Archive for the 'interni' Category

Feb 12 2012

il cimitero dei tergicristalli

          Nevica, nevicancora e non accenna a smettere. Lo stato di banalità naturale ha ricoperto questa città e tutti noi, che ci muoviamo solo quel tanto necessario per sopravvivere in mezzo a questo bianco immobile. Io guardo fuori come sospesa. Invento dialoghi con gli uccellini che in realtà se ne fregano bellamente di me. Vogliono i miei biscottini e preferirebbero che io, dopo averli sbriciolati sul davanzale, mi liquefacessi e scomparissi. Poichè non si può avere tutto dalla vita essi accettano, in cambio dei biscottini, di fingere di sopportarmi. Si fanno ammirare mentre cinguettano sul davanzale. Accondiscendono. Guardano la mia faccia intenerita e probabilmente pensano ma vedi che bisogna fare, pe’ campà.

Gli uccellini mi disprezzano e io mi inaridisco come in una di quelle banalissime canzoni di Battisti, che ci sta proprio, la canzone banale in questo tempo banale, e non ho voglia di scrivere ma poi penso che se smetto adesso, se smetto adesso mi secco e faccio la fine dei miei tergicristalli.
Eh si, perchè all’inizio, quando i primi cadaveri di tergicristalli hanno cominciato a comparire sul selciato, abbiamo pensato che ci fosse uno stronzo qualsiasi che andava in giro a romperli.

Solo dopo una decina di giorni abbiamo capito che i tergicristalli sono le nostre morti bianche, sono le vittime innocenti di questo stato di banalità naturale, i tergicristalli sono come quei bambini che dimenticano di respirare e muoiono. I tergicristalli a un certo punto, immersi nel mezzo di un morbido, farinoso, ingiustificato bianco, si perdono e si staccano, così, dolcemente, in un oblio che non ha neppure la dignità del suicidio. Ode al tergicristallo morto nell’attesa di una primavera che arriva sempre troppo tardi.

E intanto nevica sui cadaveri dei tergicristalli e sulle piume di questi maledetti uccellini mentre la tim continua a mandarmi messaggi in cui mi suggerisce di sorprendere il mio amore a San Valentino e a me mi viene da dire ma perchè non mi lasciate un po’ stare, voi della tim? ma che cosa devo sorprendere, ma chi, ma quale San Valentino? a dodici anni avevo mandato una lettera al più nerd della classe dicendogli che ero innamorata di lui. Eravamo dunque usciti per il corso di pomeriggio e lui mi aveva offerto un panino. Cotto male. Poi è finita. Forse da lì bisognerebbe ripartire nell’analisi di tutte queste storie d’amore suicidate e crucificate.

Dal panino cotto male alle frittate alle torte, a Seoul che mi manca e però non mi manca abbastanza, a questa città che corre avanti mentre io me ne sto a pensare sospesa sul ponte di sarcazzocosa e mi sento come quelle balene che navigano nello spazio, placide e senza tempo, mentre tutto attorno corre. Dal panino cotto male dovrei partire, per arrivare ai tergicristalli suicidati alle storie d’amore crucificate all’amore che no, non esiste, alle fanciulle innamorate che scrivono su facebook anche la più piccola scoreggia sperando che lui ah, lui capisca e torni lui capisca e ami, lui capisca e.
E allora io -che su facebook non ci scrivo più nulla- parto dal panino cotto male e sprofondo in questa bianca neve in un balletto di tergicristalli suicidati, insieme ai cadaveri delle storie d’amore e dei sogni infranti, di un teatro che non ho più e di una nuova partenza che è troppo incerta troppo lontana eppure così vicina da fare male.

Guardo nel ripieno cotto male del panino cotto male e trovo Frigidilla, io, che non godo perchè tanto vado via. E mi sento che un pochino mi sono trasformata in Frigidilla per proteggermi. E mi fa tristezza mi fa pure un po’ schifo. Non si gode in questo sacrificio universale di tergicristalli uccellini e neve che vorrebbe proteggere e invece ghiaccia.

Frigidilla si annoia Frigidilla non gode di questi comodi suicidi nella neve Frigidilla vuole chiudere la valigia e partire verso una nuova incertezza oppure Frigidilla vorrebbe avere il coraggio di uscire anche in mezzo a tutta questa neve a tutti questi cadaveri e nuovamente trasformarsi in Lucilla, nuovamente godere di quello che c’è come se oggi fosse per sempre e come se questo non fosse l’inizio di un milione di stupidissime canzoni pop.

ps: Dottò, non me ne volere, regredisco allo stato della sfigatilla, ma poi passa.

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Dic 12 2011

Il deserto, i tartari, l’assedio.

 Sono le cinque e mezza del mattino
e la nostra giovinezza sta sfumando dentro questa macchina

 

Alle sette di mattina cammino per Seoul e ho sonnozero. Fa un freddo che meta` basta, ma saranno le sigarette, sara` l’alcool, saranno i discorsi delle cinque del mattino, sara` l’eclissi di luna che m’ha tenuta incollata con entrambi i miei anarchici occhi al cielo per quasi un’ora, sara` tutto questo o qualcos’altro, mi sento impermeabile al gelo e cammino in moto lentissimo ma inesorabile verso la base della collina.
Quasi automaticamente ricostruisco il percorso che porta al mio tetto su Itaewon, e macino pensieri di quelli che si fanno solo alle sette del mattino e che o li cogli in quel momento o se ne vanno per sempre amen fino al prossimo miracolo notturno. Allora siccome lo so, siccome ho imparato, me li tengo il piu` a lungo possibile, me li accarezzo me li coccolo, che poi una volta che saro` sotto le coperte tutto svanira` e mi ritrovero` al risveglio sola cinica e leggermente confusa, con un hangover grosso sonoro e stonato come una campana di Agnone, e mi domandero` ancora una volta quali e quanti legami ci sono tra quello che sono di giorno e quello che divento nelle ore in cui la citta` perbene se ne va a nanna perche` si-fa-cosi`. Me lo domandero` e ovviamente non sapro` rispondere.

Cammino per la discesa mani infossate nelle tasche della giacca capelli raccolti nel berretto e mi dico oh, a volte quando meno me lo aspetto arrivano cose e persone che a piccconate buttano  giu` i miei muri di cartongesso ed e` un attimo, e` un attimo, un momento di distrazione uno sguardo di troppo una leggerezza, un attimo davvero, e mi trovo assediata con tutti i muri buttati giu` e questi a picconate sorridenti felici e bellissimi che praticano l’assedio ma io mi chiedo oh, era proprio necessario? voglio dire, perche` per assediare me bisogna essere proprio motivati, altrimenti non ti viene voglia, che qua e` peggio della storia della bella addormentata, nove cerchi infuocati nove cerchi di rovi nove cerchi di veleno e poi il drago, solo che alla fine, dopo che hai ammazzato il drago, al posto della bella addormentata ci sono io, non so se mi spiego, che quasi quasi viene voglia di dirsi ammazzo lei e mi tengo il drago, piuttosto.

A questo penso alle sette del mattino. Penso che m’hanno raccontato che esiste un sistema per bloccare il computer a una certa ora del giorno o della notte, cosi` se tu torni ubriaca e stai per fare una cazzata tipo scrivere al tuo ex fidanzato e dirgli che e` una merda e tu vuoi che muoia di morte lenta e atroce arriva il computer e non te lo fa fare. A me servirebbe un’applicazione del genere, che blocchi il flusso di pensieri che va dal cervello alla bocca, dovrei starmene bella zitta quieta e anche se le penso certe cose - perche` le penso - me le dovrei tenere per me porcapaletta.

Che poi e` tutta una questione di difese di barriere di costruzioni di torri e di assedi. E` una questione di avere voglia di rimanere nella fortezza, pero`anche di avere una folle curiosita` di uscirne. E` una questione di Tartari. Che alla fine, arrivino o non arrivino, a volte vuoi uscire fuori e inoltrarti in quella landa sconosciuta e potenzialmente pericolosissima.
Facile, facile da sobri ribadire di voler vivere intensissimamente. Facile quando sto affacciata alla finestra ribadire che intensissimamente vivo.
Intensissimamente vivo se salto giu` e mi piglio i rischi.
Mi vengono tutti dei brividini di terrore e di entusiasmo.
A me, quello che mi piacerebbe di piu`, sarebbe avere il coraggio di uscire anche quando sono lucida, almeno dal punto di vista etilico. Il folle coraggio m’interessa ecco, l’azzardo. Che poi non e` che ti devi fare male per forza, chi l’ha detto?

Allora alle sette del mattino penso a tutto questo perche` sto in quel paradiso transitorio pieno di amore universale, che si materializza solo a quest’ora. Ma dopo che ci avro’ dormito su lo so benissimo, lo so benissimo che il paradiso si sara` dissolto di nuovo e mi trovero` coi dubbi e con la paura di essere sola. Mi diro` che avrei potuto evitare le picconate. Che avevo i modi e avevo i mezzi. E non l’ho fatto. E mi sentiro` una cretina.
Ma mentre cammino alle sette del mattino lasciando che l’ennesima sigaretta mi ciondoli dalle labbra penso che tanto, a sentirmi cretina sono abbastanza abituata, e che ho un diploma in ricostruzione dei muri presi a picconate, penso che sempre e comunque sono quella che se ne va, e lo saro` fino a quando ne avro` voglia.
Penso che sempre, sempre, in ogni caso, potro` andarmene. E se vorro` potro` pure restare. O potro` tornare. Insomma penso che, in quanto a complementi di moto da luogo, moto a luogo, moto per luogo eccetera, la mia conoscenza grammaticale si rivela ancora una volta impeccabile. Sono piccole certezze che ti aiutano a sopravvivere, alle sette del mattino, non c’e` dubbio.

Mentre giro la chiave nella toppa, miracolosamente infilata al secondo tentativo, mi  salgono alcuni profondissimi interrogativi esistenziali tipo  ho fatto qualcosa che non dovevo fare? Ho detto qualcosa che non dovevo dire? Mah. domande senza risposta.

La serratura scatta.
Tre piani di scale infernali, altra porta, lotta con le scarpe che si rifiutano di essere sfilate,
stesura del futon, bestemmia conseguente al fatto che mi accorgo di non essermi tolta le lenti a contatto, 
conseguente recupero della posizione verticale, via le lenti via i vestiti via le calze,
barcollante inguainamento nel pigiama, tuffo a rischio di rottura di collo contro la libreria,
chiusura delle fessure oculari.
E domani ricominciamo la grande opera di ricostruzione dei muri appena sabotati.

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Giu 22 2011

stasera ho scoperto l’acqua calda

Certo, avrei potuto scoprirla d’inverno, che almeno sarebbe stata di una qualche utilità, invece no, l’ho scoperta d’estate, inutilità tra le inutilità, ma ci provo anche un certo gusto, a fare le cose inutili, io. Come il fatto che in casa mia non ho un solo bicchiere, non uno che sia uno, sufficientemente capiente per dissetarsi. Cioè, chiaro che ho dei bicchieri. Ho dei calici. Perchè quando sono andata a vivere da sola ho deciso che a me, i bicchieri da tavola, mi facevano tristezza. Mi facevano una tristezza infinita, perchè sono semplicemente brutti. E allora poco importa se per dissetarmi devo riempire quattro o cinque dei miei calici. Essi sono bellissimi, rifulgono nella mia piccola cucina e mi regalano bellezza. Che si fottano i bicchieri da tavola. Io i bicchieri da tavola li odio. I bicchieri da tavola sono meschini e miserabili nella loro utilità. Se non fossero utili non esisterebbero, il loro essere al mondo dipende esclusivamente dalla funzione che hanno. E io mi ribello a questo assioma. Io non esisto perchè servo. Anzi, forse io esisto proprio perchè non servo a un emerito niente. Diciamolo pure, sono una personcina abbastanza inutile. Sfido chiunque ad affermare che io sia mai stata utile a qualcosa o a qualcuno nella vita. Niente, nisba, zero. Un’esistenza felicemente votata all’inutilità. Eppure anche questo ha un senso, perchè sennò tutti i miei amici che, al contrario di me, hanno dato un senso alle loro vite, con chi potrebbero fare le stronzate quando hanno i reflussi di peterpanite? Cazzo, forse servo anche io a qualche cosa. Sono un immenso, obeso, bruttissimo bicchiere da cucina in bicicletta. Che tragedia.

Ma ritorno a me: ho scoperto l’acqua calda. Che però è un concetto molto più difficile da esprimere di quello che pensavo. Sono partita con una piccola inchiesta ovvero: esistono delle coppie felici? La risposta è no. Ovviamente tutti gli accoppiati mi hanno detto che sì, la risposta è si, le coppie felici esistono, basta trovare dei compromessi, compiere degli adattamenti, accondiscendere all’acquisto dei bicchieri da cucina anche se fanno schifo. Ma io mi domando, dove sta la linea di confine tra l’adattamento reciproco, soddisfacente, creativo, e la rinuncia? Non lo so, non lo so. Io ci ho provato seriamente, quando stavo con l’unico uomo di merda. Però evidentemente ho sbagliato qualcosa. Secondo me le coppie felici non esistono, è impossibile. Magari sono felici ogni tanto. Io, sinceramente, le coppie attorno a me mica le vedo tanto felici. E comunque, forse loro saranno anche felici ma la cosa non traspare molto eh. C’è qualche problema di comunicazione con l’esterno, indubbiamente.
Ma a prescindere da questa considerazione di carattere socioantropologico, c’è da aggiungere che sono giunta a una conclusione: io, a meno che non incontri una persona veramente veramente fuori di testa così tanto da essere totalmente onesta e disposta a mettere sul piatto tutto, ogni giorno (come io mi sento), ecco io non sarò mai felice all’interno di una coppia.

L’ho detto, l’ho scritto. Non rimprovero niente a nessuno, ognuno è fatto come è fatto. E io sono fatta così, che odio i bicchieri da cucina, e pur di stare nella bellezza perdo ore per bere da un calice. E non mi voglio cambiare. E quando perdo la testa per qualcuno ci voglio stare dentro fino all’ultimo capello, senza conservare niente, senza risparmiare niente. A me le cose fatte per preservarsi non mi interessano. Se mi fosse interessato preservarmi non sarei qui, adesso. Che cosa vuol dire preservarsi, da chi, da cosa? Per avere meno rughe e la pelle splendida anche a cinquant’anni? Grazie tanto, io preferisco essere spremuta come un limone, inguardabile, ma senza manco un briciolo di rimpianto.
Così sto vivendo questi mesi, amando intensissimamente, senza paura.
E lo so che le persone attorno a me non mi amano quanto le amo io, perchè la maggior parte di loro, invece, in qualche modo si vuole preservare. Forse in vista di un futuro migliore? io lo spero per loro. E non le cambierò. Anche se volessi, non potrei. Quindi non ci provo neppure. Epperò nemmeno voglio porre freni ai miei amori soltanto perchè sono troppo violenti troppo intensi troppo.
No, mi dispiace, questa non è una cosa per me, l’ho lasciata in uno scatolone qualsiasi insieme ai bicchieri da cucina. E lo scatolone, ovviamente, l’ho perso.

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Giu 17 2011

dei lunghi inverni e di quello che c’è dopo

Non facciamo che parlarci addosso, ed è tutto un affastellarsi di parole che scavano solchi profondissimi, e ci vorrebbero mille abbracci per colmarli ci vorrebbe l’onestà del cercarsi ci vorrebbe. Ci vorrebbe che diventassimo muti e pure incapaci di scrivere e che fossimo costretti a cercarci in un altro modo, ci vorrebbe la carne. Forse la musica, ci vorrebbe, ma a questo punto non lo so.
Me ne sto in piedi, in bilico, a guardare l’altra sponda di questo burrone che mi pare di stare dentro una canzone di Jovanotti, e mi faccio ridere mi faccio, in questa mia incapacità di stare e di andarmene. Uno dovrebbe avere il coraggio, di stare nelle cose o di abbandonarle. Non è che devi metterti là per forza a dire ooooi, guarda che me ne sto andando, guarda che tra poco non ci sarò più anzi, sai cosa ti dico? tu mi vedi ma io già sono andata, questo è il mio ologramma, il mio passato. Io sono altrove.
Mi sembrano cagate, queste piccole strategie fatte per racimolare un po’ d’amore proprio come quando frughi nella borsetta per trovare i dieci centimi che ti mancano. Ma vaffanculo ai dieci centimi.

Ci sono quelli (e quelle) che costruiscono le case con le fondamenta e i mattoni perchè si illudono che il sogno dell’eternità si trasformi in calcestruzzo. I miei genitori, loro erano così. Case solide e antisismiche, anni e anni per terminarle, che pareva la torre di Babele, cristosanto, e poi però quando pensi di aver calcolato tuttotutto arriva il fottuto imprevisto e la tua eternità di cementarmato salta, pafff, è un attimo. E poi ci sono quelli che se ne vanno in camper. A me i camper non sono mai piaciuti. Mi ha sempre fatto tristezza l’idea di andare in un posto portandomi la mia casa. Come per paura di non trovare sufficiente accoglienza. Quelli che vanno in camper, secondo me, in fin dei conti non sono capaci di pigliarsi le cose che arrivano. Perchè loro non hanno bisogno di niente. C’è già tutto nel loro stronzissimo camper. Sono autarchici. Che si fotta anche l’autarchia stanotte. Il mio ex, lui era uno da camper. Parlava sempre del camper, e in realtà stava già vivendo, da solo, nel suo gigantesco camper immaginario. Io gli darei fuoco. Non a lui, al camper. Ma magari anche a lui.
Poi ci sono gli intermedi, le case prefabbricate, le tende, gli affitti. Ognuno fa come può. Io, per ciò che mi riguarda, messo lo spazzolino nel bicchiere in bagno sono a casa. E magari ci devo stare due notti, che si tratta di un albergo o della casa di qualcuno che mi ospita o sarcazzo cosa. Però in quel momento è casa, mi accoglie, sono sua. E ci sto come se dovessi starci tutta la vita. Poi lo so che dopo due giorni vado via.
Non so se mi sono spiegata.
Sarà che questa settimana è stata una settimana d’addii e di chiusure, sarà che ho pianto come una cretina sul manuale di storia della guerra fredda, sarà che quando è primavera uno pensa sempre che l’estate sarà meravigliosa e poi l’estate non è mai all’altezza delle aspettative, maledetta estate, sarà che oggi mi sono sentita addosso l’odore di una nuova partenza, sarà che le persone mi mancano e non mi mancano mai abbastanza, sarà che mi sono detta basta, non ci penso più, sarà che devo ricomprarmi lo spazzolino, sarà.
Sarà che Elisa e Michele erano due puntini che scomparivano mentre io Vale e Fra li guardavamo immobili e muti, e mentre loro scomparivano i cubetti di ghiaccio del mio caffè si scioglievano inesorabilmente, sarà che non ho niente da dire e scrivo solo per il gusto di vedere che effetto fa, mettere in fila le parole come vengono.
Sarà che ci sono dei sentimenti che mi mancano.
Sarà che ho bevuto due litri di the e per questo non riesco a dormire e non ho voglia di leggermi cinquemila pagine de Il maestro e Margherita.
Sarà che secondo me è colpa mia, se mi trovo sempre in queste situazioni allucinanti.

Porcamiseria, è l’una e mezza, e come al solito non ho combinato un cazzo. Come dice quello del libro: “si rese conto che quella notte era persa, per sempre”.

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Apr 29 2011

se qualcuno osa dire che questo post è lamentoso gli spacco la faccia

Questa sera ho chiuso formalmente “modulazione di frequenza”. Cioè, ufficialmente l’ho sospeso. Ci siamo detti che è stato bello e che adesso, come nelle grandi storie d’amore, per un motivo o per l’altro non ce la facciamo più a portare avanti il progetto, che sono sorti altri interessi, sono nati altri problemi, nuove condizioni sono maturate, che siamo cresciuti, che al momento ci sono cose più importanti.
Mentre tutto questo succedeva – e io sapevo che sarebbe successo, l’avevo accuratamente preparato - mi sentivo dentro qualche cosa di piccolo che si sgretolava e c’era un sottile e continuo fischio di sottofondo, un sibilo, un piccolo lamento di dolore, di quella parte di me che si vive questa sospensione come una sconfitta personale.
Non sono ubiqua, questo lo sapevo da prima. Probabilmente per questa vita almeno dovrò mettermi via il fatto che non riuscirò a bere la pozione dello sdoppiamento, e il risultato di questa mia incapacità che mi pare imperdonabile (sfioro la patologia, lo so, lo ammetto) è che cadono pezzi, come quando cerco di scaricare l’auto e vorrei fare un viaggio solo così finisce che mi carico come un’imbecille e per la strada qualcosa mi cade. Se sono fortunata la recupero. Sennò, se a cadere è stata la preziosa bottiglia di vino rubata al babbo, m’attacco al tram.
Attenzione vitantonio, questo non è un messaggio in una bottiglia, non è un rebus, non è una sottile richiesta d’aiuto. Stiamo qua, io e me, che ancora una volta abbiamo abbandonato la festa molto prima che accennasse a finire, perchè avevamo bisogno di rinchiuderci nella nostra intimità (l’ultimo proclama è una totale estraneità). Siamo qui io e me mentre la festa va avanti e io me ne sono andata turbata, stanca, sconfitta, con l’idea di essere stata un po’ violata. Come quando da adolescente ci sono quelli che per scherzo ti aprono la porta del bagno mentre sei dentro.  Vabbè  ma questo che c’entra. Sento incontrollabile il terrore del radicamento, della delusione, l’angoscia al pensiero che qualcuno possa vedermi così spesso da cominciare a conoscermi. In questo momento vorrei annullare tutte le date che ho da qui al giorno in cui partirò per il posto qualsiasi dove mi condurrà questo master. Ho una paura fottuta. Non voglio esserci per nessuno.
Per esempio potrei sparire stanotte e domani ciccia, la vitantonio non c’è più. Le persone si dimenticano molto più in fretta di quanto non pensiamo. Per esempio, due settimane fa è morto Vittorio Arrigoni e oggi, mentre facevo un breve reading in suo onore, la gente mangiava e faceva casino e non vedeva l’ora che finisse. Mi è venuto da vomitare.
Per esempio Sacco è morto il 17 aprile e solo io e Francis lo sappiamo.
Per esempio mia sorella mi ha detto che dopo uno shock l’ipotalamo ci mette anche un anno e mezzo a ricostruire le sinapsi, quindi sono nella norma persino io.
Per esempio le persone si compiacciono della loro infelicità.
Per esempio la causa di tutti i mali sono gli ormoni è forse la soluzione è farseli asportare come fossero cisti, si può fare?
Per esempio io odio equitalia, odio la cooperativa che mi fa la contabilità e in particolare la tipa che mi tratta sempre come se fossi un’imbecille.
Per esempio in fin dei conti io sono un’imbecille.
Per esempio le persone mi sopravvalutano, e per questo mi lasciano sola.
Per esempio le finestre dovrebbero stare sempre tutte chiuse barricate con sbarre di cemento armato e sarcazzo cosa.
Per esempio vorrei essere già addormentata e domani svegliarmi col coraggio di chiudere casa e sparire.
Per esempio bastarmi.
Per esempio bastarti.
Per esempio bastardi.
Per esempio essere onesta.
Per esempio smetterla con queste cose patetiche e avere il coraggio di alzare la voce.
Per esempio che quando il mio ipotalamo ricomincia a funzionare io voglio essere lontana anni luce da qui e voglio che tutti si siano già dimenticati di me.

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Mar 21 2011

un post intimista, postintimista, intimistpost

Erano proprio dieci anni fa, che stavo nella mia mezza stanza a montechange e mi sembrava di non aver capito un cazzo della vita, ma soprattutto mi sembrava di non avere nessuna possibilità di imparare, di fare e disfare, mi sentivo come in balìa di ciò che accadeva, come persa dentro un flusso che non solo non potevo controllare, ma neppure prevenire, indovinare, intuire. Erano proprio dieci anni fa e una storia d’amore importante era finita. E se ci penso non mi sono mai chiesta abbastanza come, non mi sono mai chiesta abbastanza quanto, ma insomma è finita quella come ne sono finite molte altre poi, forse semplicemente l’amore se ne è andato da un’altra parte ci ha abbandonati così e noi ci siamo ritrovati improvvisamente senza di lui, e senza di lui in mezzo a noi c’era solo uno di quei buchi neri contro i quali ancora oggi mi trovo a lottare di tanto in tanto.

E mi ricordo di una mail, che erano le prime mail che mandavo e ricevevo in assoluto, la grande rivoluzione dell’indirizzo email, che non tutti cel’avevano ma noi studenti di scienze della competizione eccome se cel’avevamo, eh, avevamo pure fatto l’esame di informatica e io avevo dovuto darlo due volte per poi passarlo con un voto che è rimasto il più basso di tutto il mio pluridecorato libretto. Mi ricordo di una mail in cui lui si chiedeva, mi chiedeva, cosa ci sta dall’altra parte dell’amore?

Ecco sono un po’ di notti che sogno mio malgrado l’uomo cui ho donato quattro anni della mia vita, e sono sogni umilianti, dai quali mi sveglio proprio con la stessa sensazione che avevo, quando vivevo con lui, ogni volta che non riuscivo a rispondere a grida con grida, ad offese con offese, a violenza con violenza. Sono un po’ di notti che lo sogno quale si è mostrato nei momenti peggiori e mi sveglio come sporca, come inzaccherata di fango, mi sveglio male, mi sveglio, dolore incontrollabile alle ossa e labbra gonfie a furia di morderle. Allora stamattina mi sono chiesta, mentre in auto, ossarottelabbragonfiedentischeggiati, tornavo da La Spezia, mi sono chiesta proprio, che cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore?
Cosa rimane quando mi trovo senza?cosa ci sta, là, nel posto dove stava l’amore? Mi piacerebbe che ci fosse quell’indifferenza che cantano i neomelodici nelle loro canzonette da lavatrice a trenta gradi, mi piacerebbe avere una tonnellata di indifferenza a riempirmi questo buco, mi piacerebbe che fosse tutto passato, tutto lavato, una candeggina dell’anima vorrei, una di quelle boccette di liquido bianco alle quali anelavamo alle scuole medie durante i compiti di matematica, che era troppo tardi per ricopiare in bella.

Quanto tempo ci vuole, quanto tempo ci vuole per non avere più voglia di dare fuoco alla casa, di pigliare il telefono e riempirlo d’insulti?quanto tempo ci metterò a farmi passare la voglia di scrivergli per filo e per segno tutte le cattiverie che mi vengono in testa? Quanto tempo ci metterò a non scappare dai maschi ogni volta che mi rendo conto che hanno il trecentoquarantottesimo neo che è proprio come il suo?
Quanto tempo ci vuole, perchè io smetta di sobbalzare di paura ogni volta che vedo un’auto come la sua?
Io non lo so cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore, ma vorrei che non ci fosse niente, vorrei sonni senza sogni, vorrei incontri leggeri che non fossero puntellati dal mio continuo terrore di trovarne un altro come lui. Vorrei non fare di tutt’erba un fascio, vorrei dare alle persone una possibilità, vorrei che dall’altra parte dell’amore ci fosse semplicemente che ne so, un vuoto, un singhiozzo, uno sbadiglio, un tempo morto.

Lo so, avrei dovuto fare un post sulla Libia, che va tanto di moda, avrei dovuto fare un post sull’aeroporto chiuso a Trapani, sulla rivolta a Lampedusa, avrei dovuto, ma invece no, cazzo no, non lo voglio fare, perchè io sono pure questo, sono pure che mentre vado al presidio mi guardo intorno e una parte di me è terrorizzata dall’idea di vedere ancora quegli occhi e l’altra si dice che lui al presidio non ci sarebbe venuto mai. Sono pure questo, sono questo, sono quella che fa il master per cambiare lavoro e quella che fa gli spettacoli, e quella che non si capisce come, e quella che a un certo punto alcune piante si seccano e basta senza motivo, sono quella sono questa sono.

Che cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore.

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Ago 22 2010

ufficio relazioni internazionali


Qui sono tutti in vacanza. Ne approfitto per dimenarmi come un’imbecille tra siti internet poco aggiornati e improbabili annunci lavorativi impolverati come l’ultimo dei miei cassetti. Per lo meno mi sembra di fare qualcosa di utile, sto attivamente cercando di riqualificarmi, di riposizionarmi, di ricollocarmi ovvero di trovarmi uno straccio di dignitoso buco in questa città (in questo paese, in questo pianeta?) ed abdicare definitivamente in favore di chi ha più grugno di me. Io ho già dato, mi pare, e mi trovo con un bel pugno di merda che si capisce facilmente quante mosche attragga.

E’ ora di un pochino di sana egoista felicità, e se le strade tentate in passato non hanno funzionato non è colpa delle strade, ma è stata forse colpa mia.
Mi rimbocco le maniche. Anzi, le strappo, che faccio prima.
Bisogna cominciare dall’inizio, ecco cosa bisogna, a patto di trovarlo, l’inizio.
E guardare a pezzettini piccoli piccoli che altrimenti vengono le vertigini.
Le vertigini.

Dovrei forse cominciare con uno studio approfondito del dizionario.

Trovare nuove parole.
Se trovassi parole nuove forse troverei nuove soluzioni.
O quantomeno nuove domande.

Bisogna fare delle liste.
Rinchiudersi nella piccola certezza di un elenco.
Rivalutare l’importanza di quelle pagine scritte mettendo un punto dopo l’altro.

Voglio un elenco puntato per la mia vita

voglio una giornata che passi dalla a alla c facendo una sosta intermedia nella b

voglio che sia possibile la logica della sequenza lineare uno due e tre

voglio i numeri semplici

una lista chiara ed efficace, voglio

e pennarelli colorati per cancellare le cose già fatte

e sospiri di sollievo quando chiuderò il tappo del succitato pennarello

voglio che le cose dentro di me comincino a sistemarsi una dopo l’altra e la smettano di affastellarsi come gli inquilini di una casa in fiamme dall’unica finestra ancora agibile

voglio che cessi lo stato di emergenza
voglio che finalmente il presidente della repubblica proclami che le cose hanno ripreso il loro corso regolare e dopo anni trentuno finalmente il territorio gode di uno stato di pace e democrazia, che le lunghe e complesse operazioni di pace hanno portato al risultato tanto anelato e la popolazione può recarsi ad elezioni democraticamente elette ed esprimere civilmente la propria preferenza.
Voglio che la smettano di costruire bombe dentro di me.
Che la smettano di tirarsele addosso in una guerra civile infinita.

Voglio una bandiera della pace nel mio cervello, una di quelle che penzolavano trionfanti dieci anni fa dai nostri balconi di studenti speranzosi.
Questo voglio

e il giorno dopo la firma degli accordi di pace forse potrò pure cominciare a occuparmi delle relazioni internazionali con il vicinato.

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Apr 10 2010

una lacrima per un locale clandestino chiuso dalle forze dell’ordine

Published by lucilla under interni

Ero qui in questa stanza londinese che già sono passati troppi giorni senza scrivere senza fermarmi a osservare quello che mi succede dentro ero in questa stanza londinese che profuma del miracolo della primavera ero qui che dovevo riempire questi maledetti moduli che sono la mia perpetua retribuzione karmika ero qui, che cercavo di spiegare perchè voglio trasformare il mio racconto in uno spettacolo, e allora ho dovuto spiegare perche’ il diario di viaggio in Africa è diventato un racconto, poi ho dovuto spiegare perchè avevo scritto il diario, e poi perchè ero andata in Africa, e improvvisamente dentro quest’aria profumatissima della primavera londinese tutto si è sospeso tutto si è ibernato e io ero là

nella mia bettola preferita, anni fa che quanti anni sono passati non lo so, ma ero là, con quel peso dentro che non sapevo cos’era ma si trasformava in vita pura e graffiante, ed erano le quattro del mattino e in quella bettola mi aveva accolto un trans col quale avevamo scoperto di avere lo stesso segno zodiacale, bevevo una birra ma direttamente dalla bottiglia, perchè avevamo paura a bere dal bicchiere, bevevo una birra e loro, i miei due compagni, i fratelli di quegli anni, bevevano con me, e io non parlavo.
Non parlavo molto, in pubblico. Cantavo vestita di bianco e mi concedevo pochissimo ad altri. Loro due parlavano e ridevano, i loro occhi brillavano di una luce miracolosa e io in tutto quel casino mi sentivo tranquilla, mi sentivo a posto mi sentivo in qualche modo protetta e ogni tanto uno di loro due mi chiedeva come stai vitalitantonio e io sorridevo.
Perchè non avevo voglia di parlare. 

E in questa stanza a nordest di Londra improvvisamente ho sentito quell’odore di nulla e mi sono commossa, mi sono. Mi è venuto come uno strano magone mi è sembrato che finalmente potrei piangere, per tutto quello che è passato, per quello che non ho più, per quelle notti che aspettavano angosciate la mattina, per quella vita che non sapevo come far uscire da me, per tutti gli errori e tutte le cose che dovevano essere fatte e per questo le abbiamo fatte senza pensarci due volte.

E poi mi è venuto da piangere perchè finalmente ho avuto il coraggio di scriverlo.

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Feb 04 2010

mondo malefico porcello disgraziato

Non mi va bene no, non mi va bene. Io pedalo come una forsennata, pedalo che ho le cosce in fiamme e arrivo a scuola che ho già i crampi, pedalo, non mi fermo, e quando mi viene da fermarmi penso alle farfalle ai fiori alla primavera, pedalo perchè mi sono promessa che avrei pedalato ma dove sta la fine della stramaledetta salita dove sta un poco di pianura non dico la discesa che non ambisco a tanto ma la tanto decantata pianura dove porca carogna sta?

Sono incazzata, delusa, affranta, sono triste e ho voglia di piangere e di chiudere tutte le porte semiaperte ho voglia di mettermi alla guida di un gigantesco demolitore-di-me.
Voglio rompere tutto quello che resta in piedi.
Che mi sembra che non ne valga la pena.
Che sono sempre più indietro.
Che non ci ho più un grammo di voglia di stare come sto.
Io non dico non voglio più avere i problemi, no, mica sono ancora a questo punto. Ma almeno avere problemi nuovi, almeno una stronzissima novità nella casistica no? Sempre le stesse stronzissime cose.

E allora non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti. Non sono come mi vorrebbero e soprattutto non sono come mi vorrei. Sono implosa sono tutta sminuzzata sono persa.
Non ho un luogo una casa una tana  dentro di me è tutto arso una bomba atomica gigante mi è esplosa dentro e bum.
Rimangono solo i cadaveri dei miei tabù.
Che però come zombi popolano questo campo devastato.

Sono solo una lunga lista di divieti e di rinunce.

Nota del giorno dopo: come spesso m’accade in questi casi, stamane volevo cancellare le tracce dell’ira. Non che mi sia passata, ma la mattina ho sempre un po’ di pudore in più. Soprattutto dopo aver compiuto 31 anni. Mi vengono pensieri tipo “questi sentimenti adolescenziali distruttivi e autoreferenziali non si addicono a un’adulta”. Bene. Il post non lo cancello perchè evidentemente o non sono adulta, o anche da adulta mi toccano queste ire globali e dirette verso tutto il creato. Sinceramente delle due preferirei la prima, che lascia ancora un po’ di speranza in un ipotetico futuro. Ma tant’è. Sto così. Che mi piaccia o no.

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Feb 28 2009

on the edge

in questa notte di fusi orari che si rincorrono all’infinito
quelli che ho lasciato dormono, e pure quelli che troverò
io veglio sui loro sonni
e sogni
che sono preziosi
neanche una lacrima riesce a fuggire da me
questo corpo nuovo che ho riscoperto trattiene tutto
dentro
eppure ho gambe e lunghe braccia
che spostano l’acqua di questi giorni liquidi
senza fatica

Sono sospesa dentro una di quelle notti
dove il tempo fuori di me cessa di esistere
e guardo davanti a me la soglia
che mi appare in queste notti di nulla
potrei varcarla
come pure ho già fatto
e ritrovarmi in uno di quei vuoti di senso dai quali ogni volta
ogni volta
ho dubitato di riuscire a uscire
ma questa notte torno indietro prima di varcare la soglia

mi fa paura il ritorno
paura amare un luogo così ostile

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