Archive for the 'cagate' Category

Nov 12 2013

dramma fecale

Alle volte bisognerebbe avere il coraggio di cancellare, ecco cosa bisognerebbe avere il coraggio di fare. Potremmo, in un impeto borghese, salvare il salvabile e cercare di limare e cesellare e recuperare quello che si può. Potremmo sì, metterci a rimestare tra le macerie come in quel film che ho visto ieri, in cui la nonna di Camus mette le mani nel gabinetto alla ricerca della moneta caduta.

Il punto è che poi proprio come la nonna di Camus corriamo il rischio di ravanare nel gabinetto per ore alla ricerca di una moneta che non c’è. Perché ci hanno mentito, o per altri motivi meno letterari.  Dunque delle volte bisognerebbe avere il coraggio di buttare tutto quello che c’è senza paura.
I danni collaterali, quelli sono inevitabili.
E’ una sorta di fuoco amico.
Dovrei imparare ad applicarlo a me medesima e alle mie poche e inutili proprietà.

Per esempio da anni due ci ho un garage a Bologna, di cui pago l’affitto ogni mese, e dentro cosa c’è? Il passato, c’è. Vestiti che non mi entrano più, fumetti, libri, cosmetici scaduti, scarpe dal tacco vertiginoso, parrucche, costumi di spettacoli andati in scena nel passato decennio, scenografie, liquidi antigelo per un’automobile rottamata da anni, regali, rassegne stampa, documenti oramai decaduti, due paia di sandali di plastica di quelli che andavano di moda negli anni 80, la mia collezione di Pataloghi (incompiuta, come tutto quello che mi riguarda), un cofanetto di argilla bianca, miracolosa per la pelle, comperata a natale del 2009 con il mio ex fidanzato nel nostro viaggio in Marocco, una pelliccia di astrakan che mi è sempre andata troppo grande, la storia del comunismo in cinque volumi e le cartoline non utilizzate del mio ultimo monologo.

Tutte queste supreme inutilità giacciono da due anni in una città in cui, ammettiamolo, molto probabilmente non tornerò più. Sono lì, a marcire, testimonianze di un  passato che oramai interessa soltanto me, e allora bisognerebbe avere il coraggio di buttare tutto e di alleggerirsi, una volta per tutte. Bisognerebbe premere il tasto reset, e non importa se perdiamo anche quella musica bella che ci piaceva ascoltare la mattina.
Dentro quel garage c’è una me che non interessa più a nessuno, e questa me conserva relazioni morte e segreti e pensieri che non hanno più spazio. E’ una specie di cimitero, quel garage bolognese, un cimitero che a nessuno interessa visitare, perché i corpi sepolti sono di quelli non importanti, sono le vittime del fuoco amico, sono tutte le cose che abbiamo perso per arrivare dove siamo, e allora a volte è difficile volerle andare a visitare, voler rendere loro omaggio. Lasciamole là, che anche andare a bruciarle farebbe troppo male, significherebbe dire che abbiamo capito e andiamo avanti.

O che rinneghiamo.

Atto che pure in sé richiede una forma di coraggio,  il rinnegare. Una sorta di anelito a una vita nuova. Una speranza nel cambiamento totale, nella metempsicosi, che ne so.

Allora niente, allora niente. Lasciamo il garage lì dove sta, pieno di morti per cui nessuno piangerà mai, perchè forse ha ragione il mio amico Martin, ha ragione lui quando mi dice che in fondo, in fondo forse la vita è proprio in questa noia che ci trova ovunque andiamo, in questa incapacità di sfuggirle. Forse la vita è la stessa per noi che cambiamo paese ogni due anni e per quelli che sono rimasti per tutta la vita nello stesso, forse tanto vale rassegnarsi, che la vita è questo encefalogramma piatto che ci scorre davanti agli occhi in ogni caso, e lentamente la smetteremo di lamentarci, di scalciare, di agitarci dentro questa camicia di forza, lentamente ci abitueremo e basta, amen.

 

Come quando Drogo, all’improvviso, si trovò a finire la sua vita senza nemmeno essersela vissuta, e si scoprì morire nel momento stesso in cui i Tartari, finalmente, arrivavano. 

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Feb 15 2012

Le solite menate

          Splende il sole su questa Atlantide che affonda lentamente troppo lentamente e lo stato di banalità naturale dentro di noi non si scioglie non si scioglie abbastanza.
E io sono su questo treno perennemente in ritardo, fa un freddo cane, devo pisciare e il cesso è chiuso, e ogni volta mi dico che è l’ultima volta perchè è proprio una menata, una menata. E io sono stanca di tutte queste menate.
Sono stanca di questi treni in ritardo non riscaldati, che arrivi a Pavia così infreddolita che ti sembra di essere sbarcata a Bangkok.
Sono stanca di questa vocina metallica di merda che non si capisce mai niente e non sai se ti piglia per il culo o se il treno parte davvero.
Sono stanca di queste signore che pensano che soltanto perchè hanno portato il culo fuori dall’ibernatore hanno diritto a giudicarti e a guardarti con disapprovazione.
Sono stanca di questi cazzo di universitari che mi sbattono in faccia la loro gioventù e io mi domando ma io che ho combinato in tutti questi anni.
Sono stanca delle magre, che sono troppo magre, e delle grasse che sono troppo grasse, e delle grasse che invece di fare la guerra a questa stracazzo di società fanno la guerra alle magre e siamo punto e a capo.

Sono stanca di questa superficialità, di queste tarantelle che tanto siamo emancipati
Sono stanca di provarci
Stanca di non provarci
Sono stanca di fidarmi e di non potermi fidare
Sono stanca di non poter dire le cose perchè non è di moda
Sono stanca di fare i conti e pensare che non ne valga la pena perchè mi ero sbagliata

Sono stanca di San Valentino e del fatto che poichè siamo alternativi dobbiamo fare la festa di anti san valentino e siamo così incazzati e così frustrati che la passiamo a litigare tutta la sera

Sono stanca di questi riscaldamenti che non partono

Sono stanca di dover buttare tutto nel cesso ogni volta
Sono stanca delle persone che ti amano solo quando non ci sei. Porcamiseria ora ci sono amami e poi vediamo. Sono stanca di quelli che si tutelano solo quando conviene.
Sono stanca di mia madre e di mio padre che quando sono là mi riempiono la testa di stronzate e di giudizi e mi fanno venire voglia di scappare, ma poi quando non ci sono mi dicono quando torni.
Sono stanca di tutti quelli che mi riproverano perchè me ne vado e vorrebbero farmi credere che il punto è che io me ne vado, e invece il punto è che loro hanno paura e allora vaffanculo
Sono stanca di queste valigie che non si chiudono mai e poi quando le chiudi scopri che hai dimenticato di metterci dentro l’asciugacapelli.

Sono stanca delle ragazze che fanno finta di essere lesbiche perchè è di moda o perchè pensano che sia politicamente provocante o semplicemente perchè vogliono eccitare i loro maschietti e allora a me mi sale la violenza e mi viene da prenderle a sberle e da dire che è tutto inutile, tutto inutile perchè le femmine sono messe male, troppo male, e anche gli uomini sono messi male, perchè vorrebbero che le loro fidanzate fossero tutte dei fumetti giapponesi e le loro amiche tutte delle Laura Bassi e a me mi viene da chiudere questa cazzo di valigia e andarmene per sempre

E allora sono stanca di questo treno in cui non parte il riscaldamento e stanca di dover essere così triste così incazzata sono stanca di non poter dire la verità sono stanca di trovarmi davanti persone che non si prendono i rischi sono stanca di tutto questo stare in superficie.
Che non è vero che il numero di esperienze che fai è più importante di quanto intensamente le vivi. Ma nessuno mi crede.

Sono stanca di tutti questi vecchi che mi vogliono comprare e però sperano che io sia in saldo.
Sono stanca della politica. Sono stanca di questo blog. Stanca di dovermi domandare se sto scrivendo bene o sto scrivendo male.

Sono stanca di andare in turnè e di farmi questi lunghissimi viaggi da sola per fare una cosa nella quale credo solo io. Sono stanca di trovarmi sempre con lo stuzzicadenti più corto in mano, mentre gli altri si fanno di nebbia. Sono stanca di urlare che dobbiamo mettere in gioco il nostro corpo e poi sul più bello scoprire che sono sola. Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.

E questo treno è partito un minuto fa e già si è fermato nel mezzo dello stato di banalità naturale e non ti posso parlare perchè non mi vuoi ascoltare e non ti posso scrivere perchè non mi vuoi leggere e non ti posso toccare perchè ti sei tolto lo strato di pelle che era anche mio e non capisco la tua lingua non ti piace la mia musica e questo treno non si sa se parte oppure no e non ti posso dire che non ho paura perchè tu ne hai e allora non è importante, non è importante quello che penso io, se ogni volta che si arriva vicini a qualcosa di importante chiudiamo le valigie e ce ne andiamo ognuno a diecimila chilometri da qui e io allora a me mi pare di non aver fatto altro che blaterare cazzate, blaterare cazzate, e allora tanto vale essere onesti tanto vale.

Porcamaella questo visto e questo treno e io porcamaella quanto sono stanca di me quanto sono stanca.

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Nov 29 2011

Colpa del fagiuolo verde, post con dedica a SailorAdele.

Fatto ieri il mio primo esame di coreano, credo di averlo passato, se la prof accoglie la mia licenza poetica espressa nell’haiku, da me composto in sede d’esame:

La mia famiglia vive a Seoul
Naoko ha molto male al naso
Io mangio un letto, è delizioso.

 

 Si sa, sono una creativa.
Dunque dato l’esame iersera, mi sono fatta prendere da pensieri tremebondi, per ragioni varie ed eventuali, alcune ovviamente fondatissime, altre molto meno, ovvero lo scoramento s’è presto trasformato in paranoia e alle due ero ancora là con l’occhietto vispo a domandarmi quale fosse il paradigma del verbo to belong. Non perchè io belonga a qualcuno, sia chiaro. Però magari un giorno potrei trovarmi nella condizione di dire vedi amico mio, tutto questo un giorno lontano belongava alla mia famiglia.

Ah ricordo la mia gioventù, già ero insonne, ma mi crucciavo per motivi assai più terracquei tipo vorrei scopare con quest*, vorrei liberarmi di quest’altr*,  vorrei provare questa droga vorrei questo e vorrei quello. Oggi no, oggi sono una donna matura e mi permetto di farmi venire l’insonnia solo se posso interrogarmi con questioni ontologiche, epistemologiche o grammaticali. Se poi mi annoio, ogni tanto faccio una pausa deliziandomi con qualche fantasia erotica, ma solo pochi minuti, che la grammatica non può aspettare.

Allora oggi la mia amica SailorAdele, che c’ha una panza tanta perchè ci sta per partorire nientepopodimenocchè una piccola creatura umana che potrebbe nascere addirittura il giorno del mio compleanno, si lamentava perchè non lucillifero più. E’ vero. Sto lucilliferando poco e per due motivi diversi: il primo, che è quello bello, è che ho da fare. Ho un sacco da fare. Con tutte le eccezioni che ci sono nella grammatica italiana sono impegnatissima, giuro. Il secondo è che mi sono un po’ scoraggiata, questo blog non ha mai i ritorni che spero io e insomma sono in uno di quei momenti in cui gioco a chiudo non chiudo.

Ma poichè SailorAdele c’ha le voglie di lucilleidi, e poichè non oso pensare di che colore e forma possa essere una voglia di lucilleidi non esaudita sulla pelle della nostra creaturina in arrivo, eccomi che scrivo due cagate di altissimo livello ovvero qualche piccolo resoconto della mia recente vita a Seoul.

Episodio uno, gastronomia locale.

Oggi ero triste poichè il mio amichetto del cuore se ne è andato. Che valle di lagrime. Ero lì che miravo la sua stanza buia e mi dicevo oibò come farò a sopravvivere in questo mummificio. Nessuno mi cagava e quelli che mi cagavano lo facevano con l’obiettivo letterale di seppellirmi nella merda. Brutto bruttissimo. Allora sono uscita e ho detto vabbè mi compro un gelato, me lo merito. Piglio il gelato alla menta. Io il gelato alla menta lo  a d o r o . Me ne esco dal supermercato con questa vaschetta verde e sono felicissima, mi asciugo le lagrime, mi soffio il naso, arrivo a casa piglio il cucchiaio e scopro che

è un gelato al fagiuolo verde

una cosa veramente, veramente raccapricciante. E ancora più raccapricciante è il fatto che lo sto mangiando comunque, perchè in fin dei conti sempre gelato e sempre verde è, solo non è alla menta, ma che importa, siamo in Corea, qua la menta non cel’hanno.

 

 

Episodio due, conversazione.

Settimane fa conosco una tipa coreana con cui attacco bottone e blabla beviamo un caffè poi un sabato sera noi la si invita a mangiare le lasagne più buone della storia insomma niente di che. Però carina la tipa. Poi sparisce.
Oggi mi invia un messaggio:
“ciao, come va?” (lo so, dal primo messaggio dovevo rendermi conto che la conversazione era pericolosa, e invece sono lenta di comprendonio)

risposta mia: “bene, e tu?”

lei “bene”

 

Silenzio per alcune mezz’ore

 

poi lei “un po’ impegnata, ma oggi mi rilasso”

io, un po’ turbata “ah! e come mai?” (magari sta partendo per le ferie? vai a sape’)

lei: “eh si, oggi è il mio compleanno!”

io: “auguri! spero tu lo festeggi nel migliore dei modi!”

lei “grazie”

 

Fine delle trasmissioni. Voi mi dovete spiegare che cazzo di conversazione è questa.  E’ evidente che, dome dice il dottò, bisogna conoscere i codici, e io i codici non li conosco. Mi sto ancora domandando: forse avrei dovuto invitarla a cena poichè è il suo compleanno? forse ho sbagliato qualcosa? forse i messaggi non erano per me? questi sono gli interrogativi esistenziali che porterò con me tornando in Europa, così come chi torna dall’Africa si porta il così detto Mal D’Afffrica. Io mi porterò il mal di Seoul, all’odore di Kimchi.

E ora poichè s’appresta la sera spegnerò ’sta cascetta e me ne andrò a bere una cosa con una tipina niente male conosciuta non mi ricordo come. La vita a Seoul è facile. Basta non scambiare menta con fagiuoli.

 

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Giu 17 2011

dei lunghi inverni e di quello che c’è dopo

Non facciamo che parlarci addosso, ed è tutto un affastellarsi di parole che scavano solchi profondissimi, e ci vorrebbero mille abbracci per colmarli ci vorrebbe l’onestà del cercarsi ci vorrebbe. Ci vorrebbe che diventassimo muti e pure incapaci di scrivere e che fossimo costretti a cercarci in un altro modo, ci vorrebbe la carne. Forse la musica, ci vorrebbe, ma a questo punto non lo so.
Me ne sto in piedi, in bilico, a guardare l’altra sponda di questo burrone che mi pare di stare dentro una canzone di Jovanotti, e mi faccio ridere mi faccio, in questa mia incapacità di stare e di andarmene. Uno dovrebbe avere il coraggio, di stare nelle cose o di abbandonarle. Non è che devi metterti là per forza a dire ooooi, guarda che me ne sto andando, guarda che tra poco non ci sarò più anzi, sai cosa ti dico? tu mi vedi ma io già sono andata, questo è il mio ologramma, il mio passato. Io sono altrove.
Mi sembrano cagate, queste piccole strategie fatte per racimolare un po’ d’amore proprio come quando frughi nella borsetta per trovare i dieci centimi che ti mancano. Ma vaffanculo ai dieci centimi.

Ci sono quelli (e quelle) che costruiscono le case con le fondamenta e i mattoni perchè si illudono che il sogno dell’eternità si trasformi in calcestruzzo. I miei genitori, loro erano così. Case solide e antisismiche, anni e anni per terminarle, che pareva la torre di Babele, cristosanto, e poi però quando pensi di aver calcolato tuttotutto arriva il fottuto imprevisto e la tua eternità di cementarmato salta, pafff, è un attimo. E poi ci sono quelli che se ne vanno in camper. A me i camper non sono mai piaciuti. Mi ha sempre fatto tristezza l’idea di andare in un posto portandomi la mia casa. Come per paura di non trovare sufficiente accoglienza. Quelli che vanno in camper, secondo me, in fin dei conti non sono capaci di pigliarsi le cose che arrivano. Perchè loro non hanno bisogno di niente. C’è già tutto nel loro stronzissimo camper. Sono autarchici. Che si fotta anche l’autarchia stanotte. Il mio ex, lui era uno da camper. Parlava sempre del camper, e in realtà stava già vivendo, da solo, nel suo gigantesco camper immaginario. Io gli darei fuoco. Non a lui, al camper. Ma magari anche a lui.
Poi ci sono gli intermedi, le case prefabbricate, le tende, gli affitti. Ognuno fa come può. Io, per ciò che mi riguarda, messo lo spazzolino nel bicchiere in bagno sono a casa. E magari ci devo stare due notti, che si tratta di un albergo o della casa di qualcuno che mi ospita o sarcazzo cosa. Però in quel momento è casa, mi accoglie, sono sua. E ci sto come se dovessi starci tutta la vita. Poi lo so che dopo due giorni vado via.
Non so se mi sono spiegata.
Sarà che questa settimana è stata una settimana d’addii e di chiusure, sarà che ho pianto come una cretina sul manuale di storia della guerra fredda, sarà che quando è primavera uno pensa sempre che l’estate sarà meravigliosa e poi l’estate non è mai all’altezza delle aspettative, maledetta estate, sarà che oggi mi sono sentita addosso l’odore di una nuova partenza, sarà che le persone mi mancano e non mi mancano mai abbastanza, sarà che mi sono detta basta, non ci penso più, sarà che devo ricomprarmi lo spazzolino, sarà.
Sarà che Elisa e Michele erano due puntini che scomparivano mentre io Vale e Fra li guardavamo immobili e muti, e mentre loro scomparivano i cubetti di ghiaccio del mio caffè si scioglievano inesorabilmente, sarà che non ho niente da dire e scrivo solo per il gusto di vedere che effetto fa, mettere in fila le parole come vengono.
Sarà che ci sono dei sentimenti che mi mancano.
Sarà che ho bevuto due litri di the e per questo non riesco a dormire e non ho voglia di leggermi cinquemila pagine de Il maestro e Margherita.
Sarà che secondo me è colpa mia, se mi trovo sempre in queste situazioni allucinanti.

Porcamiseria, è l’una e mezza, e come al solito non ho combinato un cazzo. Come dice quello del libro: “si rese conto che quella notte era persa, per sempre”.

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Dic 29 2010

ci vuole un’overdose di Breszny

Io non lo so in questi giorni quante volte mi sono ripetuta che non sono all’altezza e che chi me lo ha fatto fare e che sarà un buco nell’acqua e che insomma
in fin dei conti sono appena stata ammessa al master in diplomazia e politiche internazionali
che suona proprio bene, no? Carla Vitantonio diplomatica internazionale che dico intergalattica che dico diplomatica universale.
E allora in fin dei conti mi dovrei un momentino focalizzare su tutta questa rivoluzione che io stessa ho messo in atto perchè mi ripeto e straripeto che il giorno in cui feci la domanda d’ammissione era proprio perchè non ne potevo più di questo navigare a vista anzi a svista non ne potevo più di contare le monetine per le sigarette come quando avevo sedici anni.
Insomma mica me lo potevo aspettare che nel frattempo sarebbe successo tutto questo e che mi sarei tanto profondamente lasciata coinvolgere mica me lo potevo immaginare che mi sarei tanto pazzamente lasciata innamorare mica me lo potevo immaginare che avrei occupato l’autostrada che avrei preso alle tremmezza un bus per Roma mica mi potevo immaginare l’esondazione dei giorni successivi mica mi potevo immaginare questa temperatura tropicale interna mentre fuori si congela mica mi potevo immaginare.
Mica mi potevo immaginare che Bologna mi sarebbe mancata così tanto. Che avrei avuto così tanto forte dentro di me la necessità di confrontarmi, porcapaletta, di ascoltare di leggere di essere presente. Mica mi potevo immaginare che ognuno mi avrebbe regalato qualcosa così, aggratis, semplicemente per generosità. Chi il suo lato zen chi la crema di funghi chi un viaggio verso sud chi lo spot più divertente del 2010 chi una surreale chat su fb chi l’infinito aperitivo al Pratello chi sguardi segreti e parole di fiducia che a me mi fanno tremare.
Niente niente niente mi potevo immaginare.
E adesso sono qui che sto scrivendo uno spettacolo nuovo e ho i brividi come se ci fossero meno quarantacinquemilagradi e ogni parola è un macigno che mi si scaraventa tra la lingua e il palato e ogni riga la scrivo ottocento volte e tutte le volte mi sembra che non sono capace. E che comunque non sarà abbastanza. E che è fiducia malriposta. Che arriverò al 17 gennaio con un bel pugno di mosche marce. Che mi sono sopravvalutata. Che adesso porcamiseria invece di scrivere sul blog dovrei piangere lagrime e sangue sul copione e invece devo staccare devo assolutamente staccare un attimo perchè sennò finisce che esco scema ecco come finisce.

Che il blog è mio e me lo gestisco io, visto che il mio utero lo gestisce la chiesa e il mio cervello il ministero per la ricerca e i miei muscoli l’agenzia interinale giobforiù. Almeno il blog me lo gestisco io eccheccazzo e ci scrivo quello che mi pare tanto adesso non ho più un fidanzato rompicoglioni che mi dice carletta di qua carletta di là questo non si dice questo non si fa. Io faccio quello che mi pare. E mi metto anche nei guai se mi va, tiè. Per esempio mi sono messa nei guai e adesso ho davanti a me l’incubo meraviglioso di uno spettacolo che se viene male è la mia rovina ma se viene bene, se viene bene che gioia che sarà. Se viene bene io invito i miei compagnucci e le mie compagnucce di master a vederlo e dico tiè guardate un po’ altro che diplomazia intergalattica.
Però se viene male.
Però se viene bene….

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Dic 25 2010

un altro natale in casa vitantonio

E’ andata a finire che mi sono ammalata pure io. I compagni e le compagne uno dopo l’altra cascavano sotto la scure dell’influenza che ci ha braccati chi all’occupazione dell’autostrada, chi all’invasione della stazione, chi fuggendo via da piazza del popolo, io ero là che resistevo e mi dicevo oi, la rivoluzione m’ha riempita così tanto di entusiasmo che anche i miei anticorpi sono sulle barricate. Invece a un certo punto mi sono svegliata ed ero tutta un tappo di schifosissimo moccio, tutta na debolezza. M’ha preso anche a me, malefico e reazionario raffredore dei miei stivali, m’ha preso e m’ha rigirata come un calzino, m’ha tutta scombussolata e ieri in viaggio con Fabiano l’automobile sembrava un lazzaretto, fazzoletti aspirine e starnuti, ma noi inesorabili procevedamo verso sud. Implacabili nonostante la preoccupante temperatura corporea ci raccontavamo i fatti importanti e meno importanti, le cose della politica e i pettegolezzi, e insomma piano piano siamo arrivati ognuno a casa sua, io personalmente, disfatta davanti all’anguilla (buonissima, peraltro) ma insomma m’ha preso subito la depressione all’idea di stare lontana da Bulagna per quasi venti giorni. Eh si, m’ha preso la depressione, e chi l’avrebbe mai detto solo due mesi fa, che mi sarebbe venuto lo scoramento a pensarmi lontana da Bulagna? chi l’avrebbe detto che tanto mi sarei felicemente incastrata con le persone che stanno là?

E allora in questa depressione e in questa paura della solitudine sono anche un po’ felice perchè mi sembra che non sono proprio la merda che a volte penso di essere, che sono capace ancora di trovare di incontrare persone di amarle e anche forse un pochino di lasciare che mi amino. E poi c’è il movimento che anche il movimento per carità adesso starà mangiando lasagne ma molto presto molto presto si alzerà dalla tavola precaria e io non vedo l’ora di tornare in emiliarrumagna per stare nel movimento e sentirmelo che mi pizzica la pelle.
Questi pensieri sono un po’ sconnessi perchè ho la febbre però volevo scrivere per fare un pochino il punto. Dovevo scrivere che sennò mi sento come muta.

Le cose cambiano cambiano velocemente e io sono sempre così confusa sempre così in corsa e quest’anno non ho manco il tempo per scrivere il consueto post sulla famiglia vitantonio perchè ho mio nipote che vuole che lo porti sulla bicicletta ma insomma son sicura che domani o dopodomani ci riesco

E poi penso al mio nuovo socio e spero che stia bene e non si dimentichi di me
E penso all’amichette nuove mie e spero che mi conservino una fettina di bene e di entusiasmo
E penso ai friccichi che mi vengono e mi viene da ridere e spero che mi tornino anche l’anno prossimo, i friccichi

E poi arriva mio padre che dice andiamo a fare na camminata cosi’ ci prepariamo meglio ad accogliere il pranzo e io con tutto che ci ho la febbre mi vesto e vado perchè la camminata preprandiale è di buon auspicio

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Gen 06 2010

rinnovescion

Published by lucilla under londra, cagate, blog

ci ho voglia di rinnovare il sito,che ne so, a parte cambiare per l’ennesima volta la foto, vorrei proprio una cosa nuova, altri caratteri altra impostazione generale altro tutto, novità novità ecco cosa ci vuole. Intanto ho aggiornato la blogroll, o come si chiama, insomma la lista dei siti che consiglio. Bella eh? ordinata e moderatamente autoreferenziale.

Dunque sono a Londra, sommersa dalla neve, e stamane di buona lena sono andata in bicicletta  a scuola, così, come se niente fosse stato, ho pedalato incurante del ghiaccio e delle insidie che, si sa, si nascondono sotto la neve. Ho seguito tutta la lezione con notevole impegno e adesso ci ho i muscoli che gridano vendetta. Ci vorrebbe una vasca da bagno, ma non oso dirlo a voce troppo alta che qui è capace che da un momento all’altro mi compare la vasca da bagno in salotto. I miei coinquilini non hanno molto il senso del periodo ipotetico dell’impossibilità.
Ma che volevo dire?

Sinceramente non mi ricordo proprio, eppure ci avevo un’ispirazione grossa come una casa e adesso puff si è dissolta, è questione su un attimo, quando ho l’ispirazione qualche fancazzista mi cerca su facebook ma dico io non ci avete proprio che fare alle diciannovevventiquattro amici miei? ho appena abortito quello che poteva essere il post più bello di gennaio, o forse dell’intero anno o addirittura della mia vita. Tiè, un attimo e finisce nel cesso e qualcuno tira lo scarico. Irrevocabile!
Secondo me mi devo dare una mossa e dedicarmi a questioni più decisive tipo fare un corso di burlesque o imparare l’arabo. Lo so che queste due cose non sono propriamente equivalenti ma nel mio cervello stanno ballando la polka da qualche mese, la stanno ballando insieme, allora forse dovrei trovare un’araba che mi insegnasse il burlesque ma ecco pur essendo questa proprio una metropoli io non ci giurerei che si possa trovare l’araba danzatrice e sventolatrice di piume.

Cazzo cazzo cazzo da qualche parte nella mia testa gira ancora il post bellissimo lo devo ritrovare assolutamente prima di tirare lo sciacquone….

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Dic 08 2009

finisce che mi mangio le mani

A volte ci ho proprio l’impressione che vado cieca come una falena contro la lampadina stomp zac fffffffffffsssssssssss
e mi brucio definitiva.
Oi io scrivo come mi pare. Questo è il mio supremo atto d’adultità e di ribellione e pure di immatura maturissimità scrivo come mi pare e scrivo soprattutto quello che mi pare dunque morite spiaccicati fantasmini del benpensare che tanto per pensare bene è troppo troppo tardi.
Mia mamma ci ha provato a mettermi un paio di tailleurini quand’ero piccola. Poi ci provò la prof d’Italiano del liceo a farmi credere che fossi una persona perbene destinata a un degno cursus honorum come ci aveva insegnato durante le pallosissime, diciamolo, pallosissime lezioni di storia. Infinitamente pallosissimamente strafottentissimamente lunghe e pallose soprattutto le interrogazioni di quelli che non sapevano mai una cippa e poi si lamentavano che tu non suggerivi e ti chiamavano lecchina ma su questo argomento aprirò un giorno un capitolo a parte che ho bisogno di tempo dedizione e calma.

Dunque che stavo dicendo? A natale per favore regalatemi qualche avverbio qualche aggettivo insomma qualcosa di utile, che non mi tocchi usare per altri trent’anni gli stessi iperinflazionatissimi inverocchè financopure.
Piccola digressione utilitaristica.
Stavo dicendo che ci provò pure la mia profd’Italiano al liceo a farmi credere, a convincermi che il mio fosse il destino di una persona rispettabile e ci riuscì quasi quasi eh, ci mancava un pelo. Mi iscrissi all’università ma la natura diavolesca venne fuori ancor prima del test d’ammissione e così via ogni tanto incontro una maria goretti una madre teresa qualcuno che mi vuole far per forza rinsavire qualcuno che mi ha scambiato per il figliol prodigo diciamo la verità, qualcuno che mi vuole cambiare. E io che sono in fin dei conti una poverina per un’ora d’amore non so cosa darei quasi quasi ci casco ogni volta. Una volta quanto tempo è stato? una o due vite fa? insomma una volta stavo quasi quasi instradandomi verso la carriera di nientepopodimenocchè presidentessa di arcipicchiolina veneto. Che voglio dire, sono bei soldi e molti bei vestiti ma in cambio te ne viene una noja un’arroganza uno stress e finisce che diventi proprio una bella merda, ecco come finisce.
E corsi e ricorsi della mia piccola guicciardiniana storia personale anche adesso mi si rimprovera che ci ho trent’anni e blabla che devo mettere la testa a posto che devo fare le cose serie ma scusate quale testa quale posto? io la testa cel’ho al suo posto, ben radicata sulle nuvole, e dico quello che mi pare scrivo quello che mi pare e se qualcuno non vuole leggere non vuole ascoltare insomma il mondo è grande o devo diventare la berluscona di me stessa? Mi devo censurare?
Già mi censuro abbastanza, a dirla tutta, ma più di così ecco mi parrebbe proprio di esagerare.

Ma che volevo dire, che volevo dire? Il titolo che ho messo mi fa pensare che avrei voluto dire qualcosa qualcosa che adesso mi sfugge porcapaletta è rimasto sulla nuvola precedente e intanto ho mal di gola.

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Dic 01 2009

non ho tempo per un titolo

Published by lucilla under londra, cagate, carla vitantonio

Finisce che questo blog mette un pochino le ragnatele, chè sono troppo impegnata a vivere per avere il tempo di riflettere sulle cose che succedono, ed è un peccato, un peccato davvero, perchè molti dettagli importantissimi vanno invariabilmente persi nell’avvicendarsi delle pedalate delle piogge delle schiarite degli autobus presi al volo delle prove a casa degli allievi più anziani dei venti minuti rubati alla colazione al mattino per leggere un libro.

E anche adesso mi ero messa di buzzo buono, come si direbbe, avevo tutta l’intenzione di scrivere qualche cosa di dignitoso di riflettere su questioni di principio o su precipue applicazioni senza poi capirne bene il senso avevo insomma voglia di scrivere per scrivere come si parla per parlare come si fa quando si vuole stare in contatto con un pezzo con un’isola di sè che rimane un po’ lontana e si teme la deriva. Ma invee sono già le quattro e quarantadue e devo correre a prendere il marmocchio alla nursery e spupazzarmelo all night long in attesa che madre e marmocchio grande ritornino da qualche concerto alla moda nella city e mi va bene, voglio solo dire che mi va bene, questa vita fatta di corsa mi va bene e mi piace, mi ci sento a mio agio, ogni giorno mi sfido un pochino in più e chissà ancora quante magie posso mostrare a me stessa chissà ancora quante volte potrò stupirmi è un po’ come quegli atleti che ogni giorno migliorano un pochino il proprio record e anche io faccio così ora per esempio avrei molta molta voglia di fare stretching ma come faccio sono già le quattro e quarantacinque devo proprio andare ma prima lavare la teiera che non è bello lasciarla sporca.
E per inciso che freddo che fa in questa freezing london e che voglia che ho di caldo ma in fin dei conti mi va bene anche così.

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Set 06 2009

la domenica a cambuasc’ tutta la gente va a vedere la partita

Mi si sta svegliando una certa vena pulp. Molte idee scribacchine mi frullano in testa, ovviamente proprio quando non ho computer nè carteppenna. E quandinfine mi trovo davanti allo schermo esse fuggono. Maledette. Forsanche perchè giaccio qui, presso la casa del padre e della madre, a lasciarmi ingozzare di leccornie con la scusa che “figlia miiiia, n’ce ne sci’ rimasta, si’ tutt’ossa” .  Non sia mai! Mi impegno come posso, sgranocchio da mane a sera, e i pasti principali li lascio durare quanto vogliono. Primo secondo contorneddessert, pennichella merendina e via discorrendo.

Stamane poi, presa dal senso di colpa e dal terrore dei quattrocento addominali giornalieri che m’aspetteranno dal quattro ottobre, sono andata col padre a correre intorno allo stadio, che spettacolo, signur! Ommini  e femmine di ogni ceto e situazione lipidica sculettano circolarmente attorno allo stadio del Cambuasc’ futbolcleb. Sudori, canottiere grondanti, pantaloncini, cosce che fanno su e giù. Ognuno corre al suo ritmo, i più fichi doppiano gli obesi e i fancazzisti (nella fattispecie il padre vitantonio e la sottoscritta vitantonio junior), le ragazze si mettono i completini seccsi, le signore se li mettono anche loro con esiti un po’ meno erotizzanti, i più assidui si salutano e si chiedono che media hanno toccato oggi, e poi orrore degli orrori alcuni anziani atleti sudaticci mostrano lo spettacolo di loro stessi che si cambiano dietro lo sportello aperto dell’automobile, e tu intravvedi asciugamani che sfregano internicoscia appiccicosi, che non sanno se essere tonici per la quantità di movimento o flaccidi per la quantità di anni. Slap slap slap fanno gli asciugamani, mentre dall’altra parte i più signorili fanno rumorosi sciacqui e gargarismi con le fresche acque della fontanella.
Uno spettacolo, signoramia, uno spettacolo! Per quanto riguarda le mie mirabili prestazioni podistiche, dopo due giri di stadio (un km e mezzo, per capirci) mi sono andate in pressione le orecchie e -per evitare lo svenimento - ho dovuto ripiegare sulla camminata veloce mentre atletici vecchietti molisani mi doppiavano orgogliosamente lasciandomi a respirare gloriose scie di liciapersonapuromm.
Che figura.
Mi sentivo proprio kung fu panda il primo giorno di allenamento. Persino Vitantonio senior m’ha doppiata più e più volte raggiungendo gloriosamente i sei giri di stadio mentre arrancavo e per darmi un tono mostravo di fare stretching sulle transenne delle biglietterie. Che esperienza, porcapaletta, che esperienza.
E adesso per rincuorarmi mi faccio qualche test simpatico su feisbuc, sai mai che mi dicono che stirerò le zampe correndo attorno allo stadio…

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