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Giu 04 2012

Ritorno al futuro tour, parte quarta

Beniamino Noia alias il Pentothal di tanti anni addietro ascolta Giorgio Canali che canta “sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto” e dice, lapidario come suo solito:

“Giorgio, forse alla tua età dovresti cominciare a uscire con le donne e smetterla con le ragazze”.

Rido e guido verso le Marche dove ci aspetta il prossimo pezzo di turnè. Proprio io e Beniamino Noia, come tantissimi anni fa. Io, lui, il manichino mezzo sfasciato nel bagagliaio e un sacco di idee che viaggiano con noi nella lucillomobile, proposte di miglioramento dello spettacolo, nuove incursioni musicali, una partitura fisica più intensa e poi sì poi come al solito vediamo quello che succede e improvvisiamo.

Guidando verso le Marche, i piedi di Beniamino sul cruscotto, penso a quando i piedi sul cruscotto erano i miei, e alla guida ci stava lui, e cantavamo la resistenza nostra e di molti altri in giro per l’Italia. Ci sentivamo bellissimi, ci sentivamo delle rock star e forse un po’ lo eravamo. Un po’ eravamo anche degli sfigati che si spendevano tutta la paga ancor prima di arrivare a casa. Però ci divertivamo tantissimo e la vita era bella e colorata e velocissima. Proprio come adesso, che siamo partiti in fretta e furia con mille cose lasciate a metà. Senigallia ci aspetta e all’Arvultura ci sta il palco più bello del 2012, tanti fari che io quasi mi commuovo, e i compagni che lavorano per farci fare lo spettacolo benissimo. Mi sembra proprio di essere un’attrice vera, a Senigallia, mi sembra proprio che il teatro valga la pena, che valga la pena il mio lavoro, e quasi quasi mi torna voglia di stare sul palcoscenico. Quasi quasi mi dico oh, scrivo un altro spettacolo, ma non faccio in tempo a pensarci troppo che arriva il momento di fare OTTO e tutto è silenzio, concentrazione, commozione. A sorpresa è arrivata anche la Glori che grida ancora una volta che nessuno mette Babe in un angolo. Eh no, nessuno ce la mette, nessuno mette noi, piccole Babe senza un maestro di mambo, in un angolo. E noi, Babe del 21esimo secolo, non abbiamo bisogno nemmeno di un innamorato che parli al posto nostro.
Ho paura stasera, mi sento come se fosse la prima volta che lo faccio, questo spettacolo, e mi vergogno e temo di non essere sufficientemente presente, e tutta questa emozione si addensa come una nuvola piena di pioggia all’angolo degli occhi. Non ci posso credere, quando finiamo, non ci posso credere a quanta bellezza mi torna dalla platea.

Allora per questo e per la marmellata biologica mi viene da ringraziarli infinitamente, i compagni e le compagne di Senigallia, perchè m’hanno rispettata e amata e m’hanno fatto sentire che tutto aveva un senso. Un’attrice vera, m’hanno fatta sentire, in quella isoletta di bellezza fiorita nel mezzo della zona commerciale di Senigallia.

Ed ero ancora piena di tutta questa bellezza il giorno dopo al mare, un’acqua fresca limpida trasparente e gli ombrelloni! Gli ombrelloni che il centro sociale affitta per l’estate intera di modo che si possa sempre andare al mare, perchè bisogna andarci, al mare, porcamiseria, perchè il mare è nostro, il mare siamo noi, allora eccoci ai Bagni77, Beniamino si stende sul lettino e ronfa e io ascolto Alessandro che mi spiega con un certo piglio ingegneristico che la disposizione degli ombrelloni di quest’anno è problematica, mi elenca una serie di problemi non da poco, e in mezz’ora riesce a sollevare un vero e proprio dibattito che sfocia in una votazione seria, della quale ahimè non conosco l’esito. Comunque a me gli ombrelloni ad angolo non dispiacevano. Certo capisco che avere proprio di fronte l’area di gioco per i bambini potesse creare problemi non indifferenti di odio violenza e stragi degli innocenti.

Ma soprattuttoil mare di Senigallia è bello perchè ci sta il bagnino più fico della storia ovvero Nico che si è comprato pure le pinne la maschera e la bandana, ci ha una maglietta rossa e guarda l’orizzonte sperando che qualcuno rischi di annegare, dal momento che la vita sulla torretta è noiosissima e non si può manco leggere. Sta nobilmente seduto sulla torretta proprio di fianco alla rotonda sul mare che cantava quello sfigato di Freddie Bongustaio e mira l’orizzonte munito di binocolo. Io quasi quasi mi tuffo e mi faccio venire a salvare per il puro gusto di salire sul suo pattino rosso a remi e vederlo con le pinne.

Ma uffa dobbiamo partire perchè Ancona ci aspetta e stasera si replica al mundialito antirazzista. Come l’anno scorso Silva e Alessio ci accolgono con entusiasmo  e grigliata di carne, io provo a trasmettere un po’ della mia gioia a Beniamino che però mi si è un po’ depresso. Per mia fortuna ho imparato a 33 anni a non crucciarmi troppo se il socio si deprime, faccio tutto meglio che posso e mi attacco forte all’idea di fare qualcosa di sensato, mi attacco alla bellezza delle persone e alla sensazione di essere un po’ a casa ogni volta che sono sul palco. E proprio mentre penso a queste cose arrivano Reka e Pa direttamente da Falconara, mi ero ormai rassegnata a non vederli, questa volta, e invece eccoli puntualissimi come al solito, io quasi mi commuovo nel vederl, li abbraccio li bacio e non mi voglio scollare più.

Con questo sentimento di gioia e gratitudine faccio OTTO, cercando di dare il mio meglio anche stasera, e poi il resto è un festino sulla spiaggia, il resto è un buttafuori che punisce ingiustamente il nostro Beniamino e noi ridiamo, il resto è il treno che passa vicino al mare terrorizzandoci nel divertimento di Reka e Pa.

Il resto è che la turnè nelle Marche è finita e ce ne torniamo a casa pieni di pensieri, a Padaniacity c’è un tempo di merda, mi sento sola, mi sento che ogni spettacolo è una specie di parto ingiusto che ti lascia svuotata e insensata, mi sento che non ho costruito niente e simili pensieri paranoici. Ho voglia di scappare lontanissimo e non essere qui.
Padaniacity è immensa e comincia dieci km a sud di Bologna per estendersi come un blob velenoso attraverso la pianura martoriata dall’ultimo terremoto e da secoli di noia. Che ci faccio qui. Lontanissimo me ne vorrei andare, dove nessuno mi conosce e nessuno prova a mettere Babe in un angolo.

Magari me ne scappo nelle Marche.

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Mag 02 2012

e quando avranno buttato giù anche l’ultimo teatro saliremo sulle ruspe

Ma tutti questi attori, tutte queste attrici che riempiono i cartelloni, tutti quelli che c’hanno le prove pagate, quelli che raggiungono le giornate per avere la disoccupazione, dico io, ma tutti questi che hanno la convocazione e la diaria e la costumista e la truccatrice, tutti loro, lo hanno mai fatto uno spettacolo su una ruspa?

No, che non sto mica parlando della Fura del Baus, eh, non scherziamo, che loro le ruspe in scena le portavano apposta, altro che 626. Parlo di un posto dove il teatro non si dovrebbe fare, secondo le regole degli attori con la a maiuscola. Un posto in mezzo a una valle, coi fiumi e i cervi che si rifanno le corna sugli alberi, le uova di rana e le genzianelle. Un posto dove a un certo punto qualcuno ha deciso di costruire una centrale idroelettrica, e a quelli che il posto se lo vivono la centrale idroelettrica proprio non va giù, allora se la terra e l’acqua sono nostri, se è vera questa storia dei beni comuni, ce lo ripigliamo il posto. E basta.

E io potevo scegliere di farmi il mio bel primo maggio beone in piazza a Bulagna, a ballare e divertirmi con gli amici, perchè me lo merito, perchè questi mesi sono duri e pesano e graffiano e ci voleva, forse ci voleva un primo maggio di svacco. Infatti stavo quasi per partire e andare giù, a Bulagna, a raggiungere la Ire e gli altri.
Poi però all’ultimo, all’ultimo mi è venuta in mente la gente di quel posto, gente che conosco da anni e con cui da anni condivido piccoli pezzi di sogni e progetti, gente che ho incontrato per la prima volta quando eravamo tutti dei pischelletti e che sempre, sempre mi ha fatto sentire a casa.
Quella gente là mi è venuta in mente e mi sono resa conto che mi era tornato l’amore, improvviso e fulminante.
Mi sono resa conto che da qualche parte dentro di me c’era ancora un pezzettino di vita, mi sono resa conto di avere ancora cuore, e che quelle persone mi avevano mostrato la strada per ritrovarlo.
Allora ho preso la mia casa-automobile, caricato la Ale e sono partita, proprio la mattina del primo maggio, per arrivare su fino a Feltre. E quando li ho visti, i miei fratelli e le mie sorelle, mi sono resa conto che proprio così li sentivo, fratelli e sorelle, e solo là volevo essere oggi, a piantare gli alberi e succhiare erbe piccantissime e mettere i piedi nel gelido torrente in un posto di cui per qualche ora ci siamo riappropriati.

 

Oggi quel posto era anche mio, di me che non ho casa e che giro con l’accappatoio steso ad asciugare in auto.

C’era un sole bellissimo e caldo, anche se si prevedeva brutto tempo e pioggia, e tutti eravamo troppo vestiti. C’era una valle di colori sconosciuti, e il rumore frastornante di un’acqua viva. C’era la gente, gente di tutte le età, che da anni lotta per avere il diritto all’acqua e alla terra. C’erano uova sode e tentativi di tradurre per me in italiano poesie scritte in dialetto. C’era uno sguardo che per un attimo ho sperato essere solo per me, e pazienza se poi l’ho perso e ho capito che mi sbagliavo.

E poi c’erano un cantiere, e alberi divelti, e ruspe e l’inizio di tremenda devastazione, e il senso di un inarrestabile mostro che avanza.
C’erano, ovviamente, le reti e le recinzioni.
Parole troppo spesso udite in questi anni. Parole detestate. Parole che vorrebbero metterti dentro la paura, il senso di fare qualcosa senza averne diritto.
Ma eravamo tanti, ed eravamo tante, e sapevamo bene che quell’acqua, quella terra, erano anche nostre, nonostante in molti vogliano convincerci del contrario.

C’è un momento, un momento specialissimo, in cui davanti a una rete che pare invalicabile alcune persone si guardano negli occhi, intensamente.
E’ solo un attimo, l’attimo di uno sguardo che precede un’azione determinata, resoluta, irreversibile.
Ecco in quell’attimo, a volte, una rete diventa una porta.

 

Se la rete diventa una porta,
se un terreno devastato diventa la culla di alberi nuovi sotto le mani dei compagni
allora una ruspa può diventare un palcoscenico.
E il primo maggio del 2012 io, per la prima volta, ho fatto uno spettacolo su una ruspa.

Poi, ovviamente, mille volte ho amato e desiderato e riso. Mille volte mi sono commossa. Mille volte avrei voluto dire una parola in più ma non ho osato. Mille dettagli preziosissimi ho già dimenticato nel vino della sera, nei racconti, negli sguardi, negli abbracci che preparano il distacco.

 

A presto, fratelli e sorelle che m’avete mostrato il varco.

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Feb 01 2012

Affinchè non scenda la catena

          Nevica, nevica su Atlantide tutta e finalmente nevica pure su Padaniacity, dove cinque giorni fa mi rifugiai per fuggire lo scoramento la delusione e l’Emiliaparanoica. Nevica e la gente pubblica su feisbuk le immagini di persone imbacuccate che fanno ciaociao alla macchina fotografica in un delirio di fiocchi di neve pupazzi palle e alberi imbiancati. Nessuno ci può credere e da sud a nord si pubblicano e si commentano migliaia di fotografie mentre finalmente le scuole sono chiuse e i pischelli possono degnamente dedicarsi ad epiche battaglie di neve, finendo come al solito col beccare la vecchietta di turno, che smadonnerà e ricorderà ancora una volta che ai tempi suoi, eh, ai tempi suoi c’era rispetto per gli anziani. E zac un’altra bella palla di neve sulla dentiera.

Nevica e tira vento a Padaniacity, io stamane mi sveglio a un’ora decente e faccio i miei trentatrè inchini, mi infilo il braccialetto del Conte e il cappello del Dottò e piglio la bicicletta. Si, piglio la bicicletta e comincio a pedalare nella bufera di neve, pedalo sempre più veloce e più pedalo più sono felice, che mi sembra ancora una volta di aver vinto contro la banalità, contro la pigrizia, contro tutto quello che è scontato, tutto quello che è dovuto.
Pedalo anche se avrei potuto uscire in macchina, la neve mi si appoggia sugli occhiali e sui pantaloni scuri proprio come a Seoul, e io pedalo e i polpacci si scaldano la schiena si stende schivo un paio di passanti e continuo a pedalare in questa salita di neve e silenzio, e quando il cavalcavia è scollinato via, mi lancio lungo la discesa staccando le mani dal manubrio proprio come a vent’anni e comincio a cantare in questa bufera di neve e banalità, canto boys don’t cry

I would tell youuuu
That I loved youuuu
If I thought that you would staaaaaay
But I know that it’s no use
That you’ve already
Gone awaaaaaaay

Misjudged your limit
Pushed you too faaaar
Took you for granted
I thought that you needed me more and moooooooore

 

          Pedalo e non me ne frega niente e canto, canto, via che è finita la discesa e ricomincio a spingere, Padaniacity è deserta attorno a me e gli inutilissimi semafori continuano a dire rossoverde ma io vado, falcata lunghissima e freni zero, pedalo e canto e pedalo e canto e canto e pedalo e la città attorno a me è immobile mentre la bufera di neve me la fa diventare tutta bianca e i pochi passanti sono allibiti da questo sfoggio d’energia, ma io sono contenta perchè mentre pedalo mi sento la pigrizia, l’abitudine, la comodità, che muoiono soffocate da questo bianco bellissimo.
E denso
E pieno.

           Eh sì che sono contenta, perchè anche oggi le ho sconfitte, loro, le maledette, che mi vorrebbero ferma, rassegnata, a racimolare le bricioline di banchetti consumati anni fa, sono contenta perchè lo so che è difficile, lo so che è faticoso, ma io pedalo, pedalo come tutte quelle volte che mi sono svegliata a Londra e c’erano meno duemila gradi e la prima prova di resistenza era inforcare la bicicletta, pedalo come ho pedalato durante tutti gli anni a Padaniacity e quelli in Emiliaparanoica, pedalo e rido e canto e mi sembra di pedalare verso un mondo più bello e lo so che è infantilimmaturo ma a me mi pare proprio così. Pedalo e penso a quella volta che ero troppo ubriaca e sono caduta, ma poi mi sono rialzata ho inforcato la bici e giù di nuovo a pedalare.  E penso a tutti i traslochi fatti in bici. A tutte le volte in cui, come oggi, sotto la neve mi sono messa col culone sul sellino e ho macinato i miei chilometri privati.

          Ci ho le mani congelate e il naso abbrustolito e ho freddo e ho caldo e mi fa male il culo e poichè continuo a cantare come un’ossessa ho anche il fiatone e dico I thought that you needed me more and moooooooore e passo col rosso e via un’altra salita, il cappello bagnato non so se di neve sciolta o di sudore o di tutt’e due, i capelli mi vanno in bocca e la neve mi entra dappertutto ma a me questa giornata in cui ho trovato il coraggio di pedalare in mezzo a tutta questa neve di rassegnazione mi sembra bellissima, mi sembra intensa, mi sembra mia.

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Lug 17 2011

la scena più ridicola della settimana

Ci sono io, con uno dei miei vestiti più eleganti, quello giallo anni ‘50, che ho stirato per l’occasione, e le scarpe col tacco. Ci sono io tutta agghindata coi capelli profumati e menate varie, perfetta e precisa, ho persino una borsa di paglia colorata comprata al mare durante una delle mie improbabili fughe. Ci sono io con gli occhiali da sole nuovi, e un gelato gigantesco in mano, un gelato che si presume che io dovrei mangiare, anche perchè l’ho pagato praticamente quanto pagherei un occhio nuovo. E invece non lo mangio. Sto seduta su questa panchina nel centro di Padaniacity, nella stessa piazza dove -in un’altro momento della mia vita, o forse semplicemente in un altro momento della giornata - avrei potuto passare per comprare del sollievo temporaneo. Sto seduta e attorno a me ci sono individui assolutamente surreali, spacciatori di sacchetti di carta già usati, madri di bambini che vorrebbero semplicemente una granita e si trovano in mano il tappo di una birra, barboni che contano ancora una volta le loro buste. E poi ci sono io, sulla panchina centrale, col vestito giallo, la borsa di paglia, i tacchi, gli occhiali da sole, i capelli sciolti, il gelato, e piango come una cretina.
Piango e non mi posso fermare, piango come non ho pianto mai in questo anno, piango per tutto quello per cui non ho saputo piangere, piango come una cretina.

Ed è una scena patetica, patetica cristo, ci manca soltanto che un piccione mi caghi in testa e saremmo proprio a posto, ma invece il piccione non mi caga addosso no, mi guarda invidioso il gelato che intanto si scioglie e io frigno come un’imbecille, perchè mi sento sola, perchè mi sento un’incapace, perchè mi sento che parlo una lingua che non si capisce.
Piango perchè ho paura, e ci sono giorni che mi sembra che davanti a me ci sia uno straccio di vita decente, uno straccio di futuro possibile, ma ci sono altri giorni in cui mi sento retrocessa al via senza manco pigliare le ventimilalire, mi guardo e mi sento uno straccio, mi sento, mi faccio schifo e piango e non mi posso fermare, e intanto attorno a me le mamme sgridano i figli i tossici cercano il cucchiaino i barboni accendono i mozziconi i piccioni vogliono il mio gelato e io piango come una stupida per quello che non ho saputo fare per quello che.

Piango per Sacco che è morto senza che io gli dicessi quanto ancora avrei voluto suonare per lui. Piango per la mia storia d’amore sepolta sotto mari di cocci. Piango per le storie d’amore che non ho saputo accogliere perchè stavo raccogliendo i cocci di quella prima. Piango per una persona che ho perso, e che mi manca. Piango perchè davanti a me ci sono i mesi in cui proverò a cambiare lavoro e ho una fottuta paura di scoprire di non essere capace. Piango perchè non sono come i miei genitori vorrebbero. Piango perchè i miei genitori non sono come li vorrei io. Piango per il fermaglio che ho perso. Piango perchè mi sento che mi hanno usata. Perchè ho pensato di avere io il gioco in mano, e poi ho scoperto che non era vero. Piango perchè ci sono delle persone che si fidano di me, e fanno male. Piango per quelli che mi sopravvalutano, e per chi invece mi ha sottovalutata. Per i mesi trascorsi all’università, piango, in mezzo a un disastro di disamore e di squallide furberie. Piango per la cattiva musica, per il pessimo teatro, per la stanchezza, piango per i mesi trascorsi cercando di capire che cazzo ne sarà di me, per i soldi che non ho, per il dentista che dovrò pagare e allora devo solo sperare di trovare una marchetta. Piango perchè io le marchette le odio. Piango per la burocrazia, per il ministero degli esteri, per la gerarchia le firme e per gli stage non pagati alla faccia del precariato. Piango perchè sono stufa, per consolarmi, di dover pensare a chi sta peggio. Io voglio pensare a chi sta meglio. E allora piango, di rabbia piango, perchè io pensavo di aver lavorato meglio, di essermi impegnata, di meritarmi qualcosa di più che la scena di me, vestita a festa, seduta nella piazza dei tossici di sabato pomeriggio che piango come una cretina mentre il gelato si squaglia nelle mie mani e io non ho neanche uno stronzissimo fazzolettino di carta.

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Lug 12 2011

guida intergalattica per attivisti, dodicesimo episodio

Fatica, fatica e qualche lagrima nello scrivere il dodicesimo episodio di questa guida intergalattica per attivisti. Partimmo ormai secoli fa alla volta di Napoli, era il due luglio e noi uscivamo più o meno incolumi dalla trash night con cui avevamo decretato la chiusura estiva del centro sociale. Avevamo ballato, cantato, riso riso riso assai, ci eravamo mascherati e avevamo preparato il grande tampax d’oro da dare quale premio ai fratelli e alle sorelle di radiosonar che erano venuti in pompa magna a fare la battaglia più trash della storia. Avevamo bevuto i mojito più buoni di Bologna, ce li eravamo versati addosso, avevamo promesso, un po’ avevamo mantenuto e un po’ no, avevamo persino in qualche maniera dormito (così dicono gli annali) e alle nove ci eravamo trovati da Micky e Max per un caffè che avremmo voluto fosse un idraulico liquido. Partiti, occhi infossati dietro gli occhiali da sole, buonumore e stanchezza. Il Meridione ci aspettava e noi quella data l’avevamo desiderata forteforte, nella Napoli alla quale entrambi, ciascuno per i suoi motivi, sentiamo un pochino di appartenere.
Viaggio infinito, integratori color azzurro, caffè, sole, sigarette, discorsi che non ricordo e un po’ di tristezza perchè per andare in turnè non saremmo andati in Val di Susa, noi, proprio noi, cazzo. Epperò sapevamo che tutti gli altri sarebbero stati là e questo era rincuorante.
L’autostrada era deserta e siamo arrivati a Napoli che manco abbiamo capito come. Insurgencia ci ha accolti con caffè fumante e abbracci e un terrazzo meraviglioso e racconti, ma soprattutto con un divano fagocitante che ci ha visti collassare uno dopo l’altro mentre allo stereo i 99 suonavano canzoni di altri anni e il sole era tiepido e rassicurante.
Poi come al solito di colpo è arrivato il momento di fare lo spettacolo e c’era la famiglia Vitantonio al completo, e io ero stressatissima da questo fatto, pensavo che non cel’avrei mai fatta a dire tutto quello che dovevo dire davanti ai miei genitori, e mi sentivo giudicata e pure un po’ scema, poi però guardavo Francesco e lui come al solito aveva due chili di cerone zen spalmati addosso e questo era un pochino rincuorante. Così andavo avanti attraverso la storia e le persone erano mute e attente, tanto che io non sapevo bene cosa stesse accadendo, fino a quando non è successo che improvviso è scoppiato un applauso e mi sono accorta di quanta forza di quanto amore ci stessi mettendo e secondo me Francesco anche, pure se lui direbbe che ha solo premuto i bottoni. E forza e amore tornavano dal pubblico, e dopo sono arrivati abbracci lacrime nuovi racconti e la sensazione, ancora una volta, di aver fatto una cosa non del tutto inutile. La pizza, la pizza è arrivata, meravigliosa, come l’avevamo sognata per tutto il viaggio, e noi l’abbiamo divorata sul terrazzo notturno poco prima di crollare addormentati in una casa che a me mi ricordava un sacco di cose.
Un anno, un anno era passato da quando l’ultima volta ero entrata in quella casa, e sinceramente mi è sembrato di stare molto meglio, il dueluglioduemileundici. Prima di addormentarci sui lettini gemelli abbiamo mandato un messaggio ai compagni che in quel momento partivano per la valle e poi il tempo di dirsi buonanotte e zzzzzzzzzzzzz

Napoli splendente di sole e taralli piccanti ci ha accolti un po’ turisti e un po’ ricordatori nostalgici, il golfo brillava come nei film con Sofia Loren e i bagnanti si urlavano scemenze mentre noi ci godevamo la nostra mezz’ora di fancazzismo prima di partire alla volta di Lioni. Intanto s’era fatta tarda l’ora e cercavamo di capire come andassero le cose in valle.
E’ stato in quel momento, dieci minuti prima di entrare nel paese di Lioni, che tutto ha cominciato a vacillare. Nessuna notizia di Fabiano, ci dicevano i compagni, e dalla tivvù e dai giornali arrivavano notizie inquietanti che ci facevano esplodere dentro una rabbia muta e spugnosa.

Lioni è tutta nuova, che il terremoto si è mangiato più o meno l’intero paese, giusto in mezzo troneggia una cattedrale che sembra una via di mezzo tra una torta e una moschea, il paese è silenzioso sotto il caldo torrido, e noi non riusciamo a fingere spensieratezza nemmeno quando la delegazione di Rouge ci preleva entusiasta e ci porta a vedere lo spazio. Spazio bellissimo, peraltro, ma che non useremo, no, perchè stasera, visto che non ci hanno concesso non-so-che-sala, occupiamo nientepopodimenocchè la piazza del paese!! e vai, questo elemento imprevisto ci piace. Lenti ma inesorabili cominciamo il montaggio selvaggio, intervallandolo ai caffè durante i quali i nostri ospiti ci raccontano e ci chiedono, noi ascoltiamo le incredibili storie di come si fa il movimento in un paese dell’Irpinia, mentre notizie discordanti che arrivano da chi è in valle, però a un certo punto vengono diffuse le foto di Fabiano tutto pieno di sangue e lì si va solo a peggiorare. Facciamo lo spettacolo (non prima di aver ingurgitato altre tonnellate di pizza proprio nel mezzo della piazza) col cuore gonfio di preoccupazione e rabbia, e sarà forse anche per questo che lo facciamo beneassai, nella piazza occupata di Lioni, con un pezzo di noi che si chiede come sta Fabiano e dove e come stanno gli altri.

Smantelliamo e in men che non si dica tutto è di nuovo Napoli e vino autoprodotto da dividere con la nostra Bologna e l’accoglienza di chi si prende cura di noi lasciandoci morbidi letti e silenzio e sfogliatelle per la colazione e abbracci e silenzi che sappiamo cosa vogliono dire. Il viaggio di ritorno è il viaggio più lungo della storia, non ce la facciamo, ci passiamo la guida di continuo con l’idea di arrivare almeno in tempo per l’attivo e sapere qualcosa di più concreto. I chilometri sono immobili, mi pesa questo dolore e come al solito quando la sofferenza prova a farsi troppo intensa cado nella narcolessia e mi addormento proprio nel mezzo dell’appennino mentre stoicamente Francesco prosegue, forse anche un po’ allettato dall’idea che, una volta a casa, addenterà le mozzarelle comprate a Capua (che puzzano, ammettiamolo, puzzano).

Mi sveglio col cadavere del Socio che guida al posto suo, l’appennino è spigoloso e stronzo come il nostro umore, ma ormai ci siamo, si vede la basilica di san Luca e dentro di me ripeto le parole che ormai entrambi conosciamo a memoria. Da lì in poi tutto corre, l’assemblea, i racconti dei compagni e delle compagne, la rabbia, la preoccupazione, l’orgoglio, Fabiano che finalmente ritorna e noi che gli facciamo il comitato d’accoglienza in stazione, il mio umore insostenibile, le mie paure, le mie solitudini, il senso di dover andare, la paura di non farcela, una veloce scorsa al conto in banca che basta a mandarmi nel panico, Francesco che studia come un matto mentre le sue occhiaie diventano indelebili, l’oroscopo di Breszny che dovrei ascoltare un po’ più attentamente, un sabato trascorso a casa di Fabiano tutti insieme in un’allegria che mi riporta alla spensieratezza degli anni della mia università, che mi restituisce il senso di poter essere come sono senza mascherarmi, un sabato in cui sono grata a queste persone che mi hanno accolta e che mi fanno ridere e pensare e agire.
Un sabato che diventa prestissimo la domenica in cui torneremo a Padaniacity, là dove tutto è cominciato.
“Non vengo dalla luna”approda al festival e noi siamo entusiasti, tutti e due, ognuno per i motivi suoi, e difatti la Papaleomobile è densa di parole e giochi quasi come si trattasse di molte turnè fa. Arriviamo e sembra davvero di essere a casa, ci sono i sorrisi, i gelati dell’area relax, gli infradito di Checco e le “critiche costruttive” di Zuzzu, i piani luce di Marco, Laba che come una visione ci accoglie, elegantissima vestita di verde, epperò con la ramazza in mano che spazza il bar grande e io quando la vedo quasi mi commuovo, come mi commuovo ogni volta che vedo Graziano mettere giù le sedie insieme a tutti gli altri, e forse questi sono viaggi solo miei ma a me mi restituiscono un senso, mi ricordano ogni volta perchè ho scelto di stare e di agire insieme a queste persone, forse sono viaggi miei ma sono sufficienti a darmi aria buona da respirare, e infatti le ore che precedono lo spettacolo sono di pura gioia che condivido con persone le cui vite ho attraversato negli ultimi tredici anni.
C’è pure il mio fratello attore Peppino, che non vedevo da una vita e mezzo e mi sembra di averlo salutato ieri, lui che mi diceva di non andarci, a Castelletto di Sarcazzo, io che non l’ho ascoltato e poi vabbè è andata come è andata. E vorrei essere più capace di far sentire al Socio quanto mi emozioni che lui entri in questi pezzi di vita invece non ci riesco perchè mi attorciglio nelle parole e nell’emozione.

Sinceramente a me mi pare che lo spettacolo sia andato bene. Però ora non mi ricordo. Perchè subito dopo è cominciato una specie di film a doppia velocità, e giuro che non ho assunto sostanze di alcun tipo. Ma tutti avevano qualcosa da dirmi, e spesso si trattava di cose che mi mettevano scomoda, e Francesco era chiuso in un’insoddisfazione che mi mordeva, e io cercavo risposte e trovavo solo domande.
Ricordo Peppino che mi chiedeva di non fare quello che sto per fare, ricordo me che mentre lui me lo chiedeva mi dicevo ma quanto gli voglio bene, a questo spiantato davanti a me. Ricordo Orso sbucato da un passato improbabile che mi abbracciava orgoglioso come di me non lo era mai stato. Ricordo. A un certo punto, ricordo di aver pensato basta, mi sono inventata tutto, questa è una grande cagata, mi sono illusa mi sono sbagliata. Insomma mi è venuta la paranoia, ovviamente laterale e di soppiatto come suo solito, mascherata da pensiero razionale, s’è intrufolata e m’ha cominciato a massacrare dal di dentro e così ha continuato fino a che, sulla Papaleomobile, mentre ci lasciavamo alle spalle il temporale in arrivo su Padaniacity, il Socio non s’è intestardito col voler cavare il dente e così di nuovo sedute di autoanalisi nella Papaleomobile proprio come ai gloriosi tempi in cui mi sembrava di aver creato qualche cosa che fosse più del mio piccolo viaggio privato.

Ma siamo stanchi.
Oggi abbiamo fatto la nostra ventiquattresima data e se siamo fortunati ne faremo ancora due o tre.
Siamo stanchi.
Lasciamo il mostro nella casa del mostro e noi ci lasciamo ognuno nella sua casa, che tra poche ore è domani e il lunedì si sa, non è interessato alla nostra stanchezza. Il lunedì è crudele come la schermata del conto in banca, il lunedì se non ti prepari adeguatamente ti massacra.
Allora ci ritiriamo con la speranza di avere tempo abbastanza per rimetterci in piedi di fronte alla nuova settimana.
Non siamo risolti.
Non siamo sollevati.
Però abbiamo sonno, e questo appare un buon punto di partenza.

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Mag 26 2011

è la cisterna, signor capitano

che stavamo lavorando a uno spettacolo insieme, ma io l’avevo visto molto tempo prima. L’avevo visto e soprattutto l’avevo sentito suonare, e avevo pensato che sarebbe stato bellissimo, prestare la mia voce mentre lui suonava(poi, quando tutto accadde, lui non mi credette mai, non credette mai a quanto mi piaceva sentirlo suonare) che poi a un certo punto ci trovammo a lavorare insieme. E a me sembrava un miracolo. Arrivava con quei pantaloni a metà gamba, sempre un po’ sbattuto (io stavo con un altro) e alla fine di ogni prova mi diceva quanto gli piacesse quello che stavo facendo (lui stava con un’altra). Avrei voluto dire di sì a uno dei suoi inviti a pranzo, e invece me ne fuggivo sempre in bicicletta prima che il discorso si trasformasse in qualcosa di personale, me ne scappavo e ci pensavo, pensavo a quando durante un concerto mi aveva dedicato una canzone (lui non se lo ricordava nemmeno).Fu l’ultimo giorno delle repliche che decisi, proprio lo decisi, che non volevo più scappare. E lui come un galantuomo d’altri tempi mi chiese se poteva baciarmi. Eravamo in un luogo che non esiste più, la magia di un mondo sotterraneo attorno a noi, un trans si era proclamato mia sorella, un amico si era gentilmente eclissato, al piano di sopra uno strano privè consumava corpi che non conoscevamo.Mi ricordo di quegli occhi brillanti e di una notte in cui mi ripetei che forse potevo non innamorarmi di lui, che era solo una voglia passeggera. Ricordo di avergli detto “non voglio essere la fidanzata di nessuno”, ricordo la sua (brevissima) frustrazione, ricordo i suoi “io invece ci ho pensato”, ricordo di un bracciale che lasciai nella sua borsa e che mi restituì come se avessi dovuto non rivederlo mai più, ricordo di un’estate in cui lo incontravo solo quando la notte era già finita, ricordo visite nel mezzo del mio sonno precario, in una casa che avevo voluto senza letti matrimoniali (nel frattempo, l’altro era scomparso, e pure l’altra), ricordo le sue paranoie delle quattro del mattino, che io non riuscivo a interpretare come gelosia, ricordo che ci abbiamo provato, ricordo che a un certo punto abbiamo smesso di respingerci, ricordo il suo coinquilino che mi diceva “fra un po’ ti regalo le chiavi di casa”, e io che arrossivo, perchè pensavo che fosse una cosa assolutamente segreta, ricordo le scenate, le incomprensioni, le volte in cui avrei voluto ucciderlo, ricordo la cattiveria, ricordo pure quella volta in cui rimanemmo a leggere i fumetti per tutto il pomeriggio sul mio divano.Ricordo di quando finalmente mi decisi e gli dissi che io c’ero, ma lui non c’era più, e mi confessò che lui non ci credeva, non ci credeva all’idea di me e lui insieme, non ci credeva (più). Ricordo Carlarella e le turnè  e quella volta che mi prese in braccio e cademmo come due stupidi sulla ghiaia, ricordo quando in mezzo alla strada mi chiedeva di fare le piroette e io lo guardavo ed esisteva solo lui, e tutto il resto era un’ancora verso di lui e mi sembrava, davvero, che solo il presente ci fosse. Ricordo di una volta in cui eravamo disperati in auto, mi prese la mano e se la mise sulla guancia.Ricordo i suoi fischi sotto la mia finestra alle cinque del mattino.Dell’ultima volta che lo incontrai, davvero, non ricordo.Poi ci furono degli anni di silenzio.Ricordo pochi mesi fa, io e lui in un garage, io e lui in mezzo alla gente, io e lui insieme, io e lui separati. Lui, e le cose che non volevo accogliere, che adesso, dopo tutta questa distanza, sono mie (mio malgrado).Le cose non ritornano, non si ripetono, non si rinnovano.E’ la cisterna, signor capitano, diceva all’inizio.Dormi, è solo la cisterna, questo perpetuo gocciolare d’anima, è solo la cisterna, dormi.

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Mag 24 2011

guida intergalattica per attivisti, ottavo episodio

Questa settimana quasi riposo. Gli esami imperversano, appelli si sommano ad appelli, interi ettari di foresta amazzonica servono allo scopo di fornire fotocopie di improbabili articoli su escheriane teorie delle politiche internazionali. Allora non abbiamo spinto troppo, questa settimana solo una data: Vicenza.

Ci andiamo domenica, dopo un finesettimana bolognese, che io era una vita, che non stavo a Bologna il finesettimana, e allora me ne sono andata al Tippiò a dare una mano che c’era un superconcertone, e a me andare al tippiò a dare una mano mi piace un sacco. Mi sono resa conto che cambiano le geometrie umane e che i punti di riferimento che avevo a novembre non sono quelli che ho adesso.
Ce ne andiamo che sono le cinque, il socio e io, stanchissimi, che all’idea di partire dopo poche ore mi viene male, eh già che nel mezzo devo pure studiare.

Ma è già giorno e c’è il sole, il socio mi viene a pigliare al solitoposto, ma la papaleomobile è densa, carica di pensieri, io non lo so a cosa stia pensando, il socio, ma pensa velocissimo e secondo me alcuni sono pure pensieri neri perchè io proprio non riesco a scalfirli, nemmeno esponendo la mia nuovissima teoria dell’amore universale che anzi, lui mi smonta subito, allora desisto, mi metto ad ascoltare la musica, che fuori ci sono trenta gradi e io mi sento una spugna degli scoramenti altrui.
Penso alla stagione estiva, che stiamo organizzando, alle date in giro nei festival, a quelle che faremo e a quelle che invece no, non faremo perche’ non c’e’ tempo e non ci sono i soldi e non ci sono e non.
Penso che vorrei fare più date possibile da qua a fine agosto, che poi a settembre altre lotte ci porteranno in piazza, e chissà se sarà ancora la stessa piazza o se ci scriveremo letterine da piazze diverse, il socio e io.

Arriviamo a Vicenza ma al Bocciodromo non c’è nessuno, che sono tutti a fare il mundialito, bella storia il mundialito, mi sembra l’unica partita di calcio che possa servire a qualcosa di più dignitoso che allo spargimento del testosterone in eccesso nella tifoseria. Lo spazio è una figata, gigante giganterrimo, ma poi tutto nuovo, gli ambienti divisi, tutto messo a posto, e i compagni che ci accolgono ci spiegano con fierezza che hanno fatto tutto da soli, persino la palestra che oh, è davvero una figata. La palestra del Bocciodromo diventa presto l’unico motivo per cui tornerei a Vicenza, che invece mi pare una terra infame dove per fortuna questo trasversalissimo movimento del no dal molin ha creato qualche cosa, perchè sennò ci avevano solo i mmericani e la lega.
La sento, attorno, la lega, la sento nei commenti e anche negli scherzi, la lega quella proprio viscerale, quella che tredici anni fa, appena sbarcata a Padova, mi spaventò.

Ma siamo già nella nostra modalità produttiva, il socio smanetta, io monto le mie poche cose, preparo i giornali, mi riposo, mi sento appesantita e un po’ preoccupata, facciamo le luci, il socio dice di voler vendere le sue quote della società, poi dice che no, ne vuole acquistare altre, insomma, non è proprio convinto di quale posizione prendere nel futuro venturo, io ho voglia di lanciare sassi, ho voglia, di fare le-cose-che-non-si-fanno. Ho voglia di mettere da parte la non-violenza. Ho voglia di essere maschio e di far sbollire tutta la frustrazione con una rissa.

Invece non faccio niente di tutto questo, sono già le dieci e cominciamo lo spettacolo, ogni volta nella stessa maniera, e ogni volta cambio qualche cosa, provo a metterci più cura, e a seconda del posto dove siamo mi fermo di più su questa o quella parte. Epperò stasera qualcosa va storto, sarà questa mia rabbia improvvisa, mi sembra di farlo proprio male, ma la gente no, la gente pare non accorgersene, dice propriobello io penso menomale, forse sono io, ad essere troppo esigente.

Dopo lo spettacolo la cosa più bella sono le chiacchiere, le chiacchiere con chi ci racconta delle lotte, dei problemi, delle proposte, e magari ci chiede pure qualche consiglio. Io ho sempre un po’ di problemi a parlare di politica, temo di fare strafalcioni, però mi piace sempre di più questa cosa che succede, che collezioniamo storie e ce le portiamo in giro da un punto all’altro dello stivale.

Ma è tardi, mi metto alla guida, il socio a lato e il mostro dietro, verso il centro della valpadana. Forse la papaleomobile è un po’ più leggera adesso, io mi sento come sollevata, il socio mi mette una musica che mi piace, ma lui non lo sa. Mica gli devo dire sempre tutto.

Arriviamo a Bologna che sono le tre e la luna immensa incombe su di noi da sinistra, San Luca si vede e non si vede, noi ancora una volta siamo indecisi sul da farsi ma poi come sempre accade quando siamo ai bivi uno di noi due diventa risoluto, e scioglie l’amletico quesito pure per l’altro.

Che poi mi sono svegliata ed era lunedì, davanti a me l’ultima settimana di master

e il dubbio di essere diventata immortale.

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Mag 17 2011

guida intergalattica per attivisti, settimo episodio

Chi l’avrebbe mai detto che saremmo arrivati alla settima tranche di questa sgarrupata turnè. Saliamo e scendiamo scalinate che ci portano sempre in posti diversi da quelli che ci aspettavamo, ogni stanza nuova è una sopresa e una meraviglia, è tutto un camminare ininterrotto, la papaleomobile viaggia su e giù per la penisola e noi dentro, Papaleo, Vitantonio e il mostro, che sarà pure silenzioso ma occupa spazio assai, tanto che ormai lo specchietto retrovisore lo usiamo per guardarci tra di noi.
Chilometri abbiamo macinato anche questa settimana, giovedì siamo stati a Schio, all’Arcadia, che io non ci ero stata mai e mi è sembrato proprio un posto bello, un baluardo di resistenza in mezzo a una Pianura Padana Infinita, e poi le persone che ci hanno accolto, tutte giovani, battagliere, presenti cavolo. Abbiamo mangiato le prime ciliegie della stagione e anche là ci siamo fatti raccontare delle lotte, dei progressi, dei passi avanti e di quelli indietro, dell’occupazione e dell’assegnazione, di come sia difficile, di come sia bello. Luminosa e immensa l’Arcadia, ed è vero che le persone non erano moltissime ma a me sembravano una moltitudine, e l’ho fatto proprio emozionata, lo spettacolo, anche se ero stancastanca e pure Papaleo era stanco, che la sera prima ci eravamo prodotti in un eccesso di supergiovanismo e nessuno dei due aveva recuperato abbastanza. Ma durante quell’ora di spettacolo tutto si spegne tranne la voglia di raccontare e il senso di essere sul palco a raccontare non solo la storia nostra ma quella di molte e molti altri. Così ci siamo prodotti nella nostra ennesima acrobazia dell’anima, noi precari dell’esistenza come tutti quelli che ci ascoltavano, e poi ci siamo commossi nel sentire i racconti della loro partecipazione, ci siamo inteneriti, ci siamo incazzati, siamo insomma come ogni volta passati attraverso stati d’animo numerosi e diversi. Ma eravamo troppo troppo stanchi e infatti appena saliti in auto Papaleo si è addormentato e io ho guidato silenziosissima dentro la Pianura Padana Infinita verso la basilica di San Luca che nella mia testa luminesceva quale miraggio. E’ stato un viaggio di ritorno che io non dimenticherò mai e del quale però non riesco a scrivere perchè mi sembra che sia ancora tutto incollato dentro di me. E allora ci siamo presi un venerdì di pausa da noi stessi, a Bologna si respirava l’eccitazione della fine della campagna elettorale, le compagne e i compagni stanchi stravolti felici si facevano gli ultimi sbattimenti, io ho volentieri però declinato l’ultimo aperitivo, poichè al penultimo mi ero conciata come un tappeto fradicio e volevo invece rimanere lucida in vista del viaggio di sabato.
E ho fatto bene, dal momento che sabato mattina il socio mi chiama con la voce di uno che ha passato una nottata a dir poco singolare, lo vado a raccogliere al bar che c’è pure Fabiano che ci fa il caffè della partenza, sotto gli occhiali il socio ha due crateri io lo carico in macchina e me lo porto direttamente a mettersi a mollo nel gelido lago Trasimeno. Fa caldo oggi, sembra proprio estate, siamo diretti verso la capitale, oggi come un mese fa, il bagno fa sbollire gli ultimi vapori d’alcool al socio, ci stendiamo sull’asciugamano tunisino e ricominciamo a chiacchierare come ci succede ogni tanto, di tutti i fatti nostri, senza nessun ritegno, come se avessimo gli arretrati di una vita coi quali metterci in pari.
Abbiamo deciso che queste turnè ce le faremo passare al meglio possibile, che questo è tempo nostro e che la prima piccola rivoluzione sta forse proprio nel riappropriarci anche di quelle che avrebbero potuto sembrarci inutilissime ore di spostamento e che invece sono diventate le preziose ore del nostro metabolizzare insieme e separati che non è che poi facciamo tutto insieme, non è che poi pensiamo sempre la stessa cosa, anzi a volte con gusto e un poco di dispetto ci becchiamo ridendo poi di come le cose passino diversamente nelle nostre teste. Il conflitto è confronto, ci ripetiamo, e a volte con un pochino di gusto ci mettiamo pure lo sgambetto. Tanto che proprio appena arrivati nel bellissimo granderrimo e supercolorato Strike io butto il socio nel bel mezzo del dibattito su Frame, pur sapendo che è ancora mezzubriaco, e lo obbligo a fare un intervento che gli viene, lui malgrado, benissimo. Egli insiste che è l’alcool, io dico invece che quando ci chiedono di contestualizzare politicamente l’avventura Papaleo-Vitantonio dovrebbe parlare sempre lui, che io ho una lingua troppo spesso non comprensibile, io solo di teatro devo parlare, se parlo di politica le persone si trasformano in grandi punti interrogativi e mi guardano con sconcerto, mentre il socio è proprio capace di restituire tutte le cose che ci mettiamo e l’entusiasmo e le sfide e le considerazioni e i punti e le linee.
Papaleo mi guarda un poco perplesso ma lo sa anche lui che ormai l’ho braccato e non si può sottrarre al sacro dovere della mitopoiesi, come dice lui.

E’ un’emozione grandissima fare il nostro piccolo spettacolo davanti agli studenti medi, gli studenti medi! finalmente tocchiamo con mano e scopriamo che non sono solo una figura di qualche surreale bestiario, eccoli, davanti a noi, stanchi dopo due giorni di meeting ma entusiasti e soprattutto presenti, io mi emoziono così tanto che sbaglio quasi un attacco ma poi è un attimo di nuovo sono perfettamente in equilibrio sul filo della storia e mi sembra che il socio lo faccia proprio benissimo, stasera, lo spettacolo, a un certo punto io lo guardo e lui mi guarda e vabbè mi sa che questo sta in un altro copione, comincio a confondermi a parlare come scrivo a scrivere come interpreto le storie si mescolano e io mi rincoglionisco.
Tanto che finisce che dopo lo spettacolo balliamo fino alle quattro la musica tecno proprio come due giovani (cioè, che lui è giovane davvero, e in fin dei conti pure io, diciamolo) e ci ritiriamo al pointbreak, lo studentato magnifico di via Fortebraccio, praticamente distrutti, che non facciamo nemmeno in tempo a dirci buonanotte socio buonanotte socia che già russiamo come due maiali.

Mi sveglio di umore pessimo che ho fatto dei sogni che mi verrebbe da ammazzare una buona dozzina di persone, socio compreso, ma la giornata è lunga, passeggio per Roma mentre lui dorme ancora poi quando si sveglia ci mettiamo in macchina e al contrario dei nostri auspici piove, cazzo, e al mare non si va. Ma finisce che questa pioggia unita alla lunga seduta di psicanalisi dell’automobile mi lava via tutto lo schifo della notte trascorsa ed arriviamo a Bologna carichi, emozionati, che ci aspetta una cosa che non ci è successa mai prima di oggi ovverocchè per la prima volta sentiamo che il nostro voto abbia un senso. Allora decidiamo di farlo insieme e io mi sento proprio emozionata, orgogliosa e felice, con il socio che mi aspetta fuori dal seggio e io che aspetto lui, per la prima volta questa parola, rappresentanza, mi suona come una parola reale o per lo meno possibile e non come una beffa. E mi sento veramente veramente fortunata per aver potuto dividere questa cosa con Papaleo e non averla fatta da sola come temevo sarebbe successo. E allora non so come andrà ma mi sono veramente sentita orgogliosa di poter sostenere il candidato che stimavo ovvero Carlo che secondo me cavolo sarebbe bellissimo se fosse eletto perchè è proprio uno che le cose le sa fare, le vuole fare, le fa e ci crede pure.

Non è finita la nostra turnè, sentiamo sempre più forte, ad ogni ritorno, il bisogno di non staccare immediatamente di prenderci il tempo per decantare per spogliarci di tutto quanto accaduto, io per lo meno sento che ho bisogno che il socio mi racconti lui che ne pensa lui come le vede, le cose, perchè per me lo sguardo che ha lui sulle nostre avventure è imprescindibile, perchè è un pezzo importante fondamentale di quello che succede, e allora andiamo a cena tirando in mezzo anche Laire e finisce come direbe mio padre a trippa torcinelli e testa ovvero ci divertiamo tantissimo e non riusciamo a smettere di ridere, e io proprio così mi voglio ricordare la fine di questa turnè, con noi tre che ridiamo come matti e la gelataia che ci guarda tra lo sconcertato e il felice mentre le risate si impadroniscono di tutti quelli che ci stanno attorno.

Che poi volevo dire una cosa. Cioè, che per me questa turnè ha un senso. Un senso diverso da quello che avevano tutti gli altri spettacoli. Che lo so che fai l’artista e ce lo caghi che sei un artista insomma lo so che il mondo non gira attorno a me agli spettacoli alla papaleomobile eccetera però a me questo viaggio mi pare una piccola intensissima esperienza di rivoluzione, e mi pare che ogni giorno quando col socio riusciamo a fare le cose, quando riusciamo pure a superare il momento dello scazzo, quando riusciamo a vedere le persone con occhi simili, quando montiamo in fretta ed efficienza e ognuno sa quello che deve fare però anche siamo emozionati perchè attorno a noi c’è ogni sera un mondo nuovo, quando mi rendo conto che scrivo dicendo noi e non è grave, no, è anzi bello e intenso, quando succede tutto questo io penso che forse sarà davvero il mio ultimo spettacolo, che forse sarò scomparsa tra pochissimi mesi, che diventerò una grigia assistente in qualche organizzazione internazionale per l’ulteriore sfruttamento dei già sfruttati, però questi mesi a me mi sembrano una specie di regalo per i miei passati 32 anni di sbattimenti, mi sembrano il pacco a sorpresa, mi sembrano il treno che finalmente ho preso dopo tutti i treni che, prima, avevo perso.

E poi ci sono molte altre cose, che non so (non voglio), raccontare.

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Mag 10 2011

guida intergalattica per attivisti, sesto episodio

Comincia alle sette di mattina, questo pezzo di turnè. E’ sei maggio e abbiamo uno sciopero generale davanti a noi, splende il sole alto e tondo su Bologna mentre come al solito sbaglio luogo dell’appuntamento e mi fiondo in porta Sant’Isaia salvo poi capire che non era la porta giusta. Ma per fortuna sono un po’in anticipo, e non appena recupero il luogo giusto dell’appuntamento ci trovo proprio tutt*, pure un sacco di coraggiosissime presenze dalla radio, Laceci pronta col suo diggeisett sul nostro magico camioncino ecosostenibile, Minocip superattivo alla guida e gli altri tutti affaccendati chi con gli striscioni chi con i giornali chi semplicemente con i gossip che sono sempre molti e non facciamo in tempo a stare dietro a tutto.
Bella piena mattinata di sciopero, cantiamo ridiamo abbiamo il sole che ci illumina la faccia e ce lo meritiamo tutto, abbiamo lottato con le unghie e con i denti per questa giornata e adesso è tutta nostra, balliamo a ritmo con la musica della Ceci che ci mette pure Erpiotta e io penso proprio che gli squali non ci avranno mai. Laste minaccia di menarmi se oso dire un’altra volta che lei non è una vera giovane, io rido e cammino a ritmo con la musica mentre Laire dice shallallallalla. Arrivati in piazza ecco che cominciamo il nostro già dichiarato corteo selvaggio e ci riappropriamo a gruppetti di questi maledetti negozioni accaemme futlocher sarcazzo ma anche di coop, ci sono tutti i commessi che guardano in basso perchè sai mai, se si scopre che hanno in simpatia gli scioperanti li cacciano subito fuori a calci in culo. Mettiano i nostri striscioni chiusopersciopero e ci sono dei compagni proprio ispirati che al megafono dicono cose che io penso cazzo è proprio così. Siamo un po’ stanchini, ogni tanto guardo in direzione di Francis che sta sempre dove c’è un raggio di sole con la sua maglietta viola dell’ex mattatoio, noi precari dello spettacolo stamane scioperiamo  ma già siamo pronti per andare a lavorare a portare il nostro piccolo pezzo di rivoluzione in giro per l’Italia.

E infatti è un attimo, saluto tutte saluto tutti e vorrei stare tutta la giornata con loro a ballare cantare e magari mangiare un panino di quelli fatti dalla tippiò crew ma invece partiamo e andiamo nientepopodimenocchè a Marghera. Ci ho un po’ d’ansia e non so ancora che questa ansia me la porterò appresso tutta la turnè. Penso che sia dovuta al fatto che stasera mi vedranno i compagni e le compagne del Rivolta che insomma mi conoscono da quando ero una sbarba, non mi faccio troppe domande mi impongo alla guida così non penso (spero) ma invece il cervello mi va a mille e finisce che prego il Socio di ascoltarmi che così ripeto il monologo che dovrò fare martedì peraltro in assenza sua e vai ci ho pacchi di ansia attorno a me che si moltiplicano.
Eccoci al Rivolta, bellissimo con i suoi tetti che sembrano onde e pezzi di cielo, e mi sento un pochino a casa. Ci parliamo dello sciopero e cazzo loro si sono alzati alle cinque per picchettare le fabbriche, io una volta di più penso che i compagni sono proprio belli, perchè ci credono assai assaissimo e si svegliano pure alle cinque il giorno dello sciopero. Ma l’argomento topten è il nuovo sito di Sherwood e tutto quello che ne consegue, Graz ci spiega tutto con l’entusiasmo di un adolescente e io mi lascio trasportare dai suoi racconti della radio del futuro e tutto mi sembra bellissimo non vedo l’ora di vedere gli studi nuovi e penso che anche io voglio fare i racconti di lucilla con la uebcam cazzo.
Facciamo infine il nostro spettacolo con tanto di uebstriming, sono emozionata, è qua che tutto è cominciato e penso (e dico al socio) ti rendi conto? se fossero andati male quei quindici minuti non l’avremmo fatto mai, e forse è un caso forse no che proprio il giorno dello sciopero generale siamo qua, come se avessimo in qualche modo chiuso un cerchio ma forse no non è un cerchio a me i cerchi non mi piacciono. (Ma dentro di me ho tremila pensieri e uno è proprio il destino di questa turnè vorrei tanto parlarne con Francis ma mi sento appiccicata dentro di me e allora devio ritardo svicolo annego nello spritz).
Non ce ne vogliamo proprio andare da Marghera perchè sembra che tutti ci amino e io mi sento un po’ a casa ma sappiamo che domani c’è un’altra lunga giornata davanti a noi allora ecco a un certo punto ci rimettiamo sulla nostra lucillomobile e voliamo a Padaniacity dove dormiamo dalla mia amica Tori che io non la vedo mai e sono proprio contenta.
Il viaggio è difficile. Abbiamo i pensieri. Penso che forse Francis non ce li avrebbe, i pensieri, se non glie li mischiassi io. Poi penso che no, lui ce li ha comunque, i Francispensieri.
Ci svegliamo a Padaniacity e nonostante il sole nonostante la splendiderrima giornata il piombo incombe su di noi, passeggiamo cercando di goderci la mattinata, porto Francis al Pedrocchi e facciamo tutte le cose che due veri turisti devono fare a Padaniacity tipo mangiare i tramezzini caldi del Nazionale ma la verità è che non vediamo l’ora di andarcene e allora via, sfrecciamo di nuovo sulla lucillomobile verso Falconara dove ci aspettano i compagni del Kontatto.
Ma per la strada facciamo una cosa proprio da turnè ovvero usciamo dall’autopista e ci facciamo il bagno, il bagno, Francis e io in costume, un freddo porco e noi che urliamo e ci facciamo il bagno e poi ci mangiamo pure il gelato proprio come le star del rock’n roll.
Arriviamo tutti salati dai compagni del Kontatto.
Che noi non li conosciamo, però dalle telefonate sembrano proprio simpatici. E infatti arriviamo e loro stanno in questo angolo di paradiso schiacciato sotto la maledetta raffineria dell’api, ma il loro paradiso se lo proteggono eccome, e ci accolgono e ci festeggiano e ci fanno persino mangiare il mata hambre e ci chiedono e ci raccontano, ancora parliamo del nostro sciopero generale, a me sembra che dai loro racconti esca luce e pura vita esca generosità e mi dico meno male, meno male che siamo venuti qua a fare lo spettacolo, infatti quando poi lo faccio, con Francis soprelevato alla mia destra, mi viene proprio da commuovermi, e me li guardo tutti e me le guardo tutte, uno per uno una per una, e quasi vorrei fermarmi per piangere un pochino di commozione. Mi sembra di non farlo così bene da secoli, lo spettacolo, forse proprio perchè oggi ho proprio l’impressione che queste persone l’abbiano fortissimamente voluto e allora anche la mia piccola parte di militanza ritrova senso. Guardo Francis e penso che forse anche lui sta pensando le stesse cose.
Finisce a gioia e borghetti, e sono le tre quando riusciamo ad andarcene a dormire da Reka e Pa che per me oh, sono proprio degli eroi, ci accolgono in questo meraviglioso nido di gioia e io non vorrei dormire vorrei solo ascoltare i loro racconti ma invece a un certo punto mi rendo conto che sono discretamente ubriaca allora dico ciaociao a domani.

Eh si, perchè abbiamo deciso con Francis di farci un regalo, che ce lo meritiamo. E’ domenica e andiamo al mare, che questo sole chiama fortefortissimo. Reka e Pa ci portano al Conero che io non ci ero mai stata ed è un vero e proprio paradiso, il sole mi fa diventare subito tutta marroncina e collasso con tanto di bavetta sull’asciugamani della turnè mentre i tre rivoluzionari al mio fianco continuano a chiacchierare e io mi sento serena e rassicurata proprio come quando da piccola mi addormentavo mentre i grandi parlavano di politica.
E poi quando mi sveglio c’è solo una cosa da fare: il bagno dentro quest’acqua gelida e profonda come piace a me, sguazzo che è una meraviglia e penso, mentre li guardo da lontano, che mi sembra proprio di conoscerli da una vita, Reka e Pa, che non finisco mai di stupirmi della generosità, della gioia, della condivisione, che questa turnè si mi ha fatto fare un sacco di date ma soprattutto mi ha regalato le persone, le storie, mi ha regalato le lotte degli altri e io mi sento grata, mi sento, mi sento che nessuna turnè in un teatro mainstream potrebbe regalarmi tanto, e forse in questo momento riesco addirittura a spegnere un pochino il cervello che non si ferma un attimo oramai dal sei maggio.
Non ce ne vogliamo andare. Lo sappiamo che dovremmo perchè al tippiò c’è l’aperitivo della radio e dovremmo e vorremmo esserci, ma proprio non li vogliamo lasciare questi fratelli che abbiamo incontrato. Nel viaggio di ritorno scherziamo e ci prendiamo in giro e io penso quasi quasi rimango qua chi me lo fa fare a tornare a Bulagna.
Ma poi è un attimo, siamo già nella lucillomobile e guido io, Francis è stanco, io pure, e in più c’ho il mio rumore di sottofondo che non mi lascia un attimo. Nemmeno il nostro gioco nuovo sembra funzionare, mi sento intasata.
Ancora una volta imparo a fidarmi di Francis e finisce che al tippiò ci vado pure io nonostante tutte le mie riserve e mi diverto pure, ci sono i miei amichetti stretti della radio e io sono felice di poter dare una mano a fare le torrette coi bicchieri puliti.
Poi ecco, finisce che vado via, finisce che mi ritiro nella mia intimità e finisce che finalmente mi spengo, con un po’ di violenza ma evidentemente non avrei potuto fare altrimenti, finisce che sono tutta dentro di me, finisce che le parole sono importanti, e io me le ricordo. Finisce che è già giorno, e mi aggrappo agli ultimi sguardi segreti mentre bevo litrate di caffè che dovrebbero riportarmi nel mondo del master e dell’efficienza e invece mi portano solo la tachicardia.
Finisce che è lunedì, e anche questa volta cel’abbiamo fatta.

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Gen 22 2011

prime impressioni da una grande assemblea

Pare proprio che cel’ abbiamo fatta. Dal 14 dicembre ad oggi è stata un’altra corsa ininterrotta in cui le cose da fare erano sempre troppe rispetto al tempo a disposizione, io come al solito sempre sbrindellata sempre con un piede sulla bicicletta un occhio sui libri e due o tre pensieri laterali a fare da rumore di sottofondo, io così e come me tutti gli altri, che sempre riuscire a trovarsi in un attivo per discutere pareva un miracolo.

Ma oggi finalmente ore ottettrenta siamo partiti dal piazzale del tippiò, io e Francis con una piccola ansia in comune che però è anche gioia con un piccolo dono per la grande assemblea che ci aspetta la nostra creatura appena sfornata che stasera andrà in scena proprio al Rivolta e chi se lo sarebbe aspettato mai. Tredici anni fa per la prima volta sbarcai al Rivolta qui a Marghera e mi sembrò un posto tremendamente inospitale non più nè meno che tutto questo strano nordest poi con gli anni imparai le relazioni le parole imparai che non era poi così inospitale e forse non è un caso che oggi io sia proprio qui in questa nuova casa a salutare compagne e compagni che ormai dal millennio passato condividono le lotte per cui io pure mi animo.
Marghera è oggi una casa calda (così calda che quasi non pare un centro sociale) e siamo tantissimi per questo incontro e Wilma ha appena aperto i lavori della plenaria io mi sento emozionata guardo attorno e ci sono le ragazze di Global superattrezzate ci sono persone di tutte le età c’è Francis a due sedie da me che chissà a cosa sta pensando forse semplicemente sta ascoltando perchè lui è uno normale mica ha trenta pensieri laterali come me ecco adesso dovrei mettermi a sentire anche io cosa dice l’assemblea ma volevo scrivere che poi lo so questi sono momenti che o li fermi o loro dispettosi fuggono dalla memoria e poi te ne penti.

Io sono felice di essere qua oggi. Me ne sono accorta quando all’ingresso ho visto Barbara che subito mi ha detto oi poi per la tecnica vediamo dopo, mi ha detto solo queste parole superoperative però in fin dei conti mi ha dato il benvenuto e io davvero mi sono sentita benvenuta.

E da uniti contro la crisi è tutto. Passo e chiudo.

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