Archive for the 'famiglia' Category

Mar 25 2011

eppure era secca

proprio oggi appena uscita da uno dei miei scorati mercoledì guardavo le mie piantine di rose. In particolare ne guardavo una che un mese fa avevo dato per morta nonostante a me, le rose, non mi si siano seccate mai.
Dev’essere una delle cose che ho preso da mia madre, questo strano amore per le rose, che m’ha accompagnata ovunque, persino nei viaggi segreti a da Londra a Bristol nei giorni del solstizio.
Le guardavo, le rose, pensando a tutte quelle che ho lasciato sparse per il mondo, e mi domandavo quante di esse fossero ancora vive e quante no, lasciate all’incuria di ex amanti troppo impegnati con le loro paturnie per pensare a tutte quelle spine come se fosse stato amore.
Perchè forse, quello che amo delle rose sono proprio le spine, nelle quali c’è un odore che non è quello del fiore, un odore appuntito, acuto, acre.
Guardavo le rose e mi preparavo ad innaffiare l’ultima superstite, quella bianca, che-potata per tempo prima dell’inverno- si appresta adesso a germogliare di nuovo nonostante tutti gli scoramenti del maltempo trascorso.
Le guardavo e mi sono accorta d’un tratto che lei, la rosa rosso cremisi, era viva di nuovo. Rediviva redirosa, malandrina come quelle amicizie che minacciano di terminare a causa del troppo amore e poi, quando la lontananza ha posto la sua sufficiente cura, germogliano dispettose. Eccola, la mia rosa rosso cremisi, i suoi germoglietti verdi e rossi mi fanno i dispetti in controluce, ed io penso con sollievo che, nelle mie mani, una rosa non s’è ancora mai seccata.

Domani sarò a Roma. Con tutte le mie spine. Viva.

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Feb 19 2011

vomitino autoreferenziale

non mi piacciono le coppie sedute al bar la mattina, ognuno nascosto dietro il suo giornale, che per quanto mi riguarda potrebbero essere anche in due dimensioni diverse e quel tavolino che dividono è soltanto uno scherzo della materia, in realtà sono ciascuno affogato nella sua dimensione similintellettuale e probabilmente quel giornale li tiene in salvo dal baratro di un silenzio fatto di aspettative non corrisposte. Queste coppie si afferrano ai quotidiani di turno come fossero l’ultima ancora di salvezza contro la desolazione di una relazione disidratata fino allo stremo e diventano la gioia degli editori, perchè riescono a trovare interessanti anche quotidiani come il resto del carlicchio e vattelappesca.
Non mi piacciono queste coppie che occupano inutilmente tavolini al sole, togliendone l’uso a persone che invece potrebbero gratuitamente distribuire gioia e vita e desiderio. Si impossessano ingiustamente dei tavolini migliori per replicare davanti a tutto il pubblico del sabato mattina la farsa dell’amore acculturato, senza rendersi conto che la loro scenografia è piena di buchi e goffmanianamente possiamo vedere troppo bene quanto siano sporche e luride e abbandonate le loro cucine.

Non mi piacciono gli uomini che mi fanno domande perchè vogliono rispondere loro. Infatti chiedo sempre “ma davvero lo vuoi sapere?” e spero che questo accorgimento mi tuteli dalla delusione ma invece ogni volta è inutile.  Comincio a rispondere pazientemente alla domanda ma dopo tre parole vengo interrotta e sono mio malgrado costretta ad ascoltare la risposta del maschio di turno alla domanda che teoricamente era stata posta a me. Provo un po’ di disappunto e allora torno alla carica alla prima pausa, ma di nuovo inciampo nell’interruzione. Al terzo tentativo fallito desisto e mi metto a contare i piccioni e a pensare che vorrei mangiare delle frittelle di quelle veneziane coi pinoli e l’uvetta.

Non mi piacciono i maschi che non ricordano il mio nome, che mi implorano di dar loro il mio numero di telefono e poi non chiamano. che millantano aperitivi che non arriveranno mai, che mi dicono scegli tu ma poi qualsiasi cosa io decida non va bene, che mi dicono non ho fretta e guardano di continuo l’orologio, che mi comprano la rosa dai pakistani sperando di fare bella figura, che pensano che pagandomi la cena mi abbiano comprata, che mi trattano come se fossi ‘ultima automobile che hanno preso a tag zero e tasso sarcazzo, che ci provano solo perchè sono attrice e sono single,  non mi piacciono quelli che mentono e non lo sanno fare, quelli che quando gioca l’inter il mondo si deve fermare io compresa, quelli che quando dico che non mangio il formaggio mi guardano come se fossi un’aliena, quelli che mi aggrediscono perchè è l’unico modo per sopraffarmi, quelli che mi offendono perchè non hanno altri mezzi per dimostrare la loro presunta superiorità, quelli che non vanno nei centri sociali per partito preso, quelli che hanno l’alito che sa di aglio, quelli che prima di fidanzarti erano meravigliosi e raffinati e dopo un mese di convivenza sono un agglomerato informe di scoregge, rutti liberi, pantofole e lamentele.
Non mi piacciono i maschi che prima di fidanzarsi con me mi amano perchè sono inafferrabile e una volta che pensano di possedermi fanno di tutto per incasellarmi nelle loro stronzissime e meschine caselle salvo poi sbroccare come dei neonati affamati quando si accorgono che non ci entro, nelle caselle, che non sono come la loro mammina e non ho nessuna intenzione di diventarlo, non mi piacciono questi presunti compagni di una vita che ti mettono davanti alla scelta tra loro e i tuoi sogni, che democraticamente non ti impediscono di continuare a fare le tue cose però ogni volta che le fai ti apparecchiano una scenata epocale, non mi piacciono i maschi violenti che vogliono farti credere che sia colpa tua, se loro sono violenti, che ti fanno venire il terrore di parlare di sorridere di muovere le cose perchè ogni minimo spostamento potrebbe scatenare lo tsunami.
Non mi piacciono quelli che non mi credono, che mi dicono che drammatizzo, che mi sottovalutano, che non mi ascoltano.

Non mi piacciono i bambini, i bambini li odio, li ucciderei tutti e le donne con la pancia le obbligherei a stare in casa perchè sono uno spettacolo terribile che io vorrei risparmiarmi, e i bambini sono uno spettacolo ancora più terribile, quei piccoli wistonchurchill rugosi già pronti a recriminare di essere stati messi al mondo, innocenti eppure già colpevoli, quei condensati di bisogni che crescendo non faranno altro che cercare i modi migliori per manifestarli, questi bisogni, quelle larvette che servono a restituire un pochino di brivido a relazioni ormai morte e sepolte, i bambini sono il condensato dei sensi di colpa dei loro genitori e io vorrei un mondo che si estinguesse progressivamente un mondo di aborti altro che politica del figlio unico vorrei che questo mondo andasse a scomparire fino a meno infinito.

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Dic 25 2010

un altro natale in casa vitantonio

E’ andata a finire che mi sono ammalata pure io. I compagni e le compagne uno dopo l’altra cascavano sotto la scure dell’influenza che ci ha braccati chi all’occupazione dell’autostrada, chi all’invasione della stazione, chi fuggendo via da piazza del popolo, io ero là che resistevo e mi dicevo oi, la rivoluzione m’ha riempita così tanto di entusiasmo che anche i miei anticorpi sono sulle barricate. Invece a un certo punto mi sono svegliata ed ero tutta un tappo di schifosissimo moccio, tutta na debolezza. M’ha preso anche a me, malefico e reazionario raffredore dei miei stivali, m’ha preso e m’ha rigirata come un calzino, m’ha tutta scombussolata e ieri in viaggio con Fabiano l’automobile sembrava un lazzaretto, fazzoletti aspirine e starnuti, ma noi inesorabili procevedamo verso sud. Implacabili nonostante la preoccupante temperatura corporea ci raccontavamo i fatti importanti e meno importanti, le cose della politica e i pettegolezzi, e insomma piano piano siamo arrivati ognuno a casa sua, io personalmente, disfatta davanti all’anguilla (buonissima, peraltro) ma insomma m’ha preso subito la depressione all’idea di stare lontana da Bulagna per quasi venti giorni. Eh si, m’ha preso la depressione, e chi l’avrebbe mai detto solo due mesi fa, che mi sarebbe venuto lo scoramento a pensarmi lontana da Bulagna? chi l’avrebbe detto che tanto mi sarei felicemente incastrata con le persone che stanno là?

E allora in questa depressione e in questa paura della solitudine sono anche un po’ felice perchè mi sembra che non sono proprio la merda che a volte penso di essere, che sono capace ancora di trovare di incontrare persone di amarle e anche forse un pochino di lasciare che mi amino. E poi c’è il movimento che anche il movimento per carità adesso starà mangiando lasagne ma molto presto molto presto si alzerà dalla tavola precaria e io non vedo l’ora di tornare in emiliarrumagna per stare nel movimento e sentirmelo che mi pizzica la pelle.
Questi pensieri sono un po’ sconnessi perchè ho la febbre però volevo scrivere per fare un pochino il punto. Dovevo scrivere che sennò mi sento come muta.

Le cose cambiano cambiano velocemente e io sono sempre così confusa sempre così in corsa e quest’anno non ho manco il tempo per scrivere il consueto post sulla famiglia vitantonio perchè ho mio nipote che vuole che lo porti sulla bicicletta ma insomma son sicura che domani o dopodomani ci riesco

E poi penso al mio nuovo socio e spero che stia bene e non si dimentichi di me
E penso all’amichette nuove mie e spero che mi conservino una fettina di bene e di entusiasmo
E penso ai friccichi che mi vengono e mi viene da ridere e spero che mi tornino anche l’anno prossimo, i friccichi

E poi arriva mio padre che dice andiamo a fare na camminata cosi’ ci prepariamo meglio ad accogliere il pranzo e io con tutto che ci ho la febbre mi vesto e vado perchè la camminata preprandiale è di buon auspicio

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Lug 11 2010

una estate (parte prima)

Published by lucilla under viaggi, carla vitantonio, famiglia


Quando ero piccola d’estate andavamo a mare a Lido Adriano. Lido Adriano stava sulla riviera romagnola ed era uno di quei posti dove i borghesi bene portavano le famiglie negli anni ottanta mentre, dietro la barriera del lungomare di lucine, quelli che venivano dall’Emilia paranoica di Tondelli e Ferretti cercavano l’eroina a poco prezzo. Ma la storia dell’eroina l’ho scoperta solo molti anni più tardi, quando mi sono persa dentro i racconti di Tondelli e delle sue autostrade incrociate.

Per me Lido Adriano era una cosa fantastica. Ci trasferivamo, letteralmente, alla fine della scuola. Partivamo la mattina presto, di sabato o di domenica, alla metà di giugno. Io non ho mai capito come facesse mio padre a farci entrare tante cose e tante persone, nella sua argenta, fatto sta che eravamo stipatissimi e facevamo vere e proprie carovane, con i nonni nel 131 dietro di noi e a volte anche gli zii nell’alfetta. Le macchine erano cariche all’inverosimile di canotti e conserve di pomodori e olio e provviste che ci sarebbero bastate tutta l’estate, perchè si sa, al mare le cose costano molto di più, allora mia madre portava tutto persino i pannolini per mia sorella Erika, era un vero e proprio trasloco che avveniva ogni anno e in ogni caso in macchina c’erano sempre molte più cose e persone di quante non avrebbero potuto starcene. Io trascorrevo la notte prima quasi insonne, che non vedevo l’ora di arrivare a Lido Adriano e farmi un bagno e ritrovare gli amici dell’anno prima. Partivamo sempre troppo tardi rispetto alla tabella di marcia di mio padre. Lui diceva che era colpa di mia madre. Lei ribadiva che era colpa delle bambine (cioè noi), che eravamo tre e doveva prepararci una dopo l’altra mentre noi facevamo casino. Ma alla fine partivamo e il viaggio in macchina aveva delle regole precisissime alle quali ottemperavamo scrupolosamente. Erano previste due fermate in autogrill, una all’altezza di Pescara e una prima di uscire a Ravenna. L’autogrill era una specie di zona franca in cui potevamo fare tutto quello che di solito era categoricamente proibito tipo mangiare i cipster, che costavano tantissimo ma erano favolosi, favolosi, e in via del tutto eccezionale mio padre ce li comprava. A volte ci comprava anche il gelato, io mi prendevo il cornetto algida, che prima c’erano solo due cornetti, mica come adesso, c’erano solo il gran rico all’amarena, che era il preferito di mia mamma, e il cornetto algida, coi croccantini e tutto, e il cono che puntualmente si spezzava a metà e il cioccolato fondente che stava sul fondo ti si squagliava sulle mani prima che tu potessi fare qualcosa per arginare la tragica colata. Mia sorella Rossella prendeva il cucciolone. Anche mio padre voleva il cucciolone. Erika era ancora piccola. Se c’era mio nonno lui voleva la coppa del nonno. Io ero convinta che la coppa del nonno potessero prendersela solo i nonni, per questo si chiamava così. Poi facevamo la fila al bagno e i bagni erano sempre uno schifo, stipati e puzzolenti, mia madre ordinava di non sedersi assolutamente e fare la pipì era veramente un’acrobazia che richiedeva una concentrazione non indifferente. Ma una dopo l’altra ci cimentavamo in questa insolita arte circense e ci rimettevamo in macchina. Un caldo che non te ne dico niente, l’aria condizionata non sapevamo manco cosa fosse, mio padre appiccicava sui finestrini una specie di tendina con la ventosa che serviva a farci un po’ di ombra ma puntualmente si scollava e mi cascava sulla testa proprio mentre prendevo sonno. Se non dormivamo mio padre metteva della musica. Avevamo quattro cassette ovvero: le quattro stagioni di Vivaldi, che mio padre metteva e accompagnava con un commento fuori onda tipo “e queste sono le foglie che cadono in autunno, questo è un povero uccellino che non è riuscito a migrare e sta morendo coperto dalla neve, questa è la prima gemma di primavera” e cose del genere e guai a lui se provava a improvvisare, sapevamo tutto a memoria e il commento fuori onda doveva essere sempre esattamente lo stesso. Le altre cassette erano gli Intillimani, che io cantavo inventandomi le parole, Adriano Celentano e Lucio Dalla. A me piaceva soprattutto “ma come fanno i marinai” anche se diceva una parolaccia, cantavo tutto e pudicamente mi censuravo nella parte in cui avrei dovuto dire “sotto la luna puttana”. I miei apprezzavano la mia autocensura.
Se non c’eran le cassette o se le avevamo ascoltate già troppe volte o se la radio era troppo calda e la cassetta cominciava ad andare al rallentatore allora cominciavamo i giochi. I giochi erano assolutamente giochi a scopo didattico che servivano a non farci dimenticare tutto quello che avevamo imparato a scuola. Sostanzialmente mio padre faceva delle domande e i passeggeri dovevano rispondere, adulti e bambini insieme, nella stessa gara, senza pietà. I quiz potevano avere diversi oggetti ovvero:

  • le targhe delle città

  • gli affluenti del Po

  • le provincie di una regione

  • i fiumi di una regione

  • un certo numero di parole che contenessero una tal consonante o vocale

  • un certo numero di parole che facessero rima con cose improbabili

  • i re di Roma e domande di storia collegate all’impero romano e in particolare alle guerre Puniche che erano il punto forte di mio padre

Quando eravamo tutti troppo cotti dalla stanchezza, dal caldo e dalle risate (rimane famosa la risposta che mia sorella Rossella detta Fuego diede alla domanda “una parola con tre f” “fraffo”) cominciavano gli indovinelli in dialetto. Non importa quante volte mio padre facesse gli stessi indovinelli. Noi non indovinavamo mai. Per esempio per interi anni non sono riuscita a indovinare “e gavt quant’a nu gall e te’ la pedata d’nu cavall”.

Dopo gli indovinelli ci provavamo negli scioglilingua tipo ienn menenn melun cuglienn, e lì mia madre scoppiava in quella risata a cascatella, incontenibile, e diceva che le scappava la pipì.

E così ci passavano anche le code in autostrada, le gomme bucate, e i kilometri che non finivano mai.

A un certo punto arrivavamo a Lido Adriano e si sentiva un odore di smog e di mare che era bellissimo, bellissimo, ed era commovente che il bar sotto casa era sempre lì e aveva anche un videogioco nuovo, e la casa, la casa era sempre lì, con quel cortile di brecciolato e quei garage marroni mezzo arrugginiti e la porta dell’ascensore che quando si chiudeva faceva “parumpum”.

Continua…

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Mag 30 2010

una questione di qualità

Ancora una volta nei momenti cruciali della vita mi ritrovo con gran tonsillite gola gonfiadolorante e soprattutto completamente afona. La mia autocensura è più efficiente di qualsiasi polizia. Vennero gli esami e d’un baleno arrivò pure il giorno in cui sbarcarono i miei genitori qui in quel di Londra, tutti spaesati e improvvisamente vecchi porca miseria, e io avevo fatto tutto benissimo che come dicono i miei amici qui io sono bravissima a organizzare i programmi, dovrei fare l’agente di viaggi e non l’attrice e forse non è un caso che l’unico premio nella mia vita io l’abbia vinto grazie al cts e non a qualche fondazione teatrale.
Arrivarono dunque mamma e papà e io tutto avevo preparato, albergo figo trasporto privato come due principini avrei voluto che si sentissero ma forse avevo trascurato un pochino l’allenamento emotivo ecco cosa avevo trascurato, avrei dovuto accoglierli da figlia adulta, indipendente cresciuta figlia che li accetta e che si accetta che non ha bisogno dell’assenso per essere quello che è. Vennero e avevano fatto del loro meglio per eseguire i miei ordini mascherati da consigli, c’avevano una valigetta a testa supercompatta e l’abbigliamento per ogni emergenza ma ciò nonostante loro non erano come avrei voluto e io men che meno mi ero trasformata nella figlia che avrebbero desiderato e dunque questi tre giorni si sono immediatamente trasformati in un incontro mancato intervallato da numerosissimi incidenti diplomatici e troppe troppe frasi nascondevano i miei e i loro si fa meglio come dico io.
Ogni silenzio ogni imbarazzo ogni frase malinterpretata nutriva il mio magone aumentava la distanza e l’unica soluzione era il consiglio di Miotsu ovvero andare a mangiare da Nando che per qualche motivo, io non lo so perchè, diventa presto un’isola franca, le dita s’appiccicano al pollo, litri di cocacola senza zucchero innaffiano gigantesche pannocchie transgeniche e in questo pranzo senza alcuna identità ritroviamo un’armonia dividiamo il riso il gelato la purea compartiamo il pollastro io sgranocchio le cartilagini lasciate da parte dai genitori proprio come quand’ero più piccola e loro mostrano una palese quanto finta e scherzosa disapprovazione. Quante ore avrei voluto rimanerci chiusa, da Nando, sempre là avrei voluto stare insieme a mamma e papà in questa tregua infinita in cui finalmente smettevamo di tirarci stilettate e diciamolo diciamolo soprattutto io la smettevo poichè in fin dei conti chi ancora recrimina ascolto accoglienza accettazione ecco quella in fondo sono io. Che poi non lo so. Magari anche loro ancora sognano che io possa accettarli così come sono, disastrosi a volte, e io invece proprio non ci sono riuscita questa volta, se non appunto nelle pause trascorse da Nando con le dita appiccicaticce e lo yogurt congelato che faceva schifo schifo davvero ma io e mia  mamma continuavamo a riempire la tazza per il puro gusto di poterlo fare.

Epperò mica sempre da Nando potevamo stare, li ho portati in giro cercando di esaurire ogni singolo desiderio eppure ero così insopportabile come sono e loro erano come sono sempre stati ovvero erano gli stessi a causa dei quali fuggii di casa tredici anni fa e in più erano pure invecchiati erano pure stanchi erano pure in fin dei conti due persone quasi anziane che quando le porti in giro un po’ devi stare attenta però come soldatini provavano a stare al passo col programma che avevo preparato per loro e che un po’ sembrava un’esercitazione di guerra perchè in fin dei conti sono un’imbecille ecco cosa sono.

Sono arrivati i miei genitori e se ne sono pure andati e non so quando li rivedrò come al solito perchè la mia vita mi ha portato lontanissima da loro e mi rimane questa grande sensazione di tristezza e di solitudine ecco cosa mi rimane. Mi rimane che ormai ho 31 anni e loro sperano soltanto che io adesso me la possa cavare coi miei mezzi e io invece sono quello che sono ovvero tutta uno scombussolamento interiore tutta una debolezza ecco sono una serie di piccole mancanze che a loro manco ho avuto il coraggio di raccontare perchè me ne vergogno financo e allora quello che posso fare è fare i programmi fingere l’agenzia di viaggi con la mia vita così almeno se metto qualche paletto so se sto dentro o se sto fuori.

E mi sembra che le persone intorno a me cambiano e io non cambio mai.
Allora per esempio domani volevo andare a mangiare le ostriche col Miotsu oppure volevo fare altre cose in sua compagnia perchè mi sembra una gran fortuna averlo incontrato in questa devastata macelleria ma poi finisce che mi sento orribilmente repellente mi sembra che ecco questo è uno di quei momenti della vita in cui è molto molto difficile stare in mia compagnia, ci vuole proprio una buona pazienza e tanta motivazione.
Finisce che queste cose le scrivo ora che il picco dei miei lettori ha raggiunto il numero di 6 al giorno cose mai viste davvero forse dovrei rendermi conto che c’è qualcosa che non va anche in questo blog.
Forse dovrei chiamare a raccolta il parlamento delle mie vocine e convocare una plenaria.
Forse dovrei ritirarmi a vita privata per un tot
Forse dovrei fumarmi una canna prima di prendere lo sciroppo per la tosse

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Apr 21 2010

storie di ordinaria eccetera eccetera

un evento straordinario sta per sconvolgere le nostre vite di mimi senza casa e senza famiglia, un evento tanto straordinario da meritarsi un post infrasettimanale.
Ebbene due mimi stanno per sposarsi. Dopo un anno o due di amorevole relazione hanno deciso di fare il così detto grande passo. Che essendo i due mimi in questione provenienti da paesi diversi dall’Inghilterra il grande passo è davvero tale, visto che bisogna prepararsi mesi e mesi prima, bisogna mandare carte, aspettare risposte di ambasciate, rinnovare i visti e compagnia bella. Ne avevo avuto un assaggio quando la mia onorevole sorella minore aveva deciso di maritarsi, e avevo pensato che l’Italia fosse una pietosa eccezione all’Europa, che la nostra burocrazia fosse la prova evidente di quanto le cose potessero andare meglio in altri paesi. Bene, mi sbagliavo. Nonostante questi inglesi ci abbiano la regina, che pare avere come passatempo principale quello di vegliare sull’isola per sincerarsi che tutto vada per il verso giusto seguendo criteri di uguaglianza e giustizia divina, nonostante questa signora regina, dicevo, la burocrazia inglese è quasi peggio di quella italiana, e gli apparati burocratici inglesi sono se possibile (ma umanamente non lo so, se sia possibile)  più xenofobi di quelli italiani. I due poveri mimi in questione hanno girato come trottole per i passati quattro mesi, facendo e rifacendo più e più volte tutte le scale di tutte le ambasciate possibili e immaginabili, e per fortuna che sono mimi e sono ben allenati, la tarantella è andata avanti assai più a lungo del previsto, tanto che il matrimonio avrebbe dovuto avvenire ad aprile ma fino a una settimana fa non si sapeva nulla dalle ambasciate quindi ciccia. Per qualche giorno i mimi hanno mimato Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, e li hanno mimati assai bene, con annessi disperazione della fanciulla e accanimento del suo legittimo promesso. Poi finalmente qualche giorno fa l’autorizzazione - non si capisce grazie a quale conversione di quale innominato o a quale corruzione di quale monaca di quale Monza - è arrivata.
Yuppieeeee

Immediatamente sono partite le partecipazioni. Il matrimonio s’ha da fare, e si farà il giorno otto maggio. Siamo tutti indaffarati come gli assistenti di babbo natale il 23 dicembre.  Eh già, perchè la famiglia dei mimi emigrati siamo noi, mimi sparsi in giro per il nord est di Londra, tutti emigrati e tutti senza famiglia.
Dunque non so cosa stiano facendo i mimi maschi adesso, ma le femmine sono affaccendatissime. Abbiamo messo insieme tutte le energie provenienti dai più diversi paesi del mondo e stiamo organizzando un matrimonio come si deve. Consulti alla sposa per il vestito, organizzazione del rinfresco, drink di benvenuto, addio al nubilato, gestione delle risorse, e ovviamente pure qualche sopresa. Che emozione che emozione! Io un matrimonio non l’avevo mai organizzato, e chi pensava che avrei dovuto proprio farlo qui in questa metropoli/macelleria!
Sono l’addetta al drink di benvenuto e alla preparazione della panzanella, perchè il rinfresco sarà multietnico e variegato proprio come siamo noi mimi, dunque poteva mancare la mia panzanella? eh no che non poteva!
Ma adesso mi manca il vestito.
Avevo pensato a un vestitino bianco, semplice semplice, ornato di qualche pizzo e accompagnato da un bouquet di fiori primaverili. Non riesco a capire perchè, ma le altre damigelle si sono barbaramente opposte alla mia mise. Dicono che qualcun altro potrebbe indossare lo stesso vestito, e non sarebbe proprio il caso.

Senza dubbio devo approfondire la mia conoscenza dei riti matrimoniali….

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Dic 12 2009

verde come mamma

Ricordo che quando ero piccola mia madre adorava il verde. Diceva che le faceva risaltare gli occhi. Mia madre era bionda con gli occhi verdi. Lo è anche adesso, ma allora aveva i capelli di un biondo vero ed era giovane.
Ci teneva molto ai suoi vestiti, anche adesso lo fa, e io devo aver ripreso da lei questa specie di mania dell’accumulazione quasi esasperata, un vestito per ogni sfumatura d’umore, un vestito per ogni giornata. Aveva tailleur di ogni colore ma quello che preferiva era il verde. Un verde quasi militare però brillante. Non saprei come descriverlo, diciamo verde mamma. Si truccava anche gli occhi con quell’ombretto verde un po’ dorato che aveva un odore inconfondibile. Io lo aprivo di nascosto e lo odoravo. Nello stesso astuccio c’era anche un ombretto viola che però era intonso, mentre quello verde era sempre più consumato. Ricordo ancora l’astuccio nero impolverato con una scritta bianca in centro e lo specchietto pieno di polvere di ombretto verde.
Mia madre adorava il verde e diceva che era il suo colore.
Per me invece preferiva il rosso.
Ma io da piccola mi vergognavo moltissimo a vestire di rosso, lo trovavo un colore volgare, sfacciato, ottimista, il contrario di me che infatti appena ho potuto ho cominciato a vestirmi di nero. Non che non mi piacesse, il rosso. Mi piaceva da impazzire. Ma mi vergognavo troppo, dava troppo nell’occhio, non ce la facevo proprio.
Poi a un certo punto ho smesso di vergognarmi. Intorno ai vent’anni.
Avevo un fidanzato che si chiamava Ivo, da me soprannominato Ivo l’ottimista. Uno che si era innamorato di me solo quando aveva scoperto che, come diceva lui “anche tu, culona, a modo tuo, soffri”. Tanto per capirci. Un uomo che ama la vita e le bellissime sorprese che ti riserva. E’ stata l’unica volta nella mia vita che ho avuto una relazione con un attore. Per di più un attore della mia compagnia. A dire la verità è stata l’unica volta che ho avuto una compagnia, ma di questo scriverò un’altra volta. E comunque c’era questo Ivo l’ottimista che mi vedeva come la sua parte di luce e mi diceva che gli piaceva moltissimo quando vestivo di bianco. Oh, io posso assicurare che il bianco è una droga. E io ho cominciato così. E’ spesso un amico che ti introduce alle dipendenze. Io sono stata introdotta al bianco da Ivo l’ottimista. Con Ivo è durata pochissimo, rischiavamo il suicidio di coppia, e nel frattempo mi ero scoperta sanguigna. Così il rosso è tornato nella mia vita.
Rosso bianco e nero, questi sono stati per anni i miei colori, soltanto colori assoluti, non disposti a compromessi, come ero del resto io, colori senza vie di mezzo.
E mai nel mio guardaroba ho posseduto nulla di verde. Il verde era mamma, lo lasciavo volentieri a lei.

Ma ecco che da qualche mese mi ritrovo a indugiare con lascivia su sfumature di smeraldo intervallate da giochi di rosa che di rosso non hanno che il ricordo. Al nero comincio a preferire il blu, al lino ho sostituito i pizzi. Il mio armadio è diventato una successione di percettibili sfumature, mi comincio a trastullare con le mescolanze. E ho comprato un cappotto verde.
Occhei, non è verde mamma, ma è innegabilmente verde.

Secondo me si tratta di uno degli effetti collaterali dei miei sette anni di analisi.

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Dic 03 2009

giovani inglesi crescono

Dunque da ormai un mese faccio la governante part time in una casa inglese. Una famiglia inglese davvero moderna, composta da madre e due figlioli, uno di anni due, l’altro di nove. E fino a qui tutto bene. Li spupazzo, stiro le camicie della mamma, pulisco il cesso una volta alla settimana, cambio i letti, rammendo e blablabla. La mamma davvero una donna squisita con cui mi trovo bene assai e non troppo esigente soprattutto per quanto riguarda le camicie.
Il bimbo piccolo, a parte la cacca molle e puzzolente, è un amore, mi chiama caaala e mi segue come una paparella segue l’ombra della mamma, si fa fare il bagno e mangia tutto tranne la zuppa di zucca.

Ma il grande. Il grande! Uno sfacelo. Ogni volta che apro la bocca mi dice “pardon me?” con un sorriso beffardo, o mi corregge o mi sbeffeggia per il mio inglese. Una volta mi ha addirittura detto “this sentence has no meaning”. Ora, voglio dire, non che abbia l’inglese di Coleridge, ma posso assicurare di essere bene in grado di farmi capire e persino di fare discorsi politici filosofici ed esistenziali, se il contesto me lo permette. Sono addirittura in grado di essere divertente.
Ma con lui mi pare di parlare cinese antico. Ammesso che esista.
E se provo a essere gentile mi risponde sarcastico che ha di meglio da fare.
Che fare?
Provare con l’asfissia? Oggi ho pensato che avrei potuto buttarlo nel canale. Ma è stato solo un attimo, giuro.

Rimangono però molte domande sull’educazione dei piccoli inglesi bene. Ma adesso per fortuna sono troppo stanca per approfondire. E domani day off, yuppie!

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Set 11 2009

piccoli problemi della differitablog ovvero pubblico oggi ciò che avevo scritto l’altroieri

Oggi è zeronove zeronove zeronove. Questi numeri non mi hanno mai detto niente. Probabilmente da qualche parte del mondo c’è una setta di apocalittici che si suiciderà alle nove e nove minuti mentre nello stesso momento qualche coppia sta cercando di concepire il suo nonogenito. Io invece mi limito a scrivere un post. Avrei dovuto farlo ieri ma la giornata è trascorsa risalendo l’italia sulla a 14 tra camion assassini e strafottenti guardoni in bmw, che gli venga un accidente.

Insomma ieri è morto Mike Bongiorno. Devo ammettere che sinceramente, da un punto di vista strettamente personale, non me ne importa un fico secco. Non è che avessi una opinione poi così alta di Mike Bongiorno. Certo, era stato uno dei pilastri della paleotelevisione, credo di aver studiato pagine e pagine su mike b quando ero all’università. Pare che sia stato proprio lui a introdurre nel vocabolario corrente la parola esatto. Infatti esatto in italiano non vorrebbe dire “corretto” ma sarebbe il participio passato di “esigere”. Esistono ancora nel nostro paese alcuni fortunati che il ventotto di ogni mese possono esclamare “ieri ho esatto lo stipendio”. Ma il caro mike introdusse la parola esatto col significato di corretto traducendo malamente l’esclamazione “exactly”, che il presentatore gridava negli stati uniti durante i giochi a premi ogni volta che un concorrente azzeccava la risposta. Ecco. Uno dei danni più grossi fatti alla lingua italiana, direbbe Umberto Eco. Mi farebbe piacere sapere se Umberto Eco si è pronunciato semioticamente sulla morte di Mike.

Ma insomma. La morte di Mike mi tocca in realtà per un altro motivo.
Quando abitavo a lisbona mi ero ricreata una specie di limbo all’interno del quale le notizie italiane non riuscivano a penetrare. Mi ero portoghesizzata, avevo persino cominciato a mangiare le lumache al pomeriggio. Era il 2003, Berlusconi era al governo e quell’estate ci fu il grande black out. Il maggiore quotidiano portoghese dedicò a b un intero fascicolo satirico che mi fu prontamente depositato in camerino dalla mia regista. Quella fu l’unica notizia italiana che scalfì il paradiso lisboneta fatto di birrette sorbite guardando la città da un belvedere mente il sole tramontava sul Tejo. Avevo i capelli cortissimi, appena compiuto ventiquattro anni e mi godevo abbastanza la vita. Qualcuno dall’Italia venne a trovarmi. Tra questi, mia sorella minore Rossella detta fuego, che si stabilì nel mio essenzialissimo loculo per quasi un mese. Un mese veramente allucinante, di cui prima o poi scriverò…se avrò tanto tanto tempo. Bene. La seconda cosa che mia sorella mi disse durante la nostra prima cena insieme a base di bacalhau com natas e pudim fu “ca, è morto Mike Bongiorno”.Non so perchè si inventò questo scherzo idiota. Ma ci rimasi davvero male. Mia sorella gli scherzi li sa fare veramente, veramente bene. Ebbi l’impressione che tutto il mondo stesse andando avanti, che si fosse persino liberato di Mike Bongiorno, e io ero ancora lì a Lisbona a fare la frikkettona. Dopo qualche minuto mia sorella si rese conto dello shock e mi rivelò che era uno scherzo. Ci rimasi ancora peggio.

Dopo qualche anno, era il 2005, mia sorella si trasferì a Parigi. Io Parigi la adoro. Diversamente da come adoro Londra ma insomma, il sentimento è quello. Mi sembra di ricadere dentro un tempo perduto, dentro qualcosa che fuori da lì non esiste più. Parigi è bellissima. Non so se sia particolarmente romantica, ma sicuramente è una città che mi ha fatto scrivere un sacco. Non potevo non prendermi la mia rivincita. Durante la nostra prima cena in rue de mouffetard, dove mia sorella viveva, davanti a un bicchiere di vino e una tartina con tarama, le dissi, serissima. “Rosse’ hai sentito? È morto Mike Bongiorno”. Ci rimase malissimo. Purtroppo io non so tenere gli scherzi bene come lei, e dopo pochi minuti scoppiai a ridere. Ma sono sicura che abbia fatto in tempo pure lei a pensare alla vita che passa agli amici che si dimenticano di te a Berlusconi che si fa trapianti di capelli ai bambini che nascono crescono muoiono etc etc etc.

E ora Mike Bongiorno è morto davvero. Ed è morto pure Micheal Jakson ed è morta persino Pina Bausch. Un’ecatombe. L’unico con cui si possono ancora fare scherzi del genere è Umberto Eco…..

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Set 06 2009

la domenica a cambuasc’ tutta la gente va a vedere la partita

Mi si sta svegliando una certa vena pulp. Molte idee scribacchine mi frullano in testa, ovviamente proprio quando non ho computer nè carteppenna. E quandinfine mi trovo davanti allo schermo esse fuggono. Maledette. Forsanche perchè giaccio qui, presso la casa del padre e della madre, a lasciarmi ingozzare di leccornie con la scusa che “figlia miiiia, n’ce ne sci’ rimasta, si’ tutt’ossa” .  Non sia mai! Mi impegno come posso, sgranocchio da mane a sera, e i pasti principali li lascio durare quanto vogliono. Primo secondo contorneddessert, pennichella merendina e via discorrendo.

Stamane poi, presa dal senso di colpa e dal terrore dei quattrocento addominali giornalieri che m’aspetteranno dal quattro ottobre, sono andata col padre a correre intorno allo stadio, che spettacolo, signur! Ommini  e femmine di ogni ceto e situazione lipidica sculettano circolarmente attorno allo stadio del Cambuasc’ futbolcleb. Sudori, canottiere grondanti, pantaloncini, cosce che fanno su e giù. Ognuno corre al suo ritmo, i più fichi doppiano gli obesi e i fancazzisti (nella fattispecie il padre vitantonio e la sottoscritta vitantonio junior), le ragazze si mettono i completini seccsi, le signore se li mettono anche loro con esiti un po’ meno erotizzanti, i più assidui si salutano e si chiedono che media hanno toccato oggi, e poi orrore degli orrori alcuni anziani atleti sudaticci mostrano lo spettacolo di loro stessi che si cambiano dietro lo sportello aperto dell’automobile, e tu intravvedi asciugamani che sfregano internicoscia appiccicosi, che non sanno se essere tonici per la quantità di movimento o flaccidi per la quantità di anni. Slap slap slap fanno gli asciugamani, mentre dall’altra parte i più signorili fanno rumorosi sciacqui e gargarismi con le fresche acque della fontanella.
Uno spettacolo, signoramia, uno spettacolo! Per quanto riguarda le mie mirabili prestazioni podistiche, dopo due giri di stadio (un km e mezzo, per capirci) mi sono andate in pressione le orecchie e -per evitare lo svenimento - ho dovuto ripiegare sulla camminata veloce mentre atletici vecchietti molisani mi doppiavano orgogliosamente lasciandomi a respirare gloriose scie di liciapersonapuromm.
Che figura.
Mi sentivo proprio kung fu panda il primo giorno di allenamento. Persino Vitantonio senior m’ha doppiata più e più volte raggiungendo gloriosamente i sei giri di stadio mentre arrancavo e per darmi un tono mostravo di fare stretching sulle transenne delle biglietterie. Che esperienza, porcapaletta, che esperienza.
E adesso per rincuorarmi mi faccio qualche test simpatico su feisbuc, sai mai che mi dicono che stirerò le zampe correndo attorno allo stadio…

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