Archive for the 'carla vitantonio' Category

Mag 21 2013

Ancora essere o non essere, amletici dilemmi di una che si pensava ex-attrice.

Io credevo che un anno bastasse a mettere una distanza decente tra me e lui, il mio sempre amato, quello a cui ho dedicato il famoso primo pensiero delle mie mattine e l’altrettanto famoso ultimo pensiero delle mie notti. Lo avevo detto a tutti gli amici cercando di creare una sorta di cuscinetto protettivo, lo avevo scritto per rendere la questione ancora più definitiva, per quanto possa essere definitiva una qualsiasi questione che mi riguardi.

Lo avevo dichiarato a tutti, no? E’ finita, il teatro e me sono adesso due storie separate, due strade che si sono incrociate troppo a lungo. Avevo spiegato i motivi, raccontato di tutte le disillusioni e le sofferenze, avevo descritto il lento infrangersi del sogno e il continuo sanguinare, avevo motivato le decisioni, argomentato le posizioni.

Poi ero partita.

In questo anno ho raramente raccontato della mia lunga storia d’amore, mica mi chiamo Gino Paoli, la vita a Pyongyang è già abbastanza intensa di per sè, non ha bisogno di essere popolata dai fantasmi privati di ognuno. Avevo fatto un cartellone, appeso in corridoio, dove avevo piazzato alcune fotografie. Giusto per non dimenticare da dove ero arrivata. O magari per farmi male, come piace a noi che abbiamo l’ego ipertrofico. O per nutrire il mio narcisismo spropositato di fronte alle facce meravigliate dei pochi che le vedevano. Facevo l’Eleonora Duse de nojartri, avrei potuto languidamente appoggiare una mano sulla fronte e dire ah, no, è una storia terminata, non calco più le scene.

In realtà raramente mi è stato chiesto cosa ne fosse stato di quegli anni trascorsi coi copioni in mano, e ancora più raramente ho raccontato la verità su tutto l’amore e il dolore che ci sono stati.

Fatto sta che credevo, ingenuamente, che un anno fosse abbastanza. Non mi aspettavo di trovarmelo lì, all’aeroporto, il teatro, ad aspettarmi.
Coi lacrimoni.
Apparentemente commosso.
Sei tornata.
E tu sei ridicolo.

Non volevo parlargli, non volevo parlarne. Ho fatto finta di non vederlo e ho tirato dritto. Inutile. Dopo quarantott’ore eccolo di nuovo all’attacco. Ci manca solo il mazzo di rose. Ho una serie di parole poco cortesi e un’infinità di esempi su tutte le volte in cui mi ha delusa e ferita. Ma con gli amanti di questo genere l’elenchi di tale sorta non servono a nulla. Tutto l’amore è solo in questo presente.

No, no, no.
Ecco cosa mi viene da dire. No. Non tornerò a fare OTTO nè nessun altro spettacolo. Non lo farò per vari motivi, alcuni dei quali riguardano il mio noto ego ipertrofico, e altri la mia onestà intellettuale.
Non ho voglia di fare la vecchia attrice che torna sulle scene con la voce distrutta e il corpo sfatto, avvolta in un ridicolo caffettano, a cercare a settant’anni di essere la Giulietta che il suo pubblico si ricorda. Non ho voglia di farlo per me, prima di tutto, perchè mi pare di esserne uscita ancora con una certa dignità, dopo tutto. E non ho voglia di farlo per loro, per i compagni che si ricordano ancora tanto bene dei miei spettacoli da volerli nonostante sia andata via da un anno.

Sì, mi onora e mi lusinga, mi dà il senso di tutto il percorso fatto, mi racconta che non è stato inutile.
Mi dice che non sono stata sostituita, e che probabilmente non lo sarò.
Che quando una storia d’amore così grande finisce non c’è sostituzione possibile, c’è solo lo spostamento dell’attenzione verso altro, e lì, dove c’era quell’amore così intenso, là rimane l’assenza.
Mi racconta che tutti impariamo a vivere con quest’assenza immensa, che giorno dopo giorno ci parliamo e la nutriamo e la sostituiamo a quella persona che è andata via.
Con quante assenze ho popolato le mie passeggiate a Pyongyang? A quante di loro ho raccontato le mie giornate?

Mi commuove che i compagni ancora vogliano sentire Lucilla che fa OTTO, mi fa vedere quanto grande sia il buco che ho lasciato, mi disegna il percorso fatto in quei 15 anni di dedizione assoluta, mi fa tornare un’immagine di me che non ricordavo, l’immagine di un’innamorata completamente devota, dedicata, annullata dentro l’amore.

Ma non sono più così, non voglio.
Mi dispiace.
Penso al momento in cui finisce OTTO, quel momento piccolo piccolo in cui Pentothal trattiene il respiro, e anche io, prima di dire l’ultima battuta.
E lo so che lui dentro di sè mi sta guardando. Allora mi prendo il suo sguardo e lo rivolgo a chi mi sta di fronte. E me li guardo tutti, e me le guardo tutte, uno per uno e una per una, una per uno e uno per una, anche se questa frase sta in un altro copione, che però era la stessa cosa, ero sempre io, era sempre un amore grande grande.
In quel momento là dentro di me ci sta tutta la disperazione mia, privata, di essere umano infelice e disilluso e solo. E però ci sta anche tutta la vita delle persone che negli anni mi hanno detto “questa storia è la mia”. Ci sono tutti i sogni infranti di ciascuno, tutti i relitti delle nostre barchette di carta, sono tutti là, davanti a me, nella mia voce.

In quel momento, improvvisamente, io ho 26 anni, e tutto il male di dopo non c’è mai stato.
Io sono ancora Lucilla, e la vita è una grande possibilità, una grande speranza.

Non lo so, non lo so se ce la faccio a dire di no.
E se questa volta fosse diverso?

E se questa volta fosse amore?

No responses yet

Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

Continue Reading »

No responses yet

Dic 26 2012

Rifornimenti pechinesi

Published by lucilla under malesia, cina, viaggi, carla vitantonio

Sono le sei e Pechino attorno a me si sveglia al suono delle sirene. Non si vede ancora niente ma so che i grattacieli tagliano l’aria gelida e, più in basso, i tricicli attraversano gli hutong. Natale a Pechino vuol dire menù speciali nei ristoranti, qualche cameriera col cappello da babbo natale e canzoncine stupide nei negozi di biancheria intima. Il resto lo lasciamo a chi sta dall’altra parte del mondo, mentre la città si muove esattamente come ha fatto ieri e come farà domani. Dunque oggi 26 dicembre mi guardo attorno e non ci sono resti di panettoni attorno a me, numeri fuoriusciti dal contenitore verde della tombola, fagioli e cartelle sparsi, bicchieri sporchi di limoncello. La qual cosa, devo ammettere, mi consola non poco, e ancor di più mi piace il tepore di questo appartamento che mi aiuta a dimenticare i meno 17 gradi di ieri. Partita a un’ora indecente da casa, atteso l’aero per un tempo interminabile in un locale categoricamente non riscaldato, poi improvvisamente catapultata nello spazio despazializzato dell’apparecchio, sotto di me le montagne e, da qualche parte, la muraglia cinese, infine Pechino e tutto il suo casino. Che mi pare quasi di essere a casa, oramai ci ho la mia estetista, la mia manicure il mio supermercato e il mio ristorante. Si viene a Pechino a prendere un po’ di aria fresca e io è già la terza volta in sei mesi che ci sbarco, con la lista di prelibatezze da acquistare e di lussi da concedersi. Che se uno non la fa, questa vita, non si rende conto di quanto Pechino possa apparire strabiliante opulenta e generosa in tutto il suo sfoggio di lucine e musichette. Ma noi che veniamo dall’altro mondo ogni volta ci mettiamo un pochetto ad ambientarci alle pubblicità che scorrono sugli schermi lcd delle carrozze della metropolitana.

Eccomi dunque, di passaggio da Pechino verso Kuala Lumpur, comprate mutande bianche in numero di due e oggi decisa all’acquisto di un paio di calzini antisanguisuga e un bikini. Il sole sta sorgendo sulla Cina e la mia compagna di viaggio se la dorme beatamente. Mi sento riposata, rilassata, pacifica. La città è bellissima. E io, mentre mi preparo il primo caffè, mi rendo conto che sono esattamente dove vorrei essere.

Il viaggio è cominciato.

No responses yet

Dic 23 2012

Il blog e le vacanze borghesi della tigre della Malesia.

Published by lucilla under malesia, blog, viaggi, carla vitantonio

Ebbene, non ci posso credere. Scrivo, sto scrivendo. Oggi è 23 dicembre 2012, il mondo non è finito, almeno non per me, e io scrivo. Mi sembra di entrare nella casa dell’infanzia. Vago tra le stanze. Mammamia quanto scrivevo un tempo. Un tempo. Non è neppure mezzo anno fa. Scrivevo moltissimo, almeno una volta a settimana. Mezzo anno sono 26 settimane senza scrivere. Quello che non è stato conservato in questo posto è andato inevitabilmente perso. Ma nella casa dell’infanzia tutto è immobile eppure vivissimo. Avventure incredibili l’hanno attraversata, e se ne sente ancora l’odore.

Ma procedo. Per qualche settimana abiterò di nuovo qui. Proprio come quando da piccole si andava al mare. Si arrivava a metà giugno, si ripuliva tutto, si alzavano le serrande e l’appartamento polveroso si animava, perdeva immediatamente l’odore di chiuso che aveva acquistato d’inverno, diventava, d’improvviso, la casa. Poi a settembre via, si chiudeva tutto con la stessa rapidità, si montava in macchina e addio, fino all’anno successivo. La casa al mare viveva intensissimamente i nostri giorni estivi, briosi intervalli tra lunghissimi silenzi.

Così ora io riapro le porte della mia vecchia casa. Il blog si anima ogni volta che sto per partire.
L’ho scritto, ecco. Parto. No, non per sempre, chi se ne frega del per sempre, il per sempre è per quelli che comprano la casa e fanno il mutuo. Parto, tre settimane. Biglietto comprato e passaporti (due, ancora per qualche mese) pronti sul tavolo. Macchina fotografica, che lo so che non la uso, ma meglio portarla, sai mai che m’illumini. Sandali. Vestiti estivi. Occhialini. Costume.

Destinazione Malesia.

Voglio una vacanza borghese, ma non troppo, perchè lo spirito della giovane avventuriera non si è ancora del tutto spento in me. Allora parto con un’amichetta, Thelma e Louise in cerca di un finale diverso, tabella di marcia un po’ preparata e un po’ no.  L’importante sono i tappi per le orecchie e i calzini antisanguisuga. Che comprerò a Pechino. Qua non li usano.
Uh, come si nota che non scrivo da tempo. Faccio dei periodi corticorti e tutti spezzettati. Ma poi ripiglio il ritmo, eh.

Viva la vacanza un po’ borghese e un po’ anche no. La Malesia è a sei ore da qui, che se ci penso in sei ore non arrivo nemmeno da Bologna a Campobasso. Mi fa esotico, mi fa sogno d’infanzia, mi fa viaggio in un altro universo questa Asia così improvvisamente accessibile, mi sento la Sandokanessa de nojartri, e pure un po’ la Sirenetta, sarò lì tra i pescetti a bere cocktail alcoolici e guardare i colori, magari mi innamoro. Uno di quegli amori da 72 ore, che ne so, o un amore per la vita. In fondo (ma molto in fondo) sono pronta per l’amore di una vita.

Parto. Mi vado a riposare. A riposare. Non penso a niente. Tutto l’insoluto rimane qua, legato al palo di casa mia, guai a chi lo tocca. Ci penso io quando torno, a vedermela con lui.
Intanto parto.
E scrivo.
Poter partire e poter scrivere. Ecco. Già mi sento in vacanza.

A prestissimo, per gli aggiornamenti del mio nuovo diario di bordo.

No responses yet

Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

One response so far

Giu 30 2012

La vera muraglia cinese

I cinesi hanno fatto le cose in grande anche questa volta. Non solo non si riesce ad accedere a Facebook e twitter, ma pare che alcune connessioni schermino addirittura le lucilleidi. La nuova muraglia cinese passa attraverso i nodi della grande ragnatela e mi lascia impotente e un po’ cretina di fronte allo schermo che mi dice connessione annullata. Anche questa volta i cinesi hanno vinto, almeno fino a quando non scoprirò il trucco per aggirare i milioni di soldatini virtuali che mi stringono d’assedio. Per ora chiedo a chi mi legge, se ne ha voglia, di postare su facebook e su twitter i miei aggiornamenti, così siamo tutti più tranquilli (io per prima).

Terminato questo preambolo posso comunicare che sono ufficialmente in Cina, in attesa di partire per la destinazione finale. Lo ammetto, lo scrivo (e lo penso) con un po’ di fatica. Temo che da un momento all’altro un cataclisma diplomatico si abbatta su di me e io rimanga per sempre bloccata in piazza Tienammen, proprio come oggi.
Eh sì, oggi 30 giugno 2012 sono stata là. Tutto il giorno. Un sole che ti trasformava in cotoletta in 45 secondi. Innumerevoli controlli di borse e borsette. Decine di migliaia di milioni di miliardi di mattoncini da percorrere. E soprattutto, i cinesi. I cinesi, perdio, sono tanti. Tantissimi. I cinesi sono molti di più di quanti possiamo immaginare. I cinesi sono infiniti, i cinesi sono immensi. In Cina, i cinesi sono praticamente ovunque. E forse anche fuori dalla Cina. I cinesi vanno in pellegrinaggio in piazza Tienammen e pagano il (caro) biglietto senza fiatare, allora le cose sono due: o il socialismo postmaoista ha veramente vinto, e questi stanno veramente ogni anno meglio di quello prima, o (e io propendo per la seconda) il governo cinese ha pagato miliardi di comparse per farmi credere (a me, proprio a me, la lettrice di italiano all’università di Pyongyang) che i cinesi visitano tutti piazza Tienammen, come i mussulmani andrebbero alla Mecca. Forse sono un tantino egocentrica.

Piazza Tienammen è smisurata. A un certo punto ti viene voglia di morire. Purtroppo quel punto si trova sì e no a un terzo della piazza. Rimangono altri due terzi, e il ritorno. Perdio, perdio. C’era Mao, il compagno Mao che mi guardava, che guardava me, proprio me! Dall’alto della sua fotografia. Io l’ho ringraziato. Per una serie di motivi che non ho intenzione di mettere per iscritto. Poi mi sono incartata, perchè questo viaggio è segnato da una assoluta novità: per la prima volta nella mia vita posseggo una macchina per produrre i dagherrotipi. La questione non è semplice come potrebbe sembrare. i dagherrotipi mi hanno preso un sacco di energia.
Per fortuna c’erano i miei ghiacciolini preferiti, in vendita a tutti gli angoli a soli 3 yuan (50 centimi). I GHIACCIOLINI DI SOIA!!!
Sono dei ghiacciolini apparentemente alla menta, ma attenzione, non bisogna credere all’apparenza. E io, in cinque mesi di Corea del Sud, ho imparato. I ghiacciolini verdi sono al gusto di fagiolino di soia. Ho già dedicato diversi scritti all’argomento. Superato l’orrore iniziale, il consumatore e la consumatrice scopriranno che essi sono ottimi.
I ghiacciolini di soia, al sapor di fagiolata, mi hanno salvata nei meandri della città proibita. Io li amo.

Poi ci sarebbero molte cose da dire sull’estrema civiltà di questi cinesi. Non sto scherzando. I bagni cinesi sono, a eccezione dei bagni del centro sociale TPO di Bologna, gli unici bagni dove sono disponibili degli assorbenti. I cinesi hanno capito come si fanno i bambini, e soprattutto come non si fanno. Potrebbero spiegarlo in giro e non tenersi il segreto. Potrebbero parlare col Papa, perdio.

I cinesi, per certe cose, sono proprio civili. Io li amo già tutti, milioni di milioni quanti sono. Ma già sono pronta per salpare verso nuovi lidi. E siccome non sono in grado di caricare i dagherrotipi sul sito, li metto sul mio account flickr, per i più curiosi.

Così, alla vecchia.

http://www.flickr.com/photos/10509702@N00/sets/72157630359148504/

E dalla grande muraglia, per oggi, è tutto.
Good night, and good luck.

2 responses so far

Giu 27 2012

Verso una Corea

Published by lucilla under corea, viaggi, carla vitantonio

Dovrei forse scrivere un post un tantino strappalacrime su questa nuova partenza, ma sono incartata da troppe ore nell’amletico dilemma tra le scarpe nere e quelle marroni, mentre l’incubo delle Hostess-Erinni che peseranno il mio esuberante bagaglio mi alita sul collo e ho sonno zero, sonno zero davvero. Sonno zero e romanticismo lasciato tutto in mani altrui durante questi ultimi giorni di saluti.
Che mi sembra una vita fa e mi viene un pochetto di rabbia perchè non ne ho scritto subito. Adesso è tutto già troppo lontano e non sono nemmeno sicura che quella notte fossimo proprio noi a ridere attorno alla piscina, che quella mattina abbiamo davvero mangiato arepas, che la montagna sia stata così ospitale e tutto il resto.
( Le braccia, gli sguardi, i fratelli e le sorelle, i fiumi gelidi e il mare, l’ultimo spettacolo, un foulard che mi porto in borsa e promesse di corrispondenze, promesse di tenacia, promesse di sopravvivenza. Tutto questo non so davvero più se sia esistito o meno. O forse sì, forse E’ STATO davvero, ma in una vita che è già trascorsa)

Allora sì, era nell’aria da molti, troppi mesi. Parto, parto di nuovo. Comunico ufficialmente a me stessa e ai passanti che sì, sto partendo, e sto tornando in Asia. Epperò questa è un’Asia diversa da tutte le altre.

Pyongyang, Corea del Nord.

Nove mesi.

Proverò a continuare a scrivere.

No responses yet

Giu 17 2012

Il teatro e me. Prove del mio ultimo monologo.

Ebbene sì, ti lascio.
A questo punto della nostra relazione non ha neppure più senso dire che sia per sempre.
Ti lascio e basta, come nella migliore delle tradizioni. Con tanto di monologo che un po’ è incazzato e un po’ è strappalacrime.
Ti lascio e non ne voglio sapere di te. Non cercarmi, non ti cercherò.
Finita.
Sì, chiaro, per ora. Finita per ora.

Perchè non se ne può più.
Tredici anni avevo porca miseria. Mi misi una maglietta bianca perchè si-doveva-fare-così, andai a scuola con quaranta di febbre per non deluderti. Mia madre era furibonda. Nessuno capiva che cosa ci fosse, di così importante, quel giorno a scuola.

Tu, c’eri. Tu. Maledetto.
E quello è stato solo l’inizio. Come se non fossero bastate le innumerevoli, ulteriori occasioni di scontro con i miei.
Come se non fossero bastate. Mai una volta che mi rendessi le cose più facili. Se c’era modo di provocare una crisi familiare tu lo coglievi e mi istigavi. Ti piacevo di più così, ribelle, insoddisfatta e arrabbiata?

Come la storia di andare a scuola la sera. Ma dico. Eravamo tutti minorenni. Eppure quello pareva l’unico modo. A scuola. A scuola la sera.
Mia madre mi urlava “mi metti in croce” ogni volta che la obbligavo a venire a prendermi a mezzanotte dall’altra parte della città. Quando compii diciott’anni il primo pensiero fu avere la patente. Per te.
E i giorni di scuola saltati perchè improvvisamente avevi deciso che ero importante? le ore trascorse nei camerini a respirarti, ogni straccio ogni granello di polvere ogni pezzo di corda, tutto era te.

Ma ora basta. Non voglio nemmeno ripercorrere questi vent’anni di cecità. Basta, finita, ti lascio. Me ne vado.
Non ho più niente da dire.
Ti ricordi l’università? Fu la prima volta in cui pensai di averti lasciato.
E’ finita, pensai. E invece era appena cominciata.
L’immagine di te mi attendeva ogni giorno affianco a un grosso manifesto sotto l’arco di Piazza Capitaniato.
Tu ogni giorno immobile.
Io ogni giorno turbata come una deficiente.

Ti credetti.
Fu la prima convivenza. Un disastro. Per ognuna delle tue dichiarazioni d’amore pagavo disistima, aggressività, solitudine. Ero così stanca che mi addormentavo su uno sgabello dietro le quinte.
Fino a quando non mi dicesti che non ne eri più certo.
Io sì, io ne ero certa, io ti amavo, io avrei fatto di tutto per starti vicino, per starti attorno, dentro, per respirarti, per esserci.
Ogni giorno lo giuravo, ogni giorno ti provavo la mia determinazione.

Mi sono fatta lasciare da tutti i miei fidanzati, perchè prima c’eri tu.
Ho perso i lavori meglio retribuiti, perchè a te non piacevano, perchè non erano compatibili, dicevi, perchè rubavano la mia energia migliore, la mia capacità di creare, cose che volevi tutte per te. E sia.
Ho mentito. Ai miei genitori, agli amici, ai fidanzati. Ho mentito come una tossica. Spudoratamente e felicemente.
Ho fatto 35 traslochi. Trentacinque. Non so se mi spiego. Io non augurerei a nessuno, a nessuno di fare 35 traslochi. Per te. Per stare con te, vicino a te e menate varie. Una volta ho accettato di dormire per quattro mesi in una specie di palestra dietro la stazione di Rovigo (di Rovigo, non so se mi spiego!!) insieme ad altre sedici persone, solo perchè tu eri là.
Mi sono quasi venduta a un paio di registi intraprendenti.
Ho scritto a Federico Tiezzi subendo l’umiliazione di un incontro al quale lui non si è neanche presentato.
Ho scritto allora a Mario Martone, e non mi ha mai risposto.
Ci ho provato con Cesar Brie, ma neppure lui evidentemente ha trovato carta e penna.
Sempre perchè mi avevi assicurato che mi avresti aspettata là.

Là, in un luogo di cui io non avevo mai le chiavi.

Ti ho rincorso ovunque. Portogallo, Germania, Polonia. Ti ho cercato persino nella provincia bresciana.
Non ho fiatato.
A trent’anni sono venuta da te a Londra e mi sono messa a fare la donna delle pulizie per sopravvivere.

Ogni volta promesse d’amore infinito, eterno, quello che solo io e te conoscevamo.
Ogni volta ti credevo.
Ogni volta ti cercavo.
Come la prima volta.
E ogni volta fuggivi non appena ero arrivata.

Un anno fa ti ho detto che era finita.
(No, non è che non ti ami più, è che non può funzionare. Io non sono come tu mi vuoi, tu non sei più come volevo. Mi sono innamorata di fotografie di quarant’anni fa e di storie che parlavano di un te che non esiste più.
E’ finita.
Sì, ti amo ancora, ma non ce la faccio più. Voglio una vita normale. Sono stanca di sentirmi dire che mi ami, che mi desideri, che mi vuoi, e vederti fuggire con la prima attricetta anoressica di passaggio ogni volta.)

Ti ho fatto un discorso sensato. Ammettilo. Sono stata saggia e delicata. Ti ho dato una lunga serie di motivazioni. Ti ho ribadito il mio amore.
Avrei voluto passare tutta la mia vita con te, proprio come nella favola di Cenerentola o in quella di Prezzemolina.
Ma non ce la facevo più.
Per darti modo di abituarti all’idea me ne sono andata fino a Seul. Seul, diecimila chilometri. Ho pensato fossero abbastanza.
Ho ignorato le lettere, i messaggi, le telefonate. Sono i frequenti rigurgiti di possesso che animano gli abbandonati.

Poi sono tornata qui.
Non ti ho cercato.
Ho evitato accuratamante luoghi e persone che avrebbero potuto ricordarmi te.
Pensavo di avercela fatta.
Invece, quando meno me lo aspettavo, sei comparso.
Hai giocato uno dei tuoi numeri da circo, creato situazioni surreali per mettermi nelle condizioni di essere proprio là, dove tu mi aspettavi.
Chapeau.

Quando ti ho toccato dopo tutti quei mesi avevo paura di sciogliermi. Eri bellissimo. Eri come ti ricordavo. Eri ciò che avevo sempre voluto. Per un attimo, un attimo soltanto, ho sentito che -di nuovo- ero pronta a tutto per stare vicino a te.

Ma ho trentatrè anni, e tra me e questo pensiero ci sono tutti gli anni di delusione, umiliazione e solitudine. A quelli ho pensato mentre avevo addosso di nuovo il tuo odore, e mi sono resa conto che c’è una cosa che ho perso e che non riavrò mai.
La fiducia in te.

Non mi fido. Non ti credo più.
In questi mesi siamo stati vicini come poche altre volte prima d’ora. Eppure ogni volta che ti guardavo sapevo che sarei andata via, che non ti avrei cercato.

Proprio come in quelle storie d’amore che raccontano alcuni romanzi d’appendice, non riesco a dirti di no. Ti desidero, ti bramo, ti voglio. Ma oramai so che la nostra grande storia d’amore, quella che sognavo, la cosa per cui ho lottato di più, non ci sarà mai.
Allora magari torno ancora, come si torna da quegli amanti soddisfacenti che popolano le nostre vite. Quegli amanti dei quali pensi che se non aveste sbagliato entrambi qualcosa, in un passato remoto, magari avrebbe potuto esserci l’amore.
Quegli amanti che non sono buoni amici nè compagni, ma forse avrebbero potuto essere entrambi.

Magari. Magari torno, tra un anno, due.
Tornerò se avrò qualcosa da dirti.
Tu sarai uguale al giorno in cui ti ho visto la prima volta.
Io penserò che ti amo.
Temerai di avermi persa, e mi giurerai che sarà diverso.
E forse io ti crederò.
O forse farò di nuovo le valigie e andrò ancora più lontano.

Stronzo.

One response so far

Giu 04 2012

Ritorno al futuro tour, parte quarta

Beniamino Noia alias il Pentothal di tanti anni addietro ascolta Giorgio Canali che canta “sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto” e dice, lapidario come suo solito:

“Giorgio, forse alla tua età dovresti cominciare a uscire con le donne e smetterla con le ragazze”.

Rido e guido verso le Marche dove ci aspetta il prossimo pezzo di turnè. Proprio io e Beniamino Noia, come tantissimi anni fa. Io, lui, il manichino mezzo sfasciato nel bagagliaio e un sacco di idee che viaggiano con noi nella lucillomobile, proposte di miglioramento dello spettacolo, nuove incursioni musicali, una partitura fisica più intensa e poi sì poi come al solito vediamo quello che succede e improvvisiamo.

Guidando verso le Marche, i piedi di Beniamino sul cruscotto, penso a quando i piedi sul cruscotto erano i miei, e alla guida ci stava lui, e cantavamo la resistenza nostra e di molti altri in giro per l’Italia. Ci sentivamo bellissimi, ci sentivamo delle rock star e forse un po’ lo eravamo. Un po’ eravamo anche degli sfigati che si spendevano tutta la paga ancor prima di arrivare a casa. Però ci divertivamo tantissimo e la vita era bella e colorata e velocissima. Proprio come adesso, che siamo partiti in fretta e furia con mille cose lasciate a metà. Senigallia ci aspetta e all’Arvultura ci sta il palco più bello del 2012, tanti fari che io quasi mi commuovo, e i compagni che lavorano per farci fare lo spettacolo benissimo. Mi sembra proprio di essere un’attrice vera, a Senigallia, mi sembra proprio che il teatro valga la pena, che valga la pena il mio lavoro, e quasi quasi mi torna voglia di stare sul palcoscenico. Quasi quasi mi dico oh, scrivo un altro spettacolo, ma non faccio in tempo a pensarci troppo che arriva il momento di fare OTTO e tutto è silenzio, concentrazione, commozione. A sorpresa è arrivata anche la Glori che grida ancora una volta che nessuno mette Babe in un angolo. Eh no, nessuno ce la mette, nessuno mette noi, piccole Babe senza un maestro di mambo, in un angolo. E noi, Babe del 21esimo secolo, non abbiamo bisogno nemmeno di un innamorato che parli al posto nostro.
Ho paura stasera, mi sento come se fosse la prima volta che lo faccio, questo spettacolo, e mi vergogno e temo di non essere sufficientemente presente, e tutta questa emozione si addensa come una nuvola piena di pioggia all’angolo degli occhi. Non ci posso credere, quando finiamo, non ci posso credere a quanta bellezza mi torna dalla platea.

Allora per questo e per la marmellata biologica mi viene da ringraziarli infinitamente, i compagni e le compagne di Senigallia, perchè m’hanno rispettata e amata e m’hanno fatto sentire che tutto aveva un senso. Un’attrice vera, m’hanno fatta sentire, in quella isoletta di bellezza fiorita nel mezzo della zona commerciale di Senigallia.

Ed ero ancora piena di tutta questa bellezza il giorno dopo al mare, un’acqua fresca limpida trasparente e gli ombrelloni! Gli ombrelloni che il centro sociale affitta per l’estate intera di modo che si possa sempre andare al mare, perchè bisogna andarci, al mare, porcamiseria, perchè il mare è nostro, il mare siamo noi, allora eccoci ai Bagni77, Beniamino si stende sul lettino e ronfa e io ascolto Alessandro che mi spiega con un certo piglio ingegneristico che la disposizione degli ombrelloni di quest’anno è problematica, mi elenca una serie di problemi non da poco, e in mezz’ora riesce a sollevare un vero e proprio dibattito che sfocia in una votazione seria, della quale ahimè non conosco l’esito. Comunque a me gli ombrelloni ad angolo non dispiacevano. Certo capisco che avere proprio di fronte l’area di gioco per i bambini potesse creare problemi non indifferenti di odio violenza e stragi degli innocenti.

Ma soprattuttoil mare di Senigallia è bello perchè ci sta il bagnino più fico della storia ovvero Nico che si è comprato pure le pinne la maschera e la bandana, ci ha una maglietta rossa e guarda l’orizzonte sperando che qualcuno rischi di annegare, dal momento che la vita sulla torretta è noiosissima e non si può manco leggere. Sta nobilmente seduto sulla torretta proprio di fianco alla rotonda sul mare che cantava quello sfigato di Freddie Bongustaio e mira l’orizzonte munito di binocolo. Io quasi quasi mi tuffo e mi faccio venire a salvare per il puro gusto di salire sul suo pattino rosso a remi e vederlo con le pinne.

Ma uffa dobbiamo partire perchè Ancona ci aspetta e stasera si replica al mundialito antirazzista. Come l’anno scorso Silva e Alessio ci accolgono con entusiasmo  e grigliata di carne, io provo a trasmettere un po’ della mia gioia a Beniamino che però mi si è un po’ depresso. Per mia fortuna ho imparato a 33 anni a non crucciarmi troppo se il socio si deprime, faccio tutto meglio che posso e mi attacco forte all’idea di fare qualcosa di sensato, mi attacco alla bellezza delle persone e alla sensazione di essere un po’ a casa ogni volta che sono sul palco. E proprio mentre penso a queste cose arrivano Reka e Pa direttamente da Falconara, mi ero ormai rassegnata a non vederli, questa volta, e invece eccoli puntualissimi come al solito, io quasi mi commuovo nel vederl, li abbraccio li bacio e non mi voglio scollare più.

Con questo sentimento di gioia e gratitudine faccio OTTO, cercando di dare il mio meglio anche stasera, e poi il resto è un festino sulla spiaggia, il resto è un buttafuori che punisce ingiustamente il nostro Beniamino e noi ridiamo, il resto è il treno che passa vicino al mare terrorizzandoci nel divertimento di Reka e Pa.

Il resto è che la turnè nelle Marche è finita e ce ne torniamo a casa pieni di pensieri, a Padaniacity c’è un tempo di merda, mi sento sola, mi sento che ogni spettacolo è una specie di parto ingiusto che ti lascia svuotata e insensata, mi sento che non ho costruito niente e simili pensieri paranoici. Ho voglia di scappare lontanissimo e non essere qui.
Padaniacity è immensa e comincia dieci km a sud di Bologna per estendersi come un blob velenoso attraverso la pianura martoriata dall’ultimo terremoto e da secoli di noia. Che ci faccio qui. Lontanissimo me ne vorrei andare, dove nessuno mi conosce e nessuno prova a mettere Babe in un angolo.

Magari me ne scappo nelle Marche.

One response so far

Mag 25 2012

Ultimo regalo cubano.

 Siccome non ho fatto in tempo a salutare Richetto che già ero sull’aereo verso Parigi

Siccome non ho nemmeno finito il pollo immangiabile di AirFrance che già pagavo una bottiglia d’acqua tre euri

Siccome temo di cascare nel nuovo turbinio di un’altra turnè, accompagnata da sbattimenti, incontri, sorprese e menate varie

Siccome lo so, che finirò con il lasciare andare tutto questo troppo, troppo presto,

Allora mi faccio un pochino di coraggio e pubblico il mio racconto su Trinidad.

 

 

 

 

Como diz Fidel, y lo voy citar…

 

Breve storia di un pittore che non riusciva a finire le sue citazioni

e di Trinidad,

città dove ciò che deve accadere, semplicemente, accade.

 

 

 

 

 

 

 

Ismael, l’addio.

18 maggio 2012, ore 7.45

 

L’autobus si incammina lentissimamente verso la carrettera central. A passo d’uomo attraversa le vie della mia Trinidad, le vie che in questi giorni ho percorso a tutte le ore del giorno e della notte, facendo giochi d’equilibrio tra le pietre antiche e scivolose che trasformavano la mia andatura in quella di un’ubriaca anche quando non lo ero.

L’autobus procede, lentissimamente. Guardo una per una le stradine, le case, le gallerie d’arte, le macerie. Riconosco i miei punti di riferimento nell’intrico di colori formato dalle case.

 

Sono stanca. Ho voglia di dormire. Tra me e La Habana si stendono, lunghissime, cinque ore di viaggio.

Chiudo gli occhi.

 

Li riapro di colpo quando sento un pugno che bussa furiosamente contro il finestrino all’altezza del mio sedile. Guardo.

E’ Ismael, il genio, l’ubriacone, il ballerino, il pazzo del villaggio, che è già in giro a quest’ora ed è venuto a darmi ancora un ultimo saluto.

Sorrido, gli mando un bacio con la mano. Lui ricambia socchiudendo gli occhi e dispiegando i palmi delle mani e le dita.

 

L’autobus prende velocità e Ismael rimane indietro, gesticolando affannosamente verso l’autobus, con il suo incomprensibile sorriso sulle labbra.

 

 

 

 

 

Rudy, una buona notizia per la donna del chino.

17 maggio 2012, ore 21.00

 

Batto con le nocche sul portone di casa di Rudy e non so se sto facendo la cosa giusta. Sono passate ore, ore durante le quali ho dormito senza sogni né movimenti. Mi sono svegliata come da un incubo e mi sono resa conto che non ho modo per trovare Josè Luis, né lui per contattarmi. Sono salita fino alla cima della città, dove ci incontriamo sempre. Pioveva e i tavoli erano deserti. Sconfortata, colpevole, incazzata. Ecco come mi sono sentita. Mi sono incamminata attraverso le strade di pietra senza sapere bene cosa fare, e sono arrivata a casa di Rudy.

Mi sorride.

Mira que Josè te espera en cima a la escalera.”

Sorrido anche io, mentre mi racconta che grazie al padre di Gallardo è riuscito a farsi rilasciare dopo un paio d’ore. Bacio Rudy e corro alla scalinata.

Josè è lì, seduto, che mi guarda di sbieco come suo solito. Io penso che tra poche ore andrò via, ma per questo tempo tanto breve è bello sentirmi la donna di un uomo così.

 

L’amore, quando dura meno di tre giorni, è perfetto.

 

 

 

 

 

L’amore ai tempi del turismo sessuale,

ovvero un incontro ravvicinato con la policia rivolucionaria.

17 maggio 2012 ore 16.30

 

Il problema è che Josè Luis è cubano e io sono una turista. Punto. Il resto al poliziotto non interessa. Forse se io avessi detto qualcosa, se avessi protestato, se avessi fatto valere i miei diritti di turista europea, si sarebbe trattenuto. Invece non ho fatto niente di niente, sono rimasta, imbecille, muta, ad ascoltare la voce arrogante del poliziotto in borghese. I cubani queste cose non le possono fare. Il poliziotto si carica Josè Luis sul camion della polizia e se lo porta in centrale.

Rimango come una cretina, sulla spiaggia improvvisamente troppo fredda, incazzata con me stessa perchè di fronte a questa improvvisa rottura, di fronte al poliziotto che si porta via il mio innamorato pittore, mi è venuto il dubbio. Sì, mi sono chiesta se Josè Luis non mi avrebbe, prima o poi, messo le mani nel portafogli, se non mi avrebbe domandato un favore qualsiasi. Mi sono domandata se stesse veramente con me perchè gli piacevo. Mi sono chiesta se tutto quello che era successo fosse vero o non fosse una farsa che lui mette in scena puntualmente, una o due volte a settimana.

Per questo mi incazzo ancora di più, e mi verrebbe da andare alla centrale della polizia e mettermi a gridare in faccia al militare di turno che tutto questo è meschino, perchè avevamo una cosa bella e lui l’ha sporcata, l’ha sgualcita, l’ha rovinata, l’ha rotta. Si è preso Josè Luis e mi ha lasciata con un dubbio che mi umilia. Vorrei andare a gridarglielo, invece rimango come un’imbecille a guardare il mare, fino a quando il tassinaro non mi viene a raccogliere, a dirmi che è normale, che non devo preoccuparmi, che fra due ore lo rilasciano.

Mi porta a casa.

Mi stendo sul letto, mi sento come se non dormissi da giorni. Chiudo gli occhi. Mi tocco, all’interno della coscia sinistra, un punto che mi fa male.

 

Il problema, mujer, il problema è che non mi annoi”

Non ti preoccupare, non farai in tempo a crucciarti troppo, fra due giorni me ne vado”

 

Mi addormento senza accorgermene.

 

 

 

 

 

Gallardo, l’arte, le donne e il tamal,

pranzo di un giorno feriale.

17 maggio 2012, ore 13.35

 

Josè Luis mi aspetta davanti alla casa di Rudy. Il sigaro in bocca e lo sguardo laterale, come al solito.

Demoraste”

 

Mi lecca le labbra e mi tira i capelli. Io rido e mi divincolo. Guardo nella casa, dove ci sono tutti gli altri, ognuno impegnato in un’attività della mattina: radersi, dipingere, lavare la biancheria, raccontare l’avventura della sera precedente. All’ingresso c’è un quadro che Josè Luis sta ultimando. Prende un arancione a cera e comincia a tracciare le sopracciglia del suo Che di profilo. Penso che è vero, è vero quello che dice lui di sé stesso: Josè Luis ha una sola cosa, la pittura. E capisco che gli faccia schifo, a volte, dipingere tutti questi Che Guevara per rivoluzionari frustrati che non rinuncerebbero a un minuto della loro connessione wi fi però vengono a Cuba ad annusare quello che non avranno mai. A loro Josè Luis vende i suoi quadri, un po’ disgustato e un po’ sorpreso dalla quantità di danaro che riesce a guadagnare.

 

Gallardo si è fatto il bagno più lungo della storia, mi viene detto, perchè stasera ha appuntamento con l’austriaca che gli piaceva tanto. Forse questa è la volta buona che trova una fidanzata. Dopo il bagno ha cucinato pesce appena pescato. Ce n’è per tutti. E’ la prima volta che mangiamo. Pescado y tamal, fritti. Josè Luis ne prende un pezzo, lo divide e me ne mette in mano metà. Mi piace il modo in cui si prende cura di ciascuno, pure di me.

Andiamo a casa, o in spiaggia?”

Facciamo tutte e due le cose”

Per cinque pesos riusciamo a prendere un taxi”

Fatta”

 

 

 

 

 

Carlitos, il fratello che non guarderò.

17 maggio 2012 ore 11.15

 

Josè Luis sonnecchia con una mano appoggiata al mio fianco. Ogni volta che mi appoggia la mano sul fianco penso a quando l’ho guardato la prima volta e mi sono domandata che cosa avesse, quest’uomo, che mi attraeva così tanto. Ma è un attimo. Ci sono, sulla sua faccia, decine di strati di ricordi, rimpianti, sogni e fantasie appese alla mia vita passata. Forse è questo che intende lui quando dice “mi pare di averti già conosciuta”.

 

La casa, lunga e stretta, è caldissima e in penombra. Ovunque cavalletti, colori, pennelli e quadri non ultimati. I pantaloni di Josè, pieni di ditate colorate e seccate chissà quanti quadri fa, giacciono ai piedi del letto. Attraverso l’arco che separa la sua stanza dall’altra vedo Carlitos, i capelli riccissimi che si muovono inquieti, una mano tiene la foto e l’altra il pennello, col quale bombarda la tela. Mi piace guardare Carlitos che dipinge i suoi quadri fatti di lavoratori e strade, pennellate grosse e colori improbabili, pensati per turisti che vogliono riportarsi in Europa l’opera d’arte del pittore socialista, il dipinto dell’eterna classe operaia, e non hanno idea del buio, dei colori versati sul pavimento, del grillo nella tazza del cesso, dello zucchero che è sempre già finito, delle fotografie sezionate meticolosamente con la matita, del ron, della timidezza di Carlitos, della sua passione per Umberto Eco e del fatto che sia orgoglioso del suo nome, che significa uomo libero. E lui proprio così si sente, un uomo libero, che se ne è venuto a Trinidad da Cienfuegos perchè qui ci sono più turisti che vogliono comprare i suoi quadri, perchè i suoi amici della scuola d’arte se ne erano venuti qui prima di lui e perchè in fondo vendere un quadro a una tedesca sessantenne non è prostituzione peggiore del chiedere alla tedesca di cui sopra di comprare una bottiglia di ron in cambio di compagnia e sorrisi.

 

Carlitos, Josè Luis, Rudy e gli altri non hanno bisogno di fingere con le turiste sessantenni di essere attratti e innamorati. Vendono i loro quadri e le loro sculture, comprano sigari e ron, e si possono pure permettere di invitarmi a bere nonostante il mio imbarazzo, di offendersi se propongo di essere io a pagare, perchè tu eres bonita, y no necesitas jineteros.

 

Ho fatto del caffè, ne vuoi? Però non abbiamo zucchero”

A me il caffè senza zucchero piace tantissimo”

 

Ce ne andiamo in cucina a bere il nostro caffè cubano senza zucchero. Al di là della finestra una madre urla qualcosa di incomprensibile a un bambino che grida. Io non potrei stare qui, perchè a Cuba è proibito. Ma pare che stamane nessuno verrà a controllare se nella penombra di questa casa c’è una straniera che ha infranto le regole. Carlitos mi guarda con gli occhi verdi, profondissimi, e mi sorride. Non mi dice niente, perchè non c’è niente da dire.

(Te llamas Carla porque tu eres libre, como yo).

Josè Luis, amico, fratello, compagno di sbronze e di avventure, dorme ancora.

 

 

 

 

Piccolo intermezzo patetico:

L’inizio di un amore a scadenza ravvicinata.

16 maggio 2012, ore 20.12

 

Dimmi qualcosa della tua vita privata”

Io non ce l’ho, la vita privata.”

Vuoi del ron?”

Sì, ma mescolamelo con la gazzosa per favore. Dimmi qualcosa della tua”

Io mi alzo la mattina e dipingo”

 

 

Perchè mi guardi così?”

Perchè una donna come te non dovrebbe perdere tempo parlando con me di Corea del Nord e socialismo.”

Se lo pensi davvero mi alzo e me ne vado. E’ un attimo. Sono una turista trentenne da sola a Trinidad, non faremo nemmeno in tempo a salutarci che sarò già attorniata di jineteros”

Sei un ciclone”

 

 

Dimmi un difetto che hai”

A volte mento”

Tipo, mi hai già mentito?”

Sì, quando ti ho detto che volevo andassi via”

 

 

Devo andare a casa, ma torno in un’ora al massimo.”

Torni, davvero?”

Sì”.

 

Josè Luis mi guarda per la prima volta fisso e diritto, non come ha fatto fino ad ora, lanciandomi occhiate di sbieco da dietro gli occhiali. Mi mette una mano sulla vita.

Mi sto innamorando del pittore che fuma sigari. Delle sue occhiate di sbieco. Del modo in cui si prende cura di Carlitos e un po’ lo rimprovera. Delle continue citazioni da Silvio Rodriguez e Josè Martì. Della sua inquietudine. Di come all’improvviso mi ha guardata e mi ha desiderata.

 

Il mio amore totale e a appassionato durerà trentasei ore. La durata perfetta per un amore senza disillusioni e ferite.

 

 

 

 

 

Io e i due fratelli. Ricordi di vite passate.

15 maggio 2012, ore 23.55

 

Carlos mi racconta della sua vita a Cienfuegos, di quando insegnava disegno ai ragazzi e andava a scuola in calzoni corti per dimostrare che un uomo può essere rispettabile anche se non ha i soldi per comprarsi i pantaloni lunghi. Mi diverte Carlos, mi diverte la sua timidezza e pure la sua allegria. Mi diverte il suo entusiasmo. Adesso che è un po’ ubriaco tende ad aumentare leggermente la portata delle sue imprese, ma quale maschio non lo fa? Sono abituata, e almeno le avventure di Carlitos sono appassionanti. Mi domanda della Corea del Sud, mi chiede quando partirò per il Nord. Non riesce proprio a capire perchè non voglia fare l’attrice. Allora gli faccio i conti delle mie spese mensili e delle mie entrate. A quel punto tace, mi guarda fisso.

 

que pasa Carlos?”

estoy assustado. Pero me gusta. Assustado y feliz”

 

Sorride. Di fronte a lui, Josè Luis ci guarda di sbieco e fuma il suo sigaro.

 

Mi piacciono, Josè Luis e Carlos. Sembrano proprio fratelli, anche se non lo sono. Abbiamo continuato a bere ron tutta la sera mentre turisti impazziti ballavano salsa e bevevano mojito. Abbiamo fatto tornei di morra cinese e sperimentato variazioni nella percentuale di refresco da aggiungere al ron. Mi hanno fatto scoprire che i cubani non sono tutti come quelli che ho incontrato a La Habana, e per questo mi sento grata e felice. Ogni volta che ho provato a pagare per loro si sono così offesi che ho desistito, e ora sono troppo ubriaca per insistere.

Per come stanno le cose Josè Luis adesso dovrebbe prendere il cappello e i sigari e andarsene, lasciando il suo amico a lavorarsi la straniera. Invece no. Rimane anche lui, e io sono contenta. Mi piace guardarlo e scoprire che ascolta quello che dico. Ogni tanto lo punzecchio e lui fa finta di niente. Andiamo alla discoteca e continuiamo a parlare fitto tutti e tre di socialismo e politica internazionale, ma ormai l’unico argomento che tenga è il ron.

 

Alle tre decido di andare a casa. Mi accompagnano, entrambi, due autentici cavalieri di un mondo senza jineteros. Mi sembra di stare a Maratea a 15 anni, quando mi piacevano due fratelli e non sapevo quale scegliere.

 

La notte è tiepida.

Mi lasciano davanti casa e mi danno, uno alla volta, un bacio sulla guancia.

 

 

 

 

 

Trinidad.

Ciò che deve accadere accade.

15 maggio 2012, ore 18.00

 

Sono arrivata a Trinidad da poche ore e mi domando perchè Richetto mi abbia spedita qua. Sì, certo, la città coloniale è perfettamente conservata, i colori delle case basse, i sassi diseguali, le stradine in salita, le chiese diroccate, la libreria, tutto è perfetto, irreale, senza tempo. Però mi sembra un grosso teatrino per turisti e soprattutto per turiste di mezza età che arrivano qui per ballare la salsa in piazza accompagnate da amanti raccattati in cambio di bottiglie di ron e sigari. A tutto questo penso mentre mi siedo da sola a un tavolo della casa della musica. La maggior parte dei tavoli è ancora deserta. Una coppia di turisti tedeschi beve mojito in un angolo. Un gruppo di cubani del posto, tutti maschi, si gira all’unisono a guardarmi.

 

Il più anziano mi invita a unirmi alla loro tavola. Gli faccio cenno di avere pazienza. Ho bisogno di respirarmi un pochino la città, non sono pronta a fronteggiare gli attacchi professionali dei locali. Bevo birra mescolata a gazzosa proprio come a Lisboa, a Maputo, a Ilha do Moçambique. Ascolto i musicanti che si preparano al concerto della sera. Mi guardo intorno. Il tavolo al quale sono stata invitata è popolato da una quantità di maschi diversi. Il più anziano gesticola in maniera singolare e un po’ affannata. Un nero altissimo beve tukola. Uno col cappello si guarda attorno come fosse un gatto. In piedi dietro di lui uno in camicia fa girare il ron nel bicchiere. Un mulatto dagli occhi verdi e profondissimi conversa con agitazione. Di fronte a lui, un bianco col cappello e gli zigomi da cinese fuma sigari guardandomi di sbieco.

 

Si chiamano Ismael, Gallardo, Luis, Rudy, Carlos e Josè Luis. Sono pittori, scultori, amanti del ron, della vita e delle donne. Sono arrivati a Trinidad dopo la scuola d’arte perchè qui riescono a vivere del loro mestiere. Ma questo io non lo so ancora, perchè non ho parlato con loro e sono seduta al mio tavolo mescolando birra e gazzosa.

 

 

 

 

 

 

(una lagrima sul viso, parentesi amorosa delle 02.34.

18 maggio 2012. ore 02.34, per l’appunto).

 

Rimani un giorno in più, solo un giorno in più e poi te ne vai.”

Davvero lo vorresti?”

Mi afferra il collo come ha fatto in questi giorni ogni volta che mi ha desiderata

e mi guarda, fisso.

Non ti ho detto di rimanere qui per sempre. Un giorno, un altro giorno e basta”

Il resto non si dice, il resto non si racconta.

Trinidad attorno a noi è silenziosa e fresca di pioggia.

Un cane passa in cerca di cibo.

Dal CuPet arrivano musica e voci in spagnolo e inglese mescolati.

Le stelle non si vedono, io non le cerco.

Adesso me ne vado e non mi giro, che queste cose non sono per gente come noi.

Te quiero”.

Metto la chiave nella serratura mentre Josè Luis, il chino che fuma sigari,

il pittore che non riesce a finire le sue citazioni,

si allontana verso una Trinidad che non conosco.

No responses yet

Next »