Archive for the 'interni' Category

Ago 22 2010

ufficio relazioni internazionali


Qui sono tutti in vacanza. Ne approfitto per dimenarmi come un’imbecille tra siti internet poco aggiornati e improbabili annunci lavorativi impolverati come l’ultimo dei miei cassetti. Per lo meno mi sembra di fare qualcosa di utile, sto attivamente cercando di riqualificarmi, di riposizionarmi, di ricollocarmi ovvero di trovarmi uno straccio di dignitoso buco in questa città (in questo paese, in questo pianeta?) ed abdicare definitivamente in favore di chi ha più grugno di me. Io ho già dato, mi pare, e mi trovo con un bel pugno di merda che si capisce facilmente quante mosche attragga.

E’ ora di un pochino di sana egoista felicità, e se le strade tentate in passato non hanno funzionato non è colpa delle strade, ma è stata forse colpa mia.
Mi rimbocco le maniche. Anzi, le strappo, che faccio prima.
Bisogna cominciare dall’inizio, ecco cosa bisogna, a patto di trovarlo, l’inizio.
E guardare a pezzettini piccoli piccoli che altrimenti vengono le vertigini.
Le vertigini.

Dovrei forse cominciare con uno studio approfondito del dizionario.

Trovare nuove parole.
Se trovassi parole nuove forse troverei nuove soluzioni.
O quantomeno nuove domande.

Bisogna fare delle liste.
Rinchiudersi nella piccola certezza di un elenco.
Rivalutare l’importanza di quelle pagine scritte mettendo un punto dopo l’altro.

Voglio un elenco puntato per la mia vita

voglio una giornata che passi dalla a alla c facendo una sosta intermedia nella b

voglio che sia possibile la logica della sequenza lineare uno due e tre

voglio i numeri semplici

una lista chiara ed efficace, voglio

e pennarelli colorati per cancellare le cose già fatte

e sospiri di sollievo quando chiuderò il tappo del succitato pennarello

voglio che le cose dentro di me comincino a sistemarsi una dopo l’altra e la smettano di affastellarsi come gli inquilini di una casa in fiamme dall’unica finestra ancora agibile

voglio che cessi lo stato di emergenza
voglio che finalmente il presidente della repubblica proclami che le cose hanno ripreso il loro corso regolare e dopo anni trentuno finalmente il territorio gode di uno stato di pace e democrazia, che le lunghe e complesse operazioni di pace hanno portato al risultato tanto anelato e la popolazione può recarsi ad elezioni democraticamente elette ed esprimere civilmente la propria preferenza.
Voglio che la smettano di costruire bombe dentro di me.
Che la smettano di tirarsele addosso in una guerra civile infinita.

Voglio una bandiera della pace nel mio cervello, una di quelle che penzolavano trionfanti dieci anni fa dai nostri balconi di studenti speranzosi.
Questo voglio

e il giorno dopo la firma degli accordi di pace forse potrò pure cominciare a occuparmi delle relazioni internazionali con il vicinato.

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Apr 10 2010

una lacrima per un locale clandestino chiuso dalle forze dell’ordine

Published by lucilla under interni

Ero qui in questa stanza londinese che già sono passati troppi giorni senza scrivere senza fermarmi a osservare quello che mi succede dentro ero in questa stanza londinese che profuma del miracolo della primavera ero qui che dovevo riempire questi maledetti moduli che sono la mia perpetua retribuzione karmika ero qui, che cercavo di spiegare perchè voglio trasformare il mio racconto in uno spettacolo, e allora ho dovuto spiegare perche’ il diario di viaggio in Africa è diventato un racconto, poi ho dovuto spiegare perchè avevo scritto il diario, e poi perchè ero andata in Africa, e improvvisamente dentro quest’aria profumatissima della primavera londinese tutto si è sospeso tutto si è ibernato e io ero là

nella mia bettola preferita, anni fa che quanti anni sono passati non lo so, ma ero là, con quel peso dentro che non sapevo cos’era ma si trasformava in vita pura e graffiante, ed erano le quattro del mattino e in quella bettola mi aveva accolto un trans col quale avevamo scoperto di avere lo stesso segno zodiacale, bevevo una birra ma direttamente dalla bottiglia, perchè avevamo paura a bere dal bicchiere, bevevo una birra e loro, i miei due compagni, i fratelli di quegli anni, bevevano con me, e io non parlavo.
Non parlavo molto, in pubblico. Cantavo vestita di bianco e mi concedevo pochissimo ad altri. Loro due parlavano e ridevano, i loro occhi brillavano di una luce miracolosa e io in tutto quel casino mi sentivo tranquilla, mi sentivo a posto mi sentivo in qualche modo protetta e ogni tanto uno di loro due mi chiedeva come stai vitalitantonio e io sorridevo.
Perchè non avevo voglia di parlare. 

E in questa stanza a nordest di Londra improvvisamente ho sentito quell’odore di nulla e mi sono commossa, mi sono. Mi è venuto come uno strano magone mi è sembrato che finalmente potrei piangere, per tutto quello che è passato, per quello che non ho più, per quelle notti che aspettavano angosciate la mattina, per quella vita che non sapevo come far uscire da me, per tutti gli errori e tutte le cose che dovevano essere fatte e per questo le abbiamo fatte senza pensarci due volte.

E poi mi è venuto da piangere perchè finalmente ho avuto il coraggio di scriverlo.

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Feb 04 2010

mondo malefico porcello disgraziato

Non mi va bene no, non mi va bene. Io pedalo come una forsennata, pedalo che ho le cosce in fiamme e arrivo a scuola che ho già i crampi, pedalo, non mi fermo, e quando mi viene da fermarmi penso alle farfalle ai fiori alla primavera, pedalo perchè mi sono promessa che avrei pedalato ma dove sta la fine della stramaledetta salita dove sta un poco di pianura non dico la discesa che non ambisco a tanto ma la tanto decantata pianura dove porca carogna sta?

Sono incazzata, delusa, affranta, sono triste e ho voglia di piangere e di chiudere tutte le porte semiaperte ho voglia di mettermi alla guida di un gigantesco demolitore-di-me.
Voglio rompere tutto quello che resta in piedi.
Che mi sembra che non ne valga la pena.
Che sono sempre più indietro.
Che non ci ho più un grammo di voglia di stare come sto.
Io non dico non voglio più avere i problemi, no, mica sono ancora a questo punto. Ma almeno avere problemi nuovi, almeno una stronzissima novità nella casistica no? Sempre le stesse stronzissime cose.

E allora non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti. Non sono come mi vorrebbero e soprattutto non sono come mi vorrei. Sono implosa sono tutta sminuzzata sono persa.
Non ho un luogo una casa una tana  dentro di me è tutto arso una bomba atomica gigante mi è esplosa dentro e bum.
Rimangono solo i cadaveri dei miei tabù.
Che però come zombi popolano questo campo devastato.

Sono solo una lunga lista di divieti e di rinunce.

Nota del giorno dopo: come spesso m’accade in questi casi, stamane volevo cancellare le tracce dell’ira. Non che mi sia passata, ma la mattina ho sempre un po’ di pudore in più. Soprattutto dopo aver compiuto 31 anni. Mi vengono pensieri tipo “questi sentimenti adolescenziali distruttivi e autoreferenziali non si addicono a un’adulta”. Bene. Il post non lo cancello perchè evidentemente o non sono adulta, o anche da adulta mi toccano queste ire globali e dirette verso tutto il creato. Sinceramente delle due preferirei la prima, che lascia ancora un po’ di speranza in un ipotetico futuro. Ma tant’è. Sto così. Che mi piaccia o no.

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Feb 28 2009

on the edge

in questa notte di fusi orari che si rincorrono all’infinito
quelli che ho lasciato dormono, e pure quelli che troverò
io veglio sui loro sonni
e sogni
che sono preziosi
neanche una lacrima riesce a fuggire da me
questo corpo nuovo che ho riscoperto trattiene tutto
dentro
eppure ho gambe e lunghe braccia
che spostano l’acqua di questi giorni liquidi
senza fatica

Sono sospesa dentro una di quelle notti
dove il tempo fuori di me cessa di esistere
e guardo davanti a me la soglia
che mi appare in queste notti di nulla
potrei varcarla
come pure ho già fatto
e ritrovarmi in uno di quei vuoti di senso dai quali ogni volta
ogni volta
ho dubitato di riuscire a uscire
ma questa notte torno indietro prima di varcare la soglia

mi fa paura il ritorno
paura amare un luogo così ostile

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Dic 30 2008

(pen)ultime coraggiose riflessioni sull’anno che se ne va

Published by lucilla under solitudine, interni, carla, vitantonio

Se mi soffermo con attenzione su tutto quello che è successo mi rendo conto che c’è stato un momento… io me lo ricordo. Mi ricordo di un giorno d’inizio marzo, era freddo e della primavera non ricordavo nemmeno l’odore. E pensavo, anzi, che forse un’altra primavera non l’avrei vista mai (ma questa è un’altra storia). Mi ricordo di quel giorno d’inizio marzo e di come mi dissi che ci avrei provato, a cambiare tutto e a ricominciare dal mio tre. Me lo dissi e andai dal mio psicologo-e mi sembra passato così tanto tempo che a volte mi domando se non si trattasse per caso di un’altra me – e mi stesi sul lettino e gli dissi ho deciso, io ci provo, io mi do due mesi per provarci.

E’ stato come chiudere una porta pesantissima, come buttare la chiave in un luogo che non ricordo più bene dove sia, è stata una ferita uno squarcio è stato un dolore che con nessuno ho mai potuto condividere, perchè i soli che avrebbero potuto capire, loro erano rimasti dall’altra parte della soglia.
E davanti a me c’era solo un infinito paesaggio di Dalì tutto storto e privo di una qualsiasi prospettiva razionale, c’era un mondo tutto distrutto e una solitudine infinita di orologi deformati e persone che parlavano una lingua nemica. E’ da allora che percepisco quanto poco i miei occhi vedano. E’ da allora che ho sempre l’impressione di non vederci abbastanza.

Io non so non mi ricordo bene e forse ora non ha nemmeno tanto senso mettermi a contare io non so più bene nemmeno quanto tempo sia passato da allora né sono in grado di affermare che quei due mesi siano stati due mesi soltanto o non siano diventati poi sei fatto sta che a un certo punto mi sono accorta che la porta era chiusa chiusa sbarrata e non rimaneva nulla non rimaneva neppure un legame un oggetto un ricordo.
E poi è cominciato un silenzio di paura una specie di omertà è cominciata perchè non sta bene perchè io lo comprendo che non è facile capire e non è detto che le persone che ti stanno accanto debbano per forza farlo, debbano per forza CAPIRE, a volte uno non ha voglia di capire a volte a uno non interessa se prima c’era anche qualcos’altro a volte non è nemmeno importante mica è importante che i tuoi allievi i tuoi nuovi amici il tuo nuovo mondo mica è importante che tutti guardino dietro quella porta mica è importante che sappiano cosa c’era
e poi d’altra parte smettiamola con queste tragedie cosa mai potrebbe esserci di così terribile di così inaccettabile di così diverso.

Epperò ci sono delle sere di solitudine in cui l’occhio offeso mi cade su un angolo nascosto della stanza e vedo ancora quella soglia e dopo tutti questi lunghissimi giorni di negazione mi rendo conto che forse è il momento di rimettere le mani e il cuore là di vedere cosa c’è cosa ho lasciato lì senza paura ma forse con un po’ di delicatezza questo sì.
Perchè di un mondo morto si tratta, di persone morte di una me morta quel giorno sul lettino dello psicologo e allora bisogna tornare in questo mondo di presenze che ancora reclamano di poter parlare ogni tanto, ogni tanto, di non essere dimenticate, e io lo so che lo devo, lo devo loro, che è una sorta di debito, che m’hanno liberata eppure il patto era di ascoltarle ogni tanto di osservare dietro quella soglia cosa stava succedendo.

E’ difficile a volte camminare senza avere paura della mia valigia di cadaveri, senza temere che essa allontani da me il mondo di adesso le persone che amo e tutto il resto. Epperò io sono tutto questo, anche la valigia piena di cadaveri, anche quella sono io.

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Lug 24 2008

travolta

Sono passati cinque giorni dal mio ritorno e sono ancora sopraffatta dalla stanchezza, dai ricordi fisici e visivi che mi tendono agguati incuranti del fatto che io sia sveglia o stia dormendo, dall’incredulità e da tutta una serie di sensazioni e sentimenti più o meno contrastanti le une con gli altri. Il risultato è che mi sembrano passate solo poche ore da quando l’amicomarco (e come al solito questo cazzo di sito non funziona quindi invece di linkare la parola devo aggiungere il nome del sito, uff…http://iotocco.ilcannocchiale.it) mi è venuto a prendere in quella landa desolata che si fa chiamare aeroporto di Forlì portandomi peraltro il mio fidanzato invalido di modo da comporre un quadretto familiare strappalacrime: l’uudm, io, le stampelle, le mie ingombrantissime valigie e l’amicomarco in disparte sorridente e condiscendente.
Mi sembrano passate poche ore e invece sono passati cinque interi giorni che ho attraversato praticamente in apnea, crollando in preda a un sonno incontrollabile ogni volta che ne avevo l’occasione senza tra l’altro sentirmi punto riposata, cinque interi giorni-zombie dai quali forse sto lentamente riemergendo aggrappandomi a qualcuna delle idee anarchiche di cui al post precedente, e chissà cosa ne verrà fuori.
Infine noto che solo con fatica sono riuscita a buttare giù queste poche righe, che di energia ne ho poca e mal distribuita, ma mi sentivo in dovere di aggiornare lo sito meo onde non preoccupare li lettori sul mio stato di salute fisica e mentale.
Ora sono stanca, mi vo a riposare.

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Lug 19 2008

coming home

Tutto pronto o quasi. Il letto senza lenzuola la valigia ancora aperta ma quasi chiusa i regali (pochi) i soldi italiani e quelli inglesi l’agenda il cappotto il saccappelo, ho effettuato con clinico distacco un ripulisti del mio vetusto biuticheis buttando tutta una serie di lozioni, scatoline e scatolette che da anni mi trascinavo dietro in ricordo di qualcosa che pero’ non ricordo piu’ cosa sia. La guida di Londra l’ho imprestata a un’amica, i biglietti da visita li ho terminati e in cambio ho tutta una coloratissima e varia serie di biglietti e bigliettini inglesi, americani, giapponesi, messicani, portoricani e via discorrendo.
Il cielo sulla citta’ si apre timidamente mostrando un timido sole che pare non aver nessuna voglia di affacciarsi alla sua finestra.
Stanotte sono tornata tarderrimo dopo un’esilarante serata passata al bar del teatro young vic con compagni e compagne di corso che chissa’ se mai ci rivedremo piu’ ma intanto le promesse ce le siamo fatte come da programma, quando ho salutato alcuni mi veniva financo da piangere, mi sono pure un po’ vergognata di me per essermi tanto affezionata a un’americana ma oh, sono paradossi della vita che a volte ti capitano e tu non puoi che accettarli.
Per sbarcare in Stretham Hill ho dovuto camminare attorno a Waterloo Station, trovare la giusta stazione del bus e poi prenderne tre, uno dopo l’altro.
Ho fumato tre sigarette:una di Singapore, una di Londra, una di Kyoto. Il risultato e’ che stamane ci ho la voce di un trans.

Me ne sono uscita ieri pomeriggio dall’Ecole de Mime con i complimenti inaspettatissimi dei miei insegnanti e la promessa di fare tutto il possibile per rivederli. Adesso mi tocca pure lavorare. Ci ho delle idee. In queste ultime ore londinesi mi sfrecciano davanti le immagini di tutte queste ore di lavoro, mi sento il corpo cambiato, vivo e pure un po’ stanco. Le idee intanto prendono forma e si muovono in maniera sinceramente caotica ma per ora non me ne preoccupo. Le idee mi popolano e un po’ mi soffocano anche. Le idee in questo momento sono spettinate, un po’ sporche, senza casa e forse un po’ punk. Sono idee anarchiche. Le mie idee anarchiche se ne fottono allegramente di me e del mio bisogno di tranquillita’, banchettano su di me e ruttano rumorosamente. Sono idee irrispettose. Non per forza rivoluzionarie. Qualcuna forse addirittura reazionaria e borghese. Le mie idee non si mettono d’accordo nemmeno tra di loro.
Figuriamoci se hanno il tempo di mettersi d’accordo con me.

Cosi’ riparto.
Me ne torno a casa, che le mie idee lo vogliano oppure no.

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Giu 20 2008

splat

Published by lucilla under solitudine, interni, carla, vitantonio, teatro

fra 9 ore sarò in scena al tpo con OTTO. Mi devo preparare. Devo mangiare qualcosa. Devo caricare tutto l’armamentario sulla mia Rotellina, devo fare almeno una prova che sia una, sennò finisce che sbaglio spettacolo e comincio a parlare di briganti, devo avere pazienza, devo comprarmi la batteria per il microfono altrimenti lo spettacolo lo si fa col linguaggio dei segni, devo.
Queste e molte altre cose.
Ma non ci sono cazzi. Sono spiaccicata in casa da due giorni, se provo a dormire mi viene l’ansia, se mi alzo mi viene sonno, se leggo mi viene fame, se mangio mi viene pure da svomitazzare in giro.
In questa maniera arriverò fino a stasera, anzi, possiamo dire senz’ombra di dubbio che sarà stasera ad arrivare fino a me, che giaccio immobile e, se dipendesse da me, non andrei da nessuna parte. Ma stasera arriverà e con essa giungeranno le novemmezza e io, a quei quattro volenterosi che saranno venuti a vedersi il teatro, qualcosa dovrò raccontare.
Potrei raccontar loro di come, mentre finalmente trovavo la forza di sputare quattro parole su questo miserrimo blog, mi hanno telefonato dall’oleificio sticazzi di Imperia per propormi di comprare olio di oliva a prezzo promozionale, a me, che l’olio d’oliva mi esce dalle orecchie e che ho passato l’infanzia in un puzzolentissimo frantoio del basso Molise. Potrei pure aggiungere che, nonostante le mie gentili ma fermissime repliche, il telefonista dell’oleificio sticazzi di Imperia ha insistito e ri-insistito fino a farmi perdere la pazienza e a farmi dire: “ma lei sta proprio cercando di farsi mandare a fanculo, stamattina?”.
Oppure potrei raccontare di come stamane, dentro un gigantesco supermercato, mezza congelata a causa di un’aria condizionata che farebbe rabbrividire una per una le paroline del protocollo di Kyoto, se potessero, ero in cerca di una minidv. Le minidv c’erano, ma esposte in pacchi di 3, al prezzo di 15 euri. Ma io che me ne fo, di 3 minidv?me ne serve una. Gira e rigira, battendo i denti dal freddo, scopro che ce ne sono anche in pezzi singoli, a 4 euri e mezzo, e dico oj, la voglio. Ma esse sono rinchiuse nel mobiletto sottochiave. Allora, con pazienza, vado dalla signorina dell’altoparlante e le chiedo di mandarmi l’omino della chiave. Passano 5 minuti e l’omino non arriva. Ripeto la mia richiesta alla signorina dell’altoparlante che, neanche troppo cortesemente, fa un nuovo annuncio. Niente. Dell’omino e della chiave neanche l’ombra. Al terzo, inutile richiamo, passati quasi 20 minuti, durante i quali ho rischiato il congelamento, decido di fare da me. Vado a prendere uno degli scatolotti da 3 minidv, lo apro e me ne infilo una in borsa.
In questo modo ho valutato che 20 minuti del mio tempo valessero 4 euri e mezzo.
Non mi sembra nemmeno troppo.

e non me ne fotte di mischiare passato presente e imperfetto. il futuro non lo uso.

perbenino mi drogherei
fino a dormire, finalmente
amletica

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Giu 12 2008

potlach

Da ieri mattina sono chiusa nell’antico convento che ospita il Teatro Potlach per le utlime prove di “running in the fabrik” . Abbiamo la nostra cameretta con tre lettini a castello, il nostro posto per mettere il cibo, la nostra sala prove attrezzata dove staremo chiusi fino a domani sera.
Siamo interamente immersi nel processo. Io, dal canto mio, navigo in questa strana dimensione tipica dell’aiutoregia, un po’ dentro un po’ fuori lo spettacolo, Continue Reading »

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Giu 01 2008

animella mia rivivisci

Published by lucilla under interni, viaggi, carla, vitantonio, tour

e cosí mi sono fatta coraggio e ho compiuto un vero e proprio atto rivoluzionario e cioé mi sono affittata un velocipede tutto per me, di quelli che per frenare col freno di dietro devi pedalare al contrario, un vero casino, mioddio, ma mi sentivo fiera e coraggiosa dopo aver assistito alla danza del grande carillon di Monaco, con tutto questo sole tedesco e la gente coi nasi all’insú, dovevo compiere un atto rivoluzionario, e quindi in men che non si dica sono montata col culone sulla mia bicicletta in affitto e mi sono girata e rigirata tutto in quartiere di Schwabing, pensando che su quei sassetti nonno Lenin e zio Klee avevano poggiato i loro piedi resi lievi dall’idea di una rivoluzione possibile. E quanto mi sono divertita a girare e rigirare e quanto la mia animella rachitica si é rinfrancata, come ha ricominciato a respirare, la mia povera animuccia moribonda, in queste strade dove i ciclisti hanno diritto ad esistere e non devono difendersi a spada tratta da automobilisti e pedoni incauti!!!

Oh che bello gironzolar, le gambine scoperte si godevano tutto il venticello che prontamente mi alzava la sottana e per fortuna la borsetta non pesava. Ci avevo pure il mio libro appresso che ho letto in un bar davanti a una piazza che si chiama “libertá di Monaco”, bevendo birra ghiacciata e lasciando la scolatura come m’hanno insegnato questi bavaresi.
In Bavaria ho chiesto un bicchiere di vino bianco e mi é stata portata una gigantesca tazza ricolma di vino. Ho chiesto un piatto di zuppa e mi é stata portata una zuppiera strapiena, insomma, le misure sono un po’ diverse, sto nel paese dei vatussi o forse sono io lillipuziana fatto sta che la mia piccola animuccia provata da questo lungo anno di difficoltá si é tutta ben stiracchiata e per fortuna, per fortuna ho preso coraggio e ho fatto la mia piccola rivoluzione in velocipede, per fortuna non mi sono fatta prendere dalla timidezza e dallo sconforto, per fortuna per fortunissima.

E ci ho pure un poco male al culone, mi fa persino ridere questa cosa se penso che un anno e mezzo fa pedalavo che era una meraviglia su e giú per Padaniacity e invece oggi ho preso la bicicletta col fare incerto di colei che non ci monta su da troppissimo tempo. E mentre indugiavo sui pedali cercando di scoprire il sospetto meccanismo del freno, mentre mi giravo tra le mani la cartina si, mi facevo pure ridere. E ridevo.

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