Archive for the 'solitudine' Category

Set 05 2010

considerazioni molto prima della prossima alba

Published by lucilla under coppia, solitudine, uudm, carla, vitantonio

che uno non dovrebbe promettere mai
perchè fino a quando le cose vanno bene
fino a quando le cose vanno
le promesse se ne stanno là, nascostacquattate
come se tutto fosse normale
e poi quando le cose, maledette, se ne vanno per i fatti loro,
quando le cose si ribellano
allora le promesse
tutte le promesse non mantenute
escono fuori come un piccolo esercito di sconfitti
di proletari affamati
a reclamare il loro pane ammuffito
non per mangiarlo, no
ma semplicemente per la voracità di reclamare
di avere il diritto a distruggere ancora di più

siamo alla fine di una di quelle manifestazioni in cui tutti rompono tutto
e ci sono mortadelle che giacciono a terra in mezzo ad auto bruciate
una scarpa all’angolo della strada
insieme a molto sangue
e il fumo dei lacrimogeni, come quella volta a Genova
che le soluzioni sono due, o scappi, o bruci tutto anche tu

io scappo
tu bruci

che alla fine forse sono stata proprio io
a non essere in grado
che questa è la maledetta ora del tutto è colpa mia
che non sono più lucida nè ubriaca
che

le promesse uno non dovrebbe mai farle
perchè adesso, in quest’ora che non sta da nessuna parte,
in questo ibrido della giornata
le promesse come fantasmi vengono fuori
e me le ricordo tutte, tutte,
le tue, le mie
mentre poco lontano da questo deserto
ancora mi bruciano le ferite di quell’ultima gigantesca voragine

e ci sono dei momenti in cui mi dico che cambierei tutto, tutto, pur di tornare a quella notte che era aprile e tutto eri tu, e rifarei tutto tutto daccapo, mettendo da parte me e quello che volevo e tutto il resto
ma poi mi dico, tu avresti voluto?

tutto irrimediabilmente perso
tutto bruciato
tutto rotto
tutto inafferrabile
ti ricordi come cantavamo?
I will be by your side
even when you’re down and out

non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta
a tenerti

 ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete
di dare carta bianca
stanco di queste scale
che c’è chi scende
e c’è chi sale
e non c’è cosa che possa dirti
senza apparire banale
non c’è gesto che mi sia consentito fare
ora che il tuo amore è morto
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io
e non riesco a parlarti
e faccio fatica a rincorrerti
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare, ahi
facendo lo slalom tra il già detto,
l’indicibile
e la sciocchezza

uff, come sono stanco,
come sono stanco di tutte queste menate….

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Set 03 2010

ho un cugino fascista

che vabbè, non mi ci parlo, così ho risolto il problema.
E poi la vita se ne va dove cazzo vuole lei.
E io dietro a correre come una disperata

ore zerozereccinquanta
che ci faccio qui
ascoltando complilescion
insensate
nella paura di un ritorno
a una citta’ che non è la casa
che non è la tana
che non è niente
la casa è dove sta il mio cuore, diceva qualcuno

il mio cuore non sta da nessuna parte
in questo momento divido gli uomini in tre categorie:
gli amici, gli imbecilli e quelli che mi fanno innamorare
che sono stati pochi
e spero siano finiti

ci vuole della droga pesante, ecco quello che ci vuole
invece avevo solo un bicchiere di grappa, che è maledettamente finito
e allora me ne dovrei andare a letto, ecco cosa dovrei fare
andarmene a letto sperando in un mattino di luce
pensare al radioso futuro che m’aspetta

voglio fare un grosso polpettone di tutto e darlo a questi cuccioli di cane famelici
che popolano la casa dei miei genitori
eppure
da qualche parte dentro di me
sono felice
perchè mi sento onesta
leale
perchè mi sento che fino alla fine
fino alla fine
ci ho messo tutto quello che potevo

maledetta vitantonia
in fondo
ce lo sto mettendo ancora
tutto quello che posso

non sono come tu mi vuoi
ma sono come mi volevi
e soprattutto
sono

provoco microscandali svestendomi quando uno non se lo aspetta
il vestito giallo cade ai piedi della porta ed è solo un attimo
sono già scomparsa
in fin dei conti
la felicità è fatta di questi attimi di generosità
da altrui concessi

sono solo una trentunenne un po’ stravolta
nè più nè meno
sono la banalità di una garzantina di filosofia
di un dizionario d’inglese ammuffito
presente in ogni casa benborghese
sono il volume sette dell’enciclopedia scoprire
sono il come da copione
l’appendice
il cinepanettone
l’italiano substandard
la provinante scartata di amici di mariadefilippi
e per questo mi merito anche un cugino fascista.

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Set 02 2010

reflex

Siccome mi si rimprovera che è brutto leggere le cose su internet e non saperle dalla viva voce di zia vitantonia, siccome non ho voglia di polemizzare e di spiegare per l’ennesima volta qual è la differenza tra quello che dico e quello che scrivo, siccome non ho tempo per false compassioni sull’onda dello “no zia non ci ricadere”, siccome questo e siccome quello, siccome è mezzanotte e vorrei andare a dormire ma prima devo assolutamente fissare delle cose su carta, siccome sono ancora piena di vita dentro di me e anche forse un po’ di alcool, siccome andare a Napoli è sempre un flash e questa volta lo è stato ancora di più, siccome questo e siccome quello

siccome comincio a scrivere a ripetizione le stesse cose e questo credo sia un segno della pesante stanchezza nonchè del rincoglionimento da fine estate

siccome settembre è un mese maledettamente pesante e bello e intenso e io ogni anno a settembre vorrei vivere con l’intensità che ho ritrovato in questi giorni

siccome non sono stupida anche se a volte sembra

siccome questo e siccome quello e con questo siamo a tre

siccome io ho paura ma anche no

siccome cel’ho sempre fatta e ce la farò anche questa volta

siccome in fin dei conti a 31 anni c’è molta gente che si sta appenappena affacciando sul mondo del lavoro e della vita adulta mentre io sono almeno dieci anni che faccio dentro e fuori, siccome comunque non sono sola, siccome in realtà tutti siamo soli e quindi io non sono più sola di altri e questo potrebbe sì essere un dato terrifico e amplificatore della solitudine d’ognuno ma d’altro canto ci mette tutti nello stesso saporoso polpettone di vita

siccome per fortuna la zia ha tutte le sue barriere le sue costruzioni i suoi carrarmatini superefficienti che manco a risico

siccome mi piacciono alcuni film ma non tutti, alcuni fumetti ma non il fumetto in genere, la droga ma non sempre e l’alcool ma non tutto, siccome mi piacciono le uova in pancetta e però vorrei anche essere vegetariana, siccome vivo di sregolatezze sognando l’equilibrio, siccome ho capito ormai

che sono così, ciclicamente avida di vita, vampira

e siccome lo so che non tutti sono in grado di fare i conti con questo, che non tutti sono pronti, che qualcuno potrebbe scandalizzarsi, incazzarsi, sentirsi deluso frustrato tradito

siccome questo e siccome quello

non scrivo quello che ho fatto in questi giorni.

Tiè.

Almeno, non ora.

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Ago 22 2010

ufficio relazioni internazionali


Qui sono tutti in vacanza. Ne approfitto per dimenarmi come un’imbecille tra siti internet poco aggiornati e improbabili annunci lavorativi impolverati come l’ultimo dei miei cassetti. Per lo meno mi sembra di fare qualcosa di utile, sto attivamente cercando di riqualificarmi, di riposizionarmi, di ricollocarmi ovvero di trovarmi uno straccio di dignitoso buco in questa città (in questo paese, in questo pianeta?) ed abdicare definitivamente in favore di chi ha più grugno di me. Io ho già dato, mi pare, e mi trovo con un bel pugno di merda che si capisce facilmente quante mosche attragga.

E’ ora di un pochino di sana egoista felicità, e se le strade tentate in passato non hanno funzionato non è colpa delle strade, ma è stata forse colpa mia.
Mi rimbocco le maniche. Anzi, le strappo, che faccio prima.
Bisogna cominciare dall’inizio, ecco cosa bisogna, a patto di trovarlo, l’inizio.
E guardare a pezzettini piccoli piccoli che altrimenti vengono le vertigini.
Le vertigini.

Dovrei forse cominciare con uno studio approfondito del dizionario.

Trovare nuove parole.
Se trovassi parole nuove forse troverei nuove soluzioni.
O quantomeno nuove domande.

Bisogna fare delle liste.
Rinchiudersi nella piccola certezza di un elenco.
Rivalutare l’importanza di quelle pagine scritte mettendo un punto dopo l’altro.

Voglio un elenco puntato per la mia vita

voglio una giornata che passi dalla a alla c facendo una sosta intermedia nella b

voglio che sia possibile la logica della sequenza lineare uno due e tre

voglio i numeri semplici

una lista chiara ed efficace, voglio

e pennarelli colorati per cancellare le cose già fatte

e sospiri di sollievo quando chiuderò il tappo del succitato pennarello

voglio che le cose dentro di me comincino a sistemarsi una dopo l’altra e la smettano di affastellarsi come gli inquilini di una casa in fiamme dall’unica finestra ancora agibile

voglio che cessi lo stato di emergenza
voglio che finalmente il presidente della repubblica proclami che le cose hanno ripreso il loro corso regolare e dopo anni trentuno finalmente il territorio gode di uno stato di pace e democrazia, che le lunghe e complesse operazioni di pace hanno portato al risultato tanto anelato e la popolazione può recarsi ad elezioni democraticamente elette ed esprimere civilmente la propria preferenza.
Voglio che la smettano di costruire bombe dentro di me.
Che la smettano di tirarsele addosso in una guerra civile infinita.

Voglio una bandiera della pace nel mio cervello, una di quelle che penzolavano trionfanti dieci anni fa dai nostri balconi di studenti speranzosi.
Questo voglio

e il giorno dopo la firma degli accordi di pace forse potrò pure cominciare a occuparmi delle relazioni internazionali con il vicinato.

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Lug 27 2010

gioco all’opossum con la vita

Published by lucilla under casa, solitudine, vitantonio

Estate bolognese che mi pare un’estate persa. Molte cose potrei fare per il mio futuro immediato tipo smetterla di pensare a un possibile bicchiere di whisky che tanto al punto di disfacimento interiore in cui sono un bicchiere di whisky non potrebbe farmi stare molto meglio. Se la smettessi di pensare al superalcoolico forse potrei decidere a produrre due o tremila progetti di quelli che servono esclusivamente per tirar soldi a scapito di poveri adolescenti che saranno costretti da genitori e professori ad ascoltarsi la sottoscritta che blatera di altre infelici adolescenze e che prova a motivarli alla lettura o forse alla vita stessa senza peraltro esserne convinta lei per prima e dunque siamo punto e a capo.
Allora forse potrei smetterla di scrivere progetti suicidi e mettere una volta per tutte un punto dare una svolta intraprendere una strada nuova dunque vediamo un po’ che cosa potrei fare?

Sarebbe bello adesso aver scritto gli ultimi anni su una lavagna di quelle nere che avevamo a scuola e poi avere un cancellino, me li ricordo i cancellini, ma uno di quelli puliti nuovinuovi, quelli a spirale che sembravano una girella motta, e usare perbenino il cancellino, da sinistra a destra dall’alto verso il basso meticolosamente cancellare tutto con quel rumore vellutato e quella polvere di gesso che si alza tutt’intorno e fa un odore antico, l’odore dei miei primi diciott’anni di vita.

Mi sembra che gioco all’opossum con la vita. Quando si avvicina io zacchete casco a terra come morta. Oggi mi sembra che pure questo blog non abbia più senso e voglio chiudere tutto e partire per sempre e vivere soltanto ascoltando quello che viene giorno per giorno senza più progettare senza più investire senza più. Che tanto è inutile.

Quando ci ho questo umore imbecille mi do proprio fastidio.

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Lug 11 2010

shakespeare non è stato molto chiaro

Published by lucilla under casa, morte, solitudine, carla, vitantonio


Altro che sogno di una notte di mezza estate. A me in questa notte di mezza estate mi pare di delirare, mi pare di essere improvvisamente catapultata nell’odore della casa di Bernarda Alba, eppure non c’è nessuna Bernarda fuori di me a impedirmi il desiderio.
Non sono ubriaca, droga non so nemmeno che odore abbia da molti troppi anni, e manco una canna mi sono girata chè sono troppo pigra. Fumerò una sigaretta inutile mentre tutta la notte complotta contro di me e mi sento quest’ultimo strascico di gioventù che si sta sprecando. Ogni notte ogni folata di vento dovrei utilizzare non dovrei fermarmi per dormire neanche un momento, e invece mi trascino dentro questa vita che, alla fine, non è per niente come me l’aspettavo.

Tutti i vitantonio dormono dislocati nella casa, dal più vecchio al più piccolo, cercando di digerire la digestione di un pasto slow food molto slow e poco food, terrorizzati dall’eventualità di una mia iraconda reazione ai loro insoddisfatti commenti e perciò muti. Forse Bernarda Alba sono proprio io e finirà che diventerò così, arida, secca, così secca da non capire che c’era un altro futuro possibile, c’era un’alternativa all’essere questo ramo morto che sto diventando.

Sono insoddisfatta, sono insoddisfatta. Desidero, desidero ancora, e non riesco ad avvicinarmi non riesco ad avere.

La casa è muta e i respiri dei vitantonio si perdono nel bisbigliare dei grilli che, loro si, mi sembrano soddisfattissimi, mentre io mi lamento tra me e me di tutto quello che non ho e poi mi faccio pure ridere, e cerco di mettere le priorità, cerco di fissare uno straccio di struttura. Ho bisogno di spazio, ho bisogno di solitudine, ho bisogno di persone. Ho bisogno di carne, ho bisogno di trovare un senso alla parola casa, ho bisogno di sentirmi a casa dentro di me.

E’ notte e non me ne faccio niente di tutti questi grilli non voglio dormire non voglio riposare non mi interessa svegliarmi la mattina con la sensazione di aver dormito abbastanza non m’interessa l’alimentazione equilibrata forse non mi interessa neanche la stronzissima struttura mi interessa la vita mi interessa ascoltare voci, i corpi, i corpi mi interessano, gli odori anche la puzza della città la nevrosi l’adrenalina che non riesci a dormire per giorni e sei sempre sul filo lo sfinimento, mi interessa, lo sfinimento. Non me ne faccio niente del riposo della calma della quiete io nella quiete muoio e adesso mi sento che sto morendo mentre invece, con molta semplicità, tutti attorno a me si limitano a dormire.

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Lug 04 2010

speriamo che sia il programma fastwash delicate

Non ci posso proprio credere che una settimana fa ero in un parco di Old Street a cantare a piedi nudi e adesso sono qui con questo buio inodore che mi si staglia davanti, oltre la porta dello studio del mio fidanzato che non c’è e chissà quando tornerà.
Me ne sto in questa casa e ho fatto di tutto per starci il meno possibile, non che la casa sia brutta non che ci siano i mostri no, non che questo buio mi spaventi. Perchè a me il buio non mi ha spaventata mai. Però questa casa è così improvvisamente densa di mancanze che io non ce la faccio e allora sono fuggita in giro per la penisola fino a quando ho potuto.
Venerdì vincitrice morale di un festival piuttosto bizzarro, mi sono portata via poca gloria e niente soldi. Per fortuna che Nathan è comparso e mi ha fatto da crocerossino per tutta la giornata. Ero uno straccio. Come sempre in questi momenti di grande sofferenza e confusione mi gonfio come un palloncino pieno di inspiegabilità, e mi fanno male i denti. Un male leggero e costante, come un sottofondo di rabbia inespressa.
Ma già sabato mattina ho deciso di dedicarmi all’amore e non al lavoro, che mi pare di aver capito che il lavoro quest’estate non mi darà grosse soddisfazioni. E allora sono letteralmente scappata a chiedere asilo politico ed emotivo all’Alice che mi ha accolta nella grande casa sotto Firenze, una casa piena di gioia, di galline, di persone e di colori che m’hanno rinfrancata. Alice mi ha regalato alcune perle di zootecnica e di botanica, m’ha spiegato il motivo assolutamente razionale per cui è convinta di essere la madre di tutte le sue oche, mi ha deliziata scorrazzandomi in automobile e proponendomi spericolatezze di cui mai l’avrei ritenuta capace. E poi c’era anche Vanessa che chissà quanti anni erano che non la vedevo, quanti anni che non ci parlavo, ma la magia è scattata così come a volte mi accade coi vecchi amici, e Vane ci ha illuminate a riguardo delle immense declinazioni possibili nella parola coppia. E loro, e gli altri splendidi abitanti della casa, e Nathan che è tornato in serata dopo che io e Alice avevamo intrepidamente montato un nuovo barbecue, m’hanno ascoltata e m’hanno parlato, semplicemente m’hanno accolta e mi sono sentita che un pronto soccorso così era proprio ciò di cui avevo bisogno.
E anche oggi solo con amici stretti sono stata, solo in parole senza doppi sensi, solo in situazioni dove non temevo.
Consolazione, accoglienza, sole, di questo ha bisogno la mia paura per dormire.
Il mio fantasma è molto più grande di me.
Niente mi appartiene se non vestiti che mi vanno troppo grandi o troppo piccoli, e le scarpe improvvisamente sono tutte rotte, e non è una metafora. Provo a immergermi in una compulsiva lettura dei quotidiani meno attaccati dalla censura, ma mi perdo nei coccodrilli di Pietro Tarricone e nel necrologio della libertà di stampa. Mi sconsolo presto, prestissimo, non riesco ad arrivare alla pagina della cultura. Tanto meglio, mi par di capire. Ma da qualche parte devo cominciare. Da qualche parte devo ri-cominciare, e non so da dove. Allora mi attacco agli amici e domando avidamente racconti di questo anno di vita loro che ho perso.Eppure non mi basta.
Sono di nuovo nella lavatrice, e non ho idea di che lavaggio sia in corso.

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Giu 30 2010

le rose non sembrano aver sentito la mia mancanza

Non sembrano proprio aver sentito la mia mancanza, le rose. Sono rigogliose come non mai e hanno fiori meravigliosi, profumati e fieri, intoccabili. Se la vedono bene persino coi sempiterni pidocchi e financo il pesco sta pescando che più non si può, avrà venti o trenta frutti e fino all’anno scorso ne faceva uno solo.

Ed e’ stato tutto così veloce e tremendo e adesso mi trovo in questa casa in campagna e non ho assolutamente idea di dove sono, e mi domando che cosa ci sto facendo qui, e lo so che  una domanda terribile ma non ho la più pallida idea di dove mi trovi, di dove stia andando, non ho la più pallida idea, non ho, e mi sembra che mi sono completamente persa, che ho tutti questi oggetti attorno a me tutti questi vestiti che cosa cazzo me ne faccio dei vestiti che cosa me ne faccio di queste cose se mi sono completamente persa

Sono frammentata sono implosa e ieri il viaggio è durato pochissimo, il tempo di un pisolino, e qui pare che veramente io non me ne sia andata mai e invece me ne sono andata, eccome se me ne sono andata, me ne sono andata e non sono più com’ero prima di partire e però non lo so come sono e forse il senso di tutte queste “e ” che uso è che cerco una connessione possibile tra le cose cerco un nesso magari un poò acrobatico ma ecco un nesso almeno un nesso invece sono qui che di nessi non ne vedo manco uno e quello che vorrei non cel’ho e forse la verità è che non lo so cosa vorrei e si lo so vorrei piangere e non ci riesco vorrei avere delle persone vorrei andare a prendere un caffè con le mie amiche vorrei un gattino che ne so vorrei disperarmi fino a quando non mi resta che reagire e invece adesso mi metto come se non fosse successo nulla a fare lo spettacolo nuovo cosi’, tac, perfettamente efficiente proprio come tanti anni fa dicevo di me.

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Giu 23 2010

e io pago

Che mi sa tanto di essere uno di quei fortunati esseri umani che pagano tuttotutto ma proprio tutto. Arrivo sempre quando sono finiti i saldi, quando i prodotti in promozione sono gia’ stati venduti, e pago il prezzo pieno senza poter fiatare.

La felicita’ che conosco si porta sempre una risacca profonda come quelle dell’oceano che mi ricordo io, decine e decine di metri di terra che compaiono e scomapiono quattro volte al giorno in poco pochissimo tempo. C’era l’alta marea solo un attimo fa, i miei pesci sguazzavano che era una meraviglia, era tutto un fiorire di rigogliosita’ e simili metafore faunistiche, e poi zacchete arriva la marea bassa. I pesci si sono fatti prendere un po’ dal panico. Come al solito qualcuno si e’ salvato e qualcun altro no. Boccheggiamo, io pesci stelle marine alghe e quant’altro, senza sapere se sia meglio spostarsi la’ dove c’e’ ancora un po’ di acqua o aspettare che l’acqua ritorni qua dove stiamo crepando noi.
Certo, in queste situazioni un po’ estreme come la vita e la morte tali considerazioni filosofiche rischiano di apparire un tantino inopportune. Cionondimeno (ma chissa’ dove l’ ho pescata sta parola) io e i miei pescetti siamo ancora qui che discettiamo. Intanto qualcuno gia’ stira le zampe.

Tutto stravolto, tutto stravolto. Tutto messo in discussione tutto rivoltato come il peggiore dei miei calzini bucati.
Lo so me lo dovevo aspettare, sono stata in questo posto un anno, e’ stata una delle cose piu’ importanti della mia vita, mi e’ successo di tutto e il suo contrario, sono stata sola come mai nei passati dieci anni, e adesso tie’, pensavo che un colpo di spugna e via, tutto sarebbe stato come prima. Ahime’ in questo libro non e’ cosi’, ho sbagliato collana.

Ma intanto sono le cinque e dieci e gia’ devo correre alla nursery a pescare il moccioso per consegnarlo alla legittima genitrice sano salvo e nobile come lei l’ha lasciato questa mattina. I sogni si sono dissolti con la marea e mi rimane un generale disappunto unito all’irresistibile voglia di un massaggio.

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Giu 22 2010

amletica

And what if i wake up and I don’t know In which language I should talk to the sleepy woman looking at my from the window of the mirror?
What if, once more, I don’t know if I’m here, or there, or simply nowhere because I’m not able to choose as a grown up should do?

Lost in useless translations between me and the huge parliament of all my secret voices. Don’t want to stay, don’t want to go.

What if I wake up and understand that yes, I’ve betted, yes I’ve finally betted really hard, butI didn’t even look at the number? What if I suddenly understand that the point it’s not only betting?

And I write in this ridiculous English, un-connected, dis-connected, un-connectable, ’cause it’s the only way I have now. If I don’t find the words it’s not the world that’s complicated, it’s my vocabulary that’s incredibly poor and silly.

It’s half past twelve and I should be nice and dreaming instead of rolling once more the last joint, here, starring at this useless machine that reflects me much better than a mirror.

Instead, because I’m what I am, I look for the lighter, and smile in this bed of  sub-amletic questions.

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