Archive for the 'uudm' Category

Set 05 2010

considerazioni molto prima della prossima alba

Published by lucilla under coppia, solitudine, uudm, carla, vitantonio

che uno non dovrebbe promettere mai
perchè fino a quando le cose vanno bene
fino a quando le cose vanno
le promesse se ne stanno là, nascostacquattate
come se tutto fosse normale
e poi quando le cose, maledette, se ne vanno per i fatti loro,
quando le cose si ribellano
allora le promesse
tutte le promesse non mantenute
escono fuori come un piccolo esercito di sconfitti
di proletari affamati
a reclamare il loro pane ammuffito
non per mangiarlo, no
ma semplicemente per la voracità di reclamare
di avere il diritto a distruggere ancora di più

siamo alla fine di una di quelle manifestazioni in cui tutti rompono tutto
e ci sono mortadelle che giacciono a terra in mezzo ad auto bruciate
una scarpa all’angolo della strada
insieme a molto sangue
e il fumo dei lacrimogeni, come quella volta a Genova
che le soluzioni sono due, o scappi, o bruci tutto anche tu

io scappo
tu bruci

che alla fine forse sono stata proprio io
a non essere in grado
che questa è la maledetta ora del tutto è colpa mia
che non sono più lucida nè ubriaca
che

le promesse uno non dovrebbe mai farle
perchè adesso, in quest’ora che non sta da nessuna parte,
in questo ibrido della giornata
le promesse come fantasmi vengono fuori
e me le ricordo tutte, tutte,
le tue, le mie
mentre poco lontano da questo deserto
ancora mi bruciano le ferite di quell’ultima gigantesca voragine

e ci sono dei momenti in cui mi dico che cambierei tutto, tutto, pur di tornare a quella notte che era aprile e tutto eri tu, e rifarei tutto tutto daccapo, mettendo da parte me e quello che volevo e tutto il resto
ma poi mi dico, tu avresti voluto?

tutto irrimediabilmente perso
tutto bruciato
tutto rotto
tutto inafferrabile
ti ricordi come cantavamo?
I will be by your side
even when you’re down and out

non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta
a tenerti

 ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete
di dare carta bianca
stanco di queste scale
che c’è chi scende
e c’è chi sale
e non c’è cosa che possa dirti
senza apparire banale
non c’è gesto che mi sia consentito fare
ora che il tuo amore è morto
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io
e non riesco a parlarti
e faccio fatica a rincorrerti
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare, ahi
facendo lo slalom tra il già detto,
l’indicibile
e la sciocchezza

uff, come sono stanco,
come sono stanco di tutte queste menate….

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Gen 28 2010

come se non bastasse tutto il resto eccoci di fronte a un altro problema d’identità

Cominciamo col dire che non è detto che uno, ogni volta che parla di qualcosa, debba cominciare dall’inizio. Io c’ho questo vizio e me lo devo togliere. Ogni volta che mi metto a trattare un argomento, uno qualsiasi, cerco sempre di risalire alla “prima volta”, e da li discetto. Ma che menate. Chi me lo ha insegnato, questo modo di procedere? Una menata davvero.

Per esempio dovevo parlare di questa cosa dell’identità e poco ci mancava che non cominciassi con un pippone lunghissimo su quando ero piccola e sul mio sentirmi straniera a casa mia, sul mio sentirmi straniera sempre, sul mio sentirmi straniera comunque. Poco ci mancava che non cominciassi un pippone su quanta responsabilità hanno i miei genitori del fatto che io mi senta straniera e blablabla.
Oh vi siete salvati per il rotto della cuffia, come si suol dire, o per il ratto nella cuffia, come temo io.

Ma insomma. Ci ho messo tutta la mia infanzia, la mia adolescenza intera e parte della mia gioventù ad ammettere che ero molisana. Ci ho dovuto persino fare uno spettacolo sopra. Certo, il mio incasinatissimo albero genealogico, unito sapientemente alla propensione al nomadismo dei miei genitori, non mi ha permesso di andare più a fondo nella questione ovvero, ancora non saprei dire di che paese preciso sono, nel Molise, e quindi spesso riassumo dicendo “di Campobasso”, che è l’ultimo posto di cui potrei essere ma almeno sta sulle cartine che mostrano in tivvù quando fanno le previsioni del tempo.
Ci ho messo, dicevo, moltissimo tempo. Non che adesso ne vada particolarmente fiera ma ecco, ritengo che nessuno possa andare particolarmente fiero del posto in cui è nato e cresciuto. In fin dei conti, non è stato nè merito nè colpa nostra. Epperò adesso da qualche anno ho cambiato la mia residenza e sono diventata grande. Sono andata a vivere col mio innamorato bellissimo altrimenti noto come uudm (unico uomo del mondo per i distratti e gli ultimi arrivati) e ho fatto la residenza nella casa dove lui pure risiede. Un casino che non vi dico. Ci vorrebbe un post apposta. Ho quasi mobilitato il comune intero, uffici anagrafe catasto e igiene pubblica. E’ stata una cosa difficilissima. Ma insomma l’ho fatto. E adesso che succede?

SUCCEDE CHE LA GENTE MI DICE
“MA TU SEI DI CASTELLO DI SERRAVALLE”???

Anche a scuola oggi mi hanno detto che ero di Bologna. Oh, insomma, chiariamoci. Ma di dove cazzo sono io? Io mica sono di Castello di  Serravalle. Ci sono finita per sbaglio, non mi vogliono manco, a Castello di Serravalle. A Castello di Serravalle vogliono solo quelli del teatro delle ariette e io posso pure morire di fame, non importa quanto brava intelligente e innovativa io possa essere. A quelli di Castello di Serravalle non glie ne frega niente, loro vogliono i cittadini illustri, i cittadini famosi. E siccome io non sono nè morta partigiana nè ho scoperto una nuova varietà di fungo nè faccio parte del teatro delle ariette quelli di Castello di Serravalle non mi cagano. Sono quasi convinta che abbiano avviato una pratica col comune di Monteveglio per chiedere che la mia residenza sia spostata là. Questione di confini e di vicinato.

Ma insomma oggi, a trentun’anni, mi trovo di nuovo a discutere a riguardo della mia identità. Di dove sono? Dove vivo? Poichè ho trascorso più tempo a Londra che a Rotello posso dire di essere Londinese? O forse sono Lisboneta? Ero Padovana e adesso non lo sono più?
Mioddio altro che dubbi esistenziali, pure le questioni d’identità ci mancavano. E soprattutto, che cazzo vuol dire quando uno è di qualche posto? Che vuol dire che potrei essere di Castello di Serravalle? Che quando arriva un meridionale dovrei chiamarlo “maruchen” come fanno alcuni abitanti di Castello di Serravalle con me?
Occhei occhei a Castello di Serravalle ci sono anche degli abitanti civili simpatici e che hanno mostrato un certo interesse per il mio lavoro, potrei ammettere di essere di Castello di Serravalle e però chiedere di essere inclusa nella cerchia degli abitanti a modo?
Che casino, ammettiamolo, un gran casino.
Che problema inutile.

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Gen 03 2010

ultime dal marocco, precisazioni, ritorni, blabla

Published by lucilla under uudm, viaggi, carla, vitantonio

Non sapevo se concludere o meno il mio diario marocchino ma alla fine ho deciso di arrivare al termine. Quanto meno avrà un valore di testimonianza, quando sarò vecchia potrò rileggermelo (o farmelo rileggere da qualche giovane con la vista migliore della mia) e sospirando ripenserò a quando cavalcavo baldanzosa il dromedario sulla soglia dei miei 31 anni. Il problema è che un diario scritto così, a posteriori, non ha nessun valore. E’ una pura testimonianza, uno sterile resoconto, l’emozione se ne è già andata da un bel pezzo e non c’è modo di farla ritornare. Devo comprarmi uno di quei portatili piccolini e cominciare a riadattare i miei viaggi prevedendo il giusto tempo per un diario. Perchè scritto così mi fa davvero cagare. Rileggo, e c’è un abisso tra la pagina rubata nell’internet point di Marrakesh e quelle scritte nella calma delle vacanze di Natale. Da ora in poi, giuro, piuttosto non lo scrivo proprio, il diario di viaggio. Ma intanto, affinchè non mi si accusi di essere una che non finisce quello che inizia, porto a termine il diario di questa mia prima vacanza marocchina.

Dopo un’ora e mezzo in groppa all’altissimo, bavoso e ballonzolante dromedario come la migliore delle colonialiste, arrivo alla porta del deserto.
La guida, che ovviamente si chiama Mohamed (a volte penso che dicano così semplicemente per evitare di rivelarci il loro vero nome, tutti questi presunti Mohamed), ci conduce in una piccola tenda berbera ai margini di un modesto accampamento. Siamo, come dire, nella periferia dell’accampamento berbero. Le tende più grandi e centrali ospiteranno gli altri turisti ma noi siamo abbastanza appartati da non sentirli e quasi non vederli. Mentre tramonta il sole Mohamed ci serve il te seduto su una piccola duna. Il deserto è una grande spiaggia marrone con una zucca striminzita che ogni tanto sbuca dalla sabbia. All’orizzonte c’è l’Atlante. Dietro, ancora si intravvede la città. Siamo, più che nel deserto, alle porte del deserto, come sottolinea Mohamed. A 52 giorni di cammino c’è Timbuctù. A me la porta del deserto mi sufficie. Non so se sono pronta per stare nel mezzo di un miraggio.
Ceniamo nella tenda. Ci avevano detto che da 4 anni non pioveva nel deserto. Ebbene, oggi piove. Mohamed è molto contento per i dromedari, io -che pure capisco di trovarmi all’interno di un momento epico- avrei preferito la calura.
Cala la notte e il deserto è ben più freddo di Marrakesh. Mohamed ci invita attorno al fuoco che intanto ha acceso insieme alle altre guide. Ha smesso di piovere. Ci trasferiamo al centro dell’accampamento e ne scappiamo quasi subito: una comitiva di spagnole invasate danza al ritmo degli annoiati tuareg che sono ben lungi dal condividere con noi il loro patrimonio musicale, suonano un paio di barili e si coprono il volto più per non farsi riconoscere nelle foto che per difendersi dal freddo. Le spagnole in un delirio di esibizionismo si sciammanano e si dimenano davanti agli increduli tuareg, roba che mi viene da fare uno di quei commenti un po’ maschilisti tipo certo, poi non ti lamentare se ti violentano. Per aumentare il loro secsappil le spagnole, circondate da un universo dove l’alcool non solo è vietato ma è condannato da dio, si scolano vodka e birra offerte da un gruppo di australiani, probabilmente alla ricerca di una spagnola con cui copulare all’interno di un accampamento nel deserto. Dopo venti minuti la situazione accanto al fuoco è già notevolmente degenerata, le spagnole fanno un trenino con gli australiani e tutti gli altri viaggiatori, imbarazzati, si ritirano lentamente verso le tende. Io velocemente me ne torno in periferia. Ci ho provato, giuro, a non giudicare male, ma poi mi sono detta perchè farmi questa violenza? davanti alla stupidità e alla volgarità voglio avere il diritto di incazzarmi, opperbacco.
Dormiamo rannicchiati e pacifici e ci svegliamo all’alba.
L’alba nel deserto è, appunto, l’alba nel deserto.
Se volete sapere com’è l’alba nel deserto vi conviene chiudere la vostra connessione internet e fare un giro in Africa. Non sarò certo io a fornirvi un surrogato elettronico dell’esperienza.
Colazione marocchina e poi via, di nuovo sul dromedario (io, perchè l’uudm decide di non cavalcarlo ma di condurlo al guinzaglio come un vero tuareg) verso casa. La vacanza sta per finire. Teoricamente dovremmo prendere l’auto e arrivare in giornata a Marrakesh, ma non abbiamo fatto i conti con le curve, le ruote lisce dell’auto che ci costano un esilarante testacoda, e soprattutto con i paesaggi al ritorno, che sono diversissimi da quelli dell’andata. Ma dov’erano, tutte queste meraviglie all’andata? I colori e i profumi invadono l’abitacolo. Un paio di volte ci fermiamo per gli ultimi acquisti e lo facciamo con un gusto e una calma che ci erano sconosciuti i primi giorni. Un mercante di tappeti si fa scherzosamente promettere che intercederò per lui con mia sorella la cui descrizione, a suo dire, corrisponde a quella della donna ideale per lui. Carichiamo persino lo stesso autostoppista del giorno prima al quale evitiamo accuratamente di fare domande sul perchè stia tornando indietro invece di essere nel deserto, come ci aveva detto al tempo remoto del primo passaggio…

Le ore sono tante, la pioggia cade, la strada è infinita e arriviamo a Marrakesh solo alle otto, sotto un diluvio che ci viene proprio da dire “domani partiamo inshallah”. Avrei voluto fare l’hammam ma lo trovo chiuso, in compenso ceniamo al buffet dell’hotel Alì, e a me pare una festa. Marrakesh sotto la pioggia ha l’aspetto di un buffone coi vestiti zuppi. La gente si ripara con scatole di pannolini e sacchi dell’immondizia, per il resto continua a fare quello che farebbe con il sole. Noi invece, che abbiamo già il pensiero all’aereo, ci prepariamo alla partenza.
Non sappiamo ancora che la nostra compagnia aerea è famosa per la quantità di ritardo che accumulano i suoi aerei.

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Dic 29 2009

verso il deserto

Published by lucilla under uudm, viaggi, carla, vitantonio

Ore novemmezza e già siamo sulla strada per Ouarzazade. I primi venti km sono tutti di muri che separano la strada da ricchissimi resort, club med valtur francorosso no alpitour ahiahiahiahi. Ma poi a un certo punto, improvvisa, comincia la montagna. Siamo alle porte dell’Atlante. Ogni curva sono diecimila nuovi colori che quasi ci aggrediscono la vista, la terra è verde poi nera poi improvvisamente rossa che più rosso è impossibile pensare, passiamo uno dopo l’altro piccoli borghi che ci sembrano specie di luoghi di frontiera per merci e camionisti. Sulla strada ciclisti in turbante vorrebbero venderci minerali quasi fosforescenti ma noi che ce ne facciamo, dei minerali sottratti illegalmente all’Atlante? saliamo saliamo saliamo, ogni tanto un villaggio anch’esso completamente rosso e perfettamente mimetizzato tra le rocce si intravvede, panni stesi e pedoni al ciglio della strada, e soprattutto questo immenso deserto di rocce e di strati che si sovrappongono l’uno all’altro ordinatissimi in una specie di manuale di geologia a cielo aperto. A duemila e duecento metri facciamo una sosta, abbiamo due mandarini e un pane. Ci arrampichiamo a piedi su una cima ventosissima, che mi pare di cadermene giù e le orecchie mi fischiano come su un aereo. Al di là della cima ci sono delle specie di bivacchi di pietra per i pastori che vi passano, e all’esterno ci sono piccoli e rotondi forni d’argilla scavati nel terreno. Al ritorno un cane ci chiede le ultime briciole di pane. Glie le diamo e proseguiamo. L’abbigliamento delle persone cambia insieme ai colori della terra. Nel pomeriggio, a cinquanta km dalla città, carichiamo un autostoppista che ci dice di avere la macchina rotta. A questo proposito la guida avvisa che questa è la strategia preferita dagli adescatori di turisti per condurli in luoghi dove acquistare souvenir o proporre gite organizzate. Noi all’inizio non ci crediamo, ma dopo un po’ ci accorgiamo che le macchine presumibilmente rotte, sulla strada, sono davvero tante. Il nostro ospite ci racconta storie di tuareg e di carovane che trasportano merci attraverso il deserto fino al Mali e rientrano con pezzi d’artigianato e prodotti di scambio. Non so se credergli, ma le sue storie hanno sicuramente fascino, sarà forse un autostoppista fasullo, ma le sue storie valgono la pena del passaggio. Arrivati a Ouarzazade ci propone di offrirci un te nella casa del cugino e noi ovviamente accettiamo. Il cugino, vestito in abiti tuareg, ci accoglie in un immenso salone arredato alla berbera e ci racconta storie del deserto per un po’. Noi, che abbiamo capito davanti a chi ci troviamo, insistiamo sul fatto di essere molto molto squattrinati. Prima di salutarci ci propone una soluzione, a suo dire, adeguata al nostro portafogli. Siamo stanchi dal viaggio e dal continuo dover diffidare cui siamo stati costretti nei giorni passati. Ci facciamo guidare all’albergo e ne siamo pure contenti. Tiriamo dignitosamente sul prezzo e accettiamo la stanzetta dall’altra parte del ponte che divide in due la città. Dopo esserci ripigliati andiamo a vedere la Kashba che, dicono, vale davvero la pena. E difatti al tramonto è un immenso spettacolo di pietre rosse, paglia e fango, che si staglia tra la montagna e la valle del Draa, che si intravvede all’orizzonte. Dopo pochissimo molti bambini si propongono come guide e facciamo l’errore di essere troppo ottimisti e accettarne una. Tragedia. Al momento del saluto, dopo averci raccontato le quattro stronzate che sapeva sulla Kashba, e che sapevamo pure noi perchè sono le stesse che si trovano su qualsiasi guida della città, ci chiede una moneta. Glie la diamo, ma non è contento. Proviamo ad andarcene ma lui ci segue urlando. Continuiamo a camminare e lui si fa venire una mezza crisi isterica per farsi dare più soldi. Facciamo finta di niente, proviamo ancora a proseguire ma lui prende una grossa pietra e cerca di lanciarcela, la situazione precipita velocissimamente, non so se cercare di chiamare la polizia o se fingere che nulla stia succedendo, il bambino sta facendo la sua scena madre ma il problema è la pietra nelle sue mani, per fortuna l’uudm tira fuori il mostro che è in lui e con un francese che non gli avevo mai sentito gli intima di lasciarci in pace. Il bambino improvvisamente sparisce. Io mi ero molto spaventata, ora respiro. Anche l’uudm, mi accorgo, era teso e un po’ spaventato. Mi ero vista morta con la testa spaccata dalla pietra, proprio adesso che mi sto cominciando a godere la vita. Per rinfrancarci torniamo nel centro della città, che a parte gli studi cinematografici e la kashba non è poi una gran bella città, e ci buttiamo nel mercato. Troviamo un baracchino che profuma di dissenteria e decidiamo di correre il rischio. Assistiamo divertiti alla ricerca di un interprete che possa proporci in francese l’unico piatto della sera. Anche qui c’è un gatto che vuole le mie polpettine. Io lo ignoro.
Compriamo datteri fichi secchi e biscotti e torniamo in albergo, domani partiamo per il deserto.
La mattina dopo carichiamo un altro finto autostoppista che ci conduce, con la scusa del te, a un luogo dove vorrebbe che comprassimo tappeti, ma soldi noi non ne abbiamo per davvero, quindi ci beviamo il te con calma e poi salutiamo. Dopo poco arriviamo alla valle del Draa, un trionfo di palmeraie, villaggi abbandonati, ogni villaggio con la sua meravigliosa kashba semidiroccata, e agglomerati di contadini che si occupano dei datteri. La gente vive indifferente tra le macerie e questo mi ricorda in maniera fortissima Ilha do Moçambique e la sua molle, affascinante e contagiosa decadenza. Ci fermiamo per passeggiare nell’oasi e conosciamo un contadino che ci racconta dettagliatamente come si cresce la palma da dattero e quali sono le culture sul luogo, poi ci dice di essere stata un figurante nel film che Bertolucci ha girato oltre il fiume. Ci fa fare un giro nella palmeraia e ci fa assaggiare i datteri che coglie direttamente dalla palma. Dalla palma! io non ho mai mangiato dei datteri così. Sono buoni, zuccherini, sembrano quasi avere una patina di caramello, una squisitezza. Voglio mangiare questi datteri per sempre! Muhammad ci invita a casa sua ma decliniamo, abbiamo voglia di arrivare a Zagora con calma.
La strada costeggia il fiume e gli innumerevoli villaggi fatti di argilla che si intravvedono tra le palme. Mi stupisce che, al contrario della ex Yugoslavia, noi non abbiamo incontrato ancora nemmeno un cimitero. I morti qui sembrano non esistere. Forse se li tengono nascosti. Forse non hanno così bisogno di mostrarli. Mi aspettavo di ritrovare le distese di lapidi sottili e bianche che avevo visto nei villaggi musulmani della Bosnia invece qui, di morto, ci sono solo alcune case che, pure, rimangono in parte abitate o adibite a magazzini. La gente ha forse poco tempo per la morte, qui.
Sono scomparse intanto le jallaba, i maschi vestono i turbanti tuareg e le donne sono molto più simili a zingare, portano lunghi veli neri ornati da coloratissime palline e da sonagli. Arriviamo a Zagora e troviamo subito il posto dal quale dovremmo partire per la nostra escursione nel deserto. All’inizio siamo un po’ contrariati: eravamo convinti che ci aspettasse un tour solitario, noi, due dromedari e una guida tuareg, invece si profila il supertour in mezzo ai turisti spagnoli. Gli spagnoli quando fanno i turisti sono tremendi. Le spagnole poi, non ne parliamo. Non siamo per niente entusiasti.
Ma i turisti attorno a noi come erano comparsi così si dissolvono improvvisamente e ci troviamo da soli, nel mezzo della strada verso il deserto, ad aspettare la nostra guida, che arriva puntuale con due dromedari sui quali, inshallah, ci condurrà alle porte del deserto.

L’uudm non è molto contento dei dromedari. Fosse stato per lui non sarebbe nemmeno andato nel deserto. Ma io dico, quando ci torniamo in Marocco? e quando li vedo di nuovo questi pecoroni pacifici e sbavoni così? Io ci voglio andare, nel deserto, e voglio pure cavalcare il dromedario, anche perchè sembra che gli unici due modi per andare nel deserto da qui siano il quad o il dromedario e io, scusate tanto, preferisco per lo meno non inquinare.

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Dic 26 2009

ancora marrakesh

Published by lucilla under società, uudm, viaggi, carla, vitantonio

Ancora Marrakesh e i venditori che ti si attaccano alle sottane. Mi pare che in Marocco l’attività fondamentale degli esseri viventi sia elemosinare cibo o danaro. Un gatto mi guarda così intensamente mentre mangio la mia tajine che finisce che mi sento in colpa e gli do un osso. Una signora mi bracca nel mezzo della place e mi dice che per regalo mi fa un hennè, io cerco di andarmene ma la signora, che è il triplo di me, mi afferra il polso e comincia a disegnare mio malgrado mentre ripeto ossessivamente signora non ho soldi guardi che non ho soldi. Arriva la sua amica a dirmi che devo darle dei soldi perchè ha dei figli a carico e io provo a spiegare la storia del regalo ma mi rendo conto troppo tardi che si tratta della solita trappola per turisti. Mi impunto, le due alzano la voce, io la alzo ancora di più e finisce che le tipe si ripigliano l’hennè e se ne vanno indignate per la mia tirchieria. Oh, che tra parentesi, a me l’hennè non è che mi piaccia poi tanto.

Marrakesh e una pioggerellina tiepida, la scuola coranica che è poco meno o poco più di un museo, ci rimango quasi male quando mi dicono, all’entrata, che non devo tirarmi il velo sulla testa. Eppure ancora si respira l’aria di quella concentrazione possibile solo in uno spazio così intensamente dedicato allo studio. Quasi mi dimentico che la scuola coranica era solo per i maschi. Passiamo velocemente dalla scuola coranica al museo di Marrakesh, all’interno del quale ci sono numerosissime opere di bruttezza e inutilità sorprendenti, eppure l’edificio vale la pena di pagare il biglietto e di vedersi le patacche affisse ai muri. Improvvisamente mi tornano in mente tutti i libri di architettura islamica studiati quando scrivevo lo spettacolo su Rabi’a e finalmente i nomi acquistano forme degne di tutte le ore trascorse sulle pagine cercando di immaginarmi spazi. E adesso eccomi qua. Il centro, la luce che entra, le finestre che dissimulano, i piani rialzati, i divani che popolano gli angoli, le maioliche accuratamente accostate, l’acqua il cielo le aperture pensate per creare correnti d’aria a sollevare dall’afa dell’estate lunghissima. Sono qui in mezzo e finalmente ci capisco qualcosa. Poco poco, ma qualcosa.
Camminare per la Medina è una scommessa persa in partenza. Andiamo a tentoni, ci perdiamo e ci troviamo innumerevoli volte, l’unico modo per capire che siamo nei pressi del luogo che dobbiamo visitare è visualizzare la presenza di negozi per turisti. Innumerevoli volte crediamo di trovarci a destra e siamo a sinistra, ma per un dirham qualsiasi abitante della medina è disposto a regalarti informazioni, non importa se giuste o sbagliate. Ci rassegnamo a fare anche noi la fine del turista braccato, non siamo più intelligenti di tutti gli altri, e probabilmente non siamo neppure i più poveri. Le giornate si snocciolano tra chai b’nana sorbiti sulla cima di una terrazza e passeggiate alla ricerca della jallaba che fa per me, quella che mi porterò via. Le cicogne sulla cima del palace el badhi ci ignorano e si addormentano al tramonto sui loro nidi giganteschi mentre noi giriamo per ciò che resta di uno sfarzo lontanissimo. Pare cheil Marocco sia la storia di un avvicendarsi piuttosto rapido di dinastie di reggenti che come prima cosa distruggevano quello che avevano fatto i loro predecessori, sai mai che si potesse riconoscere la traccia di qualcosa. Un revisionismo storico alla marocchina che parte dall’architettura, come dire, dalle fondamenta. Ci perdiamo nella kashba e non riusciamo ad arrivare alle tombe di non so che. Ma in compenso scopriamo la strada per la mellah. E il pomeriggio dopo entriamo attraverso il souq nel quartiere ebreo, l’odore delle spezie ci accoglie all’ingresso, l’aria è diversa, non sembra quasi di stare a Marrakesh. Uno speziale ci invita a scoprire i segreti delle sue erbe. Prendiamo un chai, ci insegna a preparare un chai berbero e a fare impacchi di eucalipto, di argilla bianca e di argan, ci mostra le sue fotografie e mi regala una specie di rossetto naturale contenuto in un piccolo coccio. E’ l’acquisto più bello di tutto il viaggio. Usciamo dalla sua bottega che è già buio e la mellah non è per nulla accogliente. Tutti per la strada ci consigliano di andare via, noi decidiamo di ascoltare i consigli e ci regaliamo un abbuffè in albergo. A me gli abbuffè mi piacciono un sacco, anche se poi finisce che sono piena molto prima di quanto non vorrei, e non ho spazio per il dolce.
Il giorno dopo ci alziamo presto e partiamo per Ouarzazade.

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Ott 15 2009

ascoltando radiokairòs a Londra

Ed eccomi qua, la gamba destra mezza morta, tendine infiammato e menate varie, oggi quasi quasi non potevo fare nemmeno un relevè, grande tragedia. Mi sono spalmata e rispalmata d’arnica sperando che domani vada meglio ma intanto me ne sto a casa, mi ascolto in streaming radiokairòs, una roba sensazionale, mi sento quasi a casa; sono le undici sul meridiano di Greenwich, e da due giorni felicemente scorrazzo in bicicletta per Londontown. Guido a sinistra che è una meraviglia, penso che avrei dovuto nascere in un paese dove si guida a sinistra, potrei proporre anche al ministero per i trasporti italiano di mettere la guida a sinistra, si va che è una meraviglia in bicicletta, mi pare addirittura di vederci meglio: Su e giù per le mille salite e discese di Londranord, chi l’ha detto che Londra è in pianura? Londra è tutta un’infinità di microcollinette, da casa mia a scuola, in venti minuti abbondanti di pedalate, ci saranno trecento o trecentocinquanta collinette, e io vado su e giù con una catena e un lucchetto che pesano più di mio nipote che ha un anno e mezzo e mangia discretamente.
Non è stata la bicicletta a farmi venire male al tendine, sarà stato che ho voluto imparare troppo in fretta. E’ difficile eh, vedere le cose e chiedere al corpo falle!!! e lui non le fa, perchè non è capace. Una grande frustrazione, davvero. Tu gli comandi, falle!!! E lui ciccia, se ne frega, devi stare lì a trattarlo con le buone, lo devi convincere, e lui non ne vuole sapere, sta bene come sta, lui, pigro e inetto, devi trovare delle buone motivazioni e se lo assilli troppo, le lo stressi, se gli stai addosso, se gli metti ansia, al corpo, lui si ribella e si mette in vacanza, tipo ti viene un’infiammazione al tendine e tu ti freghi, ecco cosa fai, ti freghi.
Ti devi mettere in testa che il tuo corpo sei tu, che non te ne puoi comprare un altro, che lo devi trattare bene e che dovete un pochino imparare a dialogare. Un compromesso, ci vuole.
Questo corpo c’ho, questo corpo imperfettissimo, e con lui me la vedo sei ore al giorno davanti al grande specchio insieme a tutti i miei compagni che, ovviamente, mi paiono tutti molto più capaci di me, ma alla fine ognuno si fa le sue paranoie ognuno c’ha i suoi tendini infiammati et cetera vai a sapere cosa pensa ognuno durante gli esercizi quotidiani.

Su e giù per le trecentomila collinette di Londra, mi perdo e mi riperdo, giro rigiro trovo la strada ne sperimento una nuova pedalo su e giù l’importante è non dimenticare di stare a sinistra. Sto diventando una sportiva, non ho mai calzato scarpe da ginnastica tanto di frequente come in questo periodo, finirà che divento pure salutista, anche se di dimagrire non se ne parla, macchè! Sono anzi secondo me ingrassata, ma non di grasso bensì di muscolatura che, come ogni donna sa, pesa più della massa grassa indi per cui peso di più ma sono più snella. Così me la racconto in questo termine di giornata durissima, che giornata dura, infinita, mi sono pure ciucciata la special class, e intanto su e giù per Londra scansa l’autobus dribbla la vecchietta passa col rosso nello scandalo generale, e non trovo uno straccio di lavoro mentre questi del Cts dopo avermi fatto vincere sono un pochino spariti e allora io penso che forse non è vero che ho vinto chi lo sa.
Ma che bella giornata di merda che ho avuto, meno male che è finita, su e giù per Londra pedalapedala e non ho manco un tavolo mi tocca star seduta per terra col culone e il pc appoggiato barcollante sulla sedia che sconforto.
E domani di nuovo pedalapedala se il tempo m’accompagna (speriamo) arriverò a scuola e sono sicura che sarà una giornata migliore il giovedì è sempre un buon giorno per giungere a dei compromessi accettabili col proprsnapshot-of-me-4.pngio corpo, lo so.

Oggi pedalavopedalavo come ai tempi di Padaniacity e pensavo che mi mancava troppo troppo il mio fidanzato, in quel mentre ho incontrato un coniglio e l’ho preso con me si chiama Trappola eccolo qui.

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Ott 10 2009

Londra, e me ne sto in casa.

Published by lucilla under londra, coppia, uudm, carla, vitantonio, teatro

E’ venerdì notte e me ne sto nella mia nuova, vuotissima e puliterrima cameretta.Il vecchio punk sonnecchia nella sua stanza e io, dopo cinque giorni di bestemmie e sconforti, me ne sto al calduccio ciucciando herbal tea, ovvero tisana.
I giorni vanno un po’ così. Un giorno sono contenta di essere qua, quello dopo vorrei solo tornare a casa. Mi dico ma che ci faccio io, nel mezzo di Londontown, in casa di un punk a fare migliaia di addominali nel tentativo di imparare il mimo? che ci faccio? stamattina per esempio, avrei voluto essere nel letto a casa, casa casa, col mio innamorato che si sveglia sempre un po’ prima di me e a me questa cosa mi piace tantissimo, mi piace, che lui si svegli prima di me e poi mi sveglio pure io. E mi manca. E oggi solo questa volevo. Non questa casa e questa città e questa scuola e tutti questi addominali ed esercizi per fare cosa poi? Oggi la lezione non passava mai e tutti questi uomini in calzamaglia mi sembravano delle scimmie vanitose e ridicole e mi dicevo ma che sto facendo, mi sono messa in calzamaglia io pure, a cercare un segreto che non esiste, che cosa sto combinando?
Va proprio un po’ così. Ieri ero felice, oggi ero triste. Poi sono diventata felice di nuovo perchè ci ho skype e ho parlato con mia sorella e mio padre e mio nipote urlava e buttava le cose per aria. Io vedevo tutto dalla webcam e mi divertivo. Allora mi è passata un pochino la tristezza. Ma il mio innamorato mi manca. Lo so che queste sono cose che non si devono scrivere perchè c’è la riservatezza e menate varie. Io invece me ne frego, e scrivo quello che voglio, scrivo quello che voglio ecco e scrivo che il mio innamorato mi manca, mi manca tantissimo mi manca.

Poi domani farò altre dichiarazioni molto imbarazzanti che riguardano una nota associazione italiana e me, un vero e proprio scoop. Volevo farlo oggi ma insomma ho sonno ora mi addormento e sogno che il mio innamorato è qua.

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Set 01 2009

Confusa e quasi caduta nel tombino

Published by lucilla under casa, uudm, viaggi, carla, vitantonio

Il mio aereo parte tra trentatrè giorni e non sono ancora in grado di dire quante paia di scarpe infilerò in valigia. Come al solito sono combattuta tra la strategia della lumaca (mi porto tutto da casa, anzi quasi quasi mi porto la casa) e la strategia di mia sorella (mi compro tutto là, comprare è bello). Che non mi siano suggerite auree mediocritas e oraziate varie. Ho bisogno di una soluzione definitiva. E mentre cerco di liberare spazio nella mia testa finisce che svuoto cassetti e mi privo di vecchi beni usati molto, un tempo, ma oramai quantomeno demodè. Le mutande con le galline, però, nonostante non le indossi da due anni, non riesco a metterle nel bidone della croce rossa.
Ma come ho fatto a riempirmi di tutta questa roba? Lo so, finirò stramazzata a terra, sommersa dalle cose, e mi ritroveranno solo a causa del fetore che i miei miseri resti emaneranno dopo giorni tre, come la leggenda del pesce vuole.
E intanto, meditando su come liberarmi da questo marasma, cerco di compilare cv in inglese, che un lavoro me lo dovrò trovare, e in fretta, dalmomentocchè i soldi sono pochi e purtroppo non si riproducono, nemmeno se li covo per tutta la notte.

Mublemublemuble, quasi quasi cadevo nel tombino che il muratore mi ha appena aperto davanti casa. E già che il mio fidanzato me lo aveva detto, mentre pensi stai attenta al buco. Mannaggia.

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Ago 29 2009

wow

Giornatina come dico io. Sveglia ore undicieventuno colazione con un piatto tipico della zona ovvero pizza margherita. Io la pizza me la mangerei ovunque. Tranne che a Londra. La pizza a Londra è un incubo. Giretto per il borgo in solitaria poi spiaggia. Il lago e le sue paparelle, degnamente importunate dai pochi bagnanti, stavano davanti a me. Sfoggiato il minibikini rosso mi sono spalmata. Spiaggia acqua spiaggia acqua quattro ore così, mi sentivo davvero Marilyn. Poi mi sono levata con tutta l’intenzione di una doccia e toh, chi ti incontro? uno dei colleghi che pure fanno spettacolo a Cavandone stasera, simpatico e disponibile alla chiacchiera, mi offre un gelato al limon e discettiamo felicemente della grammatica e delle regole.

Ora eccomi che mi preparo alla serata. Sto bene, benissimo, l’unica pecca è che mi manca il fidanzato. Epperò è bello pensare che domansera ci ritroviamo ognuno con le sue storie, io profumata di lago lui di moto.
Ma insomma non mi posso più trattenere ho la doccia che m’attende.

Ho pensato che ho voglia di stare di più con le mie amiche. Con le donne, voglio dire. Mi mancano. 

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Mag 28 2009

quando il privato e il politico fanno un gran casino

Avrei voluto scrivere un felice e spensierato post sulla mia giornata di oggi, prima reale giornata di normalità dopo la malattia. Avrei voluto parlare della spesa megagalattica che ho affrontato questa mattina, una spesa INCREDIBILE, in vista della grande festa universale che invaderà casa mia a partire da domani pomeriggio fino a domenica sera.

Avrei voluto parlare di questa festa, di come l’uudm e io abbiamo deciso di festeggiare insieme i nostri primi 70 anni, di tutta a gente che verrà, di tutti gli amici che si sono messi in marcia, una specie di marcia epica, da tutta Italia e qualcuno pure da paesi stranieri. Tutti questi amici (e le compagne mi perdoneranno se in questo post non scrivo gli amici e le amiche, i compagni e le compagni, i madri e le madri, i padri e le padri)tutti questi amici che hanno ricevuto il nostro invito e si sono presi le ferie, perchè ormai all’università non ci è rimasto più nessuno, si sono presi le ferie e si sono guardati sulle cartine dove sta questo posto sperduto dove lucilla e l’uudm si sono ritirati da più di due anni.
Tutti questi amici, alcuni dei quali non vedo da anni, alcuni dei quali non ho mai visto, perchè sono amici del mio uomo e non si sono avventurati fin qua. Amici che arrivano con le tende perchè in casa non c’è posto, col vino e col cibo per paura che non ce ne sia abbastanza, amici che arrivano indipendentemente dal sole e dalla pioggia, che dichiarano di voler dormire nudi nell’orto, che proclamano la loro adesione alla nostra festa con lettere, mail, piccioni viaggiatori e sms.
Avrei solo voluto parlare di tutto questo, del mio carrello ricolmo questa  mattina, di come il rumore del carrello sia diverso quando è pieno e quando è vuoto. Eh si, perchè il carrello pieno fa un rumore rumorosissimo, una cosa incredibile, si girano tutti a guardarti, ti senti quasi un’emarginata in mezzo a tutti quei carrelli pieni. Perchè i carrelli pieni sono silenziosi! Silenziosissimi!!! E alla fine ho riempito il carrello anche io, di questo avrei voluto parlare, ho riempito il carrello di cose e di entusiasmo, pensando ai vegetariani, ai vegani, agli allergici, ai celiaci, agli astemi e ai paranoici.

Di questo avrei voluto parlare.

 

Di questa festa che ho così fortemente voluto perchè desideravo che le persone che amo condividessero un pezzettino della mia vita di adesso, che vedessero che sto bene (che stiamo bene!), che non è stato solo un colpo di testa quello che mi ha portata qui il 26 aprile di due anni fa, che l’amore esiste. Porca miseria.

 

Invece ieri è successo questo

e allora io non posso più parlare soltanto della mia gioia, della mia attesa. Io devo parlare di questa città dove “l’unica cosa rossa rimasta sono i tetti”. Devo parlare della paura che mi infondono cose come quella successa ieri, paura di dire quello che penso. Paura di essere io. Eh no, cazzo, no.
Io voglio essere io, voglio dire le cose e le voglio dire a modo mio, coi compagni e le compagne che più o meno la pensano come me ma anche con quelli che la pensano diversa.

Io non voglio avere paura.
E per questo il 2 giugno sarò in piazza san Francesco a Bologna, a dire la mia.

Se ci credete, siateci.

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