Archive for the 'conoscenza di sè' Category

Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

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Giu 17 2012

Il teatro e me. Prove del mio ultimo monologo.

Ebbene sì, ti lascio.
A questo punto della nostra relazione non ha neppure più senso dire che sia per sempre.
Ti lascio e basta, come nella migliore delle tradizioni. Con tanto di monologo che un po’ è incazzato e un po’ è strappalacrime.
Ti lascio e non ne voglio sapere di te. Non cercarmi, non ti cercherò.
Finita.
Sì, chiaro, per ora. Finita per ora.

Perchè non se ne può più.
Tredici anni avevo porca miseria. Mi misi una maglietta bianca perchè si-doveva-fare-così, andai a scuola con quaranta di febbre per non deluderti. Mia madre era furibonda. Nessuno capiva che cosa ci fosse, di così importante, quel giorno a scuola.

Tu, c’eri. Tu. Maledetto.
E quello è stato solo l’inizio. Come se non fossero bastate le innumerevoli, ulteriori occasioni di scontro con i miei.
Come se non fossero bastate. Mai una volta che mi rendessi le cose più facili. Se c’era modo di provocare una crisi familiare tu lo coglievi e mi istigavi. Ti piacevo di più così, ribelle, insoddisfatta e arrabbiata?

Come la storia di andare a scuola la sera. Ma dico. Eravamo tutti minorenni. Eppure quello pareva l’unico modo. A scuola. A scuola la sera.
Mia madre mi urlava “mi metti in croce” ogni volta che la obbligavo a venire a prendermi a mezzanotte dall’altra parte della città. Quando compii diciott’anni il primo pensiero fu avere la patente. Per te.
E i giorni di scuola saltati perchè improvvisamente avevi deciso che ero importante? le ore trascorse nei camerini a respirarti, ogni straccio ogni granello di polvere ogni pezzo di corda, tutto era te.

Ma ora basta. Non voglio nemmeno ripercorrere questi vent’anni di cecità. Basta, finita, ti lascio. Me ne vado.
Non ho più niente da dire.
Ti ricordi l’università? Fu la prima volta in cui pensai di averti lasciato.
E’ finita, pensai. E invece era appena cominciata.
L’immagine di te mi attendeva ogni giorno affianco a un grosso manifesto sotto l’arco di Piazza Capitaniato.
Tu ogni giorno immobile.
Io ogni giorno turbata come una deficiente.

Ti credetti.
Fu la prima convivenza. Un disastro. Per ognuna delle tue dichiarazioni d’amore pagavo disistima, aggressività, solitudine. Ero così stanca che mi addormentavo su uno sgabello dietro le quinte.
Fino a quando non mi dicesti che non ne eri più certo.
Io sì, io ne ero certa, io ti amavo, io avrei fatto di tutto per starti vicino, per starti attorno, dentro, per respirarti, per esserci.
Ogni giorno lo giuravo, ogni giorno ti provavo la mia determinazione.

Mi sono fatta lasciare da tutti i miei fidanzati, perchè prima c’eri tu.
Ho perso i lavori meglio retribuiti, perchè a te non piacevano, perchè non erano compatibili, dicevi, perchè rubavano la mia energia migliore, la mia capacità di creare, cose che volevi tutte per te. E sia.
Ho mentito. Ai miei genitori, agli amici, ai fidanzati. Ho mentito come una tossica. Spudoratamente e felicemente.
Ho fatto 35 traslochi. Trentacinque. Non so se mi spiego. Io non augurerei a nessuno, a nessuno di fare 35 traslochi. Per te. Per stare con te, vicino a te e menate varie. Una volta ho accettato di dormire per quattro mesi in una specie di palestra dietro la stazione di Rovigo (di Rovigo, non so se mi spiego!!) insieme ad altre sedici persone, solo perchè tu eri là.
Mi sono quasi venduta a un paio di registi intraprendenti.
Ho scritto a Federico Tiezzi subendo l’umiliazione di un incontro al quale lui non si è neanche presentato.
Ho scritto allora a Mario Martone, e non mi ha mai risposto.
Ci ho provato con Cesar Brie, ma neppure lui evidentemente ha trovato carta e penna.
Sempre perchè mi avevi assicurato che mi avresti aspettata là.

Là, in un luogo di cui io non avevo mai le chiavi.

Ti ho rincorso ovunque. Portogallo, Germania, Polonia. Ti ho cercato persino nella provincia bresciana.
Non ho fiatato.
A trent’anni sono venuta da te a Londra e mi sono messa a fare la donna delle pulizie per sopravvivere.

Ogni volta promesse d’amore infinito, eterno, quello che solo io e te conoscevamo.
Ogni volta ti credevo.
Ogni volta ti cercavo.
Come la prima volta.
E ogni volta fuggivi non appena ero arrivata.

Un anno fa ti ho detto che era finita.
(No, non è che non ti ami più, è che non può funzionare. Io non sono come tu mi vuoi, tu non sei più come volevo. Mi sono innamorata di fotografie di quarant’anni fa e di storie che parlavano di un te che non esiste più.
E’ finita.
Sì, ti amo ancora, ma non ce la faccio più. Voglio una vita normale. Sono stanca di sentirmi dire che mi ami, che mi desideri, che mi vuoi, e vederti fuggire con la prima attricetta anoressica di passaggio ogni volta.)

Ti ho fatto un discorso sensato. Ammettilo. Sono stata saggia e delicata. Ti ho dato una lunga serie di motivazioni. Ti ho ribadito il mio amore.
Avrei voluto passare tutta la mia vita con te, proprio come nella favola di Cenerentola o in quella di Prezzemolina.
Ma non ce la facevo più.
Per darti modo di abituarti all’idea me ne sono andata fino a Seul. Seul, diecimila chilometri. Ho pensato fossero abbastanza.
Ho ignorato le lettere, i messaggi, le telefonate. Sono i frequenti rigurgiti di possesso che animano gli abbandonati.

Poi sono tornata qui.
Non ti ho cercato.
Ho evitato accuratamante luoghi e persone che avrebbero potuto ricordarmi te.
Pensavo di avercela fatta.
Invece, quando meno me lo aspettavo, sei comparso.
Hai giocato uno dei tuoi numeri da circo, creato situazioni surreali per mettermi nelle condizioni di essere proprio là, dove tu mi aspettavi.
Chapeau.

Quando ti ho toccato dopo tutti quei mesi avevo paura di sciogliermi. Eri bellissimo. Eri come ti ricordavo. Eri ciò che avevo sempre voluto. Per un attimo, un attimo soltanto, ho sentito che -di nuovo- ero pronta a tutto per stare vicino a te.

Ma ho trentatrè anni, e tra me e questo pensiero ci sono tutti gli anni di delusione, umiliazione e solitudine. A quelli ho pensato mentre avevo addosso di nuovo il tuo odore, e mi sono resa conto che c’è una cosa che ho perso e che non riavrò mai.
La fiducia in te.

Non mi fido. Non ti credo più.
In questi mesi siamo stati vicini come poche altre volte prima d’ora. Eppure ogni volta che ti guardavo sapevo che sarei andata via, che non ti avrei cercato.

Proprio come in quelle storie d’amore che raccontano alcuni romanzi d’appendice, non riesco a dirti di no. Ti desidero, ti bramo, ti voglio. Ma oramai so che la nostra grande storia d’amore, quella che sognavo, la cosa per cui ho lottato di più, non ci sarà mai.
Allora magari torno ancora, come si torna da quegli amanti soddisfacenti che popolano le nostre vite. Quegli amanti dei quali pensi che se non aveste sbagliato entrambi qualcosa, in un passato remoto, magari avrebbe potuto esserci l’amore.
Quegli amanti che non sono buoni amici nè compagni, ma forse avrebbero potuto essere entrambi.

Magari. Magari torno, tra un anno, due.
Tornerò se avrò qualcosa da dirti.
Tu sarai uguale al giorno in cui ti ho visto la prima volta.
Io penserò che ti amo.
Temerai di avermi persa, e mi giurerai che sarà diverso.
E forse io ti crederò.
O forse farò di nuovo le valigie e andrò ancora più lontano.

Stronzo.

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Mag 25 2012

Ultimo regalo cubano.

 Siccome non ho fatto in tempo a salutare Richetto che già ero sull’aereo verso Parigi

Siccome non ho nemmeno finito il pollo immangiabile di AirFrance che già pagavo una bottiglia d’acqua tre euri

Siccome temo di cascare nel nuovo turbinio di un’altra turnè, accompagnata da sbattimenti, incontri, sorprese e menate varie

Siccome lo so, che finirò con il lasciare andare tutto questo troppo, troppo presto,

Allora mi faccio un pochino di coraggio e pubblico il mio racconto su Trinidad.

 

 

 

 

Como diz Fidel, y lo voy citar…

 

Breve storia di un pittore che non riusciva a finire le sue citazioni

e di Trinidad,

città dove ciò che deve accadere, semplicemente, accade.

 

 

 

 

 

 

 

Ismael, l’addio.

18 maggio 2012, ore 7.45

 

L’autobus si incammina lentissimamente verso la carrettera central. A passo d’uomo attraversa le vie della mia Trinidad, le vie che in questi giorni ho percorso a tutte le ore del giorno e della notte, facendo giochi d’equilibrio tra le pietre antiche e scivolose che trasformavano la mia andatura in quella di un’ubriaca anche quando non lo ero.

L’autobus procede, lentissimamente. Guardo una per una le stradine, le case, le gallerie d’arte, le macerie. Riconosco i miei punti di riferimento nell’intrico di colori formato dalle case.

 

Sono stanca. Ho voglia di dormire. Tra me e La Habana si stendono, lunghissime, cinque ore di viaggio.

Chiudo gli occhi.

 

Li riapro di colpo quando sento un pugno che bussa furiosamente contro il finestrino all’altezza del mio sedile. Guardo.

E’ Ismael, il genio, l’ubriacone, il ballerino, il pazzo del villaggio, che è già in giro a quest’ora ed è venuto a darmi ancora un ultimo saluto.

Sorrido, gli mando un bacio con la mano. Lui ricambia socchiudendo gli occhi e dispiegando i palmi delle mani e le dita.

 

L’autobus prende velocità e Ismael rimane indietro, gesticolando affannosamente verso l’autobus, con il suo incomprensibile sorriso sulle labbra.

 

 

 

 

 

Rudy, una buona notizia per la donna del chino.

17 maggio 2012, ore 21.00

 

Batto con le nocche sul portone di casa di Rudy e non so se sto facendo la cosa giusta. Sono passate ore, ore durante le quali ho dormito senza sogni né movimenti. Mi sono svegliata come da un incubo e mi sono resa conto che non ho modo per trovare Josè Luis, né lui per contattarmi. Sono salita fino alla cima della città, dove ci incontriamo sempre. Pioveva e i tavoli erano deserti. Sconfortata, colpevole, incazzata. Ecco come mi sono sentita. Mi sono incamminata attraverso le strade di pietra senza sapere bene cosa fare, e sono arrivata a casa di Rudy.

Mi sorride.

Mira que Josè te espera en cima a la escalera.”

Sorrido anche io, mentre mi racconta che grazie al padre di Gallardo è riuscito a farsi rilasciare dopo un paio d’ore. Bacio Rudy e corro alla scalinata.

Josè è lì, seduto, che mi guarda di sbieco come suo solito. Io penso che tra poche ore andrò via, ma per questo tempo tanto breve è bello sentirmi la donna di un uomo così.

 

L’amore, quando dura meno di tre giorni, è perfetto.

 

 

 

 

 

L’amore ai tempi del turismo sessuale,

ovvero un incontro ravvicinato con la policia rivolucionaria.

17 maggio 2012 ore 16.30

 

Il problema è che Josè Luis è cubano e io sono una turista. Punto. Il resto al poliziotto non interessa. Forse se io avessi detto qualcosa, se avessi protestato, se avessi fatto valere i miei diritti di turista europea, si sarebbe trattenuto. Invece non ho fatto niente di niente, sono rimasta, imbecille, muta, ad ascoltare la voce arrogante del poliziotto in borghese. I cubani queste cose non le possono fare. Il poliziotto si carica Josè Luis sul camion della polizia e se lo porta in centrale.

Rimango come una cretina, sulla spiaggia improvvisamente troppo fredda, incazzata con me stessa perchè di fronte a questa improvvisa rottura, di fronte al poliziotto che si porta via il mio innamorato pittore, mi è venuto il dubbio. Sì, mi sono chiesta se Josè Luis non mi avrebbe, prima o poi, messo le mani nel portafogli, se non mi avrebbe domandato un favore qualsiasi. Mi sono domandata se stesse veramente con me perchè gli piacevo. Mi sono chiesta se tutto quello che era successo fosse vero o non fosse una farsa che lui mette in scena puntualmente, una o due volte a settimana.

Per questo mi incazzo ancora di più, e mi verrebbe da andare alla centrale della polizia e mettermi a gridare in faccia al militare di turno che tutto questo è meschino, perchè avevamo una cosa bella e lui l’ha sporcata, l’ha sgualcita, l’ha rovinata, l’ha rotta. Si è preso Josè Luis e mi ha lasciata con un dubbio che mi umilia. Vorrei andare a gridarglielo, invece rimango come un’imbecille a guardare il mare, fino a quando il tassinaro non mi viene a raccogliere, a dirmi che è normale, che non devo preoccuparmi, che fra due ore lo rilasciano.

Mi porta a casa.

Mi stendo sul letto, mi sento come se non dormissi da giorni. Chiudo gli occhi. Mi tocco, all’interno della coscia sinistra, un punto che mi fa male.

 

Il problema, mujer, il problema è che non mi annoi”

Non ti preoccupare, non farai in tempo a crucciarti troppo, fra due giorni me ne vado”

 

Mi addormento senza accorgermene.

 

 

 

 

 

Gallardo, l’arte, le donne e il tamal,

pranzo di un giorno feriale.

17 maggio 2012, ore 13.35

 

Josè Luis mi aspetta davanti alla casa di Rudy. Il sigaro in bocca e lo sguardo laterale, come al solito.

Demoraste”

 

Mi lecca le labbra e mi tira i capelli. Io rido e mi divincolo. Guardo nella casa, dove ci sono tutti gli altri, ognuno impegnato in un’attività della mattina: radersi, dipingere, lavare la biancheria, raccontare l’avventura della sera precedente. All’ingresso c’è un quadro che Josè Luis sta ultimando. Prende un arancione a cera e comincia a tracciare le sopracciglia del suo Che di profilo. Penso che è vero, è vero quello che dice lui di sé stesso: Josè Luis ha una sola cosa, la pittura. E capisco che gli faccia schifo, a volte, dipingere tutti questi Che Guevara per rivoluzionari frustrati che non rinuncerebbero a un minuto della loro connessione wi fi però vengono a Cuba ad annusare quello che non avranno mai. A loro Josè Luis vende i suoi quadri, un po’ disgustato e un po’ sorpreso dalla quantità di danaro che riesce a guadagnare.

 

Gallardo si è fatto il bagno più lungo della storia, mi viene detto, perchè stasera ha appuntamento con l’austriaca che gli piaceva tanto. Forse questa è la volta buona che trova una fidanzata. Dopo il bagno ha cucinato pesce appena pescato. Ce n’è per tutti. E’ la prima volta che mangiamo. Pescado y tamal, fritti. Josè Luis ne prende un pezzo, lo divide e me ne mette in mano metà. Mi piace il modo in cui si prende cura di ciascuno, pure di me.

Andiamo a casa, o in spiaggia?”

Facciamo tutte e due le cose”

Per cinque pesos riusciamo a prendere un taxi”

Fatta”

 

 

 

 

 

Carlitos, il fratello che non guarderò.

17 maggio 2012 ore 11.15

 

Josè Luis sonnecchia con una mano appoggiata al mio fianco. Ogni volta che mi appoggia la mano sul fianco penso a quando l’ho guardato la prima volta e mi sono domandata che cosa avesse, quest’uomo, che mi attraeva così tanto. Ma è un attimo. Ci sono, sulla sua faccia, decine di strati di ricordi, rimpianti, sogni e fantasie appese alla mia vita passata. Forse è questo che intende lui quando dice “mi pare di averti già conosciuta”.

 

La casa, lunga e stretta, è caldissima e in penombra. Ovunque cavalletti, colori, pennelli e quadri non ultimati. I pantaloni di Josè, pieni di ditate colorate e seccate chissà quanti quadri fa, giacciono ai piedi del letto. Attraverso l’arco che separa la sua stanza dall’altra vedo Carlitos, i capelli riccissimi che si muovono inquieti, una mano tiene la foto e l’altra il pennello, col quale bombarda la tela. Mi piace guardare Carlitos che dipinge i suoi quadri fatti di lavoratori e strade, pennellate grosse e colori improbabili, pensati per turisti che vogliono riportarsi in Europa l’opera d’arte del pittore socialista, il dipinto dell’eterna classe operaia, e non hanno idea del buio, dei colori versati sul pavimento, del grillo nella tazza del cesso, dello zucchero che è sempre già finito, delle fotografie sezionate meticolosamente con la matita, del ron, della timidezza di Carlitos, della sua passione per Umberto Eco e del fatto che sia orgoglioso del suo nome, che significa uomo libero. E lui proprio così si sente, un uomo libero, che se ne è venuto a Trinidad da Cienfuegos perchè qui ci sono più turisti che vogliono comprare i suoi quadri, perchè i suoi amici della scuola d’arte se ne erano venuti qui prima di lui e perchè in fondo vendere un quadro a una tedesca sessantenne non è prostituzione peggiore del chiedere alla tedesca di cui sopra di comprare una bottiglia di ron in cambio di compagnia e sorrisi.

 

Carlitos, Josè Luis, Rudy e gli altri non hanno bisogno di fingere con le turiste sessantenni di essere attratti e innamorati. Vendono i loro quadri e le loro sculture, comprano sigari e ron, e si possono pure permettere di invitarmi a bere nonostante il mio imbarazzo, di offendersi se propongo di essere io a pagare, perchè tu eres bonita, y no necesitas jineteros.

 

Ho fatto del caffè, ne vuoi? Però non abbiamo zucchero”

A me il caffè senza zucchero piace tantissimo”

 

Ce ne andiamo in cucina a bere il nostro caffè cubano senza zucchero. Al di là della finestra una madre urla qualcosa di incomprensibile a un bambino che grida. Io non potrei stare qui, perchè a Cuba è proibito. Ma pare che stamane nessuno verrà a controllare se nella penombra di questa casa c’è una straniera che ha infranto le regole. Carlitos mi guarda con gli occhi verdi, profondissimi, e mi sorride. Non mi dice niente, perchè non c’è niente da dire.

(Te llamas Carla porque tu eres libre, como yo).

Josè Luis, amico, fratello, compagno di sbronze e di avventure, dorme ancora.

 

 

 

 

Piccolo intermezzo patetico:

L’inizio di un amore a scadenza ravvicinata.

16 maggio 2012, ore 20.12

 

Dimmi qualcosa della tua vita privata”

Io non ce l’ho, la vita privata.”

Vuoi del ron?”

Sì, ma mescolamelo con la gazzosa per favore. Dimmi qualcosa della tua”

Io mi alzo la mattina e dipingo”

 

 

Perchè mi guardi così?”

Perchè una donna come te non dovrebbe perdere tempo parlando con me di Corea del Nord e socialismo.”

Se lo pensi davvero mi alzo e me ne vado. E’ un attimo. Sono una turista trentenne da sola a Trinidad, non faremo nemmeno in tempo a salutarci che sarò già attorniata di jineteros”

Sei un ciclone”

 

 

Dimmi un difetto che hai”

A volte mento”

Tipo, mi hai già mentito?”

Sì, quando ti ho detto che volevo andassi via”

 

 

Devo andare a casa, ma torno in un’ora al massimo.”

Torni, davvero?”

Sì”.

 

Josè Luis mi guarda per la prima volta fisso e diritto, non come ha fatto fino ad ora, lanciandomi occhiate di sbieco da dietro gli occhiali. Mi mette una mano sulla vita.

Mi sto innamorando del pittore che fuma sigari. Delle sue occhiate di sbieco. Del modo in cui si prende cura di Carlitos e un po’ lo rimprovera. Delle continue citazioni da Silvio Rodriguez e Josè Martì. Della sua inquietudine. Di come all’improvviso mi ha guardata e mi ha desiderata.

 

Il mio amore totale e a appassionato durerà trentasei ore. La durata perfetta per un amore senza disillusioni e ferite.

 

 

 

 

 

Io e i due fratelli. Ricordi di vite passate.

15 maggio 2012, ore 23.55

 

Carlos mi racconta della sua vita a Cienfuegos, di quando insegnava disegno ai ragazzi e andava a scuola in calzoni corti per dimostrare che un uomo può essere rispettabile anche se non ha i soldi per comprarsi i pantaloni lunghi. Mi diverte Carlos, mi diverte la sua timidezza e pure la sua allegria. Mi diverte il suo entusiasmo. Adesso che è un po’ ubriaco tende ad aumentare leggermente la portata delle sue imprese, ma quale maschio non lo fa? Sono abituata, e almeno le avventure di Carlitos sono appassionanti. Mi domanda della Corea del Sud, mi chiede quando partirò per il Nord. Non riesce proprio a capire perchè non voglia fare l’attrice. Allora gli faccio i conti delle mie spese mensili e delle mie entrate. A quel punto tace, mi guarda fisso.

 

que pasa Carlos?”

estoy assustado. Pero me gusta. Assustado y feliz”

 

Sorride. Di fronte a lui, Josè Luis ci guarda di sbieco e fuma il suo sigaro.

 

Mi piacciono, Josè Luis e Carlos. Sembrano proprio fratelli, anche se non lo sono. Abbiamo continuato a bere ron tutta la sera mentre turisti impazziti ballavano salsa e bevevano mojito. Abbiamo fatto tornei di morra cinese e sperimentato variazioni nella percentuale di refresco da aggiungere al ron. Mi hanno fatto scoprire che i cubani non sono tutti come quelli che ho incontrato a La Habana, e per questo mi sento grata e felice. Ogni volta che ho provato a pagare per loro si sono così offesi che ho desistito, e ora sono troppo ubriaca per insistere.

Per come stanno le cose Josè Luis adesso dovrebbe prendere il cappello e i sigari e andarsene, lasciando il suo amico a lavorarsi la straniera. Invece no. Rimane anche lui, e io sono contenta. Mi piace guardarlo e scoprire che ascolta quello che dico. Ogni tanto lo punzecchio e lui fa finta di niente. Andiamo alla discoteca e continuiamo a parlare fitto tutti e tre di socialismo e politica internazionale, ma ormai l’unico argomento che tenga è il ron.

 

Alle tre decido di andare a casa. Mi accompagnano, entrambi, due autentici cavalieri di un mondo senza jineteros. Mi sembra di stare a Maratea a 15 anni, quando mi piacevano due fratelli e non sapevo quale scegliere.

 

La notte è tiepida.

Mi lasciano davanti casa e mi danno, uno alla volta, un bacio sulla guancia.

 

 

 

 

 

Trinidad.

Ciò che deve accadere accade.

15 maggio 2012, ore 18.00

 

Sono arrivata a Trinidad da poche ore e mi domando perchè Richetto mi abbia spedita qua. Sì, certo, la città coloniale è perfettamente conservata, i colori delle case basse, i sassi diseguali, le stradine in salita, le chiese diroccate, la libreria, tutto è perfetto, irreale, senza tempo. Però mi sembra un grosso teatrino per turisti e soprattutto per turiste di mezza età che arrivano qui per ballare la salsa in piazza accompagnate da amanti raccattati in cambio di bottiglie di ron e sigari. A tutto questo penso mentre mi siedo da sola a un tavolo della casa della musica. La maggior parte dei tavoli è ancora deserta. Una coppia di turisti tedeschi beve mojito in un angolo. Un gruppo di cubani del posto, tutti maschi, si gira all’unisono a guardarmi.

 

Il più anziano mi invita a unirmi alla loro tavola. Gli faccio cenno di avere pazienza. Ho bisogno di respirarmi un pochino la città, non sono pronta a fronteggiare gli attacchi professionali dei locali. Bevo birra mescolata a gazzosa proprio come a Lisboa, a Maputo, a Ilha do Moçambique. Ascolto i musicanti che si preparano al concerto della sera. Mi guardo intorno. Il tavolo al quale sono stata invitata è popolato da una quantità di maschi diversi. Il più anziano gesticola in maniera singolare e un po’ affannata. Un nero altissimo beve tukola. Uno col cappello si guarda attorno come fosse un gatto. In piedi dietro di lui uno in camicia fa girare il ron nel bicchiere. Un mulatto dagli occhi verdi e profondissimi conversa con agitazione. Di fronte a lui, un bianco col cappello e gli zigomi da cinese fuma sigari guardandomi di sbieco.

 

Si chiamano Ismael, Gallardo, Luis, Rudy, Carlos e Josè Luis. Sono pittori, scultori, amanti del ron, della vita e delle donne. Sono arrivati a Trinidad dopo la scuola d’arte perchè qui riescono a vivere del loro mestiere. Ma questo io non lo so ancora, perchè non ho parlato con loro e sono seduta al mio tavolo mescolando birra e gazzosa.

 

 

 

 

 

 

(una lagrima sul viso, parentesi amorosa delle 02.34.

18 maggio 2012. ore 02.34, per l’appunto).

 

Rimani un giorno in più, solo un giorno in più e poi te ne vai.”

Davvero lo vorresti?”

Mi afferra il collo come ha fatto in questi giorni ogni volta che mi ha desiderata

e mi guarda, fisso.

Non ti ho detto di rimanere qui per sempre. Un giorno, un altro giorno e basta”

Il resto non si dice, il resto non si racconta.

Trinidad attorno a noi è silenziosa e fresca di pioggia.

Un cane passa in cerca di cibo.

Dal CuPet arrivano musica e voci in spagnolo e inglese mescolati.

Le stelle non si vedono, io non le cerco.

Adesso me ne vado e non mi giro, che queste cose non sono per gente come noi.

Te quiero”.

Metto la chiave nella serratura mentre Josè Luis, il chino che fuma sigari,

il pittore che non riesce a finire le sue citazioni,

si allontana verso una Trinidad che non conosco.

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Mag 13 2012

el cuarto de tula

10 maggio 2012 ore 9.55

 

Cuba è un nero all’imbarco che veste un elegantissimo completo gessato sul grigio, elegantissimo sì, ma a maniche corte. Non avevo mai visto un due pezzi a maniche corte, con tanto di rimbocco e doppiopetto che esplode sopra la camicia rosa pallido.
Cuba sono i cappelli pieni di stemmi e disegnini, e donne che pregano durante il decollo, però ridendo e sottolineando che sì, è dio che aiuta i piloti, ma loro sono proprio bravi, non c’è che dire.

Cuba è un viaggio in cui piano piano mi rendo conto che non ho obiettivi, non ho datori di lavoro ad aspettarmi, non ho appartamenti in condivisione da cercare. Non ho bagagli pieni del necessario per mezza vita, non ho diari da riempire non ho compiti da svolgere.

Cuba è la sensazione di leggerezza e straniamento che mi pervade quando comincio a sentire che questo viaggio è una tregua, che posso sorridere, parlare, sbagliare la pronuncia dello spagnolo e mescolarlo al portoghese, bere un caffè contravvenendo a tutte le mie regole perchè sì, in fondo sono in vacanza e se stanotte non dormo chi se ne frega.

Cuba è l’arrivo, trentuno gradi all’ombra e una guardia che mi domanda se so già cosa fare questa sera, il bagaglio che ci mette un’ora ad arrivare ma non ho fretta, e allora mi guardo intorno e vedo turisti e vedo cubani e li mescolo e li confondo, e va bene, va bene.

Cuba è Richetto che m’aspetta all’uscita dell’aeroporto, uguale a sei anni fa però con qualche capello bianco, e anche io uguale a sei anni fa ma con le rughe, lui ride, io rido, ci abbracciamo e ce lo diciamo, cazzo, sono passati sei anni e in fin dei conti adesso è molto meglio.

Cuba sono le spiegazioni di Richetto davanti agli almendrones, i taxi collettivi, e la città che lentamente prende forma mentre ci allontaniamo dall’aeroporto, le piantagioni di manghi e banane, qualche capra e signore che ai semafori ti domandano se puoi dar loro un passaggio.

Cuba è farmi il letto nella mia nuova stanzetta e bere un bicchiere d’acqua di fronte al parco, vestirmi di bianco e piazzarmi in questa casa mentre gente sconosciuta continua ad arrivare e Richetto offre a tutti birra o succo di frutta nel suo spagnolo un po’ romanesco e un po’ portoghese.

 

Cuba sono io, oggi, che metto su Cesaria Evora, e non capisco che giorno è, ma non importa.

 

 

11 maggio, ore 9.00

 

Un ragazzo in calzoncini e canottiera passa di casa in casa lanciando il quotidiano al di là del cancello.

Il quotidiano è composto di due sezioni, la rossa e la blu. Quest’ultima, juventude rebelde, è dedicata ai giovani e porta in prima pagina un articolo sulla Palestina.

Ieri sera sono andata a fare un giro con Gigi e su un grosso cartello ho letto “rivoluzione è non mentire mai e seguire i principii etici”.

La panetteria si chiama Victoria. All’ingresso troneggia un grosso murale di Che Guevara. La signora, capelli bianchi lunghissimi e pelle chiara, si lamenta perchè il negozio, nonostante i suoi sforzi, è sempre sporco.

Adesso mi getterò tra le braccia di Havana Vieja. Speriamo bene. Il mio spirito di viaggiatrice è ancora un po’ addormentato.

 

11 maggio, ore 18.00

 

Il mare di fronte a noi è caldissimo. Gigi e io siamo seduti sul mio asciugamani turco, lo stesso che si è fatto innumerevoli turnè, bagni sul lago Trasimeno e al Conero. Tira vento e io mi sono fatta il primo bagno di questa stagione senza tuttavia riuscire a nuotare, perchè la corrente spinge oltre la curva del golfo. Un mare così caldo io non l’avevo provato mai. Mi pare di stare in una piscinetta termale. Gigi sembra uscito da un film di Nanni Moretti e mi aspetto che da un momento all’altro mi dica “andiamo a vedere l’

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Apr 25 2012

autocritica, o autocoscienza o auto da fè.

In assemblea non ci andavo dall’anno scorso. Voglio dire, da prima di partire per Seoul. All’inizio mi dicevo che non ci andavo perchè tanto ero di passaggio, e non aveva senso. Poi, quando ho capito che non ero poi così di passaggio come credevo, ho dovuto cominciare a chiedermi perchè continuassi a disertare le assemblee.
Certo non è che sia cosa facile, prendere la bici il lunedì sera, che magari hai già avuto una  bella giornata impegnativa, e sferragliare fino al centrosociale. Eppure ricordo che l’anno scorso ogni lunedì sfidavo gli dei della meteorologia e gli spiriti delle strade in salita. Non me ne perdevo una, di assemblea. Ci andavo per ascoltare. Due, tre, quatto ore. Ho parlato due volte. Solo quando mi sembrava proprio necessario. Ma ho ascoltato sempre.

Allora, in questo quasi-mese a CRAMPObasso, una delle cose che sono stata costretta a chiedermi è proprio perchè non ho voglia di andare in assemblea. Perchè quando c’è il tiggì spengo il televisore, perchè leggo i giornali solo se mi obbligano e sostanzialmente mi limito all’oroscopo. Ho dovuto domandarmi perchè non ho voglia di vedere le persone, perchè quando si parla di politica chiedo un’altra tequila.
Questo e altro ho dovuto domandarmi e non ho saputo rispondermi.

Poi ieri sono arrivata a Bologna. Non ci sto bene, a Bologna, in questo periodo. Non so se esista un posto dove mi senta a mio agio ma sicuramente a Bologna no, ecco, a Bologna non mi sento a casa, e infatti appena ho visto la basilica di San Luca m’è venuta un’ansia densa e umida e soffocante, e ho avuto voglia di andar via subito. Qualcuno urlava dentro di me, urlava parole incomprensibili, ma avevo bisogno di soldi e anche bisogno di fare i conti con la realtà, dopo quasi un mese di limbo crampobassano, allora questo qualcuno che urlava dentro di me non ho potuto ascoltarlo e non so manco chi è. Ho finto di non ascoltarlo e sono entrata a Bologna come se niente fosse. E come se niente fosse sono andata in assemblea.

Per sfidarmi
Per farmi delle domande
Per capirmi
Per vedere se qualcosa o qualcuno riusciva a illuminarmi

Il risultato è che ci ho capito pochissimo, davvero poco. Perchè avevo battaglie, guerre dentro di me, e feriti e morti e campi pieni di cadaveri, innocenti e colpevoli mescolati, e mille me bardate in colori diversi che si affrontavano, mille me, mille duemila me, una contro l’altra, inarrestabili mentre fuori di me l’assemblea proseguiva pacificamente.
Ci ho capito poco, pochissimo, epperò c’è stata una cosa, come un respiro, un urlo improvviso, che ha interrotto per un attimo la mia guerra interiore.

E mentre un compagno parlava mi sono resa conto, per la prima volta, che il risultato più tangibile e atroce di questa che chiamano crisi è l’isolamento.
Che ognuno si sente più solo, più incapace e più incompreso.
Che ognuno viene frammentato, dentro e fuori, e si chiude sempre di più, perchè ci sono valanghe di paure pronte a riversarsi su ciascuno.
Mi sono domandata quante persone in quell’assemblea stessero combattendo dentro di loro guerre tanto sanguinose quanto la mia.
Mi sono chiesta quanti di loro si sentivano, proprio come me, stupidi, incompresi, impauriti, persi.
E fuori, fuori da quell’assemblea, quanti si sentono che hanno perso? Quanti hanno paura che domani sia solo peggio? Quanti sono sul punto di rinunciare perchè tanto è inutile?
Quanti si svegliano e si domandano, ogni giorno, quale espediente dovranno trovare per sopravvivere?

La solitudine, il senso di non essere all’altezza, l’angoscia bianca, tentacolare.
La sensazione di essere fuori posto in ogni luogo.
L’impressione di essere tagliati fuori.
Il terrore di pensare alla settimana prossima, perchè la settimana prossima probabilmente sarà peggio.
La paura di parlarne per timore di sentirsi dire che ti lamenti in continuazione, e dovresti pensare a chi sta peggio.

A chi sta ANCORA peggio?

E allora la prima sconfitta è forse smettere di andare in assemblea, sì, smettere di leggere i giornali, la prima sconfitta è rinunciare al confronto, alla lotta, perchè se uno rinuncia alla lotta vuol dire che non ha più la speranza di cambiare.

Io non lo so, non lo so se ricomincio ad andare in assemblea.
Che forse il peggio è quando smetti di dire c’è crisi e cominci a dire sono in crisi, e io ho sempre la battaglia di cui sopra dentro di me, il bilancio dei morti è ogni minuto più tragico, eppure ieri, durante l’assemblea, io per un minuto ho pensato di avere una chiave, di trovare un senso a tutto questo, allora non lo so se ci torno, in assemblea, però per lo meno ci penso.

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Mar 24 2012

Elogio della fuga

Che poi passano i giorni. All’inizio ti dici che non stai scrivendo perchè hai i pensieri, le preoccupazioni, le paranoie e via discorrendo. Poi guardi un pochino indietro e ti rendi conto che devi trovare un’altra giustificazione, perchè la tua produzione è piena di raccontini sul dolore, lo struggimento, la paranoia e la fatica. Allora provi con un dato oggettivo: la precarietà di questi mesi è veramente troppa. I piani di realtà si sovrappongono senza che tu ne abbia il controllo. Scendi vorticosamente scalette a chiocciola che ti conducono molto più in alto di quanto tu temessi. Ti arrampichi verso burroni di profondità sconosciute. Pensi di essere a ovest e ti rendi conto che davanti a te sorge il sole. Sì, ti ripeti, è questa precarietà portata alle sue estreme conseguenze che non ti mette proprio in condizioni. Ma di nuovo, qualcuno ti fa notare che il tuo spettacolo più bello si chiama “OTTO, ovvero per il diritto alla rabbia. Invettiva contro la precarietà”. Niente, non funziona. Anche il dato oggettivo si rifiuta di giustificare questo silenzio che diventa sempre più angosciante, sempre più bianco, sempre più denso.

Arriva il momento in cui devi ammettere che non scrivi più perchè non hai niente da dire. Io per esempio in questo momento ho così poco da dire che sto parlando di me alla seconda persona, proprio come se io non fossi me, e se me fosse osservabile sul tavolo di un arraffazzonato teatro anatomico, il cadavere pare intatto, non riusciamo a trovare le cause del decesso, dobbiamo procedere a una puntigiosa autopsia.  Abbiamo pure perso il numero del Dr House, lui sì che avrebbe potuto determinare le cause di questa improvvisa scomparsa, sicuramente avrebbe individuato la singolare, rarissima sindrome che avrebbe stroncato la giovane vita di me, mentre io avrei assentito con la testa e mostrato cordoglio e raccapriccio.

Prima che la schizofrenia diventasse insostenibile, prima arrivare al punto di svegliarmi la mattina e non riconoscere la mia faccia, ho deciso di fare quello che fanno i saggi in situazioni di tanta e tale emergenza. Come più volte m’ebbe a insegnare il mio maestro 007, in queste situazioni c’è solo una cosa che si può fare. Pigliare il computer, se ce l’hai, e scappare.
Scappare e basta.

La fuga si rivela l’unico medicamento possibile. La scomparsa temporanea a sè stessi e soprattutto a un mondo che pare un gigantesco aeroporto popolato da persone che parlano lingue che non capisci.
Se la mattina ti svegli e ti senti nella sala d’attesa dell’aeroporto di Abu Dhabi (che per quanto mi riguarda è il prototipo di aeroporto sterminato e incasinatissimo),
se ti guardi intorno e tutti parlano lingue diverse dalla tua,
se l’unico modo per farti capire pare essere quello di cominciare a scalciare e strepitare in una specie di rabbioso grammelot,
se non trovi il tuo stracazzo di biglietto e temi di non averlo mai avuto,
se cominci a pensare che forse il tuo destino è rimanere a vita dentro lo stramaledetto aeroporto di Abu Dhabi,
se ti rendi conto che hai cominciato a usare la parola destino e smesso di usare la parola scelta,

ecco
se queste condizioni sono rispettate
puoi chiudere i tuoi stracci da ex artista indipendente in uno zainetto
e scappare.

Il segreto di una fuga ben riuscita è non farla sembrare tale ma mascherarla da viaggio d’affari o d’amore. Che poi magari gli affari ci sono davvero, ma che importa, l’importante e darsela a gambe come i veri 007, alla ricerca dell’uscita di emergenza da sè stessi. Non è importante fuggire e non rivelare a nessuno dove si va. Anzi. La fuga è tanto più riuscita quanto più essa avviene alla luce del sole. Magari qualcuno ti dice pure buon viaggio e tu sorridi e rispondi grazie a presto. Ma lo sai che, quando e se tornerai, sarà tutto irreparabilmente diverso.

La fuga non deve necessariamente durare mesi o anni. A volte basta un piccolo, temporaneo spostamento, per innescare il ritorno all’essere umano normaloide e allontanare il fantasma della schizofrenia con conseguente tso.
La fuga, potremmo dire, è più che altro uno stato dell’animo, una condizione esistenziale alla quale ritornare quando tutto il resto manca.
La fuga è l’estremo tentativo di salvezza.
Come i medicinali più potenti, essa va usata con saggezza e parsimonia, altrimenti (e il mio amico-maestro 007, ancora una volta, insegna) si diventa tossici di fuga e si fugge ogni trepperdue senza riuscire più a fermarsi in alcun luogo, magari con l’aggravante che in realtà si sta fermi nello stesso posto da anni, e intanto si continua a scappare.

Per quanto mi riguarda, sono una utilizzatrice occasionale di fughe, ne faccio uso solo in casi di emergenza, quando tutto il resto si è rivelato inutile. Poi a un certo punto torno, e sembrerà a tutt* che nulla sia successo.
Salvo poi guardare nella fotografia dell’ultima festa, e scoprire che io non c’ero.

 

Il segreto di una fuga fatta bene è riuscire a convincere il mondo che non sei mai andata via.

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Mar 13 2012

un olocausto di cartoni animati

dedicato a Vale Svalilla

 

Che Candy Candy ci abbia fatto male è fuor di dubbio. Siamo cresciute con il mito della crocerossina del cuore, che si prendeva cura dei suoi uomini con amore e abnegazione, per essi correva i rischi più tremebondi tra guerre mondiali, battelli che affondavano, truci e crudeli madri superiore, castighi da santa inquisizione e incidenti a cavallo.
Ma sono dell’opinione che ci sia un altro cartone animato che abbia leso irreparabilmente l’approccio all’amore delle fanciulle della mia generazione.

Ebbene, questo cartone animato è Kiss-me Licia.

Con Kiss-me Licia comincia ufficialmente l’epoca in cui i musicisti, pure i più sfigati (anzi soprattutto i più sfigati) acquistano un fascino irresistibile. E perchè poi? domande senza risposta.

 

Kiss-me Licia lavora nella bettola del padre in mezzo a questi vecchiacci ai quali però ella è affezionata. Kiss-me Licia, da questo punto di vista, è più elaborata di Candy Candy, poichè essa la contiene, la ingloba. Infatti la dolce Licia si occupa con abnegazione dei vecchi alcolisti amici del padre e di un bambino sovrappeso e leggermente imbecille, dotato di gatto diabetico. Il bambino sovrappeso, lo sappiamo, è il fratello del futuro fidanzato di Licia, ma questo a lei non importa. Licia ha sempre una parola buona e una polpetta per i vecchi alcolisti e per il bambino sovrappeso. Licia è generosa. Oltre che ovviamente bellissima.

 

Quando non si fa schiavizzare dal padre Licia frequenta circoletti underground e si invaghisce dei musicisti che fanno il rock’n roll. Conosciamo bene la storia. Si tratta di Romeo e Giulietta de nojartri. Ma a parte il fatto che Licia non la smette di inciampare nei suoi zoccoletti gialli rotti (che ti viene da dire scusa, ma perchè non li ripari? sembra che tu ci prenda gusto a sfracicarti per terra un giorno sì e uno no). A parte il fatto che per più di metà del cartone animato Licia scappa ogni volta che incontra il suo amico musicante perchè non vuole ammettere che le piace.

A parte questo.

Voglio dire.

 

Ma com’è che ’sti musicanti dai capelli a chiazze o dalle parrucche lillà riscuotono così tanto successo nel cuore della nostra crocerossina giapponese? Dove sta l’inghippo? Fanno delle canzoni di merda. Sono degli sfigati. Si rubano le ragazze a vicenda.
Che sia il fascino del rock’n roll?

Forse tutto il cartone animato non è altro che una metafora di come il rock’n roll abbia cambiato non solo il mondo della musica ma quello dell’amore, dei sentimenti, dell’erotismo. Mirko e i Bee-hive sono gli Elvis della periferia di Tokio, che stravolgono il reazionario e ordinatissimo universo nipponico.

E Licia, eroina del cambiamento, s’innamora di quello sfigato di Mirko, anche un po’ per il gusto di andare contro il parere di suo padre, quel maschilista ubriacone, che ci sta tutto, per carità, ma la domanda è

 

perchè ci hanno fatto guardare questi cartoni animati, a noi fanciulle? non era meglio mettere un “VM18″???

 

Io sono dell’opinione che per guardare queste cose senza subire traumi sia necessario essere come minimo maggiorenni.

Perchè il risultato sono stuoli di adolescenti depresse che impazziscono dietro a brufolosi strimpellatori di chitarre, e magari indossano orribili zoccoletti gialli sperando di inciampare e di essere raccolte dai suddetti strimpellatori.
Che invece non le raccolgono, perchè ahimè NON SIAMO in un cartone animato e spesso lo strimpellatore se ne frega dei nostri zoccoletti e sbava per le tette di quella al terzo banco, la quale a sua volta non vede Kiss-me Licia poichè è troppo impegnata con lo shopping.

 

Se poi le adolescenti depresse diventano adulte e gli strimpellatori si curano l’acne  allora i danni sono ancora maggiori. Ci sono eserciti di ex Kiss-me Licia che cercano il loro musicista da amare, quello che scriverà una canzone per loro, e intanto gli zoccoletti si sono ammuffiti e i bambini sovrappeso sono diventati adolescenti problematici, mentre i vecchi alcolisti sono ancora là a mettere mani sul culo.
E le ex Kiss-me Licia si struggono alla ricerca del loro strimpellatore, si vanno a vedere tutti i concerti, i circoletti underground sono gremiti di Licia in cerca del loro Mirko, e tutto questo non va bene, non va bene perchè in fin dei conti Mirko è uno sfigato, e la sua musica manco ci piacerebbe se non avessimo visto tutte quelle puntate di Kiss-me Licia, e spesso quando finalmente troviamo il nostro Mirko scopriamo che sotto la parrucca gialla e rossa ci sta la profondità intellettuale di un comò.

Adesso, il punto non è che bisognerebbe uccidere Mirko. Perchè Mirko, in tutto questo, non ha colpa. Mirko è una vittima innocente di questa storia di maschilismo animato. Il problema è che bisognerebbe uccidere Kiss-me Licia, bisognerebbe farlo fino a che si è in tempo ed evitare di spendere interi stipendi nei circoletti underground, bisognerebbe comprare delle scarpe dignitose e smetterla con gli zoccoletti gialli, bisognerebbe crescere e pigliarsi il rischio di incontrare le persone in una maniera forse meno romantica ma sicuramente più sensata, bisognerebbe smetterla di canticchiare le canzoni di Cristina D’Avena una volta per tutte.

Bisognerebbe prendersi il rischio di guardarsi allo specchio e scoprire che, per fortuna, non siamo Kiss-me Lica, e quindi forse c’è qualcosa d’altro qualcosa di diverso, per noi, qualcosa che va al di là di una parrucca cotonata.

Bisognerebbe massacrarla, la Kiss-me Licia che è in noi, quella bambolina sempre adolescente dagli occhi grandi e il corpo non ancora adulto, perchè non siamo più quello, è finita, siamo andate oltre.

 

Bisognerebbe scrivere e disegnare nuove eroine, ecco cosa bisognerebbe.

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Feb 15 2012

Le solite menate

          Splende il sole su questa Atlantide che affonda lentamente troppo lentamente e lo stato di banalità naturale dentro di noi non si scioglie non si scioglie abbastanza.
E io sono su questo treno perennemente in ritardo, fa un freddo cane, devo pisciare e il cesso è chiuso, e ogni volta mi dico che è l’ultima volta perchè è proprio una menata, una menata. E io sono stanca di tutte queste menate.
Sono stanca di questi treni in ritardo non riscaldati, che arrivi a Pavia così infreddolita che ti sembra di essere sbarcata a Bangkok.
Sono stanca di questa vocina metallica di merda che non si capisce mai niente e non sai se ti piglia per il culo o se il treno parte davvero.
Sono stanca di queste signore che pensano che soltanto perchè hanno portato il culo fuori dall’ibernatore hanno diritto a giudicarti e a guardarti con disapprovazione.
Sono stanca di questi cazzo di universitari che mi sbattono in faccia la loro gioventù e io mi domando ma io che ho combinato in tutti questi anni.
Sono stanca delle magre, che sono troppo magre, e delle grasse che sono troppo grasse, e delle grasse che invece di fare la guerra a questa stracazzo di società fanno la guerra alle magre e siamo punto e a capo.

Sono stanca di questa superficialità, di queste tarantelle che tanto siamo emancipati
Sono stanca di provarci
Stanca di non provarci
Sono stanca di fidarmi e di non potermi fidare
Sono stanca di non poter dire le cose perchè non è di moda
Sono stanca di fare i conti e pensare che non ne valga la pena perchè mi ero sbagliata

Sono stanca di San Valentino e del fatto che poichè siamo alternativi dobbiamo fare la festa di anti san valentino e siamo così incazzati e così frustrati che la passiamo a litigare tutta la sera

Sono stanca di questi riscaldamenti che non partono

Sono stanca di dover buttare tutto nel cesso ogni volta
Sono stanca delle persone che ti amano solo quando non ci sei. Porcamiseria ora ci sono amami e poi vediamo. Sono stanca di quelli che si tutelano solo quando conviene.
Sono stanca di mia madre e di mio padre che quando sono là mi riempiono la testa di stronzate e di giudizi e mi fanno venire voglia di scappare, ma poi quando non ci sono mi dicono quando torni.
Sono stanca di tutti quelli che mi riproverano perchè me ne vado e vorrebbero farmi credere che il punto è che io me ne vado, e invece il punto è che loro hanno paura e allora vaffanculo
Sono stanca di queste valigie che non si chiudono mai e poi quando le chiudi scopri che hai dimenticato di metterci dentro l’asciugacapelli.

Sono stanca delle ragazze che fanno finta di essere lesbiche perchè è di moda o perchè pensano che sia politicamente provocante o semplicemente perchè vogliono eccitare i loro maschietti e allora a me mi sale la violenza e mi viene da prenderle a sberle e da dire che è tutto inutile, tutto inutile perchè le femmine sono messe male, troppo male, e anche gli uomini sono messi male, perchè vorrebbero che le loro fidanzate fossero tutte dei fumetti giapponesi e le loro amiche tutte delle Laura Bassi e a me mi viene da chiudere questa cazzo di valigia e andarmene per sempre

E allora sono stanca di questo treno in cui non parte il riscaldamento e stanca di dover essere così triste così incazzata sono stanca di non poter dire la verità sono stanca di trovarmi davanti persone che non si prendono i rischi sono stanca di tutto questo stare in superficie.
Che non è vero che il numero di esperienze che fai è più importante di quanto intensamente le vivi. Ma nessuno mi crede.

Sono stanca di tutti questi vecchi che mi vogliono comprare e però sperano che io sia in saldo.
Sono stanca della politica. Sono stanca di questo blog. Stanca di dovermi domandare se sto scrivendo bene o sto scrivendo male.

Sono stanca di andare in turnè e di farmi questi lunghissimi viaggi da sola per fare una cosa nella quale credo solo io. Sono stanca di trovarmi sempre con lo stuzzicadenti più corto in mano, mentre gli altri si fanno di nebbia. Sono stanca di urlare che dobbiamo mettere in gioco il nostro corpo e poi sul più bello scoprire che sono sola. Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.

E questo treno è partito un minuto fa e già si è fermato nel mezzo dello stato di banalità naturale e non ti posso parlare perchè non mi vuoi ascoltare e non ti posso scrivere perchè non mi vuoi leggere e non ti posso toccare perchè ti sei tolto lo strato di pelle che era anche mio e non capisco la tua lingua non ti piace la mia musica e questo treno non si sa se parte oppure no e non ti posso dire che non ho paura perchè tu ne hai e allora non è importante, non è importante quello che penso io, se ogni volta che si arriva vicini a qualcosa di importante chiudiamo le valigie e ce ne andiamo ognuno a diecimila chilometri da qui e io allora a me mi pare di non aver fatto altro che blaterare cazzate, blaterare cazzate, e allora tanto vale essere onesti tanto vale.

Porcamaella questo visto e questo treno e io porcamaella quanto sono stanca di me quanto sono stanca.

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Feb 12 2012

il cimitero dei tergicristalli

          Nevica, nevicancora e non accenna a smettere. Lo stato di banalità naturale ha ricoperto questa città e tutti noi, che ci muoviamo solo quel tanto necessario per sopravvivere in mezzo a questo bianco immobile. Io guardo fuori come sospesa. Invento dialoghi con gli uccellini che in realtà se ne fregano bellamente di me. Vogliono i miei biscottini e preferirebbero che io, dopo averli sbriciolati sul davanzale, mi liquefacessi e scomparissi. Poichè non si può avere tutto dalla vita essi accettano, in cambio dei biscottini, di fingere di sopportarmi. Si fanno ammirare mentre cinguettano sul davanzale. Accondiscendono. Guardano la mia faccia intenerita e probabilmente pensano ma vedi che bisogna fare, pe’ campà.

Gli uccellini mi disprezzano e io mi inaridisco come in una di quelle banalissime canzoni di Battisti, che ci sta proprio, la canzone banale in questo tempo banale, e non ho voglia di scrivere ma poi penso che se smetto adesso, se smetto adesso mi secco e faccio la fine dei miei tergicristalli.
Eh si, perchè all’inizio, quando i primi cadaveri di tergicristalli hanno cominciato a comparire sul selciato, abbiamo pensato che ci fosse uno stronzo qualsiasi che andava in giro a romperli.

Solo dopo una decina di giorni abbiamo capito che i tergicristalli sono le nostre morti bianche, sono le vittime innocenti di questo stato di banalità naturale, i tergicristalli sono come quei bambini che dimenticano di respirare e muoiono. I tergicristalli a un certo punto, immersi nel mezzo di un morbido, farinoso, ingiustificato bianco, si perdono e si staccano, così, dolcemente, in un oblio che non ha neppure la dignità del suicidio. Ode al tergicristallo morto nell’attesa di una primavera che arriva sempre troppo tardi.

E intanto nevica sui cadaveri dei tergicristalli e sulle piume di questi maledetti uccellini mentre la tim continua a mandarmi messaggi in cui mi suggerisce di sorprendere il mio amore a San Valentino e a me mi viene da dire ma perchè non mi lasciate un po’ stare, voi della tim? ma che cosa devo sorprendere, ma chi, ma quale San Valentino? a dodici anni avevo mandato una lettera al più nerd della classe dicendogli che ero innamorata di lui. Eravamo dunque usciti per il corso di pomeriggio e lui mi aveva offerto un panino. Cotto male. Poi è finita. Forse da lì bisognerebbe ripartire nell’analisi di tutte queste storie d’amore suicidate e crucificate.

Dal panino cotto male alle frittate alle torte, a Seoul che mi manca e però non mi manca abbastanza, a questa città che corre avanti mentre io me ne sto a pensare sospesa sul ponte di sarcazzocosa e mi sento come quelle balene che navigano nello spazio, placide e senza tempo, mentre tutto attorno corre. Dal panino cotto male dovrei partire, per arrivare ai tergicristalli suicidati alle storie d’amore crucificate all’amore che no, non esiste, alle fanciulle innamorate che scrivono su facebook anche la più piccola scoreggia sperando che lui ah, lui capisca e torni lui capisca e ami, lui capisca e.
E allora io -che su facebook non ci scrivo più nulla- parto dal panino cotto male e sprofondo in questa bianca neve in un balletto di tergicristalli suicidati, insieme ai cadaveri delle storie d’amore e dei sogni infranti, di un teatro che non ho più e di una nuova partenza che è troppo incerta troppo lontana eppure così vicina da fare male.

Guardo nel ripieno cotto male del panino cotto male e trovo Frigidilla, io, che non godo perchè tanto vado via. E mi sento che un pochino mi sono trasformata in Frigidilla per proteggermi. E mi fa tristezza mi fa pure un po’ schifo. Non si gode in questo sacrificio universale di tergicristalli uccellini e neve che vorrebbe proteggere e invece ghiaccia.

Frigidilla si annoia Frigidilla non gode di questi comodi suicidi nella neve Frigidilla vuole chiudere la valigia e partire verso una nuova incertezza oppure Frigidilla vorrebbe avere il coraggio di uscire anche in mezzo a tutta questa neve a tutti questi cadaveri e nuovamente trasformarsi in Lucilla, nuovamente godere di quello che c’è come se oggi fosse per sempre e come se questo non fosse l’inizio di un milione di stupidissime canzoni pop.

ps: Dottò, non me ne volere, regredisco allo stato della sfigatilla, ma poi passa.

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Feb 05 2012

la gastronomia e l’arte di imparare a non far bruciare le torte

Oggi abbiamo fatto una torta.
Sono giorni che nevica su Bologna e io ho fatto appena in tempo ad arrivarci. Abbandonata la lucillomobile in un parcheggio qualsiasi, una sorta di cimitero di automobili trasformate in igloo, a piedi mi ero arrampicata fin sui colli ove sono ospite.
Questo accadeva oramai tre giorni fa.
Da allora la neve ha smesso di scendere solo quel tanto necessario per dare tempo al ghiaccio di solidificarsi.
Si sta bene dentro casa. Lavoro alle mie cose, più o meno serie, ogni tanto studio un poco di coreano, senza per altro riuscire a schiodarmi da pagina 52, quella sulla quale dovrei imparare i numeri dal 6 al 12, ma non mi lascio scoraggiare. Quando la noia linguistica diventa insostenibile mi dedico ad attività più piacevoli tipo guardare l’immobilità bianca e morbida che dilaga fuori dalle finestre, mentre gli uccellini mangiano le briciole che abbiamo messo sul piatto.
Lui dice che gli uccellini sono obesi e non avrebbero punto bisogno delle nostre briciole, però poi è il primo a sbriciolare i taralli. Forse in realtà gli uccellini obesi gli piacciono.

Allora oggi, dopo una settimana passata a pensare alle frittate bruciate, abbiamo fatto una torta.
Non ci siamo detti perchè, però abbiamo deciso di farla e tutto era chiaro.
Abbiamo preparato gli ingredienti perbene.
Le pere tagliate sottilisottili.
Lo zucchero.
Lo yogurt di prima qualità.
La farina, che non era abbastanza e allora siamo andati dai vicini, e siccome i vicini non c’erano siamo andati da quelli di sotto, e siccome in questo palazzo sembrava che non ci fosse nessuno siamo arrivati fino al secondo piano e alla fine eccoci con la farina, e il lievito e il resto.
Poi abbiamo cominciato a preparare la torta.
Il forno adeguatamente riscaldato.
Le uova sbattute una meraviglia.
A stento ci parlavamo, eravamo concentratissimi.
Era una questione privata, per ognuno di noi.
L’olio, versato a filo sullo zucchero.
Lo yogurt, e respiravamo piano piano e ci chiedevamo vuoi il cambio?
La farina, setacciata a mano dall’una mentre l’altro continuava a girare.
Tutto perbene tutto a posto.
Il lievito. Quanto ce ne andrà?
E poi la stesura dell’impasto.
Una meraviglia.
L’abbiamo guardata.
Era bellissima, e buonissima.
Era la nostra torta.

L’abbiamo infornata in un forno perfettamente a temperatura.

E poi siamo andati via.
Non so come sia successo, ma a un certo punto ognuno aveva delle cose importanti da fare.
Con leggerezza, ci siamo dati appuntamento e abbiamo abbandonato la torta.
Senza pensare che forse qualcuno ogni tanto avrebbe dovuto controllarla.
Senza pensare che avesse bisogno di essere accudita.

Ovviamente, il risultato è stato una torta bruciata.
La lezione che abbiamo imparato oggi è che le torte sono come le frittate.
Ma siccome la nostra torta, nonostante una bruciatura in superficie, è buonissima, abbiamo pure imparato che a volte si può migliorare.
Ma forse la propria natura non può essere cambiata.
Piccoli miracoli della psicoanalisi da cucina.

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