Ore novemmezza e già siamo sulla strada per Ouarzazade. I primi venti km sono tutti di muri che separano la strada da ricchissimi resort, club med valtur francorosso no alpitour ahiahiahiahi. Ma poi a un certo punto, improvvisa, comincia la montagna. Siamo alle porte dell’Atlante. Ogni curva sono diecimila nuovi colori che quasi ci aggrediscono la vista, la terra è verde poi nera poi improvvisamente rossa che più rosso è impossibile pensare, passiamo uno dopo l’altro piccoli borghi che ci sembrano specie di luoghi di frontiera per merci e camionisti. Sulla strada ciclisti in turbante vorrebbero venderci minerali quasi fosforescenti ma noi che ce ne facciamo, dei minerali sottratti illegalmente all’Atlante? saliamo saliamo saliamo, ogni tanto un villaggio anch’esso completamente rosso e perfettamente mimetizzato tra le rocce si intravvede, panni stesi e pedoni al ciglio della strada, e soprattutto questo immenso deserto di rocce e di strati che si sovrappongono l’uno all’altro ordinatissimi in una specie di manuale di geologia a cielo aperto. A duemila e duecento metri facciamo una sosta, abbiamo due mandarini e un pane. Ci arrampichiamo a piedi su una cima ventosissima, che mi pare di cadermene giù e le orecchie mi fischiano come su un aereo. Al di là della cima ci sono delle specie di bivacchi di pietra per i pastori che vi passano, e all’esterno ci sono piccoli e rotondi forni d’argilla scavati nel terreno. Al ritorno un cane ci chiede le ultime briciole di pane. Glie le diamo e proseguiamo. L’abbigliamento delle persone cambia insieme ai colori della terra. Nel pomeriggio, a cinquanta km dalla città, carichiamo un autostoppista che ci dice di avere la macchina rotta. A questo proposito la guida avvisa che questa è la strategia preferita dagli adescatori di turisti per condurli in luoghi dove acquistare souvenir o proporre gite organizzate. Noi all’inizio non ci crediamo, ma dopo un po’ ci accorgiamo che le macchine presumibilmente rotte, sulla strada, sono davvero tante. Il nostro ospite ci racconta storie di tuareg e di carovane che trasportano merci attraverso il deserto fino al Mali e rientrano con pezzi d’artigianato e prodotti di scambio. Non so se credergli, ma le sue storie hanno sicuramente fascino, sarà forse un autostoppista fasullo, ma le sue storie valgono la pena del passaggio. Arrivati a Ouarzazade ci propone di offrirci un te nella casa del cugino e noi ovviamente accettiamo. Il cugino, vestito in abiti tuareg, ci accoglie in un immenso salone arredato alla berbera e ci racconta storie del deserto per un po’. Noi, che abbiamo capito davanti a chi ci troviamo, insistiamo sul fatto di essere molto molto squattrinati. Prima di salutarci ci propone una soluzione, a suo dire, adeguata al nostro portafogli. Siamo stanchi dal viaggio e dal continuo dover diffidare cui siamo stati costretti nei giorni passati. Ci facciamo guidare all’albergo e ne siamo pure contenti. Tiriamo dignitosamente sul prezzo e accettiamo la stanzetta dall’altra parte del ponte che divide in due la città. Dopo esserci ripigliati andiamo a vedere la Kashba che, dicono, vale davvero la pena. E difatti al tramonto è un immenso spettacolo di pietre rosse, paglia e fango, che si staglia tra la montagna e la valle del Draa, che si intravvede all’orizzonte. Dopo pochissimo molti bambini si propongono come guide e facciamo l’errore di essere troppo ottimisti e accettarne una. Tragedia. Al momento del saluto, dopo averci raccontato le quattro stronzate che sapeva sulla Kashba, e che sapevamo pure noi perchè sono le stesse che si trovano su qualsiasi guida della città, ci chiede una moneta. Glie la diamo, ma non è contento. Proviamo ad andarcene ma lui ci segue urlando. Continuiamo a camminare e lui si fa venire una mezza crisi isterica per farsi dare più soldi. Facciamo finta di niente, proviamo ancora a proseguire ma lui prende una grossa pietra e cerca di lanciarcela, la situazione precipita velocissimamente, non so se cercare di chiamare la polizia o se fingere che nulla stia succedendo, il bambino sta facendo la sua scena madre ma il problema è la pietra nelle sue mani, per fortuna l’uudm tira fuori il mostro che è in lui e con un francese che non gli avevo mai sentito gli intima di lasciarci in pace. Il bambino improvvisamente sparisce. Io mi ero molto spaventata, ora respiro. Anche l’uudm, mi accorgo, era teso e un po’ spaventato. Mi ero vista morta con la testa spaccata dalla pietra, proprio adesso che mi sto cominciando a godere la vita. Per rinfrancarci torniamo nel centro della città, che a parte gli studi cinematografici e la kashba non è poi una gran bella città, e ci buttiamo nel mercato. Troviamo un baracchino che profuma di dissenteria e decidiamo di correre il rischio. Assistiamo divertiti alla ricerca di un interprete che possa proporci in francese l’unico piatto della sera. Anche qui c’è un gatto che vuole le mie polpettine. Io lo ignoro.
Compriamo datteri fichi secchi e biscotti e torniamo in albergo, domani partiamo per il deserto.
La mattina dopo carichiamo un altro finto autostoppista che ci conduce, con la scusa del te, a un luogo dove vorrebbe che comprassimo tappeti, ma soldi noi non ne abbiamo per davvero, quindi ci beviamo il te con calma e poi salutiamo. Dopo poco arriviamo alla valle del Draa, un trionfo di palmeraie, villaggi abbandonati, ogni villaggio con la sua meravigliosa kashba semidiroccata, e agglomerati di contadini che si occupano dei datteri. La gente vive indifferente tra le macerie e questo mi ricorda in maniera fortissima Ilha do Moçambique e la sua molle, affascinante e contagiosa decadenza. Ci fermiamo per passeggiare nell’oasi e conosciamo un contadino che ci racconta dettagliatamente come si cresce la palma da dattero e quali sono le culture sul luogo, poi ci dice di essere stata un figurante nel film che Bertolucci ha girato oltre il fiume. Ci fa fare un giro nella palmeraia e ci fa assaggiare i datteri che coglie direttamente dalla palma. Dalla palma! io non ho mai mangiato dei datteri così. Sono buoni, zuccherini, sembrano quasi avere una patina di caramello, una squisitezza. Voglio mangiare questi datteri per sempre! Muhammad ci invita a casa sua ma decliniamo, abbiamo voglia di arrivare a Zagora con calma.
La strada costeggia il fiume e gli innumerevoli villaggi fatti di argilla che si intravvedono tra le palme. Mi stupisce che, al contrario della ex Yugoslavia, noi non abbiamo incontrato ancora nemmeno un cimitero. I morti qui sembrano non esistere. Forse se li tengono nascosti. Forse non hanno così bisogno di mostrarli. Mi aspettavo di ritrovare le distese di lapidi sottili e bianche che avevo visto nei villaggi musulmani della Bosnia invece qui, di morto, ci sono solo alcune case che, pure, rimangono in parte abitate o adibite a magazzini. La gente ha forse poco tempo per la morte, qui.
Sono scomparse intanto le jallaba, i maschi vestono i turbanti tuareg e le donne sono molto più simili a zingare, portano lunghi veli neri ornati da coloratissime palline e da sonagli. Arriviamo a Zagora e troviamo subito il posto dal quale dovremmo partire per la nostra escursione nel deserto. All’inizio siamo un po’ contrariati: eravamo convinti che ci aspettasse un tour solitario, noi, due dromedari e una guida tuareg, invece si profila il supertour in mezzo ai turisti spagnoli. Gli spagnoli quando fanno i turisti sono tremendi. Le spagnole poi, non ne parliamo. Non siamo per niente entusiasti.
Ma i turisti attorno a noi come erano comparsi così si dissolvono improvvisamente e ci troviamo da soli, nel mezzo della strada verso il deserto, ad aspettare la nostra guida, che arriva puntuale con due dromedari sui quali, inshallah, ci condurrà alle porte del deserto.
L’uudm non è molto contento dei dromedari. Fosse stato per lui non sarebbe nemmeno andato nel deserto. Ma io dico, quando ci torniamo in Marocco? e quando li vedo di nuovo questi pecoroni pacifici e sbavoni così? Io ci voglio andare, nel deserto, e voglio pure cavalcare il dromedario, anche perchè sembra che gli unici due modi per andare nel deserto da qui siano il quad o il dromedario e io, scusate tanto, preferisco per lo meno non inquinare.