Archive for the 'teatro' Category

Ago 18 2011

non ti ho mai detto di avere paura del mostrobiscotto

Passato il ferragosto mi sento quasi miracolata e -come sempre accade in questa casa- dopo la tragedia iniziale tutto diventa un pochino più commestibile e ci troviamo di nuovo nella nostra commedia all’italiana, ognuno cercando di fare onestamente del suo meglio. Trascorre quest’estate, trascorre mio malgrado, le giornate sono sempre troppo brevi se confrontate con la mole di materiale che dovrei produrre se fossi davvero in grado di rispondere alle così dette international calls. Ma io non ho la più pallida idea di come scrivere una cover letter, e non riesco a inventare storie per cui il mio eventuale datore di lavoro dovrebbe essere felice di pigliare me e proprio me.
Allora me ne sto in questo stato di sospensione, cercando di fare quello che posso e di non pensare che la Corea, porcamaella, la Corea è proprio lontanissima, e io così lontano non ci sono andata mai, e anche il Mozambico in fondo era più vicino, tutto era più chiaro più protetto, invece oh, la Corea è proprio lontana e io il coreano non lo parlo e manco lo leggo. Ho imparato a scrivere Irene, Teo e Carla. Francesco no, che non ho capito come si fa la effe. Però se tutto va male posso mettermi in piazza del baraccano e vendere braccialetti coi nomi in coreano incisi in tempo reale, e se arriva uno che si chiama con la effe mi invento qualcosa sul momento.
C’è un costante sottofondo d’ansia che suona da qualche parte nel mio cervello, e pure felicità, e spaesamento, e paura di questi cinque mesi e di ciò che sarà dopo. Che lo so, non bisogna pensarci, al dopo, ma anche un pochino sì, sennò come si fa. E c’è eccitazione per il nuovo, per il viaggio, per l’idea stessa di possibilità, così vicina a quella di speranza. C’è gratitudine per chi mi sta sostenendo, e paura di perdere le persone. Eh sì, proprio paura di essere dimenticata, sostituita, paura di tornare e non trovare più il mio posto, qualsiasi esso sia.

Che poi lo so, nel giro di tre giorni sarà tutto un turbinio di chiusura di scatoloni, svuotamento delle dispense, scelta del soprabito, che anche se il prof mi ha detto di non portare troppa roba, vorrai mai che rinunci alle scarpe nere coi buchini, al cappotto rosso, ai semi che m’ha regalato la sorella, alla sciarpina della Ire e via discorrendo all’infinito? e un pacco di tubetti? dovrò pur portarlo un pacco di tubetti che sono il mio comfort food.

Ma per adesso non riesco a pensare a niente di tutto questo, per adesso ho solo uno struggimento strano, leggo ancora una volta i programmi dei festival cui fino all’anno scorso partecipavo, il mio nome non c’è e per un attimo, ancora, mi viene da incazzarmi, mi parte il desiderio furioso di vendetta, i gomiti sgomitano me nolente la bocca sputazza l’occhio guizza sto già per produrmi in inusitati improperi quando, d’un colpo, mi rendo conto che non c’è più motivo
Ecco lo scrivo, oggi.
Che non mi deve importare più, non mi deve ferire, non mi deve lacerare. Che questa guerra non è più una guerra mia.
E non lo so come si fa ma lo farò, e prima o poi mi sveglierò e non farà più male.

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Ago 03 2011

ultimo atto (im)possibile

Eccomi come una bambina imbranata di cinque anni, la stessa bambina che ero ventisette anni fa quando provavano a farmi ricopiare su quaderni giganteschi quei simboli incomprensibili e apparentemente inutili, la c di casa la d di dado la acca di hotel. Oggi me la vedo con milioni di stanghette verticali e orizzontali che formano sensi sconosciuti e mi sembra di muovermi in una delle teorie di Kandinskij sulle linee che se tirate dall’alto verso il basso da sinistra verso destra danno un senso di spazio luminosità infinito e infatti eccomi, a cavallo di stanghette orizzontali, verso l’infinito che si schiuderà il 31 agosto su un volo per il quale ho prenotato un pasto senza lattosio e mi sono sentita proprio una ragazza emancipata.

Dovrei dunque passare ai diciannove caratteri che indicano le consonanti e invece non riesco a concentrarmi perchè c’ho i pensieri, pensieri che mi portano a questo fine settimana venturo, che sarò insieme al mio Socio vicino Roma a fare l’ultima data del nostro spettacolo e io proprio non posso crederci. Ho provato strenuamente a trovare nuove occasioni per questo agosto, un po’ perchè avevo bisogno di soldi, un po’ perchè proprio non me la sentivo di chiudere il sei agosto in un paese dell’entroterra ciociaro dopo una turnè che mi ha stravolto la vita, e invece tutte le possibili occasioni si sono frantumate, una dopo l’altra, rovinosamente, proprio come il mio bicchiere preferito si è suicidato nel lavello stamattina senza apparenti motivazioni. Il bicchiere si è suicidato e le mie ricerche di date per agosto sono affogate attorno alla penisola lasciandomi disoccupata ma soprattutto incompleta, con questo senso di finire non troppo bene una cosa che invece era cominciata benissimo.

Allora avrei bisogno di parlare di quest’ultima data di quello che vuol dire per me di come sto di come mi sento di come NON mi sento avrei bisogno di stare in questa cosa e invece mi sento censurata mi sento impaurita mi sento disapprovata e non ne parlo così fino all’ultimo non si capisce un cazzo di quello che succede, facciamo così eh, e la morte arriverà improvvisa come se nessuno se lo aspettasse, facciamo finta che non sia una morte annunciata, facciamo gli sconvolti il sette agosto quando dirò eh, era la mia ultima data, vi saluto, facciamo che non lo sapevamo, facciamo che non abbiamo sentito tutte le ore che ho trascorso bussando a porte reali e immaginarie, scorticandomi le nocche a furia di picchiare, chiedendo uno spazio una data perchè era importante per me fare altre date ad agosto, perchè probabilmente dopo non ci sarà più tempo non ci sarà più spazio.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e diciamo ah, ma non avevo capito, che eri messa così male che avevi bisogno di lavorare che era discriminante, se avessi capito ti avrei invitata a questo festival a questa rassegna a questo blabla. Facciamo gli gnorri così poi potremo andare tutti insieme al funerale fingendo di non aspettarcela e dicendo che sì, sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, e noi non siamo stati in grado di cogliere i segnali anzi, segnali non ce ne sono proprio stati, sembrava che tutto andasse bene che tutto veleggiasse con vento in poppa forza dieci e invece.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e ci raccontiamo che abbiamo fatto tutto il possibile anche se dentro di noi c’è un piccolo mostriciattolo che sussurra maleficamente che no, forse qualche cosa di più avremmo potuto fare. Facciamo che guardiamo i programmi dei festival estivi e ci domandiamo se sono proprio completi o se per caso non ci sia qualche voce che manca, quest’anno, qualche voce che è stata sacrificata in nome della crisi o in nome di quest’artista che forse il suo spettacolo non sarà bello come quello della Vitantonio però lui porta un sacco di gente anche se costa il quintuplo e allora facciamo che guardiamo i programmi dei festival e ci domandiamo quali teste sono cadute e ci rispondiamo che sono cadute quelle teste che rotolando a terra non facevano troppo rumore. Facciamo che spediamo delle belle lettere in cui ci scusiamo ma quest’anno proprio non c’erano soldi in cui ci scusiamo e diciamo sì bella la tua proposta ma è politicamente troppo esposta e noi non possiamo rischiare di perdere i finanziamenti .
Facciamo che abbiamo tutti la coscienza a posto, facciamolo, così anche io ce l’avrò, la coscienza a posto, il sette agosto quando avrò fatto l’ultima data del mio spettacolo persa in un paese della ciociaria, niente contro la ciociaria, per carità, non vorrei essere fraintesa, facciamo che anche io avrò la coscienza a posto e mi dirò che in fin dei conti ho fatto tutto il possibile lottato contro i mulini a vento con le mie armi sgangherate fino a quando ho avuto un briciolo di forza suonato a tutti i campanelli bussato a tutte le porte sbattuto la testa contro tutti i muri facciamo che anche io, ho la coscienza a posto.

E se anche io ho la coscienza a posto io non ci sto a sentirmi dire che non posso mollare perchè ho delle responsabilità, non ci sto perchè se uno ha delle responsabilità deve avere anche i mezzi per rispettarle e assolverle e invece io questi mezzi non ce li ho e allora facciamo che sono io, che ho la coscienza a posto, anche se ho rabbia e frustazione che mi consumano le budella, sono io che ho la coscienza a posto, che le ho provate tutte e fino ad oggi sono stata con la speranza di fare almeno un’altra data, almeno un’altra, prima di partire, una data qualsiasi, a un prezzo qualsiasi, una data che non mi lasciasse con il morto in casa per ventiquattro lunghissimi giorni, e non ci sono riuscita, e allora sono io che ho la coscienza a posto e sono stanca di essere abbandonata da quelli che se da un lato mi dicono non puoi mollare hai delle responsabilità dall’altro se ne sono già andati per i fatti loro verso nuove avventure lasciandomi a preoccuparmi da sola di me e delle responsabilità di me e dei progetti impossibili di me e dei sogni  che fino a un minuto prima non erano solo miei.

Facciamo che se un sogno muore io non so di chi è la responsabilità, non so di chi è la responsabilità se le cose non vengono vissute come dovrebbero, se le persone fuggono, se ai festival la prima testa che cade è la mia, se quando ci sono teste da tagliare improvvisamente scopro che sul mio carro sono rimasta da sola, se l’ultima replica di quello che potrebbe essere l’ultimo spettacolo verrà messa in scena in mezzo al silenzio, non lo so di chi è la responsabilità, ma io ho la coscienza a posto e non so bene cosa significhi ma cazzo, pare che la gente sia così preoccupata dall’idea di dovercela avere, la coscienza a posto, e se a questo funerale io gioco a fare il morto voglio che sia scritto nel regolamento che anche il morto aveva la coscienza a posto.

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Lug 22 2011

guida intergalattica per attivisti, tredicesimo episodio

Verso casa.
Guido in questa mattina umida e silenziosa mentre il Socio dorme placido e silenziosissimo.
Fino all’ultimo non lo sapevamo, se cel’avremmo fatta a portare “non vengo dalla luna” a Genova. E poi invece, come nell’ultimo scatto prima del traguardo, ecco che nel giro di poche settimane abbiamo fatto tuttotutto, compreso trovare un buco nell’agenda affollatissima del Socio, e allora eccoci. Venticinquesima data, penultima data del nostro tour, almeno per adesso.
Che sembrava non dovesse arrivare mai, questo giorno, e invece è già finito.
Guido mentre il Socio dorme e penso alla mia Genova dieci anni fa, alla paura, alla solitudine. Penso a quella grossa mortadella abbandonata in strada, vicina a una scarpa insanguinata. Penso a tutto quel fumo. Al sole, penso, alle persone che lanciavano acqua dalla finestra per rinfrescarci. Al mio ritorno a Milano, alla mia gioventù, penso, ai miei ventidue anni di speranze orgoglio e pure un po’ di arroganza.
Il Socio dorme, e penso alla mia Genova di oggi. Alla partenza faticosa, a questo mio sentirmi fuori sintonia, ai silenzi, alla radio, al maledetto tir incendiato e alle otto ore di strada. Al sole, all’arrivo, alla gioia. Al fatto che non potevo crederci, che fossimo arrivati, lui e io. A lui e io, penso, a come oggi abbia detto lui e io e non noi, che la turnè sta finendo e io me la sento addosso, questa fine. Lui no (forse), ma tanto il diario lo scrivo io. Penso alla mia Genova di oggi, alla gioia di ritrovare i compagni e le compagne di questo anno, di questi mesi, penso alla Genova pacificata di oggi, all’assemblea, agli sguardi che ho incontrato. Ai pesci, al mare. Al banchetto di ya basta. Si, pure al banchetto, penso. Penso a Peppino che è venuto a trovarci, ad Ale e alla focaccia, ai fratelli di Bologna arrivati proprio in tempo per evitare gli scoramenti.
Penso a quando il Socio stava fissando il nastro per il puntamento ai miei piedi, e a me un po’ mi si stringeva il cuore e lo stomaco e il fegato che ne so che cosa mi si stringeva, tutto si stringeva mentre mi chiedevo come sarà la mia vita senza tutte queste cose. All’ombra perfetta di stasera, penso. Al rituale del microfono che si mette in due.
Alla fatica, alla paura.
E poi penso allo spettacolo, che dal momento in cui decidiamo che comincia va solo, imperterrito, ostinato, fiero.
Va per la strada sua, si apre sboccia odora e poi si addormenta. Agli occhi di chi guarda e ascolta, penso.

Il socio dorme e io penso alle compagne e ai compagni di Genova, che finalmente cavolo li abbiamo conosciuti e abbiamo dato volti ai nomi e alle voci. Alla candeggina, alla generosità, al tendone di Renzo Piano che voglio dire, tu l’hai mai fatto il tuo spettacolo sotto il tendone di Renzo Piano? Penso al nostro teatro povero, che noi non facciamo il teatro povero, noi siamo il teatro povero. Ai protagonisti invisibili del Socio, penso. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi.

Il Socio dorme e io guido, intanto arriva il giorno, Piacenza Fidenza Parma Terme di Canossa Reggio nell’Emilia. Penso ai saluti, agli abbracci, a quelle luci che io non trovo negli sguardi di nessun altro. Ai compagni arrivati giustintempo da Napule. A quelli che lo spettacolo l’hanno visto quattro volte. A quelli che ne sanno pezzi a memoria. Al pullman da Avellino, carico di sogni e testardaggine. Ai miei eroi perugini. A uno sguardo in particolare, penso, e poi penso a tutti. E penso a chi stasera non c’era. A chi non ci sarà. A una rosa che m’è stata regalata.

Il Socio dorme con le nostre rose al fianco, immobile e silenzioso, sorge il sole sull’Emilia e io guido come se dovessimo non arrivare mai, altro che viaggio al termine della notte, io viaggio verso l’inizio, della notte, quel punto dove è chiara e immobile, accogliente e perfetta, rotonda.

Penso poi ai pensieri segreti, alle cose oneste. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi. Alla fine delle cose. Agli inizi. Alla notte che finisce però inizia. Al sole che sorge proprio nel punto in cui non pensavi. Al senso d’orientamento, al perdersi.
Il Socio ha freddo, mi piacerebbe potergli mettere una copertina ma non ne ho, io che ho sempre mille copertine per ogni uso, non ho uno straccio di copertina stanotte per il Socio, e lui si deve affrontare la notte infinita così, al freddo, dopo aver sfacchinato con la sottoscritta, eh oh, vita da artisti di quart’ordine.

Il Socio dorme Modena Sud uscire tra ottocento metri, la notte finisce e inizia mentre il giorno si colora come le guance di un’amica che arrossisce all’improvviso. Ma siamo arrivati, non la vedo, la Basilica di San Luca. Non so perchè. Oggi non si vede, per quanto mi sforzi essa mi si nasconde, e io non mi sento a casa, mi sento sospesa sulle guance del giorno mentre la notte infinitamente respira dentro di me.

Ti riesci a portare fino a casa?
annuisce, il Socio dalle mille vite, che tra due ore già si sarà trasformato in un efficientissimo qualcos’altro, mentre io rimango sospesa tra il giorno e la notte, in ogni caso squattrinata e senza prospettiva, giorno o notte che sia. Rimango sospesa con il pensiero di un’estate che mi ha promesso e non sta mantenendo.
Mi chiede come ho fatto, a portarlo fino qua. Gli dico te lo avevo promesso, che ti avrei riportato a casa. E poi ho pensato.
Mi chiede a cosa.

Mah, alle parole delle canzoni, al giorno, alla notte, alle rose. Buon riposo Socio, io mi faccio una passeggiata sul confine di questo non-giorno infinito.

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Lug 12 2011

guida intergalattica per attivisti, dodicesimo episodio

Fatica, fatica e qualche lagrima nello scrivere il dodicesimo episodio di questa guida intergalattica per attivisti. Partimmo ormai secoli fa alla volta di Napoli, era il due luglio e noi uscivamo più o meno incolumi dalla trash night con cui avevamo decretato la chiusura estiva del centro sociale. Avevamo ballato, cantato, riso riso riso assai, ci eravamo mascherati e avevamo preparato il grande tampax d’oro da dare quale premio ai fratelli e alle sorelle di radiosonar che erano venuti in pompa magna a fare la battaglia più trash della storia. Avevamo bevuto i mojito più buoni di Bologna, ce li eravamo versati addosso, avevamo promesso, un po’ avevamo mantenuto e un po’ no, avevamo persino in qualche maniera dormito (così dicono gli annali) e alle nove ci eravamo trovati da Micky e Max per un caffè che avremmo voluto fosse un idraulico liquido. Partiti, occhi infossati dietro gli occhiali da sole, buonumore e stanchezza. Il Meridione ci aspettava e noi quella data l’avevamo desiderata forteforte, nella Napoli alla quale entrambi, ciascuno per i suoi motivi, sentiamo un pochino di appartenere.
Viaggio infinito, integratori color azzurro, caffè, sole, sigarette, discorsi che non ricordo e un po’ di tristezza perchè per andare in turnè non saremmo andati in Val di Susa, noi, proprio noi, cazzo. Epperò sapevamo che tutti gli altri sarebbero stati là e questo era rincuorante.
L’autostrada era deserta e siamo arrivati a Napoli che manco abbiamo capito come. Insurgencia ci ha accolti con caffè fumante e abbracci e un terrazzo meraviglioso e racconti, ma soprattutto con un divano fagocitante che ci ha visti collassare uno dopo l’altro mentre allo stereo i 99 suonavano canzoni di altri anni e il sole era tiepido e rassicurante.
Poi come al solito di colpo è arrivato il momento di fare lo spettacolo e c’era la famiglia Vitantonio al completo, e io ero stressatissima da questo fatto, pensavo che non cel’avrei mai fatta a dire tutto quello che dovevo dire davanti ai miei genitori, e mi sentivo giudicata e pure un po’ scema, poi però guardavo Francesco e lui come al solito aveva due chili di cerone zen spalmati addosso e questo era un pochino rincuorante. Così andavo avanti attraverso la storia e le persone erano mute e attente, tanto che io non sapevo bene cosa stesse accadendo, fino a quando non è successo che improvviso è scoppiato un applauso e mi sono accorta di quanta forza di quanto amore ci stessi mettendo e secondo me Francesco anche, pure se lui direbbe che ha solo premuto i bottoni. E forza e amore tornavano dal pubblico, e dopo sono arrivati abbracci lacrime nuovi racconti e la sensazione, ancora una volta, di aver fatto una cosa non del tutto inutile. La pizza, la pizza è arrivata, meravigliosa, come l’avevamo sognata per tutto il viaggio, e noi l’abbiamo divorata sul terrazzo notturno poco prima di crollare addormentati in una casa che a me mi ricordava un sacco di cose.
Un anno, un anno era passato da quando l’ultima volta ero entrata in quella casa, e sinceramente mi è sembrato di stare molto meglio, il dueluglioduemileundici. Prima di addormentarci sui lettini gemelli abbiamo mandato un messaggio ai compagni che in quel momento partivano per la valle e poi il tempo di dirsi buonanotte e zzzzzzzzzzzzz

Napoli splendente di sole e taralli piccanti ci ha accolti un po’ turisti e un po’ ricordatori nostalgici, il golfo brillava come nei film con Sofia Loren e i bagnanti si urlavano scemenze mentre noi ci godevamo la nostra mezz’ora di fancazzismo prima di partire alla volta di Lioni. Intanto s’era fatta tarda l’ora e cercavamo di capire come andassero le cose in valle.
E’ stato in quel momento, dieci minuti prima di entrare nel paese di Lioni, che tutto ha cominciato a vacillare. Nessuna notizia di Fabiano, ci dicevano i compagni, e dalla tivvù e dai giornali arrivavano notizie inquietanti che ci facevano esplodere dentro una rabbia muta e spugnosa.

Lioni è tutta nuova, che il terremoto si è mangiato più o meno l’intero paese, giusto in mezzo troneggia una cattedrale che sembra una via di mezzo tra una torta e una moschea, il paese è silenzioso sotto il caldo torrido, e noi non riusciamo a fingere spensieratezza nemmeno quando la delegazione di Rouge ci preleva entusiasta e ci porta a vedere lo spazio. Spazio bellissimo, peraltro, ma che non useremo, no, perchè stasera, visto che non ci hanno concesso non-so-che-sala, occupiamo nientepopodimenocchè la piazza del paese!! e vai, questo elemento imprevisto ci piace. Lenti ma inesorabili cominciamo il montaggio selvaggio, intervallandolo ai caffè durante i quali i nostri ospiti ci raccontano e ci chiedono, noi ascoltiamo le incredibili storie di come si fa il movimento in un paese dell’Irpinia, mentre notizie discordanti che arrivano da chi è in valle, però a un certo punto vengono diffuse le foto di Fabiano tutto pieno di sangue e lì si va solo a peggiorare. Facciamo lo spettacolo (non prima di aver ingurgitato altre tonnellate di pizza proprio nel mezzo della piazza) col cuore gonfio di preoccupazione e rabbia, e sarà forse anche per questo che lo facciamo beneassai, nella piazza occupata di Lioni, con un pezzo di noi che si chiede come sta Fabiano e dove e come stanno gli altri.

Smantelliamo e in men che non si dica tutto è di nuovo Napoli e vino autoprodotto da dividere con la nostra Bologna e l’accoglienza di chi si prende cura di noi lasciandoci morbidi letti e silenzio e sfogliatelle per la colazione e abbracci e silenzi che sappiamo cosa vogliono dire. Il viaggio di ritorno è il viaggio più lungo della storia, non ce la facciamo, ci passiamo la guida di continuo con l’idea di arrivare almeno in tempo per l’attivo e sapere qualcosa di più concreto. I chilometri sono immobili, mi pesa questo dolore e come al solito quando la sofferenza prova a farsi troppo intensa cado nella narcolessia e mi addormento proprio nel mezzo dell’appennino mentre stoicamente Francesco prosegue, forse anche un po’ allettato dall’idea che, una volta a casa, addenterà le mozzarelle comprate a Capua (che puzzano, ammettiamolo, puzzano).

Mi sveglio col cadavere del Socio che guida al posto suo, l’appennino è spigoloso e stronzo come il nostro umore, ma ormai ci siamo, si vede la basilica di san Luca e dentro di me ripeto le parole che ormai entrambi conosciamo a memoria. Da lì in poi tutto corre, l’assemblea, i racconti dei compagni e delle compagne, la rabbia, la preoccupazione, l’orgoglio, Fabiano che finalmente ritorna e noi che gli facciamo il comitato d’accoglienza in stazione, il mio umore insostenibile, le mie paure, le mie solitudini, il senso di dover andare, la paura di non farcela, una veloce scorsa al conto in banca che basta a mandarmi nel panico, Francesco che studia come un matto mentre le sue occhiaie diventano indelebili, l’oroscopo di Breszny che dovrei ascoltare un po’ più attentamente, un sabato trascorso a casa di Fabiano tutti insieme in un’allegria che mi riporta alla spensieratezza degli anni della mia università, che mi restituisce il senso di poter essere come sono senza mascherarmi, un sabato in cui sono grata a queste persone che mi hanno accolta e che mi fanno ridere e pensare e agire.
Un sabato che diventa prestissimo la domenica in cui torneremo a Padaniacity, là dove tutto è cominciato.
“Non vengo dalla luna”approda al festival e noi siamo entusiasti, tutti e due, ognuno per i motivi suoi, e difatti la Papaleomobile è densa di parole e giochi quasi come si trattasse di molte turnè fa. Arriviamo e sembra davvero di essere a casa, ci sono i sorrisi, i gelati dell’area relax, gli infradito di Checco e le “critiche costruttive” di Zuzzu, i piani luce di Marco, Laba che come una visione ci accoglie, elegantissima vestita di verde, epperò con la ramazza in mano che spazza il bar grande e io quando la vedo quasi mi commuovo, come mi commuovo ogni volta che vedo Graziano mettere giù le sedie insieme a tutti gli altri, e forse questi sono viaggi solo miei ma a me mi restituiscono un senso, mi ricordano ogni volta perchè ho scelto di stare e di agire insieme a queste persone, forse sono viaggi miei ma sono sufficienti a darmi aria buona da respirare, e infatti le ore che precedono lo spettacolo sono di pura gioia che condivido con persone le cui vite ho attraversato negli ultimi tredici anni.
C’è pure il mio fratello attore Peppino, che non vedevo da una vita e mezzo e mi sembra di averlo salutato ieri, lui che mi diceva di non andarci, a Castelletto di Sarcazzo, io che non l’ho ascoltato e poi vabbè è andata come è andata. E vorrei essere più capace di far sentire al Socio quanto mi emozioni che lui entri in questi pezzi di vita invece non ci riesco perchè mi attorciglio nelle parole e nell’emozione.

Sinceramente a me mi pare che lo spettacolo sia andato bene. Però ora non mi ricordo. Perchè subito dopo è cominciato una specie di film a doppia velocità, e giuro che non ho assunto sostanze di alcun tipo. Ma tutti avevano qualcosa da dirmi, e spesso si trattava di cose che mi mettevano scomoda, e Francesco era chiuso in un’insoddisfazione che mi mordeva, e io cercavo risposte e trovavo solo domande.
Ricordo Peppino che mi chiedeva di non fare quello che sto per fare, ricordo me che mentre lui me lo chiedeva mi dicevo ma quanto gli voglio bene, a questo spiantato davanti a me. Ricordo Orso sbucato da un passato improbabile che mi abbracciava orgoglioso come di me non lo era mai stato. Ricordo. A un certo punto, ricordo di aver pensato basta, mi sono inventata tutto, questa è una grande cagata, mi sono illusa mi sono sbagliata. Insomma mi è venuta la paranoia, ovviamente laterale e di soppiatto come suo solito, mascherata da pensiero razionale, s’è intrufolata e m’ha cominciato a massacrare dal di dentro e così ha continuato fino a che, sulla Papaleomobile, mentre ci lasciavamo alle spalle il temporale in arrivo su Padaniacity, il Socio non s’è intestardito col voler cavare il dente e così di nuovo sedute di autoanalisi nella Papaleomobile proprio come ai gloriosi tempi in cui mi sembrava di aver creato qualche cosa che fosse più del mio piccolo viaggio privato.

Ma siamo stanchi.
Oggi abbiamo fatto la nostra ventiquattresima data e se siamo fortunati ne faremo ancora due o tre.
Siamo stanchi.
Lasciamo il mostro nella casa del mostro e noi ci lasciamo ognuno nella sua casa, che tra poche ore è domani e il lunedì si sa, non è interessato alla nostra stanchezza. Il lunedì è crudele come la schermata del conto in banca, il lunedì se non ti prepari adeguatamente ti massacra.
Allora ci ritiriamo con la speranza di avere tempo abbastanza per rimetterci in piedi di fronte alla nuova settimana.
Non siamo risolti.
Non siamo sollevati.
Però abbiamo sonno, e questo appare un buon punto di partenza.

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Giu 23 2011

Piccoli esempi di precarietà bestiale

Alcune settimane fa mi chiama Alessandra Marolla, regista che ha inserito nel suo video “PrecariEtà” un pezzettino di OTTO nonchè un’intervista alla sottoscritta me medesima in qualità di attrice precaria. Mi dice tutta contenta che le faranno uno speciale nientepopodimenocchè su radiotre e che il regista vorrebbe inserire un pezzettino dello spettacolo nello speciale. Io dico fichissimo! L’unica cosa, sai, dovrebbe essere citato il mio nome durante la trasmissione, non è che voglio che la rai mi paghi (come invece fanno altre emittenti, per esempio quella svizzera) ogni volta che passo in onda, ma almeno il nome, cazzo, del resto OTTO e sotto licenza creative commons e queste sono le regole. Lei mi dice non c’è problema ti chiamerà il regista in persona.
Cavolo, il regista in persona, penso io, che deve essere proprio uno strafico se fa una puntata sulla precarietà. Allora a un certo punto mi chiama questo regista e ovviamente io stavo facendo tre cose contemporaneamente di cui due volte al reperimento di danaro per l’affitto. Cotesto regista senza troppi preamboli mi dice

Senti, la trasmissione l’ho montata, spazio per il tuo nome non ce ne sta. Piuttosto che metterlo faccio prima a togliere il pezzo del tuo spettacolo dal montato.

Non sto scherzando, mi dice proprio così. Io rimango un pochino contrariata, visto che la radio la faccio anche io e ho imparato che la prima cosa è citare gli autori dei pezzi che si usano, diciamo, la prima cosa è il rispetto ecco, rimango contrariata pure perchè si tratterebbe di precarietà, cazzo, e allora a che gioco giochiamo? mi fai la trasmissione sulla precarietà e mi tratti come una bestia? rimango un pochino contrariata ma non faccio in tempo a ragionare perchè lui mi dice subito

Tutto quello che posso fare è mettere il tuo nome sul sito della trasmissione.

Che cosa avrei dovuto fare? probabilmente se fossi stata un po’ meno vigliacca avrei dovuto dire oh, ma sai che ti dico, vedi dove te ne devi andare, tu e la tua trasmissione sulla precarietà, tu non hai proprio capito un cazzo della precarietà e io a questo gioco non ci sto, non ci sto perchè tu in questo momento stai usando il tuo potere per farmi accettare una condizione a dir poco iniqua, non ci sto perchè quello che fai non solo è ingiusto ma è pure illegale, non ci sto perchè io con questo spettacolo ci mangio, e già è allucinante che tu non mi paghi il passaggio radiofonico, figuriamoci poi se non mi dai nemmeno quello straccio di moneta di scambio che si chiama visibilità, oh, ma siamo matti?

Lo so, avrei dovuto dire tutto questo. E invece non ho avuto il coraggio di farlo. Il risultato è stato che il mio nome in trasmissione non è stato fatto, e sul sito ci sta la fotografia mia, peraltro di un altro spettacolo, che con OTTO non c’entra una cippalippa, ovvero “non vengo dalla luna”, senza nessun tipo di specifica, roba che se uno va sul  sito pensa che la tipa fuori di testa nella foto è Alessandra Marolla,  e invece sono io, cazzo, sono io che stavo facendo uno spettacolo che parla proprio di questo, di quanto sia stanca di essere trattata come una risorsa oggettiva senza che mi venga riconosciuto alcun diritto, di quanto sia esasperata dall’uscire sempre sconfitta dalle stronzissime relazioni di potere, di quanto mi faccia schifo scendere a patti con chi in quel momento è più forte di me, eppure non abbia scelta perchè altrimenti non mangio.

E pure questo post, se qualcuno della rai lo vede, lo so che mi porterà solo grane, perchè io sono una sola, e il mio potere è ridotto alla denuncia sul mio stracazzo di sito o, se sono fortunata, a una manifestazione all’anno in cui posso esprimere la mia sacrosanta rabbia. E tanto per parlare di visibilità, di questa dorata moneta di scambio con la quale mi ci faccio il bidet, il mio sito ha avuto tredici visite dal quello della rai, t r e d i c i, non so se mi spiego, grazie tanto, tredici visite me le guadagno con molta più facilità durante un aperitivo.

Bella menata, eh? Io più ci penso più mi incazzo, e non posso fare niente, se non scrivere la mia rabbia sul mio stronzissimo sito e per questo correre pure il rischio della denuncia perchè chi ha il potere ti può sempre denunciare, anche se ha torto.

E comunque, anche per questo, stasera ho contribuito all’organizzazione di un evento che parla proprio di precarietà. Ci sarà il video di Alessandra, ci sarò io, ci sarò Laura Pasotti e ci saranno i precari e le precarie, ecco. Se siete a Bologna stasera, dalle 20 in poi, al TPO parliamo di noi.

Ma vaffanculo

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Giu 20 2011

guida intergalattica per attivisti, undicesimo episodio

Le Papaleidi.
Attrice coprotagonista (dice lui), ruolo spalla (dico io), arrivo a casa Papaleo/Elena dopo minitour bresciano che m’ha regalato gioia, fatica, risate, struggimenti commozioni e un paio di lagrime nel vedere come le persone cambiano e a volte succede proprio quello che pensavi non sarebbe successo mai. La strada m’è parsa lunghissima, persino qualche lagrima m’è scesa mentre ascoltavo incazzatissima la musica di un passato in cui avevo molte più speranze e mi veniva voglia di cantare a squarciagola la mia tristezza invece solo mi colavano lagrime silenziose e io assistevo immobile allo scioglimento d’un grumo di cose alle quali nome non so dare. Ma il cammino era troppo lungo pure per la mia tristezza, dopo la prima mezz’ora mi ero dimenticata tutti i miei crucci e bestemmiavo contro gli italiani in vacanza che intasavano l’autostrada.
Mi salvava proprio sull’orlo della strage il Socio, attore protagonista, che m’invitava a pranzo prima della partenza per Rimini.
Con questo degno prologo sul groppone arrivo dunque sui monti Papaleici e subito mi cambia l’umore come se fosse cambiato il vento perchè il Socio, Laire e Nico m’accolgono in tutto il loro splendore e io improvvisamente mi ricordo che la mia vita è meravigliosa, che sono a pranzo coll’amici miei, che stasera farò lo spettacolo mio amatissimo e che un’immensa gialla estate m’aspetta pur giocando ogni tanto a nascondino. Insomma ecco il bello dell’essere lunatica, cambio umore velocissima e non rimpiango. Trascorre il pranzo tra le risate, gli scherzi, la camicia stirata del Socio e i soliti conti sui trenta centesimi,  partiamo. Il protagonista superattivo prende il controllo della lucillomobile e mi conduce fino a Rimini dove ci aspettano i meravigliosi e le meravigliose. Romagna! Si sente il mare che c’arriva nel naso portato dal venticello fresco, noi lavoriamo sodo per montare lo spettacolo e io pure nel mio piccolissimo cerco di darmi da fare, anche se sono un’imbranata e mi si deve dire per filo e per segno tutto ciò che c’è da fare, tanto che a un certo punto mi offro come portatrice ufficiale di birre, e riscuoto un certo successo.
Ascoltiamo Manila io mi piglio tutta la sua forza tutta la sua energia e il suo sole colpisce dritto dentro di me attraverso gli occhi e le parole. Ho proprio voglia di farlo questo spettacolo, che oggi fa la sua ventunesima replica e il mio obiettivo è farlo diventare più anziano del Sociomio.
Poi come al solito succede tutto di corsa, io mi sento proprio ispirata stasera e anche se faccio qualche errore vado dritta negli occhi di quelli che stanno davanti a me mi sembra come di squarciare una parete con le parole, sento il Socio dietro di me presentissimo muto e so che in platea ci sono pure i Papaleosenior lui anche se non lo dice è emozionato anche per quello e io, ammettiamolo, io pure.
Arriva la fine e sono tanti gli applausi tanti che un po’ mi commuovo e ancora di più mi commuovo quando qualcuno mi dice io non avevo mai visto un monologo, allora penso ai discorsi che facevo con le amiche mie attrici pure loro, penso a quando ci dicevamo che il rischio è dirci le cose tra di noi, penso che forse sì forse è un rischio ma stasera noi abbiamo davvero portato il teatro dove il teatro di solito non va e allora mi sento improvvisamente piena e fiera, mi pare che anche questo sia in qualche modo essere una militante, ecco, mi pare che forse questa sia una forma sottile ibrida di militanza ma lo stesso è militanza a tutti gli effetti e ancora di più sono grata a queste persone per avermelo fatto capire.
Generosi, generosi i Riminesi e generosa la notte che ci vede cenare sulla spiaggia e io rido tanto e vorrei fare il bagno ma dopo la terza bottiglia di vinbianco un po’ ci ho ripensato, che sono già le duemmezza e noi si deve tornare a Bologna. Con un po’ di saudade saluto Laire e Nico e i Papaleosenior e Manila e Fede, il Socio ancora superattivo riprende le redini della lucillomobile, per fortuna perchè io ho troppa voglia di stare seduta coi piedi sul cruscotto e sentire ottocentotrentasette volte la nuova canzonetormentone che m’ha regalato lui. Mi piace quando è condiscendente e non s’annoia se per l’ennesima volta premo play, anzi ride come se io fossi una bambina che ha appena scoperto l’autoradio.
Lunga lunghissima la strada del ritorno, ci parliamo poco, molto ascoltiamo, poi a un certo punto ecco che appare, lei, la basilica di San Luca, e io come di consueto semplicemente la indico sapendo che lui si ripete in testa le parole de LaFla.

Questo spettacolo ha creato un mondo di sensi nuovi e il Socioprotagonista ne è custode con le sue imperscrutabili Papaleidi alle quali io volentieri ogni tanto partecipo.
Mi domando come sarebbe stato se questa guida intergalattica l’avesse scritta lui, ma poi smetto presto di domandarmelo perchè tanto l’ho scritta io, e faccio quello che posso.

Arriviamo che sono passate le quattro, il giorno già si annuncia dietro le case e io non ho sonno.

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Giu 18 2011

di tutti i miei peter-pan

Lo spettacolo mi si scioglie addosso.
Succede a un certo punto, qualche minuto prima che io salga in scena, che tutto si allontani. Mi sento come sospesa, lontana dalle cose, non sono concentrata nè pensosa, mi pare piuttosto di andare da un’altra parte.
Poi incomincio.
E non c’è niente più.
A volte penso che la mia unica bellezza stia là sopra, o là sotto, a seconda di come uno la vede.
Penso che io sono io solo quando faccio gli spettacoli.
Forse è per questo, che tutti gli uomini che si sono innamorati di me lo hanno fatto guardandomi in scena. E poi non appena mi hanno conosciuta, un piede in una ciabatta infradito anche a febbraio e l’altro nell’ennesima paranoia, sono scappati a gambe levate.

Io vorrei stare sempre così, come quando faccio gli spettacoli. Lontana da tutti, sola.
A mettere in fila i pensieri, a dare corpo alle cose con la voce, vorrei stare dentro le situazioni che descrivo e che per questo, cazzo, vivono. Vorrei ripetere la stessa cosa mille duemila volte. Vorrei non avere bisogno di niente e di nessuno. Quando faccio gli spettacoli non ho bisogno di niente e di nessuno, no, mi basto. Ci siamo io e me. E le facce, le facce di chi ascolta e di chi guarda, i corpi che reagiscono, le risate, le lacrime.
Così, vorrei stare.
A volte penso.
Penso che tutto il resto sia brutto perchè io non ci so stare a mio agio come sto sul palcoscenico quando racconto le storie.
Penso che quando faccio gli spettacoli arrivo fino alla fine, fino alla fine, eppure mi godo tutto momento per momento.
Mentre faccio gli spettacoli non sento il disamore, la distanza, non sento la solitudine.

(il tripudio di Narciso, ecco come lo dovevo chiamare, questo post)

E poi penso che un giorno non avrò più niente da dire. Che la mia bellezza morirà, che non mi illuminerò più quando salgo sul palco. Che i visi non mi rapiranno più, che diventerò sorda. E penso che questo succederà presto. Penso che la vita non sono solo i miei spettacoli. Penso che le persone passano, le persone se ne vanno, penso che.

Ci sono dei momenti (stasera, mentre mi accovacciavo accanto al manichino e ripetevo la mia poesia prima che OTTO finisse) in cui penso al giorno in cui non farò più questo spettacolo. E mi viene come una fitta, una stretta, mi prende come una morsa di ghiacchio nello sterno.

Questa è stata veramente la settimana degli addii. Basta, per favore.

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Giu 14 2011

guida intergalattica per attivisti, decimo episodio

E siamo a venti date, esordisce il Socio una volta in auto, mostro caricato e un’ora e mezzo di ritardo sulla nostra tabella di marcia. Già, oggi domenica 12 giugno, mentre furiosamente il così detto popolo italiano esprime il suo diritto a ripigliarsi la sua acqua la sua terra e non solo, oggi viaggiamo verso Ancona e là faremo la nostra ventesima data. Erano due settimane che non partivamo, il Socio e io, io mi sento in una nuova fase a cui non so dare un nome, abbiamo dovuto incontrarci, abbiamo dovuto parlare, forse un po’ ci siamo pure dovuti chiarire perchè non è che l’armonia della turnè uno la guadagna una volta per tutte, no, siamo sempre in questo precario e volubile equilibrio, le distanze non sono misurabili perchè cambiano in continuazione, e noi ci adattiamo ci modifichiamo ci facciamo più o meno liquidi così finisce che anche questa volta partiamo in silenzio e io lo so che affianco a me c’è uno che non so chi è e che però al tempo stesso è la persona che stasera farà di tutto, ma veramente di tutto, per permettere allo spettacolo di andare bene.

Arriviamo al mondialito antirazzista di Ancona e la prima dimostrazione d’accoglienza e d’amore è la gigantesca piadina alla salsiccia che ci aspetta insieme a Silva, che presto si mette a parlottare fitto con Francè e Disgrà (che stasera c’è anche lui, per fare la presentazione di Frame), di nuovo siamo catapultati nel racconto della vita, dello spazio, delle lotte, e io ascolto, parlo poco che ho sempre paura di dire cagate, quando si tratta di politica io mi esprimo attraverso il mio Socio, che lui è uno che in queste situazioni si porta molto meglio di me. Ognuno fa quello che sa fare meglio, nella nostra societalcinquantapercento, proprio come nel mondo che sogno io quando sono felice.
Ma altro che funky & groove, la situazione stasera è veramente da sport estremo, bambini scorrazzano coi monopattini sul palco mentre un’intera squadra di calcio ghanese si veste nello stesso punto in cui avevo previsto di calare il telo, ho il panico che mi pervade la faccia ma poi guardo il socio e lo vedo, che un pochino è impanicato anche lui, eppure come al solito si gestisce tranquillamente la situazione e io penso occhei, occhei, se ce la fa lui ce la posso fare pure io, del resto lo spettacolo senza di me non si fa, no? Ma poi ecco tutto di colpo cominciamo ed è un’accelerata pazzesca, arrivano le persone, Disgrà fa una presentzione fichissima opportunamente sostenuto da Francè e dalla sottoscritta, ci cambiamo nello spogliatoio più surreale della storia ovvero dietro un cespuglio con la luna quasipiena che ci illumina e poi ecco stiamo già per fare lo spettacolo ma proprio mentre sto per cominciare vola un pallone a incredibile velocità a pochi centimetri da noi e il Socio non può fare a meno di ridere mentre nel buio del bosco un tipo bestemmia a denti stretti poichè il pallone non viene più fuori. Sono magicamente arrivati pure Reka e La Pa e io quasi sono commossa, mi pare di rivedere degli amici d’infanzia, mi sembra una vita fa che siamo andati al mare tutti e quattro insieme e l’estate mi sembrava tutta per me tutta preparata a una turnè sensazionale e Bologna m’appariva accogliente il futuro roseo la giovinezza intramontabile gli amici erano tutti splendidi gli uomini tutti gentili l’amore non più un vicolo cieco da evitare ma una possibilità forse un giorno di nuovo da esplorare mi pare che siano passati anni interi da quando quel giorno facemmo il bagno al Conero, li guardo Reka e La Pa e sono proprio contenta che ci siano. Che poi lo so, le situazioni non sono facili, sono anzi spessissimamente complicate e anche loro hanno fatto la loro porca scelta stasera a essere qua a vederci. Io sono felice.
Finisce, finisce lo spettacolo, con le bambine figlie della squadra del Perù che vogliono l’autografo della principessa ovvero io, e i compagni e le compagne che anche qui ci fanno sentire il loro calore che ancora dopo tutti questi mesi ci fanno capire che in qualche modo quello che facciamo ha un senso, io guardo con gratitudine il Socio che stasera ha davvero fatto un quasimiracolo, ma dura poco questo stato di grazia, che sono divelta sono stanca e pure il Socio lo è, in meno di mezz’ora là dove c’era la festa non rimane che il bosco e noi siamo già in viaggio verso il letto dove dormiremo stanotte. Cantiamo e ci raccontiamo i sogni e le aspettative, e sembrano lontanissimi quei momenti in cui parlavamo scorati del fatto che proprio non ce la facciamo, che ci vogliono più soldi ci vogliono altri lavori e questo spettacolo e questa società potranno essere belli quanto vogliamo ma non ci fanno mangiare abbastanza e per questo moriranno, sembrano lontanissimi i momenti di sconforto e invece era poche ore fa, ma adesso siamo pieni della gioia e degli sguardi di chi c’è stato, della gratitudine reciproca, e pure di stanchezza.
Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in questo nuovo stato che già ne dobbiamo uscire, è lunedì, il tempo è miserabile e il viaggio gramo, Bulagna a zanne scoperte ci attende e non ci riusciamo a fare manco un poco di mare. Ma proprio quando sembra che non ce la facciamo, a capovolgere questa giornata, quando sembra che nessuna musica risollevi l’umore, ecco proprio allora, è un attimo, ci ripigliamo e di nuovo stravolgiamo il lunedì, tanto che io, mentre chiacchieriamo con Laire dei risultati del nostro referendum attorno al meraviglioso tavolo di cristallo, quasi mi dimentico che il giorno dopo avrò l’esame a cui tengo di più in assoluto, e vorrei rimanere nell’estrema periferia bolognese a farmi coccolare dalla Ire e disturbare dal Socio mentre fuori piove, e continuare a fare caffè d’orzo e cercare di ficcarmi nella testa qualche bislacca parola con lo scopo -nel prossimo match- di vincere il Socio al nostro NGS (Nuovo Gioco Segreto).

Invece me ne vado, a un certo punto, che ho capito ormai che il segreto è entrare a bomba e uscire dalle situazioni prima di trovarne sufficiente soddisfazione, me ne vado perchè devo prepararmi a questa settimana che mi darà saluti, addii e qualche lacrima, me ne vado anche perchè mi aspetta l’ultimo capitolo del manuale di storia della guerra fredda, me ne vado e lo so che tra pochi giorni di nuovo ci sarà un viaggio per il mostro, il Socio e me, so che sarà ancora diverso e diverse persone ci faranno sentire a casa, e non lo so quel giorno come mi sentirò, nè come si sentirà lui, però sono sicura che proprio nel momento in cui sembrerà che proprio-non-ci-stiamo-dentro, proprio allora tireremo fuori un telo bianco dalla borsa, un cavo segreto e miracoloso apparirà nelle mani del Socio e lo spettacolo, da solo, si farà attraverso di noi.

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Mag 31 2011

guida intergalattica per attivisti, nono episodio

Non so se mi spiego, n o n o e p i s o d i o !!!! Che vuol dire che siamo andati in tour per nove finesettimana diversi, che tradotto significa diciannove, e dico diciannove repliche di “non vengo dalla luna”, tutte in spazi autogestiti, tutte in mezzo a gente che per ospitarci si è fatta non in quattro ma in cinque o seimila, tutte in qualche modo importanti, tutte incredibilmente uniche e diverse l’una dall’altra. Quando il sociostar si mette a fare le sue tabelle con i numeri delle date che abbiamo fatto e di quelle che dobbiamo fare io quasi quasi non ci credo, che mi sembra l’altrieri che facemmo quei quindici minuti a Marghera. Che freddo che faceva! E quanta poca fiducia, quanta ansia, quanta paura! Se ci penso adesso, mi viene quasi da ridere perchè mi ricordo che avevo col socio un atteggiamento quasi formale, e lui in qualche maniera pure. Forse ci dovevamo provare a vicenda che ci stavamo dentro. Non lo so.

Ma veniamo al nostro nono episodio. La giornata comincia malissimo, mi sento un grumo di ricordi e dolori che mi colano dentro e addosso, e infatti mi dimentico i vestiti a casa, cosa che ci fa accumulare un’ora di ritardo e che presto si somma a un’A1 strapiena di gente che io mi domando ma questi dove cazzo vanno. Non è manco bel tempo. Un viaggio nella papaleomobile un po’ vecchio stile, confidenze, paure, timori, ansie e aspettative, mie soprattutto, per il futuro ma anche per il presente, per la politica per la militanza per il teatro e anche un po’ per i cazzi miei.

Ma arriviamo a Empoli, tre ore di ritardo e una furibonda lite col navigatore alle spalle, il socio subito si mette a faticare e poi mangiamo all’osteria dell’Intifada che oh, vince il premio gourmet di questa turnè. Una meraviglia. Mangiamo così tanto che io non voglio fare lo spettacolo. Ma poi lo faccio. Ed è sempre commovente vedere le facce di chi assiste al nostro piccolo racconto per la prima volta. Ciò nonostante io non sono contenta. Non sono contenta no. Mi sembra di essere in una fase discendente cominciata a Vicenza, non trovo il nocciolo, perdo il sentimento. E per fortuna che c’è la tecnica, per fortuna, la tecnica che mette una spessa maschera tra come sto dentro e quello che esce fuori, perchè lo spettacolo non sembra risentire particolarmente di questa mia demotivazione, ma io mi sento in colpa lo stesso e penso occhei da domani ricomincio a farlo con serietà rigore e disciplina. Questo penso mentre chiacchiero coi compagni e le compagne di Empoli che stanno in uno dei centri sociali più vecchi d’Italia e ci raccontano del g.a.s., della petizione per il fontanello  e di tutto il resto. Siamo però stracchi di fatica.Gentilissimamente ci ospitano i compagni e io cado in un sonno profondissimo dal quale non mi sveglia nemmeno la furibonda battaglia che imperversa tutta la notte tra il socio e le zanzare. Sono praticamente quasi morta.

Sabato, giornata lunghissima. Si va a trovare un amico e compagno che vive con la sua famiglia in via d’allargamento in quel di Firenze. E’ in un momento difficile. Lo sappiamo tutti. Epperò questo pranzo sul terrazzo, col bambino che chiama il socio “ciccio pasticcio” e noi che parliamo di politica, di come vanno le cose qui, dei progetti per il futuro prossimo e scherziamo ecco, questo pranzo condito da noi e dalla schiacciata all’olio mi sembra bellissimo e pure mi sembra un grande onore e privilegio poter entrare così tanto nel passato del mio socio e vedere l’amore e la dedizione dentro di lui. Ancora una volta penso che questa persona non la conosco, e che oggi attraverso un altro ho scoperto un piccolo prezioso pezzettino di lui. Me lo conservo e guardo la città sotto la canicola mentre il nostro amico e compagno ci prende un po’ in giro perchè siamo due spiantati. E’ vero, siamo due spiantati.

Ma è arrivato il momento di andare in via de’ conciatori, dove ci aspetta il trasversalissimo, naif, multietnico e multitasking collettivo prezzemolo, appena nato all’interno dell’istituto europeo. Io sono molto emozionata, che rivedrò Alice, e l’ultima volta che ci eravamo abbracciate era stato proprio il 14 dicembre. Mi sento come se dovessi vedere un innamorat* dopo tanto tempo, sono tutta un brividino. E poi c’è che non so proprio come andrà, questa serata. Ma eccola Alice, ed eccoli tutti, gli anarchici greci, quelli irlandesi e qualche premiato esempio di socialdemocrazia italiana, hanno organizzato una giornata di discussione sulla precarietà che a me pare meravigliosa, incontriamo i compagni di altre città d’Italia e io con un poco di sollievo penso che ecco, ognuna a suo modo io e Lalice abbiamo trovato la strada verso la nostra militanza.
Mentre io penso tutte queste cose il socio si dà da fare e praticamente monta l’impianto. Intanto fuori, la strada regala scorci che pare di essere dentro un film di Marco Tullio Giordana. Siamo fuori dal tempo. Io lo voglio fare bene, stasera, lo spettacolo, che oggi è la nostra diciottesima data, diventiamo maggiorenni.
Ci sono pure Nathan e LaFrancese, apposta per me, sono quasi commossa e un pochino tesa, che non so se a loro lo spettacolo piacerà.

Sono pronta, siamo pronti, lo facciamo. Siamo vicinivicini stasera, sento che Francesco è proprio affianco a me e prima di fare il suo pezzo lo guardo intensissimamente come a chiedergli di nuovo il permesso, proprio come quella volta che lui mi diede il quadernone e mi disse ecco leggi, gli chiedo di nuovo il permesso di metterci la voce mia e lui me lo dà, mi emoziono ancora di più. Lo spettacolo stasera corre attraverso il mio corpo, sono nuda e ispirata, sudo, guardo Francesco e mi pare che di nuovo lo stiamo creando, questo spettacolo, le persone attentissime mi stanno con gli occhi addosso e io vado io proseguo io racconto io vivo.
Era tanti giorni che non lo facevamo così, lo spettacolo.
E infatti siamo stanchissimi. Ma felici, pieni, e infatti ci fermiamo con i prezzemoli fino alle tre, chiacchierando bevendo scambiandoci opinioni ricordi esperienze, mi sembrano già fratelli e sorelle, ho già voglia di rivederli. E lo so che molti non hanno capito tutto quello che dicevo, però mi sento che qualche cosa di importantissimo è passato e sono come un filo teso ed è così che voglio essere.
Terminiamo la serata in tre in auto, che non si potrebbe, con uno degli show preferiti da me e Lalice, messo stanotte in piedi apposta per Francesco, che immediatamente viene catapultato nel nostro lungo e denso mondo condiviso. E mi pare che ci stia piuttosto a suo agio.

Non è finita la turnè, non è finita! E’ domenica, ci imboschiamo in un pranzo a base di carne in splendiderrimo agriturismo perso nel chianti, roba che a noi non ci ricapiterà mai più. O forse al socio sì, che lui è giovane. A me, no. Mangiamo, prendiamo il sole e rimaniamo vittime di uno stuolo di bambini che mi tirano fuori la cattiveria. Ma sono paziente e pacifica, rischio di essere linciata dalle mamme, le mie istanze antimaterne oggi me le tengo per me.
Il socio mi sembra crucciato. In questi giorni mi sembra crucciato sempre. Lui dice che è solo stanco, e ha ragione perchè sta praticamente montando impianti in ogni posto dove andiamo, però a me, oltre che stanco, mi pare crucciato. Ma lui mi dice no. Io traduco sono cazzi miei. E poichè nella nostra società c’è il diritto ad avere ognuno i cazzi propri, io rispetto e ascolto la musica, penso al master allo stage al futuro penso alla fine della turnè. Lo ammetto, nessuno di questi pensieri è particolarmente gradevole.
Ma siamo a Pisa e di nuovo ricominciamo il montaggio la conoscenza lo scambio. I ragazzi del Tijuana sono sotto sgombero. Hanno chiesto l’università per questa sera e io penso con una punta di rammarico che questa sarà l’unica volta nella mia vita che toccherò i muri della Normale, al contrario di quello che speravano i miei esimi genitori.
Si vede che sono affaticati, i nostri fratelli e le nostre sorelle pisani, si vede che si portano addosso l’esperienza terribile di uno sgombero, eppure si sbattono a manetta e quello che viene fuori è uno spettacolo popolato, presente, con le persone proprio in faccia a noi due, che di nuovo stiamo strettistretti sul palco e a me, sinceramente, questa vicinanza mi fa bene. Mi commuovo nel vedere queste facce. Lo so che erano tutt* a Roma, mi sono fatta raccontare di quando hanno occupato la torre e conosco un pochino delle loro storie. Di nuovo me li guardo tutti e me le guardo tutte e mi prende così tanto la commozione che quasi mi fermo un attimo nel racconto. Ma va velocissimo, e finisce prima che possa accorgermene, nella commozione del pubblico e di noi.
Ci piacciono, questi pisani, che si sbattono a manetta per fare le cose perbene epperò sono pure in contatto con la loro dolcezza e con il loro calore. Non vorremmo andarcene, che adesso comincia il momento delle confidenze, ma la strada fino a San Luca sarà lunga, il socio ha lavorato il triplo del dovuto questo finesettimana, e poi c’ha i crucci, si vede che c’ha i crucci. Adesso me lo riporto a casa e lo metto a dormire così poi la settimana prossima c’ha tutte le energie per farsi le cose sue, che la vita di un musicista elettroacustico emergente è grama e irta di pericoli.

Questo penso mentre mi metto alla guida e trasformiamo l’auto in una wikimobile facendo tutti i giochi di memoria e di sapienza che mi fanno pensare a quando ero piccola. San Luca compare ogni volta diversa, oggi un po’ di sbieco, timida, forse distratta, mentre io penso alla mia età e a quei professori che mi amano (pochi) che mi chiedono perchè mi sia messa in testa di cambiare lavoro e lasciare il teatro.
Penso che non ho delle risposte. Penso che spero che Francesco, almeno lui, non sia costretto mai ad arrivare a prendere la decisione che sto prendendo io.

Poi penso anche a molte altre cose. Penso che questo spettacolo è stato ed è per me un concreto esperimento di militanza, penso ai discorsi che ci facciamo sulle coppie, su come sia difficile vivere le relazioni senza dimenticare i discorsi che ci facciamo agli attivi. Penso all’onestà. Penso che forse non mi viene particolarmente bene, ma io ci sto provando davvero, a vivere quello che penso, a dare forma e concretezza alle idee che ho.
Poi penso pure che non sono stanca per niente e che voglio camminare e vedere l’alba e addormentarmi mentre suonano le sveglie di tutti quelli attorno a me e non pensare ai treni che anche in questi mesi ho perso penso che voglio che il piccolo ovattato limbo che si crea alla fine della turnè si dilati e si prolunghi come un caldo utero attorno a me fino a quando non ne avrò più bisogno.

Poi è lunedì, e ho finito il caffè.

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Mag 24 2011

guida intergalattica per attivisti, ottavo episodio

Questa settimana quasi riposo. Gli esami imperversano, appelli si sommano ad appelli, interi ettari di foresta amazzonica servono allo scopo di fornire fotocopie di improbabili articoli su escheriane teorie delle politiche internazionali. Allora non abbiamo spinto troppo, questa settimana solo una data: Vicenza.

Ci andiamo domenica, dopo un finesettimana bolognese, che io era una vita, che non stavo a Bologna il finesettimana, e allora me ne sono andata al Tippiò a dare una mano che c’era un superconcertone, e a me andare al tippiò a dare una mano mi piace un sacco. Mi sono resa conto che cambiano le geometrie umane e che i punti di riferimento che avevo a novembre non sono quelli che ho adesso.
Ce ne andiamo che sono le cinque, il socio e io, stanchissimi, che all’idea di partire dopo poche ore mi viene male, eh già che nel mezzo devo pure studiare.

Ma è già giorno e c’è il sole, il socio mi viene a pigliare al solitoposto, ma la papaleomobile è densa, carica di pensieri, io non lo so a cosa stia pensando, il socio, ma pensa velocissimo e secondo me alcuni sono pure pensieri neri perchè io proprio non riesco a scalfirli, nemmeno esponendo la mia nuovissima teoria dell’amore universale che anzi, lui mi smonta subito, allora desisto, mi metto ad ascoltare la musica, che fuori ci sono trenta gradi e io mi sento una spugna degli scoramenti altrui.
Penso alla stagione estiva, che stiamo organizzando, alle date in giro nei festival, a quelle che faremo e a quelle che invece no, non faremo perche’ non c’e’ tempo e non ci sono i soldi e non ci sono e non.
Penso che vorrei fare più date possibile da qua a fine agosto, che poi a settembre altre lotte ci porteranno in piazza, e chissà se sarà ancora la stessa piazza o se ci scriveremo letterine da piazze diverse, il socio e io.

Arriviamo a Vicenza ma al Bocciodromo non c’è nessuno, che sono tutti a fare il mundialito, bella storia il mundialito, mi sembra l’unica partita di calcio che possa servire a qualcosa di più dignitoso che allo spargimento del testosterone in eccesso nella tifoseria. Lo spazio è una figata, gigante giganterrimo, ma poi tutto nuovo, gli ambienti divisi, tutto messo a posto, e i compagni che ci accolgono ci spiegano con fierezza che hanno fatto tutto da soli, persino la palestra che oh, è davvero una figata. La palestra del Bocciodromo diventa presto l’unico motivo per cui tornerei a Vicenza, che invece mi pare una terra infame dove per fortuna questo trasversalissimo movimento del no dal molin ha creato qualche cosa, perchè sennò ci avevano solo i mmericani e la lega.
La sento, attorno, la lega, la sento nei commenti e anche negli scherzi, la lega quella proprio viscerale, quella che tredici anni fa, appena sbarcata a Padova, mi spaventò.

Ma siamo già nella nostra modalità produttiva, il socio smanetta, io monto le mie poche cose, preparo i giornali, mi riposo, mi sento appesantita e un po’ preoccupata, facciamo le luci, il socio dice di voler vendere le sue quote della società, poi dice che no, ne vuole acquistare altre, insomma, non è proprio convinto di quale posizione prendere nel futuro venturo, io ho voglia di lanciare sassi, ho voglia, di fare le-cose-che-non-si-fanno. Ho voglia di mettere da parte la non-violenza. Ho voglia di essere maschio e di far sbollire tutta la frustrazione con una rissa.

Invece non faccio niente di tutto questo, sono già le dieci e cominciamo lo spettacolo, ogni volta nella stessa maniera, e ogni volta cambio qualche cosa, provo a metterci più cura, e a seconda del posto dove siamo mi fermo di più su questa o quella parte. Epperò stasera qualcosa va storto, sarà questa mia rabbia improvvisa, mi sembra di farlo proprio male, ma la gente no, la gente pare non accorgersene, dice propriobello io penso menomale, forse sono io, ad essere troppo esigente.

Dopo lo spettacolo la cosa più bella sono le chiacchiere, le chiacchiere con chi ci racconta delle lotte, dei problemi, delle proposte, e magari ci chiede pure qualche consiglio. Io ho sempre un po’ di problemi a parlare di politica, temo di fare strafalcioni, però mi piace sempre di più questa cosa che succede, che collezioniamo storie e ce le portiamo in giro da un punto all’altro dello stivale.

Ma è tardi, mi metto alla guida, il socio a lato e il mostro dietro, verso il centro della valpadana. Forse la papaleomobile è un po’ più leggera adesso, io mi sento come sollevata, il socio mi mette una musica che mi piace, ma lui non lo sa. Mica gli devo dire sempre tutto.

Arriviamo a Bologna che sono le tre e la luna immensa incombe su di noi da sinistra, San Luca si vede e non si vede, noi ancora una volta siamo indecisi sul da farsi ma poi come sempre accade quando siamo ai bivi uno di noi due diventa risoluto, e scioglie l’amletico quesito pure per l’altro.

Che poi mi sono svegliata ed era lunedì, davanti a me l’ultima settimana di master

e il dubbio di essere diventata immortale.

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