Archive for the 'università' Category

Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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Set 27 2011

oggi la mia domenica è di martedì

Oggi mi sono presa un giorno di pausa dalle difficilerrime mansioni di stragista, come dicono gli impiegati incalliti mi sono presa un giorno di ferie, o di permesso se ci piace di più questa cosa di dover chiedere il permesso, io invece direi che mi sono presa un giorno libero cazzo, perchè il lavoro rende schiavi, schiavi schiavissimi, il lavoro incatena strapazza addormenta i pensieri il lavoro a volte è una bestia che vede rosso e dietro il rosso ci sei tu, il lavoro è despota per sua stessa natura e ogni tanto c’è bisogno riaffermarsi e di liberarsi dal lavoro allora io oggi ho reclamato un giorno libero un giorno liberato per starmene con il mio prof yeah.

Proprio così tutta la santa giornata col mio prof,
che è stata una delle giornate più belle da quando sono arrivata a Seoul.

Proprio una giornata bellissima. C’era un sole meraviglioso di quelli che tu dici cazzo sì sì sì esci fuori sole esci fuori oggi che mi sono presa il mio giorno libero esci e abbronzami tutta alla faccia dei cadaveri bianchicci, baciami sole sole mio sudami e sbatacchiami.
Così sono arrivata all’uni dove il prof avrebbe tenuto nientepopodimenocchè la relazione conclusiva del suo soggiorno qui e io me la sono ascoltata tutta mangiucchiando sandwich offerti dall’università, una relazione peraltro fichissima che a me mi è sembrata financo troppo radicale visto l’ambiente superaccademico eccetera invece lui era ipertranquillo e allora mi sono tranquillizzata anche io però cazzo lo so che uno non ci crede ma io mi sono quasi commossa anche se non so bene se a commuovermi di più è stata la situazione demografica coreana o la passione del prof o la sua terribile ammissione che la multiculturalità non esiste e il cammino è lungo e la lotta aspra.

Vabbè ma insomma il mio giorno libero non è trascorso tutto frignando mentre il prof dai calzini a righe cercava di risolvere uno dei suoi problemi sistemici no, anzi, dopo è cominciato proprio il vero divertimento su e giù per il campus a chiacchierare e a raccontarcela a impacchettare e i libri e i progetti e i sogni e Bakunin e Soriano e Pazienza ed era una giornata bellissima, il sole se ne stava sempre là, splendido proprio come il sole sa essere mentre gli studenti ai megafoni parlavano di cose a me incomprensibili e da qualche parte qualcuno costruiva qualcosa. Questo in realtà non ricordo se sia successo, ma in Corea ovunque c’è qualcuno che costruisce qualcosa, quindi posso quasi garantire che nel mio quadro pomeridiano c’era un edificio in costruzione.
E io su e giù a zampettare col prof a ridere quando mi sono presa una tazza di roiboos che lui ha ribattezzato roipnol e a parlare di quello che si può di quello che non si può di quello che si spera.
Ma soprattutto oggi per la prima volta il mio prof non mi ha fatto pensare al teatro e mi ha ascoltata attentissimo occhi spalancati quando gli dicevo

cazzo (gli ho detto così, gli ho detto cazzo) mi sono chiesta:
ma allora tutta la mia determinazione si esaurisce nel venire a Seoul a fare uno stage non retribuito?
a questo punto potevo pure starmene alla camera di commercio di Crampobasso.

E mi sembra che lui mi abbia proprio capita, porcamiseria e porcogoverno, mi sembra che mi abbia capita proprio e mi sono sentita un po’ meno aliena un po’ meno sola mi sono sentita una grandissima privilegiata. Mi sono sentita fichissima a trascorrere il pomeriggio col mio prof che impacchettava i suoi libri e mi faceva sentire che non ero sola e mi raccontava le sue storie e ascoltava le mie anche se io ogni tanto mi fermavo perchè mi ricordavo che era il mio prof.
Come per esempio quando è venuto fuori che non uso gli assorbenti e stavo partendo con una super tarantella sulla coppetta mestruale e l’ecologia ma poi per fortuna mi sono fermata in tempo e ho evitato di fare il sermone da femminista ecologista al prof. Poco ci mancava che gli facessi vedere pure come si usa.

Splendeva il sole e noi giravamo sigarettine con questo schifosissimo tabacco della base americana avuto grazie alla bontà di una delle mie tremilaottocentotrentaquattro cape splendeva meraviglioso il sole di settembre e io mi dicevo oh, ma com’è possibile che il mio prof non è ancora diventato il capo mondiale indisscusso di tutti gli affari coreani nonchè della capacità di comprensione e umanità con delega all’entusiasmo e al carisma?

Eh, non lo so come mai. A me mi dispiace solo per chi non lo conosce il mio prof dai calzini a righe che oggi però non ce li aveva a righe i calzini ma è uguale. E sono molto invidiosa di tutti quegli studenti che lunedì se lo troveranno in classe e io vorrei tanto esserci anzi mi dico ma scusa, invece di fotocopiare i preservativi usati gratis qui a Seoul non potrei fare l’allieva modello del prof?
Poi mi dico no, io non devo fare questo, devo fare altre cose che ieri improvvisamente ho capito mentre parlavo con uno che non mi cagava di pezza e metteva in mezzo parole come determinazione e capacità e a me mi è salita una rabbia, mi è salita, e anche una paura e un’ansia e un’eccitazione che non lo so, è finita che ho scritto una mail ad Alice che è l’unica persona che fa quello che sto facendo io ovvero si sta giocando tutto.
Ma la storia di Alice è un’altra e oggi non c’entra. Oggi non avevo più l’ansia oggi ormai avevo deciso e c’era in me un po’ di paura, pensavo alle persone che potrei perdere se veramente anche qui io decidessi di andare fino in fondo, pensavo a sentimenti che non mi aspettavo di provare e che mi spaventano, pensavo pensavo pensavo e anche mi sentivo felice perchè mi ero resa conto che ero pronta a giocare fino in fondo fino in fondo.
Allora oggi ero felice e dopo aver parlato col prof e averglielo detto ero ancora più felice perchè lui non mi aveva detto che ero pazza incosciente o troppo ambiziosa, oddio magari lo pensava ma non me lo ha detto e nemmeno lasciato trasparire da come mi guardava. Anzi mi ha promesso di sostenermi e a me queste cose chi cazzo me le ha mai promesse diokèn???????

Che sole che c’era oggi a benedire il mio giorno liberato insieme al prof, che sole meraviglioso che speranza che passeggiata che pacchi che risate. E poi è successo che mi sono ricordata che il prof tra due giorni se ne va e se ne torna ad Atlantide prima che affondi, e allora mi sono un po’ rattristata anzi mi sono rattristata moltissimo perchè mi mancherà un sacco il mio prof, ecco cazzo. Mi mancherà tantissimo e mi dispiace che se ne vada e mentre lo scrivo mi viene anche un po’ da piangere e sono proprio scema. Allora mi ha anche regalato i suoi cucchiai coi gatti e la tazza dell’università e molte altre cose che adesso sono tutte sparse nella mia stanza insieme a dei pomodorini ciliegini e mi ha infilata nel taxi e ha detto al tassista di portarmi a casa e io mi sono sentita proprio come se si fosse preso cura di me e a me il prof mi mancherà un sacco e io gli voglio proprio bene e penso che i suoi prossimi allievi saranno proprio fortunati.

Ecco ora piango un pochino perchè a me quando le persone se ne vanno mi spaventa sempre molto e forse è per questo che me ne vado sempre io. Poi mi passa, perchè penso al sole del mio giorno liberato e credo di essermelo meritato tuttotuttotutto.
Boys don’t cry.

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Set 22 2011

carletta non tirare la coda al gatto.

Oggi ho tenuto una conferenza all’università. Che detta così sembra una cosa fighissima invece posso assicurare che non è così come sembra stavo soltanto adempiendo a uno dei miei doveri di stagista, e allora avrei potuto metterla in molti modi mostrare video fare lezione di grammatica mandarli a casa che ne so  chiedere dove si trovano le droghe pesanti a Seoul (sono sicura che sarei riuscita a farmi capire) invece ho scelto di fare una lezione su alcuni che a me mi piacciono tanto ovvero Pazienza e Tondelli. Che cavolo, questi la dovrebbero smettere di studiare D’Annunzio diokèn, e cominciare a sbavare sulle tavole di Pazienza che sennò non ne vengono più fuori e arrivano in Italia convinti di trovare le tamerici salmastre e fasciste mentre piove governo ladro.

Allora ho tenuto questa lezione e loro all’inizio se ne stavano un po’ intimiditi e confucianamente immobili, e io non capivo se l’immobilità fosse dovuta al fatto che non capissero una cippalippa, che fossero già morti o che avessero messo i loro ologrammi ad ascoltarmi mentre loro pomiciavano in bagno. Allora così un po’ goffamente come mio solito ho cominciato a lanciare il sassolino oltre il muro, ho allegramente iniziato a romperlo, il muro, ed è successo che sono apparsi i primi sorrisi e timiderrimamente qualche voce ha pronunciato mioddio il nome di Quentin Tarantino, anche se nessuno sapeva chi fosse Takeshi Kitano ma in fin dei conti a me che mi frega? sono loro che hanno problemi col Giappone, mica io. E insomma la lezione è andata mano a mano trasformandosi in un allegro incasinato intruglio durante il quale a un certo punto mi sono trovata stesa sulla cattedra a giurare che in fondo ero ancora una teen-ager mentre loro si sbellicavano dalle risate, alcuni con la mano davanti all’educatissima boccuccia, perchè in fin dei conti non è proprio esattamente confuciano ridere a crepapelle davanti all’insegnante ma non è manco confuciano avere davanti un’insegnante stesa sulla cattedra che inventa parole in inglese per farti capire cos’è la letteratura pulp e il delirio felicissimamente è esploso incontrollabile e caotico nel momento in cui sono riuscita a trasmettere il senso di una frase scritta su un muro di Bologna nel 77 che avevo mostrato sulla lavagna e che diceva “prometto di non scrivere mai più sui muri”.

Venticinque coreani che ridevano ed erano imbarazzati dalle loro stesse risate e dalla mia presenza che miosantoconfucio non era assolutamente dignitosa non era assolutamente professionale ma in fondo proprio per questo, proprio perchè io saltavo in piedi sulla sedia calpestando coi tacchi da vera diplomatica tutte le regole di secoli di disciplina armonia e menate varie proprio per questo anche loro erano esentati dal rispetto della regola e quindi ridevano, i venticinque coreani, ridevano e non si capacitavano e parlavano e facevano financo due e dico due domande.

E poi improvvisamente la lezione è finita e c’era il sole e attorno a me l’università e io che totalmente inevitabilmente irrimediabilmente di nuovo amavo il mondo e non volevo andarmene più e una giovane coreana che mi regalava un pupazzetto e un’altra che mi dava uno jogurt e Seoul era bellissima e io mi dicevo cazzo cazzo cazzo ho ritrovato il senso eccomi eccolo e tra quelle facce vedevo Laire che proprio non riusciva a trattenere la risata-stormo mentre io leggevo Tondelli arrovellandomi tra le parole  e vedevo l’Annina che stava non so come mai spillando la birra dietro un bancone immaginario e Lafla che girava tra un’aula e l’altra controllando che tutto fosse a posto e cavolo c’erano proprio tutti c’erano proprio tutte c’era pure Alecchia che le sapeva a memoria, le parole che leggevo, e giuro non avevo preso allucinogeni niente di niente ma era tutto perfetto preciso infilato a pennello e quando poi ho chiuso il libro e guardato la mia classe ho visto il Socio che sorrideva e mi faceva l’occhiolino.

Poi ho preso un autobus e la città era meravigliosa e non c’era niente che mi preoccupasse non c’era niente che mi mancasse mi sembrava che questo mondo strano e storto avesse da qualche parte un senso suo nascosto anche se io non lo trovavo, la città splendeva e io vedevo dentro di me l’Europa lontana che mi mancava sì ma poi non così tanto, mi vedevo profuga messa in salvo all’ultimo momento mi vedevo speranzosa la città era meravigliosamente immensa e io avrei voluto che la vocina automatica dell’autobus non dicesse mai il nome della mia fermata perchè il mondo era bello e io stringevo nella tasca l’orsacchiotto ed ero così felice, così felice che arrivata nel quartiere dove lavoro sono andata a mangiare da sola e ho avuto per la prima volta il coraggio di ordinare il cibo in totale autonomia, e la signora del ristorante era così fiera di me che mi ha regalato una scodella di zuppa, cazzo cazzo il mondo andava proprio per il verso giusto e io pensavo che forse potevo anche starci in questo stracazzo di mondo anche se tutti erano lontani anche se tutti ormai facevano cose diverse cose che non mi includevano più io mi sentivo che insomma c’era un posto pure per la sottoscritta farfugliatrice così mi sentivo e così

la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
tutto pulito
tutto perbene
tutto su gradini
dal più basso al più alto
dal più piccolo al più grande
carletta di qua
carletta di là
questo non si dice
questo non si fa
la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
le cose che vogliono sempre dire qualcos’altro
mettiti al tuo posto
sennò ti ci metto io
carletta di qua
carletta di là
dottoressa, ci sarebbe un compito di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della nostra struttura, ecco, crediamo che lei possa essere in grado, perchè ci vuole una persona abile, capace, di fiducia, e dunque dottoressa, per cortesia, ci sarebbe bisogno che fotocopiasse in fronteretro questo rotolo di cartaigienica usata.

 

 

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Ago 22 2011

una lucella a Seoul, preparativi di partenza

Sono dovuta venire a Milano un numero spropositato di volte,ho dovuto prendere il treno delle cinque del mattino che viaggia tenendo la stessa temperatura di una cella frigorifera, portare la documentazione che attestasse tutta la mia parentela fino al ventitreesimo grado. Ho dovuto produrre documenti improbabili, alcuni veri, altri falsi, certificare che sì, era vero, il numero esatto dei peli sul mio alluce destro è tre, ma li depilo una volta ogni quaranta giorni. Ho dovuto chiedere alla mia estetista di autocertificare che davvero i peli vengono estirpati ogni quaranta giorni e non ogni trentanove o quarantuno. Ho poi dovuto chiamare il dentista che mi teneva in cura a tredici anni, quando mi ruppi un dente e lui me ne mise uno finto, per costringerlo a dichiarare che nella capsula di porcellana high tech non sto trasportando esplosivo. Il dentista era però in vacanza all’estero ed è stato un tantino complicato. Infine ho dovuto scomodare il console in persona affinchè dichiarasse per iscritto che sì, ero proprio io che ero stata scelta per lo stage tra le grinfie della tigre asiatica.

Ho temuto di non farcela. Ho coniato bestemmie, duplicato invettive, appreso silenziose e terribili maledizioni. Se non avessi già gli occhi storti direi che mi si sono storti gli occhi a furia di imprecare, ma alla fine ce l’ho fatta.
Oggi sono entrata nel consolato generale di Corea accolta da suoni di trombe, sorrisi e inchini, e mi è stato restituito il mio passaporto, arricchito dal pregiatissimo foglietto colorato che attesta che posso entrare in Corea e starci cinque mesi.

Insomma, oggi ho ottenuto il visto.

Adesso posso cominciare a preoccuparmi seriamente. Parlandoci fuori dai denti, mancano nove giorni alla mia partenza e io non ho organizzato una cippalippa. Lo studio della lingua procede malemalissimo, non ho idea di cosa mettere in valigia e soprattutto devo assolutamente svuotare la mia microcasa prima di partire. Insomma una marea di roba da fare. Senza contare che dovrei registrare almeno un paio di puntate dei nuovi racconti di Lucilla, che poi lo so, una volta a Seoul le prime due o tre settimane passeranno tra burocrazia, pianti ogni volta che mi perdo in metropolitana e mi trovo dall’altra parte della penisola, ricerca della casa, registrazione all’ufficio stranieri, acquisto del telefono, sbronza per ammazzare il jet leg e via discorrendo. Sicuramente non potrò mettermi a fare i racconti di Lucilla.

E poi ecco, vorrei organizzare una festa, un aperitivo, un arrivederci, ma anche no, perchè non ho molto da dire, cioè, non ho niente da dichiarare, sì sono felice, sì ho paura, sì sono immensamente grata al mio amico Andrea che si è tanto preoccupato per me da darmi dei soldi coreani onde evitare disavventure all’aeroporto (come dire, conosce la sua pollastra), sì sono anche tanto grata al mio prof che ha fatto degli sbattimenti incredibili per me, si mi sto domandando perchè queste persone si siano sbattute per me, quale macumba o quale scambio di persona sia avvenuto…sì, amo la cucina piccante. No, in realtà non conosco un emerito cazzo della Corea, ammettiamolo. Cioè, proprio zero zero no, ecco, però diciamo che c’è un amplissimo margine di miglioramento.

Sì sì sì, ci sono delle persone che mi mancheranno. E lo so che quando torno, se torno, trovo tutto cambiato. Sì mi dispiace di non fare l’attrice per almeno cinque mesi. Anzi no, non mi dispiace per niente, è un sollievo una sfida una ventata d’aria nuova.

Oddio ecco ero così presa nell’autoanalisi che ho quasi perso il treno.

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Ago 02 2011

vado in Corea del Sud, titolo realistico

C’era l’inverno passato, freddo che non si sopportava, e c’ero io che la mattina ero sempre troppo sbattuta troppo in ritardo. C’ero io che la sera prima avevo lavorato o partecipato a una riunione politica o se ero stata fortunata avevo trascorso la notte con un uomo cui ho voluto molto bene e che poi ho perso. C’ero io piena di pensieri di promesse, che arrivavo sbattuta, in ritardo, fradicia, i calzoni sporchi del grasso della bici e gli occhiali appannati, in quella stanza all’ennesimo piano della facoltà di scemenze politiche e mi trovavo attorno pochi naufraghi come me attaccati alla piccola speranza di nuotare insieme in un mare fatto di gente che non aveva bisogno di lavorare, che non aveva bisogno di sbattersi, che pensava che la diplomazia fosse tutta una grossa partita di risiko. Persone convinte che quella partita di risiko loro, coi loro cappotti max and co e le conoscenze e le lauree prese senza fretta, loro la stavano vincendo. E c’ero io che pensavo che effettivamente era così, loro la partita di risiko la stavano vincendo, attorniati da docenti che invece di insegnare a fare la pace giocavano a fingere nuove guerre, e cose che non mi sento di scrivere perchè poi se guardo bene nel pentolone ci ho mangiato anche io e io pure ho imparato qualche cosa.

C’ero io che arrivavo in ritardo sbattuta allibita, e certe mattine alle nove spuntava il prof del miracolo, occhiali rotondi e faccia apparentemente accigliata, come se -a prescindere da lui e dalla sua volontà- ci fosse un problema più grande, irrisolvibile, quasi un problema sistemico, cazzo. Arrivava muto e si sedeva sulla cattedra lasciando penzolare i suoi calzetti a righe, e io pensavo che quel problema sistemico stava per svelarsi alle mie povere orecchie di studentessa sbattuta e sarebbe arrivato l’apocalisse, invece

invece lui cominciava a raccontare storie lontanissime, storie di mondi che avevo lasciato da parte tanti troppi viaggi fa, storie che mi riportavano alla mente i sogni dei diciott’anni, le speranze di quell’estate in cui mi pareva che tutto fosse possibile che il futuro fosse davvero nelle mie mani, storie sognate nell’estate dell’esame di maturità, io e Andrea seduti in biblioteca sotto la grande vetrata a cercare di studiare e a finire col farci gli scherzi e fumare sigarette sempre troppo brevi

storie dell’unico concorso che abbia mai vinto e del sogno di un viaggio nella mia Asia, un’Asia senza India e senza frikkettoni, un’Asia diversa e sconosciuta che si annidava tra letture segrete e fantasie, storie di quel sogno di viaggio che si faceva reale e poi improvvisamente scompariva, il viaggio, sudatissimo e mai fatto, semplicemente per amore,  o per cecità o vigliaccheria vai a saperlo adesso

storie di futuri possibili che si annidavano giorno dopo giorno tra i raggi della mia bicicletta e mi portavano a scemenze politiche nonostante il freddo, la rabbia, la scontentezza e la paura, nonostante l’affitto sempre troppo alto nonostante i colleghi sempre troppo bravi nonostante i prof sempre troppo cinici nonostante tutti i cazzo di ventinove che ho preso

i ventinove
come il mio centodieci senza lode
che c’era sempre qualcosa che mancava
la convinzione (dicono loro) o la prostrazione (dico io)

c’era quel professore che pure lui mi ha messo ventinove e io lo capisco, perchè io non sono una che gioca a risiko e per diventare una vera diplomatica forse bisogna saper giocare a risiko e a me risiko mi fa venire da piangere, ogni volta che ho provato a giocarci mi è salita un’angoscia che per farmela passare ho dovuto bere otto bottiglie di amaro
c’era però quel professore che adesso non è che io voglia fare un’ode al prof
tanto più che il prof per mia fortuna il blog non lo legge sennò va a finire che pensa che io sia veramente una scoppiata e si rimangia tutto
(che poi è vero, sono una scoppiata, ma sono innocua e non sporco)

 

E allora dove volevo arrivare con questa storia del professore che non legge il blog per mia fortuna?
Ah si. Volevo arrivare al punto che forse lui ha pensato di dover fare una buona azione, o forse è una persona seria, o forse ha visto in me qualche cosa che tutti gli altri profi non hanno visto, anche se poi mi ha messo ventinove perchè non ho giocato a risiko come facevano gli altri, fatto sta che il prof dai calzini a righe mi ha dato una speranza e non contento di questo regalo si è pure sbattuto a mille perchè questa speranza diventasse una cosa un pochino più concreta e io non lo so perchè

 

ma tra un mese parto per Seoul, ci starò cinque mesi, e forse per qualcuno non è molto ma per me cinque mesi sono un’eternità, sono il progetto più lungo che mi possa permettere in questa vitaccia precaria, e a me pare una cosa bellissima e meravigliosa, anche se ci saranno mille problemi mille sbattimenti, ma nessuno mi aveva mai detto che sarebbe stato facile e allora ecco, se io oggi ho il mio progetto lunghissimo da accarezzare coltivare nutrire è soprattutto grazie a quel professore coi calzini a righe che cerca di risolvere il grande problema sistemico con le sue storie. E secondo me prima o poi ci riesce.

 

Grazie a Elisa, Michele, Valentina, Francesco,
i naufraghi con cui ho condiviso questa speranza d’isola.

 

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Lug 25 2011

attentato

Come se tutto il resto non fosse stato abbastanza, venerdí sera la mia automobile ha deciso che io sarei rimasta nella campagna fiorentina molto più a lungo di quanto non avessi preventivato.Era andato tutto per il meglio, o quasi. Certo, avevo un umore un po’ altalenante dopo il ritorno da Genova. Però tutto sommato ero pronta per quello che credevo mi aspettasse:un venerdì sera trascorso nella casa in campagna dell’Amicalice e del suo fidanzè, racconti di partenze, saluti, prospettive, un po’ di sana invidia (la mia) e un po’ di paura dell’ignoto (la sua), poi via, sabato mattina ritorno a Bulagna, studio matto e disperatissimo in vista dell’ultima tesina, magari una marchetta e di conseguenza qualche soldo, che ne so, tre euri. In fin dei conti con tre euri ci compro un sacco di scatolette di tonno.

Invece ho subito un attentato.
Un vero e proprio attentato. Me lo ha detto pure il mio socio, e di lui mi fido che è uno che conosce la vita. Insomma, di punto in bianco mi muoiono i freni della macchina. Ma è possibile, dico io? E soprattutto, possibile che succeda proprio di sabato? E possibile che ripararli costi così tanto? Io non lo so. Fatto sta che il uicchend produttivo si è presto trasformato in un uicchend di cazzeggio, e fino a qui mi va pure bene, ma la parte tragica dell’imprevisto è che il lunedì è diventato il giorno del suicidio del mio conto in banca. Ora dico, potrei mandarla al direttore del master, la fattura del meccanico, cercando di spiegargli che dovrò pagarla con i soldi con cui avevo pensato di partire per l’ (o)staggio, ma al direttore che gli frega? lui sta a Bruxelles e pensa che la storia dei precari che non sanno come vivere sia un romanzo d’appendice. Direttore, ma lo sa lei quanto guadagnerò io ad agosto? Glie lo dico io guardi, settantacinque euri. Un po’ pochino non trova? D’altra parte lo so, mica è colpa sua se il mondo va a rotoli e i precari per riqualificarsi devono dare cinquemila euri all’almamater di stocazzo e vendersi il fegato. Che poi io me lo venderei anche, ma nessuno lo vuole. Lei, per caso, ha bisogno di un fegato giovane? Certo il mio non è proprio messo benissimo, ma meglio del suo ci metterei la firma.
 

Che cosa mi posso vendere oltre al fegato? la macchina no, soprattutto adesso che ha subito l’attentato. Un piede? I miei piedi sono molto belli, giuro. Anche le mani niente male. Gli occhi no, sconsiglio vivissimamente. Cervello ne ho poco e completamente fottuto. Insomma sono messa maluccio in quanto a offerta. Che faccio? Che poi tutti mi dicono che mi stimano, tutti mi dicono di stare tranquilla, che il mio lavoro e il mio talento prima o poi verranno riconosciuti, tutti mi dicono seipropriounafica tutti mi ripetono che siamo sulla stessa barca.Eh no che non siamo sulla stessa barca, io gente che ad agosto guadagnerà settantacinque euri ne conosco pocassai, e di essere una fica me ne strafrego.Non siamo tutti sulla stessa barca, io per esempio sono su una zattera pronta ad affondare. Che faccio, mi tuffo?E poi tutti mi dicono che mi amano.Bugia, bugia, bugia.Non mi amano.Poi arriva quello col suv che mi butta sotto e mi dice che sono una cicciona strabica. E io penso vedi, lui si che ha trovato l’essenza della Vitantonio. Lui diventerà il mio guru, il mio spacciatore di fiducia. Ho settantacinque euri, che mi posso comprare un pezzo di religione da te, o mio guru del turpiloquio? 

A me certi giorni mi viene da piangere, mi infastidisco da me e mi sembra che ho sbagliato tutto. Soprattutto ho sbagliato a venire a Firenze in auto. In torpedone dovevo venire, cazzo, come ad Ajazzone.

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Giu 30 2011

amami accoltellata alle dueccinquantuno

Alle dueccinquantuno mi sveglio che il telefono suona. Ma dico come cazzo ti viene da suonare, telefonomiovegliardo, alle dueccinquantuno di una notte di tempesta?

Penso Pentothal per un amore telefonico
penso Vitantoniosenior per qualche tragedia
penso financo il Socio per comunicarmi un’ illuminazione dell’ultim’ora
ma invece il telefono proclama numero sconosciuto e quando finalmente esco dal sonno e rispondo nessuno dall’altra parte proferisce alcunchè.
Che ti viene un pochino da incazzarti.
Eh già che sto avendo delle giornate e delle nottate nientemale, che mi sveglio con la schiena come se m’avessero pestata e la casa mi sembra troppo grande o troppo piccola e i sogni sono sempre le peggiori proiezioni delle più grette paranoie.

Pioveva, stanotte, pioveveddiluviava, io volevo solo dormire e non pensare che il ministero degli esteri lo odio, lo odio porca miseria, per la firma che non mette e di conseguenza perchè si tiene nel pugno di ferro suo la mia squallida vitarella, lo odio il ministero degli esteri che non mette la sua stronzissima firma e mi fa stare in quest’angoscia di non sapere che cosa ne sarà di me nei prossimi mesi, io vorrei solo partire solo andare solo darmi la possibilità di guardare con occhi nuovi nuove cose, io lo odio, il ministero degli esteri, e stanotte il cielo greve si riversava sulle strade di Bologna producendo odore d’estate e mare e infanzia ma io mi rigiravo tra le mie lenzuola biancherrosse, finestra socchiusa, una solitudine incazzata, le travi a moltiplicarsi e ridursi in una persecutoria allucinazione, mi rigiravo con la schiena che urlava e pensavo al ministero degli esteri e a come la mia stracazzo di vituncola sia appesa ancora una volta al filo che qualche Parca reciderà, una Parca dal viso sconosciuto, e io là ad aspettare, io che mi stropicciavo tra le mani una lettera indirizzata al mio extutto, lettera scritta un mese fa e ancora in mano mia per paura per terrore per vigliaccheria, mi rigiravo la lettera tra le mani e odiavo il ministero degli esteri e odiavo lui, il mio ex, e avrei voluto che morisse in quel momento fulminato davanti alla mia finestra, e la lettera avrei voluto masticarla digerirla avrei voluto.

Pioveva, mi rigiravo, odiavo e pensavo a due domande, due domande che ieri mi sono arrivate come coltelli e m’hanno ferita perchè non sapevo la risposta e avrei voluto tanto saperla. Due coltelli sottiliappuntiti che sono entrati piano, precisi, profondi, proprio in quel punto molle che non riesco a difendere che non riesco a chiudere. Mi guardavo la ferita che colava sangue mio, mi guardavo il sangue che scendeva e io non morivo, non morivo ma il sangue usciva e mi sembrava di essere Prometeo, cazzo, con questa ferita che più sanguinava e più io ero viva, con questi coltelli avvelenati e il mio sangue rosso caldo nell’odore che mi sgorgava a fiotti e la casa non era più bianca era tutta rossa del mio sangue e delle domande a cui non avevo saputo rispondere e della sofferenza e dell’odio per il ministero degli esteri e per il mio ex maledetto lui nei secoli dei secoli.

Alle dueccinquantuno il telefono ha suonato ed erano solo i coltelli che premevano tra carne e ossa, nessuna voce nessuna comunicazione soltanto un sogno interrotto, sogno di me che improvvisamente mi trovavo ad andare a Berlino perchè il ministero degli esteri non mi aveva firmato la stracazzo di convenzione e io a Berlino non ci voglio andare ma a questo punto a questo punto io vado dovunque, pensavo nel sogno e penso adesso, perchè i coltelli bruciano e fanno male e le domande cui non so rispondere sono sempre troppe e perchè io

io cazzo non sono una di quelle persone che si lasciano col fidanzato
per mettersi con quello successivo che è già alla porta che aspetta

io non ho mai scritto uno spettacolo subito dopo aver finito la turnè di quello prima

io non sono mai ripartita appena dopo essere tornata

io so stare, questo lo so questo l’ho scoperto questo l’ho imparato, so stare nel passaggio so stare nell’unicità io non ho bisogno che una passione sostituisca l’altra io so stare anche nel vuoto so camminare sul filo che c’è in mezzo e so che anche questa è vita anche questa è densità anche questa sono io, il cammino che dal vuoto mi porterà a un nuovo pieno che non so quando nè cosa sarà però so che sarà e io sono fiera, cazzo, sono fiera di essere capace di vivermi i passaggi, anche se a volte i passaggi si chiamano lutti.

 

E però cazzo il ministero degli esteri potrebbe mettere la sua stronzissima firma e liberarmi e farmi partire
e poi anche il mio ex potrebbe scomparire in una dimensione parallela una volta per tutte
e poi tutti questi che non mi dicono se mi fanno fare gli spettacoli oppure no
ecco anche loro potrebbero darsi una mossa
e chi non sa se mi ama oppure no potrebbe decidere,
a me mi va bene qualsiasi cosa,
se non mi ami ci sto dentro il mondo è bello uguale soffrirò ma passerà come tutto passa
e se invece mi ami cazzo
amami
abbi finalmente coraggio
amami
come il temporale che stanotte ha invaso
Bologna la strada la casa le travi il sangue
amami alle dueccinquantuno
io non ho paura.

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Giu 11 2011

un altro post senza un titolo decente

Oh, che uno non ci crede mai quando gli dicono aspetta aspetta fai passare un po’ di tempo. E invece a volte la chiave è proprio il tempo e così -mentre una settimana fa ero lì che mi strappavo la parrucca a causa di questa precarissima vitaccia che mi fa palpitare il cuoriciattolo- oggi eccomi che guardo il sole timidello dalla mia microcasetta e studio con passione inusitata il mio manuale di storia della guerra fredda.
Io vorrei studiare sempresempresempre. A me mi pare che il giorno che ho deciso di fare sto master mi sono proprio fatta un regalo grossassai. Ma dico, trentadue anni suonati e sono qui che mi sbatto come una ventenne per capire il nesso tra la guerra di Corea e le posizioni di Mosca rispetto all’Egitto nasseriano e -cosa ancora più surreale- mi piace!!! Mi piacissime. Io non lo vorrei fare mai, questo esame di storia della guerra fredda, così potrei studiare tutta la vita e il giorno della mia morte ci sarebbe davanti a me il prof Zanatta a farmi l’esame come ultima prova di questa esistenza strabica e zoppicante e io, a quel punto, lo passerei o forse no, ma non importerebbe.
Così mi capita, questa mattina, di pensare che è vero, gli assiomi elaborati nelle settimane passate a causa del crudissimo e lungo down da fine turnè sono a tutt’oggi veri, ma in fin dei conti chi se ne frega.

E’ vero, gli uomini molto spesso sono troppo impegnati a cercare di avere un’erezione per poter pensare. Questo è stato il primo assioma fondamentale che, tuttavia, ponendomi in una posizione quasi scientifica e copernicana, mi permette di guardare con divertito distacco al maschio che si spreme le meningi non (come pensavo-speravo) per trovare un modo per far marciare la situescion ma semplicemente per far obbedire l’uccello (e non necessariamente nei tuoi confronti). E al disappunto sostituisco quasi una sorta di compassione di matrice buddista, quando il maschio in un momento di particolare appagamento o vicinanza sente davvero di essere sul gradino più grande della scala evolutiva e ti ammonisce “donna, non ti innamorare di me che ti farò soffrire” (con un sottotesto tutto da immaginare).

E’ vero, sono una spiantata, tutte le persone che conosco vanno da qualche parte anche se a volte non si capisce bene dove, mentre io semplicemente sfreccio come una meteora impazzita da un lato all’altro dell’universo col risultato che invecchio prima del dovuto e mi viene il mal di schiena a causa della grande pressione che c’è al di fuori dell’atmosfera terrestre, come noto a tutti. Ebbene, tutti vanno da qualche parte e io no. Chi l’ha detto che bisogna andare da qualche parte, eh, chi? ma scusate, e se io volessi semplicemente sfrecciare per il puro gusto della velocità? a me mi pare niente male, come soluzione. E quando mi spezzo la schiena c’è sempre l’opzione Svizzera, si o no?

E’ pure vero che ancora c’ho il terrore del salto del vuoto, adesso che si palesa la fine della turnè, che potrebbe essere la fine della mia carriera teatrale nonchè la fine di questa allucinante esperienza di militanza e resistenza attiva col socio supergiovane ma, improvvisamente, stamane mi sono svegliata e mi sono detta ebbene? ho sempre convissuto con la fine, non vedo perchè dovrei spaventarmi adesso. E’ tutta una questione di stare nella transizione, oh yeah. Di concentrarsi su quello che c’è. E in questo momento, per me, c’è un enorme manuale di storia della guerra fredda, sotto il quale giace un manuale ancora più grande dedicato all’economia dei paesi in via di sviluppo. Cosa vogliamo che sia la fine della turnè rispetto a quarant’anni di storia? Via, vitantonia, ripigliati.

Insomma è vero, io in queste settimane ho dovuto mio malgrado fare ancora una volta i conti con i mille tentacoli della piovra-precarietà, ho visto come essa droghi i rapporti e le persone, come ci schiacci, come ci lasci soli ognuno convinto di avere più di altri diritto a lamentare la propria solitudine e ognuno incapace di accorciare le distanze, come ci butti nel labirinto senza bussola e senz’acqua (a proposito, quattro sì domani eh? non facciamo scherzi), mi sono trovata da un giorno all’altro non solo senza uno straccio di progetto o di programma, ma senza neppure una cornice, un ruolo temporaneo, che ne so, una pagina del copione di qualcun altro, niente, nisba, zero. Fa schifo questa condizione, è chiaro, inconfutabile, matematico. Epperò oggi è sabato, ho trovato i soldi per pagare l’affitto di luglio e le mie tartarughe appese alle travi del soffitto dondolano tintinnando di gioia per il fatto di poter fendere l’aere. Io le guardo, le tartarughe. Penso che sono molto disillusa e molto amareggiata. Epperò penso anche che c’è un pochetto di sole fuori, e potrei andare a mangiare un gelato e chiacchierare con la gelataia, che è bellissima. Ovviamente in una pausa tra un amplesso e l’altro col mio manuale di storia.

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Mag 31 2011

guida intergalattica per attivisti, nono episodio

Non so se mi spiego, n o n o e p i s o d i o !!!! Che vuol dire che siamo andati in tour per nove finesettimana diversi, che tradotto significa diciannove, e dico diciannove repliche di “non vengo dalla luna”, tutte in spazi autogestiti, tutte in mezzo a gente che per ospitarci si è fatta non in quattro ma in cinque o seimila, tutte in qualche modo importanti, tutte incredibilmente uniche e diverse l’una dall’altra. Quando il sociostar si mette a fare le sue tabelle con i numeri delle date che abbiamo fatto e di quelle che dobbiamo fare io quasi quasi non ci credo, che mi sembra l’altrieri che facemmo quei quindici minuti a Marghera. Che freddo che faceva! E quanta poca fiducia, quanta ansia, quanta paura! Se ci penso adesso, mi viene quasi da ridere perchè mi ricordo che avevo col socio un atteggiamento quasi formale, e lui in qualche maniera pure. Forse ci dovevamo provare a vicenda che ci stavamo dentro. Non lo so.

Ma veniamo al nostro nono episodio. La giornata comincia malissimo, mi sento un grumo di ricordi e dolori che mi colano dentro e addosso, e infatti mi dimentico i vestiti a casa, cosa che ci fa accumulare un’ora di ritardo e che presto si somma a un’A1 strapiena di gente che io mi domando ma questi dove cazzo vanno. Non è manco bel tempo. Un viaggio nella papaleomobile un po’ vecchio stile, confidenze, paure, timori, ansie e aspettative, mie soprattutto, per il futuro ma anche per il presente, per la politica per la militanza per il teatro e anche un po’ per i cazzi miei.

Ma arriviamo a Empoli, tre ore di ritardo e una furibonda lite col navigatore alle spalle, il socio subito si mette a faticare e poi mangiamo all’osteria dell’Intifada che oh, vince il premio gourmet di questa turnè. Una meraviglia. Mangiamo così tanto che io non voglio fare lo spettacolo. Ma poi lo faccio. Ed è sempre commovente vedere le facce di chi assiste al nostro piccolo racconto per la prima volta. Ciò nonostante io non sono contenta. Non sono contenta no. Mi sembra di essere in una fase discendente cominciata a Vicenza, non trovo il nocciolo, perdo il sentimento. E per fortuna che c’è la tecnica, per fortuna, la tecnica che mette una spessa maschera tra come sto dentro e quello che esce fuori, perchè lo spettacolo non sembra risentire particolarmente di questa mia demotivazione, ma io mi sento in colpa lo stesso e penso occhei da domani ricomincio a farlo con serietà rigore e disciplina. Questo penso mentre chiacchiero coi compagni e le compagne di Empoli che stanno in uno dei centri sociali più vecchi d’Italia e ci raccontano del g.a.s., della petizione per il fontanello  e di tutto il resto. Siamo però stracchi di fatica.Gentilissimamente ci ospitano i compagni e io cado in un sonno profondissimo dal quale non mi sveglia nemmeno la furibonda battaglia che imperversa tutta la notte tra il socio e le zanzare. Sono praticamente quasi morta.

Sabato, giornata lunghissima. Si va a trovare un amico e compagno che vive con la sua famiglia in via d’allargamento in quel di Firenze. E’ in un momento difficile. Lo sappiamo tutti. Epperò questo pranzo sul terrazzo, col bambino che chiama il socio “ciccio pasticcio” e noi che parliamo di politica, di come vanno le cose qui, dei progetti per il futuro prossimo e scherziamo ecco, questo pranzo condito da noi e dalla schiacciata all’olio mi sembra bellissimo e pure mi sembra un grande onore e privilegio poter entrare così tanto nel passato del mio socio e vedere l’amore e la dedizione dentro di lui. Ancora una volta penso che questa persona non la conosco, e che oggi attraverso un altro ho scoperto un piccolo prezioso pezzettino di lui. Me lo conservo e guardo la città sotto la canicola mentre il nostro amico e compagno ci prende un po’ in giro perchè siamo due spiantati. E’ vero, siamo due spiantati.

Ma è arrivato il momento di andare in via de’ conciatori, dove ci aspetta il trasversalissimo, naif, multietnico e multitasking collettivo prezzemolo, appena nato all’interno dell’istituto europeo. Io sono molto emozionata, che rivedrò Alice, e l’ultima volta che ci eravamo abbracciate era stato proprio il 14 dicembre. Mi sento come se dovessi vedere un innamorat* dopo tanto tempo, sono tutta un brividino. E poi c’è che non so proprio come andrà, questa serata. Ma eccola Alice, ed eccoli tutti, gli anarchici greci, quelli irlandesi e qualche premiato esempio di socialdemocrazia italiana, hanno organizzato una giornata di discussione sulla precarietà che a me pare meravigliosa, incontriamo i compagni di altre città d’Italia e io con un poco di sollievo penso che ecco, ognuna a suo modo io e Lalice abbiamo trovato la strada verso la nostra militanza.
Mentre io penso tutte queste cose il socio si dà da fare e praticamente monta l’impianto. Intanto fuori, la strada regala scorci che pare di essere dentro un film di Marco Tullio Giordana. Siamo fuori dal tempo. Io lo voglio fare bene, stasera, lo spettacolo, che oggi è la nostra diciottesima data, diventiamo maggiorenni.
Ci sono pure Nathan e LaFrancese, apposta per me, sono quasi commossa e un pochino tesa, che non so se a loro lo spettacolo piacerà.

Sono pronta, siamo pronti, lo facciamo. Siamo vicinivicini stasera, sento che Francesco è proprio affianco a me e prima di fare il suo pezzo lo guardo intensissimamente come a chiedergli di nuovo il permesso, proprio come quella volta che lui mi diede il quadernone e mi disse ecco leggi, gli chiedo di nuovo il permesso di metterci la voce mia e lui me lo dà, mi emoziono ancora di più. Lo spettacolo stasera corre attraverso il mio corpo, sono nuda e ispirata, sudo, guardo Francesco e mi pare che di nuovo lo stiamo creando, questo spettacolo, le persone attentissime mi stanno con gli occhi addosso e io vado io proseguo io racconto io vivo.
Era tanti giorni che non lo facevamo così, lo spettacolo.
E infatti siamo stanchissimi. Ma felici, pieni, e infatti ci fermiamo con i prezzemoli fino alle tre, chiacchierando bevendo scambiandoci opinioni ricordi esperienze, mi sembrano già fratelli e sorelle, ho già voglia di rivederli. E lo so che molti non hanno capito tutto quello che dicevo, però mi sento che qualche cosa di importantissimo è passato e sono come un filo teso ed è così che voglio essere.
Terminiamo la serata in tre in auto, che non si potrebbe, con uno degli show preferiti da me e Lalice, messo stanotte in piedi apposta per Francesco, che immediatamente viene catapultato nel nostro lungo e denso mondo condiviso. E mi pare che ci stia piuttosto a suo agio.

Non è finita la turnè, non è finita! E’ domenica, ci imboschiamo in un pranzo a base di carne in splendiderrimo agriturismo perso nel chianti, roba che a noi non ci ricapiterà mai più. O forse al socio sì, che lui è giovane. A me, no. Mangiamo, prendiamo il sole e rimaniamo vittime di uno stuolo di bambini che mi tirano fuori la cattiveria. Ma sono paziente e pacifica, rischio di essere linciata dalle mamme, le mie istanze antimaterne oggi me le tengo per me.
Il socio mi sembra crucciato. In questi giorni mi sembra crucciato sempre. Lui dice che è solo stanco, e ha ragione perchè sta praticamente montando impianti in ogni posto dove andiamo, però a me, oltre che stanco, mi pare crucciato. Ma lui mi dice no. Io traduco sono cazzi miei. E poichè nella nostra società c’è il diritto ad avere ognuno i cazzi propri, io rispetto e ascolto la musica, penso al master allo stage al futuro penso alla fine della turnè. Lo ammetto, nessuno di questi pensieri è particolarmente gradevole.
Ma siamo a Pisa e di nuovo ricominciamo il montaggio la conoscenza lo scambio. I ragazzi del Tijuana sono sotto sgombero. Hanno chiesto l’università per questa sera e io penso con una punta di rammarico che questa sarà l’unica volta nella mia vita che toccherò i muri della Normale, al contrario di quello che speravano i miei esimi genitori.
Si vede che sono affaticati, i nostri fratelli e le nostre sorelle pisani, si vede che si portano addosso l’esperienza terribile di uno sgombero, eppure si sbattono a manetta e quello che viene fuori è uno spettacolo popolato, presente, con le persone proprio in faccia a noi due, che di nuovo stiamo strettistretti sul palco e a me, sinceramente, questa vicinanza mi fa bene. Mi commuovo nel vedere queste facce. Lo so che erano tutt* a Roma, mi sono fatta raccontare di quando hanno occupato la torre e conosco un pochino delle loro storie. Di nuovo me li guardo tutti e me le guardo tutte e mi prende così tanto la commozione che quasi mi fermo un attimo nel racconto. Ma va velocissimo, e finisce prima che possa accorgermene, nella commozione del pubblico e di noi.
Ci piacciono, questi pisani, che si sbattono a manetta per fare le cose perbene epperò sono pure in contatto con la loro dolcezza e con il loro calore. Non vorremmo andarcene, che adesso comincia il momento delle confidenze, ma la strada fino a San Luca sarà lunga, il socio ha lavorato il triplo del dovuto questo finesettimana, e poi c’ha i crucci, si vede che c’ha i crucci. Adesso me lo riporto a casa e lo metto a dormire così poi la settimana prossima c’ha tutte le energie per farsi le cose sue, che la vita di un musicista elettroacustico emergente è grama e irta di pericoli.

Questo penso mentre mi metto alla guida e trasformiamo l’auto in una wikimobile facendo tutti i giochi di memoria e di sapienza che mi fanno pensare a quando ero piccola. San Luca compare ogni volta diversa, oggi un po’ di sbieco, timida, forse distratta, mentre io penso alla mia età e a quei professori che mi amano (pochi) che mi chiedono perchè mi sia messa in testa di cambiare lavoro e lasciare il teatro.
Penso che non ho delle risposte. Penso che spero che Francesco, almeno lui, non sia costretto mai ad arrivare a prendere la decisione che sto prendendo io.

Poi penso anche a molte altre cose. Penso che questo spettacolo è stato ed è per me un concreto esperimento di militanza, penso ai discorsi che ci facciamo sulle coppie, su come sia difficile vivere le relazioni senza dimenticare i discorsi che ci facciamo agli attivi. Penso all’onestà. Penso che forse non mi viene particolarmente bene, ma io ci sto provando davvero, a vivere quello che penso, a dare forma e concretezza alle idee che ho.
Poi penso pure che non sono stanca per niente e che voglio camminare e vedere l’alba e addormentarmi mentre suonano le sveglie di tutti quelli attorno a me e non pensare ai treni che anche in questi mesi ho perso penso che voglio che il piccolo ovattato limbo che si crea alla fine della turnè si dilati e si prolunghi come un caldo utero attorno a me fino a quando non ne avrò più bisogno.

Poi è lunedì, e ho finito il caffè.

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Mag 18 2011

col cavolo che mi masterizzano, a me

Lo so che da quello che scrivo si capisce e non si capisce, lo so che sembra a volte che io trascorra i miei giorni a dibattermi fieramente nel dilemma “sesso libero o astinenza”, lo so che sembro (e un po’ sono) una perdigiorno e perditempo, però insomma da alcuni mesi ho fatto l’investimento più grande della mia vita ovvero mi sono iscritta a questo master che dovrebbe darmi la possibilità di crearmi un piano b dignitoso, per motivi molteplici che non mi metto a elencare perchè mi deprimo, ma che potrei riassumere brevemente nel motto “niente è per sempre, tantomeno una che non viene dalla luna”.

Che poi molto ci sarebbe da dire su come questo spettacolo e questa turnè fossero dentro di me da prima di esistere e su come si siano trasformati poi nell’incontro con la realtà con il Socio con la politica fatta in piazza e tarantelle varie. Ma non ho tempo.
Non ho tempo perchè sono in aula computer qui  a scemenze politiche invece di studiare per l’esame sulla guerra fredda, esame che dovrò dare martedì peraltro in inglese, dovrei dunque proprio scendere in aula studio a versare sacro sangue sui libri invece scrivo perchè ho deciso che è arrivato il momento e allora io dopo tutti questi mesi penso che sì, questa esperienza del master è stata una cosa grossagrossa, un grandissimo esperimento di tolleranza reciproca, solidarietà, comprensione, è stata forse la volta in cui di più, nella mia vita, mi sono trovata a convivere con persone con cui non avevo niente a che fare e che, se le avessi incontrate in giro per la strada, probabilmente non avrei manco degnato di uno sguardo, tanto più che sono orba e quindi per degnare le persone di uno sguardo mi devo proprio impegnare.
Così ho scoperto che con alcune di queste persone, al di là delle apparenze, ho invece molto da spartire, molto davvero, che a qualcuno voglio addirittura bene e che in genere, quando non ci sono, finisce che un po’ mi mancano.
Soltanto che cazzo a me mi pare, così, guardandole durante tutte queste ore di lezione, insomma mi pare proprio che ecco mi pare che cazzo mi pare che non so come dirlo però insomma
insomma la verità è che mi sembra che la maggior parte della gente sia semplicemente e ciecamente grata all’autorità per essere tale, che le piccole rivolte si trasformino troppo spesso in sterili pettegolezzi da beghinaggio, e che quando poi ti trovi davanti a una che dice bene, non ci piaccono le lezioni? andiamo a protestare, la maggior parte della gente si spaventi, si terrorizzi, a volte si infastidisca anche, perchè tra il lamentarsi e il voler davvero fare qualcosa ci sta di mezzo un oceano, un universo porcapaletta.
E allora la mia impressione è proprio quella di venire dalla luna, perchè in fin dei conti per la maggior parte dei miei compagni io non sono altro che una rompicoglioni, e non sono in grado di -e nemmeno poi vorrebbero- capire che tra me e una punkabbestia urlante in piazza verdi ci sta una certa differenza, e per loro io e quelli come me siamo parte della fastidiosa minoranza violenta che proclama uno sciopero il cui unico risultato è quello di farli arrivare tardi al lavoro. Eppure cazzo, mi dico, questa è gente che un pochino, un pochino si dovrebbe interessare alla politica e al confronto, altrimenti mica facevamo i diplomatici, facevamo i soldati, no? e invece a me ci sono dei giorni che mi pare di stare in una bella caserma di vetro e allora mi vengono quegli eccessi un po’ punk tipo che disegno pupazzi morti sulla lavagna, che urlo, che mi tolgo le scarpe, che quando c’è da rispondere male lo faccio, che se mi annoio lo dico, che se è una perdita di tempo protesto, e il risultato è un diffuso imbarazzo, perchè in fondo le regole, la struttura, stanno bene dove stanno, in fondo come al solito la maggior parte di queste persone, che pure stimo e in qualche modo amo, non ha niente da perdere, in fondo loro stanno giocando a risiko, ecco cosa mi sembra oggi, e io sono solo una scoppiata che non conosce le regole e per questo non può giocare.

Quasi a nessuno viene in mente che invece le regole io le conosco, le conosco fin troppo bene, e per questo ho dato fuoco al tabellone del mio risiko e mi rifiuto di entrare in quello di un altro.

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