Archive for the 'società' Category

Ago 22 2010

ufficio relazioni internazionali


Qui sono tutti in vacanza. Ne approfitto per dimenarmi come un’imbecille tra siti internet poco aggiornati e improbabili annunci lavorativi impolverati come l’ultimo dei miei cassetti. Per lo meno mi sembra di fare qualcosa di utile, sto attivamente cercando di riqualificarmi, di riposizionarmi, di ricollocarmi ovvero di trovarmi uno straccio di dignitoso buco in questa città (in questo paese, in questo pianeta?) ed abdicare definitivamente in favore di chi ha più grugno di me. Io ho già dato, mi pare, e mi trovo con un bel pugno di merda che si capisce facilmente quante mosche attragga.

E’ ora di un pochino di sana egoista felicità, e se le strade tentate in passato non hanno funzionato non è colpa delle strade, ma è stata forse colpa mia.
Mi rimbocco le maniche. Anzi, le strappo, che faccio prima.
Bisogna cominciare dall’inizio, ecco cosa bisogna, a patto di trovarlo, l’inizio.
E guardare a pezzettini piccoli piccoli che altrimenti vengono le vertigini.
Le vertigini.

Dovrei forse cominciare con uno studio approfondito del dizionario.

Trovare nuove parole.
Se trovassi parole nuove forse troverei nuove soluzioni.
O quantomeno nuove domande.

Bisogna fare delle liste.
Rinchiudersi nella piccola certezza di un elenco.
Rivalutare l’importanza di quelle pagine scritte mettendo un punto dopo l’altro.

Voglio un elenco puntato per la mia vita

voglio una giornata che passi dalla a alla c facendo una sosta intermedia nella b

voglio che sia possibile la logica della sequenza lineare uno due e tre

voglio i numeri semplici

una lista chiara ed efficace, voglio

e pennarelli colorati per cancellare le cose già fatte

e sospiri di sollievo quando chiuderò il tappo del succitato pennarello

voglio che le cose dentro di me comincino a sistemarsi una dopo l’altra e la smettano di affastellarsi come gli inquilini di una casa in fiamme dall’unica finestra ancora agibile

voglio che cessi lo stato di emergenza
voglio che finalmente il presidente della repubblica proclami che le cose hanno ripreso il loro corso regolare e dopo anni trentuno finalmente il territorio gode di uno stato di pace e democrazia, che le lunghe e complesse operazioni di pace hanno portato al risultato tanto anelato e la popolazione può recarsi ad elezioni democraticamente elette ed esprimere civilmente la propria preferenza.
Voglio che la smettano di costruire bombe dentro di me.
Che la smettano di tirarsele addosso in una guerra civile infinita.

Voglio una bandiera della pace nel mio cervello, una di quelle che penzolavano trionfanti dieci anni fa dai nostri balconi di studenti speranzosi.
Questo voglio

e il giorno dopo la firma degli accordi di pace forse potrò pure cominciare a occuparmi delle relazioni internazionali con il vicinato.

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Lug 17 2010

ho fatto un altro errore

Dunque ieri sera mentre tornavo da una delle mie interminabili riunioni, di quelle che potenzialmente ti cambiano la vita ma nella prassi ti procurano un paio di chili di confusione, ho fatto un altro errore. Ho acceso la radio e ho sentito Zapping, su radio uno, e il suo conduttore Dottor Forbice.
Ora dico io. Questo Forbice non ha mai ispirato le mie simpatie, ma ieri ha proprio passato il limite. Si sta parlando di finanziamenti ai partiti e uno dei suoi ospiti cita l’esempio di Di Pietro e dello scandalo che lo ha visto protagonista per un finanziamento non trasparente. Forbice sospira e dice “e di queste cose nessuno parla eh!”

Ora, dottor Forbice, le spiego una cosa. Questo tipo di commento è un commento adatto a un vecchietto che si prende una birra nel bar centrale di Casacalenda o di Monteveglio. Io lo posso capire. E’ proprio un commento da bar. Anzi, se vogliamo essere clementi potrei dire che anche un impiegato medio potrebbe prodursi in un enunciato tanto ricco di qualunquismo.

Ma dottor Forbice, le ricordo che, nel momento stesso in cui lei si produce in questo concentrato di banalità, sta parlando alle ore otto e trenta di venerdi’ ai microfoni della prima rete radiofonica pubblica italiana, quindi qualcuno che parla di queste cose, dottor Forbice, c’è, ed è lei, che per sua e mia sfortuna non è un singolo e privato cittadino ma, nel momento stesso in cui si accende la lucina “on air”, è un personaggio pubblico, e dovrebbe fare un pochino di attenzione a quello che dice, dottor Forbice, perchè un commento così, oltre a non fare onore all’università che, suppongo -dal momento che tutti la chiamano dottore- le abbia dato la laurea, non fa onore alla rai e non fa onore nemmeno a lei. Dottor Forbice, un commento così oltre che essere reso falso nell’atto stesso in cui è enunciato è anche manipolatorio e populista. E non credo, visto che lei è un giornalista colto ed esperto, che ci sia bisogno di spiegarle perchè lei ha parlato da manipolatore e da populista.

Allora dottor Forbice io la inviterei gentilmente, nel momento in cui mio malgrado lei è un personaggio pubblico, a pensarci su una o due volte, prima di dire una stronzata del genere, perchè mi avvelena la serata, come se non fosse bastato il pomeriggio avvelenato dall’ascolto di quell’altra di cui ho già detto su radio due.

Sul resto del suo programma non mi pronuncio perchè sono troppo arrabbiata e anche perchè io per guadagnarmi il pane, al contrario di lei che si può accontentare di fare commenti qualunquisti su radiouno, devo smarchettare davanti a un pubblico al prezzo di centocinquanta euri a nero, e questo è tutto quello che guadagnerò a luglio, ha capito.
Ha provato a unirsi alla dottoressa Pollastrella nella terapia del sesso che consiglio alcuni post fa?
Sono sicura che le farebbe bene.

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Lug 07 2010

vediamo se mi censurano


Occhei occhei. Qui c’è qualcosa che non quadra.
Il sindaco de L’Aquila si prende le manganellate cercando di arrivare a palazzo Madama.
Il compagno Fini si lamenta che la libertà di stampa sia in pericolo.
Il presidente del consiglio ha i reumatismi alla mano sinistra.
Tutti i giornali, quotidiani, tg etc parlano dei reumatismi alla mano sinistra del presidente del consiglio.

La dottoressa Pollastrella tiene tutti i giorni e dico tutti i giorni una rubrica di ben ventotto minuti sulla radio pubblica. Rubrica che mi fa venire le carie ai pochi denti sani in genere, ma il mercoledì, il mercoledì veramente rimpiango di non aver mai preso dell’eroina via endovenosa.
Insomma questa  Pollastrella fa una rubrica in cui sostanzialmente rimpiange il proibizionismo e fa delle tirate, ma delle tirate che se un adolescente la sente io ci scommetto che la prima cosa che fa è andarsi a fare una pera. Io per esempio oggi, dopo aver ascoltato la trasmissione della signora Pollastrella, volevo veramente imbattermi casualmente in un rave e calarmi quelle cinque pasticche innaffiate di superalcoolico. Ma come è possibile che alla rai permettano che si faccia una trasmissione del genere?Io mi domando e dico. La signora Pollastrella può fare il cavolo che le pare, se vuole può anche chiudere i figli a chiave in camera sperando che nessuno spacciatore infili loro la bustina sotto la finestra. La Pollastrella è liberissima di pensare quello che vuole. Ma la rai non è libera di sfracassarmi le gonadi all’una di pomeriggio con i deliri della pollastrella e di tutti gli esponenti della nostra santa chiesa romana apostolica pedofila.
Signora Pollastrella le consiglio un libro, il libro si chiama “lo strappacuore” e l’ha scritto un certo Boris Vian, uno di quelli che lei farebbe scomunicare, se fossero ancora in vita. Ebbene secondo me quel libro un pochino parla di lei. Con la differenza che la protagonista è molto più simpatica di lei e, almeno una volta nella sua vita, ha praticato del sesso.

Oh mi scusi signora Pollastrella, dimenticavo che proprio oggi lei ci ha raccomandato di non eccedere col sesso, che poi -se facciamo troppo sesso ora che siamo giovani- quando avremo cinquant’anni ne porteremo le conseguenze. Ma quali conseguenze signora Pollastrella me lo spieghi un po’ lei, quali conseguenze? Forse se facciamo troppo sesso non avremo le energie per soffocare i nostri figli fino a portarli al suicidio da overdose come consiglia invece lei? Signora Pollastrella, lo dicono persino le riviste che legge lei, ma se le è sfuggito glie lo rivelo io, il segreto: fare sesso fa stare bene, fa parte di quelle azioni che ci danno in cambio una piccola cosina di cui forse lei non ha mai sentito parlare, la cosina si chiama felicità. E visto che lei oggi si chiedeva disperatamente qual è la cosa giusta, cosa bisogna fare per evitare che i figli eccedano in azioni peccaminose come appunto fare sesso, bene, io le do una risposta. La risposta è chiudere la sua stramaledetta rubrica, recuperare un briciolo di umiltà, magari farsi un amante e per ventotto minuti al giorno, invece di blaterare stronzate di cui i suoi figli probabilmente si vergognano, fare del sano ed edificante sesso. Vedrà che gioia ne trarrà tutta la sua famiglia. Io, sicuramente, ne avrò immenso beneficio. Anzi amiche e amici io propongo che per aiutare la signora Pollastrella a fare il suo coming out ci dedichiamo tutti al sesso, da soli o in compagnia, ogni giorno dall’una all’unemmezza di pomeriggio. Così, per solidarietà.

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Apr 18 2010

il post più lungo della storia delle lucilleidi.


C’era questa canzone che non mi ricordo bene, dev’essere una canzone di Gaber, che parlava delle coppie assestate, insomma di quelle coppie che hanno superato la fase dell’esaltazione erotica e che magari convivono da un po’ di anni e più o meno hanno una routine e blabla…e insomma diceva che facevano sesso il sabato, ed era tutto uno scampanare di sciacquoni, nel palazzo di Giorgio Gaber, perchè nell’avanzata Milano tutte le coppie alla moda, assestate ma moderne, magari conviventi senza essere sposate oppure gioiosamente unite in matrimonio civile, felici, realizzate, facevano la settimana corta e il sabato potevano dedicarsi all’amore domestico indi per cui, poiché gli orari più o meno coincidevano, a un certo punto i letti del condominio di Giorgio Gaber si producevano in una sinfonia d’amore coniugale e subito dopo suonavano in trionfo gli sciacquoni a segnalare che l’atto di suprema riconferma dell’esistenza della coppia era stato felicemente portato a termine. Nell’intimità della stanza da letto ma anche nel contesto sociale e socializzato del condominio che partecipava in vece di complice e testimone all’evento.
Ecco, io con la mia produzione artistica sono un pochino a questo punto. Durante la settimana sono borghesemente impegnata a sopravvivere, lotto tra catene della bicicletta che cadono a tradimento, aumenti dell’affitto, lavori che non si sa mai quando ti pagano, formulari che riempio pur sapendo che probabilmente non serviranno pieni a molto più di quello cui sarebbero serviti da vuoti, e finisce che non c’ho tempo per scrivere sul sito, non c’ho tempo per scrivere per la radio, non c’ho tempo per provare a mettere insieme le tremila idee che mi vagano da qualche tempo nella mente e che teoricamente potrebbero portare a qualche nuova produzione.

Oddio, qualche volta arrivo a casa e vorrei dedicarmi a una di queste attività ma finisce che, proprio come un coniuge stanco, mi dico ho mal di testa, mi ciuccio un po’ di rescue remedi per favorire il sonno, infilo i tappi nelle orecchie e rimando a data da destinarsi.

Difficile mantenere viva la passione quando la recessione entra dalla porta, dalle finestre, dalla tazza del cesso e persino dal buco del lavandino.
Così, proprio come nella canzone di Gaber che non mi ricordo bene qual è, finisco per dedicare alla passione un giorno fisso e fesso della settimana, e la domenica scrivo il mio buon post, ci metto impegno, cerco di creare le condizioni favorevoli a rivitalizzare l’emozione, il sentimento, la passione, faccio tutto perbenino, scrivo il mio dignitoso post, mi produco in una più che discreta prestazione, poi se sono di buonumore replico e registro la mia puntatina in radio, sempre cercando di fare le cose perbene, di lubrificare insomma, di essere pronta, disponibile all’eventuale arrivo dell’ispirazione, mi concedo perfino una sigaretta e a volte se sento che può agevolare perchè no un bicchiere di birra o di vino, per rilassare l’atmosfera, abbasso le luci produco un po’ di fumo creo un ambiente ispirante e a volte mi sembra proprio di aver fatto un buon lavoro, ascolto la puntatina, leggo il post e mi sembra di poter essere soddisfatta mi sembra di poter dignitosamente tirare lo sciacquone proprio come Giorgio Gaber però in fondo, ma neanche troppo in fondo, mi rimane quella sensazione (stavo per scrivere quel sapore dolceamaro ma vista la metafora che ho usato mi è parsa un’espressione un po’ troppo spinta per i miei standard fin troppo discreti e virginali e comunque ormai l’ho usata così lascio ai fruitori la libertà di scegliere tra la versione censurata e quella VM18) dicevo mi rimane quella sensazione di contraffazione, di finzione, quella sensazione di posticcio, quella sensazione che non mi piace e che mi lascia un po’ perplessa davanti alla leva dello sciacquone, che mi sembra in fin dei conti di aver finito con l’essere vittima della routine dell’antiroutine

e qui si apre un capitolo che buddha shiva muhammad e persino jesuschrist superstar dovrebbero venirmi in aiuto un capitolo con i controcazzi come si suol dire un capitolone un capitolissimo un capitolo che non so se capitolare e trattare o se resistere e rimandare a una successiva capitolazione che, a questo punto, prevedo accadere domenica prossima, come ho appena avuto modo di spiegare

Ci penso cinque minuti.

Ecco ho deciso ci provo. E’ difficile perchè si tratta di una rielaborazione, di un’interpretazione non dico della mia esistenza tutta ma certamente di questi ultimi anni che insomma.
La verità è che ho tanto lottato perchè come diceva Capossela non volevo uscire trovarmi un posto l’appartamentino le ferie in agosto pagare i soldi del mutuo e l’affitto la carta da bollo per ogni diritto, ho tanto lottato per non trovarmi a vivere così e in fin dei conti mi sembra che fino ad ora ci sono riuscita, mi sembra, mi sembra di vivere in questa maniera che è un po’ quello che volevo io, andare in giro e blabla non sapere mai come va a finire e nemmeno poi come comincia, potermi permettere di venirmene un anno a Londra perchè non ho nessun capo che mi licenzia e poi prendere andarmene in tour conoscere le persone e andare via prima che la festa sia finita proprio come una misteriosa cenerentola

epperò c’è qualcosa che non funziona, c’è qualcosa che non funziona, perchè alla fine per fuggire alla routine ho dovuto costruirimi una specie di percorso dell’antiroutine, e lo devo seguire tutti i giorni, tutti i santi giorni uno dopo l’altro, e non c’è un sabato che sia veramente un sabato, non c’è una domenica che sia una domenica, è tutto strutturalmente strutturato in modo da essere un benedetto casino, e finisce che per vivere devo fare delle cose che mi rompono egualmente le gonadi dei lavori che facevo prima, con la differenza che prima c’era per lo meno la così detta possibilità di carriera, c’era che ero giovane e talentuosa e menate varie e ce la mettevo tutta e facevo le cose come si deve e allora anche se i lavori mi rompevano mi davano pure una certa soddisfazione e finiva persino che potevo fare la dichiarazione dei redditi, mioddio, per lo stato esistevo in quanto percettrice di reddito, mentre adesso guadagno così poco che non me la fanno fare, la dichiarazione dei redditi, e per lo stato non esisto che va bene, per carità, va benissimo, non chiedevo di meglio che di smettere di esistere per uno stato che fino ad ora diciamo che mi ha piuttosto fottuta però cazzo cazzo cazzo, questa routine dell’antiroutine non è emozionante non è carica di colpi di scena non è imprevedibile è noiosa è propriamente noiosa e null’altro e io mi annoio, solo che mi annoio con molti meno sogni di prima, mi annoio con molte meno lotte di prima, mi annoio come uno si può annoiare a trentun’anni se si rende conto che la sua vita non ha molte possibilità di migliorare e che se tutto va bene le cose continueranno per sempre ad andare più o meno così, sbarcare il lunario, proprio, sopravvivere, pulire il culo ai figli degli altri se non si riesce ad arrivare alla fine del mese

e infine voglio fare una considerazione una porchissima considerazione ecco

io osservo la mia vita in continuazione, la metto a posto la guardo e la riguardo come un quadro in continua evoluzione la guardo cambio un dettaglio o a volte una cosa più grande vedo quello che può diventare e faccio di tutto per farla diventare quello che vorrei io; ma a volte guardo il quadro che sto dipingendo e non mi piace, non mi piace, può capitare jesuschristsuperstar che non mi piaccia il mio quadro e siccome questa è la mia vita ed è l’unica che ho, fino a prova contraria, mi fermo a riflettere, ne parlo con le persone a me vicine, a volte lo scrivo sul blog altre lo dico in radio altre ancora faccio tutte e due insomma ci perdo del tempo perchè la mia vita è l’unica cosa che ho, e quando non va bene mi preoccupo, mi preoccupo moltissimo, a volte mi deprimo anche.

E non è che solo perchè uno fa l’artista (e ce lo caghi che sei un artista, direbbe Pentothal) non ha diritto a preoccuparsi ed eventualmente a lamentarsi. Tutti si fanno il culo? Anche la sottoscritta si fa il culo, e dunque ha lo stesso diritto alla lamentazione di tutti gli altri. Solo che magari mi lamento di una cosa che qualcun altro potrebbe dire ma come fai a lamentarti per questa cosa qui? Io mi taglierei una zampa per averla. Oh, amico mio, nel tal caso sono problemi tuoi.

Io mi lamento quando la mia vita non va bene e se per caso c’è qualcuno che non si vuole ascoltare o leggere o ciucciare le mie sacrosante lamentazioni basta che si chiarisca tra se e sé e non mi ascolti.
Il mondo è pieno di persone che aprono la bocca e dunque amici e amiche se non vi piace quello che produce la bocca mia mioddio, ma chi vi obbliga? Ditemelo chi è che lo vado a menare. Cambiate canale, digitate un altro blog, squagliatevi e lasciatemi libera di lamentarmi delle lamentele mie.

Uff.

 

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Feb 13 2010

carnevale, altro che halloween

Published by lucilla under londra, società, carla, vitantonio

Non so se l’ho gia’ scritto, ma sicuramente l’ho già detto a molti e in diverse occasioni perchè è uno dei tarli con cui consumo la pazienza di amici e ascoltatori, comunque.
Al sud il carnevale comincia il 17 gennaio.
Non importa quando finisca, ma comincia il 17 gennaio, giorno di sant’Antuono nonchè anniversario di nascita della sottoscritta me medesima.
Quando ero piccola i miei genitori per festeggiare la nascita della loro primogenita organizzavano la prima festa in maschera del carnevale. Ogni anno il 17 gennaio compagni di scuola amici e parenti popolavano la nostra casa abbarbicata in cima a Limosano (per eventuali note geografiche e sociologiche ricordo che ho un intero spettacolo su Limosano, che è in tour e disponibile alla vendita).
Uno spettacolo. Mia mamma faceva i krapfen (che si chiamavano “le graffe”), gli struffoli, le chiacchiere e le frittelle. Le frittelle di mia mamma! Piene d’olio e inzuccherate come si conveniva, che mangiandotele diventavi una frittella pure tu, tutta unta con lo zucchero ancora caldo che si appiccicava ovunque e piu’ provavi a liberartene più ti spalmavi. Poi c’erano le bevande e in via del tutto eccezionale si compravano la cocacola e la fanta. A volte pure la sprite. E le caramelle i biscotti cose pazze cose pazze!!!
E c’erano i costumi. Tutti venivano travestiti. Per i maschi andava molto di moda Zorro o il pirata ma c’erano anche alcuni arabi, un paio di pinocchi, i toreri, i lupi, i fantasmi e gli orsi. Per le femmine la gamma era molto più vasta, si andava dalle damine a cappuccetto rosso a tutta la serie delle favole compresa la serenetta che era un po’ complicata ma ogni tanto qualche mamma ci provava comunque, a imbalsamare le zampine della povera figlioletta. Io mi vestivo da cappuccetto rosso o da principessa o da odalisca (questo dopo aver visto alla tivvù  una serie che si chiamava “il segreto del sahara”).
Un anno mi sono vestita da colombina e per l’occasione ho imparato un piccolo sketch di commedia dell’arte -non potevo immaginare che fosse l’inizio di una lunghissima tragedia, ahimè- un altro anno ho fatto la fata turchina con le trecce blu. Anche mia sorella aveva dei costumi bellissimi.
E poi arrivava il momento della festa, dopo ore e ore di preparativi, e i miei organizzavano giochi meravigliosi, cacce al tesoro,balli con la scopa, rincorse, diventavano due giullari di prima categoria e tutto era messo a punto perchè noi, i bambini, ci divertissimo il piu’ possibile. Papà faceva il dj e l’arbitro, mamma la valletta e la direttrice dei giochi.
Infine arrivava la torta e il momento delle fotografie. Mio padre cacciava fuori la sua macchinetta supermanuale marca zenit che pesava un quintale e ci ordinava di metterci tutti attorno alla torta e di sorridere. Il problema è che a quel punto i trucchi erano sfatti dal sudore e dallo zucchero delle frittelle, i clown erano diventati dei mascheroni, le principesse delle streghe, i costumi si erano mezzi distrutti e noi eravamo stanchi morti dal ridere dal rincorrere e dall’abbuffarci. E le fotografie duravano tantissimo. TANTISSIMO!!! Prima la foto con la famiglia. Poi coi compagni di classe. Poi con gli amici venuti da lontano. Poi con tutti. Poi qualcuna si doveva rifare. E intanto i più piccoli si erano stufati e volevano la torta. Le candeline colavano cera sulla panna e io spegnevo candeline a più non posso mentre qualcuno già affondava le zampe nel pan di spagna e dunque ci sono queste testimonianze surreali di bambini travestiti sfatti che si inzaccherano con la torta e le stelle filanti.

Dopo la torta la festa cominciava a scemare e io ero proprio felice, felicissima.
Per questo il carnevale è sempre stata la mia festa preferita. Poi gli anni di Padaniacity hanno regalato al mio carnevale la sua aria rivoluzionaria e satirica, e la scuola di teatro mi ha fatto ritornare al carnevale degli attori e dei buffoni. Ho trascorso molti carnevali a Venezia e mi sono inebriata di quell’aria senza tempo,ho danzato con maschere di sconosciuti e camminato esausta per le calli, trascorso nottate in stazione aspettando il primo treno per Padaniacity e fumando l’ultima canna, mi sono stipata in vagoni traboccanti di coriandoli e mi sono ritrovata i pezzettini colorati nei vestiti intere settimane più tardi. Ho visto ragazze travestite da macchinette del caffè ballare la macarena con cavalieri travestiti da rotoli di carta igienica.

E ogni tanto ho dovuto mancare il carnevale. Ogni anno trascorso senza una festa in maschera è stato per me una grande tristezza. Quest’anno sono qua, a Londra, dove il carnevale non sanno manco cosa sia, e leggo di feste in maschera e parate e mi mancano, mi manca il carnevale, mi mancano gli scherzi e le uova marce che ci tiravamo fuori da scuola alle medie e che al tempo, ovviamente, detestavo.

Voglio che torni un carnevale per me.

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Feb 07 2010

racconto pulp del fine settimana

Published by lucilla under londra, società, carla, vitantonio

Una settimanella niente male, ecco, ogni giorno mi sono svegliata con l’imbecille sorriso della quasi ex giovane speranzosa che dice si, oggi ce la posso fare, oggi metto la così detta controtendenza e vedrai che sole vedrai che pedalata felice e soleggiata, e ogni sera sono andata a letto incazzata nera perchè non ne imbroccavo una, dico, una.
Ma tanto per rendere l’idea di cosa vuol dire quando  dei, demoni appartenenti a varie religioni, spiriti di filosofi ormai morti, cattiva sorte, destino, astrologi cartomanti e costellazioni si riuniscono a banchetto e decidono di dare del filo da torcere alla sottoscritta (e poi tanto per sottilizzare che cazzo di filo è?il superfilo intorcibile di 007?)
dicevo tanto per dare l’idea di cosa vuol dire “condizioni avverse”, vorrei raccontare la mia giornatina di venerdì. Mi sveglio ore sette con tutta l’intenzione di prepararmi un pranzo salutare e proteico visto che nell’ultima sttimana ho mangiato a base di diabete e colesterolo. Nei miei piani ci metterò minuti quindici a prepararmi il pranzo e poi mi dedicherò allo studio e, possibilmente alla scrittura. Invece ci metto minuti ventotto e dico ventotto soltanto per aprire la stronzissima scatoletta di tonno. Non voglio scendere nei particolari, si possono immaginare tentativi di dritto, di rovescio, cambi di apriscatola e di angolatura, martellamenti e coltellate, pezzetti di tonno impazziti che schizzano da una parte all’altra della cucina con grande felicità ed entusiasmo del gatto, goccioline di sudore che mi cadono dalla fronte miracolosamente mischiandosi all’insalata e ditini tagliati. Adesso penso con angoscia alla seconda scatoletta, che giace nella mia dispensa, e che prima o poi dovrò consumare.

E vabbè. Finisce che invece di studiare piego la biancheria e mi avvio di buona lena, incurante dei nefasti presagi  portatimi dalla scatoletta di tonno. In bicicletta la salita è sempre dura e rischio un paio di volte la morte violenta. Bestemmio in diversi idiomi ma proseguo verso una lezione di mimo che è a dir poco catastrofica. Mi tocca il duetto amoroso col mio piccolo fratellino canadese Sasha. Una tragedia. Mi si spezza la schiena, mi si gonfiano le ginocchia, i brufoletti mi esplodono dallo sforzo, muto. Anche Sasha non se la passa troppo bene, siamo tutti contorti in un improbabile tentativo di poesia corporea, più che i promessi sposi sembriamo Don Abbondio e la sua Perpetua.
Finalmente arrivano le ore quattordici e sempre in bicicletta mi precipito a prelevare il moccioso a scuola, lui mi accoglie con il suo solito palo al culo e io sorrido, so che per lo meno il venerdì avrò molte faccende domestiche da svolgere e non me lo dovrò sorbire che per pochi minuti.
Giungiamo nella sua stronzissima casa senza riscaldamento e sento che il mio telefono vibra ben due volte: sono due messaggi di lavoro per fare la modella in posti interessanti assai ma io dico vabbè rispondo dopo mi pare brutto. Mi metto a pulire il cesso mentre il moccioso si fa i suoi compiti di francese senza capirci una cippalippa, non che brilli di talento per le lingue. Mi suona il telefono. Il telefono è nella tasca posteriore dei miei jeans usati. Ho i guanti di plastica perchè sto pulendo appunto il cesso, ma non in senso lato, sto proprio specificamente mettendo la candeggina nella tazza del cesso dove il moccioso produce i suoi nobilissimi, english, polite escrementi. Penso occhei carla adesso piano piano prendi il telefono ma con delicatezza perchè hai i guanti sai mai che ti scivola e cade per terra.
Il telefono continua a squillare con insistenza e io penso chissà chi cazzo è, penso proprio così, penso chissà chi cazzo è che mi chiama con tanta ostinazione sarà forse la mamma del nobile moccioso indosassone che mi chiede di andare a prelevare anche l’altro nobilissimo erede della sua dinastia. E mentre penso a tutto questo acchiappo il telefono ma il telefono si ribella e in un triplo carpiato capovolto guizza fuori dalle mie mani e si dirige esattamente verso il buco della tazza del cesso che sto pulendo. Io agilissimo mimo mi protendo in un acrobatico tentativo di recupero ma il telefono ha ormai preso la sua decisione definitiva e si vuole suicidare nella candeggina a nulla valgono i miei agili e rapidi tentativi di salvataggio il telefono lentamente affonda nella candeggina, esattamente nel buco della stronzissima tazza del cesso. E allora io proprio come Maria nelle presidentesse affondo i guanti gialli ovvero le mie tenere manine nella tazza del cesso e provo a recuperare in extremis il telefono suicida ma egli guizza e sfugge. Ci metto molto più del previsto. Quando ci riesco a nulla valgono i tentativi di rianimare l’esserino che giace immobile e muto tra le mie mani gialle. E’ irrevocabilmente, definitivamente morto, insieme a tutti i miei numeri di telefono, a due messaggi di lavoro che non so come recuperare, alla telefonata della nobilissima mamma e chissà a quante altre cose. Non ci voglio manco pensare.

Qualcuno potrebbe pensare che una giornata così è già abbastanza, che ci sono già tutte le caratteristiche necessarie e sufficienti per chiamare il padre esorcista. Ebbene questo qualcuno è sicuramente una persona ottimista.
Infatti finite le mie ore di lavoro mi avvio mestamente verso casa e scopro che la mia fermata dell’autobus è chiusa dunque devo continuare a scarpinare sotto la fottutissima pioggia inglese fino alla fermata successiva, e ovviamente l’autobus mi passa davanti a trenta metri dalla fermata, a nulla vale la mia corsa forsennata, l’autobus implacabile va verso il suo destino e non si ferma. Mi rassegno ad aspettare il successivo e quando finalmente ci salgo e mi siedo mi giro e vedo un cazzo.
Esattamente, fuori di metafora, vedo un cazzo semieretto e presumibilmente sporco, nell’atto di essere manipolato dalle mani del suo legittimo proprietario che all’uopo si è opportunamente calato i pantaloni. Un atto più che legittimo, dirà qualcuno, la masturbazione come estremo atto adulto di ribellione alla dittatura della coppia, e io giuro che sono d’accordo ma ecco diciamo che così, nell’autobus, alle settemmezza di sera, in mezzo a bambini che tornano dalla lezione di tennis e a povere lavoratrici senza telefono che si apprestano a una serata solitaria e meditativa ecco, mi pare un tantino esagerato.
Ovviamente gli inglesi sono così polite che nessuno di loro dice niente e il legittimo proprietario del cazzo arriva tranquillamente alla fine. Adesso senza scendere nei dettagli mi picco di sottolineare che da ora in poi mi sarà davvero difficile sedere sul sedile di un autobus inglese senza pensare ai piccoli sperimatozoi meditabondi e fuggitivi del legittimo proprietario del cazzo di cui sopra.
Per fortuna che su “cioè” ti spiegano che se ti siedi sul sedile sporco di sperma non puoi rimanere incinta, altrimenti mi sarebbe persino venuto il dubbio.
Solo a questo punto dell’opera, con rispetto e politeness l’autista parla al microfono e chiede gentilmente al cazzo di rientrare nei ranghi.
Ma nel frattempo io sono arrivata alla mia fermata (venti minuti di tragitto, alla faccia dell’eiaculazione precoce) e mi fiondo un tantino scossa fuori dal rosso autobus sperando che nella mia dispensa ci sia almeno una birra residua.
Con un fine settimana che comincia così, il resto non vale proprio la pena di essere raccontato.

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Dic 26 2009

ancora marrakesh

Published by lucilla under società, uudm, viaggi, carla, vitantonio

Ancora Marrakesh e i venditori che ti si attaccano alle sottane. Mi pare che in Marocco l’attività fondamentale degli esseri viventi sia elemosinare cibo o danaro. Un gatto mi guarda così intensamente mentre mangio la mia tajine che finisce che mi sento in colpa e gli do un osso. Una signora mi bracca nel mezzo della place e mi dice che per regalo mi fa un hennè, io cerco di andarmene ma la signora, che è il triplo di me, mi afferra il polso e comincia a disegnare mio malgrado mentre ripeto ossessivamente signora non ho soldi guardi che non ho soldi. Arriva la sua amica a dirmi che devo darle dei soldi perchè ha dei figli a carico e io provo a spiegare la storia del regalo ma mi rendo conto troppo tardi che si tratta della solita trappola per turisti. Mi impunto, le due alzano la voce, io la alzo ancora di più e finisce che le tipe si ripigliano l’hennè e se ne vanno indignate per la mia tirchieria. Oh, che tra parentesi, a me l’hennè non è che mi piaccia poi tanto.

Marrakesh e una pioggerellina tiepida, la scuola coranica che è poco meno o poco più di un museo, ci rimango quasi male quando mi dicono, all’entrata, che non devo tirarmi il velo sulla testa. Eppure ancora si respira l’aria di quella concentrazione possibile solo in uno spazio così intensamente dedicato allo studio. Quasi mi dimentico che la scuola coranica era solo per i maschi. Passiamo velocemente dalla scuola coranica al museo di Marrakesh, all’interno del quale ci sono numerosissime opere di bruttezza e inutilità sorprendenti, eppure l’edificio vale la pena di pagare il biglietto e di vedersi le patacche affisse ai muri. Improvvisamente mi tornano in mente tutti i libri di architettura islamica studiati quando scrivevo lo spettacolo su Rabi’a e finalmente i nomi acquistano forme degne di tutte le ore trascorse sulle pagine cercando di immaginarmi spazi. E adesso eccomi qua. Il centro, la luce che entra, le finestre che dissimulano, i piani rialzati, i divani che popolano gli angoli, le maioliche accuratamente accostate, l’acqua il cielo le aperture pensate per creare correnti d’aria a sollevare dall’afa dell’estate lunghissima. Sono qui in mezzo e finalmente ci capisco qualcosa. Poco poco, ma qualcosa.
Camminare per la Medina è una scommessa persa in partenza. Andiamo a tentoni, ci perdiamo e ci troviamo innumerevoli volte, l’unico modo per capire che siamo nei pressi del luogo che dobbiamo visitare è visualizzare la presenza di negozi per turisti. Innumerevoli volte crediamo di trovarci a destra e siamo a sinistra, ma per un dirham qualsiasi abitante della medina è disposto a regalarti informazioni, non importa se giuste o sbagliate. Ci rassegnamo a fare anche noi la fine del turista braccato, non siamo più intelligenti di tutti gli altri, e probabilmente non siamo neppure i più poveri. Le giornate si snocciolano tra chai b’nana sorbiti sulla cima di una terrazza e passeggiate alla ricerca della jallaba che fa per me, quella che mi porterò via. Le cicogne sulla cima del palace el badhi ci ignorano e si addormentano al tramonto sui loro nidi giganteschi mentre noi giriamo per ciò che resta di uno sfarzo lontanissimo. Pare cheil Marocco sia la storia di un avvicendarsi piuttosto rapido di dinastie di reggenti che come prima cosa distruggevano quello che avevano fatto i loro predecessori, sai mai che si potesse riconoscere la traccia di qualcosa. Un revisionismo storico alla marocchina che parte dall’architettura, come dire, dalle fondamenta. Ci perdiamo nella kashba e non riusciamo ad arrivare alle tombe di non so che. Ma in compenso scopriamo la strada per la mellah. E il pomeriggio dopo entriamo attraverso il souq nel quartiere ebreo, l’odore delle spezie ci accoglie all’ingresso, l’aria è diversa, non sembra quasi di stare a Marrakesh. Uno speziale ci invita a scoprire i segreti delle sue erbe. Prendiamo un chai, ci insegna a preparare un chai berbero e a fare impacchi di eucalipto, di argilla bianca e di argan, ci mostra le sue fotografie e mi regala una specie di rossetto naturale contenuto in un piccolo coccio. E’ l’acquisto più bello di tutto il viaggio. Usciamo dalla sua bottega che è già buio e la mellah non è per nulla accogliente. Tutti per la strada ci consigliano di andare via, noi decidiamo di ascoltare i consigli e ci regaliamo un abbuffè in albergo. A me gli abbuffè mi piacciono un sacco, anche se poi finisce che sono piena molto prima di quanto non vorrei, e non ho spazio per il dolce.
Il giorno dopo ci alziamo presto e partiamo per Ouarzazade.

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Dic 16 2009

un freddo porco, per usare un eufemismo

Ehilà, dice che in Italia nevica. Ebbene qui a Londra non abbiamo questo onore ma in compenso il primo ministro non va in giro a beccarsi miniature del London Bridge in faccia per poi dire che si tratta di un atto di terrorismo.
Certo se la terrorista fossi stata io, a questo punto, visto che comunque mi avrebbero chiamata terrorista, l’avrei fatto un po’ meglio, il lavoro.
Le notizie dal belpaese non sono affatto confortanti ammettiamolo e la sottoscritta e’ alquanto preoccupata. Il genitore appunto ieri mi consigliava di non rientrare mai piu’ se non per fugaci visite alla famiglia. Dice che non c’è più la libertà. Non so se qualcuno si ricorda la canzoncina di Giorgio Gaber. La libertàààààà è partecipaziooooooooooneeeee.
Eh appunto.
A che cosa dobbiamo partecipare? Fra pochi giorni faranno una legge speciale antipopoloviola, ve lo dico io. Oddio sono catastrofista? Sarà il natale che mi stressa, sarà che quando devo mettere piede in Italia ho sempre paura che mi arrestino perchè non ho il passaporto padano, sarà sarà, sarà quel che sarà, e io me ne sto a guardà?
Che faccio? L’artista si disimpegna?
Domande senza risposta.
Intanto qui sull’isola i giorni corrono velooooci (più di quanto potessi desiderare…. citazione per i colti e i nostalgici) e io mi trovo a dover fare il mio primo spettacolo di fine termine domani mattina! Mi sono cucita un’imbottitura bellissima per le tette e sembra che c’ho la sesta, una meraviglia, sono la sorella segreta di Betty Boop.
E’ cominciata la trafila delle cene di natale ma io non mi spavento, stomaco corazzato e molti addominali ogni mattina, oltre che una buona dose di km in bicicletta, mi sostengono in questa crociata contro il grasso infedele.
Ieri poi mi sono trovata a festeggiare con i miei compagni ebrei la festa di Hannukah e oh, devo ammettere, in quel momento, mentre Lotan accendeva le candeline e i maschi cantavano coprendosi la testa mi sono quasi commossa.
Sarà che gli ebrei sono in fin dei conti persone che la casa non cel’hanno da nessuna parte e vivono con questo struggimento di una terra che qualcuno ha loro promesso e poi sel’è scordata. Tanto che non esiste più.

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Ott 11 2009

walking around London

Published by lucilla under londra, società, carla, vitantonio, politica

Ieri sera ci ho avuto un fancy dress party ovvero una festa in maschera. A me le feste in maschera mi piacciono tantissimo. Quando ero piccola non vedevo l’ora che arrivasse il mio compleanno per fare la festa in maschera. Infatti sono nata il 17 gennaio giorno dedicato a Santo Antonio Abate, santo dell’inizio e della fine, Sant’Antuono Sant’Antuono tecchete o viecchi’e daccie o nuovo ! A Sant’Antuono da  noi, al Sud, comincia il carnevale. Non importa quando finirà, la data d’inizio è sempre la stessa, il 17 gennaio. E quando ero piccola la prima festa in maschera dell’anno era proprio in occasione del mio compleanno. Una figata. Mia mamma mi faceva gli struffoli, le chiacchiere e le graffe, una specie di ciambellina fatta con le patate, che delizia. Poi c’erano rimasugli di panettoni e pandori, torroni croccanti caramelle schifezze varie e ovviamente la coca cola e l’aranciata. Io preferivo la cocacola. Ma se c’era la sprite, se c’era la sprite allora anche la cocacola passava al secondo posto.
Mi vestivo da principessa, da fata turchina, da cappuccetto rosso e da odalisca. Ieri sera invece mi sono vestita da diavolessa. C’avevo una parrucca rosa con due cornini argentati che era proprio un biggiù. E sotto un tutù rosso tutto scintillante. Una meraviglia di costume. Julieta mi aveva dipinto la faccia con i suoi colori speciali ed era venuta fuori una maschera bellassai.
Una festa singolare alquanto, se non altro perchè il reparto alimentari rispettava le necessità alimentari e religiose di tutti gli invitati, che coincidevano in buona parte con gli allievi della scuola: cose senza formaggio per me che sono allergica e la mia religione non me lo permette, cose senza porco per Lotan e Oleg che sono ebrei e per Tuba che è mussulmana, cose vegane per Carmen che è buddista, cose senza glutine per qualcun altro che è celiaco. Il buffet era decisamente buffo, con tutte le indicazioni scritte a mano, ma l’effetto integrazione totale era strabiliante.
La cosa più bella di tutte, però, è stata tornare a casa a piedi. A piedi!!! Erano  due anni e mezzo che non uscivo la sera per tornare a casa a piedi. Una sensazione bellissima, davvero. Chi lo avrebbe mai detto, che proprio in questa immensa Londra avrei potuto passeggiare fino a casa a mezzanotte!!!

Stamane poi, domenica solitaria, meteorologia interna variabile, tempo incerto, obiettivi poco chiari. Mi scaravento su un bus per portare il culone fino a Brick Lane, in cerca di una catena per la mia nuova bicicletta. Eh si. Ho una bicicletta! Da domani nuove avventure mi aspettano, ammesso che io capisca come si fa a guidare tenendo sempre la sinistra.  Dopo aver girato tutti i ricettatori dell’east end mi sono fornita di una catena di kili due, che sarà la compagna fedele di questi mesi.
Ma intanto entrambi i miei occhietti miopi, uno da una parte e uno dall’altra, si guardano intorno e registrano. Nel mio quartiere sgambettano decine di bambini ebrei ortodossi, figli di altrettanto ortodossi padri ebrei  costretti dalla loro religione a portare enormi cappelli circolari di pelliccia, pastrani e calzette bianche. Si fermano ad aspettare l’autobus che li porterà in sinagoga insieme a donne che indossano il burqa, appena uscite dalla moschea. Di fronte a me una macelleria halal e un negozio vegan che recita “questo è un negozio che rispetta le regole dell’ambiente e della natura”…

Io penso a quello che mi raccontano dell’Italia, ai burqa nelle scuole, ai crocifissi nelle aule, e sono proprio contenta di stare qui, ora.

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Set 30 2009

catercippalippa


Proprio ieri pomeriggio riflettevo sul fatto che i racconti di lucilla vanno in onda ogni martedì dalle 1830 alle 19.

Sembra un messaggio pubblicitario, lo so, ma non lo è.

E’ invece l’inizio di una profonda riflessione esistenziale e sociologica. Perchè è un orario un po’ amaro. Io lo avevo scelto così, ingenuamente, pensando che è proprio un bell’orario, uno finisce all’incirca di lavorare (o sta per cominciare, come succede a me) e si ascolta i racconti di lucilla che diciamolo, intrattengono, sollevano, fanno persino un po’ ridere. Solo ieri mi sono resa conto di essere in concorrenza con uno dei programmi più ascoltati della radio d’oggigiorno ovvero caterpillar.
Adesso io voglio dire una cosa.
Molti molti anni fa, ascoltando caterpillar, mi sembrava proprio un bel programma. Si riuscivano a trattare temi importanti con ironia e leggerezza, si parlava di ambiente, di iniziative singolari e blablabla. Insomma caterpillar era veramente “un’altra voce”, e io la ascoltavo volentieri. Ma stiamo parlando di molti molti anni fa. E’ da diverso tempo infatti che ho cambiato opinione, i due conduttori mi sembrano velatamente maschilisti, un po’ spocchiosi e pure discretamente ignoranti. Però mi son detta ma via, sarò io che come al solito sono ipercritica, è il mio ego ipertrofico, sono io che penso sempre di poter fare meglio degli altri, insomma ho pensato vitantò, metti un freno alla tua ambizione e alla tua spocchia, sarà mica un caso se questi stanno su radiodue e tu stai su radiokairos. (Senza nulla togliere a radiokairos ma insomma, ma almeno una differenza nel tipo di contratto, converrete compagne e compagni di radiokairos, ci sta, se non altro negli zeri).

E così ieri, nella migliore tradizione della sinistra, ho provato a fare autocritica e ho acceso radiodue mentre andava in onda caterpillar.
Lettori e lettrici.
Io vi invito sinceramente a sentire il podcast della puntata di ieri 29 settembre.

Ma dico io!!!

orse ho avuto la sfiga di ascoltare la puntata sbagliata, fatto sta che i due conduttori provavano a fare quelli che vogliono le pari opportunità e contattavano esponenti di associazioni di donne che si battevano per le pari opportunità in politica.

Madonnina delle rose!!!!

Oltre a non essere in grado di fare discorsi di genere non si erano manco informati su quello di cui stavano parlando, e provavano a fare dell’ironia spiccia con l’intervistata che, per loro disgrazia, era invece una donna piuttosto preparata e ha continuato un discorso serio e sensato scansando una dopo l’altra le battute e gli interventi assolutamente fuori luogo dei caterpilli. Ero indignata. Dopo aver sentito Ardemagni dire che “al salone di milano c’è molta gnocca” non pensavo di ascoltare discorsi parimenti veteromachisti su radiodue. Ora dico io. Se uno vuole far finta di essere emancipato e non lo è, e per questo prende qualche scivolone, e se tutto questo capita su una radiolina privata tipo radiocelhoduro, fin qui tutto bene. Ma su radiodue, all’interno di un programma che vuole fare la voce alternativa, che lancia campagne di sensibilizzazione sui temi più svariati, un discorso così io non lo posso sopportare.

Forse i conduttori di caterpillar dovrebbero fare un corso di aggiornamento. Glie lo potremmo tenere io e le ragazze di Guai a chi ci tocca. E potremo allargarlo anche a molti dei conduttori di radiorai. Sarebbe un’esperienza sicuramente singolare, io potrei scrivere un libro sui conduttori rai come casi sociali e forse Feltrinelli me lo pubblicherebbe, visto che ha pubblicato pure simili libelli di uno dei conduttori di caterpillar.

Il mio ego ipertrofico suggerisce che forse si, forse è proprio un caso, se io e i compagni e le compagne di radio kairos siamo a radio kairos a lavorare aggratis e quelli di radio due stanno su radio due.

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