, ma le ciabatte no, quelle non se le leva più. A ottantasette anni ha diritto a non calzare scarpe chiuse se non in chiesa.
Il buonumore di nonna diventa, al ritorno, il caffè mmisticato e la storia, quella che piace a me. Una storia fatta di intricate intersezioni e molteplici biforcamenti. I personaggi nascono, crescono e poi tornano indietro, di nuovo piccini, per partecipare a un dettaglio importantissimo che se non esplicato non mi permetterebbe di capire la complessità e il fine della storia.
Oggi nonna ha deciso di esprimere il suo parere politico, a imperitura memoria.

Dunque comincia con il racconto di quando ci stava la democrazia cristiana, che a dir suo commannava tutt’cos, e i comunisti e i socialisti dovevano fare le alleanze per vincere. C’erano poi quelli che non sapevano leggere, ma quando vedevano falce e martello mettevano la croce sul simbolo. Certo poi ogni tanto quelli della diccì e quelli del piccì si appiccicavano e qualcuno finiva pure in galera oppure se ne doveva andare che era meglio.
Per andarsene in America dovevano levarsi la tessera del piccì, andare a messa un sacco di tempo e farsi vedere con quelli della diccì che sennò in America non ce li facevano entrare. E così facevano molti.
Anche mio nonno andava a messa, dopo aver scritto i suoi comizi, perchè cantava da tenore e il prete lo reclamava.

E difatti anche io ho qualche vago ricordo di nonno che canta o che suona il mandolino ma forse sono racconti di mio padre e non immagini vere. Però le bobine coi discorsi del nonno quelle sì che me le ricordo, devono essere in una delle mille scatole sospese tra gli infiniti traslochi dei miei.
Papà dice pure che nella bottega ci facevano le riunioni politiche eccetera, ci stanno anche delle fotografie degli scioperi agrari con i cartelli “via i crumiri” e a me piace tanto prendere l’album e riguardarmele ogni tanto. Ma anche l’album adesso è chiuso in qualche scatolone poichè mia nonna, terremotata, si sposta da una casa all’altra aspettando riparazioni e collaudi.

Continua la nonna a parlare di quando partorì i suoi quattro figli esattamente al piano di sopra eh, che con tutte quelle scale non sa nemmeno lei come faceva a salire, papà piccolo nella culla e la zia in arrivo e via discorrendo, poi al piano di sotto c’era il forno a legna dove si faceva il pane e la cantina dove si facevano salsa, porco e tutto il resto.  A questo punto ritorna al nonno e alla p’teca piena zeppa di discepoli che si infervoravano e progettavano e sì, volevano un mondo migliore, o magari un mondo migliore no, magari volevano soltanto una Rotello migliore, che però se uno ci pensa adesso è già tanto, tantissimo, e infatti quei giovani discepoli che volevano una Rotello migliore si sono tutti dispersi per il mondo e alcuni, molti, hanno persino stirato le zampe.

Allora mi viene una gran tristezza e un gran senso di spezzettamento, mi viene che vorrei tornare in campagna tra gli ulivi e basta, mi vengono quei pensieri di pausa infinita, mi sento tutta frammentata e mi terrorizza l’idea di questo vuoto immenso che ho visto in un mese in Italia. Mi terrorizza la mia vita di ora, che dentro non ci sta manco un sogno, ci sono solo progetti, e i progetti se da un lato hanno la bellezza della loro misurabilità, dall’altro hanno la meschinità della loro banale concretezza, della loro monetarizzazione, che chissà se esiste questa parola ma se non esiste poco importa. I progetti si possono valutare, quanti dollari per un nuovo contratto?

Sì mi fa tristezza un pochino questa vita qua. Credo che dovrei comprarmi un corso di Yoga on-line, o cercarmi un personal trainer a distanza che diventi il mio guru e mi aiuti a ritrovare la mia spiritualità, perchè la verità è che l’ho persa tra gli ulivi e qui è tutto un pesare le valigie per verificare la possibilità di portare un paio di scarpe in più, un libro in più.

In tutto questo spezzettamento, mentre mia nonna mi racconta di quella volta che, io non sono proprio soddisfatta di me, ecco, lo volevo mettere per iscritto, che magari mi do una svegliata e mi domando finalmente aoh, ma che cazzo stai combinando? La soluzione dev’essere qualcosa di più profondo della dieta zona, lo so, ci voglio credere, eppure non vedo niente di niente.

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Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

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Dic 24 2011

Natale è uguale amore sulla dmz

La vigilia di Natale è mia madre in ciabatte e vestito da camera, volto rivolto ai fornelli e mani immerse in kili di morbida pasta profumata. Il camino scoppietta e il fritto riempie del suo odore la stanza mentre noi ci alziamo una dopo l’altra, reduci da chissà quale nottata trascorsa tra giochi di carte, tombole e tentativi amorosi dell’ultimo momento. Una dopo l’altra, ciascuna imbacuccata nel suo pigiama più  o meno ridicolo a seconda dell’estro che mamma aveva quando ce lo ha comprato.
Io personalmente aggiungo al pigiamone in pile antiuomo, colore rosso, il trucco sfatto e nientepopodimenocchè le scarpine da letto lavorate a mano, colore bianconeve.
Mamma prepara il caffè e ci dà un bacio sulla guancia augurando a tutte buona vigilia e noi ci fiondiamo sul pandoro mentre l’ennesimo caffè lotta per salire in mezzo alle montagne di frittelle.

 

 

Alla dmz ci vai con gli ammericani che riempiono uno o due pullman al giorno. Pullman pieni di turisti ammericani ed europei che vogliono vedere l’ultimo straccio di guerra fredda e sono pronti entusiasti preparati coi loro snack al sacco, proprio come raccomandato nel foglietto che ti mandano i ‘mmericani insieme alla ricevuta di pagamento. Fa freddissimo a Seoul alle sette di mattina. Un freddo che mi è sconosciuto e mi taglia il respiro e la faccia, un freddo che mi lascia attonita e muta in mezzo a tutti i turisti mmericani con le loro macchine fotografiche dai lunghi obiettivi, protesi e feticci di una sessualità che mi pare un tantino castigata. Il viaggio è così breve che quasi mi spavento. Certo che siamo proprio vicini alla dmz noi, a Seoul. Non ti viene proprio da pensarci, tranne forse quando ti distrai un momento in metropolitana e scopri gli armadietti pieni di maschere antigas. Brevissimo il viaggio e subito veniamo accolti dal soldato mmericano che avrà undici o dodici anni, e a me mi viene da alzare la mano e chiedergli ma scusa, ma chi te lo fa fare? fa un freddo porco, non ti puoi mettere il cappotto e devi portare i turisti in giro in mezzo ai pinguini della guerra fredda ripetendo quattro volte al giorno le stesse menate. Ma il soldato dodicenne sembra divertirsi e ci parla proprio come in quei film in cui il capo ti fa fare mille flessioni se non obbedisci e io mi sento a ollivùd. Ci ha pure gli occhiali da sole che manco top gun e io penso che se non avesse dodici anni forse una veloce lezione di educazione sessuale nel bagno della caserma glie la potrei pure dare.

 

 

 

Papà la vigilia di Natale va a correre, perchè lo sa che poi mangeremo un sacchissimo e che fino al 26 l’attività fisicamente più impegnativa sarà cacciare i numeri per la tombola. Sono al secondo o al terzo caffè quando entra in casa sbattendo i piedi e togliendosi i guanti. Uè Ca buongiorno, buona vigilia. Io dico buonaviggiliapapà e gli stampo pure un bacio, che il Natale è figo anche perchè si possono dare i baci a mamma e papà senza dover trovare delle motivazioni razionali. Ma la casa è piena di amici cugini parenti e non si finisce mai di fare caffè e tagliare panettoni pandori struffoli cauciuni, si infilano le zampe nel miele dei caragnoli si dice ti va se ce lo smezziamo? è troppo uno intero per me, ma poi a furia di smezzare si finisce col mangiare quattro o cinque bombe che arriveranno dritte al fegato il quale in occasione di natale ha già alzato la bandiera bianca della non belligeranza.

 

 

Il soldato ammericano ci mette in fila proprio come nelle caserme e ci fa fare tutti i giochini per farci sentire che siamo in pericolo, ci intima di non cercare di attirare l’attenzione del soldato nordcoreano che vediamo all’orizzonte, ci racconta dettagliatamente i peggiori incidenti di questi quasi sessant’anni di dmz, ci porta nella stanzetta blu che è proprio uguale a quella fotografata nel libro di storia, e i soldati sudcoreani stanno fermi immobili per permetterci di fare la fotografia, cattivissimi e apparentemente impassibili al freddo, ma appena ci giriamo un attimo sono là che rabbrividiscono e non vedono l’ora di rientrarsene al calduccio dell’edificio tal dei tali. E’ proprio vicina la Corea del Nord, oh, sta esattamente dall’altra parte e a dirla tutta quel poco che si vede è inquietante e bellissimo. Ci sono delle montagne appuntite che sembrano un disegno di bambini, e Gaesong che svetta nel marrone del paesaggio invernale. E’ vicinissima la Corea del Nord mentre il soldato mmericano ci intima di stare su due file non tre e non una, ci raccomanda di fare foto qui e non lì e noi obbediamo felici di sentire il pericolo presente nel pensiero che, di fronte a una foto scattata nel momento sbagliato, il soldato dall’altra parte del filo possa impazzire e cominciare a sparare a dritta e manca facendo fuori tutti i nostri eroi del tecundò.

 

 

Intorno all’una quando ormai la casa si è completamente risvegliata e le file nei bagni si sono accorciate e i pandori sono stati dimezzati mamma prepara quella che sarà la sua battuta madre nel copione di questa giornata ovvero
“uagliù organizzatevi, oggi è vigilia e si fa digiuno, quindi ci appoggeremo solo un po’ lo stomaco all’impiedi”

che vuol dire che siamo tutti autorizzati a ingozzarci di frittelle e panini con la frittata poichè oggi non ci si siede a tavola fino alle dieci di sera. Subito dopo esserci immersi fino all’ultimo capello nell’olio della frittata e della salsiccia ce ne andremo a pigliare venti o trenta aperitivi in centrocittà, saluteremo l’amichetti ci diremo oh buona vigilia, ritroveremo alcune vecchie conoscenze e faremo un po’ il punto delle nostre reciproche (dis)avventure, ci batteremo le mani sulle spalle dicendoci oh, però ti vedo bene e forse penseremo che però, con quel tal compagno delle scuole superiori una scappatella natalizia in onore alla famiglia e alla sua sacralità potremmo pure farcela.
E poi come al solito non combineremo niente perchè alla fine Natale è stare con la famiglia giocare ai giuochi stupidi aprire i regali ridere ubriacarsi e bere il vinbrulè.

 

 

Vediamo trecentocinquanta cose che a me sembrano tutte uguali, compreso il tunnel che sinceramente io ho i miei dubbi ma vabbè in fin dei conti chi se ne frega, è una bella camminata sottoterra e finalmente i turisti sono un po’ stanchini e la smettono di blaterare. In compenso mi imbatto in un nugolo di vecchie giapponesi impazzite che mi fanno venire voglia di cacciare la sciabola e decapitarle una dopo l’altra con tanto di zampillio di sangue e vomito inconsulto dalle teste tagliate.
Dopo il tunnel ci sta pure la stazione e se vuoi a cinquecento uòn ti puoi comprare un finto biglietto del treno che dice direzione Pyeongyang. Molti se lo comprano. Altri fanno le foto coi loro falli smontabili. Io mi fumo una sigaretta e guardo dall’altra parte. E’ tutto ghiacciato e immobile. Svettano le bandiere dei due villaggi uno di fronte all’altro, come due draghi inutili che si fanno le linguacce. Chissà se il soldato ammericano, che ci ha raccontato quanto sono cattivi quelli del nord, ci crede o fa finta. Chissà se dentro di sè sta pensando ma vedi tu sti cretini di turisti e poi, a baracca chiusa, si mette a giocare a tetris via internètt col suo corrispettivo che sta dall’altra parte della frontiera e insieme se la ridono di sti turisti rimbecilliti. Magari il soldato mmericano è molto più intelligente di quanto io non pensi. Questo l’ho imparato nei mesi trascorsi a Seoul, che spesso le persone sono migliori di quanto io non immagini e la dovrei smettere di sparare giudizi a manetta così. E altrettanto spesso dovrei smetterla di fidarmi delle persone tanto facilmente perchè sì, è vero, alcuni sono migliori di quanto non sembrino, ma tutti gli altri sono ahimè assai peggiori e insomma bisogna chiudere il cappotto a doppia mandata e nascondere il cuore nel doppiofondo della tasca interna.

 

 

 

A mezzogiorno mi alzo con le ossa e la lingua sfasciate dall’ennesima mezza sbronza.
La neve fuori è mezza sciolta e mezza no.
Io ci metto pochissimo a ricordare i pensieri pesanti con cui sono andata a letto stanotte.
Per un momento penso a un’altra possibile sparizione curativa.
Poi guardo la gatta che si struscia sul mio piede.
Il piede suddetto ciondola dal letto. Lui, il piede. è beato.
La gatta, pure.
Allora godo di questo spettacolo natalizio di amore incondizionato
e penso che stasera mangerò gli struffoli proprio come a casa dei miei
mi si riempie il naso del ricordo di un odore d’infanzia.
Mi alzo, mi faccio il caffè.

Uè, buona vigilia.

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Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

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Ott 24 2011

pensavo fosse la Corea, invece ero io

Il sottotitolo di questo post potrebbe essere:

primo comandamento - chi di facebook ferisce di facebook perisce.

Ma gli argomenti sono diversi. Allora provo a fare ordine e prima di tutto mi ripeto come un mantra:

quando hai avuto una buona giornata
non accendere lo stracazzo di computer

Ovviamente io l’ho acceso. Stamattina mi sveglio di umore pessimissimo e continuo a ripetermi ma cosa mi sta succedendo perchè c’ho questi scoramenti da cosa derivano gesummaria. La giornata prosegue e in verità faccio cose belle, imparo paroline nuove in coreano, ma sto male malissimo mi sembra proprio un male dell’anima e mi chiedo oh, animella, che cosa succede? Poi però mi rendo conto che sono le dodici e non ho voglia di fumare e improvvisa arriva l’illuminazione: mi sto ammalando. La mia prima malattia coreana. Lo diceva mio padre che il raffreddamento ha quattro giorni d’incubazione. E infatti io quattro giorni fa ero a fare la supergiovane assaipoco vestita dentreffuori dai locali e anzi se ben mi ricordo addirittura non tornai a casa a dormire poichè troppo ero alcoolica. E vedi adesso. Tiè. La Corea sarà anche un paese maschilista, la maggior parte degli uomini sarà pure stronza, la maggior parte delle femmine anche, sarà che insomma il mondo va nel modo sbagliato ma non era questo il problema non questo il pidocchio che mi brucava nel cuoio capelluto eh no. Era cosa assai più materiale ovvero la malattia, che ti fa venire voglia di stare nel lettuccio ed essere coccolata da una sola persona ovvero la mamma. Non c’è niente come la mamma quando sei malata.
Anche se nella realtà la mamma non ti ha mai accudita più di tanto perchè doveva lavorare e portare a casa la pagnotta, esiste sempre l’immaginario di una mamma perfettamente amorevole che quando hai la malattia che ti brucia la pellaccia ti porta un piatto bello fumante di tubetti*. Quanto mi mancano la mia mamma e i tubetti.
Il problema non era la Corea, era che mi stavo ammalando e siccome c’ho la sindrome della pisssicologa avevo ricondotto il malessere a uno stato psicosociale, invece erano i germi. Mammina, dove sei, perchè non ci sei tu a portarmi i tubetti e a darmi i bacini?
Quando stavo con il mio ex ogni volta che mi ammalavo lui mi faceva una scenata perchè diceva di non avere tempo per occuparsi anche di me. Ma scusa chi te l’ha chiesto? stronzo. Tra l’altro non sapeva manco cucinare i tubetti e finiva che mi alzavo io e cucinavo per entrambi. Proprio come in una bella famiglia borghese. Mammina, vieni a Seoul a farmi i tubetti, mi manchi.

Allora la verità è questa. La Corea è un paese bellissimo, non si capisce un cazzo, come mi ha scritto un amico oggi è proprio come stare dentro una settimana enigmistica, hai l’impressione di aver svelato l’arcano e zac, arriva il 37 verticale, irrisolvibile, che ti mette in discussione anche il 14, il 7 e il 26 orizzontali. Bisogna smetterla di pretendere si avere tutte le risposte. Non si capisce niente, davvero. Oggi per esempio c’erano due studenti che nel campus appassionatissimamente pomiciavano come non ne vedevo dai tempi della mia adolescenza a Maratea. Un bel guardare, davvero. E con tutto il freddo attorno! Se ne fregavano. Ci piace la Corea oggi, che ho mangiato i tteok  cucinati da me medesima nella maniera meno ortodossa possibile, e facevano schifo ma a me sembravano buonissimi, soprattutto perchè poi al pomeriggio non sono tornata in ufficio ma sono rimasta a casa a studiare per domani.
Ci piace a me, vito e antonio, la Corea oggi, perchè domani farò la benedetta conferenza su Tondelli e non ci posso credere, e soprattutto non ci posso credere che ci sia una persona che senza avermi mai visto fare niente si è spesa per questo. Oh, ma siamo matti? lo ammetto, ho un pochino di paura, ma me ne frego, perchè oggi la Corea è bella visto che ho imparato a dire dormi bene e stasera lo dirò alla mia borsa dell’acqua calda.
Bisogna che la smetta di cercare in Corea cose che non posso trovare. Bisogna, forse, che la smetta di cercare, e basta. Questo mi dico e intanto bramo la mia mammina e i suoi tubetti, mammina, perchè sei così lontana? sono malata, malatissima, ho mal di gola e domani ho una conferenza, come farò? a gesti?

Bella bella giornata oggi intensa piena di cose ma soprattutto piena di speranza, perchè io il giorno prima di fare le cose che m’appassionano mi riempio come una mongolfiera, tutta piena di speranza, un pallone gigante pieno rigonfio di speranza e sogni ed entusiasmo e colori e salgo susususu. Poi dopo scendo, e lo so che sarà brutto, veloce, umido, che mi sentirò sola e vuota e non amata, ma spero di riuscire a inventarmi un’altra cosa nel frattempo.

Insomma era tutto molto bello avevo dato un senso a questo mio malessere me l’ero messa via e soprattutto mi godevo lo studio di oggi e i sogni che mi vengono ogni volta che posso studiare, avevo persino trovato la forza di andare a scuola di coreano e lì conosciuto uno svizzero e un messicano che se ci mettiamo tutti e tre possiamo fare come nelle barzellette.
Poi torno a casa e mi dico valà che ti scrivo un post riabilitativo dedicato alla mia mamma e ai suoi tubetti, anche se lei appunto quando io ero piccola non è che avesse molto tempo per farmi i tubetti, ma io so che se avesse potuto me li avrebbe fatti con tutto il cuore, soprattutto quando ero malata.

Così dico,
apro il computer
lo accendo
e faccio una cosa che non devo fare.

 

Ma io mi domando e dico. Come mi vengono in mente certe cose?Adesso quasi quasi io il mio account facebook lo chiudo. Sono scema sono, ecco cosa sono. Scema scemissima. Che poi si, lo so, dai commenti e dagli stronzissimi mi piace che la gente mette e leva come gli tira il culo, cristiddio, non si capisce niente,  però mi è venuta un’angoscia che manchicani. Mi sono resa conto di una cosa fondamentale.
La cosa fondamentale è:

sono una cretina

e probabilmente facebook lo sa e si prende gioco di me. Che cazzo mi fai vedere tutte queste cose, facebook maledetto? Facebook, io ti odio. Anzi sai che ti dico facebook? la devi smettere, smettere di farmi rosicare, sennò ti levo l’amicizia, diokèn. Non mi bastano gli scoramenti, le paturnie, i silenzi? non bastano le parole che sono sempre troppo poche? non basta il continuo chiedersi oh, dove sto andando? no, anche facebook ci mancava.
Ma io ho capito qual è il punto:
Facebook si è reso conto che io lo stavo prendendo in giro, e si è vendicato.

Ci è riuscito benissimo. Uno a zero per lui.
Mammina, dove sei, portami i tubetti e fammi dimenticare facebook, dammi i bacini e dimmi che sono solo le mie paranoie di dissociata, dimmi che sono bella e brava e buona e tutti mi ameranno, mamminamia, per favore, fammi i tubetti.

 

* chi non sa che cosa siano i tubetti si vada a vedere il trailer di “una valigia piena di dollari”. Autoformazione, tze!

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Ago 15 2011

parenti, serpenti eccetera

E’ finita che invece di starmene a casa a preparare la partenza, invece di imparare seriamente il coreano, invece di valutare le valigie, i viaggi, i contatti, i libri, le cose da lasciare quelle da chiudere quelle da portare, invece di dedicarmi a tutte queste attività più o meno utili alla mia partenza o per lo meno al mio umore, mi sono fatta prendere dalla sindrome della figlia affettuosa e sono venuta a Crampobasso a salutare la famiglia, che poi fino a febbraio sai mai, può succedere di tutto.

E ho fatto male

Ogni volta mi scontro con questo muro di incomprensione, con queste pareti costruite sulla base di reciproche disattese aspettative, e i pranzi sono pieni di frecciatine avvelenatissime, e le gite si trasformano in scenate, e l’amore si nasconde sempre troppo bene dietro le recriminazioni. Poi loro invecchiano senza che io nel contempo cresca, e così siamo gli uni di fronte all’altra, loro sempre più vecchi, fragili e rigidi allo stesso tempo, lacrima facile e salute cagionevole, io ancora e forse per sempre adolescente insoddisfatta, o forse adulta sì, ma non l’adulta che essi avrebbero desiderato. Che arrivo e gli unici racconti che ho sono di scalcagnati spettacoli in centri sociali occupati e manifestazioni di protesta contro questo e contro quello, non ho figli di cui vantarmi, mariti di cui lamentarmi, non ho case da comprare mutui da pagare, e vivo in una casa di diciotto metri quadri che per loro è una vergogna, con tutto quello che m’han fatto studiare, e c’ho una vita che non si capisce un cazzo, e anche a volerla raccontare ne verrebbe fuori solo un bel casino, e adesso c’è anche questa cosa della Corea ma diobbuono perchè non hai fatto l’avvocato perchè sei venuta così stramaledettamente irrequieta insoddisfatta che ci fai stare di continuo col patema d’animo e non si sa mai dove sei cosa fai e magari ti droghi anche vai alle manifestazioni violente probabilmente sei pure amica di quei come si chiamano blekblok e ti verrà qualche malattia e forse se non hai un compagno, se non vuoi dei figli, è semplicemente perchè sei lesbica, e non ti rendi conto che i problemi sono altri ci sono la casa da comprare la famiglia da costruire guarda tua sorella sposata marito diligente ed amorevole bambino che è uno splendore perchè non prendi esempio.

E pure la sorella, le sorelle, mioddio, io sono terrorizzata dall’idea che i miei stirino le zampe, perchè già me le vedo, a recriminare, a lanciarmi accuse come dardi infuocati, a mascherare la loro insoddisfazione dietro tonnellate di recriminazioni, che già stamattina siamo partiti con carla sei un’egoista e ci crei solo problemi, e allora figuriamoci quando i miei stireranno le zampe, ci sarà una tragedia familiare una lotta intestina altro che montecchi e capuleti ma io mollo tutto e scappo, dioken, non ho nessuna intenzione di farmi incastrare nelle loro meschine scaramucce sui metriquadri madonninasantissima no, per carità, io me ne tiro fuori non ne voglio sapere niente delle loro recriminazioni, che qui in questa casa pare che abbiamo i santi cavalieri protettori della famiglia, tanti santi Giorgi armati di spada e scudo che al varco attendono me, il drago distruttore e maligno eddai, non mi sembra manco una cosa proprio equilibrata.

E allora sto qua in questa casa piena di fantasmi e mi domando gli altri come fanno, cazzo, come fanno. Forse dovrei sparire e non vedere più nessuno fino a che i due poveri vecchi non stireranno le zampe forse dovrei dichiararmi morta forse dovrei leggere un altro libro sulla psicanalisi e sarcazzo cosa io sinceramente non so non ho soluzioni e adesso vorrei stare al mare con i compagni e le compagne proprio come ieri e ieri l’altro, a giocare a pallone e parlare di finanza sotto l’ombrellone, perchè almeno così non mi sentirei un mostro un drago malefico un emissario del maligno.

Allora se le cose fossero lisce se fossero piane io farei le valigie e me ne andrei domani stesso e invece non sono lisce manco per un cazzo e se me ne vado mi sento in colpa e mi struggo, sia per i due vecchi che per quella stronza travestita da San Giorgio, mi sento in colpa mi sento reponsabile mi sento come se in fondo fosse causa mia se non sono come loro vorrebbero mi sento mah chissà come mi sento, eppure insisto a stare in questa casa perchè non ci sto a chiudere i canali non ci sto a sparire a dire fate un po’ il cazzo che volete io me ne lavo le mani, questo è forse il punto maledetto che io stessa io per prima rimango perchè sogno il lieto finale di merda in cui a natale tutti ci ritroveremo e festeggeremo felici e ci vorremo bene e non ci saranno non detti non ci saranno recriminazioni.

La verità è che io stessa meschinamente sogno il lieto finale del film americano e un natale in cui finalmente i miei genitori e le mie sorelle saranno contenti dei regali che faccio loro e non mi guarderanno con le facce confuse e un po’ deluse chiedendosi contemporaneamente come occultare i miei stupidissimi regali senza offendermi.

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Giu 20 2011

guida intergalattica per attivisti, undicesimo episodio

Le Papaleidi.
Attrice coprotagonista (dice lui), ruolo spalla (dico io), arrivo a casa Papaleo/Elena dopo minitour bresciano che m’ha regalato gioia, fatica, risate, struggimenti commozioni e un paio di lagrime nel vedere come le persone cambiano e a volte succede proprio quello che pensavi non sarebbe successo mai. La strada m’è parsa lunghissima, persino qualche lagrima m’è scesa mentre ascoltavo incazzatissima la musica di un passato in cui avevo molte più speranze e mi veniva voglia di cantare a squarciagola la mia tristezza invece solo mi colavano lagrime silenziose e io assistevo immobile allo scioglimento d’un grumo di cose alle quali nome non so dare. Ma il cammino era troppo lungo pure per la mia tristezza, dopo la prima mezz’ora mi ero dimenticata tutti i miei crucci e bestemmiavo contro gli italiani in vacanza che intasavano l’autostrada.
Mi salvava proprio sull’orlo della strage il Socio, attore protagonista, che m’invitava a pranzo prima della partenza per Rimini.
Con questo degno prologo sul groppone arrivo dunque sui monti Papaleici e subito mi cambia l’umore come se fosse cambiato il vento perchè il Socio, Laire e Nico m’accolgono in tutto il loro splendore e io improvvisamente mi ricordo che la mia vita è meravigliosa, che sono a pranzo coll’amici miei, che stasera farò lo spettacolo mio amatissimo e che un’immensa gialla estate m’aspetta pur giocando ogni tanto a nascondino. Insomma ecco il bello dell’essere lunatica, cambio umore velocissima e non rimpiango. Trascorre il pranzo tra le risate, gli scherzi, la camicia stirata del Socio e i soliti conti sui trenta centesimi,  partiamo. Il protagonista superattivo prende il controllo della lucillomobile e mi conduce fino a Rimini dove ci aspettano i meravigliosi e le meravigliose. Romagna! Si sente il mare che c’arriva nel naso portato dal venticello fresco, noi lavoriamo sodo per montare lo spettacolo e io pure nel mio piccolissimo cerco di darmi da fare, anche se sono un’imbranata e mi si deve dire per filo e per segno tutto ciò che c’è da fare, tanto che a un certo punto mi offro come portatrice ufficiale di birre, e riscuoto un certo successo.
Ascoltiamo Manila io mi piglio tutta la sua forza tutta la sua energia e il suo sole colpisce dritto dentro di me attraverso gli occhi e le parole. Ho proprio voglia di farlo questo spettacolo, che oggi fa la sua ventunesima replica e il mio obiettivo è farlo diventare più anziano del Sociomio.
Poi come al solito succede tutto di corsa, io mi sento proprio ispirata stasera e anche se faccio qualche errore vado dritta negli occhi di quelli che stanno davanti a me mi sembra come di squarciare una parete con le parole, sento il Socio dietro di me presentissimo muto e so che in platea ci sono pure i Papaleosenior lui anche se non lo dice è emozionato anche per quello e io, ammettiamolo, io pure.
Arriva la fine e sono tanti gli applausi tanti che un po’ mi commuovo e ancora di più mi commuovo quando qualcuno mi dice io non avevo mai visto un monologo, allora penso ai discorsi che facevo con le amiche mie attrici pure loro, penso a quando ci dicevamo che il rischio è dirci le cose tra di noi, penso che forse sì forse è un rischio ma stasera noi abbiamo davvero portato il teatro dove il teatro di solito non va e allora mi sento improvvisamente piena e fiera, mi pare che anche questo sia in qualche modo essere una militante, ecco, mi pare che forse questa sia una forma sottile ibrida di militanza ma lo stesso è militanza a tutti gli effetti e ancora di più sono grata a queste persone per avermelo fatto capire.
Generosi, generosi i Riminesi e generosa la notte che ci vede cenare sulla spiaggia e io rido tanto e vorrei fare il bagno ma dopo la terza bottiglia di vinbianco un po’ ci ho ripensato, che sono già le duemmezza e noi si deve tornare a Bologna. Con un po’ di saudade saluto Laire e Nico e i Papaleosenior e Manila e Fede, il Socio ancora superattivo riprende le redini della lucillomobile, per fortuna perchè io ho troppa voglia di stare seduta coi piedi sul cruscotto e sentire ottocentotrentasette volte la nuova canzonetormentone che m’ha regalato lui. Mi piace quando è condiscendente e non s’annoia se per l’ennesima volta premo play, anzi ride come se io fossi una bambina che ha appena scoperto l’autoradio.
Lunga lunghissima la strada del ritorno, ci parliamo poco, molto ascoltiamo, poi a un certo punto ecco che appare, lei, la basilica di San Luca, e io come di consueto semplicemente la indico sapendo che lui si ripete in testa le parole de LaFla.

Questo spettacolo ha creato un mondo di sensi nuovi e il Socioprotagonista ne è custode con le sue imperscrutabili Papaleidi alle quali io volentieri ogni tanto partecipo.
Mi domando come sarebbe stato se questa guida intergalattica l’avesse scritta lui, ma poi smetto presto di domandarmelo perchè tanto l’ho scritta io, e faccio quello che posso.

Arriviamo che sono passate le quattro, il giorno già si annuncia dietro le case e io non ho sonno.

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