Archive for the 'viaggi' Category

Set 08 2010

il mio incubo ricorrente si chiama roma

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, lavoro

Quattro anni fa cominciò tutto così, con questa faccenda di andare a Roma. L’avevo preparata benissimo, con garbo delicatezza e decisione. Lasciavo tutto, Padaniacity e tutto quello che significava, i compagni gli amici la roba e tutto il resto lasciavo persino un lavoro di quelli conpossibilitàdicarriera che a volte ancora oggi, quando ci penso, un po’ mi pento.
Epperò proprio avevo deciso di andare, avevo deciso. Mi sentivo giovanissima improvvisamente, indossavo un vestito verde che ho buttato la settimana scorsa, e gli stivali marroni che avevo comprato all’outlet di nonsocchè.
Tutto così cominciò, sul treno per Roma, che era ottobre.
Ci andavo spessissimo, a Roma, e quell’ottobre ci andai volte tre, una volta dopo l’altra, per fare cose, chiudere aprire informarmi sondare il terreno. Mi sembrava bellissima, Roma.

Non ci sono mai arrivata. E la storia la sappiamo tutti, la sappiamo in troppi.

Un amico che al contrario di me ci è approdato, alla capitale, per rimanerci, proprio qualche giorno fa mi ha detto beh, sarebbe forse il momento di ripensarci e riprovare. Ma non vorrei avere un altro incidente di percorso sul treno.
E per questo la scorsa notte, mentre vegliavo un’amica in ospedale e non riuscivo a dormire in quell’innaturale silenzio fatto dagli impercettibili ronzii delle macchine, mi veniva in mente con angoscia l’idea che domani avrei dovuto di nuovo prendere il treno per Roma, proprio come quattro anni fa.

Ero là, stesa sulla poltrona, la mia amica dormiva di un sonno fragile e disturbato, io cercavo di scomparire nella crema delle pareti e mi tornava come piombo il pensiero del treno per Roma che avrei preso e di tutto il resto. Che lo so che è una stupidaggine, lo so. Ma a me mi fa stare ancora un po’ male.
E bevo mille caffè e fumo sigarette come mai ho fumato, e mi riempio le giornate e le nottate mi riempio la testa mi riempio polmonistomaco. Mi riempio che nei vuoti si annida l’angoscia di questi quattro anni ai quali adesso non riesco a dare senso, e tutto è confuso tutto sembra sbagliato a volte addirittura tutto sembra inutile.

Prima che io parta per Roma, prima che io parta per Roma, prima che io parta per Roma.

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Set 03 2010

thelma & thelma

Published by lucilla under carla, viaggi, vitantonio, bologna, amici, tour

viaggio allucinante, lungo, caldofreddocaldo, pioggia poi sole, mare in burrasca camion famiglie che un tempo erano felici, ex turisti depressi, mal di gola pizza acidità

viaggio d’ansia, telefonate contatti rabbia delusione incomprensione di nuovo quel senso di impotenza di perdita ineluttabile di nuovo quella mancanza incolmabile quel senso di aver mancato l’unico l’unico treno che fosse veramente per me

viaggio

che non mi capisco e non vedo l’ora che finisca

che l’amore dove sta

che penso ai giorni passati al Gibbo a Sandra a Boris e a Simo, che penso anche allo Shamano e a quanto sono fortunata ad aver incontrato queste persone, a quanto è stato intenso pieno eppure finito, finito, che rido ancora un pochino, che mi ricordo odori segreti e un letto in mezzo alla stanza, e Posillipo e il Morandini nel pieno della notte, noi affamati di film davanti alle pagine del dizionario che era come mangiarseli tutti, che penso a Secondigliano alla gita a quanto Boris sia quell’amico che non esiste più e per questo gli voglio ancora più bene

che mi torna nella mente lo Zio e mi fa ridere il pensiero di lui e di tutto il bene che siamo riusciti a darci e mi commuove il modo in cui siamo riusciti a lasciarci

viaggio

e poi arrivo qua a Bologna e penso questa dove dormirò stanotte è la casa della disfatta della solitudine della perdita

invece arrivo qui
e sono spiaccicata nel centro e c’è un’incredibile sconosciuta vita, gente che beve al baretto all’angolo, qualcuno fuma una canna alcuni ragazzi portano i baffi e i calzoncini corti, e io apro il portone di questa piccola casa piccola casa M I A

ed è bellissimo, cazzo, è bellissimo essere qui

è semplicemente, incredibilmente bellissimo

e ho voglia di ricominciare ancora di vivere di

ho voglia di stare in mezzo a questa bellezza di fine estate.

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Set 02 2010

reflex

Siccome mi si rimprovera che è brutto leggere le cose su internet e non saperle dalla viva voce di zia vitantonia, siccome non ho voglia di polemizzare e di spiegare per l’ennesima volta qual è la differenza tra quello che dico e quello che scrivo, siccome non ho tempo per false compassioni sull’onda dello “no zia non ci ricadere”, siccome questo e siccome quello, siccome è mezzanotte e vorrei andare a dormire ma prima devo assolutamente fissare delle cose su carta, siccome sono ancora piena di vita dentro di me e anche forse un po’ di alcool, siccome andare a Napoli è sempre un flash e questa volta lo è stato ancora di più, siccome questo e siccome quello

siccome comincio a scrivere a ripetizione le stesse cose e questo credo sia un segno della pesante stanchezza nonchè del rincoglionimento da fine estate

siccome settembre è un mese maledettamente pesante e bello e intenso e io ogni anno a settembre vorrei vivere con l’intensità che ho ritrovato in questi giorni

siccome non sono stupida anche se a volte sembra

siccome questo e siccome quello e con questo siamo a tre

siccome io ho paura ma anche no

siccome cel’ho sempre fatta e ce la farò anche questa volta

siccome in fin dei conti a 31 anni c’è molta gente che si sta appenappena affacciando sul mondo del lavoro e della vita adulta mentre io sono almeno dieci anni che faccio dentro e fuori, siccome comunque non sono sola, siccome in realtà tutti siamo soli e quindi io non sono più sola di altri e questo potrebbe sì essere un dato terrifico e amplificatore della solitudine d’ognuno ma d’altro canto ci mette tutti nello stesso saporoso polpettone di vita

siccome per fortuna la zia ha tutte le sue barriere le sue costruzioni i suoi carrarmatini superefficienti che manco a risico

siccome mi piacciono alcuni film ma non tutti, alcuni fumetti ma non il fumetto in genere, la droga ma non sempre e l’alcool ma non tutto, siccome mi piacciono le uova in pancetta e però vorrei anche essere vegetariana, siccome vivo di sregolatezze sognando l’equilibrio, siccome ho capito ormai

che sono così, ciclicamente avida di vita, vampira

e siccome lo so che non tutti sono in grado di fare i conti con questo, che non tutti sono pronti, che qualcuno potrebbe scandalizzarsi, incazzarsi, sentirsi deluso frustrato tradito

siccome questo e siccome quello

non scrivo quello che ho fatto in questi giorni.

Tiè.

Almeno, non ora.

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Ago 30 2010

cammino in un quadro di Dalì

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, tour

e questi giorni trascorsi si sono dilatati all’inverosimile, estranei sono diventati fratelli nel giro di poche ore, il paese -che all’inzio pareva piccolissimo- si è progressivamente espanso sotto i miei piedi fino a diventare un universo infinito.

Senza nemmeno rendermene conto mi sono svegliata e non avevo più addosso l’angoscia piombo che mi aveva soffocata fino alla sera prima. E così, semplicemente, ho vissuto per tre giorni e mezzo, improvvisamente di nuovo come mi ricordavo di poter essere, Carlarella.

Ho ricordato con una nostalgia dolce e densa eppure ero concentratissima nello stare tutta dentro le mie ore, io di oggi e io di cinque anni fa, ho intensissimamente vissuto eppure ero collegata alla me che temevo di aver perso.

Sono ancora io.
Mi rimangono adesso alcuni gesti segreti, un certo tono di voce dello Zio, e la sensazione di essermi ripresa qualcosa che mi era stato tolto non so nemmeno io come.

E, ovviamente, un down che metà basta, mescolato a una musica irresistibile.
Comincia proprio oggi la mia estate.

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Ago 27 2010

camere a sud

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, lavoro, tour

Infine sono partita in cerca di un sud possibile. Pochi soldi, pochi davvero me ne danno per queste repliche, ma il viaggio è pago e ne approfitto per vedere i resti dei pranzi domenicali della mia famiglia, nipoti col muso sporco di marmellate biologiche e sorelle che mi chiuderebbero volentieri a chiave nell’ultima delle madie in cantina.
Da Bologna sono partita di fretta, valigie chiuse e paura, troppa roba inutile in auto, sensazione di non sapere dove mettermi, verso il viaggio delle promesse non mantenute.
Prima tappa Firenze, per una notte con persone che non possono e non vogliono tradirmi, una passeggiata tra le oche e l’intimo racconto con l’amica dei progetti (suoi) delle fughe (mie) delle paure (di entrambe). Fichi non troppo maturi come piacciono a me e nessuno che mi dice di non prenderli che non sono pronti. Riparto nel silenzio di una casa ancora addormentata e mi fermo a Petriolo. L’unico uomo del mondo mi aveva promesso anni addietro di portarmici, alle pozze sulfuree nell’appennino toscano, ma poi le cose sono andate in altro modo e a Petriolo ci sono arrivata sola, ieri, in mezzo a famiglie che si cospargevano di fanghi odorosi come scoregge e uomini obesi che nuotavano placidi come trichechi nel fiumiciattolo. Non ho parlato con nessuno. Mi sono spalmata anche io e ho aspettato che il sole seccasse l’argilla. Mi ero illusa che mi portasse via almeno uno strato di pelle, quello più doloroso. E invece la pelle è rimasta, tutta. Con essa mi sono rimessa in viaggio fino a Capalbio, altra promessa mai mantenuta. Due parole, due, le scambio coll’autista della navetta, che mi riversa addosso la sua insoddisfazione di giovane apprendista licenziato troppo presto, io guardo la bistecchiera umana di fronte a noi e sorrido, spero che, almeno lui, abbia un buon ricordo di quest’estemporanea ascoltatrice. Mi assopisco sulla spiaggia in mezzo a gruppi di accaniti e pelosi giocatori di scopa. Mi sveglio e, a dispetto di tutte le mie aspettative, sono uguale a com’ero prima di dormire. Ricordo tutto. Nuoto un pochino. Bevo. Devo perfezionare la tecnica, lo so, è solo questione di esercizio e costanza. Provo un paio di telefonate. Parlare io, così, implorare ascolto, non voglio, non sono pronta. E d’altra parte si sa, amici e parenti non sono veggenti ma solo pettegoli. Forse sono io, che ancora una volta non ho provato i numeri giusti.
Mi rimetto ancora in viaggio dopo essermi lentamente rivestita di fronte a due pelosi laziali dall’erezione che emerge dai costumi tremendamente alla moda cafona.

Ancora troppi chilometri davanti a me, e ogni camion che incrocio mi fa i fari e cenno di accostare alla prossima piazzola di sosta. Mi piacerebbe, una di queste volte, accettare l’invito del poveraccio di turno e metterlo implacabilmente di fronte alla tragedia della sua eiaculazione precoce. Potrei poi dileggiarlo rimettendomi in auto e lasciarlo lì, pantaloni calati, a vedersela con la crisi della sua virilità.
Ma adesso non ho tempo, proseguo attraverso il lazio, il grande raccordo anulare è un rally al quale volentieri mi sottrarrei, concentro il cervello e focalizzo entrambi i bulbi oculari, tempo venti minuti e sono fuori, verso Casino San Vittore e qui leggo le indicazioni per la maledetta terra natia. No che non mi fermo, devo andare più giù, ma mi prende un incontrollabile struggimento, come se davvero io, questo relitto legnoso che sono, avessi qualcosa a che fare con quella terra, con quella gente, qualcosa che va al di là di me e della mia volontà, qualcosa che chiama e che mi fa struggere come un imbecille cantore napoletano. Per fortuna già sono a Caserta Capua Napoli e poi, in men che non si dica, esco a Baiano e mi trovo a Quadrelle.

Quadrelle, chi mai pensava che avrei fatto una tournee a Quadrelle. Un tipo prova a dirmi in dialetto che gli piace molto Bologna e che spera vivamente che io capisca il suo dialetto perchè lui con l’Italiano ecco, proprio non ce la fa. Il pizzaiolo mi guarda come se fossi un’aliena quando gli dico che sono allergica al formaggio. La pizza costa tre euro e cinquanta. La filodrammatica locale prova sul palco centrale in attesa del debutto di domani. Io vengo accolta come una vera star nonostante la mia incipiente obesità.

Io sono la rivincita del karma sul genere umano

E la signora del bar ha accettato di farmi un caffè americano solo perchè sono forestiera.

Bontà sua. Forestiera a me stessa, mai abbastanza.

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Ago 17 2010

ovvietà

Published by lucilla under blog, viaggi, carla, vitantonio

Non ho le energie, non ho il tempo.
Ho in arretrato un diario del viaggio in Croazia, che vorrebbe dire mettersi là a scrivere degli otto giorni di viaggio con l’unico uomo del mondo, dettagliando la gita abbastanza da renderla interessante ma avendo l’accortezza di tacere tutti gli innumerevoli cambiamenti di stato, tutte le variazioni nella relazione e nell’umore, tutti i passaggi. A questa prospettiva allegramente rispondo no grazie, non ho voglia, in viaggio se è viaggio fuori non m’interessa, e adesso è tutto troppo in bilico e troppo delicato per parlare del viaggio dentro. No, grazie.

Ci sarebbe poi la settimana trascorsa in Sardegna facendo una volta tanto la vita dell’attrice, conducendo il mio bel laboratorio e facendo pure un paio di dignitosi spettacoli. Ci sarebbe da dire degli incontri, delle persone, degli sguardi, ci sarebbe da dire della mensa dei ritardi delle sigarette e delle risate. Anche degli stress ci sarebbe da dire, e del panino al tonno che mi hanno preparato il giorno della mia partenza che mi ha fatto uscire due lacrime sulla seggiola in aeroporto. Ci sarebbe da dire della difficoltà di guadagnare onestamente, di come sia facile buttare nel cesso una giornata di lavoro. Degli allievi ci sarebbe molto da dire, di come gli allievi sono sempre allievi e le dinamiche sono sempre le stesse eppure ognuno è convinto di essere unico. Così come io, quando ero allieva, lo ero.

Ci sarebbe da dire del ritorno dell’angoscia della casa di questo silenzio di questa asfissia e di tutte le decisioni che ne sono scaturite, delle sorprese, delle paure, di come mi senta che la mia vita si è improvvisamente resa autonoma da me, di come io stia a guardare, ad ascoltarmi, cercando di capire ciò che è bene, di come cerchi una volta tanto di mettere davanti a tutto me, me sola, e nulla e nessun altro. Di tutte le porte che sento chiuse, dei tentativi, della rabbia delle lacrime dell’incertezza.

Ci sarebbe da dire di quello che succederà a settembre. Di come mi manchi Londra. Di come mi sento che è tutto rovinato, e che non è vero che tutti possono fare tutto.

Di questo e di molto altro ci sarebbe da dire. Delle moltissime cose belle, e anche di quelle tristi, brutte, laceranti.

Infine ci sarebbe da dire di come vorrei cambiare questo sito e non ho tempo nè capacità.

Però adesso sto partendo per Cortina, e ci sarebbe anche da dire perchè e come ci sto andando, ma rischio già di perdere il treno e poi scusate, per i sei lettori al giorno che capitano su questo sito per sbaglio invece di andare su quelli di donne di successo che usano la loro vita privata per far soldi o su quello del grillo blaterante o su quello di vattelappesca ecco, per quei sei lettori, adesso non vale proprio la pena di perdere il treno.

Spero che i miei sei lettori (uno in più di Manzoni, non so se mi spiego) possano capire.
Ma ritornerò.
La vitantonia non si ammazza così facilmente.

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Lug 11 2010

una estate (parte prima)

Published by lucilla under viaggi, carla, vitantonio, famiglia


Quando ero piccola d’estate andavamo a mare a Lido Adriano. Lido Adriano stava sulla riviera romagnola ed era uno di quei posti dove i borghesi bene portavano le famiglie negli anni ottanta mentre, dietro la barriera del lungomare di lucine, quelli che venivano dall’Emilia paranoica di Tondelli e Ferretti cercavano l’eroina a poco prezzo. Ma la storia dell’eroina l’ho scoperta solo molti anni più tardi, quando mi sono persa dentro i racconti di Tondelli e delle sue autostrade incrociate.

Per me Lido Adriano era una cosa fantastica. Ci trasferivamo, letteralmente, alla fine della scuola. Partivamo la mattina presto, di sabato o di domenica, alla metà di giugno. Io non ho mai capito come facesse mio padre a farci entrare tante cose e tante persone, nella sua argenta, fatto sta che eravamo stipatissimi e facevamo vere e proprie carovane, con i nonni nel 131 dietro di noi e a volte anche gli zii nell’alfetta. Le macchine erano cariche all’inverosimile di canotti e conserve di pomodori e olio e provviste che ci sarebbero bastate tutta l’estate, perchè si sa, al mare le cose costano molto di più, allora mia madre portava tutto persino i pannolini per mia sorella Erika, era un vero e proprio trasloco che avveniva ogni anno e in ogni caso in macchina c’erano sempre molte più cose e persone di quante non avrebbero potuto starcene. Io trascorrevo la notte prima quasi insonne, che non vedevo l’ora di arrivare a Lido Adriano e farmi un bagno e ritrovare gli amici dell’anno prima. Partivamo sempre troppo tardi rispetto alla tabella di marcia di mio padre. Lui diceva che era colpa di mia madre. Lei ribadiva che era colpa delle bambine (cioè noi), che eravamo tre e doveva prepararci una dopo l’altra mentre noi facevamo casino. Ma alla fine partivamo e il viaggio in macchina aveva delle regole precisissime alle quali ottemperavamo scrupolosamente. Erano previste due fermate in autogrill, una all’altezza di Pescara e una prima di uscire a Ravenna. L’autogrill era una specie di zona franca in cui potevamo fare tutto quello che di solito era categoricamente proibito tipo mangiare i cipster, che costavano tantissimo ma erano favolosi, favolosi, e in via del tutto eccezionale mio padre ce li comprava. A volte ci comprava anche il gelato, io mi prendevo il cornetto algida, che prima c’erano solo due cornetti, mica come adesso, c’erano solo il gran rico all’amarena, che era il preferito di mia mamma, e il cornetto algida, coi croccantini e tutto, e il cono che puntualmente si spezzava a metà e il cioccolato fondente che stava sul fondo ti si squagliava sulle mani prima che tu potessi fare qualcosa per arginare la tragica colata. Mia sorella Rossella prendeva il cucciolone. Anche mio padre voleva il cucciolone. Erika era ancora piccola. Se c’era mio nonno lui voleva la coppa del nonno. Io ero convinta che la coppa del nonno potessero prendersela solo i nonni, per questo si chiamava così. Poi facevamo la fila al bagno e i bagni erano sempre uno schifo, stipati e puzzolenti, mia madre ordinava di non sedersi assolutamente e fare la pipì era veramente un’acrobazia che richiedeva una concentrazione non indifferente. Ma una dopo l’altra ci cimentavamo in questa insolita arte circense e ci rimettevamo in macchina. Un caldo che non te ne dico niente, l’aria condizionata non sapevamo manco cosa fosse, mio padre appiccicava sui finestrini una specie di tendina con la ventosa che serviva a farci un po’ di ombra ma puntualmente si scollava e mi cascava sulla testa proprio mentre prendevo sonno. Se non dormivamo mio padre metteva della musica. Avevamo quattro cassette ovvero: le quattro stagioni di Vivaldi, che mio padre metteva e accompagnava con un commento fuori onda tipo “e queste sono le foglie che cadono in autunno, questo è un povero uccellino che non è riuscito a migrare e sta morendo coperto dalla neve, questa è la prima gemma di primavera” e cose del genere e guai a lui se provava a improvvisare, sapevamo tutto a memoria e il commento fuori onda doveva essere sempre esattamente lo stesso. Le altre cassette erano gli Intillimani, che io cantavo inventandomi le parole, Adriano Celentano e Lucio Dalla. A me piaceva soprattutto “ma come fanno i marinai” anche se diceva una parolaccia, cantavo tutto e pudicamente mi censuravo nella parte in cui avrei dovuto dire “sotto la luna puttana”. I miei apprezzavano la mia autocensura.
Se non c’eran le cassette o se le avevamo ascoltate già troppe volte o se la radio era troppo calda e la cassetta cominciava ad andare al rallentatore allora cominciavamo i giochi. I giochi erano assolutamente giochi a scopo didattico che servivano a non farci dimenticare tutto quello che avevamo imparato a scuola. Sostanzialmente mio padre faceva delle domande e i passeggeri dovevano rispondere, adulti e bambini insieme, nella stessa gara, senza pietà. I quiz potevano avere diversi oggetti ovvero:

  • le targhe delle città

  • gli affluenti del Po

  • le provincie di una regione

  • i fiumi di una regione

  • un certo numero di parole che contenessero una tal consonante o vocale

  • un certo numero di parole che facessero rima con cose improbabili

  • i re di Roma e domande di storia collegate all’impero romano e in particolare alle guerre Puniche che erano il punto forte di mio padre

Quando eravamo tutti troppo cotti dalla stanchezza, dal caldo e dalle risate (rimane famosa la risposta che mia sorella Rossella detta Fuego diede alla domanda “una parola con tre f” “fraffo”) cominciavano gli indovinelli in dialetto. Non importa quante volte mio padre facesse gli stessi indovinelli. Noi non indovinavamo mai. Per esempio per interi anni non sono riuscita a indovinare “e gavt quant’a nu gall e te’ la pedata d’nu cavall”.

Dopo gli indovinelli ci provavamo negli scioglilingua tipo ienn menenn melun cuglienn, e lì mia madre scoppiava in quella risata a cascatella, incontenibile, e diceva che le scappava la pipì.

E così ci passavano anche le code in autostrada, le gomme bucate, e i kilometri che non finivano mai.

A un certo punto arrivavamo a Lido Adriano e si sentiva un odore di smog e di mare che era bellissimo, bellissimo, ed era commovente che il bar sotto casa era sempre lì e aveva anche un videogioco nuovo, e la casa, la casa era sempre lì, con quel cortile di brecciolato e quei garage marroni mezzo arrugginiti e la porta dell’ascensore che quando si chiudeva faceva “parumpum”.

Continua…

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Lug 04 2010

speriamo che sia il programma fastwash delicate

Non ci posso proprio credere che una settimana fa ero in un parco di Old Street a cantare a piedi nudi e adesso sono qui con questo buio inodore che mi si staglia davanti, oltre la porta dello studio del mio fidanzato che non c’è e chissà quando tornerà.
Me ne sto in questa casa e ho fatto di tutto per starci il meno possibile, non che la casa sia brutta non che ci siano i mostri no, non che questo buio mi spaventi. Perchè a me il buio non mi ha spaventata mai. Però questa casa è così improvvisamente densa di mancanze che io non ce la faccio e allora sono fuggita in giro per la penisola fino a quando ho potuto.
Venerdì vincitrice morale di un festival piuttosto bizzarro, mi sono portata via poca gloria e niente soldi. Per fortuna che Nathan è comparso e mi ha fatto da crocerossino per tutta la giornata. Ero uno straccio. Come sempre in questi momenti di grande sofferenza e confusione mi gonfio come un palloncino pieno di inspiegabilità, e mi fanno male i denti. Un male leggero e costante, come un sottofondo di rabbia inespressa.
Ma già sabato mattina ho deciso di dedicarmi all’amore e non al lavoro, che mi pare di aver capito che il lavoro quest’estate non mi darà grosse soddisfazioni. E allora sono letteralmente scappata a chiedere asilo politico ed emotivo all’Alice che mi ha accolta nella grande casa sotto Firenze, una casa piena di gioia, di galline, di persone e di colori che m’hanno rinfrancata. Alice mi ha regalato alcune perle di zootecnica e di botanica, m’ha spiegato il motivo assolutamente razionale per cui è convinta di essere la madre di tutte le sue oche, mi ha deliziata scorrazzandomi in automobile e proponendomi spericolatezze di cui mai l’avrei ritenuta capace. E poi c’era anche Vanessa che chissà quanti anni erano che non la vedevo, quanti anni che non ci parlavo, ma la magia è scattata così come a volte mi accade coi vecchi amici, e Vane ci ha illuminate a riguardo delle immense declinazioni possibili nella parola coppia. E loro, e gli altri splendidi abitanti della casa, e Nathan che è tornato in serata dopo che io e Alice avevamo intrepidamente montato un nuovo barbecue, m’hanno ascoltata e m’hanno parlato, semplicemente m’hanno accolta e mi sono sentita che un pronto soccorso così era proprio ciò di cui avevo bisogno.
E anche oggi solo con amici stretti sono stata, solo in parole senza doppi sensi, solo in situazioni dove non temevo.
Consolazione, accoglienza, sole, di questo ha bisogno la mia paura per dormire.
Il mio fantasma è molto più grande di me.
Niente mi appartiene se non vestiti che mi vanno troppo grandi o troppo piccoli, e le scarpe improvvisamente sono tutte rotte, e non è una metafora. Provo a immergermi in una compulsiva lettura dei quotidiani meno attaccati dalla censura, ma mi perdo nei coccodrilli di Pietro Tarricone e nel necrologio della libertà di stampa. Mi sconsolo presto, prestissimo, non riesco ad arrivare alla pagina della cultura. Tanto meglio, mi par di capire. Ma da qualche parte devo cominciare. Da qualche parte devo ri-cominciare, e non so da dove. Allora mi attacco agli amici e domando avidamente racconti di questo anno di vita loro che ho perso.Eppure non mi basta.
Sono di nuovo nella lavatrice, e non ho idea di che lavaggio sia in corso.

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Giu 29 2010

la lingua giusta dell’addio/the right language for farewell

And I find myself walking in this unexpected peace, one o’clock in the morning and the last evening is gone, and it’s gone forever, and I don’t know how many other last evenings I’ll have to join during the forthcoming years, but what’s the meaning of writing in English if already I’m half gone?

un piede di qua e un piede di là, barcollo in questa assenza bagnata
la notte è calda e meriterebbe uno dei miei exploit più naif, potrei forse danzare davanti alla vecchia volpe che è l’unica spettatrice dei miei ultimi passi notturni, invece continuo a camminare, lentissima, una gamba davanti all’altra, un piede dopo l’altro, sento il fruscio del vestito che si mescola con la musica che mi ostino ad ascoltare perchè questa pace così repentina non la voglio sentire, attorno a me. Non voglio ascoltare non voglio guardare, il profumo dei fiori di questa stradina non lo voglio sentire più, perchè tutto è già mancanza, tutto è già una storia d’amore finita male dal principio, che lo sapevo, lo sapevo che non era per sempre, che manco nella pubblicità dei diamanti, voglio dire, no che non era per sempre, nella mia vita per sempre non c’è mai stato niente figuriamoci poi quando sono proprio io a decidere la lunghezza delle cose. Sono diventata la parca di me stessa. Per evitare che sia qualcun altro a tagliarmi i fili dell’esistenza arrivo io, per prima, implacabile come uno dei lugubri corvi della regina che mi hanno fatto compagnia in tutti questi pomeriggi londinesi mentre aspettavo il nobile indoinglese che usciva dalla sua costosissima scuola privata davanti alla cattedrale di St Paul.
E così avevo deciso mi do un anno, un anno a Londra, poi rientro poi basta sarà una parentesi, così mi ero detta, una parentesi una specie di regalo. Non avevo pensato a quante rivoluzioni ho fatto in questi mesi, ogni mattina sulla bicicletta più pesante del mondo a tagliare lo smog e l’indifferenza dei negozianti turchi affacciati dalle loro botteghe su Green Lanes. Non ci credevo davvero, che ogni pedalata fosse una piccola impercettibile rivoluzione, e invece era proprio così, e ogni rivoluzione si porta morti e feriti e a volte sono morti e feriti che non c’entravano niente sono pezzi che cadono solo perchè non hanno tenuto il ritmo sono le così dette vittime civili sono quelle che in fin dei conti non ci stavano capendo un emerito niente, della rivoluzione, e forse per loro, in fondo, non avrebbe poi fatto una gran differenza vivere senza la rivoluzione ecco questo penso

che dentro e fuori di me ci sono decine e decine di queste vittime civili e io sentitamente porgo le scuse di stato ma di più non posso fare perchè la rivoluzione esige i suoi morti, hanno voglia a venirmelo a raccontare i portoghesi, che la rivoluzione dei garofani ha fatto un morto solo, non è vero, ne sono morti molti molti di più prima e dopo silenziosamente sono morti anche solo perchè non sapevano accettare

Adesso improvvisamente mi gira attorno una zanzara, la prima zanzara che io abbia mai visto a Londra e mi domando che cosa ci fa, la zanzara, sveglia a quest’ora, mentre io scrivo innumerevoli testamenti e una parte di me, una parte piuttosto grossa, vorrebbe buttare la valigia e tutto il suo contenuto una grossa parte di me se ne frega della valigia dei vestiti del computer una parte di me vorrebbe andare via e lasciare tutto qui perchè la marea di oggetti che mi trascino pesantemente è una marea di nulla, un nulla denso e inutile che non contiene in sè nessuna delle cose delle persone che ho trovato qui, e mi viene una rabbia tale che vorrei prenderla a calci, la valigia piena di nulla insaccato stipato chiuso faticosamente un nulla ingombrante non c’è che dire un nulla che pesa almeno due decine di chili.

Che me ne faccio, delle cose, se sento che non lo so, dove voglio metterle? Che me ne faccio di questi vestiti se non so quando indossarli?Perchè ho tutti questi oggetti assolutamente privi di senso e non riesco invece a trovare uno straccio di contenuto e tutto è cazzo mi vengono le parole in inglese questa è la verità mi vengono le parole in inglese e stavo per dire meaningless e non mi viene, non mi viene il sinonimo in italiano, e però da un lato mi vengono le maledette parole in inglese ma dall’altro il mio inglese è oscuro e in parte incomprensibile dunque tanto vale tornare in un posto dove almeno ho l’illusione che si parli la mia stessa lingua, NO? tanto vale. Ecco cosa dico. Dico che tanto vale. E invece non vale tanto non vale uguale non vale e basta.

Mancano poche pochissime ore a questo ritorno che mi porta verso un ignoto ancora più profondo di quello che lascio.
Troppe poche ore mancano a troppe persone non ho detto addio e quelli che mi hanno salutata tutti mi hanno chiesto quando ritorno, eh, quando ritorno? E io non lo so, se ritorno, se ritornerò mai, perchè in verità io non sono mai tornata da nessuna parte, sono sempre andata in luoghi nuovi e non lo so, se questa volta ritorno

mi si chiudono gli occhi e dovrei dormire ma una volta che avrò deciso di farlo ecco sarà terminata anche quest’ultima notte di interrogativi esistenziali che manco nel peggior bignami di filosofia

allora lo faccio chiudo questo post spengo il computer mi lavo persino i denti e mi metto a dormire a dormire che tanto una dormita vale l’altra e forse domani non mi sembrera’ poi tanto terribile.

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Giu 28 2010

la verità

è fottutamente difficile e doloroso ecco cos’è. Ho un pezzo del mio cuore che si è nascosto in questa città e non riesco a ritrovarlo per riprendermelo e portarlo a casa. Sono arrivata, ho fatto tutti i casini che avrei potuto fare più qualcuno che non avevo preventivato, ho attraversato tutte le fasi del manuale del migrante e adesso ho una valigia gigantesca piena di cose di cui fondamentalmente non me ne frega niente, ecco, ma pesa pesa la stronzissima valigia e non lo so nemmeno io perchè mi sono intestardita a riportarmi indietro tutti questi inutili vuoti pesanti oggetti. Che cosa me ne faccio.
Adesso sono qui nella stanza che ho amato che ho odiato, che avrei voluto condividere col mio uomo e invece non cel’ho fatta così come evidentemente non cel’ho fatta a condividere sufficientemente quest’anno, me ne sto qua e c’è una stranissima puzza di gomma che non so manco cosa sia e ho cose cose cose su cose cose sparse dappertutto e ho cercato di lasciare questo e quello ma comunque trattengo troppo con me, troppo trattengo e intanto quello che dovrei riportare a casa quello non lo ritrovo.

L’ho perso.

Sanguino.Perdo pezzi di me che dovrei tenere ben stretti. Sanguino e mi sento come se camminando stessi lasciando una tremenda scia di sangue e organi e pezzi di carne viva che sono io.
Ed è una sensazione che si, ricordo, lontanissima, ma pensavo mai più l’avrei provata. Questo distacco che pensavo festoso che avevo programmato felice si trasforma in un circo di piccole tragedie di innumerevoli numeri riusciti male.
Ho dentro di me trapezisti che si rompono gambe, giocolieri che mancano la clava, leoni che si bruciano la pelliccia, e poichè mi sembra di non essere in grado di vivermi le cose nella loro densità dolorosa mi rifugio dentro questa immaginaria combriccola grottesca che, comunque, continua lo spettacolo fino alla fine.

Non lo so, non lo so cosa sia successo in queste ultime due settimane ma a un certo punto mi sono resa conto che non era vero, non era vero che non mi fossi lasciata toccare, non era vero che fossi incolume, non era vero nemmeno un po’, perchè questa città-macelleria mi ha riempito le narici per un anno e mi ha irreparabilmente cambiata e adesso ecco, adesso non lo so cosa voglio, che uno dice vabbè quello anche prima, si lo so anche prima ma adesso in più c’è che sento che non voglio più quello che volevo prima e mi sento che nonostante la sofferenza e la solitudine questo anno difficilissimo mi ha dato qualcosa di indescrivibile e di prezioso e cioè mi ha fatto vedere sulla mia pellaccia di mulo testardo quale sono che ce la posso fare anche da sola, in qualche modo. Che a uno può sembrare scontato ma invece per me non è scontato per niente e allora con questo ritorno e lo so che sarà dolorosissimo lo so.

E dunque ieri abbiamo concluso questo anno di scuola con uno spettacolo allucinante, la gente all’impiedi in platea e sui palchetti batteva le mani come impazzita e noi grondavamo sudore misto a trucchi e i miei baffi finti bruciavano non più neè meno del naso posticcio di uno e della parrucca dell’altro, e ho guardato i miei maestri e volevo piangere, ecco cosa volevo fare, volevo piangere e che loro mi vedessero piangere di gratitudine e di rabbia e di amore prima che fossimo tutti troppo ubriachi. Invece non ho pianto ma ho ballato con tutti e con tutte anche con quelli con cui non ho mai avuto uno straccio di relazione ho ballato e poi a un certo punto ho cantato. Non avevo mai cantato per i compagni di quest’anno mi ero tenuta il mio segreto ben stretto invece ieri sera in un parco a piedi scalzi ho cantato e i compagni e le compagne hanno ballato mentre cantavo per loro.

Fino a che non è arrivata la polizia. Che erano le tre ed eravamo pur sempre nel centro di Londra, non era polite. Abbiamo riso mentre tutto il parco popolato da sconosciuti si rammaricava che dovessimo lasciare la piazza e ci ringraziava per la nostra musica.

Tant’è. Volevo venire a Londra, poi ci sono venuta e sono stata bene e sono stata male e ho perso moltissime cose moltissime e non le avrò mai più ma altre ne ho guadagnate. Poi me ne volevo andare. Ma mi ero imposta di restare. Mo me ne devo andare. E volentieri resterei. Quanto so’ rincoglionita mioddio quanto.

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