Archive for the 'viaggi' Category

Gen 23 2014

risonanze di poesie altrui

 

Le quattro.

E mi pare di stare in un fumetto di Andrea Pazienza. Con la differenza che fuori non ci sta un paese in rivoluzione ma un’intermittenza di lucine che inneggiano al capitalismo di stato. Sono sveglia da sempre e non capisco dentro di me che ore sono. Allora proseguo con le analogie tra me e Penthotal con la differenza che lui aveva il pigiama a righe, io ho il completino da sci della columbia di quelli che raddoppiano il calore del corpo perchè porcomondo ci sono meno dodici gradi e si sente.

Ricomincio.

 

Le quattro. 

La casa vuole ucciderci tutti col boiler.

Rumori inquietanti, trombette e scoreggioni si alternano a un ritmo poco rassicurante che ricorda un treno a vapore. Andiamo sempre peggio. Ieri niente acqua calda, oggi niente riscaldamenti, domani mi toccherà andare alla sauna, se sopravvivo a questa notte infame che.

Ricomincio.

 

Le quattro. 

La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no.

Insomma tutti meno che io. Persino la portinaia di guardia, che lei no, non dovrebbe dormire. Sono sicura che sia là abbacchiata tra il telefonino quattromilaggì e la tivvù. Ogni tanto alza un sopracciglio a ritmo con la vibrazione che le annuncia che un suo amico sul feisbukk cinese ha commentato il suo ultimo stato. Prima della fine del turno ordinerà un carico di glutammato a domicilio per darsi la carica.

Ricomincio.

 

Le quattro.

 La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no.

 Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato. Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi.

Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla.

In endovena me la dovrei fare. Ma la camomilla sogni d’oro a quest’ora della notte non la trovo da nessuna parte, mica sto in una casa di studenti a Bologna. Il supermercato per extracinesi chiude alle undici sissignore e riapre alle dieci del mattino dopo che tutte le cassiere hanno officiato il balletto motivazionale di rito.

Ricomincio.

 

 

Le quattro.

 La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no. 

 Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato. Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi. 

 Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla (…) 

E se invece mi facessi una canna? Una canna e una sega, così non mi alzo.

Mi ricordo all’improvviso che non sono Andrea Pazienza e che vorrei semplicemente, prosasticamente, fumarmi una sigarettina. Una di quelle sigarettine che mi giravo io da sola, una di quelle sigarettine innocenti. Che poi proprio in questo momento mi ricordo con chi avevo cominciato a fumare le sigarettine. E mi pare un caso beffardo che esattamente adesso che le sigarettine sono uscite dalla mia vita lo sia anche lui.

Che Pazienza glie lo avevo prestato io. E Tondelli. E tutto il resto. E vabbè.

L’unica cosa che ho trovato nel frigo è un rimasuglio di baileys. Allora mi scaldo un te liptoniellouleibel e ci metto in cima tutto il baileys che posso. Mi faccio il te corretto. Prima di andare in scena d’inverno me lo facevo sempre. Durante le interminabili prove tecniche con i loro intervalli infiniti, vuoti di senso e creatività all’interno dei quali nessuno faceva niente e tutti aspettavano che qualcun altro facesse qualcosa.

Ci guardavamo le punte delle scarpe e giravamo le nostre sigarettine. Fumavamo tutti le stesse, ora che ci penso, ma per vezzo si cambiava marca di cartine o di filtri. C’erano quelli francofili che volevano le occibbì. A me mi piacevano le rizzlargento. Sottilissime, che al contatto con la saliva diventavano subito trasparenti.

I filtri mi piacevano ultraslim, perchè la sigarettina doveva risultare elegante.

Mi ricordo di una volta che uno da me amato si appoggiò al portone di un centro sociale. Il portone era aperto e io stavo davanti al bancone a parlare. Lui plasticamente aderito al portone mi guardava e insieme si girava una sigarettina. Mi guardò lunghissimamente. Fumava le stesse sigarettine che fumavo io. Lo amai a lungo. Più a lungo di quanto mi amò invece lui. La ricompensa per la mia costanza fu che il fantasma di lui morì dentro di me insieme al mio amore. Per lui invece fu diverso. L’amore per me passò a miglior vita assai presto, lasciandosi un ingombrante fantasma di me che ancora ogni tanto lo insegue, me nolente.

Ricomincio

 

 

Le quattro.
La casa cerca di ucciderci tutti col boiler.
Non a caso ho come una sensazione di…morte.
Ohi, vivo in termini di provvisorio.

Caduco. Bello caduco!!! caduco e temporale.

La mia faccia è tutta un dejavu. Dove l’ho già vista? il mio naso mi ricorda qualcuno. Chi? Domande senza risposta.

Forse ci godo a fare lo sfigato. Però mi riesce bene, sembro proprio uno sfigato vero.

Roberto dorme, Elia dorme, io no.

Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato.

Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi.

Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla.

Ora mi alzo. Ora mi alzo…al tre mi alzo…uno…due…tre….ora mi alzo.

E se invece mi facessi una canna? Una canna e una sega, così non mi alzo.

Occhei, non mi alzo più.

Sdraiato devo stare, a vivermi l’inchiodo”

 

Invece io sdraiata non ci voglio stare, che ho anche mal di testa e una serie di effetti collaterali da postrivoluzionaria in viaggio. Se solo potessi viaggiare in bisnissclass, se solo potessi viaggiare in bisnissclass sono convinta che questo maledetto jet lag postadolescenziale sarebbe più sopportabile. Se solo mi potessi fumare una sigarettina come in tutte le mie foto del passato. Se solo potessi andare al bar sotto casa a bermi un pernod. Non so manco cos’è il pernod ma fa molto Stefano Benni. Se solo potessi ricordarmi dove ho messo le cuffiette e guardarmi Downton Abbey come una vera cooperante. Se solo il mio innamorato fosse qui a ripetermi che sono un’autentica non fumatrice e che va tutto bene. Se solo mi potessi addormentare affianco a lui e sbavare amorosamente sul cuscino. Se solo non ci fossero questi undicimila chilometri. Se solo non mi fossi mai innamorata di nessun altro che di me. Se solo sapessi fare il mio lavoro. Se solo mia mamma e mio papà fossero due personcine un tantino più facili. Se solo non avessi mal di testa. Se solo non fossero già diventate le cinquettrentasette senza però portare con loro alcun tipo di risoluzione. Se solo la smettessi di usare la parola “riSoluzione”. Non era meglio quando parlavo di “riVoluzione”?

Quali sono le tue riVoluzioni per il 2014? La mia più grande riVoluzione quest’anno sarà… basta con queste risoluzioni, fa molto consiglio di sicurezza. A me il consiglio di sicurezza mi è sempre stato sul gozzo. Se solo la Francia non fosse un membro permanente del consiglio di sicurezza. Se solo la parola membro non mi facesse venire in mente giorni migliori in cui si faceva all’amore con passione e dedizione e disciplina. Se solo mi decidessi una volta, una volta per tutte, ad arrendermi a me stessa. Se solo le ragazze cinesi non camminassero in quella maniera così casuale e sgraziata. Se solo tutte le persone che ho provato a chiamare nei giorni passati avessero risposto al telefono. Se solo avessi risposto al telefono io. Se solo queste cazzo di lucine la smettessero di lampeggiare. Di lampeggiare. Se la smettessero. Lucine maledette.

 

Che fate voi, lucine, in ciel?

Che fate voi, silenziose lucine, ditemi che stracazzo fate?

Non era meglio quando c’era la luna?

Almeno era una, una soltanto.

Tirare sassi e bestemmie era, ne converrete o lucine, più facile.

 

 

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Dic 25 2013

Nessuno mi può giudicare

(pensieri prodotti il 16 dicembre, poco prima di rientrare nello stivale natio) 

Tra giorni pochissimi e ore 59 zompetto con grande eleganza sull’aereo che mi riporterà tra le braccia di Mamma Europa. Ella m’accoglierà alla frontiera, a Monaco di Baviera, quando con il mio passaporto europeo mi accoderò ordinatamente nella fila dei privilegiati, i cittadini con le stelle sul passaporto. Quando arriverà il mio turno sorriderò civilmente al biondo militare tedezzco che guarderà il mio visto e mi dirà “bentornata a casa”. Tratterrò a stento le lagrime di commozione e, visto che non fumo più, e non posso dunque rinchiudermi nelle gabbiette di vetro sponsorizzate dalla Camel, mi fionderò nel primo starbucks per comprare un americano tall, che diobon qualcuno un giorno mi spiegherà perchè il caffè piccolo da starbucks lo chiamano tall. Sorriderò anche alla lavoratrice precaria dello starbucks. Perchè a natale siamo tutti più buoni e anche io, anche io che per definizione sono una gran stronza, anche io a natale sono più buona, e sorrido magnanima alla precaria dello starbucks, la avvolgo nell’abbraccio che mi ha riservato Mamma Europa e mentalmente le dico di non preoccuparsi, perchè l’Europa ci salverà.

A stare troppo tempo lontani da quella catastrofe si finisce con il pensare davvero che sia un bel posto. Un po’ come quando si dice eh, come stavamo bene da giovani. Ah come rimpiango la giovinezza.

Col piffero che la rimpiango. Stavo malissimo, mi odiavo e odiavo tutti, il mondo era profondamente ingiusto e non sapevo cosa volevo, e se lo sapevo non sapevo come raggiungerlo, e nessuno mi prendeva sul serio, le droghe leggere erano illegali e l’equo canone era stato abolito. Vivevamo in appartamenti male riscaldati e non si poteva scaricare la musica da internet. Io i miei vent’anni non li rimpiango manco per un po’, perchè quando uno è giovane l’unica cosa che c’ha è la giovinezza. Il resto è uno sfacelo.

E così l’Europa. Ah come stavamo bene in Europa. Eh no. Io non ci stavo bene manco per niente. Una miseria l’Europa. Me ne accorgerò nel momento in cui la scoglionatissima lavoratrice precaria dello starbucks a Monaco di Baviera non ricambierà il mio sorriso imbecille, ma mi fulminerà con uno sguardo da 6 euro all’ora senza malattie né ferie pagate. In quel momento la smetterò di rimpiangere i fidanzati perduti e gli amici scomparsi, in quel momento elaborerò tutti i lutti che questa mia scelta ha comportato e tirerò un bel sospiro di sollievo perchè la lavoratrice precaria dello starbucks avrei potuto essere anche io e avrei dovuto dire ventiquattromila volte al giorno americano tall e mocha latte e caramel macchiato con un bell’accento del cazzo, per storpiare tutte le parole italiane come va tanto di moda.

Davanti alla lavoratrice precaria dello starbucks mi renderò conto che ne è valsa la pena, che tutti questi morti non sono morti inutili, e che quegli stronzi che hanno deciso di uscire dalla mia vita perchè sei troppo complicata e poi sei troppo lontana, quegli stronzi se ne possono anche andare a fanculo mentre io mi gusto il mio americano tall servito da una lavoratrice precaria. Ecco.

Per questo dovrò ringraziare la lavoratrice precaria dello starbucks, perchè lei rappresenta tutto quello che io non sono ma che avrei potuto essere in qualsiasi momento della mia vita.
E che sono stata per anni.

E che per non essere più ho un cimitero intero da piangere, e di molte morti non conosco la causa né la data.

E’ successo e basta, è il prezzo che ho pagato per stare dall’altra parte del bancone.

Immolerò tutti questi morti sull’altare del mio americano tall e forse finalmente la smetterò di sentirmi in colpa come se li avessi ammazzati io.

Non li ho ammazzati io.

Lavoratrice precaria dello starbucks.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte del bancone.

Ho fatto tutto il possibile.

Ci ho messo la faccia, il corpo, ci ho messo il teatro, me stessa ci ho messo, per anni, lavoratrice precaria.

E non ho vinto.

Ho perso, a dirla tutta.

Allora ho deciso di cambiare. Perchè se stai giocando e ti rendi conto che gli altri barano, e non riesci a rimettere le cose a posto, allora l’unica cosa è cambiare gioco.

Lavoratrice precaria, non mi fulminare con il tuo sguardo da 6 euro all’ora.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte e io da questa.

Ho fatto tutto quello che potevo. E tu?

Vuoi venire a visitare il cimitero dei miei morti?

(quiero que me perdonen los muertos de mi felicidad, cantava Silvio Rodriguez)

Non ti accuso di quelli.

Sono il prezzo che ho pagato io.

E’ meglio o peggio dei tuoi 6 euro all’ora?

Io non lo so, ma francamente sono felice di stare da questa parte del bancone, e questo americano tall che ho comprato ben sapendo che costa troppo, questo americano tall assolutamente iniquo, questo americano tall che costa quanto mezz’ora del tuo tempo, questo americano tall mi piace un sacco.

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Nov 28 2013

sapor di bottarga

La bottarga non l’avevo mangiata mai perchè da noi non esisteva. Me la immaginavo come una sorta di animale strano che i sardi mangiano crudo e sanguinolento, come si confà al loro temperamento focoso e originario, vagamente tendende al primitivo.

Poi una volta, erano i tempi in cui se aprivi un blog era capace che ti facevi degli amici e magari pure un innamorato via internet, una volta attraverso il mio primo blog entrai in contatto con un figuro, con un tale, con un valente cavaliere, insomma, con un uomo che venne fino a Padaniacity soltanto per andare a vedere la mostra di Venezia con me.
Adesso, io voglio dire, il maschio italiano ha tanti difetti, tanti. Potrei scrivere una lista da qua all’Italia, davvero, ma in una cosa è ineguagliabile: il maschio italiano, in fase di conquista, può fare di tutto. Ma veramente DI TUTTO. E questo ci vizia, a noi fanciulle italiane, che ci abituiamo a questo maschio che ci porta a cena sulla luna e ci ubriaca d’ambrosia, per poi trasformarsi in un mostro dopo due mesi di convivenza.

 Parentesi. Non accetto discussioni su quanto ho appena scritto. Lo so che ci sono dei maschi diversi, sebbene italiani. Non avete bisogno di ripetermelo. Se vi sentite attaccati è perchè avete la coda di paglia, e allora vi ci vuole uno psicologo bravo. Il maschio italiano, di norma, si trasforma in un mostro di pigrizia e disinteresse non appena terminata la fase della conquista. Maschio italiano, se pensi che non sia vero seducimi e poi trascorri con me tutto il resto della vita senza diventare stronzo, insolente, noioso, pigro, aggressivo, incapace di comunicare, disinteressato a me e alla mia vita e violento.

Fine della parentesi.
La bottarga. Allora questo mio amico-di-blog mi invitò, una volta, nella sua lontanissima metropoli. E io ci andai perchè sì. E mangiai la mia prima bottarga. Che non me la dimenticherò mai. Ero distrutta. Lavoravo a Prato e il giorno prima avevo fatto forse uno spettacolo, poi erano momenti in cui la denutrizione similtossica andava molto di moda e insomma, ero abbastanza patita, ma lui era così divertente, e la bottarga era così buona che dopo alcuni mesi chiamai la mia bicicletta Bottarga.
Su Bottarga sfrecciai per Padaniacity per mesi e mesi, anche se il mio amico-di-blog lo persi di vista per non pochi anni.

Giunse infine il momento in cui approdai all’isola meravigliosa che ancora adesso è la mia isola preferita. Un amico accolse me e quello stronzo che era il mio fidanzato allora, senza peraltro fare troppi commenti su quanto lui fosse insopportabile, e per questo lo ringraziai e lo ringrazio. L’amico mi fece mangiare nel centro storico di Cagliari, le anemoni fritte e la bottarga fresca fresca, che devi decidere tu quanta mettercene, perchè la bottarga è una questione privata.

Eh sì che lo è. Io amo il piatto ricolmo di bottarga, amo sentire gli ovetti sul palato a ogni boccone, amo percepire l’odore un po’ amarognolo che mi riempie le narici. Non mi piace “la spruzzatina” di bottarga. Non è per me. La spruzzatina è una faccenda borghese, delicata, come quelli che riescono a mangiare solo un cioccolatino. No, io voglio la scatola.

La Sardegna bellissima divenne presto la casa dove amavo tornare e dove mi sentii accolta come femmina e come attrice proprio nei momenti in cui la mia vita privata crollava e non capivo niente di quello che ero stata, di quello che ero, di quello che sarei diventata.
D’estate si andava a un festival teatrale meraviglioso, che incarnava proprio la mia idea del festival teatrale, come non ce n’erano più sul continente (che in sardo vuol dire “in Italia”). Si beveva acquavite e si mangiavano spaghetti alla bottarga, si prendeva il caffè al bar prima di andare a tenere il laboratorio o a montare per lo spettacolo. La vita era colorata, intensa, e impregnata del gusto di bottarga.

E quando per l’ultima volta lasciai la Sardegna pensando che ci sarei tornata presto (e invece, più), un’amica mi spedì a Bologna una bustina della bottarga migliore per darmi conforto in una casa che non sentivo ancora mia, in una città che mi ricordava troppe cose che non amavo e dove spesso non riuscivo a ritrovarmi.

Ora che sto qui, in Asia, la mia mamma mi manda ogni tanto un vasetto di bottarga. I cinesi secondo me inorridiscono all’odore, perchè loro non hanno niente di tutto questo. Lasciano che i pacchetti di mia madre passino la frontiera e la bottarga mi arriva fino a qui, dove ne mangio un pochino ogni volta che mi sembra di essere tutta sbagliata, così sbagliata da essermi meritata il maschio italiano di cui sopra.

La bottarga è una faccenda da sbrigare in solitudine, e io di rado la condivido. Soltanto una volta, quando mi parve di avere incontrato una pelle profumatissima e una voce che mi faceva sorridere, preparai sul terrazzo della mia prima casina una cenetta romantica a base di bottarga.

 

(Intesi come un segnale positivo il fatto che il proprietario della voce e della pelle
apprezzò la bottarga e me ne chiese ancora). 

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Nov 04 2013

fine di un’infanzia con relativo trasbordo in meridionia

A un certo punto, quando avevo più o meno dieci anni, le barbie cominciarono a perdere presa nei miei confronti. Mi ritrovai tutt’a un tratto a chiedere per natale una maglietta nuova, a implorare papà di lasciarmi crescere i capelli e a desiderare le scarpe da ginnastica con la stella che si chiamavano òlstar e tutti ce le avevano tranne me. Erano ancora gli anni ottanta ma stavano proprio per finire, insieme al muro di Berlino e a molte altre cose, alcune delle quali non posso fare a meno di rimpiangere, e infatti me ne sono venuta fin qua, nella bolla spaziotemporale dove il muro di Berlino non è mai crollato.

 

Ma insomma proprio in quegli anni, gli anni delle òlstar, i miei genitori presero l’abitudine, in settembre, di trascorrere una settimana a Maratea. Noi non eravamo abituate ad andare a Maratea. Eravamo cresciute sulla Riviera Romagnola insieme a quelli che mettevano l’articolo davanti al nome proprio e le spiagge di Maratea, blu come nella canzone di Modugno e profumate di timballi di pasta e frittate di cipolla, ci sembravano un carnaio rispetto alla delicatezza dei panini alla nutella e alla modestia delle merendine che circolavano sulla Riviera. A Maratea tutto era fatto con molti più decibel, a partire dalla mattina, quando si andavano a comprare NON i bomboloni alla crema MA i bocconotti, una delizia marateota che non saprei descrivere altrimenti se non come l’equivalente, a livello di gusto e contenuto calorico, del bombolone settentriota. Perà il bocconotto era molto più buono. A partire dal fatto che l’odore si sentiva dalla sera precedente, quando si passeggiava di fianco alla pasticceria Panza e dal retro della bottega arrivava il profumo di frolla e crema pasticcera. E allora si assaporava con delizia l’attesa della mattina, quando quell’odore sarebbe diventato il pasticcino rotondo sulla nostra tavola. E poichè eravamo al sud, di pasticcini non ce n’era uno a testa, no. Sul tavolo troneggiavano vassoi immensi con un numero imprecisato di bocconotti (papà diceva “vai e piglia quelli che ci sono”), e se ne poteva mangiare a sazietà. La regola, durante la settimana marateota, era che ogni desiderio andava soddisfatto.

 

A Maratea ogni atto per essere compiuto necessitava di uno spirito comunitario che ci era sconosciuto sulla Riviera Romagnola.  Si dormiva tutti in una stanza gigantesca, buttando giù degli appositi materassi, un po’ a casaccio. Non si stava mai nello stesso letto. Ci si addormentava un po’ dove capitava, a seconda dell’ora in cui si andava a dormire, e questo ci regalava ogni sera un brivido e ogni mattina un piccolo momento di spaesamento. La mattina i letti sparivano e la stanza diventava “il salone”, che dava a sua volta su un giardino dove vidi uno scoiattolo. Ma mia madre diceva fosse un topo.
Il bagno era uno e uno soltanto. Poichè in casa c’erano sempre tra le 10 e le 15 persone, e poichè ognuno doveva andare in bagno, prendere il caffè, mangiare il bocconotto, leggere Repubblica e il giornale locale, non si andava a mare prima di mezzogiorno. Si scendeva con le macchine e il frigorifero portatile pieno di timballi, frittate di maccheroni e altre deliziose untuosità che avremmo consumato lascivamente durante la giornata, per risalire poi, con calma e un po’ di pigrizia, dopo il tramonto.
Maratea stava a ovest, quindi il tramonto si doveva vedere per forza.
Papà e mamma a quell’ora andavano a farsi il bagno e noi non rompevamo le palle. Ce lo facevamo da un’altra parte. Il mare era bellissimo e pieno di pesciolini, che sulla riviera non c’erano. I pesciolini erano verdi e un po’ fosforescenti, nuotavano in gruppetti e noi li inseguivamo con le maschere.

 

A Maratea, all’inizio, o meglio all’inizio della fine della mia infanzia, si stava ospitati gentilmente dai migliori amici di mamma e papà, una coppia con cui loro amavano parlare di politica e di molte altre cose che adesso potrei descrivere come sogni, ideali, progetti, lotta, attivismo e molte altre cose che evidentemente con l’età sbiadiscono.
Essi abitavano in cima a una salita che si chiamava “la pendinata”.
La pendinata è, in assoluto, la salita più salita della mia vita. E quando bisognava farla in discesa ci si aggrappava a quel che si poteva sperando di non ruzzolare rovinosamente fino alla piazza che stava alla base della stradina. Io una salita come la pendinata non l’ho mai vista.

 

Non so come mai, ma oggi mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio indolenzito dal troppo esercizio fisico, a sua volta utilizzato come unica valvola di sfogo in questo novembre di incomprensioni e lontananze e cambiamenti repentini, oggi, mentre la dottoressa mi massaggiava il povero polpaccio, m’è venuta in mente la pendinata, in tutta la sua scoscesa meridionalità, e mi sono resa conto che la mia infanzia è ruzzolata proprio liggiù, una di quelle sere di settembre, alla fine degli anni ottanta.

 

 

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Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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Set 06 2013

sapore di sale

Published by lucilla under acqua, casa, viaggi, famiglia

Quando eravamo piccole si andava al mare per due mesi e forse più.

Perchè faceva bene alla salute dei bambini e perchè la nuova borghesia degli anni ottanta esigeva il soggiorno prolungato al mare, proprio come nell’Inghilterra dell’ottocento. Si andava ai bagni. Si partiva alla fine della scuola, metà giugno, in un’automobile incredibilmente carica di ogni tipo di bene o provvista.

Si attraversava l’Italia verso la Riviera Romagnola.

Mamma faceva i panini con la frittata ma la cosa più bella era la fermata all’autogrill con la scritta Alemagna, dove in via del tutto eccezionale ci veniva concesso di scegliere un gelato a testa.

Mia sorella Fuego voleva il cucciolone, come papà. Io invece volevo il cornetto algida, quello coi pezzetti di noccioline, o il gran rico all’amarena. Mia mamma e i miei nonni mangiavano la coppa del nonno o la coppa rica, a seconda delle disponibilità. Le altre sorelle non erano ancora in programma e insomma c’era un gelato per ciascuno.

Arrivati finalmente a Lido Adriano aprivamo la nostra casa che puzzava di mare e di chiuso. Il frigo vuoto e aperto veniva acceso e riempito di tutte le provviste, gli armadi venivano ripuliti e i costumini sciacquati a dovere nel microbagno con doccia su pavimento. Materassini, canotti, palette e secchielli venivano riesumati e puntualmente una delle due ciabatte da mare non si trovava.

 

Dopo pochi giorni mamma e papà ci lasciavano al mare con i nonni e tornavano a lavorare in quel di Crampobasso. Ad agosto, poi, sarebbero rimasti con noi un paio di settimane, quelle più belle.

Stare al mare coi nonni era francamente una gran noia, anche se la nonna ci dava mille lire al giorno per il gelato, e se sceglievamo il gelato da cinquecento lire rimaneva pure qualche monetina per il videogame o per le biglie. Mi piaceva molto giocare con le biglie, anche se non vincevo mai, ma soprattutto mi piaceva giocare a Pacman nella sala del lido, i pavimenti freddi e pieni di granelli di sabbia, l’odore di plastica dei canotti e la voce della bagnina che dal megafono elencava i nomi dei bambini scomparsi e i colori dei loro costumini.

La sera la nonna ci dava il permesso di andare alla cabina telefonica e chiamare a casa con i gettoni. C’erano quei gettoni che avevano da un lato una scanalatura e dall’altro due. La cabina all’aperto puzzava di pipì, ma quella nel bar sotto casa era imbottita di velluti e trine, per cui la temperatura poteva facilmente raggiungere i cinquantamila gradi. Dunque optavamo spesso per la puzza di pipì e pigliavamo con brama la cornetta. Dall’altra parte il telefono faceva tutu fino a quando mamma o papà non rispondevano. I gettoni andavano giù con gran velocità, producendo l’odiato rumore digestivo. Non ne avevamo mai abbastanza, di gettoni, e le telefonate finivano sempre troppo presto. Mamma e papà avevano una voce tenerissima e ci domandavano quello che avevamo fatto durante il giorno, ci chiedevano se avevamo litigato e se avevamo conosciuto bambini nuovi.

 

Mi dispiaceva terribilmente dover mettere giù il telefono. Ogni sera avevo il terrore che quella sarebbe stata l’ultima telefonata della nostra vita.

 

Ma i giorni trascorrevano nell’odore della sabbia e dell’acqua salata, scorrazzavamo alla ricerca di conchiglie preziose, capelli cortissimi e pelle sempre più scura. Bambini come noi ce n’erano tanti, anche se spesso venivano da più vicino e parlavano con un accento assai strano, spesso mettendo l’articolo davanti al nome proprio. Mia madre diceva che era un errore di grammatica, ma a me faceva tanto chic. La sera, prima della telefonata, si andava al pattinaggio o anche a mangiare la piadina che era una cosa fantastiliosa, soprattutto quella al prosciutto crudo.

 

E finalmente arrivava il momento in cui mamma e papà arrivavano nella loro macchina italiana rossa, la vedevamo entrare nel cancello dal balcone e ci precipitavamo giù senza infilarci le ciabatte. Mamma profumava di pelle e di frittata e di caffè. Papà aveva una camicia tutta sudata e i suoi pantaloncini di jeans ruvidi che peraltro ha ancora. E se non sono gli stessi sono uguali.

 

Quando arrivavano mamma e papà tutto diventava più bello e il gelato al puffo era ancora più buono, anche se papà a volte con la scusa di assaggiarlo praticamente me lo finiva. Al mattino venivo spedita a comprare i famosi bomboloni ovvero dei dolci di pasta fritta, ripieni di crema pasticcera e ricoperti di zucchero. Uno a testa, per carità, ma io ne avrei mangiati volentieri due o tre. Poi si andava al mare, dove papà leggeva Tex sotto l’ombrellone e mamma andava a nuotare fino agli scogli. A volte poi ci lasciavano coi nonni e andavano a fare la passeggiata, che durava sempre tantissimo ed era il loro momento segreto. Non eravamo autorizzate a seguirli e li vedevamo che si allontanavano mano nella mano parlando fitto fitto. Una volta per seguirli ci perdemmo e dovettero chiamarci per ore con l’altoparlante fino a quando papà non ci ritrovò disperate sul bagnasciuga che facevamo un castello nella speranza che qualcuno ci ripescasse. Però devo dire che quella volta non si arrabbiò. Bravo papà.

 

Era bellissimo quando andavamo a farci il bagno tutti insieme e papà ci faceva fare i tuffi. Poi tornavamo sotto l’ombrellone e mamma ci dava il panino con la mortadella che era buonissimo, buonissimo, sapeva di sale e crema solare e felicità. Poi io mi mettevo sul lettino a leggere topolino o il giornale di barbie e mi addormentavo con la faccia spiaccicata sulla plastica a righine. Mentre stavo ancora nel dormiveglia sentivo mamma che si avvicinava, profumata di costume da bagno e conchiglie, prendeva un asciugamani e me lo metteva addosso, poi mi dava tanti bacetti sulle guance e sul collo e prima di allontanarsi mi passava la mano sulla fronte togliendomi la sabbia.

 

 

 

Ecco, questo era il momento più bello dell’estate.

 

 

 

 

 

 

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Ago 15 2013

Se penso a come ho speso male il mio tempoooooo

Che poi dopo un viaggio infinito arrivi in Cina, e ci sono due amici ad aspettarti in una casina piccola piccola dove però ci sono acqua calda, asciugamani puliti e un ventilatore puntato proprio sul letto. E ti sembra quasi casa. Allora riparti per l’ultimo pezzo di viaggio, speranzosa, ripetendoti che questa sensazione di morte e tragedia che hai dentro è solo lo stress da fine delle vacanze.

Ti dici con un poco di indulgente autoironia che sei diventata proprio una borghese da film degli anni ottanta, che all’idea di tornare in ufficio ti senti male e sei più angosciata di prima della partenza. Ti ricordi di quando non esisteva la routine, non esisteva un ufficio, ma esistevano travi rosse sul soffitto da guardare alle cinque di mattina di un giorno qualunque, dopo aver lavorato sempre troppo ma sempre con gioia.

Ti infili in un aereo iperaffollato da turisti che si sentono i più fichi del mondo perchè stanno arrivando proprio là dove vivi tu.  Ti siedi al tuo posto, sempre vicino al finestrino, oramai l’hostess lo sa a memoria. Pensi al tuo socio. L’odore di morte del Vietnam non può che ricordarti tutti i cadaveri della tua vita. In particolare i cadaveri dei suicidi.
Conti i morti sulla strada. Non conosci i motivi. Come ad Halong Bay nuotavi tra lattine di coca cola e pannolini così i pensieri cercano di districarsi tra tutti questi pezzi di carne marcescente.
Continui a porti delle domande sul perchè così tante persone hanno scelto di suicidarsi da te. Ti ripeti che capita a tutti. Che non importa avere le risposte. Che la vita poi mostra le differenze, e le differenze sono un indice del fatto che no, non poteva andare altrimenti. Però un po’ fa male ancora.

Intanto l’aereo si avvicina paurosamente a destinazione e non c’è più tempo per queste inutili lamentazioni.
Inevitabilmente comincerai col piede sbagliato, perchè questa vacanza è stata troppo breve e troppo densa di presagi.

Ma la stagione dell’amore viene e va…
i desideri non invecchiano quasi mai
con l’età

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Ago 12 2013

Ultimi brandelli dalla terra dei Viet Cong

Giorno sei, ore non so ma molto presto

Mi stupisce la bellezza delle persone, che si manifesta in tutta la sua dirompente luminosità nonostante io sia malata, incazzata con l’agenzia di viaggi che avrebbe dovuto restituirmi dei soldi e non l’ha fatto, maldisposta verso il mondo del lavoro in generale e il mio capo in particolare e blablabla. Le persone attorno a me sono curiose, disponibili, e io per fortuna mi adatto. Sempre, sempre dare una seconda possibilità, bisogna. E spesso ne vale la pena.

Sono a Sapa adesso, dopo una notte in treno che mi ha fatto pensare alla Tailandia, come un po’ tutto, del resto. Ho viaggiato con due ragazze statunitensi e seminude che mi hanno chiesto di chiudere a chiave la cabina per paura che qualcuno le derubasse o violentasse o sai tu cosa. Mi veniva da ridere di fronte alla loro richiesta tutta impregnata del loro paese e dello schifo di società che hanno costruito.

Noto tuttavia, in questo posto, una grande differenza tra i vietnamiti che fanno affari e gli altri. O forse mi sbaglio. Forse la differenza che vedo è quella, normale, tra persone che vivono in un mondo normale, circondate da stimoli normalmente eterogenei. Alcuni sono miti, disponibili e gentili, altri sono arraffoni e provano a imbrogliarti o a fare i furbi in qualche modo. Altri ancora sono estremamente scortesi, come certi venditori del mercato che ti offendono senza motivo e allora di viene da dire sai cosa, i miei pochi soldi borghesi li do a qualcun altro. E si vede il lato peggiore del capitalismo, quello che emerge in tutti i paesi quasi/ex/socialisti che ho visto. La gente vuole vuole vuole, disperatamente vuole. Il possesso l’uso compulsivo e lo spreco sono il segno del benessere, del trionfale ingresso nel mondo del capitalismo e del successo. La gente prende lascia sporca spreca. Con gusto. In una bulimia ossessiva che sparge morte attraverso le decine di discariche abusive che vedo ad ogni angolo. I bambini lanciano lattine vuote in acqua e i genitori sorridono condiscendenti, sperando che qualcuno abbia visto che il loro figlio aveva posseduto una lattina e si era potuto permettere il lusso di gettarla in mare.

Io tutto questo lo odio.

Ah, ecco, ora è arrivata la guida, che è una ragazza Zhai (in realtà nata in una tribù Hmong ma sposata Zhai e quindi naturalizzata) piccola piccola. Ha 21 anni, a 15 si è sposata, a 16 ha sfornato il suo unico figlio e adesso per lavoro scorrazza turisti di tutto il mondo nelle montagne della zona di Sapa. Mi domando quante persone al mese le facciano le stesse domande idiote sulle tradizioni e i costumi e tutto il resto, proprio come sto facendo io, convinte di essere intelligenti e originali.

Più tardi

Il giorno è bellissimo e caldo e intenso. Abbiamo camminato sotto il sole ridendo e facendoci domande su tutto quello che ci viene in mente. I miei cinque compagni, tre francesi e due spagnole, mi sembrano paioli pieni di danari incontrati alla sorgente dell’arcobaleno, ovvero qua, su queste montagne terrazzate e piene di riso e fiumi e porcellini neri e bufale che ti guardano con occhi compassionevoli.

Arrivati finalmente al bivacco dopo una ventina di chilometri faticosissimi, ci siamo spogliati e buttati nel fiume nonostante la corrente fortissima. Pare di conoscersi da mesi, già abbiamo i nostri scherzi e i nostri ricordi condivisi, già nel fiume ci siamo dati la mano per evitare di scivolare sul sasso malefico, già siamo stati in silenzio su una pietra assolata e siamo pronti alle prime confidenze.

Giorno sette, mattina prestissimo, tipo le sei

Stamane piove e tutto è umidiccio. Speriamo solo che smetta per le nove, ora in cui dovremmo cominciare il nostro secondo giorno di cammino. La giornata di ieri è trascorsa tra sentieri scivolosi e donnine che cercavano di venderci ogni cosa, mentre noi, zampe nel fango giallo fino alle ginocchia, speravamo silenziosamente che l’ultima pozzanghera nella quale avevamo lasciato l’impronta non fosse una cacca di bufala liquefatta. Abbiamo riso e faticato tutto il giorno, su e giù tra le terrazze, che io mi dico ma perchè non le fanno pure in Corea? Oramai in coltivazioni di riso sono un’esperta blateratrice, come pure nella contrattazione per l’acquisto dei tessuti colorati di indigo che le donnine Hmong vestite di canapa nera provano a vendere. La sera ci siamo passati il biafine ridendo delle nostre ustioni da camminatori improvvisati e dei nostri dolorini alle gambe e alla schiena. I miei compagni mi hanno soprannominato Granma Carla, visto che per la prima volta nella mia vita alla veneranda età di 34 anni sono la più vecchia della ciurma, ascoltano a bocca aperta come dei piccoli nipotini le storie della mia Corea e soprattutto quelle del mio teatro, mi chiedono di aiutarli a contrattare per un paio d’orecchini o una borsetta e poi come Giotto e Cimabue (notare l’umiltà del paragone) diventano ben più bravi di me e strappano prezzi al limite dell’indecente per pezzi d’artigianato locale. Ho il braccio pieno di braccialetti comprati da donne Thai, che dovrei regalare ad amiche lontane ma so che finirò col conservare.

Mi piacciono i miei nuovi nipoti. Sono uno spettacolo di bellezza e intelligenza e curiosità. Siamo di buonumore e ci facciamo gli scherzi senza paura di offenderci, a me ovviamente viene da pensare che tutta questa facilità nel contatto deriva dal fatto che siamo Europei e tra noi non c’è tutto l’abisso culturale al quale oramai mi sono a malapena abituata (o quasi). Mentre camminavo ieri,, sotto il sole inclemente, ho deciso che rimarrò in Corea fino alla fine del mio incarico, qualsiasi esso sia. Non devo avere paura del dopo, ha ragione Alice, qualche cosa succederà. Qualche cosa farò succedere. E anche non devo rimanere attaccata a quello che ho a causa di questa paura. E’ come non lasciare un fidanzato che non si ama più per paura di essere soli, per paura di essere cambiati. E’ come fare come ha fatto lui con me. Allora ho espresso due nuovi desideri mentre le donne mi allacciavano i braccialetti di tessuto che fanno a mano.

Intanto piove a dirotto.

I compagni dormono ancora.

Ciascuno ha la sua storia dentro, e la mia solo all’apparenza è più spettacolare delle altre. Se avessi dei figli li porterei con me come la famiglia francese che ho incontrato ieri.

Sotto la pioggia passano donne che si preparano a una nuova giornata di vendita.

La sera

E’ stata una delle giornate più bagnate della mia vita. Ho pensato tutto il giorno al famoso trekking con Cois, Cundaro, Lontra e Licazzone, quello trascorso tra neve ghiaccio e pioggia e risate. E così è stato pure oggi, senza il ghiaccio e la neve. Le scarpe erano zuppe dopo la prima ora. Dopo tre ore l’impermeabile si è impregnato a tal punto da essere inutile. Nonostante tutto abbiamo continuato a ridere, chiacchierare e a volte canticchiare per ammazzare la fatica e i brividi di freddo e ogni tanto anche la paura, quando all’improvviso dovevamo attraversare fiumi che straripavano dalle risaie. Al pomeriggio a un certo punto dovevo anche fare la pipì e ovviamente non potevo, perchè farla avrebbe implicato una serie di manovre complicatissime sotto la pioggia battente, allora continuavo a camminare e canticchiare ma mi odiavo e tutto mi sembrava miserabile e la fine irraggiungibile. Mi ripetevo che camminare è un allenamento, che ogni passo in più aumenta la mia resistenza a questa vita beffarda, ma la mia vescica e le mie gambe non erano molto motivate da questi discorsi filosofici.

Poi all’improvviso siamo giunti al bivacco, acqua calda, birra gelata, patatine fritte e di nuovo l’incontro con i miei amici economisti italiani che hanno fatto un altro giro. Abbiamo bevuto vino di riso fino a un’ora che ci appariva tardissima e invece erano le dieci. Thomas affianco a me si è già addormentato, e adesso anche io mi rifugio sotto la zanzariera.

Giorno otto, ora di pranzo.

Niente da fare, continua a piovere che pare che qualcuno stia tirando secchiate d’acqua giganti su questo pezzo di mondo. Stamane abbiamo camminato un paio d’ore per raggiungere un vecchio villaggio semiabbandonato ma peggio mi sentivo, le scarpe sono ancora fradice da ieri e l’impermeabile pure. Oramai le uniche cose ancora asciutte che abbiamo sono quelle lasciate a Sapa prima di intraprendere il cammino.

Ciò nonostante sono felice. Felice e malmostosa insieme. Malmostosa perchè la fine della vacanza si avvicina e con essa il ritorno a Py, che mi riempie di ansia e angoscia. Felice perchè questo viaggio mi ha regalato persone bellissime e storie meravigliose e intimità e una forma di amicizia che non sperimentavo da tanto tempo. Fra poco ci toccherà l’ultimo pezzetto di cammino sotto il diluvio e poi prenderemo uno dei soliti pullmini suicidi che ci porterà all’ostello. Doccia calda, ritiro dei bagagli, treno. Presto, troppo presto, saremo di nuovo ad Hanoi.


Giorno nove, mattina prestissimo, come al solito oramai.

Le mie mattine cominciano sempre prima e questo mi piace.

Ieri sera abbiamo avuto i biglietti venti minuti prima che il treno partisse e ci siamo precipitati al nostro vagone in un gran trambusto di posti scambiati e valigie trascinate, non senza prima però rifornirci di birre e biscotti e contrattare la donazione di alcune banane. Abbiamo occupato la cabina e abbiamo chiacchierato per sei delle dieci ore di viaggio, ascoltando la musica di Gibì attraverso il suo dispositivo wireless in pieno stile ventunesimo secolo. Abbiamo sgranocchiato i biscotti e riso e ci siamo raccontati cose segrete, ognuno le sue. Non so come è successo e perchè, ma a un certo punto la nostra cabina è diventata una bolla magica e preziosissima, abbiamo capito che stavamo per separarci e ci siamo fatti un regalo. Adesso ognuno di noi custodisce cinque segreti coi quali viaggerà nell’attesa di una mail che sveli come sono andate a finire le cose.

Nel vagone c’era un’atmosfera di complicità e gioia, proprio come se non fosse stato per caso, proprio come se avessimo deciso insieme di fare quel viaggio e ne fossimo stati soddisfatti, proprio come se la nostra amicizia fosse cominciata molto prima e fosse stata pronta a continuare una volta scesi dal treno. E invece lo sapevamo che, una volta arrivati, ci saremmo separati e niente sarebbe più stato come prima. Ma in fondo chi lo può dire, no?

Sono andata dunque al mausoleo a vedere il corpo di Zio Ho. Mi ha fatto una strana impressione la piccolezza, la modestia dell’edificio, che ho dovuto immediatamente confrontare coi ricordi del Palazzo del Sole. La semplicità di Zio Ho e la sua compostezza, nonché la rapidità della visita, mi hanno restituito la misura di tutte le possibilità che, dove sto io, per un motivo o per l’altro non vengono esplorate. Eppure le dimensioni del mausoleo non gli tolgono dignità anzi, gli regalano un’aura quasi mistica.

Tuttavia, di fronte ai resti del Vietnam che fu, ho sempre l’impressione di assistere a rituali svuotati, di avere in mano una noce di cocco vuota. Non è rimasto più niente, al di fuori del mausoleo e della piccola casa gialla dove Zio Ho viveva preparando una rivoluzione che fu solo in parte.

Stravolta dal viaggio, dalla pioggia accumulata in questi giorni, dalla delusione per il precoce tramonto del Sol dell’Avvenir e dal caos di Hanoi, ho raggiunto l’ambasciata svedese che magnanimamente mi ospita con tanto di uso piscina. Michaela mi ha portata a fare colazione in un posto superchic e così ho ancora una volta rapidissimamente cambiato mondo. Catapultata nella Hanoi degli espatriati, dei negozietti equosolidali, i primi che vedo in Asia, e della colazione all’inglese con ingredienti biologici, mi sono concessa il lusso del capitalismo responsabile.

Giorno dieci, ora imprecisata.

Shopping compulsivo, angoscia per il ritorno e riflessioni su questo Vietnam che non mi convince. Ho comperato manifesto in un negozio che diceva “old propaganda posters”. Mi sono domandata se potrò mai vedere una scritta del genere a Py. Il ritorno mi spaventa e Hanoi mi incasina ancora di più in questo trambusto di motorini e pullmini suicidi. Avrei voglia di partire per trovare quello che molto probabilmente non mi aspetta. Sono sempre la stessa postadolescente illusa. Mi guardo allo specchio e ho la solita allergia al sole che mi viene ogni volta che viaggio, dai tempi del Mozambico. Mi intenerisce e mi sconsola. Le cose peggiori non cambiano.

Giorno undici, Hong-Kong.

Ieri, ultimo giorno ad Hanoi, ho fatto un incontro inquietante con una donna che mi ha mentito per paura. Ho rispettato il suo timore, ho comprato la sua stoffa e non ho insistito con le mie domande. In fin dei conti ho scoperto a mie spese che nell’Asia confuciana la verità cambia a seconda del contesto e il concetto di menzogna è spesso associato a quello di cortesia.

Il Vietnam non mi racconta niente, se non la desolazione che segue la morte dell’ideale. Tutto è falso, persino il sughero delle scarpe ricoperte di paillettes che si vendono sul lungolago. Le casette altealte rimangono in piedi grazie alla convinzione dei turisti. Le bettole che servono caffè e birra fredda sono affollate di neozelandesi ubriachi. Dove sono loro, i vietnamiti? Sfrecciano sui motorini verso obiettivi sconosciuti. Alcune donne, cariche fino all’inverosimile, provano a vendere frutta e pentolame.

Ieri sera sono tornata all’Opera, proprio come la prima sera. C’era il concerto della Youth Asian Orchestra. In maniera del tutto inaspettata mi sono commossa, e a un certo punto ho quasi pianto. All’improvviso mi è apparsa nitida l’immagine di mio padre che, io piccolissima, mi mette sul grosso divano ad angolo color marroncino e mi fa ascoltare Beethoven, raccontandomi cosa vogliono dire i violini, cosa rispondono i fiati. E’ stato un viaggio bellissimo.

Questi ragazzi così giovani sono ovviamente allenati da maestri europei, e si vede. Ecco la snob colonialista che sbuca fuori. Eppure non posso fare a meno di pensare che tutta la loro capacità di emozionarmi deriva dal fatto che hanno saputo superare la loro tecnica e mettersi al servizio della musica. La tecnica non dovremmo vederla mai, dicevo ai miei allievi quando il teatro faceva ancora parte della mia vita.

Erano bellissimi, quei ragazzi tremanti come piccole piante, tutti insieme sul palco. Ho pensato che gli artisti dovrebbero cambiare lavoro a trent’anni, se non riescono a mantenere la gioia e la paura e la timidezza e l’ispirazione che ho percepito ieri durante il concerto. E ch molto tempo fa, ne sono sicura, avevo anche io.

Mentre i ragazzi suonavano Brahms ho immaginato di tornare e fare uno spettacolo nuovo. E’ stato un pensiero breve ma bello bello bello. Poi sono tornata a me, alla mia età, alla necessità di sopravvivere, alla mancanza di allenamento e a tutto il resto.

Stamane prima di partire ho incontrato Ragù. Non ci vedevamo forse da cinque anni. Lui è sempre lui, e forse anche io sono sempre io. E’ stato bello darci un appuntamento davanti alla cattedrale, ognuno in viaggio verso mondi diversi. Gli ho chiesto di slacciarmi il braccialetto che portavo da prima di partire per Seul. Ciò che poteva realizzarsi si è realizzato, il resto oramai sta nei sogni del passato. Ho pensato al mio Socio, a come ha deciso di uscire dalla mia vita, al suo silenzio e al mio dolore mascherato di sarcasmo. I resti del braccialetto sono da qualche parte in borsa, ma li perderò presto.

In aeroporto, a sorpresa, ho incontrato i ragazzi dell’orchestra e ho fatto amicizia col loro maestro, italiano. Ora sono in aeroporto nell’attesa di arrivare a Pechino, e quasi mi lascio sopraffare dall’angoscia del ritorno. 

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Ago 11 2013

Torna ancora quest’estate torna ancora quest’estate insieme a me.

Tra Halong Bay e Bat Tu Long, giorno quattro

Primo kayak della mia vita insieme a Nicolas, che mi ha teneramente e pazientemente insegnato a remare. Questo gruppo di quattro francesi così delicati e gentili mi fa sentire a mio agio e mi fa provare una sorta di invidia e desiderio di inclusione. Mi piace questa ciurma di europei così variamente assortita. Una tedesca e un finlandese hanno lasciato il loro lavoro in Irlanda per fare il giro del mondo in un anno e poi stabilirsi in Germania dove dedicarsi probabilmente all’hackeraggio d’alto bordo. Due insegnanti inglesi mi raccontano come si fa a incontrare i ragazzi via internet e consigliano in ogni modo di tenere sempre many fingers in many pies. Due ricercatori d’economia italiani mi fanno ridere con la loro acuta ironia e mi fanno pensare ancora una volta che forse c’è speranza anche per l’uomo italiano, che non tutto è perduto e che sono stata io a trovare quelli sbagliati. Intanto la mia guida mi dice che bevo troppo caffè e che ciò non fa bene alle ragazze ma io come al solito proseguo imperterrita nelle mie pratiche scostumate.

Stamattina mi sono svegliata con la pioggia sul ponte e ho pensato che ne era proprio valsa la pena, di venire fino in Vietnam a vendicare tutte le amicizie perdute di mia madre.

 

Bay Tu Long, giorno cinque, ore sei del mattino

Alle cinque del mattino quest’isola è popolata solo da solitari ramazzatori di cortili. Spostano polvere e foglie di qua e di là alzando il cappello al mio passaggio. Mi piace scorrazzare in bicicletta per le stradine deserte alla ricerca del mio tempio in questo viaggio, tempio che peraltro, nonostante la generale sovrabbondanza dell’articolo, non ho ancora trovato. In compenso ho scovato diversi cimiteri e un posto dove sono arenate le barche a riposo, arrivate sulla terraferma con l’alta marea e rimaste là ad aspettare il prossimo viaggio.
Il punto non è quello che vedo, ho scoperto, ma l’ora del giorno in cui lo vedo, e come al solito riuscire ad uscire al mattino presto mi regala quello che i miei compagni di viaggio non vedranno mai. Anche perchè loro viaggiano tutti in coppia e probabilmente la sera hanno di meglio da fare che leggere alcune pagine di letteratura cinese. E anche la mattina. Ecco, sono un caso perso. Una vecchia zitella in vacanza a fingere di essere una frikkettona alternativa. E come se non bastasse fra dieci giorni sono di nuovo a Py, per cui ho una fame bulimica e ossessiva di libertà e le scorrazzate solitarie. Ogni tanto mentre mi avventuro per le strade meno battute mi rendo conto di aver paura che qualcuno mi fermi e mi dica che no, di là non si può andare. Ma qua non siamo là. E si vede.

 

Sul treno, ore 2030

I francesi mi hanno salutata dalla porta dell’albergo come dei vecchi amici, agitando le mani e raccomandandomi di fare attenzione. Ho regalato loro una cartolina con il mio disegno di pecorella e l’indirizzo email. Non pensavo che li avrei commossi, invece mi sono ritrovata spiaccicata tra otto braccia transalpine.
Il viaggio di ritorno ad Hanoi è stato un altro tripudio di pullmini ricolmi di turisti in corsa folle su strade che non capisci mai se sono a senso unico o se invece no. E quando lo capisci è troppo tardi perchè un enorme camion di fattura sudcoreana ti sta venendo proprio addosso. I pullmini suicidi paiono essere il mezzo di trasporto preferito dai turisti in Vietnam, ma io non riesco ad abituarmici e mi viene da vomitare dopo i primi 20 minuti di corsa folle verso la luce al di là del tunnel. Durante il viaggio ho fatto i pensieri migliori e quelli peggiori. In genere quelli peggiori riguardano la mia solitudine amorosa nonchè la mia supposta incapacità relazionale, quelli migliori la possibilità di avere almeno un lavoro soddisfacente così da limitare la desolazione della mia vita privata. Il tutto condito con sovrabbondanza di zuccheri raffinati, in questo caso specifico biscotti Oreo che qui vanno di gran moda e costano un euro o poco più.

La risoluzione di oggi comporta una certa assunzione di responsabilità nei confronti del lavoro e blablabla. Arrivata ad Hanoi ho fatto in tempo a condividere questi pensieri con  Claire, davanti a una birra ghiacciata di quelle che si vendono nella città vecchia. Hanoi per la prima volta mi si è mostrata nel caos delle sue nottate profumate di fritto e sudore. Mi è piaciuto questo pentolone colorato e rumoroso e non mi ha fatto paura. Ho pensato a Kuala Lumpur, a tutte le facce dell’Asia che sto vedendo in questi anni, alle birre bevute e ai segni male interpretati, ma poi ho dovuto smettere di pensare perchè è arrivata l’ora di prendere il treno verso ovest. Treno che piglierò con i miei due nuovi amici economisti italiani, se quelli dell’agenzia non fanno troppo casino.

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Ago 10 2013

E come l’anno scorso, al mare col pattino.

Giorno 3, verso Halong Bay, ore 14.30 circa

Spaparanzata su una sdraio in cima alla parchetta che solca le acque di Halong Bay, mi sembra proprio di meritare tutto questo. I dieci minuti di panico da “mioddio non conosco nessuno e tutti mi odieranno, mioddio tutti si parlano e nessuno rivolge la parola a me, mioddio torno indietro e mi chiudo in casa perchè in fondo io odio tutti” sono presto stati superati e i ritrovo mescolata a un gruppetto di civilissimi europei misti, coi quali parlo inglese francese e italiano e mi godo il venticello guardado con la coda dell’occhio la rossa bandiera vietnamita che sventola a prua.
Il viaggio fino a qui è stato lungo ma in fin dei conti non così terribile come temevo. L’allenamento coerano funziona. Quattro ore su un pullmino suicida, mentre a lato della strada venditori di marmi ammonticchiavano nella stessa orgia buddha, madonne addolorate e dragoni, in una sorta di pantheon socialista accerchiato e vigilato da una miriade di torri campanarie e cupole di ogni forma e misura che svettano a ogni angolo, per poi rivelarsi vezzi d’architettura pagana. Ecco uno dei migliori risultati del socialismo declinato in Vietnam. L’architettura si è riappropriata di ogni cosa. Tutto è dissacrato. Voglio una torre campanaria in cima a casa mia e me la faccio. Chi me lo vieta?

La barca è silenziosa come si merita dopo il pasto. Di fronte a me svetta una roccia a forma di pesce. Gli americani non ci sono riusciti, a distruggere tutto questo, penso mentre ciuccio una coca-cola light. Però cel’hanno fatta i Vietnamiti, invece, che hanno trasformato questa baia in una discarica gigantesca, dove si nuota tra lattine di birra e scatolette di tonno, tutto in nome di una nuova ricchezza che prevede in cima ai propri comandamenti lo spreco. Se fumassi ancora mi accenderei una sigaretta ma poichè ho smesso mi consolo con facili pensieri erotici sul giorno in cui eventualmente tornerei a casa e. Non dovrei pensarci, lo so, perchè coi tempi che corrono i maschi cambiano idea ogni sette ore, eppure non riesco a fare a meno di riporre un po’ di speranza in questa storia nata come un’avventura marittima in pieno stile estate borghese a Riccione con Gerri Calà e Isabella Ferrari.
Vorrei scrivere un pensiero filosoficamente rilevante per i posteri.
Ma evidentemente ho esaurito i miei bonus di saggezza.
Chissà se abbiamo internet su questa barca.
Chissà che fine hanno fatto tutti gli amici vietnamiti che mia madre aveva ai tempi dell’università e che a un certo punto si sono persi.
Chissà che cosa mangeremo a cena.
Chissà che lavoro farò tra un anno, per esempio.

Ore non so, ma più tardi nel pomeriggio

Ho una macchia di questo delizioso caffè sulla maglietta. L’unico suono intorno a me è il felice chiacchiericcio dei miei compagni, insieme al famoso sciabordio delle onde di cui tanto è stato scritto nella letteratura mondiale. Il villaggio galleggiante mi ha colta di sorpresa per la sua somiglianza ai luoghi di quel film “beasts of the South Wild”. Ho pensato ad Alice ed a tutte le cose che io vedo e lei no, che lei vede e io no.
siamo tutti europei sulla barchetta. Mi sento a casa e mi sembra proprio una bella compagnia. Ho poche parole e molta voglia di ascoltare, guardare e crogiolarmi in questa indolente e forse inutile transitoria felicità.

E’ per momenti come questo che resisto in quel posto?
E sono abbastanza?

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