Archive for the 'solitudine' Category

Feb 25 2014

Io, lui, la scimmia.

A un certo punto in questa domenica inutile mi chiama un amico mio e mi dice oh ieri mi sono ubriacato come se non ci fosse un domani. Mi piace questa maniera di vedere le cose e in particolare l’alcool, come la fine temporanea eppure definitiva di tutto. Compresi i sensi di colpa che uno lo sa, che se si ubriaca oggi come se non ci fosse un domani, domani il domani arriverà e ti piscerà malamente in faccia fregandosene di te e dei tuoi sogni alcoolici di mettere fine agli ultimi (ancora) rimasugli di adolescenza.

Allora adolescenza quando ti decidi ad andartene a visitare qualcun altro, non ti sei ancora stancata di questo corpo mezzo rottamato che si dimena il venerdì sera senza curarsi di usi e costumi locali, ovunque il locale sia?

Adolescenza malefica impiccati e lasciami andare incontro alla noia di una quotidianità fatta di salottini e cene preparate con una settimana di anticipo. Lasciami desiderare di avere del tempo libero per lavorare ai ferri. Adolescenza meschina abbandonami e non farmi rimpiangere quello che non ho più poiché ho deciso così.

Ti ho sfidato, adolescenza stronza, e vincerò questa sfida per la madonnina degli adolescenti. La vincerò a costo di trascorrere ancora innumerevoli venerdì sera abbarbicata in cima a una bottiglia di vino troppo costoso, la testa infilata nel collo a urlare nel fondo vuoto il mio dolore di ragazza abbandonata troppi anni prima che qualcuno potesse salvarmi.

Me ne starò lì appesa sul ciglio dell’abisso di una bottiglia svuotata da me e canterò, stonata, di tutto quello che non è andato come volevo. Salvo poi il giorno dopo rimettermi in ordine e cercare di ritrovare tutti i pezzi di me. C’è sempre il mistero di dove ho lasciato le scarpe. Ma le chiavi, quelle non le perdo mai.

Il sabato mattina si farà beffe di me e io sarò troppo rivoltata per muovere obiezione alcuna. Ma mi sarò arresa alla normalità.

Insomma che cosa voglio?

Ah sono qui che agito il mio fioretto furiosamente contro tutti i miei incubi.
L’incubo di rimanere piccola,
quello di diventare grande,
e quello di essere invecchiata senza essermi goduta il tutto.
Ah, in guardia, vi affronterò tutti, uno dopo l’altro e anche insieme se avete il coraggio.

Qual è il sottotesto di tutto ciò? Il sottotesto è che non sono abbastanza pronta ad accettare che la vita è andata così come è andata e se ne è fregata di desideri, sogni e aspettative. Il sottotesto è che mi delude trovare il peggio dei miei nemici dentro di me. Il sottotesto è che ho dimenticato come si fa a chiedere scusa. Che sto comoda nella mia solitudine. Che quando ho ragione, ah quando ho ragione, avere ragione mi piace così tanto che piuttosto mi gioco tutto il resto. Mi tengo la ragione, ecco. Ecco cosa mi hanno insegnato questi anni.

Col cazzo che viaggiare ti apre la mente.

No.

Viaggiare ti richiude con la testa dentro la bottiglia, a cantare sempre le stesse canzoni, mentre tutti i tuoi altri vivono senza di te e tu non sai più che cosa scrivere. Perchè per scrivere ci vuole un desiderio. E io ai desideri ci ho rinunciato in cambio di qualcosa che al momento non mi ricordo.

Figuriamoci capire se ne valeva la pena.

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Nov 12 2013

dramma fecale

Alle volte bisognerebbe avere il coraggio di cancellare, ecco cosa bisognerebbe avere il coraggio di fare. Potremmo, in un impeto borghese, salvare il salvabile e cercare di limare e cesellare e recuperare quello che si può. Potremmo sì, metterci a rimestare tra le macerie come in quel film che ho visto ieri, in cui la nonna di Camus mette le mani nel gabinetto alla ricerca della moneta caduta.

Il punto è che poi proprio come la nonna di Camus corriamo il rischio di ravanare nel gabinetto per ore alla ricerca di una moneta che non c’è. Perché ci hanno mentito, o per altri motivi meno letterari.  Dunque delle volte bisognerebbe avere il coraggio di buttare tutto quello che c’è senza paura.
I danni collaterali, quelli sono inevitabili.
E’ una sorta di fuoco amico.
Dovrei imparare ad applicarlo a me medesima e alle mie poche e inutili proprietà.

Per esempio da anni due ci ho un garage a Bologna, di cui pago l’affitto ogni mese, e dentro cosa c’è? Il passato, c’è. Vestiti che non mi entrano più, fumetti, libri, cosmetici scaduti, scarpe dal tacco vertiginoso, parrucche, costumi di spettacoli andati in scena nel passato decennio, scenografie, liquidi antigelo per un’automobile rottamata da anni, regali, rassegne stampa, documenti oramai decaduti, due paia di sandali di plastica di quelli che andavano di moda negli anni 80, la mia collezione di Pataloghi (incompiuta, come tutto quello che mi riguarda), un cofanetto di argilla bianca, miracolosa per la pelle, comperata a natale del 2009 con il mio ex fidanzato nel nostro viaggio in Marocco, una pelliccia di astrakan che mi è sempre andata troppo grande, la storia del comunismo in cinque volumi e le cartoline non utilizzate del mio ultimo monologo.

Tutte queste supreme inutilità giacciono da due anni in una città in cui, ammettiamolo, molto probabilmente non tornerò più. Sono lì, a marcire, testimonianze di un  passato che oramai interessa soltanto me, e allora bisognerebbe avere il coraggio di buttare tutto e di alleggerirsi, una volta per tutte. Bisognerebbe premere il tasto reset, e non importa se perdiamo anche quella musica bella che ci piaceva ascoltare la mattina.
Dentro quel garage c’è una me che non interessa più a nessuno, e questa me conserva relazioni morte e segreti e pensieri che non hanno più spazio. E’ una specie di cimitero, quel garage bolognese, un cimitero che a nessuno interessa visitare, perché i corpi sepolti sono di quelli non importanti, sono le vittime del fuoco amico, sono tutte le cose che abbiamo perso per arrivare dove siamo, e allora a volte è difficile volerle andare a visitare, voler rendere loro omaggio. Lasciamole là, che anche andare a bruciarle farebbe troppo male, significherebbe dire che abbiamo capito e andiamo avanti.

O che rinneghiamo.

Atto che pure in sé richiede una forma di coraggio,  il rinnegare. Una sorta di anelito a una vita nuova. Una speranza nel cambiamento totale, nella metempsicosi, che ne so.

Allora niente, allora niente. Lasciamo il garage lì dove sta, pieno di morti per cui nessuno piangerà mai, perchè forse ha ragione il mio amico Martin, ha ragione lui quando mi dice che in fondo, in fondo forse la vita è proprio in questa noia che ci trova ovunque andiamo, in questa incapacità di sfuggirle. Forse la vita è la stessa per noi che cambiamo paese ogni due anni e per quelli che sono rimasti per tutta la vita nello stesso, forse tanto vale rassegnarsi, che la vita è questo encefalogramma piatto che ci scorre davanti agli occhi in ogni caso, e lentamente la smetteremo di lamentarci, di scalciare, di agitarci dentro questa camicia di forza, lentamente ci abitueremo e basta, amen.

 

Come quando Drogo, all’improvviso, si trovò a finire la sua vita senza nemmeno essersela vissuta, e si scoprì morire nel momento stesso in cui i Tartari, finalmente, arrivavano. 

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Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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Ott 07 2013

Arriva un bastimento carico carico di fatti miei. La rivincita del gossip.

Accade così che per il secondo settottobre consecutivo guardo la grande piramide di fronte a casa mia proprio come nel famoso fumetto, quello che hanno letto tutti e grazie al quale ciascuno pensa di essere un superesperto di questa zona del mondo, così da poter scrivere frasi imbecilli su facebook e farsi cliccare i mi piace a go-go. Chissà che almeno la cumulazione di mi piace non porti a un’estemporanea manifestazione ormonale tipo scopata in un angolo del centro sociale o nel furgoncino o se proprio vi va bene, ragazze, in una stanza da letto in appartamento condiviso, con tanto di imbarazzo pubblico la mattina dopo a colazione di fronte ai coinquilini.

 

No ma dicevo che proprio così, mi succede che anche quest’anno sono qui a guardare la grande piramide attorniata dalle nuvole proprio come il monte Olimpo, mentre gli dei là sopra si ubriacano a suon d’ambrosia e pasteggiano con i resti della mia giovinezza, giocandosi a dadi il mio nuovo contratto lavorativo. E non c’è cometa che tenga, non ci sono magi ad annunciare la buona novella, qui è tutto un delirio d’antico testamento, sangue e duelli e vendette e sacrifici e le Ifigenie si sprecano mentre io mescolo tutte le peggiori tradizioni sulle mie sacre tavole.

 

Ah sì, la piramide di fronte casa mia si avvolge comodamente in una nube dispettosa mentre mi si seccano i capelli perchè l’aria comincia a essere intrisa di polvere di carbone, allora succede che si passano i pomeriggi del sabato chiusi in casa con l’olio di semi sulla parrucca nel vano tentativo di evitare la calvizie.

E proprio mentre queste amene ripetizioni esistenziali si avvicendano come nel tabellone del monopoli, ecco che pesco la carta dell’imprevisto e ti becco sua grandità nientepopodimenocchè un uomo, che mi fa quasi quasi pensare che ho pagato il mio debito alla vendetta e forse posso smetterla con la castità. Sono lì che me lo guardo e mi par proprio inviato dagli dei a loro volta appollaiati in cima alla piramide. All’inizio con tutta me stessa rifuggo il pensiero e mi abbarbico alla mia fortezza proprio come nel Deserto dei Tartari. Inespugnabile me ne sto. Ma egli contrattacca con armi biologiche e sofisticatissime fino a che sul ponte non sventola bandiera bianca. E succede dolcemente che quasi mi abituo all’idea. La sua voce come le sirene di Ulisse ancora mi incatena ed è bellissimo perdersi in questo incantesimooooo. Mi sento una persona normale. A volte quando mi affaccio al balcone per innaffiare i miei esperimenti di piantine lo vedo che rientra a casa dopo il lavoro. Imparo che il sabato va a giocare a pallone e che le cose divertenti gli interessano più di quelle importanti. L’estate è meravigliosa e appiccicosa come piace a me. La notte camminiamo per una città segreta che mai mai potremo raccontare. Andiamo al mercato e giochiamo alla coppia borghese lei spendacciona lui consenziente. Preparo la colazione sul terrazzo e la facciamo durare un’ora e a volte un’ora e mezzo. Addirittura una volta espatriamo e ce ne andiamo nel mondo normale. No dico, Cina, capitalismo, caffè all’aperto e noi che ci facciamo le fotografie col telefonino. Non chiediamo molto per essere felici. Sua grandità mi fa ridere e mi canta le canzoni più stupide del mondo. E’ paziente e non ha paura di dire che ha paura. E’ estremamente maschio nella sua incapacità di ascoltarmi nei momenti importanti ma questo mi diverte e mi appassiona, perchè poi quando c’è da esserci lui c’è e mi chiede pure l’amicizia su facebook. Ci perdiamo camminando in una ex fabbrica di pezzi elettrici. Mi prende in giro perchè non trovo la strada. Poi scopre di non riuscire a trovarla nemmeno lui. Sfrecciamo sui tuk-tuk verso i paradisi dell’elettronica cinese. Guardiamo serie televisive sul computer, mettendoci una cuffietta per uno e sedendoci uno dietro l’altro nel corridoio del treno che ci porta a Dandong. Scopriamo le tortine della luna. All’unisono dichiariamo che Dandong ci fa schifo.

 

Tornati a casa si diventa ufficialmente ufficiali e si va alle cene e ai ricevimenti assieme. Intanto l’estate appiccicosa è diventata un’estate secca e poi un principio d’autunno, io non fumo più dalla notte in cui sua grandità mi è bellamente saltato addosso creando un mezzo incidente internazionale, in compenso ricordo all’improvviso che sua grandità ha una missione a tempo determinato, proprio come nel più riuscito dei miei spettacoli.

 

E quando ce lo ricordiamo a vicenda, con la quiete che lo contraddistingue sua grandità cerca di rimanere più a lungo.
Le prova tutte.
O quasi.
O non abbastanza.
O senza troppa convinzione.
O senza fortuna.
Non lo sapremo mai.
O gli dei sulla piramide si sono all’improvviso risvegliati e hanno scoperto che sarebbe stato troppo facile farci vincere questa partita così.

 

Sua grandità non trova scappatoie sensate. Parte alla fine del mese e buonanotte.

 

Gli dei sono là sulla piramide a ubriacarsi alla faccia mia, che pensavo fosse amore, invece era un cooperante.

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Set 13 2013

La mezza luna cadde sull’orsetto della duracell e questi morì.

Questa mezza luna non impegnativa si staglia con fare interrogativo sopra il blackout delle dieci di sera, io la guardo e penso che sarebbe proprio bello cominciare qualche cosa di importante con mezza luna. Basta con queste stupidaggini secolari della luna piena, delle donne e le loro lune, dell’uomo che diventa lupo mannaro con la luna, dei lunatici, della luna che si specchia nel pozzo e di tutta la letteratura eroticosentimentale che ne consegue.
Mezza luna si addice alla mia esistenza borghese.
Ha ragione il mio amico svizzero, che forse il segreto della vita è che è noiosa, e quando arriveremo alla fine non potremo fare altro che domandarci se davvero abbiamo fatto bene, a cercare di fuggire la ripetitività dell’esistenza borghese che ci sarebbe toccata se non avessimo fatto i lavoratori umanitari.

Perchè alla fine le giornate sono noiose anche qui, anche voglio dire in qualsiasi buco di culo di mondo, sono noiose lo stesso, ci sono giornate che non ti passano più, che il lavoro è bloccato, o è la strada tra casa tua e l’ufficio a essere bloccata, o semplicemente sei bloccata tu, perchè ti sembra di morire in questo piccolo villaggio dove nessuno, nessuno dei rapporti che hai sembra abbastanza vero.
Forse il segreto della vita è che davvero la vita è noiosa, non c’è niente da fare, dovunque tu vada a nasconderti dalla noia essa ti scoverà e ti sbeffeggerà, tanto che tu ti domanderai ma diobono non facevo prima a rimanermene a Crampobasso?

Perchè in questa notte di mezza luna io penso proprio che mi sembra di essere ritornata al via, senza nemmeno pigliare le ventimila lire, ho girato sul tabellone avanti e indietro, imprevisti, probabilità, persino tentativi di collaborazioni sentimentali, erotiche, lavorative, e alla fine eccomi qua senza una lira, mi sono dovuta vendere persino vicolo stretto, sono al punto di partenza e la differenza, la differenza è che almeno a Crampobasso avrei avuto il bar con il caffè la mattina e avrei potuto fare domande a qualcuno e magari capire le risposte.

Eccola la mezza luna malefica che coi suoi effetti borghesi uccide la poca poesia che mi era rimasta.
Che fai tu mezza luna in ciel?
Dimmi che fai? Maledetta luna a metà che mi fai venire voglia di non essere me?

Mezza luna assiste a questo mio struggimento borghese, che se fossi stata in un film di Elio Petri almeno avrei ammazzato qualcuno, invece no, sono qui a farmi le domande come un impiegato di nome Amleto, e da brava borghese rimango in fin dei conti dove sono, con questa mezza luna che no, non preannuncia niente di buono, e se mi dovessi guardare da fuori credo che salterebbero agli occhi alcuni inconfutabili dati riassumibili in un semplice assioma da cronica insufficienza economica. Ovvero sì, sono stressata.

La mezza luna non mi ispira, non mi risponde, se ne frega di essere la mia musa, sono le zerozeroeddiciassette, tra sette ore devo pigliare un aereo, le persone attorno a me fanno discorsi confusi, i miei amici attori sono generalmente molto felici che io non faccia più l’attrice perchè ero un caterpillar, una bestia, facevo della concorrenza sleale, sì, perchè il teatro mi bruciava come una maledizione. E adesso che non mi brucia più tutto è più mite, i miei amici attori mi amano molto di più, io guardo ’sta mezza luna inutile, che intanto ha acquisito un preoccupante colore rossiccio. Se non mi sposto mi sanguina addosso come il cadavere del teatro dentro di me. E’ morto, morto davvero?

Mezza luna sanguinolenta e borghese ghigha di fronte ai miei pessimi tentativi di tenermi insieme. Le storie borghesi non hanno un lieto finale. Anzi, non hanno un finale. Le storie borghesi continuano fino a esaurimento batterie, come l’orsetto della duracell.
Dura di più
Dura di più
Dura di più
Dura di più
Dura di più

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Ago 19 2013

Le conseguenze dell’amore e menate varie.

Succede così che a un certo punto sono svelati tutti i trucchi e la ragazza nella cassapanca non verrà più tagliata a metà. I miei occhi lo vedono bene, che rimane tutta intera, come pure vedono il fazzoletto nascosto nella giacca, l’uovo, il cappello dal doppio fondo e tutto il resto.

L’amore diventa un grosso e patetico baraccone, ognuno ripete la sua parte perché ci è stato insegnato che si fa così, che questo circo è il futuro che ci spetta, e dunque replichiamo lo stesso copione all’infinito alla ricerca della storia col lieto fine.

 

Che tuttavia non arriva, perché i paramenti dei cavalli sono sdruciti, c’è puzza di merda tutt’intorno, l’uomo più forte del mondo si è dopato ed è lì con la testa tra le mani che cerca disperatamente un po’ di ketamina, la ragazza fuscello ha scoperto il femminismo e il diritto a pesare più di quaranta chili, e niente sarà mai più come prima.

 

Lo spettacolo è stato meraviglioso e incantevole fino a un certo punto, ricordo ancora con quanta gioia mi prestavo ad ogni replica, e proprio come nel teatro vero nessuno spettacolo era uguale al precedente, non esistevano copie, c’erano solo sentimenti nuovi che nascevano ogni volta e fiorivano e si manifestavano in tutti i loro fuochi d’artificio e luccichii e colpi di scena. Tutto era così plateale. Ti ricordi le canzoni dedicate durante i tuoi concerti? E quella volta che abbassasti l’attaccapanni a muro per farmi capire che volevi che venissi a vivere con te? Ti ricordi di quando apparisti in quella città sconosciuta mentre facevo uno spettacolo, solo per dirmi che volevi stare con me? Ti ricordi quando mi chiamavi Luce e camminavamo tutta la notte per le strade della città alla ricerca di cose che esistevano solo dentro di noi? Tu, voi, io, tutti insieme, diversi e comunque sbagliati nell’accoppiamento. Tappeti di rose stesi per darmi il benvenuto in una casa, sassi lanciati contro la mia finestra alle cinque del mattino, viaggi interminabili in autostop per raggiungermi e dirmi che il nostro tempo era adesso. Ogni volta era diverso, bellissimo, intenso, ogni volta pareva che il lieto finale fosse proprio dietro l’angolo. Mettevamo in scena lo spettacolo ed eravamo gli attori principali del circo delle meraviglie, ogni volta lasciandoci sorprendere dalla bellezza dei nostri stessi trucchi, ogni volta facendoci trasportare dall’illusione di poter cambiare il finale.

 

 

E poi a un certo punto tutto è terminato e questo baraccone è triste e fuori moda, le tende cadono a brandelli, la luce se n’è andata da un pezzo, ci sono io, c’è lui, vecchio, nuovo, non importa comunque troppo simile a tutti quelli del passato, comunque troppo lui, replichiamo meccanicamente il copione come in un laboratorio di commedia dell’arte. “Grande amore! Grande dolore!” troppo spesso mentre lo diciamo mi viene quasi da ridere, mi appoggio con fare melodrammatico la mano sulla fronte e spero che la forma mi porti finalmente a toccare il contenuto, io so già quello che accadrà dopo e lui pure, facciamo timidi tentativi per vedere se l’altro ricorda la battuta ma sì che la ricorda, allora andiamo spediti e saltiamo le tappe.

 

 

Poi all’improvviso, per brevi momenti pare quasi che si accendano di nuovi i riflettori della gloria amorosa,
pare quasi di essere di nuovo in contatto col sentimento,
mi batte il cuore,
lo guardo e mi guarda,
pare quasi che lui sia proprio Lui e io sia proprio Lei,
l’innamorato, l’innamorata,
noi,
il progetto, i cuori la capanna e tutto il resto,
ma sono attimi,
attimi che mi fanno poi piombare in una tristezza ancora più totalizzante quando terminano,
attimi che mi aprono la tenda sul fondale e si spalancano sul triste retrobottega del sesso senz’amore
(sesso a malincuore),
delle incomprensioni, dei piccoli egoismi, degli spazi che non si è più pronti a condividere,
del non detto e del detto troppe volte,
dei fantasmi del passato e di tutte quelle che ha amato più di quanto potrà mai amare me,
e di tutti quelli che io,
di tutti quelli che io.

 

 

 

Non funziona questa recita, nessuno ride e nessuno si commuove, possiamo chiamarla come vogliamo, possiamo darle i nomi più carichi di speranza, possiamo pregare gli dei e le dee della fertilità, non funziona, perché non mi funziona dentro.

 

Ho già visto la sua incredibile bellezza e con essa tutti i suoi dolorosissimi spigoli,
ho già visto le mie ferite e il male che mi farà,
e la sua incapacità di evitarlo,
quando non la sua voluttà nel procurarmi ferite maggiori,
ho visto le incomprensioni e gli egoismi,
miei e suoi,
ho visto il mio mutismo e la mia paura,
ho visto il terrore di essere abbandonata di nuovo e la disponibilità a fare tutto, tutto pur di averlo ancora.

 

L’ho guardato stamane davanti a tutto il mio amore potenziale apparecchiato in una colazione sul terrazzo, ho ascoltato la sua ironia e osservato il suo ingenuo desiderio di pizzicarmi. Mangiavamo salmone comprato al negozio giapponese su pane che avevo scongelato apposta, bevevamo caffè vietnamita e all’apparenza parlavamo proprio come due amanti senza troppi tabù, il passato il presente e tutto il resto, ma dentro ero tutta rotta, ero tutta rotta mentre il burro si scioglieva sul pane ai semi di girasole, ero ancora una volta la giara che si sgretola in numerosissimi e piccolissimi pezzi, intanto addentavo il salmone e dentro mi sentivo il sangue che se ne andava lontano, mi sentivo il sangue caldo che se ne andava e io che rimanevo fredda e senza sangue a vedere la fine di tutto questo.

 

 

Allora forse è vero che ci sono persone che debbono semplicemente stare sole. O è vero che per me il teatro, e con esso il baraccone dell’amore, e’ un capitolo chiuso. Non voglio più palcoscenici, non voglio più copioni. Voglio restarmene nell’ombra di questa mediocre routine, e rosicare quando la fidanzata del mio ex innamorato lo chiama “il mio lui”. Rosicare, sì, perchè io non mi sarei mai permessa di chiamarlo in questa maniera idiota, imbecille, maschilista e retrograda, e il problema non è che lei ce lo chiami, no, il problema, quello che mi fa rosicare, è che lui lo accetti, che lui sia innamorato di una che lo chiama “il mio lui” proprio come se fosse un fotoromanzo di Cioè che maledettammerda.

 

Voglio starmene in questa routine mentre quegli altri fanno i figli e quegli altri pure, e lui che stamane era sul mio terrazzo passerà anche lui, inutilmente mestamente mediocremente.

Questo penso, che non ho più sogni e non ci ho manco più le mie travi rosse sul soffitto, non ho proprio più niente e non sono manco niente.

 

 

Il mio piccolo geranio ha messo il suo primo fiore, rosso sangue proprio come quelli di mia nonna quando ero piccola e giocavo a barbie e sognavo ovviamente una famiglia e tutto il baraccone di cui sopra. Ha messo il suo primo fiore, il mio piccolo geranio, che ho fatto nascere così, da un rametto piccinopiccino, l’ho prima messo nell’acqua e poi nella terra e poi ho studiato attentamente quanta acqua e quanta cura voleva, e lui mi ha messo il suo primo fiorellino, così. Allora lo vedi che il mio amore per qualcuno o per qualcosa va bene? Le mie piante, le mie piante e la mia mediocrissima routine, questo lungo vuoto che si è creato dentro e intorno a me, questo.

 

 

Si spengano le luci, signori uscite per favore,

oggi lo spettacolo non va in scena per permanente indisposizione dell’interprete.

 

 

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Ago 15 2013

Se penso a come ho speso male il mio tempoooooo

Che poi dopo un viaggio infinito arrivi in Cina, e ci sono due amici ad aspettarti in una casina piccola piccola dove però ci sono acqua calda, asciugamani puliti e un ventilatore puntato proprio sul letto. E ti sembra quasi casa. Allora riparti per l’ultimo pezzo di viaggio, speranzosa, ripetendoti che questa sensazione di morte e tragedia che hai dentro è solo lo stress da fine delle vacanze.

Ti dici con un poco di indulgente autoironia che sei diventata proprio una borghese da film degli anni ottanta, che all’idea di tornare in ufficio ti senti male e sei più angosciata di prima della partenza. Ti ricordi di quando non esisteva la routine, non esisteva un ufficio, ma esistevano travi rosse sul soffitto da guardare alle cinque di mattina di un giorno qualunque, dopo aver lavorato sempre troppo ma sempre con gioia.

Ti infili in un aereo iperaffollato da turisti che si sentono i più fichi del mondo perchè stanno arrivando proprio là dove vivi tu.  Ti siedi al tuo posto, sempre vicino al finestrino, oramai l’hostess lo sa a memoria. Pensi al tuo socio. L’odore di morte del Vietnam non può che ricordarti tutti i cadaveri della tua vita. In particolare i cadaveri dei suicidi.
Conti i morti sulla strada. Non conosci i motivi. Come ad Halong Bay nuotavi tra lattine di coca cola e pannolini così i pensieri cercano di districarsi tra tutti questi pezzi di carne marcescente.
Continui a porti delle domande sul perchè così tante persone hanno scelto di suicidarsi da te. Ti ripeti che capita a tutti. Che non importa avere le risposte. Che la vita poi mostra le differenze, e le differenze sono un indice del fatto che no, non poteva andare altrimenti. Però un po’ fa male ancora.

Intanto l’aereo si avvicina paurosamente a destinazione e non c’è più tempo per queste inutili lamentazioni.
Inevitabilmente comincerai col piede sbagliato, perchè questa vacanza è stata troppo breve e troppo densa di presagi.

Ma la stagione dell’amore viene e va…
i desideri non invecchiano quasi mai
con l’età

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Ago 12 2013

Ultimi brandelli dalla terra dei Viet Cong

Giorno sei, ore non so ma molto presto

Mi stupisce la bellezza delle persone, che si manifesta in tutta la sua dirompente luminosità nonostante io sia malata, incazzata con l’agenzia di viaggi che avrebbe dovuto restituirmi dei soldi e non l’ha fatto, maldisposta verso il mondo del lavoro in generale e il mio capo in particolare e blablabla. Le persone attorno a me sono curiose, disponibili, e io per fortuna mi adatto. Sempre, sempre dare una seconda possibilità, bisogna. E spesso ne vale la pena.

Sono a Sapa adesso, dopo una notte in treno che mi ha fatto pensare alla Tailandia, come un po’ tutto, del resto. Ho viaggiato con due ragazze statunitensi e seminude che mi hanno chiesto di chiudere a chiave la cabina per paura che qualcuno le derubasse o violentasse o sai tu cosa. Mi veniva da ridere di fronte alla loro richiesta tutta impregnata del loro paese e dello schifo di società che hanno costruito.

Noto tuttavia, in questo posto, una grande differenza tra i vietnamiti che fanno affari e gli altri. O forse mi sbaglio. Forse la differenza che vedo è quella, normale, tra persone che vivono in un mondo normale, circondate da stimoli normalmente eterogenei. Alcuni sono miti, disponibili e gentili, altri sono arraffoni e provano a imbrogliarti o a fare i furbi in qualche modo. Altri ancora sono estremamente scortesi, come certi venditori del mercato che ti offendono senza motivo e allora di viene da dire sai cosa, i miei pochi soldi borghesi li do a qualcun altro. E si vede il lato peggiore del capitalismo, quello che emerge in tutti i paesi quasi/ex/socialisti che ho visto. La gente vuole vuole vuole, disperatamente vuole. Il possesso l’uso compulsivo e lo spreco sono il segno del benessere, del trionfale ingresso nel mondo del capitalismo e del successo. La gente prende lascia sporca spreca. Con gusto. In una bulimia ossessiva che sparge morte attraverso le decine di discariche abusive che vedo ad ogni angolo. I bambini lanciano lattine vuote in acqua e i genitori sorridono condiscendenti, sperando che qualcuno abbia visto che il loro figlio aveva posseduto una lattina e si era potuto permettere il lusso di gettarla in mare.

Io tutto questo lo odio.

Ah, ecco, ora è arrivata la guida, che è una ragazza Zhai (in realtà nata in una tribù Hmong ma sposata Zhai e quindi naturalizzata) piccola piccola. Ha 21 anni, a 15 si è sposata, a 16 ha sfornato il suo unico figlio e adesso per lavoro scorrazza turisti di tutto il mondo nelle montagne della zona di Sapa. Mi domando quante persone al mese le facciano le stesse domande idiote sulle tradizioni e i costumi e tutto il resto, proprio come sto facendo io, convinte di essere intelligenti e originali.

Più tardi

Il giorno è bellissimo e caldo e intenso. Abbiamo camminato sotto il sole ridendo e facendoci domande su tutto quello che ci viene in mente. I miei cinque compagni, tre francesi e due spagnole, mi sembrano paioli pieni di danari incontrati alla sorgente dell’arcobaleno, ovvero qua, su queste montagne terrazzate e piene di riso e fiumi e porcellini neri e bufale che ti guardano con occhi compassionevoli.

Arrivati finalmente al bivacco dopo una ventina di chilometri faticosissimi, ci siamo spogliati e buttati nel fiume nonostante la corrente fortissima. Pare di conoscersi da mesi, già abbiamo i nostri scherzi e i nostri ricordi condivisi, già nel fiume ci siamo dati la mano per evitare di scivolare sul sasso malefico, già siamo stati in silenzio su una pietra assolata e siamo pronti alle prime confidenze.

Giorno sette, mattina prestissimo, tipo le sei

Stamane piove e tutto è umidiccio. Speriamo solo che smetta per le nove, ora in cui dovremmo cominciare il nostro secondo giorno di cammino. La giornata di ieri è trascorsa tra sentieri scivolosi e donnine che cercavano di venderci ogni cosa, mentre noi, zampe nel fango giallo fino alle ginocchia, speravamo silenziosamente che l’ultima pozzanghera nella quale avevamo lasciato l’impronta non fosse una cacca di bufala liquefatta. Abbiamo riso e faticato tutto il giorno, su e giù tra le terrazze, che io mi dico ma perchè non le fanno pure in Corea? Oramai in coltivazioni di riso sono un’esperta blateratrice, come pure nella contrattazione per l’acquisto dei tessuti colorati di indigo che le donnine Hmong vestite di canapa nera provano a vendere. La sera ci siamo passati il biafine ridendo delle nostre ustioni da camminatori improvvisati e dei nostri dolorini alle gambe e alla schiena. I miei compagni mi hanno soprannominato Granma Carla, visto che per la prima volta nella mia vita alla veneranda età di 34 anni sono la più vecchia della ciurma, ascoltano a bocca aperta come dei piccoli nipotini le storie della mia Corea e soprattutto quelle del mio teatro, mi chiedono di aiutarli a contrattare per un paio d’orecchini o una borsetta e poi come Giotto e Cimabue (notare l’umiltà del paragone) diventano ben più bravi di me e strappano prezzi al limite dell’indecente per pezzi d’artigianato locale. Ho il braccio pieno di braccialetti comprati da donne Thai, che dovrei regalare ad amiche lontane ma so che finirò col conservare.

Mi piacciono i miei nuovi nipoti. Sono uno spettacolo di bellezza e intelligenza e curiosità. Siamo di buonumore e ci facciamo gli scherzi senza paura di offenderci, a me ovviamente viene da pensare che tutta questa facilità nel contatto deriva dal fatto che siamo Europei e tra noi non c’è tutto l’abisso culturale al quale oramai mi sono a malapena abituata (o quasi). Mentre camminavo ieri,, sotto il sole inclemente, ho deciso che rimarrò in Corea fino alla fine del mio incarico, qualsiasi esso sia. Non devo avere paura del dopo, ha ragione Alice, qualche cosa succederà. Qualche cosa farò succedere. E anche non devo rimanere attaccata a quello che ho a causa di questa paura. E’ come non lasciare un fidanzato che non si ama più per paura di essere soli, per paura di essere cambiati. E’ come fare come ha fatto lui con me. Allora ho espresso due nuovi desideri mentre le donne mi allacciavano i braccialetti di tessuto che fanno a mano.

Intanto piove a dirotto.

I compagni dormono ancora.

Ciascuno ha la sua storia dentro, e la mia solo all’apparenza è più spettacolare delle altre. Se avessi dei figli li porterei con me come la famiglia francese che ho incontrato ieri.

Sotto la pioggia passano donne che si preparano a una nuova giornata di vendita.

La sera

E’ stata una delle giornate più bagnate della mia vita. Ho pensato tutto il giorno al famoso trekking con Cois, Cundaro, Lontra e Licazzone, quello trascorso tra neve ghiaccio e pioggia e risate. E così è stato pure oggi, senza il ghiaccio e la neve. Le scarpe erano zuppe dopo la prima ora. Dopo tre ore l’impermeabile si è impregnato a tal punto da essere inutile. Nonostante tutto abbiamo continuato a ridere, chiacchierare e a volte canticchiare per ammazzare la fatica e i brividi di freddo e ogni tanto anche la paura, quando all’improvviso dovevamo attraversare fiumi che straripavano dalle risaie. Al pomeriggio a un certo punto dovevo anche fare la pipì e ovviamente non potevo, perchè farla avrebbe implicato una serie di manovre complicatissime sotto la pioggia battente, allora continuavo a camminare e canticchiare ma mi odiavo e tutto mi sembrava miserabile e la fine irraggiungibile. Mi ripetevo che camminare è un allenamento, che ogni passo in più aumenta la mia resistenza a questa vita beffarda, ma la mia vescica e le mie gambe non erano molto motivate da questi discorsi filosofici.

Poi all’improvviso siamo giunti al bivacco, acqua calda, birra gelata, patatine fritte e di nuovo l’incontro con i miei amici economisti italiani che hanno fatto un altro giro. Abbiamo bevuto vino di riso fino a un’ora che ci appariva tardissima e invece erano le dieci. Thomas affianco a me si è già addormentato, e adesso anche io mi rifugio sotto la zanzariera.

Giorno otto, ora di pranzo.

Niente da fare, continua a piovere che pare che qualcuno stia tirando secchiate d’acqua giganti su questo pezzo di mondo. Stamane abbiamo camminato un paio d’ore per raggiungere un vecchio villaggio semiabbandonato ma peggio mi sentivo, le scarpe sono ancora fradice da ieri e l’impermeabile pure. Oramai le uniche cose ancora asciutte che abbiamo sono quelle lasciate a Sapa prima di intraprendere il cammino.

Ciò nonostante sono felice. Felice e malmostosa insieme. Malmostosa perchè la fine della vacanza si avvicina e con essa il ritorno a Py, che mi riempie di ansia e angoscia. Felice perchè questo viaggio mi ha regalato persone bellissime e storie meravigliose e intimità e una forma di amicizia che non sperimentavo da tanto tempo. Fra poco ci toccherà l’ultimo pezzetto di cammino sotto il diluvio e poi prenderemo uno dei soliti pullmini suicidi che ci porterà all’ostello. Doccia calda, ritiro dei bagagli, treno. Presto, troppo presto, saremo di nuovo ad Hanoi.


Giorno nove, mattina prestissimo, come al solito oramai.

Le mie mattine cominciano sempre prima e questo mi piace.

Ieri sera abbiamo avuto i biglietti venti minuti prima che il treno partisse e ci siamo precipitati al nostro vagone in un gran trambusto di posti scambiati e valigie trascinate, non senza prima però rifornirci di birre e biscotti e contrattare la donazione di alcune banane. Abbiamo occupato la cabina e abbiamo chiacchierato per sei delle dieci ore di viaggio, ascoltando la musica di Gibì attraverso il suo dispositivo wireless in pieno stile ventunesimo secolo. Abbiamo sgranocchiato i biscotti e riso e ci siamo raccontati cose segrete, ognuno le sue. Non so come è successo e perchè, ma a un certo punto la nostra cabina è diventata una bolla magica e preziosissima, abbiamo capito che stavamo per separarci e ci siamo fatti un regalo. Adesso ognuno di noi custodisce cinque segreti coi quali viaggerà nell’attesa di una mail che sveli come sono andate a finire le cose.

Nel vagone c’era un’atmosfera di complicità e gioia, proprio come se non fosse stato per caso, proprio come se avessimo deciso insieme di fare quel viaggio e ne fossimo stati soddisfatti, proprio come se la nostra amicizia fosse cominciata molto prima e fosse stata pronta a continuare una volta scesi dal treno. E invece lo sapevamo che, una volta arrivati, ci saremmo separati e niente sarebbe più stato come prima. Ma in fondo chi lo può dire, no?

Sono andata dunque al mausoleo a vedere il corpo di Zio Ho. Mi ha fatto una strana impressione la piccolezza, la modestia dell’edificio, che ho dovuto immediatamente confrontare coi ricordi del Palazzo del Sole. La semplicità di Zio Ho e la sua compostezza, nonché la rapidità della visita, mi hanno restituito la misura di tutte le possibilità che, dove sto io, per un motivo o per l’altro non vengono esplorate. Eppure le dimensioni del mausoleo non gli tolgono dignità anzi, gli regalano un’aura quasi mistica.

Tuttavia, di fronte ai resti del Vietnam che fu, ho sempre l’impressione di assistere a rituali svuotati, di avere in mano una noce di cocco vuota. Non è rimasto più niente, al di fuori del mausoleo e della piccola casa gialla dove Zio Ho viveva preparando una rivoluzione che fu solo in parte.

Stravolta dal viaggio, dalla pioggia accumulata in questi giorni, dalla delusione per il precoce tramonto del Sol dell’Avvenir e dal caos di Hanoi, ho raggiunto l’ambasciata svedese che magnanimamente mi ospita con tanto di uso piscina. Michaela mi ha portata a fare colazione in un posto superchic e così ho ancora una volta rapidissimamente cambiato mondo. Catapultata nella Hanoi degli espatriati, dei negozietti equosolidali, i primi che vedo in Asia, e della colazione all’inglese con ingredienti biologici, mi sono concessa il lusso del capitalismo responsabile.

Giorno dieci, ora imprecisata.

Shopping compulsivo, angoscia per il ritorno e riflessioni su questo Vietnam che non mi convince. Ho comperato manifesto in un negozio che diceva “old propaganda posters”. Mi sono domandata se potrò mai vedere una scritta del genere a Py. Il ritorno mi spaventa e Hanoi mi incasina ancora di più in questo trambusto di motorini e pullmini suicidi. Avrei voglia di partire per trovare quello che molto probabilmente non mi aspetta. Sono sempre la stessa postadolescente illusa. Mi guardo allo specchio e ho la solita allergia al sole che mi viene ogni volta che viaggio, dai tempi del Mozambico. Mi intenerisce e mi sconsola. Le cose peggiori non cambiano.

Giorno undici, Hong-Kong.

Ieri, ultimo giorno ad Hanoi, ho fatto un incontro inquietante con una donna che mi ha mentito per paura. Ho rispettato il suo timore, ho comprato la sua stoffa e non ho insistito con le mie domande. In fin dei conti ho scoperto a mie spese che nell’Asia confuciana la verità cambia a seconda del contesto e il concetto di menzogna è spesso associato a quello di cortesia.

Il Vietnam non mi racconta niente, se non la desolazione che segue la morte dell’ideale. Tutto è falso, persino il sughero delle scarpe ricoperte di paillettes che si vendono sul lungolago. Le casette altealte rimangono in piedi grazie alla convinzione dei turisti. Le bettole che servono caffè e birra fredda sono affollate di neozelandesi ubriachi. Dove sono loro, i vietnamiti? Sfrecciano sui motorini verso obiettivi sconosciuti. Alcune donne, cariche fino all’inverosimile, provano a vendere frutta e pentolame.

Ieri sera sono tornata all’Opera, proprio come la prima sera. C’era il concerto della Youth Asian Orchestra. In maniera del tutto inaspettata mi sono commossa, e a un certo punto ho quasi pianto. All’improvviso mi è apparsa nitida l’immagine di mio padre che, io piccolissima, mi mette sul grosso divano ad angolo color marroncino e mi fa ascoltare Beethoven, raccontandomi cosa vogliono dire i violini, cosa rispondono i fiati. E’ stato un viaggio bellissimo.

Questi ragazzi così giovani sono ovviamente allenati da maestri europei, e si vede. Ecco la snob colonialista che sbuca fuori. Eppure non posso fare a meno di pensare che tutta la loro capacità di emozionarmi deriva dal fatto che hanno saputo superare la loro tecnica e mettersi al servizio della musica. La tecnica non dovremmo vederla mai, dicevo ai miei allievi quando il teatro faceva ancora parte della mia vita.

Erano bellissimi, quei ragazzi tremanti come piccole piante, tutti insieme sul palco. Ho pensato che gli artisti dovrebbero cambiare lavoro a trent’anni, se non riescono a mantenere la gioia e la paura e la timidezza e l’ispirazione che ho percepito ieri durante il concerto. E ch molto tempo fa, ne sono sicura, avevo anche io.

Mentre i ragazzi suonavano Brahms ho immaginato di tornare e fare uno spettacolo nuovo. E’ stato un pensiero breve ma bello bello bello. Poi sono tornata a me, alla mia età, alla necessità di sopravvivere, alla mancanza di allenamento e a tutto il resto.

Stamane prima di partire ho incontrato Ragù. Non ci vedevamo forse da cinque anni. Lui è sempre lui, e forse anche io sono sempre io. E’ stato bello darci un appuntamento davanti alla cattedrale, ognuno in viaggio verso mondi diversi. Gli ho chiesto di slacciarmi il braccialetto che portavo da prima di partire per Seul. Ciò che poteva realizzarsi si è realizzato, il resto oramai sta nei sogni del passato. Ho pensato al mio Socio, a come ha deciso di uscire dalla mia vita, al suo silenzio e al mio dolore mascherato di sarcasmo. I resti del braccialetto sono da qualche parte in borsa, ma li perderò presto.

In aeroporto, a sorpresa, ho incontrato i ragazzi dell’orchestra e ho fatto amicizia col loro maestro, italiano. Ora sono in aeroporto nell’attesa di arrivare a Pechino, e quasi mi lascio sopraffare dall’angoscia del ritorno. 

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Mag 28 2013

Camminando per Padaniacity alle settemmezza di un mattino infrasettimanale.

Il mercoledì sera si andava, gli altri ed io, al cinema Excelsior, situato in una laterale di via San Francesco. Proprio quella strada dove c’è la tomba del soldato Antenore, mitologico fondatore della città alto un metro e una banana a dire dalle dimensioni del sepolcro. Di fronte ci sta pure una delle case dove abitò il Poeta durante le sue peregrinazioni, compiute con l’obiettivo di convincere l’Italia che era giusto essere dei Guelfi Bianchi. Che ora, dico io, il Poeta avrà anche potuto essere il Poeta e Gradara gli è ancora grata per la mole di turisti che ogni anno arrivano a guardare il talamo di Paolo e Francesca, ma la storia dei Guelfi Bianchi non mi ha mai convinta e comunque le guglie ghibelline erano molto più belle.

Affianco alla casa di Dante ci stava, e ci rimane, la Feltrinelli, paradiso degli studenti poiché i libri si poteva leggerli senza comprarli, il repartoTeatro e Poesia (nessuno ha mai capito perché fossero vicini) era grandissimo, e poi stare dentro la Feltrinelli regalava un’aria da intellettuali compassati che permetteva di arrivare all’esame di teoria e tecnica dei mezzi di comunicazione di massa con una certa spocchia.

Ma insomma noi si superava la Feltrinelli, la casa del Poeta, la tomba del soldato Antenore e si arrivava al cinema. Le biciclette andavano tutte rigorosamente parcheggiate secondo la regola durkeimiana della coesione interna. Creavamo dei mucchi inestricabili di catene catenacci e lucchetti, formando un blob gigantesco che invadeva i porticati e che sicuramente diventata inaccessibile ai ladri di velocipedi ma ci costringeva ad arrivare al cine una buona mezz’ora prima onde provvedere alla nostra innovativa costruzione senza perdere l’inizio del primo tempo.

Il cinema per quanto mi ricordi era sempre gremito di studenti, poichè si pagava tremilalire, se mostravi il libretto, che al tempo era rosso di pelle e la foto era proprio quella della lapide. All’ingresso c’era sempre una lunga trattativa volta a convincere la cassiera che anche l’amico coglione che aveva dimenticato il libretto a casa era studente di scienze della competizione, e perdippiù stava proprio studiando quel regista di cui davano il film e se l’avesse perso il prof l’avrebbe ricacciato all’appello successivo insomma per favore signorina si metta nei suoi panni sennò parte militare. Perchè al tempo i fanciulli se non davano un tot di esami all’anno partivano militari, anzi nel caso della nostra combriccola di squinternati si trattava ovviamente di aspiranti obiettori di coscienza che sarebbero stati spediti a fare gli accompagnatori per i vecchietti nella bassa padovana e addio sogni di gloria.

Al cinema Excelsior davano quei film che mio padre non avrebbe mai voluto vedere e che erano sicuramente un po’ pesantucci, ma a noi piacevano perché alimentavano un folto dibattito nelle ore successive, quando intorno al tavolo nel nostro appartamento a Montechange ci raccontavamo pensieri parole opere ed omissioni e cercavamo di inquadrare l’opera specifica nel contesto più ampio della poetica del regista nonché della sua appartenenza generazionale a una corrente che pur autonoma non riusciva a emanciparsi totalmente dall’influenza della nouvelle vague che come tutti sanno è il punto di partenza di pilastri come Eisenstein  e Tarkolov. O Markolov? O Stanistein? E comunque l’influenza del Teatro Povero degli anni Sessanta e dell’ascetismo semi laico di Edoardo Barba e Leo Grotowski era innegabile, viva Artaud, viva l’elettroshock.

Ci crogiolavamo parlando dell’allora avanguardistica scuola di dogma e giocavamo a fare come gli idioti, avvolgendoci, come si confaceva a gente della nostra estrazione intellettuale, di un velo di depressione che a nostro avviso avrebbe facilitato gli incontri sessuali, i quali a loro volta avvenivano a poche centinaia di metri dal cinema Excelsior ovvero nella piazza degli sprisssss, ma questo è un altro capitolo. Le coltissime discussioni avvenivano con l’aiuto, il sostegno e l’imprescindibile conforto del thc e del vino a buon mercato comprato alla pam. Il vino si chiamava se non sbaglio gioioso e aveva un’etichetta a quadrettini bianchi e rossi, che solo se ci penso mi viene in mente il lungo corridoio dei nostri appartamenti, luce sempre fulminata e stendipanni gremiti di biancheria intima, attraverso il quale brancolavamo alla ricerca delle nostre stanze quando arrivava l’ora di coricarci. Finire contro lo stendipanni era parte della prassi.

A tutto questo pensavo stamane ore settemmezza mentre camminavo per le strade di Padaniacity. Mi dirigevo mestamente da un punto interrogativo all’altro e mi facevo tutte le tondelliane domande del caso ma poi all’improvviso ho visto la porticina dell’Excelsior e mi sono ricordata di tutte le biciclette che mi hanno rubato a Padaniacity, di quella volta che quel ragazzo che mi piaceva tanto mi offrì un calice di vino, della gioia che arrivava alle sette di sera quando l’aula studio chiudeva e ci riversavamo in piazza pronti per una notte di speranza e desiderio e interrogativi e segreti. Mi sono ricordata, di Mirco Buso, che ogni volta quando pagavi il conto del suo vino al veleno ti raccontava di essere nato nel 1920, per questo nel 1940 aveva ovviamente a suo dire 16 anni. Mi sono ricordata di una volta che caddi dalla bicicletta e cominciai a parlarle, disperata, chiedendole perché aveva lasciato che io finissi culo a terra. Erano le tre di mattina, non ricordo da dove arrivavo ma ricordo esattamente che ero davanti all’orologio in piazza dei Signori.  Comunque la bici non mi parlò e alla fine rimontai in sella e mestamente giunsi a Montechange. Chissà quanto tempo ci impiegai.
Mi sono ricordata che in via San Francesco noi ci andavamo anche per un’altra ragione: la mensa. La mensa dell’ente per il diritto allo studio, ente che avrebbe voluto avvelenarci tutti e qualche volta ci è quasi riuscito. Mangiavamo insalata di sequoia dopo aver fatto intere mezz’ore di fila. Al posto del secondo potevi prendere lo yogurt ai cereali del discount e le signorine non erano punto gentili. Però era bello andare in mensa perché c’era un sacco di gente e ogni tanto grazie alla fila riuscivi anche a conoscere quello che ti sembrava tanto carino. Salvo poi scoprire che sarebbe stato meglio rimanere con il mistero e l’illusione.

Ma vabbé sono cose umane. A volte è meglio rimanere con il mistero e con l’illusione, meglio non darsi delle risposte, sì o no? A tutto questo pensavo stamattina e mi faceva male tutto e anche no, e avevo paura e anche coraggio, e mi misuravo la corazza e dicevo complimenti signorina, e in fondo se voglio niente mi può toccare, e che palle le aspettative, che palle le persone che delegano agli altri la presa di coscienza del loro posto nel mondo, che palle quelli che possono mettere tutto in parole e che palle quelli che non parlano perché pensano che faccia figo e un po’ dandy stare in silenzio con l’aria sofferente.
Vaffanculo l’aria sofferente, pensavo, parlami parlatemi spiegatemi, vaffanculo quelli che hanno sempre una risposta e quelli che invece di amarti, invece di sporcarsi di te e con te, invece di mescolarsi furiosamente, 
ti stimano. Ti stimo cosa, ti stimo quanto?
Pensavo e camminavo alle settemmezza di un mattino infrasettimanale, pensavo a casa mia a Pyongyang, alla bellezza di quella solitudine e di quella fatica, alla meraviglia di quel paesaggio postnucleare, pensavo che voglio andare a casa, chiudere la porta, togliermi le scarpe e buttarmi sul divano. Accendere la tivvù e guardare Al Jazeera per scoprire che l’Italia è un puntino lontanissimo, voglio aspettare l’ora in cui tornerà l’acqua per farmi una doccia che probabilmente sarà fredda, poi magari a cena mangiare quei cereali malesi che ho comprato nel negozio nuovo che chiamiamo Dubai, potrei mangiarli con il latte di soya scaduto che ho in dispensa. Dopo guardare un film. E in tutto questo da sola, senza che nessuno mi possa trovare, anzi, senza che a nessuno venga in mente di cercarmi.

 

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Mag 26 2013

ma non fermarti più, ti ho detto di gridare.

Spengo la tivvù
e la farfalla appesa cade giù
succede anche a me(…)

Ogni volta che torno ci sono delle persone, i fratelli e le sorelle scelti in tutti questi anni di lotta e denti stretti, delle persone con cui basta lo scambio di un accendino e tutto rinasce come se fosse passato un giorno o poco più.
Per queste persone io ogni volta ritorno e trascorro giorni interi, prima di rivederle, immaginando come sarà, di cosa parleremo, come ci guarderemo. Ci sono contatti che semplicemente e meravigliosamente avvengono, e mentre lo fanno io mi accorgo di quanto mi sono mancate le braccia, il petto, la pelle delle guance. Ci sono i respiri, stomaco contro stomaco, o se una delle due persone è un po’ nana, come sono io, guancia contro stomaco, o cose del genere. Organi che si toccano e si parlano. Poi ci sono le risate, gli scherzi, quelli che sappiamo solo noi. I “ti ricordi”, i “non sei cambiata”, i ricci scombinati, la barba e le lavatrici condivise.
Per tutto questo ogni volta ritorno.
Per le persone che non mi fanno paura. Perchè ogni volta che le incontro è casa, eppure ogni volta ci lasciamo stupire da come siamo mutati e da come il nostro incontro può creare una cosa nuova e inaspettata.
Ogni volta prendo la lucillomobile e percorro lo stivale in su e in giù alla ricerca di loro, delle loro voci che non sono cambiate, di quel modo di girare le sigarette, dei fondi di grappa da terminare, delle camminate, delle biciclette legate insieme, delle promesse che si mantengono e di quelle che invece no.
Ritorno e senza di loro non sarebbe uguale.

Tu non pensarci più
che cosa vuoi aspettare

Epperò c’è uno strazio sottile nel vedere come le persone che amo si siano abituate a stare con l’assenza di me.
Progettano, disfano e rifanno, mi aggiornano quando possono, ma non mi contano più tra gli invitati a cena.
Allora mi dico che la prossima volta che torno, forse, la prossima volta che torno in verità non torno, perchè fa male.

L’amore spacca il cuore
spara dritto qui

La prossima volta che torno non torno, la prossima volta scompaio. Oppure non parto più, mai più, smetto di partire e resto per sempre, felice e arresa, resto e ci saranno ogni giorno gli sguardi le mani i sorrisi le sigarette in terrazza.
La prossima volta che parto non torno. O che torno non parto. La prossima volta che.

Ma non pensarmi più
ti ho detto di mirare
l’amore spacca il cuore
spara dritto qui.

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