Archive for the 'blog' Category

Nov 28 2013

sapor di bottarga

La bottarga non l’avevo mangiata mai perchè da noi non esisteva. Me la immaginavo come una sorta di animale strano che i sardi mangiano crudo e sanguinolento, come si confà al loro temperamento focoso e originario, vagamente tendende al primitivo.

Poi una volta, erano i tempi in cui se aprivi un blog era capace che ti facevi degli amici e magari pure un innamorato via internet, una volta attraverso il mio primo blog entrai in contatto con un figuro, con un tale, con un valente cavaliere, insomma, con un uomo che venne fino a Padaniacity soltanto per andare a vedere la mostra di Venezia con me.
Adesso, io voglio dire, il maschio italiano ha tanti difetti, tanti. Potrei scrivere una lista da qua all’Italia, davvero, ma in una cosa è ineguagliabile: il maschio italiano, in fase di conquista, può fare di tutto. Ma veramente DI TUTTO. E questo ci vizia, a noi fanciulle italiane, che ci abituiamo a questo maschio che ci porta a cena sulla luna e ci ubriaca d’ambrosia, per poi trasformarsi in un mostro dopo due mesi di convivenza.

 Parentesi. Non accetto discussioni su quanto ho appena scritto. Lo so che ci sono dei maschi diversi, sebbene italiani. Non avete bisogno di ripetermelo. Se vi sentite attaccati è perchè avete la coda di paglia, e allora vi ci vuole uno psicologo bravo. Il maschio italiano, di norma, si trasforma in un mostro di pigrizia e disinteresse non appena terminata la fase della conquista. Maschio italiano, se pensi che non sia vero seducimi e poi trascorri con me tutto il resto della vita senza diventare stronzo, insolente, noioso, pigro, aggressivo, incapace di comunicare, disinteressato a me e alla mia vita e violento.

Fine della parentesi.
La bottarga. Allora questo mio amico-di-blog mi invitò, una volta, nella sua lontanissima metropoli. E io ci andai perchè sì. E mangiai la mia prima bottarga. Che non me la dimenticherò mai. Ero distrutta. Lavoravo a Prato e il giorno prima avevo fatto forse uno spettacolo, poi erano momenti in cui la denutrizione similtossica andava molto di moda e insomma, ero abbastanza patita, ma lui era così divertente, e la bottarga era così buona che dopo alcuni mesi chiamai la mia bicicletta Bottarga.
Su Bottarga sfrecciai per Padaniacity per mesi e mesi, anche se il mio amico-di-blog lo persi di vista per non pochi anni.

Giunse infine il momento in cui approdai all’isola meravigliosa che ancora adesso è la mia isola preferita. Un amico accolse me e quello stronzo che era il mio fidanzato allora, senza peraltro fare troppi commenti su quanto lui fosse insopportabile, e per questo lo ringraziai e lo ringrazio. L’amico mi fece mangiare nel centro storico di Cagliari, le anemoni fritte e la bottarga fresca fresca, che devi decidere tu quanta mettercene, perchè la bottarga è una questione privata.

Eh sì che lo è. Io amo il piatto ricolmo di bottarga, amo sentire gli ovetti sul palato a ogni boccone, amo percepire l’odore un po’ amarognolo che mi riempie le narici. Non mi piace “la spruzzatina” di bottarga. Non è per me. La spruzzatina è una faccenda borghese, delicata, come quelli che riescono a mangiare solo un cioccolatino. No, io voglio la scatola.

La Sardegna bellissima divenne presto la casa dove amavo tornare e dove mi sentii accolta come femmina e come attrice proprio nei momenti in cui la mia vita privata crollava e non capivo niente di quello che ero stata, di quello che ero, di quello che sarei diventata.
D’estate si andava a un festival teatrale meraviglioso, che incarnava proprio la mia idea del festival teatrale, come non ce n’erano più sul continente (che in sardo vuol dire “in Italia”). Si beveva acquavite e si mangiavano spaghetti alla bottarga, si prendeva il caffè al bar prima di andare a tenere il laboratorio o a montare per lo spettacolo. La vita era colorata, intensa, e impregnata del gusto di bottarga.

E quando per l’ultima volta lasciai la Sardegna pensando che ci sarei tornata presto (e invece, più), un’amica mi spedì a Bologna una bustina della bottarga migliore per darmi conforto in una casa che non sentivo ancora mia, in una città che mi ricordava troppe cose che non amavo e dove spesso non riuscivo a ritrovarmi.

Ora che sto qui, in Asia, la mia mamma mi manda ogni tanto un vasetto di bottarga. I cinesi secondo me inorridiscono all’odore, perchè loro non hanno niente di tutto questo. Lasciano che i pacchetti di mia madre passino la frontiera e la bottarga mi arriva fino a qui, dove ne mangio un pochino ogni volta che mi sembra di essere tutta sbagliata, così sbagliata da essermi meritata il maschio italiano di cui sopra.

La bottarga è una faccenda da sbrigare in solitudine, e io di rado la condivido. Soltanto una volta, quando mi parve di avere incontrato una pelle profumatissima e una voce che mi faceva sorridere, preparai sul terrazzo della mia prima casina una cenetta romantica a base di bottarga.

 

(Intesi come un segnale positivo il fatto che il proprietario della voce e della pelle
apprezzò la bottarga e me ne chiese ancora). 

2 responses so far

Nov 19 2013

Fai l’artista? E ce lo cachi che sei un artista.

Pensavo da un po’ di tempo a tutti quelli che loro sono degli artisti. Cioè. Gli artisti sono non solo quelli che fanno le sculture o le installazioni ma anche gli attori, di cinema o di teatro, o come li chiamano adesso i performer, i registi gli aiuti registi gli scenografi e quant’altro, i ballerini i mimi gli acrobati, i musicisti di ogni tipo nonché tutti quelli che si dedicano ad arti un tantino più introspettive ovvero i poeti e gli scrittori d’ogni varietà di prosa. Insomma pensavo agli artisti coloro i quali ci hanno come capostipite una delle sette muse più l’ottava musa quella nata nel ventesimo secolo ovvero la musa dell’arte multimediale. Ce li metto tutti dentro. I creativi.

 

Ci pensavo per motivi assai seri, ovverocchè fino a un certo punto io stessa appartenni a cotale e cotanto gregge, che per quanto ognuno dei suoi componenti non faccia altro che ripetere di essere unico e inimitabile sempre di gregge si tratta dal mio punto di vista orientale e un po’ retrò. Ci pensavo perchè volevo analizzare, sì, sentivo l’impellente bisogno di scandagliare le motivazioni esistenziali che mi fecero appartenere al gregge per tanti lunghi anni e che poi quasi d’improvviso mutarono e mi portarono a uscirne. Ovviamente non per star senza gregge, ma per entrare in un altro gregge apparentemente diverso epperò uguale. E’ la legge del gregge.

Ma proseguo. Ovviamente la mia autoanalisi non m’ha portata a nulla di buono. Ma manco a nulla di cattivo, per carità. Semplicemente non m’ha portato a nulla, un buco nell’acqua, per così dire, o forse un rimestare in una minestra già iperrimestata, insomma non mi sono chiarita, non mi sono capita. Ma ahimè mi sono sorti altri interrogativi. Eh già che qui di tempo per farsi gli interrogativi ce ne sta a palate. Ci fosse stata la Sfinge qua l’avrei sfidata a Trivial Pursuit, a sfinimento, durante una delle interminabili nevicate invernali. Sì, sto divagando, lo so.

 

Torno a me. Nella mia ricerca delle ancestrali motivazioni che condussero me tapina ancora in pubertà a votarmi al teatro senza sapere quali amare piaghe avrei dovuto meco portare, ho trovato vari blog di quelli che loro sono gli artisti.

 

Spesso si tratta di blog che recano un’introduzione, una presentazione dell’artista. Tipo:
 Benvenuti sul blog di Carla Vitantonio, scrittrice.

 

Segue breve biografia con tanto di studi e diplomi. Peccato che manchino le pubblicazioni. Ah no, ci sta la pubblicazione del giornalino d’istituto alle scuole superiori, e anche il premio cittadino per la poesia migliore. Ecco. Allora io mi domando. In questo caso Carla Vitantonio, scrittrice, non farebbe meglio a dichiararsi “aspirante scrittrice”? Non è che per caso ’sta Carla Vitantonio pecca un pochino di immodestia?

 

Oh, disclaimer: figlio, figlia, se ti senti immeritatamente colpito da questa mia riflessione e ti viene da incazzarti con me ti chiedo scusa, perchè ti ho pestato la coda di paglia, ma soprattutto ti dico che sì, io me lo posso permettere, sì, io posso criticare, perchè questo è il mio blog e sul mio blog ci scrivo quello che voglio. Inoltre se scrivo che sono una cooperante è vero, perchè il mio contratto dice proprio “cooperante”, quindi vaffanculo.

Occhei occhei la smetto di mettere le mani avanti. Eh ma non posso fare a meno, non posso fare a meno no, perché ogni tanto mi arrivano mail inferocite di gente che mi conosce, e anche di gente che non mi conosce, che mi accusa e asserisce che io non possa dire quello che dico.

 

 

Oh, attenzione, io posso dire quello che voglio, 

anche che sei uno stronzo, poi tu mi puoi portare in tribunale, 

e a quel punto se la vedono gli avvocati. 

Io ne ho uno buono.

Dunque ecco. Cara Carla Vitantonio che dici che sei una scrittrice ma hai pubblicato solo sul giornalino d’istituto, purtroppo per te ti sei scelta uno di quei mestieri che hanno bisogno, per essere definiti tali, del pubblico riconoscimento. Se tu avessi studiato come medico potresti scrivere “Carla Vitantonio, medico, attualmente disoccupato”. Invece non puoi scrivere scrittrice disoccupata, mi spiego? I motivi per cui ti sei scelta questo bel mestiere di merda (ripeto, scrittrice o artista in genere) sono vari ed eventuali, incluso il fatto che hai continuamente bisogno dell’approvazione altrui per approvare te stessa, hai sempre necessità che l’applausometro ti dica che vai bene. Sei un’insicura, cara Carla Vitantonio, non ti vuoi bene abbastanza e pensi che se gli altri ti vorranno bene allora ti vorrai bene anche tu. Col cazzo. Mi spiego? Col cazzo che succede. Non succede e basta. Cara Carla Vitantonio, l’applausometro non è abbastanza. Ma a parte questo. Per lo meno dovresti farlo davvero, questo mestiere. Diobon, pubblica. Come? Mi stai dicendo che ci hai il blog? Cara, tenera, ingenua. Il blog ce l’hanno tutti. Ci sono persone che ce l’hanno solo per scriverci sopra che a loro il blog gli fa schifo. Non va bene, non è abbastanza. Il blog è come dire sono un’attrice perchè mi sono comprata una maschera durante una gita a Venezia. Non sei una scrittrice, cara Carla Vitantonio, come te lo devo dire? E mi fai anche un po’ pena, con questa tua tenera velleità. Poi parli di te in terza persona. Carla Vitantonio, scrittrice. Diobon, ma che sei la regina d’Inghilterra? Torna a casa Lessie, riprenditi e comincia a fare qualcosa di concreto.

Lo so, cara, questo mondo è ingiusto, perchè quando uno fa l’artista si trova sempre davanti all’interrogativo ontologico che si articola più o meno così:

 

Ma uno è artista se si sente artista o se gli altri lo riconoscono come tale?”

 

La risposta, cara Carla Vitantonio che non sei una scrittrice ma ti piacerebbe, è dentro di te e però è sbagliata.

 

E non voglio nemmeno introdurre l’argomento “ uno è artista se vive d’arte o se vive d’altro così può dedicarsi senza inibizioni all’arte stessa?”

 

Sono menate.

 

Il punto è:

 

Non basta sentirti scrittrice. Mi dispiace. Bisogna che qualcuno al di là di tua mamma e tuo padre ti riconosca di esserlo. Una specie di pubblico diplomino. Lo so, questa regola fa schifo, ma è il mondo, funziona così. Se non ti piace puoi scrivere “Carla Vitantonio, scrittrice ufficiale della libera repubblica di Carlonia, vincitrice del prestigioso Vitantonio Awards 2013”.

 

Mi spiego, cara Carla Vitantonio?

 

Non sei una scrittrice, un’attrice, una scenografa, una stracazzo di artista nel momento in cui lo scrivi sul blog.

 

 

E’ triste. 

E’ amaro. 

E’ ingiusto. 

Lo so. 

Nessuno capisce il tuo talento smisurato. 

Nessuno ti ama abbastanza. 

Sei come Van Gogh, ne sono sicura, 

quando morirai capiranno quello che hanno perso, sì, 

non ti preoccupare.

 

Hai provato a strapparti un orecchio?

One response so far

Dic 23 2012

Il blog e le vacanze borghesi della tigre della Malesia.

Published by lucilla under malesia, blog, viaggi, carla vitantonio

Ebbene, non ci posso credere. Scrivo, sto scrivendo. Oggi è 23 dicembre 2012, il mondo non è finito, almeno non per me, e io scrivo. Mi sembra di entrare nella casa dell’infanzia. Vago tra le stanze. Mammamia quanto scrivevo un tempo. Un tempo. Non è neppure mezzo anno fa. Scrivevo moltissimo, almeno una volta a settimana. Mezzo anno sono 26 settimane senza scrivere. Quello che non è stato conservato in questo posto è andato inevitabilmente perso. Ma nella casa dell’infanzia tutto è immobile eppure vivissimo. Avventure incredibili l’hanno attraversata, e se ne sente ancora l’odore.

Ma procedo. Per qualche settimana abiterò di nuovo qui. Proprio come quando da piccole si andava al mare. Si arrivava a metà giugno, si ripuliva tutto, si alzavano le serrande e l’appartamento polveroso si animava, perdeva immediatamente l’odore di chiuso che aveva acquistato d’inverno, diventava, d’improvviso, la casa. Poi a settembre via, si chiudeva tutto con la stessa rapidità, si montava in macchina e addio, fino all’anno successivo. La casa al mare viveva intensissimamente i nostri giorni estivi, briosi intervalli tra lunghissimi silenzi.

Così ora io riapro le porte della mia vecchia casa. Il blog si anima ogni volta che sto per partire.
L’ho scritto, ecco. Parto. No, non per sempre, chi se ne frega del per sempre, il per sempre è per quelli che comprano la casa e fanno il mutuo. Parto, tre settimane. Biglietto comprato e passaporti (due, ancora per qualche mese) pronti sul tavolo. Macchina fotografica, che lo so che non la uso, ma meglio portarla, sai mai che m’illumini. Sandali. Vestiti estivi. Occhialini. Costume.

Destinazione Malesia.

Voglio una vacanza borghese, ma non troppo, perchè lo spirito della giovane avventuriera non si è ancora del tutto spento in me. Allora parto con un’amichetta, Thelma e Louise in cerca di un finale diverso, tabella di marcia un po’ preparata e un po’ no.  L’importante sono i tappi per le orecchie e i calzini antisanguisuga. Che comprerò a Pechino. Qua non li usano.
Uh, come si nota che non scrivo da tempo. Faccio dei periodi corticorti e tutti spezzettati. Ma poi ripiglio il ritmo, eh.

Viva la vacanza un po’ borghese e un po’ anche no. La Malesia è a sei ore da qui, che se ci penso in sei ore non arrivo nemmeno da Bologna a Campobasso. Mi fa esotico, mi fa sogno d’infanzia, mi fa viaggio in un altro universo questa Asia così improvvisamente accessibile, mi sento la Sandokanessa de nojartri, e pure un po’ la Sirenetta, sarò lì tra i pescetti a bere cocktail alcoolici e guardare i colori, magari mi innamoro. Uno di quegli amori da 72 ore, che ne so, o un amore per la vita. In fondo (ma molto in fondo) sono pronta per l’amore di una vita.

Parto. Mi vado a riposare. A riposare. Non penso a niente. Tutto l’insoluto rimane qua, legato al palo di casa mia, guai a chi lo tocca. Ci penso io quando torno, a vedermela con lui.
Intanto parto.
E scrivo.
Poter partire e poter scrivere. Ecco. Già mi sento in vacanza.

A prestissimo, per gli aggiornamenti del mio nuovo diario di bordo.

No responses yet

Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

One response so far

Giu 30 2012

La vera muraglia cinese

I cinesi hanno fatto le cose in grande anche questa volta. Non solo non si riesce ad accedere a Facebook e twitter, ma pare che alcune connessioni schermino addirittura le lucilleidi. La nuova muraglia cinese passa attraverso i nodi della grande ragnatela e mi lascia impotente e un po’ cretina di fronte allo schermo che mi dice connessione annullata. Anche questa volta i cinesi hanno vinto, almeno fino a quando non scoprirò il trucco per aggirare i milioni di soldatini virtuali che mi stringono d’assedio. Per ora chiedo a chi mi legge, se ne ha voglia, di postare su facebook e su twitter i miei aggiornamenti, così siamo tutti più tranquilli (io per prima).

Terminato questo preambolo posso comunicare che sono ufficialmente in Cina, in attesa di partire per la destinazione finale. Lo ammetto, lo scrivo (e lo penso) con un po’ di fatica. Temo che da un momento all’altro un cataclisma diplomatico si abbatta su di me e io rimanga per sempre bloccata in piazza Tienammen, proprio come oggi.
Eh sì, oggi 30 giugno 2012 sono stata là. Tutto il giorno. Un sole che ti trasformava in cotoletta in 45 secondi. Innumerevoli controlli di borse e borsette. Decine di migliaia di milioni di miliardi di mattoncini da percorrere. E soprattutto, i cinesi. I cinesi, perdio, sono tanti. Tantissimi. I cinesi sono molti di più di quanti possiamo immaginare. I cinesi sono infiniti, i cinesi sono immensi. In Cina, i cinesi sono praticamente ovunque. E forse anche fuori dalla Cina. I cinesi vanno in pellegrinaggio in piazza Tienammen e pagano il (caro) biglietto senza fiatare, allora le cose sono due: o il socialismo postmaoista ha veramente vinto, e questi stanno veramente ogni anno meglio di quello prima, o (e io propendo per la seconda) il governo cinese ha pagato miliardi di comparse per farmi credere (a me, proprio a me, la lettrice di italiano all’università di Pyongyang) che i cinesi visitano tutti piazza Tienammen, come i mussulmani andrebbero alla Mecca. Forse sono un tantino egocentrica.

Piazza Tienammen è smisurata. A un certo punto ti viene voglia di morire. Purtroppo quel punto si trova sì e no a un terzo della piazza. Rimangono altri due terzi, e il ritorno. Perdio, perdio. C’era Mao, il compagno Mao che mi guardava, che guardava me, proprio me! Dall’alto della sua fotografia. Io l’ho ringraziato. Per una serie di motivi che non ho intenzione di mettere per iscritto. Poi mi sono incartata, perchè questo viaggio è segnato da una assoluta novità: per la prima volta nella mia vita posseggo una macchina per produrre i dagherrotipi. La questione non è semplice come potrebbe sembrare. i dagherrotipi mi hanno preso un sacco di energia.
Per fortuna c’erano i miei ghiacciolini preferiti, in vendita a tutti gli angoli a soli 3 yuan (50 centimi). I GHIACCIOLINI DI SOIA!!!
Sono dei ghiacciolini apparentemente alla menta, ma attenzione, non bisogna credere all’apparenza. E io, in cinque mesi di Corea del Sud, ho imparato. I ghiacciolini verdi sono al gusto di fagiolino di soia. Ho già dedicato diversi scritti all’argomento. Superato l’orrore iniziale, il consumatore e la consumatrice scopriranno che essi sono ottimi.
I ghiacciolini di soia, al sapor di fagiolata, mi hanno salvata nei meandri della città proibita. Io li amo.

Poi ci sarebbero molte cose da dire sull’estrema civiltà di questi cinesi. Non sto scherzando. I bagni cinesi sono, a eccezione dei bagni del centro sociale TPO di Bologna, gli unici bagni dove sono disponibili degli assorbenti. I cinesi hanno capito come si fanno i bambini, e soprattutto come non si fanno. Potrebbero spiegarlo in giro e non tenersi il segreto. Potrebbero parlare col Papa, perdio.

I cinesi, per certe cose, sono proprio civili. Io li amo già tutti, milioni di milioni quanti sono. Ma già sono pronta per salpare verso nuovi lidi. E siccome non sono in grado di caricare i dagherrotipi sul sito, li metto sul mio account flickr, per i più curiosi.

Così, alla vecchia.

http://www.flickr.com/photos/10509702@N00/sets/72157630359148504/

E dalla grande muraglia, per oggi, è tutto.
Good night, and good luck.

2 responses so far

Dic 30 2011

il pippone di fine-danno?

Trenta dicembre duemileundici e sono davanti allo schermo con il cervello un tantino appannato. Ho un crampo a un indice e un piede incriccato ma non ho ricordi di incidenti, imprevisti o probabilita` avvenuti nella notte tra vicolo corto e parco della vittoria, dunque deve essere soltanto che il mio corpo, arrivato al penultimo giorno dell’anno, dopo essersi subito una serie di strapazzatine niente male, ha cominciato a chiedere di saltare un turno e passare per il via senza ritirare le ventimila lire.

Tutta questa tarantella per dire che non rispondo molto di quello che scrivo e che volentieri mi esimerei dal farlo ma invece ho promesso  e ora debbo onorare il mio debito, manco fossi Bach, che doveva scrivere ‘na canzonetta al giorno senno` quelli della multinazionale ecclesiastica per cui lavorava lo licenziavano.  Io e Bach abbiamo in comune solo il fatto che entrambi abbiamo due nomi, io non capisco una cippa di musica, non lavoro per una multinazionale ecclesiastica e certamente non sara` questo sito a cavarmi fuori dai casini ma insomma e` fine anno e c’e` bisogno di tirare un po’ le fila che senno` qua e` tutto un polpettone e arrivi a trentatre` anni crucificata come Jisuscraist e non  sai manco pecche`.

 

Allora volevo fare un post rompendo la cosi` detta quarta parete
e rivolgermi direttamente ai lettori e alle lettrici delle lucilleidi
con una riflessione che e` la seguente:

Ci sono dei momenti della vita in cui le persone si vivono i passaggi i transiti i cambiamenti eccetera. Io peraltro sono anche discretamente fortunata poiche` ’sta faticosa transumanza me la sto vivendo a cavallo tra due anni e quindi se mi viene fuori un certo spirito mistico posso appellarmi a vari simbolismi ritualismi ecceterismi insomma posso ammantare il tutto con un velo di santita`, che fa molto sexy.
Quando sono arrivata a Seoul ero convinta di essere io carlavitantonio l’attrice e pensavo che mai mai sarei stata altro. Pensavo che avendo io deciso d’abbandonar lo teatro mi fossi come amputata un arto, volontariamente, per evitare che la marcescenza s’allargasse.
Ma soffrivo ah se soffrivo.
Ero convinta che io fossi il teatro e il teatro fosse io, che lo so puo` suonare un tantino megalomane ma era umanissimamente cosi`, sentivo che la me migliore era contenuta in quelle ore trascorse a provare a scrivere a comporre e soprattutto in quelle lunghe soste sul palco durante le quali mi sentivo intensamente profondissimamente completamente presente.
E giusta, e adeguata, e accettata e amata e amabile.


Arrivo’ poi il momento di dire basta per motivi che un po’ si possono spiegare e un po’ no. Un basta pronunciato con rabbia e desolazione e soprattutto con paura, si`, perche` pensavo che mai piu` nessuno avrebbe potuto amarmi una volta amputato il teatro da me.
Insomma pensavo che la mia bellezza la mia intensita` fossero tutte racchiuse li`, pensavo di non avere nient’altro da dire, inoltre ero convinta - e so che anche questa confessione potrebbe suonare un tantino megalomane o paranoide- che chi m’amava lo facesse solo grazie a quello, grazie alla bellezza del teatro che riluceva dentro di me e rendeva splendente e profumato anche questo vuoto corpiciattolo che ero io.

Questo pensavo e giunsi a Seoul terrorizzata, persuasa che m’aspettasse un’esistenza mediocre punteggiata di rinunce, una vita solitaria nella quale nessuno piu’ sarebbe entrato poiche` adesso io ero solo l’involucro secco senza piu` quel prezioso contenuto.

 

E invece e` successo che qui ho scoperto che io sono io
anche senza teatro.
E che ci sono delle persone che mi possono amare cosi`,
pur senza avermi mai vista attrice.
Che non sono un involucro vuoto.
Che esisto.
Che non era solo il teatro a farmi respirare.

 

E tutto questo e` difficile, cavolo, difficilissimo, perche` vuol dire pure ogni giorno accettare la sfida di costruire cose nuove e sconosciute, di scolpire forme nuove, non sempre piacevoli non sempre comode non sempre rassicuranti.
E’ difficile ma e` bello e soprattutto divertente, e io non mi stanco. Allora l’Asia per me, a parte un sacco di altre cose che non riesco  a scrivere e a parte quelle che ho gia` scritto, l’Asia per me e` anche questo, la possibilita` di costruire, di vedermi esistere a prescindere da quello che c’era prima. Di scoprirmi amabile, adeguata, anche senza il respiro del teatro dentro di me.
Io non lo so spiegare, ma questo e` al tempo stesso doloroso e magnifico e faticoso e soddisfacente e mannaggia a me che ho cosi` pochi aggettivi vi prego l’anno prossimo regalatemi un dizionario perche` io sono francamente annoiata dal mio parco aggettivi.

Mi ricordo cos’ero prima e non so cosa sono adesso non so manco cosa diventero`, e mentre lo scrivo mi faccio ridere perche` mi sento come quel cretino di Pieropelu` che c’ha il corpo che cambia nella forma e nel colore, ma francamente non mi pare importante. Ho paura certo, a volte paurissima perche` mi sento sola e tutte le solite menate che ben conosciamo e dunque non riportero`, ho paura ma sono pure eccitatissima come prima di partire per un viaggio.
Quindi mi dispiace mi dispiace molto se a volte non scrivo sul sito per giorni e settimane, ma succede che passo intere mezz’ore a chiedermi chi e` che sta scrivendo, e come dovrebbe scrivere, e che dovrebbe dire, e a volte questa me un po’ sconosciuta semplicemente non ha niente da dire, anche perche` non e`proprio certa di quello che prova di come lo prova, e ha paura di fare casino.

Insomma arriva il 2012, io sono sempre io, ma anche no,
e la prossima volta, prima di essere cosi` insistenti nel lusingare il mio ego
chiedendo un post, pensateci bene, vi potrebbe capitare un altro pippone di questi,
sono pur sempre un’egocentrica.

 

Buon anno a voi, intrepidi antieroi e antieroine.

No responses yet

Ott 23 2011

Non sono morta ero solo impegnata.

Succede che a un certo punto il mio ritardo sulla vita aumenta e quindi anche scrivere diventa faticoso, tanto più che ci sono giorni in cui mi domando ma scrivere per cosa, perchè? Succede che le ore trascorrono e io non faccio mai in tempo a fare tutto quello che avevo programmato, allora mi domando se non siano le ore che vanno troppo veloci o io che ho programmi troppo ambiziosi. Succede che mi viene una specie di sfinimento quando penso a questo sito e alla sua fondamentale inutilità insomma succede che ciclicamente mi abbandono un pochetto alla vita e la smetto di riflettere su quello che succede, tutto muore e la mia memoria si mette in stand by fino a nuovo segnale.
A dire la verità manco oggi il segnale è arrivato, allora ho premuto il tasto cerca-nuova-rete, perchè mi sembra proprio che ci sia qualcosa che non va, ho tutto questo silenzio dentro di me, tutta questa ovatta tutto questo intontimento.
E mentre cerco nuova rete butto giù qualche parola incarognita quanche nonsenso provo a verbalizzare porcapaletta che sennò mi pare che implodo.

Succede che sono arrabbiata ecco cosa sono, perchè a me questo paese mi sembra terribilmente, terribilmente maschilista, di quel maschilismo gretto che ti dice di non esserlo, di quel maschilismo infimo che si maschera di emancipazione. e ci sono alcuni maschi che mi hanno persino derisa, poichè “è la parola stessa maschilismo, ad essere anacronistica”e a me mi viene voglia di pigliarle a sberle, le persone così, cazzo.

Questo paese mi sembra così profondamente maschilista che le più maschiliste di tutti sono spesso le femmine, femmine che si adattano e si incastrano perfettamente dentro caselline improbabili, e se tu pocopoco non ci entri, in queste caselline, sono loro le prime ad attaccarti, loro le prime a distruggerti, e io mi domando perchè, mi domando se non sia forse la paura che un corpo diverso, una testa diversa, possa far crollare questo mondo dove portiamo tutte la 38 o la 40.
Mi lasciano agghiacciata le donne che mi deridono per il mio corpo, senza peraltro porsi alcuna domanda, senza preoccuparsi del fatto che questo corpo che ho, lui sì, è l’unica cosa veramente mia, e me lo sono guadagnato centimetro per centimetro, e ho rischiato più e più volte di perderlo, e si porta addosso questi trentadue anni di sbattimenti sì, ma anche di intensissima gioia e godimento e a me sembra una cosa meschina riportare tutta la nostra capacità di sfidarci sul piano di una taglia in meno, perchè le mie gambe non entreranno mai nei tuoi pantaloni ma probabilmente anche il mio cervello, anche quello non riuscirà mai a entrare nella tua scatola cranica, stronza.
E sei ancora più stronza perchè finisce che io le domande me le faccio sul serio, e comincio davvero a domandarmi se non sia il caso di mangiare meno e pensare meno, di perdere più tempo nei centri commerciali e di chiedere ai tipi con cui esco se mi portano la borsetta e se si mettono la mia stracazzo di foto nel portafogli.

E mi fanno incazzare tutti questi luoghi comuni sulle donne che fanno sesso per far piacere ai loro uomini, sulle femmine che se fosse per loro eviterebbero ma poi per compiacere e via discorrendo, mi fanno incazzare ancora di più tutti i maschi che proprio questo vanno cercando, la bambola passiva preoccupata solo del fatto che essi, come si dice qua, finiscano.
Mi fanno incazzare tutti questi maschi occidentali che vengono a scoparsi le bambole di carne e non si fanno una domanda che sia una. E mi fanno incazzare le bambole di carne. E non capisco dove stia l’inghippo, dove si trovi il nodo.

Dove devo andare a tagliare con le mie forbici? con chi devo prendermela? ha senso che parli di educazione sessuale con tutte le donne che conosco con l’unico risultato di essere presa per una pazza volgare con tendenze alla prostituzione? Tutto questo mi fa incazzare e mi fa sentire terribilmente impotente.
Poi finisce che una sera sono a cena in mezzo a una colonia di canadesi e non so manco come ci sono finita, canadesi maschi e canadesi femmine, io l’unica non canadese, dunque tutti mi spiegano come si mangia il tacchino coi lamponi, o forse no, coi mirtilli insomma mi spiegano e sono gentili e a un certo punto mi rendo conto che ci sono diverse persone nella stanza che mi guardano come se io fossi attraente, cazzo, come se io fossi una donna attraente, mi guardano e mi desiderano, probabilmente in una maniera assai più che superficiale ma è chiaro che mi desiderano, e improvvisamente io mi scopro di nuovo attraente e mi incazzo ancora di più, porca miseria, perchè mi rendo conto di essere caduta in uno di quei profondissimi burroni culturali, mi incazzo ancora di più perchè mi rendo conto che sono settimane, mesi, che nessuno mi guarda così, e soprattutto mi incazzo ancora di più perchè questi stronzissimi canadesi hanno tutti i calzini di spugna bianchi e corti e io non ho nessuna voglia di scopare con uno coi calzini di spugna, bianchi e corti, porcamiseria.

Poi succede che finisce pure il weekend e io mi rendo conto che senza averci capito una cippalippa sono finita nel turbinio di una città dove siamo tutti di passaggio. Ma questo del passaggio è un concetto difficilissimo che si merita un altro post. Allora adesso vado a elaborare una metafora per spiegare ai miei amici il concetto di “pressione sociale”.

No responses yet

Set 09 2011

la prima paranoia asiatica

Itaewon a pochi metri da casa è tutta un rigurgito di minigonne e soldati americani, di urla sigarette fumate a metà club sbrilluccicanti e scarpe dal tacco spezzato sulle surreali salite che portano in cima alla collina. In cima alla collina ci sto io, che stasera, venerdì, non esco, anche perchè non avrei nessuno con cui uscire e penso a molte delle persone che sto conoscendo in questi giorni, che sicuramente sono uscite e adesso sono in un club esclusivo con gli amici, e se non hanno gli amici veri hanno almeno i soldi per pagarsi degli amici finti che tengano bene la parte. Io a pagamento potrei fingere di essere amica quasi di chiunque, diciamolo.
Penso a questo mio sito che negli ultimi cinque anni è stato complice mezzo fine quaderno e finestra, e in questi giorni mi sta dando tanti crucci perchè qui tutti mi dicono che le persone rispettabili queste cose non le fanno.

Pare che le persone rispettabili non abbiano fantasie non abbiano storie, che non abbiano pulsioni e che siano sempre completamente coerenti con loro stesse, che indossino sempre le mutande del colore della camicia e che vivano in case dove lo scopino del cesso è dello stesso colore dello spazzolino, pare che le persone rispettabili non abbiano voglia di raccontarsi non abbiano nemmeno tempo, che non osservino, che non ascoltino, pare che siano troppo impegnate a fare le persone rispettabili.
E insomma in questi giorni va tutto bene non foss’altro che per il fatto che mi sento ingabbiata mi sento imbrigliata cazzo mi sento legata mi sento che se voglio fare la persona rispettabile magari è ora che questo sito io lo chiuda perchè le persone rispettabili non dicono quello che pensano.
Anzi.
Forse le persone rispettabili non pensano.

E invece io da questa casa sulla collina più malfamata della città ancora una volta rivendico l’umanità e la dignità dei pensieri dispettosi reclamo la bellezza del mostrarsi fragili incongruenti a volte indecisi spaventati, e pure di colpo un attimo dopo entusiasti e risplendenti di luce meravigliosa.
La rivendico, cazzo, la possibilità, anzi la necessità a volte, di stare in contatto con lo sporco, lo schifo, la bruttezza che sta dentro la panza malefica come uno spiritello cattivo di quelli che ti si aggrappano al piede e ti fanno inciampare sempre un gradino prima della salvezza, rivendico l’assoluta necessità di parlare con lo spiritello anzi con gli spiritelli, che tanti sono e a volte incomprensibili a noi stessi, rivendico cazzo rivendico questo come pure il diritto di spiattellare la propria felicità la propria gioia quando c’è, che già è così difficile porcapaletta già è tutto così stramaledettamente difficile, figuriamoci se poi uno si deve anche preoccupare di nascondere la bellezza eh no, io a questo gioco non ci sto uffa.

Invece in questi giorni pare proprio che arrivino mille messaggi subliminali collegati al fatto che così non si va da nessuna parte, che il primo passo per fare le persone rispettabili è non mostrare i sentimenti o meglio ancora non provarli punto.
E io invece vorrei dire che forse non sarò mai una persona rispettabile ma voglio rimanere umana, di carne e sangue, viva calda umorale materica, perchè secondo me questo è l’unico senso che si possa dare a una vitaccia faticosa e in salita.
Io voglio sempre avere il coraggio di cantare in bicicletta, io non voglio mai perdere la voglia di camminare senza scarpe, io non ci sto a vergognarmi di come sono, e lo so che sto facendo la parte di Don Quixote che si sfracica tragicamente contro i mulini a vento, ma ho trentadue anni, quasi trentatrè, proprio come gli anni di cristore, e non sarò mai una persona che accoppia le mutande alla camicia e ai calzini, non ce la posso fare e soprattutto credo di non volerlo fare, credo di volermi vivere così come sono, credo di cercare un posto dove tutto questo possa non essere soltanto un difetto una schifezza un errore io credo di cercare un posto dove le persone mi apprezzino non nonostante ma proprio perchè sono così.

Chiedo troppo chiedo troppo lo so e finirà che anche questo sito morirà il giorno in cui i soldi finiranno e tutti gli imbecilli che ho intorno avranno imparato a fare le persone rispettabili mentre io no. Loro ci avranno lo stipendio e io scriverò i nomi in coreano su braccialetti di cuoio sotto il ponte di Galliera a Bologna.
Oddio già me lo vedo.

Ma ecco mi accorgo proprio in quest’istante che m’ha preso la prima paranoia asiatica in questo infinito venerdì, s’era acquattata accanto a me già da stamane, complice il tempo bruttassai, foriero di tifone giapponese, s’era nascosta, la stronza, la paranoia malefica, e appena la stanchezza m’ha vinta ecco la paranoia saltare a piè pari sul tavolo e ballare volgarmente la sua macarena. Sarà che oggi ho visto il mio prof e ho pensato che è proprio bravo e che io sono una spiantata e non ce la farò mai e se lui fosse saggio davvero forse mi direbbe cercati un posto in pizzeria. Sarà che oggi ho ascoltato troppe troppe lamentele inconsistenti e inutili. Sarà che in questo cazzo di paese il tabacco non si vende. Sarà che mi sento un’imbecille ma insomma la paranoia spadroneggia dentro di me ed ecco il risultato.

Ma adesso io riprendo il controllo e mi fumo l’ultima sigaretta sul tetto della mia nuova casa a Itaewon, guardando il carnaio sotto di me immaginando l’odore della gente che si mescola e si contamina, mi fumo la mia ultima sigaretta e poi vado a letto.
Da lì a un altro giorno è solo un attimo, che trascorrerò dormendo.

3 responses so far

Mag 04 2011

avevo un vestito a fiori

vorrei tanto essere capace di mettermi a studiare e invece ho bevuto bicchieri di vino in numero di tre e sono come dire un po’ ubriaca allora l’unica cosa che posso fare è scrivere, un po’ pateticamente, come se avessi molti anni di meno o molti anni di più. Perchè 32 anni non sono l’età per scrivere un blog da spiantata, 32 anni sono l’età per un blog sulla puericultura o sul successo o che carapacchio ne so. 32 anni sono una bell’età del cazzo penso.
Allora è successo che ho incontrato un amico che non incontravo da dodici anni dodici non so se mi spiego e lui era uguale e io ero uguale e lui si ricordava persino di un vestito a fiori che indossavo quando andavo a prenderlo in 127 e che gli piaceva tantissimo io mi ricordavo dei pomeriggi insieme in un’estate caldissima, l’ultima estate campobassana che io ricordi, ricordavo il sudore le risate ricordavo - e non ho avuto il coraggio di dirglielo - che lui era stata l’ultima persona davvero con cui mi ero divertita a crampobasso lui ricordava io ricordavo e intanto sono passati molti troppi anni ed entrambi siamo più o meno contenti di come siamo diventati ma entrambi abbiamo addosso tante troppe ferite che ci fanno un po’ cinici un po’ mascherati un po’.
E allora penso ai dodici anni passati penso agli errori commessi penso alla taverna nel ghetto di padaniacity dove andavo con B penso alle nottate in bicicletta penso al piccolo cinema dove ci baciavamo di nascosto mentre lui proiettava pellicole su una macchina vetusta che si inceppava cinque volte su quattro penso alla teiera che mi regalò e che uso ancora adesso nelle giornate più fredde  penso alle incertezze a quella sensazione di avere tutto in mano tutto sotto controllo penso a una vespa gialla e a un film che vidi due volte di seguito solo perchè la seconda volta mi ci invitò uno che mi piaceva tantissimo.
E allora penso a nottate su un belvedere di Lisbona penso a Pierino e alla nostra amicizia non so perchè ci penso forse perchè ha resistito a tutti questi terremoti ha resistito a tutti questi miei tentativi disperati di scomparire penso a Pierino a quella volta che dormimmo a casa sua nel Bairro Alto e lui mi fece delle foto bellissime che chissà dove sono.
E allora penso a Pentothal e a tutto quello che abbiamo passato insieme e separati penso a come siamo diventati penso al bene che gli voglio penso a quello che abbiamo deciso di non fare mai penso a quella volta che eravamo al mare e ci facemmo il bagno in mutande e faceva freddissimo penso a una discoteca squallidissima penso alla sensazione profonda di dividere qualche cosa che poi di colpo morì.
E allora penso non so perchè alla prima volta che incontrai Francis in chat, stavo a Londra e mi vivevo un anno allucinante e mai mai mai avrei pensato a quello che sarebbe successo dal 30 novembre in poi, penso a quella chat che mi aveva dato un po’ di fiducia perchè lui mi aveva detto che gli piaceva ascoltare le lucilleidi e che non lo so non lo so che cosa mi aveva detto e non so cosa darei per ricordarmelo meglio perchè oggi mi sembra che tutto sia importantissimo invece prima, mentre le cose succedevano, non pensavo che fossero così stronzissimamente importanti.
Penso che il mio pensiero ricorrente adesso è andare via prima che la festa accenni a finire penso che non ci voleva proprio questa cosa che forse dovrò rimanere qui fino a settembre penso che forse dovrei sparire prima molto prima tipo domani penso che dovrei.
Come è successo che mi è tornata quest’angoscia di restare come è successo?
Penso che dovrei studiare e impegnarmi per cambiare la mia vita riempirla di cose nuove di modo che non ci sia più spazio per tutto questo sentire che mi respira dentro penso che mi sento come il mantice spalancato di una fisarmonica penso che ho paura penso che sono felice penso che non posso fidarmi penso alla lealtà penso che.
Penso che devo studiare porcamiseria. Penso che la gelataia di via Castiglione è meravigliosa e io vorrei tanto bere uno due tre bicchieri di vino bianco con lei.
Penso che presto chiuderò questo blog-specchio di desideri e passioni e angoscia e sarò pronta per una nuova grigia vita fatta di stipendi sufficienti gonne al ginocchio discorsi coerenti castità coerenza e finalmente avrò la stima il rispetto di chi mi starà intorno fino al giorno in cui non verrà fuori la storia del blog e sarà uno scandalo tutti sapranno che ero una spiantata e allora io vorrò tornare a com’ero prima cioè a come sono ora ma sarà troppo tardi e quindi a quel punto non so.

Soprattutto penso a cose cui non devo pensare. Indubbiamente.
Penso ora cancello il blog e addio lucilleidi addio lucilla.
Penso che questo potrebbe essere l’ultimo post che scrivo.
Ma anche no.

4 responses so far

Ago 17 2010

ovvietà

Published by lucilla under blog, viaggi, carla vitantonio

Non ho le energie, non ho il tempo.
Ho in arretrato un diario del viaggio in Croazia, che vorrebbe dire mettersi là a scrivere degli otto giorni di viaggio con l’unico uomo del mondo, dettagliando la gita abbastanza da renderla interessante ma avendo l’accortezza di tacere tutti gli innumerevoli cambiamenti di stato, tutte le variazioni nella relazione e nell’umore, tutti i passaggi. A questa prospettiva allegramente rispondo no grazie, non ho voglia, in viaggio se è viaggio fuori non m’interessa, e adesso è tutto troppo in bilico e troppo delicato per parlare del viaggio dentro. No, grazie.

Ci sarebbe poi la settimana trascorsa in Sardegna facendo una volta tanto la vita dell’attrice, conducendo il mio bel laboratorio e facendo pure un paio di dignitosi spettacoli. Ci sarebbe da dire degli incontri, delle persone, degli sguardi, ci sarebbe da dire della mensa dei ritardi delle sigarette e delle risate. Anche degli stress ci sarebbe da dire, e del panino al tonno che mi hanno preparato il giorno della mia partenza che mi ha fatto uscire due lacrime sulla seggiola in aeroporto. Ci sarebbe da dire della difficoltà di guadagnare onestamente, di come sia facile buttare nel cesso una giornata di lavoro. Degli allievi ci sarebbe molto da dire, di come gli allievi sono sempre allievi e le dinamiche sono sempre le stesse eppure ognuno è convinto di essere unico. Così come io, quando ero allieva, lo ero.

Ci sarebbe da dire del ritorno dell’angoscia della casa di questo silenzio di questa asfissia e di tutte le decisioni che ne sono scaturite, delle sorprese, delle paure, di come mi senta che la mia vita si è improvvisamente resa autonoma da me, di come io stia a guardare, ad ascoltarmi, cercando di capire ciò che è bene, di come cerchi una volta tanto di mettere davanti a tutto me, me sola, e nulla e nessun altro. Di tutte le porte che sento chiuse, dei tentativi, della rabbia delle lacrime dell’incertezza.

Ci sarebbe da dire di quello che succederà a settembre. Di come mi manchi Londra. Di come mi sento che è tutto rovinato, e che non è vero che tutti possono fare tutto.

Di questo e di molto altro ci sarebbe da dire. Delle moltissime cose belle, e anche di quelle tristi, brutte, laceranti.

Infine ci sarebbe da dire di come vorrei cambiare questo sito e non ho tempo nè capacità.

Però adesso sto partendo per Cortina, e ci sarebbe anche da dire perchè e come ci sto andando, ma rischio già di perdere il treno e poi scusate, per i sei lettori al giorno che capitano su questo sito per sbaglio invece di andare su quelli di donne di successo che usano la loro vita privata per far soldi o su quello del grillo blaterante o su quello di vattelappesca ecco, per quei sei lettori, adesso non vale proprio la pena di perdere il treno.

Spero che i miei sei lettori (uno in più di Manzoni, non so se mi spiego) possano capire.
Ma ritornerò.
La vitantonia non si ammazza così facilmente.

One response so far

Next »