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Nov 28 2013

sapor di bottarga

La bottarga non l’avevo mangiata mai perchè da noi non esisteva. Me la immaginavo come una sorta di animale strano che i sardi mangiano crudo e sanguinolento, come si confà al loro temperamento focoso e originario, vagamente tendende al primitivo.

Poi una volta, erano i tempi in cui se aprivi un blog era capace che ti facevi degli amici e magari pure un innamorato via internet, una volta attraverso il mio primo blog entrai in contatto con un figuro, con un tale, con un valente cavaliere, insomma, con un uomo che venne fino a Padaniacity soltanto per andare a vedere la mostra di Venezia con me.
Adesso, io voglio dire, il maschio italiano ha tanti difetti, tanti. Potrei scrivere una lista da qua all’Italia, davvero, ma in una cosa è ineguagliabile: il maschio italiano, in fase di conquista, può fare di tutto. Ma veramente DI TUTTO. E questo ci vizia, a noi fanciulle italiane, che ci abituiamo a questo maschio che ci porta a cena sulla luna e ci ubriaca d’ambrosia, per poi trasformarsi in un mostro dopo due mesi di convivenza.

 Parentesi. Non accetto discussioni su quanto ho appena scritto. Lo so che ci sono dei maschi diversi, sebbene italiani. Non avete bisogno di ripetermelo. Se vi sentite attaccati è perchè avete la coda di paglia, e allora vi ci vuole uno psicologo bravo. Il maschio italiano, di norma, si trasforma in un mostro di pigrizia e disinteresse non appena terminata la fase della conquista. Maschio italiano, se pensi che non sia vero seducimi e poi trascorri con me tutto il resto della vita senza diventare stronzo, insolente, noioso, pigro, aggressivo, incapace di comunicare, disinteressato a me e alla mia vita e violento.

Fine della parentesi.
La bottarga. Allora questo mio amico-di-blog mi invitò, una volta, nella sua lontanissima metropoli. E io ci andai perchè sì. E mangiai la mia prima bottarga. Che non me la dimenticherò mai. Ero distrutta. Lavoravo a Prato e il giorno prima avevo fatto forse uno spettacolo, poi erano momenti in cui la denutrizione similtossica andava molto di moda e insomma, ero abbastanza patita, ma lui era così divertente, e la bottarga era così buona che dopo alcuni mesi chiamai la mia bicicletta Bottarga.
Su Bottarga sfrecciai per Padaniacity per mesi e mesi, anche se il mio amico-di-blog lo persi di vista per non pochi anni.

Giunse infine il momento in cui approdai all’isola meravigliosa che ancora adesso è la mia isola preferita. Un amico accolse me e quello stronzo che era il mio fidanzato allora, senza peraltro fare troppi commenti su quanto lui fosse insopportabile, e per questo lo ringraziai e lo ringrazio. L’amico mi fece mangiare nel centro storico di Cagliari, le anemoni fritte e la bottarga fresca fresca, che devi decidere tu quanta mettercene, perchè la bottarga è una questione privata.

Eh sì che lo è. Io amo il piatto ricolmo di bottarga, amo sentire gli ovetti sul palato a ogni boccone, amo percepire l’odore un po’ amarognolo che mi riempie le narici. Non mi piace “la spruzzatina” di bottarga. Non è per me. La spruzzatina è una faccenda borghese, delicata, come quelli che riescono a mangiare solo un cioccolatino. No, io voglio la scatola.

La Sardegna bellissima divenne presto la casa dove amavo tornare e dove mi sentii accolta come femmina e come attrice proprio nei momenti in cui la mia vita privata crollava e non capivo niente di quello che ero stata, di quello che ero, di quello che sarei diventata.
D’estate si andava a un festival teatrale meraviglioso, che incarnava proprio la mia idea del festival teatrale, come non ce n’erano più sul continente (che in sardo vuol dire “in Italia”). Si beveva acquavite e si mangiavano spaghetti alla bottarga, si prendeva il caffè al bar prima di andare a tenere il laboratorio o a montare per lo spettacolo. La vita era colorata, intensa, e impregnata del gusto di bottarga.

E quando per l’ultima volta lasciai la Sardegna pensando che ci sarei tornata presto (e invece, più), un’amica mi spedì a Bologna una bustina della bottarga migliore per darmi conforto in una casa che non sentivo ancora mia, in una città che mi ricordava troppe cose che non amavo e dove spesso non riuscivo a ritrovarmi.

Ora che sto qui, in Asia, la mia mamma mi manda ogni tanto un vasetto di bottarga. I cinesi secondo me inorridiscono all’odore, perchè loro non hanno niente di tutto questo. Lasciano che i pacchetti di mia madre passino la frontiera e la bottarga mi arriva fino a qui, dove ne mangio un pochino ogni volta che mi sembra di essere tutta sbagliata, così sbagliata da essermi meritata il maschio italiano di cui sopra.

La bottarga è una faccenda da sbrigare in solitudine, e io di rado la condivido. Soltanto una volta, quando mi parve di avere incontrato una pelle profumatissima e una voce che mi faceva sorridere, preparai sul terrazzo della mia prima casina una cenetta romantica a base di bottarga.

 

(Intesi come un segnale positivo il fatto che il proprietario della voce e della pelle
apprezzò la bottarga e me ne chiese ancora). 

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Ago 19 2013

Le conseguenze dell’amore e menate varie.

Succede così che a un certo punto sono svelati tutti i trucchi e la ragazza nella cassapanca non verrà più tagliata a metà. I miei occhi lo vedono bene, che rimane tutta intera, come pure vedono il fazzoletto nascosto nella giacca, l’uovo, il cappello dal doppio fondo e tutto il resto.

L’amore diventa un grosso e patetico baraccone, ognuno ripete la sua parte perché ci è stato insegnato che si fa così, che questo circo è il futuro che ci spetta, e dunque replichiamo lo stesso copione all’infinito alla ricerca della storia col lieto fine.

 

Che tuttavia non arriva, perché i paramenti dei cavalli sono sdruciti, c’è puzza di merda tutt’intorno, l’uomo più forte del mondo si è dopato ed è lì con la testa tra le mani che cerca disperatamente un po’ di ketamina, la ragazza fuscello ha scoperto il femminismo e il diritto a pesare più di quaranta chili, e niente sarà mai più come prima.

 

Lo spettacolo è stato meraviglioso e incantevole fino a un certo punto, ricordo ancora con quanta gioia mi prestavo ad ogni replica, e proprio come nel teatro vero nessuno spettacolo era uguale al precedente, non esistevano copie, c’erano solo sentimenti nuovi che nascevano ogni volta e fiorivano e si manifestavano in tutti i loro fuochi d’artificio e luccichii e colpi di scena. Tutto era così plateale. Ti ricordi le canzoni dedicate durante i tuoi concerti? E quella volta che abbassasti l’attaccapanni a muro per farmi capire che volevi che venissi a vivere con te? Ti ricordi di quando apparisti in quella città sconosciuta mentre facevo uno spettacolo, solo per dirmi che volevi stare con me? Ti ricordi quando mi chiamavi Luce e camminavamo tutta la notte per le strade della città alla ricerca di cose che esistevano solo dentro di noi? Tu, voi, io, tutti insieme, diversi e comunque sbagliati nell’accoppiamento. Tappeti di rose stesi per darmi il benvenuto in una casa, sassi lanciati contro la mia finestra alle cinque del mattino, viaggi interminabili in autostop per raggiungermi e dirmi che il nostro tempo era adesso. Ogni volta era diverso, bellissimo, intenso, ogni volta pareva che il lieto finale fosse proprio dietro l’angolo. Mettevamo in scena lo spettacolo ed eravamo gli attori principali del circo delle meraviglie, ogni volta lasciandoci sorprendere dalla bellezza dei nostri stessi trucchi, ogni volta facendoci trasportare dall’illusione di poter cambiare il finale.

 

 

E poi a un certo punto tutto è terminato e questo baraccone è triste e fuori moda, le tende cadono a brandelli, la luce se n’è andata da un pezzo, ci sono io, c’è lui, vecchio, nuovo, non importa comunque troppo simile a tutti quelli del passato, comunque troppo lui, replichiamo meccanicamente il copione come in un laboratorio di commedia dell’arte. “Grande amore! Grande dolore!” troppo spesso mentre lo diciamo mi viene quasi da ridere, mi appoggio con fare melodrammatico la mano sulla fronte e spero che la forma mi porti finalmente a toccare il contenuto, io so già quello che accadrà dopo e lui pure, facciamo timidi tentativi per vedere se l’altro ricorda la battuta ma sì che la ricorda, allora andiamo spediti e saltiamo le tappe.

 

 

Poi all’improvviso, per brevi momenti pare quasi che si accendano di nuovi i riflettori della gloria amorosa,
pare quasi di essere di nuovo in contatto col sentimento,
mi batte il cuore,
lo guardo e mi guarda,
pare quasi che lui sia proprio Lui e io sia proprio Lei,
l’innamorato, l’innamorata,
noi,
il progetto, i cuori la capanna e tutto il resto,
ma sono attimi,
attimi che mi fanno poi piombare in una tristezza ancora più totalizzante quando terminano,
attimi che mi aprono la tenda sul fondale e si spalancano sul triste retrobottega del sesso senz’amore
(sesso a malincuore),
delle incomprensioni, dei piccoli egoismi, degli spazi che non si è più pronti a condividere,
del non detto e del detto troppe volte,
dei fantasmi del passato e di tutte quelle che ha amato più di quanto potrà mai amare me,
e di tutti quelli che io,
di tutti quelli che io.

 

 

 

Non funziona questa recita, nessuno ride e nessuno si commuove, possiamo chiamarla come vogliamo, possiamo darle i nomi più carichi di speranza, possiamo pregare gli dei e le dee della fertilità, non funziona, perché non mi funziona dentro.

 

Ho già visto la sua incredibile bellezza e con essa tutti i suoi dolorosissimi spigoli,
ho già visto le mie ferite e il male che mi farà,
e la sua incapacità di evitarlo,
quando non la sua voluttà nel procurarmi ferite maggiori,
ho visto le incomprensioni e gli egoismi,
miei e suoi,
ho visto il mio mutismo e la mia paura,
ho visto il terrore di essere abbandonata di nuovo e la disponibilità a fare tutto, tutto pur di averlo ancora.

 

L’ho guardato stamane davanti a tutto il mio amore potenziale apparecchiato in una colazione sul terrazzo, ho ascoltato la sua ironia e osservato il suo ingenuo desiderio di pizzicarmi. Mangiavamo salmone comprato al negozio giapponese su pane che avevo scongelato apposta, bevevamo caffè vietnamita e all’apparenza parlavamo proprio come due amanti senza troppi tabù, il passato il presente e tutto il resto, ma dentro ero tutta rotta, ero tutta rotta mentre il burro si scioglieva sul pane ai semi di girasole, ero ancora una volta la giara che si sgretola in numerosissimi e piccolissimi pezzi, intanto addentavo il salmone e dentro mi sentivo il sangue che se ne andava lontano, mi sentivo il sangue caldo che se ne andava e io che rimanevo fredda e senza sangue a vedere la fine di tutto questo.

 

 

Allora forse è vero che ci sono persone che debbono semplicemente stare sole. O è vero che per me il teatro, e con esso il baraccone dell’amore, e’ un capitolo chiuso. Non voglio più palcoscenici, non voglio più copioni. Voglio restarmene nell’ombra di questa mediocre routine, e rosicare quando la fidanzata del mio ex innamorato lo chiama “il mio lui”. Rosicare, sì, perchè io non mi sarei mai permessa di chiamarlo in questa maniera idiota, imbecille, maschilista e retrograda, e il problema non è che lei ce lo chiami, no, il problema, quello che mi fa rosicare, è che lui lo accetti, che lui sia innamorato di una che lo chiama “il mio lui” proprio come se fosse un fotoromanzo di Cioè che maledettammerda.

 

Voglio starmene in questa routine mentre quegli altri fanno i figli e quegli altri pure, e lui che stamane era sul mio terrazzo passerà anche lui, inutilmente mestamente mediocremente.

Questo penso, che non ho più sogni e non ci ho manco più le mie travi rosse sul soffitto, non ho proprio più niente e non sono manco niente.

 

 

Il mio piccolo geranio ha messo il suo primo fiore, rosso sangue proprio come quelli di mia nonna quando ero piccola e giocavo a barbie e sognavo ovviamente una famiglia e tutto il baraccone di cui sopra. Ha messo il suo primo fiore, il mio piccolo geranio, che ho fatto nascere così, da un rametto piccinopiccino, l’ho prima messo nell’acqua e poi nella terra e poi ho studiato attentamente quanta acqua e quanta cura voleva, e lui mi ha messo il suo primo fiorellino, così. Allora lo vedi che il mio amore per qualcuno o per qualcosa va bene? Le mie piante, le mie piante e la mia mediocrissima routine, questo lungo vuoto che si è creato dentro e intorno a me, questo.

 

 

Si spengano le luci, signori uscite per favore,

oggi lo spettacolo non va in scena per permanente indisposizione dell’interprete.

 

 

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Mag 21 2013

Ancora essere o non essere, amletici dilemmi di una che si pensava ex-attrice.

Io credevo che un anno bastasse a mettere una distanza decente tra me e lui, il mio sempre amato, quello a cui ho dedicato il famoso primo pensiero delle mie mattine e l’altrettanto famoso ultimo pensiero delle mie notti. Lo avevo detto a tutti gli amici cercando di creare una sorta di cuscinetto protettivo, lo avevo scritto per rendere la questione ancora più definitiva, per quanto possa essere definitiva una qualsiasi questione che mi riguardi.

Lo avevo dichiarato a tutti, no? E’ finita, il teatro e me sono adesso due storie separate, due strade che si sono incrociate troppo a lungo. Avevo spiegato i motivi, raccontato di tutte le disillusioni e le sofferenze, avevo descritto il lento infrangersi del sogno e il continuo sanguinare, avevo motivato le decisioni, argomentato le posizioni.

Poi ero partita.

In questo anno ho raramente raccontato della mia lunga storia d’amore, mica mi chiamo Gino Paoli, la vita a Pyongyang è già abbastanza intensa di per sè, non ha bisogno di essere popolata dai fantasmi privati di ognuno. Avevo fatto un cartellone, appeso in corridoio, dove avevo piazzato alcune fotografie. Giusto per non dimenticare da dove ero arrivata. O magari per farmi male, come piace a noi che abbiamo l’ego ipertrofico. O per nutrire il mio narcisismo spropositato di fronte alle facce meravigliate dei pochi che le vedevano. Facevo l’Eleonora Duse de nojartri, avrei potuto languidamente appoggiare una mano sulla fronte e dire ah, no, è una storia terminata, non calco più le scene.

In realtà raramente mi è stato chiesto cosa ne fosse stato di quegli anni trascorsi coi copioni in mano, e ancora più raramente ho raccontato la verità su tutto l’amore e il dolore che ci sono stati.

Fatto sta che credevo, ingenuamente, che un anno fosse abbastanza. Non mi aspettavo di trovarmelo lì, all’aeroporto, il teatro, ad aspettarmi.
Coi lacrimoni.
Apparentemente commosso.
Sei tornata.
E tu sei ridicolo.

Non volevo parlargli, non volevo parlarne. Ho fatto finta di non vederlo e ho tirato dritto. Inutile. Dopo quarantott’ore eccolo di nuovo all’attacco. Ci manca solo il mazzo di rose. Ho una serie di parole poco cortesi e un’infinità di esempi su tutte le volte in cui mi ha delusa e ferita. Ma con gli amanti di questo genere l’elenchi di tale sorta non servono a nulla. Tutto l’amore è solo in questo presente.

No, no, no.
Ecco cosa mi viene da dire. No. Non tornerò a fare OTTO nè nessun altro spettacolo. Non lo farò per vari motivi, alcuni dei quali riguardano il mio noto ego ipertrofico, e altri la mia onestà intellettuale.
Non ho voglia di fare la vecchia attrice che torna sulle scene con la voce distrutta e il corpo sfatto, avvolta in un ridicolo caffettano, a cercare a settant’anni di essere la Giulietta che il suo pubblico si ricorda. Non ho voglia di farlo per me, prima di tutto, perchè mi pare di esserne uscita ancora con una certa dignità, dopo tutto. E non ho voglia di farlo per loro, per i compagni che si ricordano ancora tanto bene dei miei spettacoli da volerli nonostante sia andata via da un anno.

Sì, mi onora e mi lusinga, mi dà il senso di tutto il percorso fatto, mi racconta che non è stato inutile.
Mi dice che non sono stata sostituita, e che probabilmente non lo sarò.
Che quando una storia d’amore così grande finisce non c’è sostituzione possibile, c’è solo lo spostamento dell’attenzione verso altro, e lì, dove c’era quell’amore così intenso, là rimane l’assenza.
Mi racconta che tutti impariamo a vivere con quest’assenza immensa, che giorno dopo giorno ci parliamo e la nutriamo e la sostituiamo a quella persona che è andata via.
Con quante assenze ho popolato le mie passeggiate a Pyongyang? A quante di loro ho raccontato le mie giornate?

Mi commuove che i compagni ancora vogliano sentire Lucilla che fa OTTO, mi fa vedere quanto grande sia il buco che ho lasciato, mi disegna il percorso fatto in quei 15 anni di dedizione assoluta, mi fa tornare un’immagine di me che non ricordavo, l’immagine di un’innamorata completamente devota, dedicata, annullata dentro l’amore.

Ma non sono più così, non voglio.
Mi dispiace.
Penso al momento in cui finisce OTTO, quel momento piccolo piccolo in cui Pentothal trattiene il respiro, e anche io, prima di dire l’ultima battuta.
E lo so che lui dentro di sè mi sta guardando. Allora mi prendo il suo sguardo e lo rivolgo a chi mi sta di fronte. E me li guardo tutti, e me le guardo tutte, uno per uno e una per una, una per uno e uno per una, anche se questa frase sta in un altro copione, che però era la stessa cosa, ero sempre io, era sempre un amore grande grande.
In quel momento là dentro di me ci sta tutta la disperazione mia, privata, di essere umano infelice e disilluso e solo. E però ci sta anche tutta la vita delle persone che negli anni mi hanno detto “questa storia è la mia”. Ci sono tutti i sogni infranti di ciascuno, tutti i relitti delle nostre barchette di carta, sono tutti là, davanti a me, nella mia voce.

In quel momento, improvvisamente, io ho 26 anni, e tutto il male di dopo non c’è mai stato.
Io sono ancora Lucilla, e la vita è una grande possibilità, una grande speranza.

Non lo so, non lo so se ce la faccio a dire di no.
E se questa volta fosse diverso?

E se questa volta fosse amore?

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Giu 17 2012

Il teatro e me. Prove del mio ultimo monologo.

Ebbene sì, ti lascio.
A questo punto della nostra relazione non ha neppure più senso dire che sia per sempre.
Ti lascio e basta, come nella migliore delle tradizioni. Con tanto di monologo che un po’ è incazzato e un po’ è strappalacrime.
Ti lascio e non ne voglio sapere di te. Non cercarmi, non ti cercherò.
Finita.
Sì, chiaro, per ora. Finita per ora.

Perchè non se ne può più.
Tredici anni avevo porca miseria. Mi misi una maglietta bianca perchè si-doveva-fare-così, andai a scuola con quaranta di febbre per non deluderti. Mia madre era furibonda. Nessuno capiva che cosa ci fosse, di così importante, quel giorno a scuola.

Tu, c’eri. Tu. Maledetto.
E quello è stato solo l’inizio. Come se non fossero bastate le innumerevoli, ulteriori occasioni di scontro con i miei.
Come se non fossero bastate. Mai una volta che mi rendessi le cose più facili. Se c’era modo di provocare una crisi familiare tu lo coglievi e mi istigavi. Ti piacevo di più così, ribelle, insoddisfatta e arrabbiata?

Come la storia di andare a scuola la sera. Ma dico. Eravamo tutti minorenni. Eppure quello pareva l’unico modo. A scuola. A scuola la sera.
Mia madre mi urlava “mi metti in croce” ogni volta che la obbligavo a venire a prendermi a mezzanotte dall’altra parte della città. Quando compii diciott’anni il primo pensiero fu avere la patente. Per te.
E i giorni di scuola saltati perchè improvvisamente avevi deciso che ero importante? le ore trascorse nei camerini a respirarti, ogni straccio ogni granello di polvere ogni pezzo di corda, tutto era te.

Ma ora basta. Non voglio nemmeno ripercorrere questi vent’anni di cecità. Basta, finita, ti lascio. Me ne vado.
Non ho più niente da dire.
Ti ricordi l’università? Fu la prima volta in cui pensai di averti lasciato.
E’ finita, pensai. E invece era appena cominciata.
L’immagine di te mi attendeva ogni giorno affianco a un grosso manifesto sotto l’arco di Piazza Capitaniato.
Tu ogni giorno immobile.
Io ogni giorno turbata come una deficiente.

Ti credetti.
Fu la prima convivenza. Un disastro. Per ognuna delle tue dichiarazioni d’amore pagavo disistima, aggressività, solitudine. Ero così stanca che mi addormentavo su uno sgabello dietro le quinte.
Fino a quando non mi dicesti che non ne eri più certo.
Io sì, io ne ero certa, io ti amavo, io avrei fatto di tutto per starti vicino, per starti attorno, dentro, per respirarti, per esserci.
Ogni giorno lo giuravo, ogni giorno ti provavo la mia determinazione.

Mi sono fatta lasciare da tutti i miei fidanzati, perchè prima c’eri tu.
Ho perso i lavori meglio retribuiti, perchè a te non piacevano, perchè non erano compatibili, dicevi, perchè rubavano la mia energia migliore, la mia capacità di creare, cose che volevi tutte per te. E sia.
Ho mentito. Ai miei genitori, agli amici, ai fidanzati. Ho mentito come una tossica. Spudoratamente e felicemente.
Ho fatto 35 traslochi. Trentacinque. Non so se mi spiego. Io non augurerei a nessuno, a nessuno di fare 35 traslochi. Per te. Per stare con te, vicino a te e menate varie. Una volta ho accettato di dormire per quattro mesi in una specie di palestra dietro la stazione di Rovigo (di Rovigo, non so se mi spiego!!) insieme ad altre sedici persone, solo perchè tu eri là.
Mi sono quasi venduta a un paio di registi intraprendenti.
Ho scritto a Federico Tiezzi subendo l’umiliazione di un incontro al quale lui non si è neanche presentato.
Ho scritto allora a Mario Martone, e non mi ha mai risposto.
Ci ho provato con Cesar Brie, ma neppure lui evidentemente ha trovato carta e penna.
Sempre perchè mi avevi assicurato che mi avresti aspettata là.

Là, in un luogo di cui io non avevo mai le chiavi.

Ti ho rincorso ovunque. Portogallo, Germania, Polonia. Ti ho cercato persino nella provincia bresciana.
Non ho fiatato.
A trent’anni sono venuta da te a Londra e mi sono messa a fare la donna delle pulizie per sopravvivere.

Ogni volta promesse d’amore infinito, eterno, quello che solo io e te conoscevamo.
Ogni volta ti credevo.
Ogni volta ti cercavo.
Come la prima volta.
E ogni volta fuggivi non appena ero arrivata.

Un anno fa ti ho detto che era finita.
(No, non è che non ti ami più, è che non può funzionare. Io non sono come tu mi vuoi, tu non sei più come volevo. Mi sono innamorata di fotografie di quarant’anni fa e di storie che parlavano di un te che non esiste più.
E’ finita.
Sì, ti amo ancora, ma non ce la faccio più. Voglio una vita normale. Sono stanca di sentirmi dire che mi ami, che mi desideri, che mi vuoi, e vederti fuggire con la prima attricetta anoressica di passaggio ogni volta.)

Ti ho fatto un discorso sensato. Ammettilo. Sono stata saggia e delicata. Ti ho dato una lunga serie di motivazioni. Ti ho ribadito il mio amore.
Avrei voluto passare tutta la mia vita con te, proprio come nella favola di Cenerentola o in quella di Prezzemolina.
Ma non ce la facevo più.
Per darti modo di abituarti all’idea me ne sono andata fino a Seul. Seul, diecimila chilometri. Ho pensato fossero abbastanza.
Ho ignorato le lettere, i messaggi, le telefonate. Sono i frequenti rigurgiti di possesso che animano gli abbandonati.

Poi sono tornata qui.
Non ti ho cercato.
Ho evitato accuratamante luoghi e persone che avrebbero potuto ricordarmi te.
Pensavo di avercela fatta.
Invece, quando meno me lo aspettavo, sei comparso.
Hai giocato uno dei tuoi numeri da circo, creato situazioni surreali per mettermi nelle condizioni di essere proprio là, dove tu mi aspettavi.
Chapeau.

Quando ti ho toccato dopo tutti quei mesi avevo paura di sciogliermi. Eri bellissimo. Eri come ti ricordavo. Eri ciò che avevo sempre voluto. Per un attimo, un attimo soltanto, ho sentito che -di nuovo- ero pronta a tutto per stare vicino a te.

Ma ho trentatrè anni, e tra me e questo pensiero ci sono tutti gli anni di delusione, umiliazione e solitudine. A quelli ho pensato mentre avevo addosso di nuovo il tuo odore, e mi sono resa conto che c’è una cosa che ho perso e che non riavrò mai.
La fiducia in te.

Non mi fido. Non ti credo più.
In questi mesi siamo stati vicini come poche altre volte prima d’ora. Eppure ogni volta che ti guardavo sapevo che sarei andata via, che non ti avrei cercato.

Proprio come in quelle storie d’amore che raccontano alcuni romanzi d’appendice, non riesco a dirti di no. Ti desidero, ti bramo, ti voglio. Ma oramai so che la nostra grande storia d’amore, quella che sognavo, la cosa per cui ho lottato di più, non ci sarà mai.
Allora magari torno ancora, come si torna da quegli amanti soddisfacenti che popolano le nostre vite. Quegli amanti dei quali pensi che se non aveste sbagliato entrambi qualcosa, in un passato remoto, magari avrebbe potuto esserci l’amore.
Quegli amanti che non sono buoni amici nè compagni, ma forse avrebbero potuto essere entrambi.

Magari. Magari torno, tra un anno, due.
Tornerò se avrò qualcosa da dirti.
Tu sarai uguale al giorno in cui ti ho visto la prima volta.
Io penserò che ti amo.
Temerai di avermi persa, e mi giurerai che sarà diverso.
E forse io ti crederò.
O forse farò di nuovo le valigie e andrò ancora più lontano.

Stronzo.

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Giu 04 2012

Ritorno al futuro tour, parte quarta

Beniamino Noia alias il Pentothal di tanti anni addietro ascolta Giorgio Canali che canta “sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto” e dice, lapidario come suo solito:

“Giorgio, forse alla tua età dovresti cominciare a uscire con le donne e smetterla con le ragazze”.

Rido e guido verso le Marche dove ci aspetta il prossimo pezzo di turnè. Proprio io e Beniamino Noia, come tantissimi anni fa. Io, lui, il manichino mezzo sfasciato nel bagagliaio e un sacco di idee che viaggiano con noi nella lucillomobile, proposte di miglioramento dello spettacolo, nuove incursioni musicali, una partitura fisica più intensa e poi sì poi come al solito vediamo quello che succede e improvvisiamo.

Guidando verso le Marche, i piedi di Beniamino sul cruscotto, penso a quando i piedi sul cruscotto erano i miei, e alla guida ci stava lui, e cantavamo la resistenza nostra e di molti altri in giro per l’Italia. Ci sentivamo bellissimi, ci sentivamo delle rock star e forse un po’ lo eravamo. Un po’ eravamo anche degli sfigati che si spendevano tutta la paga ancor prima di arrivare a casa. Però ci divertivamo tantissimo e la vita era bella e colorata e velocissima. Proprio come adesso, che siamo partiti in fretta e furia con mille cose lasciate a metà. Senigallia ci aspetta e all’Arvultura ci sta il palco più bello del 2012, tanti fari che io quasi mi commuovo, e i compagni che lavorano per farci fare lo spettacolo benissimo. Mi sembra proprio di essere un’attrice vera, a Senigallia, mi sembra proprio che il teatro valga la pena, che valga la pena il mio lavoro, e quasi quasi mi torna voglia di stare sul palcoscenico. Quasi quasi mi dico oh, scrivo un altro spettacolo, ma non faccio in tempo a pensarci troppo che arriva il momento di fare OTTO e tutto è silenzio, concentrazione, commozione. A sorpresa è arrivata anche la Glori che grida ancora una volta che nessuno mette Babe in un angolo. Eh no, nessuno ce la mette, nessuno mette noi, piccole Babe senza un maestro di mambo, in un angolo. E noi, Babe del 21esimo secolo, non abbiamo bisogno nemmeno di un innamorato che parli al posto nostro.
Ho paura stasera, mi sento come se fosse la prima volta che lo faccio, questo spettacolo, e mi vergogno e temo di non essere sufficientemente presente, e tutta questa emozione si addensa come una nuvola piena di pioggia all’angolo degli occhi. Non ci posso credere, quando finiamo, non ci posso credere a quanta bellezza mi torna dalla platea.

Allora per questo e per la marmellata biologica mi viene da ringraziarli infinitamente, i compagni e le compagne di Senigallia, perchè m’hanno rispettata e amata e m’hanno fatto sentire che tutto aveva un senso. Un’attrice vera, m’hanno fatta sentire, in quella isoletta di bellezza fiorita nel mezzo della zona commerciale di Senigallia.

Ed ero ancora piena di tutta questa bellezza il giorno dopo al mare, un’acqua fresca limpida trasparente e gli ombrelloni! Gli ombrelloni che il centro sociale affitta per l’estate intera di modo che si possa sempre andare al mare, perchè bisogna andarci, al mare, porcamiseria, perchè il mare è nostro, il mare siamo noi, allora eccoci ai Bagni77, Beniamino si stende sul lettino e ronfa e io ascolto Alessandro che mi spiega con un certo piglio ingegneristico che la disposizione degli ombrelloni di quest’anno è problematica, mi elenca una serie di problemi non da poco, e in mezz’ora riesce a sollevare un vero e proprio dibattito che sfocia in una votazione seria, della quale ahimè non conosco l’esito. Comunque a me gli ombrelloni ad angolo non dispiacevano. Certo capisco che avere proprio di fronte l’area di gioco per i bambini potesse creare problemi non indifferenti di odio violenza e stragi degli innocenti.

Ma soprattuttoil mare di Senigallia è bello perchè ci sta il bagnino più fico della storia ovvero Nico che si è comprato pure le pinne la maschera e la bandana, ci ha una maglietta rossa e guarda l’orizzonte sperando che qualcuno rischi di annegare, dal momento che la vita sulla torretta è noiosissima e non si può manco leggere. Sta nobilmente seduto sulla torretta proprio di fianco alla rotonda sul mare che cantava quello sfigato di Freddie Bongustaio e mira l’orizzonte munito di binocolo. Io quasi quasi mi tuffo e mi faccio venire a salvare per il puro gusto di salire sul suo pattino rosso a remi e vederlo con le pinne.

Ma uffa dobbiamo partire perchè Ancona ci aspetta e stasera si replica al mundialito antirazzista. Come l’anno scorso Silva e Alessio ci accolgono con entusiasmo  e grigliata di carne, io provo a trasmettere un po’ della mia gioia a Beniamino che però mi si è un po’ depresso. Per mia fortuna ho imparato a 33 anni a non crucciarmi troppo se il socio si deprime, faccio tutto meglio che posso e mi attacco forte all’idea di fare qualcosa di sensato, mi attacco alla bellezza delle persone e alla sensazione di essere un po’ a casa ogni volta che sono sul palco. E proprio mentre penso a queste cose arrivano Reka e Pa direttamente da Falconara, mi ero ormai rassegnata a non vederli, questa volta, e invece eccoli puntualissimi come al solito, io quasi mi commuovo nel vederl, li abbraccio li bacio e non mi voglio scollare più.

Con questo sentimento di gioia e gratitudine faccio OTTO, cercando di dare il mio meglio anche stasera, e poi il resto è un festino sulla spiaggia, il resto è un buttafuori che punisce ingiustamente il nostro Beniamino e noi ridiamo, il resto è il treno che passa vicino al mare terrorizzandoci nel divertimento di Reka e Pa.

Il resto è che la turnè nelle Marche è finita e ce ne torniamo a casa pieni di pensieri, a Padaniacity c’è un tempo di merda, mi sento sola, mi sento che ogni spettacolo è una specie di parto ingiusto che ti lascia svuotata e insensata, mi sento che non ho costruito niente e simili pensieri paranoici. Ho voglia di scappare lontanissimo e non essere qui.
Padaniacity è immensa e comincia dieci km a sud di Bologna per estendersi come un blob velenoso attraverso la pianura martoriata dall’ultimo terremoto e da secoli di noia. Che ci faccio qui. Lontanissimo me ne vorrei andare, dove nessuno mi conosce e nessuno prova a mettere Babe in un angolo.

Magari me ne scappo nelle Marche.

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Apr 16 2012

ritorno al futuro tour, parte terza

Ci sono alcune società nelle quali la capacità di capire le situazioni rapidamente e di agire di conseguenza è considerata un talento. Tipo che tu arrivi a un festino, dai un’occhiata in giro e tac capisci che aria tira, dunque ti comporti in maniera adeguata. Ecco io non so se c’ho questo talento, però adesso mi sembra di aver preso l’unico ritmo possibile, di essere stata scaraventata in pista e di essermi messa a ballare cercando il più possibile di andare a tempo.
Oibò, a volte mi sento il brutto anatroccolo, ma in fin dei conti io ce l’ho questa sindrome, vitantonio la brutta anatroccola, oramai non me ne faccio più un problema e ballo come se nulla fosse agitando le piume e le zampine palmate, muovendo il beccuccio a destremmanca e quaquaqua.
Ebbene  ho definitivamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente ricominciato a fare l’attrice. L’avevo già detto? eh sì che l’avevo già detto. M’hanno scaraventata nel mezzo della pista da ballo di una festa dove non avevo preventivato di andare.
Che paura all’inizio.
Paura e un poco di rabbia. Eh. Poi a un certo punto mi sono detta che la rabbia era inutile, perdevo solo energia, e invece tutte le mie energie dovevano essere impegnate nell’apprendimento dello scatenatissimo ballo tanto in voga in questa festa. Mi sembra di essere sulla buona strada. Un due tre mezzo giro chachacha caaaschè. Sciangèlafamm!!!!

In fin dei conti si tratta soltanto di riprendere in mano le cose antiche. E così venerdì 13 -in barba a tutti gli scaramantici - sono andata nientepopodimenocchè  a San Vito Chietino da Fabi, l’amico e compagno che da Bologna se ne è tornato a casa e adesso gestisce insieme ad altra gente bellissima un centro sociale che si chiama Zona 22. Sono andata a fare OTTO.

Ho voluto farlo per Fabi, perchè lui in questa cosa ci crede moltissimo, e per tutto il centro sociale. Perchè aprire un centro sociale in un paese dell’Abruzzo non è cosa facile per nulla, e perchè magari chissà, un giorno l’eco di queste cose eroiche arriverà pure in quella landa desolata che è il Molise. Ho voluto farlo per questo e per molti altri motivi, miei, privati, personali, che non avevo ammesso manco a me stessa ma che sono emersi davanti al mare burrascoso quando mi sono trovata di fronte alla stessa spiaggia dove oziavo l’estate scorsa prima di partire per Seoul.

OTTO oramai l’avrò replicato circa duecento volte quindi almeno il problema della memoria è superato, epperò ci sono al contempo mille altre emozioni che si aggrappano agli intestini, gli sguardi ogni volta diversi, i gesti di chi è perplesso, le ansie provocatemi dal fonico di turno. Questa volta il Fabi e Zona22 tutta si erano prodigati per farmi fare lo spettacolo nella sala consiliare, a me, proprio a me, nella sede dell’ordine costituito, mi sentivo felicemente blasfema, ero fiera di me. Mi sono arrampicata su un palcoscenico fatto da due tavoli dove il giorno dopo gli onorevolissimi consiglieri avrebbero discusso vai a sapere quale istanza, Fabi mi ha fatto da fonico da scenografo da servo di scena e da personal trainer e via, OTTO come al solito è partito da solo, mio malgrado, ogni volta uguale e ogni volta diverso, io ogni volta commossa e incazzata e speranzosa e sognante, io ogni volta di nuovo ventiseienne.
Urlavo e sussuravvo il mio diritto alla rabbia, inveivo contro questa precarietà che non ci siamo scelti, mi agitavo e mi placavo, la sala era piena e silenziosa, e poi alla fine di colpo applausi e le persone, le persone commosse e calorose come mai, le persone che trovavano parole per me, per il mio spettacolo, parole che mi sembravano troppo grandi, e io non sapevo come gestirmele, queste parole, mi imbarazzavo e mi schernivo, che io dopo gli spettacoli vorrei solo scomparire, invece ero là, io, e lo spettacolo era proprio il mio spettacolo, l’avevo fatto io, io tutto quanto, quelle parole e quegli sguardi erano proprio per me e io quasi non ci credevo.

Poi come al solito finiva tutto in fretta, un pasto veloce e io che me ne andavo sempre prima della fine della festa, che a me piace così, non arrivare mai fino agli sgoccioli. Mi rimettevo sulla lucillomobile e guidavo nel nulla verso CRAMPObasso e verso un fine settimana ancora incerto.
Guidavo nel nulla autostradale e mi sentivo che ne era valsa la pena, che questa danza scatenata alla quale non ero preparata forse non era così inutile, che in tutta questa mia mancanza di grazia, in tutto questo mio essere sempre un po’ troppo fuori posto, forse ero riuscita a mettere insieme qualche cosa di bello.

Un due tre, mezzo giro, sciangèlafamm!!

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Mar 05 2012

Ritorno al futuro tour, parte seconda

Molte settimane sono passate da quel mio viaggio a Roma e da quella mia ultima turnè. C’era il sole e ricordo che mi divertii un sacco ma adesso sono presa in questo stress-da-non-partenza che mi fa effetto sale sulla coda o cose del genere.  Per questo non scrivo, che mi sembra sempre di non averci la testa, mi sento come se vivessi in un aeroporto da un mese e il mio aereo non lo chiamano mai. Dunque -siccome non riesco a produrre niente ma proprio niente- onoro un debito ovvero termino il racconto di quella bellissima turnè che mi regalò tutto quello che mi aspettavo e anche molto di più. Ecco.

Giunsi anche a Roma infine, giunsi con la valigiona e il cadavere del mio manichino, un po’ stanca un po’ provata ma soprattutto emozionata, e già alla stazione furono baci e abbracci e fu ritrovare la confidenza e l’amore e le persone che sono la mia famiglia scelta.
Splendeva il sole sulla capitale e con Fabietto si parlava di noi, degli anni dell’università e di come pianopiano ci siamo sparsi e ognuno ha seguito il suo odore verso il mare, ognuno ha trovato un mare diverso, qualcuno non ci è ancora arrivato ma tutti ancora seguiamo l’odore, eppure ci ricordiamo di quel posto, di quella casa che siamo noi e che ogni tanto si ripopola e ci accoglie e ci rifocilla quando la tempesta fuori pare insostenibile e ci assalgono gli scoramenti. Aggiornamenti reciproci, sorprese, scommesse sul futuro, un tiramisù che non-te-ne-di-co e già erano arrivate le sei, già entravo al Sans Papiers e mi sembrava fossero passate due settimane da quell’ultima volta, invece era passato quasi un anno.

Sguardi, intensità, ecco i fratelli e le sorelle di Radiosonar, instancabili, che m’hanno montato un vero palco davanti agli occhi. Intanto si parlava ci si aggiornava, incubi di nuovi sgomberi ma al tempo stesso progetti e nuove lotte, rabbia amore e costanza, curiosità e qualche gossip, che a Roma non fa mai male.
Ma quanto se la sanno godere, la vita, i romani! E mentre Fabiana mi scaldava il polpettone più buono della storia Sgab mi ricordava di quella volta che a Subiaco ci pigliammo una sbronza colossale insieme ai vecchietti del paese, e il giorno dopo s’ando tutti al mare, Socio compreso, e furono giorni meravigliosi, fu davvero l’inizio della mia estate.

Tra ricordi e soundcheck finiva che ci dimenticavamo il mio supermanichino, complice di questi anni di sgarrupata turnè, in un luogo non sicuro, e mani ignote gli tagliavano la testa zac, manco a dire che oh, questa doveva essere l’ultima replica davvero. Nel furore generale io mi ricordavo gl’insegnamenti del Papaleo e provavo un rimedio casereccio, insomma finiva che lo spettacolo lo facevo comunque, insieme al muto manichino decapitato ma in piedi, io e il mio manichino a raccontare di questi anni di precarietà, a snocciolare le parole una per una, io e il manichino il manichino e me, precisi e ordinati come mi è sempre piaciuto essere in scena, io e il manichino il manichino e me, e le persone erano mute e rumorose e io guardavo il manichino e il manichino guardava me e me lo abbracciavo e lo insultavo e mi complimentavo. Immobili e fluide le persone attorno, improvvisamente lo spettacolo si è fatto, si è rifatto, il manichino e io stavamo su una barchetta in mezzo a quel mare in piena, in lontantanza Vittorio e Manu attentissimi a soccorrerci, e il mare era fatto di occhi e risate e silenzi e allora OTTO mi è esploso addosso e dentro ed è durato pochissimo, pochissimo troppo troppo poco perchè già era la fine, già erano terminate le risate già gli applausi si erano spenti, già mi accucciavo ai piedi del mio manichino, ai piedi di me, già dalla mia bocca uscivano le ultime parole e già, ancora, dicevo

 ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete
di dare carta bianca
stanco di queste scale
che c’è chi scende
e c’è chi sale
e non c’è cosa che possa dirti
senza apparire banale
non c’è gesto che mi sia consentito fare
ora che il tuo amore è morto
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io
e non riesco a parlarti
e faccio fatica a rincorrerti
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare, ahi
facendo lo slalom tra il già detto,
l’indicibile
e la sciocchezza

uff, come sono stanco,
come sono stanco di tutte queste menate….

 

e in quel momento ho capito che poteva essere davvero
davvero l’ultima volta
in quel momento l’ho sentito
l’ho saputo
e non c’erano tragedie dentro di me
c’era solo un’immensa
commozione
una pienezza
e anche una specie di improvviso rilassamento
come di colpo lasciare andare un peso troppo grande
e sentire le mani che si liberano
e il dolore che ancora rimane tra le dita

 allora

una sola lagrima, una soltanto, è scesa.

 

Il mio manichino, muto, l’ha vista.

 

Dopo, ho amato più che potevo.

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Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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Feb 17 2012

Ritorno al futuro tour, parte prima

          Serena dice che non abbiamo più l’età per fare queste tirate e consiglia vivamente di passare a casa sua, farmi una doccia e rinfrescarmi, magari prendere un caffè e darmi un filo di trucco di modo di arrivare a sera riposata e rinfrancata ed essere in grado di fare lo spettacolo come si conviene.

 

          Io non so se sia vero, che non abbiamo più l’età, ma volentieri mi farei una doccia anche se questo atteggiamento può apparire poco rivoluzionario, fatto sta che sono giorni che viaggio su treni poco riscaldati e per di più mi sento addosso l’odore del fumo del freddo della nottata dell’alcool e di un letto non mio insomma queste condizioni olfattive non sono proprio l’ambiente ideale per l’ultima replica galattica di OTTO.


Ebbene l’ho scritto e credo pure che sia vero, questo fine settimana è dedicato al degno funerale della mia carriera teatrale o forse -se vogliamo essere meno tragici- possiamo dire senza difficoltà che questo settimana segna un importante cambio di stagione e poi sì, lo sappiamo tutti che la stagione dell’amore viene e va, all’improvviso senz’accorgerti lo vedrai ti sorprenderà ma per ora chiudo tutto in un bel baule, lo metto nell’antro più recondito della mia animella e poi chi vivrà vedrà se son rose fioriranno e simili luoghi comuni.

           Mi alzai ieri mattina e chiusi il cadavere del mio manichino in un valigione. Con la complicità del Socio e della Ire partii alla volta di Perugia sfidando le avverse condizioni meteorologiche e l’ira funesta di trenitalia che la madonnina dei trasporti la fulmini. Partii in solitudine con mille interrogativi, mi domandavo cosa ho seminato e cosa ho raccolto e mi rispondevo che in fin dei conti ho fatto bene a mollare perchè francamente, molto francamente, le turnè fatte in treno con pochi soldi cercando di risparmiare sul supplemento, coi piedi freddi e il committente che fa storie per cinquanta euro di merda, ecco queste turnè mi hanno proprio stancata. E’ stato bello è stato intenso ma lo lascio ai giovani e io mi dedico ad attività borghesi tipo essere pagata un prezzo quasi equo per il lavoro che faccio.

Il teatro sopravviverà benissimo anche senza di me.

           Io forse un po’ meno bene sopravviverò senza teatro, ma se ci penso, se ci penso tutte queste considerazioni hanno anche a che vedere con una sorta di disillusione politica, con un grande interrogativo sulle pratiche e su quello che sono riuscita a mettere in piedi in tutti questi anni. A questo penso e a questo pensavo ieri mentre su un trenino interregionale perennemente in ritardo attraversavo il norditalia per arrivare a Perugia. Pensavo che forse per fare la rivoluzione ogni giorno col proprio corpo, forse per farlo bisogna anche essere in grado di ammettere che zappando su un certo terreno non ne verrà fuori niente e allora semplicemente disinnamorarsi di quel sogno e andare a zappare altrove. Lo pensavo e lo penso con amarezza e pure però con un po’ di speranza (maledetta stronza).

           Ma arrivai in men che non si dica a Perugia dove i miei eroi conosciuti l’anno scorso in turnè col Socio mi aspettavano in pompa magna. Il Mattatoio era freddo e coloratissimo come me lo ricordavo e i miei ospiti erano sempre gli incredibili compagni e compagne che riescono a trasformarsi in qualsiasi cosa, a farti sentire a tuo agio, rispettata amata apprezzata e altre sensazioni bellissime che non si scrivono.

           Così è trascorso il pomeriggio provando gli attacchi di OTTO, c’era un po’ il fantasma del Socio che si aggirava tra di noi e infatti ogni tanto veniva fuori il ricordo di Non vengo dalla Luna e di quell’altra turnè tanto diversa che facemmo l’anno passato. Epperò anche questo ricordo si smorzava dentro lo sforzo che facevo di essere presente e di godermi tutta l’energia di un giovedì pomeriggio.
Era bello vedere quanto le persone ci credessero, quanto avessero fiducia in quello che stavamo facendo insieme ed era anche bello ascoltare i racconti più politici e non avere paura di fare domande perchè è chiaro, vivendo dall’altra parte del mondo mica posso capire e sapere tutto. Subito si è ricreata la confidenza subito abbiamo ritrovato l’amore e mano a mano che arrivavano le persone conosiucte l’anno scorso mi pareva di incontrare vecchi amici.

           Poi all’improvviso è arrivato il momento di fare il mio spettacolo, quello che mi sono scritta e sudata parola per parola, il mio spettacolo che parla di me epperò anche di tutti noi, allora sono salita sul palco. E avevo paura. E faceva freddissimo.

           Ma tutto questo è durato un attimo perchè poi all’improvviso si è infuocata di nuovo dentro di me quella palla gigantesca di amore e rabbia, allora non ho potuto fare altro che parlare e riscaldarmi e riscaldare e ridere e piangere insieme, proprio insieme a chi stava guardando, perchè eravamo noi che dicevamo la nostra storia con calore con amore e con rabbia.

E poi lo spettacolo è finito.

E un po’ ho pianto.

E poi c’è stata la trash che mi mancava tanto e ho ballato e ho abbracciato e ho pensato mioddio quanto sono belle le ragazze, ma quanto sono belle.
E mi sono sentita un po’ vecchia ma non troppo.

E soprattutto mi sono sentita grata alle persone che mi hanno permesso di fare questo spettacolo.

E mentre mi dicevano “Il migliore spettacolo del 2012”mi veniva di nuovo da piangere e da commuovermi e da dire i migliori siete voi, che lottate tutti i giorni, porcamaella.

E poi ho pensato che ne valeva la pena.


E poi ero troppo stanca, allora mi sono addormentata in camper di fronte al centro sociale mentre i giovani continuavano a ballare la trash.
E stamattina c’era il sole, c’erano biscotti buonissimi e caffè e racconti e un basilico un po’ cadavere che mi faceva molto ridere. C’era gratitudine.
E io ero pronta per la seconda parte del mio
ritorno al futuro tour.

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Ago 19 2011

guida intergalattica per attivisti, ultimo episodio (ma anche no)

Erano due settimane che rimandavo la stesura dell’ultimo episodio della mia guida. Rimandavo un po’ perchè avevo per la testa altre cose e un po’ perchè non mi piace scrivere gli ultimi episodi. Finirà che un giorno dovrò scrivere tutti gli ultimi episodi della mia vita. Ma mentre svuotavo il frigorifero della mia microcasa, oggi, mi è venuto in mente Sgab, la sera del 6 agosto a Subiaco, che diceva

Oggi per la prima volta avete fatto narrazione.

Proprio così ci ha detto il nostro fratello etrusco Sgab alla diciassettesima birra, noi seduti in mezzo a un paese tutto in salita, attorno giovani coraggiosi equilibristi cantavano stornelli e provavano improbabili monocicli dopo essere usciti vincitori dal quasi impossibile compito di organizzare un festival nel mezzo della ciociaria.
Era sabato quasi domenica, e avevamo appena finito la nostra ventiseiesima replica.
Ventisei, come gli anni del Socio, ed eravamo stanchi, commossi, felici.
Eh si, alla ventiseiesima eravamo stati capaci di uscire dal movimento e di andare fuori, dove c’erano persone che in piazza non ci sono andate, nè il 14 dicembre nè il 3 luglio nè probabilmente mai, e che ascoltavano la nostra storia con la curiosità, la preoccupazione, la passione e la paura di chi guarda un film di cui non conosce l’intreccio nè la fine.
Ci eravamo stupiti nel vedere queste facce partecipi, nel sentire i commenti entusiasti, ci eravamo commossi nel notare che la gente rimaneva fino alla fine, fino alla fine cazzo, e che qualcuno persino si appassionava.
Per la prima volta, dopo lo spettacolo, non avevamo parlato di politica ma di come tecnicamente avevamo fatto la regia.
Ed era stato quasi strano. Si, davvero, per la prima volta avevamo davvero narrato la nostra storia a chi non la conosceva. Ce n’era voluto di tempo, ma ce l’avevamo fatta, e le facce e le luci negli occhi e gli applausi ci avevano fatto capire che non ci eravamo sbagliati, che non era tutto solo un film che ci eravamo fatti noi due.

E mi sentivo pure un po’ in colpa, per tutti i pensieri angosciosi che m’avevano appesantita durante il viaggio, per la paura di non essere in grado. Mi sentivo un po’ in colpa e pure però ero felice, come sempre lo sono quando scopro che cazzo, ho lavorato bene, e si vede.

Diciassette, diciotto, diciannove birre, una comunità accogliente che ci rimpinza di cotolette e grappa autorprodotta, un’invasione di formiche volanti sul palco contrastata da valorose amazzoni portatrici di citronella, camicie arancioni che ci salvano dal panico pre-spettacolo e facce incontrate in altri luoghi che ritornano improvvise, e pacificano un pochino lo spettro dell’infinito sulla scalinata.

Una luna a metà a guardarci come un poco scettica. Francesco fa le sue cose come le ha sempre fatte e come sempre le farà, pure quando sul palco non ci sarò più io ma qualcuno molto più bravo di me, o molto meno.
Attento, meticoloso, una cosa alla volta, arrotola pazientemente le maniche della camicia, prova i volumi e smanetta con tutti quei pirulicchi dei quali io non conosco la funzione. Stasera abbiamo una grande sorpresa. Ci abbiamo messo tempo e fatica, lavoro e qualche incomprensione, e soprattutto il Socio ci ha messo il poco tempo libero che aveva, ma ce l’abbiamo fatta. Stasera c’è un pezzo nuovo, mai provato, che è molto più simile a come ci sentiamo adesso, molto meno entusiasta, molto più incazzato, ed è il pezzo che va sotto la storia di Fabiano. Mi stravolge tutto lo spettacolo, cambio i tempi i respiri il corpo, mi sale un sentimento di rivalsa, di rabbia, che mi porta tutta d’un fiato fino alla fine.
E alla fine, ecco adesso non me lo ricordo, ma alla fine credo di aver guardato Francesco, e credo di averlo visto sorridere e strizzarmi l’occhio proprio come alle prime repliche.
Che forse non è andata così, forse lui era troppo preso con le luci e io con chissà cosa, ma in fin dei conti adesso che me ne importa.

 

 

Questo è stata l’ultima replica di non vengo dalla luna, questo e i panini col prosciutto porchettato, e le mie risate irrefrenabili sulle gradinate, e il giorno dopo trascorso in saluti interminabili e il mare di Capocotto e la pasta fredda di Fabiana e io che mangio il cocco mentre il Socio e i fratelli di radiosonar giocano a beachvolley, e i saluti che non vogliono essere addii ma finiscono per strapparmi la lacrimuccia, questo e molto altro che non scrivo perchè non lo ricordo o perchè non lo voglio dire.

 

Questo e il viaggio di ritorno, la strada che tante volte abbiamo fatto, Orte Orvieto Chianciano Incisa Firenze Nord, fermati all’autogrillo che ci sono delle cose che si pagano e delle cose che sono gratis, pigliamoci un caffè, un caffè e un gelato, facciamo cambio al volante che c’è l’appennino, la Papaleomobile densa dei nostri progetti dei nostri segreti e pure delle nostre paure, mettimi quella canzone là che ha quell’atmosfera di guerra nucleare, l’appennino infinito nella notte Barberino Roncobilaccio Sasso Marconi, non ricordo mai qual è l’uscita giusta per arrivare al garage

 

Guarda!

La basilica di San Luca.

Siamo a casa.

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