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Mag 05 2014

I miei allievi, io e una grande rivoluzione in cinque minuti

Quando insegnavo avevo due classi. Erano classi composte da studenti uguali a tutti gli studenti del mondo. Uguali a me quando avevo vent’anni e a mia sorella e ai miei amici e ai miei colleghi, quelli simpatici e quelli che non potevo sopportare.
Classi fatte di studenti troppo impegnati a vivere per studiare. Consideravano lo studio come un accidente inevitabile, un effetto collaterale della giovinezza, insomma una corvè che sì, si era tenuti a prestare mentre la vita, la vita era altrove. Studenti che pensavano che lo studio si sarebbe studiato da solo, proprio come lo avevo pensato io ai tempi dell’università, quando facevo le tre del mattino ubriacandomi della vita incontrata casualmente per strada e alle otto e mezzo ero già seduta, mezza tramortita, dietro ai banchi dell’aula costruita a mo’ d’anfiteatro. Attorno a me altri fantasmi reduci da avventure notturne parimenti intense. Ma la vita era lì che ci esigeva e poco ci importava di essere troppo assonnati per carpire i segreti di una certa formula di economia, o per intendere l’importanza di alcuni apparenti cavilli del diritto pubblico. Lo studio si sarebbe studiato e noi intanto ci vivevamo.
Così i miei studenti.
Ogni minuto passato sui libri era un minuto rubato alla vita vera. E non riuscivo a spiegarlo loro, che no, che non era così, che anche lo studio era vita vera verissima e nel giro di pochi anni avrebbero rimpianto e insomma, non glie lo spiegavo no, perchè il discorso di per sé era già trito e ritrito e mi faceva tristezza anche solo a pensarlo, figuriamoci a ripeterlo.
Niente, i miei studenti mi imbrogliavano con i loro marchingegni supertecnologici tipo il tablet il telefonino collegato a gesucristo sa cosa e io sempre a rincorrerli, sempre a rendermi conto troppo tardi, ma in fin dei conti se gli studenti non imbrogliano il professore che gusto c’è. In fin dei conti, mi dicevo e mi dico, era bene che mi imbrogliassero, almeno dentro di loro germogliava il seme di una ribellione strutturale, contro l’autorià, contro l’imposizione o, molto più semplicemente, contro la noia. Bisognerebbe sempre, sempre ribellarsi contro la noia, che è da annoverarsi tra le peggiori forme di tortura del postcapitalismo.

(E’ che vorrei dire tantissime cose in questo articolo, perchè so che ci metterò una vita a rimetterlo a posto, a pubblicarlo eccetera, e dopo questa vita ci vorrà un’altra vita per scriverne un altro, allora vorrei scrivere tuttotutto dentro questo qua, ma come si fa, sono già le dieci di sera di domenica e domani una nuova settimana borghese mi attende felicemente con i suoi tantissimi divieti e le poche concessioni. Diritti, quelli no, li abbiamo lasciati nel ventesimo secolo. Allora niente vorrei dire tante cose e invece devo concentrarmi su questa storia dell’università, che è importante, giuro. Ci arrivo).

Quando insegnavo all’università avevo due classi di fancazzisti e come tutti i professori un po’ mi laceravo chiedendomi perchè i miei allievi fossero tanto fancazzisti, un po’ mi colpevolizzavo e un po’ anche no, perchè lo sapevo che gli studenti all’ottantacinquepercento sono fatti per deprimere i professori e permettere loro di continuare a mettersi in discussione e sentirsi dunque umani. Per il 10% sono fatti per fare incazzare i professori così che possano andare a casa e rovinarsi la vita privata. Per il restante 5% danno soddisfazione e sono come quei giorni di sole e cielo cristallino in un novembre vissuto a Padova, o Bologna, come è capitato spesso a me in gioventù.
Avevo tutte le mie strategie per tenere imbrigliati i miei sbarbini, a parte la tortura fisica che per motivi etici evitavo, c’era un’ampia gamma di rinforzi positivi e negativi a seconda dell’umore mio e di quello dello studente. Si andava dall’interrogazione casuale stile scuola superiore, con voto immediato, all’accumulazione dei compiti a casa per chi non li faceva ogni giorno, all’ascolto di canzonette piacevoli con incorporati piccola storia della musica contemporanea e gossip sul cantante di turno.
Ma la strategia di lungo periodo che avevo intrapreso all’inizio del mio secondo anno di insegnamento era una sorta di versione accademica del grande balzo in avanti di Mao. Si chiamava Grande Battaglia Quotidiana contro la nostra pigrizia (GBQ), e consisteva in un atto volontario che ciascuno doveva compiere (me compresa) a casa nel pomeriggio, per contrastare il proprio attrito interiore, la propria tendenza alla stasi. Tipo: studiare 5 minuti in più di quanto si pensava di riuscire a sopportare, scrivere un testo facoltativo, ma anche fare una corsetta, aiutare mamma a pulire, cucinare invece di mangiare al fast food etc.
Questa iniziativa aveva riscosso molto successo, soprattutto perchè aveva un aspetto collettivo, che i miei studenti apprezzavano particolarmente. Esso consisteva nella condivisione, il giorno dopo, dei racconti sulla GBQ che ciascuno ingaggiava contro la propria pigrizia. Agli studenti questo momento di vergogna collettiva piaceva tantissimo, era un po’ come fare quegli esercizi di improvvisazione teatrale in cui tutti si sentono cretini e quindi nessuno lo è. Venivano fuori le storie più strane, fanciulle che imparavano poesie a memoria, fanciulli che lustravano le scarpe a tutta la famiglia, corvè di varia natura nei confronti del parentado e composizioni poetiche cariche di complessi edipici per la prof cioè io.
La GBQ era così diventata il nostro momento felice, in cui anche la prof e cioè io raccontava delle cose abbastanza allucinanti tipo oggi per combattere contro la mia pigrizia e la mia sciatteria ho lucidato la bicicletta.
Certo c’erano anche gli studenti ai quali di questa GBQ non glie ne fregava niente, ma facevano parte di quel 5% che come ho già scritto meriterebbe di morire perchè entra nella vita dei professori solo per rovinarla.

(Sì è vero quando scrivo non esprimo proprio il meglio delle mie capacità diplomatiche e non sono nemmeno tanto politicamente corretta, ma ci tengo a sottolineare che alcuni studenti io proprio li odiavo, come in genere è vero che non sopporto certe persone, e magari senza alcun particolare motivo, soltanto sulla base di un pregiudizio, perchè sono ingiusta, perchè a volte è bello abbandonarsi alla banalità del pregiudizio, ci si sente normali, uguali, pingui. Non mi dispiacerebbe a questo punto un bicchiere di vino bianco).

C’erano insomma i sabotatori della mia GBQ contro la pigrizia, ma ogni rivoluzione è fatta anche di sabotaggi ed è anche e soprattutto grazie a loro che gli eroi diventano poi tali.
Mi piaceva l’idea di non accontentarci, di non ritenerci soddisfatti. Mi piaceva pensare che alla fine della giornata ci spremessimo un pochino di più, tutti insieme eppure tutti diversi. Aveva un che di eroico, la nostra battaglia, ci faceva sentire dei militanti, ci faceva sentire piccoli partigiani sulle montagne invase dalla noia, dalla pigrizia, dalla passività.

(Che cosa volevo dire con questo mio intervento lungo, auto-compiaciuto e parzialmente sconclusionato? Che messaggio avrei voluto trasmettere? Ma niente, nessun messaggio, il messaggio non c’è, io credo francamente che dovremmo smetterla di cercare il messaggio, è tutto tempo perso mentre la vita si vive da sola, senza di noi. Allora se invece del messaggio uno riuscisse a concentrarsi cinque minuti, cinque minuti al giorno, proprio come nella Grande Battaglia Quotidiana contro la pigrizia. Cinque minuti di presenza quotidiana, di onestà, non lo so. Dopo tutti questi anni di militanza e di insegnamento, che sono cose che ho sempre fatto insieme e che non saprei come scollegare, ecco dopo tutti questi anni, se riuscissi ad essere presente a me stessa cinque minuti ogni giorno, questa sarebbe davvero una grossa rivoluzione. Almeno per cominciare).

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Mag 28 2013

Camminando per Padaniacity alle settemmezza di un mattino infrasettimanale.

Il mercoledì sera si andava, gli altri ed io, al cinema Excelsior, situato in una laterale di via San Francesco. Proprio quella strada dove c’è la tomba del soldato Antenore, mitologico fondatore della città alto un metro e una banana a dire dalle dimensioni del sepolcro. Di fronte ci sta pure una delle case dove abitò il Poeta durante le sue peregrinazioni, compiute con l’obiettivo di convincere l’Italia che era giusto essere dei Guelfi Bianchi. Che ora, dico io, il Poeta avrà anche potuto essere il Poeta e Gradara gli è ancora grata per la mole di turisti che ogni anno arrivano a guardare il talamo di Paolo e Francesca, ma la storia dei Guelfi Bianchi non mi ha mai convinta e comunque le guglie ghibelline erano molto più belle.

Affianco alla casa di Dante ci stava, e ci rimane, la Feltrinelli, paradiso degli studenti poiché i libri si poteva leggerli senza comprarli, il repartoTeatro e Poesia (nessuno ha mai capito perché fossero vicini) era grandissimo, e poi stare dentro la Feltrinelli regalava un’aria da intellettuali compassati che permetteva di arrivare all’esame di teoria e tecnica dei mezzi di comunicazione di massa con una certa spocchia.

Ma insomma noi si superava la Feltrinelli, la casa del Poeta, la tomba del soldato Antenore e si arrivava al cinema. Le biciclette andavano tutte rigorosamente parcheggiate secondo la regola durkeimiana della coesione interna. Creavamo dei mucchi inestricabili di catene catenacci e lucchetti, formando un blob gigantesco che invadeva i porticati e che sicuramente diventata inaccessibile ai ladri di velocipedi ma ci costringeva ad arrivare al cine una buona mezz’ora prima onde provvedere alla nostra innovativa costruzione senza perdere l’inizio del primo tempo.

Il cinema per quanto mi ricordi era sempre gremito di studenti, poichè si pagava tremilalire, se mostravi il libretto, che al tempo era rosso di pelle e la foto era proprio quella della lapide. All’ingresso c’era sempre una lunga trattativa volta a convincere la cassiera che anche l’amico coglione che aveva dimenticato il libretto a casa era studente di scienze della competizione, e perdippiù stava proprio studiando quel regista di cui davano il film e se l’avesse perso il prof l’avrebbe ricacciato all’appello successivo insomma per favore signorina si metta nei suoi panni sennò parte militare. Perchè al tempo i fanciulli se non davano un tot di esami all’anno partivano militari, anzi nel caso della nostra combriccola di squinternati si trattava ovviamente di aspiranti obiettori di coscienza che sarebbero stati spediti a fare gli accompagnatori per i vecchietti nella bassa padovana e addio sogni di gloria.

Al cinema Excelsior davano quei film che mio padre non avrebbe mai voluto vedere e che erano sicuramente un po’ pesantucci, ma a noi piacevano perché alimentavano un folto dibattito nelle ore successive, quando intorno al tavolo nel nostro appartamento a Montechange ci raccontavamo pensieri parole opere ed omissioni e cercavamo di inquadrare l’opera specifica nel contesto più ampio della poetica del regista nonché della sua appartenenza generazionale a una corrente che pur autonoma non riusciva a emanciparsi totalmente dall’influenza della nouvelle vague che come tutti sanno è il punto di partenza di pilastri come Eisenstein  e Tarkolov. O Markolov? O Stanistein? E comunque l’influenza del Teatro Povero degli anni Sessanta e dell’ascetismo semi laico di Edoardo Barba e Leo Grotowski era innegabile, viva Artaud, viva l’elettroshock.

Ci crogiolavamo parlando dell’allora avanguardistica scuola di dogma e giocavamo a fare come gli idioti, avvolgendoci, come si confaceva a gente della nostra estrazione intellettuale, di un velo di depressione che a nostro avviso avrebbe facilitato gli incontri sessuali, i quali a loro volta avvenivano a poche centinaia di metri dal cinema Excelsior ovvero nella piazza degli sprisssss, ma questo è un altro capitolo. Le coltissime discussioni avvenivano con l’aiuto, il sostegno e l’imprescindibile conforto del thc e del vino a buon mercato comprato alla pam. Il vino si chiamava se non sbaglio gioioso e aveva un’etichetta a quadrettini bianchi e rossi, che solo se ci penso mi viene in mente il lungo corridoio dei nostri appartamenti, luce sempre fulminata e stendipanni gremiti di biancheria intima, attraverso il quale brancolavamo alla ricerca delle nostre stanze quando arrivava l’ora di coricarci. Finire contro lo stendipanni era parte della prassi.

A tutto questo pensavo stamane ore settemmezza mentre camminavo per le strade di Padaniacity. Mi dirigevo mestamente da un punto interrogativo all’altro e mi facevo tutte le tondelliane domande del caso ma poi all’improvviso ho visto la porticina dell’Excelsior e mi sono ricordata di tutte le biciclette che mi hanno rubato a Padaniacity, di quella volta che quel ragazzo che mi piaceva tanto mi offrì un calice di vino, della gioia che arrivava alle sette di sera quando l’aula studio chiudeva e ci riversavamo in piazza pronti per una notte di speranza e desiderio e interrogativi e segreti. Mi sono ricordata, di Mirco Buso, che ogni volta quando pagavi il conto del suo vino al veleno ti raccontava di essere nato nel 1920, per questo nel 1940 aveva ovviamente a suo dire 16 anni. Mi sono ricordata di una volta che caddi dalla bicicletta e cominciai a parlarle, disperata, chiedendole perché aveva lasciato che io finissi culo a terra. Erano le tre di mattina, non ricordo da dove arrivavo ma ricordo esattamente che ero davanti all’orologio in piazza dei Signori.  Comunque la bici non mi parlò e alla fine rimontai in sella e mestamente giunsi a Montechange. Chissà quanto tempo ci impiegai.
Mi sono ricordata che in via San Francesco noi ci andavamo anche per un’altra ragione: la mensa. La mensa dell’ente per il diritto allo studio, ente che avrebbe voluto avvelenarci tutti e qualche volta ci è quasi riuscito. Mangiavamo insalata di sequoia dopo aver fatto intere mezz’ore di fila. Al posto del secondo potevi prendere lo yogurt ai cereali del discount e le signorine non erano punto gentili. Però era bello andare in mensa perché c’era un sacco di gente e ogni tanto grazie alla fila riuscivi anche a conoscere quello che ti sembrava tanto carino. Salvo poi scoprire che sarebbe stato meglio rimanere con il mistero e l’illusione.

Ma vabbé sono cose umane. A volte è meglio rimanere con il mistero e con l’illusione, meglio non darsi delle risposte, sì o no? A tutto questo pensavo stamattina e mi faceva male tutto e anche no, e avevo paura e anche coraggio, e mi misuravo la corazza e dicevo complimenti signorina, e in fondo se voglio niente mi può toccare, e che palle le aspettative, che palle le persone che delegano agli altri la presa di coscienza del loro posto nel mondo, che palle quelli che possono mettere tutto in parole e che palle quelli che non parlano perché pensano che faccia figo e un po’ dandy stare in silenzio con l’aria sofferente.
Vaffanculo l’aria sofferente, pensavo, parlami parlatemi spiegatemi, vaffanculo quelli che hanno sempre una risposta e quelli che invece di amarti, invece di sporcarsi di te e con te, invece di mescolarsi furiosamente, 
ti stimano. Ti stimo cosa, ti stimo quanto?
Pensavo e camminavo alle settemmezza di un mattino infrasettimanale, pensavo a casa mia a Pyongyang, alla bellezza di quella solitudine e di quella fatica, alla meraviglia di quel paesaggio postnucleare, pensavo che voglio andare a casa, chiudere la porta, togliermi le scarpe e buttarmi sul divano. Accendere la tivvù e guardare Al Jazeera per scoprire che l’Italia è un puntino lontanissimo, voglio aspettare l’ora in cui tornerà l’acqua per farmi una doccia che probabilmente sarà fredda, poi magari a cena mangiare quei cereali malesi che ho comprato nel negozio nuovo che chiamiamo Dubai, potrei mangiarli con il latte di soya scaduto che ho in dispensa. Dopo guardare un film. E in tutto questo da sola, senza che nessuno mi possa trovare, anzi, senza che a nessuno venga in mente di cercarmi.

 

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Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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Set 27 2011

oggi la mia domenica è di martedì

Oggi mi sono presa un giorno di pausa dalle difficilerrime mansioni di stragista, come dicono gli impiegati incalliti mi sono presa un giorno di ferie, o di permesso se ci piace di più questa cosa di dover chiedere il permesso, io invece direi che mi sono presa un giorno libero cazzo, perchè il lavoro rende schiavi, schiavi schiavissimi, il lavoro incatena strapazza addormenta i pensieri il lavoro a volte è una bestia che vede rosso e dietro il rosso ci sei tu, il lavoro è despota per sua stessa natura e ogni tanto c’è bisogno riaffermarsi e di liberarsi dal lavoro allora io oggi ho reclamato un giorno libero un giorno liberato per starmene con il mio prof yeah.

Proprio così tutta la santa giornata col mio prof,
che è stata una delle giornate più belle da quando sono arrivata a Seoul.

Proprio una giornata bellissima. C’era un sole meraviglioso di quelli che tu dici cazzo sì sì sì esci fuori sole esci fuori oggi che mi sono presa il mio giorno libero esci e abbronzami tutta alla faccia dei cadaveri bianchicci, baciami sole sole mio sudami e sbatacchiami.
Così sono arrivata all’uni dove il prof avrebbe tenuto nientepopodimenocchè la relazione conclusiva del suo soggiorno qui e io me la sono ascoltata tutta mangiucchiando sandwich offerti dall’università, una relazione peraltro fichissima che a me mi è sembrata financo troppo radicale visto l’ambiente superaccademico eccetera invece lui era ipertranquillo e allora mi sono tranquillizzata anche io però cazzo lo so che uno non ci crede ma io mi sono quasi commossa anche se non so bene se a commuovermi di più è stata la situazione demografica coreana o la passione del prof o la sua terribile ammissione che la multiculturalità non esiste e il cammino è lungo e la lotta aspra.

Vabbè ma insomma il mio giorno libero non è trascorso tutto frignando mentre il prof dai calzini a righe cercava di risolvere uno dei suoi problemi sistemici no, anzi, dopo è cominciato proprio il vero divertimento su e giù per il campus a chiacchierare e a raccontarcela a impacchettare e i libri e i progetti e i sogni e Bakunin e Soriano e Pazienza ed era una giornata bellissima, il sole se ne stava sempre là, splendido proprio come il sole sa essere mentre gli studenti ai megafoni parlavano di cose a me incomprensibili e da qualche parte qualcuno costruiva qualcosa. Questo in realtà non ricordo se sia successo, ma in Corea ovunque c’è qualcuno che costruisce qualcosa, quindi posso quasi garantire che nel mio quadro pomeridiano c’era un edificio in costruzione.
E io su e giù a zampettare col prof a ridere quando mi sono presa una tazza di roiboos che lui ha ribattezzato roipnol e a parlare di quello che si può di quello che non si può di quello che si spera.
Ma soprattutto oggi per la prima volta il mio prof non mi ha fatto pensare al teatro e mi ha ascoltata attentissimo occhi spalancati quando gli dicevo

cazzo (gli ho detto così, gli ho detto cazzo) mi sono chiesta:
ma allora tutta la mia determinazione si esaurisce nel venire a Seoul a fare uno stage non retribuito?
a questo punto potevo pure starmene alla camera di commercio di Crampobasso.

E mi sembra che lui mi abbia proprio capita, porcamiseria e porcogoverno, mi sembra che mi abbia capita proprio e mi sono sentita un po’ meno aliena un po’ meno sola mi sono sentita una grandissima privilegiata. Mi sono sentita fichissima a trascorrere il pomeriggio col mio prof che impacchettava i suoi libri e mi faceva sentire che non ero sola e mi raccontava le sue storie e ascoltava le mie anche se io ogni tanto mi fermavo perchè mi ricordavo che era il mio prof.
Come per esempio quando è venuto fuori che non uso gli assorbenti e stavo partendo con una super tarantella sulla coppetta mestruale e l’ecologia ma poi per fortuna mi sono fermata in tempo e ho evitato di fare il sermone da femminista ecologista al prof. Poco ci mancava che gli facessi vedere pure come si usa.

Splendeva il sole e noi giravamo sigarettine con questo schifosissimo tabacco della base americana avuto grazie alla bontà di una delle mie tremilaottocentotrentaquattro cape splendeva meraviglioso il sole di settembre e io mi dicevo oh, ma com’è possibile che il mio prof non è ancora diventato il capo mondiale indisscusso di tutti gli affari coreani nonchè della capacità di comprensione e umanità con delega all’entusiasmo e al carisma?

Eh, non lo so come mai. A me mi dispiace solo per chi non lo conosce il mio prof dai calzini a righe che oggi però non ce li aveva a righe i calzini ma è uguale. E sono molto invidiosa di tutti quegli studenti che lunedì se lo troveranno in classe e io vorrei tanto esserci anzi mi dico ma scusa, invece di fotocopiare i preservativi usati gratis qui a Seoul non potrei fare l’allieva modello del prof?
Poi mi dico no, io non devo fare questo, devo fare altre cose che ieri improvvisamente ho capito mentre parlavo con uno che non mi cagava di pezza e metteva in mezzo parole come determinazione e capacità e a me mi è salita una rabbia, mi è salita, e anche una paura e un’ansia e un’eccitazione che non lo so, è finita che ho scritto una mail ad Alice che è l’unica persona che fa quello che sto facendo io ovvero si sta giocando tutto.
Ma la storia di Alice è un’altra e oggi non c’entra. Oggi non avevo più l’ansia oggi ormai avevo deciso e c’era in me un po’ di paura, pensavo alle persone che potrei perdere se veramente anche qui io decidessi di andare fino in fondo, pensavo a sentimenti che non mi aspettavo di provare e che mi spaventano, pensavo pensavo pensavo e anche mi sentivo felice perchè mi ero resa conto che ero pronta a giocare fino in fondo fino in fondo.
Allora oggi ero felice e dopo aver parlato col prof e averglielo detto ero ancora più felice perchè lui non mi aveva detto che ero pazza incosciente o troppo ambiziosa, oddio magari lo pensava ma non me lo ha detto e nemmeno lasciato trasparire da come mi guardava. Anzi mi ha promesso di sostenermi e a me queste cose chi cazzo me le ha mai promesse diokèn???????

Che sole che c’era oggi a benedire il mio giorno liberato insieme al prof, che sole meraviglioso che speranza che passeggiata che pacchi che risate. E poi è successo che mi sono ricordata che il prof tra due giorni se ne va e se ne torna ad Atlantide prima che affondi, e allora mi sono un po’ rattristata anzi mi sono rattristata moltissimo perchè mi mancherà un sacco il mio prof, ecco cazzo. Mi mancherà tantissimo e mi dispiace che se ne vada e mentre lo scrivo mi viene anche un po’ da piangere e sono proprio scema. Allora mi ha anche regalato i suoi cucchiai coi gatti e la tazza dell’università e molte altre cose che adesso sono tutte sparse nella mia stanza insieme a dei pomodorini ciliegini e mi ha infilata nel taxi e ha detto al tassista di portarmi a casa e io mi sono sentita proprio come se si fosse preso cura di me e a me il prof mi mancherà un sacco e io gli voglio proprio bene e penso che i suoi prossimi allievi saranno proprio fortunati.

Ecco ora piango un pochino perchè a me quando le persone se ne vanno mi spaventa sempre molto e forse è per questo che me ne vado sempre io. Poi mi passa, perchè penso al sole del mio giorno liberato e credo di essermelo meritato tuttotuttotutto.
Boys don’t cry.

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Set 22 2011

carletta non tirare la coda al gatto.

Oggi ho tenuto una conferenza all’università. Che detta così sembra una cosa fighissima invece posso assicurare che non è così come sembra stavo soltanto adempiendo a uno dei miei doveri di stagista, e allora avrei potuto metterla in molti modi mostrare video fare lezione di grammatica mandarli a casa che ne so  chiedere dove si trovano le droghe pesanti a Seoul (sono sicura che sarei riuscita a farmi capire) invece ho scelto di fare una lezione su alcuni che a me mi piacciono tanto ovvero Pazienza e Tondelli. Che cavolo, questi la dovrebbero smettere di studiare D’Annunzio diokèn, e cominciare a sbavare sulle tavole di Pazienza che sennò non ne vengono più fuori e arrivano in Italia convinti di trovare le tamerici salmastre e fasciste mentre piove governo ladro.

Allora ho tenuto questa lezione e loro all’inizio se ne stavano un po’ intimiditi e confucianamente immobili, e io non capivo se l’immobilità fosse dovuta al fatto che non capissero una cippalippa, che fossero già morti o che avessero messo i loro ologrammi ad ascoltarmi mentre loro pomiciavano in bagno. Allora così un po’ goffamente come mio solito ho cominciato a lanciare il sassolino oltre il muro, ho allegramente iniziato a romperlo, il muro, ed è successo che sono apparsi i primi sorrisi e timiderrimamente qualche voce ha pronunciato mioddio il nome di Quentin Tarantino, anche se nessuno sapeva chi fosse Takeshi Kitano ma in fin dei conti a me che mi frega? sono loro che hanno problemi col Giappone, mica io. E insomma la lezione è andata mano a mano trasformandosi in un allegro incasinato intruglio durante il quale a un certo punto mi sono trovata stesa sulla cattedra a giurare che in fondo ero ancora una teen-ager mentre loro si sbellicavano dalle risate, alcuni con la mano davanti all’educatissima boccuccia, perchè in fin dei conti non è proprio esattamente confuciano ridere a crepapelle davanti all’insegnante ma non è manco confuciano avere davanti un’insegnante stesa sulla cattedra che inventa parole in inglese per farti capire cos’è la letteratura pulp e il delirio felicissimamente è esploso incontrollabile e caotico nel momento in cui sono riuscita a trasmettere il senso di una frase scritta su un muro di Bologna nel 77 che avevo mostrato sulla lavagna e che diceva “prometto di non scrivere mai più sui muri”.

Venticinque coreani che ridevano ed erano imbarazzati dalle loro stesse risate e dalla mia presenza che miosantoconfucio non era assolutamente dignitosa non era assolutamente professionale ma in fondo proprio per questo, proprio perchè io saltavo in piedi sulla sedia calpestando coi tacchi da vera diplomatica tutte le regole di secoli di disciplina armonia e menate varie proprio per questo anche loro erano esentati dal rispetto della regola e quindi ridevano, i venticinque coreani, ridevano e non si capacitavano e parlavano e facevano financo due e dico due domande.

E poi improvvisamente la lezione è finita e c’era il sole e attorno a me l’università e io che totalmente inevitabilmente irrimediabilmente di nuovo amavo il mondo e non volevo andarmene più e una giovane coreana che mi regalava un pupazzetto e un’altra che mi dava uno jogurt e Seoul era bellissima e io mi dicevo cazzo cazzo cazzo ho ritrovato il senso eccomi eccolo e tra quelle facce vedevo Laire che proprio non riusciva a trattenere la risata-stormo mentre io leggevo Tondelli arrovellandomi tra le parole  e vedevo l’Annina che stava non so come mai spillando la birra dietro un bancone immaginario e Lafla che girava tra un’aula e l’altra controllando che tutto fosse a posto e cavolo c’erano proprio tutti c’erano proprio tutte c’era pure Alecchia che le sapeva a memoria, le parole che leggevo, e giuro non avevo preso allucinogeni niente di niente ma era tutto perfetto preciso infilato a pennello e quando poi ho chiuso il libro e guardato la mia classe ho visto il Socio che sorrideva e mi faceva l’occhiolino.

Poi ho preso un autobus e la città era meravigliosa e non c’era niente che mi preoccupasse non c’era niente che mi mancasse mi sembrava che questo mondo strano e storto avesse da qualche parte un senso suo nascosto anche se io non lo trovavo, la città splendeva e io vedevo dentro di me l’Europa lontana che mi mancava sì ma poi non così tanto, mi vedevo profuga messa in salvo all’ultimo momento mi vedevo speranzosa la città era meravigliosamente immensa e io avrei voluto che la vocina automatica dell’autobus non dicesse mai il nome della mia fermata perchè il mondo era bello e io stringevo nella tasca l’orsacchiotto ed ero così felice, così felice che arrivata nel quartiere dove lavoro sono andata a mangiare da sola e ho avuto per la prima volta il coraggio di ordinare il cibo in totale autonomia, e la signora del ristorante era così fiera di me che mi ha regalato una scodella di zuppa, cazzo cazzo il mondo andava proprio per il verso giusto e io pensavo che forse potevo anche starci in questo stracazzo di mondo anche se tutti erano lontani anche se tutti ormai facevano cose diverse cose che non mi includevano più io mi sentivo che insomma c’era un posto pure per la sottoscritta farfugliatrice così mi sentivo e così

la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
tutto pulito
tutto perbene
tutto su gradini
dal più basso al più alto
dal più piccolo al più grande
carletta di qua
carletta di là
questo non si dice
questo non si fa
la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
le cose che vogliono sempre dire qualcos’altro
mettiti al tuo posto
sennò ti ci metto io
carletta di qua
carletta di là
dottoressa, ci sarebbe un compito di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della nostra struttura, ecco, crediamo che lei possa essere in grado, perchè ci vuole una persona abile, capace, di fiducia, e dunque dottoressa, per cortesia, ci sarebbe bisogno che fotocopiasse in fronteretro questo rotolo di cartaigienica usata.

 

 

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Ago 22 2011

una lucella a Seoul, preparativi di partenza

Sono dovuta venire a Milano un numero spropositato di volte,ho dovuto prendere il treno delle cinque del mattino che viaggia tenendo la stessa temperatura di una cella frigorifera, portare la documentazione che attestasse tutta la mia parentela fino al ventitreesimo grado. Ho dovuto produrre documenti improbabili, alcuni veri, altri falsi, certificare che sì, era vero, il numero esatto dei peli sul mio alluce destro è tre, ma li depilo una volta ogni quaranta giorni. Ho dovuto chiedere alla mia estetista di autocertificare che davvero i peli vengono estirpati ogni quaranta giorni e non ogni trentanove o quarantuno. Ho poi dovuto chiamare il dentista che mi teneva in cura a tredici anni, quando mi ruppi un dente e lui me ne mise uno finto, per costringerlo a dichiarare che nella capsula di porcellana high tech non sto trasportando esplosivo. Il dentista era però in vacanza all’estero ed è stato un tantino complicato. Infine ho dovuto scomodare il console in persona affinchè dichiarasse per iscritto che sì, ero proprio io che ero stata scelta per lo stage tra le grinfie della tigre asiatica.

Ho temuto di non farcela. Ho coniato bestemmie, duplicato invettive, appreso silenziose e terribili maledizioni. Se non avessi già gli occhi storti direi che mi si sono storti gli occhi a furia di imprecare, ma alla fine ce l’ho fatta.
Oggi sono entrata nel consolato generale di Corea accolta da suoni di trombe, sorrisi e inchini, e mi è stato restituito il mio passaporto, arricchito dal pregiatissimo foglietto colorato che attesta che posso entrare in Corea e starci cinque mesi.

Insomma, oggi ho ottenuto il visto.

Adesso posso cominciare a preoccuparmi seriamente. Parlandoci fuori dai denti, mancano nove giorni alla mia partenza e io non ho organizzato una cippalippa. Lo studio della lingua procede malemalissimo, non ho idea di cosa mettere in valigia e soprattutto devo assolutamente svuotare la mia microcasa prima di partire. Insomma una marea di roba da fare. Senza contare che dovrei registrare almeno un paio di puntate dei nuovi racconti di Lucilla, che poi lo so, una volta a Seoul le prime due o tre settimane passeranno tra burocrazia, pianti ogni volta che mi perdo in metropolitana e mi trovo dall’altra parte della penisola, ricerca della casa, registrazione all’ufficio stranieri, acquisto del telefono, sbronza per ammazzare il jet leg e via discorrendo. Sicuramente non potrò mettermi a fare i racconti di Lucilla.

E poi ecco, vorrei organizzare una festa, un aperitivo, un arrivederci, ma anche no, perchè non ho molto da dire, cioè, non ho niente da dichiarare, sì sono felice, sì ho paura, sì sono immensamente grata al mio amico Andrea che si è tanto preoccupato per me da darmi dei soldi coreani onde evitare disavventure all’aeroporto (come dire, conosce la sua pollastra), sì sono anche tanto grata al mio prof che ha fatto degli sbattimenti incredibili per me, si mi sto domandando perchè queste persone si siano sbattute per me, quale macumba o quale scambio di persona sia avvenuto…sì, amo la cucina piccante. No, in realtà non conosco un emerito cazzo della Corea, ammettiamolo. Cioè, proprio zero zero no, ecco, però diciamo che c’è un amplissimo margine di miglioramento.

Sì sì sì, ci sono delle persone che mi mancheranno. E lo so che quando torno, se torno, trovo tutto cambiato. Sì mi dispiace di non fare l’attrice per almeno cinque mesi. Anzi no, non mi dispiace per niente, è un sollievo una sfida una ventata d’aria nuova.

Oddio ecco ero così presa nell’autoanalisi che ho quasi perso il treno.

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Ago 02 2011

vado in Corea del Sud, titolo realistico

C’era l’inverno passato, freddo che non si sopportava, e c’ero io che la mattina ero sempre troppo sbattuta troppo in ritardo. C’ero io che la sera prima avevo lavorato o partecipato a una riunione politica o se ero stata fortunata avevo trascorso la notte con un uomo cui ho voluto molto bene e che poi ho perso. C’ero io piena di pensieri di promesse, che arrivavo sbattuta, in ritardo, fradicia, i calzoni sporchi del grasso della bici e gli occhiali appannati, in quella stanza all’ennesimo piano della facoltà di scemenze politiche e mi trovavo attorno pochi naufraghi come me attaccati alla piccola speranza di nuotare insieme in un mare fatto di gente che non aveva bisogno di lavorare, che non aveva bisogno di sbattersi, che pensava che la diplomazia fosse tutta una grossa partita di risiko. Persone convinte che quella partita di risiko loro, coi loro cappotti max and co e le conoscenze e le lauree prese senza fretta, loro la stavano vincendo. E c’ero io che pensavo che effettivamente era così, loro la partita di risiko la stavano vincendo, attorniati da docenti che invece di insegnare a fare la pace giocavano a fingere nuove guerre, e cose che non mi sento di scrivere perchè poi se guardo bene nel pentolone ci ho mangiato anche io e io pure ho imparato qualche cosa.

C’ero io che arrivavo in ritardo sbattuta allibita, e certe mattine alle nove spuntava il prof del miracolo, occhiali rotondi e faccia apparentemente accigliata, come se -a prescindere da lui e dalla sua volontà- ci fosse un problema più grande, irrisolvibile, quasi un problema sistemico, cazzo. Arrivava muto e si sedeva sulla cattedra lasciando penzolare i suoi calzetti a righe, e io pensavo che quel problema sistemico stava per svelarsi alle mie povere orecchie di studentessa sbattuta e sarebbe arrivato l’apocalisse, invece

invece lui cominciava a raccontare storie lontanissime, storie di mondi che avevo lasciato da parte tanti troppi viaggi fa, storie che mi riportavano alla mente i sogni dei diciott’anni, le speranze di quell’estate in cui mi pareva che tutto fosse possibile che il futuro fosse davvero nelle mie mani, storie sognate nell’estate dell’esame di maturità, io e Andrea seduti in biblioteca sotto la grande vetrata a cercare di studiare e a finire col farci gli scherzi e fumare sigarette sempre troppo brevi

storie dell’unico concorso che abbia mai vinto e del sogno di un viaggio nella mia Asia, un’Asia senza India e senza frikkettoni, un’Asia diversa e sconosciuta che si annidava tra letture segrete e fantasie, storie di quel sogno di viaggio che si faceva reale e poi improvvisamente scompariva, il viaggio, sudatissimo e mai fatto, semplicemente per amore,  o per cecità o vigliaccheria vai a saperlo adesso

storie di futuri possibili che si annidavano giorno dopo giorno tra i raggi della mia bicicletta e mi portavano a scemenze politiche nonostante il freddo, la rabbia, la scontentezza e la paura, nonostante l’affitto sempre troppo alto nonostante i colleghi sempre troppo bravi nonostante i prof sempre troppo cinici nonostante tutti i cazzo di ventinove che ho preso

i ventinove
come il mio centodieci senza lode
che c’era sempre qualcosa che mancava
la convinzione (dicono loro) o la prostrazione (dico io)

c’era quel professore che pure lui mi ha messo ventinove e io lo capisco, perchè io non sono una che gioca a risiko e per diventare una vera diplomatica forse bisogna saper giocare a risiko e a me risiko mi fa venire da piangere, ogni volta che ho provato a giocarci mi è salita un’angoscia che per farmela passare ho dovuto bere otto bottiglie di amaro
c’era però quel professore che adesso non è che io voglia fare un’ode al prof
tanto più che il prof per mia fortuna il blog non lo legge sennò va a finire che pensa che io sia veramente una scoppiata e si rimangia tutto
(che poi è vero, sono una scoppiata, ma sono innocua e non sporco)

 

E allora dove volevo arrivare con questa storia del professore che non legge il blog per mia fortuna?
Ah si. Volevo arrivare al punto che forse lui ha pensato di dover fare una buona azione, o forse è una persona seria, o forse ha visto in me qualche cosa che tutti gli altri profi non hanno visto, anche se poi mi ha messo ventinove perchè non ho giocato a risiko come facevano gli altri, fatto sta che il prof dai calzini a righe mi ha dato una speranza e non contento di questo regalo si è pure sbattuto a mille perchè questa speranza diventasse una cosa un pochino più concreta e io non lo so perchè

 

ma tra un mese parto per Seoul, ci starò cinque mesi, e forse per qualcuno non è molto ma per me cinque mesi sono un’eternità, sono il progetto più lungo che mi possa permettere in questa vitaccia precaria, e a me pare una cosa bellissima e meravigliosa, anche se ci saranno mille problemi mille sbattimenti, ma nessuno mi aveva mai detto che sarebbe stato facile e allora ecco, se io oggi ho il mio progetto lunghissimo da accarezzare coltivare nutrire è soprattutto grazie a quel professore coi calzini a righe che cerca di risolvere il grande problema sistemico con le sue storie. E secondo me prima o poi ci riesce.

 

Grazie a Elisa, Michele, Valentina, Francesco,
i naufraghi con cui ho condiviso questa speranza d’isola.

 

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Lug 25 2011

attentato

Come se tutto il resto non fosse stato abbastanza, venerdí sera la mia automobile ha deciso che io sarei rimasta nella campagna fiorentina molto più a lungo di quanto non avessi preventivato.Era andato tutto per il meglio, o quasi. Certo, avevo un umore un po’ altalenante dopo il ritorno da Genova. Però tutto sommato ero pronta per quello che credevo mi aspettasse:un venerdì sera trascorso nella casa in campagna dell’Amicalice e del suo fidanzè, racconti di partenze, saluti, prospettive, un po’ di sana invidia (la mia) e un po’ di paura dell’ignoto (la sua), poi via, sabato mattina ritorno a Bulagna, studio matto e disperatissimo in vista dell’ultima tesina, magari una marchetta e di conseguenza qualche soldo, che ne so, tre euri. In fin dei conti con tre euri ci compro un sacco di scatolette di tonno.

Invece ho subito un attentato.
Un vero e proprio attentato. Me lo ha detto pure il mio socio, e di lui mi fido che è uno che conosce la vita. Insomma, di punto in bianco mi muoiono i freni della macchina. Ma è possibile, dico io? E soprattutto, possibile che succeda proprio di sabato? E possibile che ripararli costi così tanto? Io non lo so. Fatto sta che il uicchend produttivo si è presto trasformato in un uicchend di cazzeggio, e fino a qui mi va pure bene, ma la parte tragica dell’imprevisto è che il lunedì è diventato il giorno del suicidio del mio conto in banca. Ora dico, potrei mandarla al direttore del master, la fattura del meccanico, cercando di spiegargli che dovrò pagarla con i soldi con cui avevo pensato di partire per l’ (o)staggio, ma al direttore che gli frega? lui sta a Bruxelles e pensa che la storia dei precari che non sanno come vivere sia un romanzo d’appendice. Direttore, ma lo sa lei quanto guadagnerò io ad agosto? Glie lo dico io guardi, settantacinque euri. Un po’ pochino non trova? D’altra parte lo so, mica è colpa sua se il mondo va a rotoli e i precari per riqualificarsi devono dare cinquemila euri all’almamater di stocazzo e vendersi il fegato. Che poi io me lo venderei anche, ma nessuno lo vuole. Lei, per caso, ha bisogno di un fegato giovane? Certo il mio non è proprio messo benissimo, ma meglio del suo ci metterei la firma.
 

Che cosa mi posso vendere oltre al fegato? la macchina no, soprattutto adesso che ha subito l’attentato. Un piede? I miei piedi sono molto belli, giuro. Anche le mani niente male. Gli occhi no, sconsiglio vivissimamente. Cervello ne ho poco e completamente fottuto. Insomma sono messa maluccio in quanto a offerta. Che faccio? Che poi tutti mi dicono che mi stimano, tutti mi dicono di stare tranquilla, che il mio lavoro e il mio talento prima o poi verranno riconosciuti, tutti mi dicono seipropriounafica tutti mi ripetono che siamo sulla stessa barca.Eh no che non siamo sulla stessa barca, io gente che ad agosto guadagnerà settantacinque euri ne conosco pocassai, e di essere una fica me ne strafrego.Non siamo tutti sulla stessa barca, io per esempio sono su una zattera pronta ad affondare. Che faccio, mi tuffo?E poi tutti mi dicono che mi amano.Bugia, bugia, bugia.Non mi amano.Poi arriva quello col suv che mi butta sotto e mi dice che sono una cicciona strabica. E io penso vedi, lui si che ha trovato l’essenza della Vitantonio. Lui diventerà il mio guru, il mio spacciatore di fiducia. Ho settantacinque euri, che mi posso comprare un pezzo di religione da te, o mio guru del turpiloquio? 

A me certi giorni mi viene da piangere, mi infastidisco da me e mi sembra che ho sbagliato tutto. Soprattutto ho sbagliato a venire a Firenze in auto. In torpedone dovevo venire, cazzo, come ad Ajazzone.

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Giu 30 2011

amami accoltellata alle dueccinquantuno

Alle dueccinquantuno mi sveglio che il telefono suona. Ma dico come cazzo ti viene da suonare, telefonomiovegliardo, alle dueccinquantuno di una notte di tempesta?

Penso Pentothal per un amore telefonico
penso Vitantoniosenior per qualche tragedia
penso financo il Socio per comunicarmi un’ illuminazione dell’ultim’ora
ma invece il telefono proclama numero sconosciuto e quando finalmente esco dal sonno e rispondo nessuno dall’altra parte proferisce alcunchè.
Che ti viene un pochino da incazzarti.
Eh già che sto avendo delle giornate e delle nottate nientemale, che mi sveglio con la schiena come se m’avessero pestata e la casa mi sembra troppo grande o troppo piccola e i sogni sono sempre le peggiori proiezioni delle più grette paranoie.

Pioveva, stanotte, pioveveddiluviava, io volevo solo dormire e non pensare che il ministero degli esteri lo odio, lo odio porca miseria, per la firma che non mette e di conseguenza perchè si tiene nel pugno di ferro suo la mia squallida vitarella, lo odio il ministero degli esteri che non mette la sua stronzissima firma e mi fa stare in quest’angoscia di non sapere che cosa ne sarà di me nei prossimi mesi, io vorrei solo partire solo andare solo darmi la possibilità di guardare con occhi nuovi nuove cose, io lo odio, il ministero degli esteri, e stanotte il cielo greve si riversava sulle strade di Bologna producendo odore d’estate e mare e infanzia ma io mi rigiravo tra le mie lenzuola biancherrosse, finestra socchiusa, una solitudine incazzata, le travi a moltiplicarsi e ridursi in una persecutoria allucinazione, mi rigiravo con la schiena che urlava e pensavo al ministero degli esteri e a come la mia stracazzo di vituncola sia appesa ancora una volta al filo che qualche Parca reciderà, una Parca dal viso sconosciuto, e io là ad aspettare, io che mi stropicciavo tra le mani una lettera indirizzata al mio extutto, lettera scritta un mese fa e ancora in mano mia per paura per terrore per vigliaccheria, mi rigiravo la lettera tra le mani e odiavo il ministero degli esteri e odiavo lui, il mio ex, e avrei voluto che morisse in quel momento fulminato davanti alla mia finestra, e la lettera avrei voluto masticarla digerirla avrei voluto.

Pioveva, mi rigiravo, odiavo e pensavo a due domande, due domande che ieri mi sono arrivate come coltelli e m’hanno ferita perchè non sapevo la risposta e avrei voluto tanto saperla. Due coltelli sottiliappuntiti che sono entrati piano, precisi, profondi, proprio in quel punto molle che non riesco a difendere che non riesco a chiudere. Mi guardavo la ferita che colava sangue mio, mi guardavo il sangue che scendeva e io non morivo, non morivo ma il sangue usciva e mi sembrava di essere Prometeo, cazzo, con questa ferita che più sanguinava e più io ero viva, con questi coltelli avvelenati e il mio sangue rosso caldo nell’odore che mi sgorgava a fiotti e la casa non era più bianca era tutta rossa del mio sangue e delle domande a cui non avevo saputo rispondere e della sofferenza e dell’odio per il ministero degli esteri e per il mio ex maledetto lui nei secoli dei secoli.

Alle dueccinquantuno il telefono ha suonato ed erano solo i coltelli che premevano tra carne e ossa, nessuna voce nessuna comunicazione soltanto un sogno interrotto, sogno di me che improvvisamente mi trovavo ad andare a Berlino perchè il ministero degli esteri non mi aveva firmato la stracazzo di convenzione e io a Berlino non ci voglio andare ma a questo punto a questo punto io vado dovunque, pensavo nel sogno e penso adesso, perchè i coltelli bruciano e fanno male e le domande cui non so rispondere sono sempre troppe e perchè io

io cazzo non sono una di quelle persone che si lasciano col fidanzato
per mettersi con quello successivo che è già alla porta che aspetta

io non ho mai scritto uno spettacolo subito dopo aver finito la turnè di quello prima

io non sono mai ripartita appena dopo essere tornata

io so stare, questo lo so questo l’ho scoperto questo l’ho imparato, so stare nel passaggio so stare nell’unicità io non ho bisogno che una passione sostituisca l’altra io so stare anche nel vuoto so camminare sul filo che c’è in mezzo e so che anche questa è vita anche questa è densità anche questa sono io, il cammino che dal vuoto mi porterà a un nuovo pieno che non so quando nè cosa sarà però so che sarà e io sono fiera, cazzo, sono fiera di essere capace di vivermi i passaggi, anche se a volte i passaggi si chiamano lutti.

 

E però cazzo il ministero degli esteri potrebbe mettere la sua stronzissima firma e liberarmi e farmi partire
e poi anche il mio ex potrebbe scomparire in una dimensione parallela una volta per tutte
e poi tutti questi che non mi dicono se mi fanno fare gli spettacoli oppure no
ecco anche loro potrebbero darsi una mossa
e chi non sa se mi ama oppure no potrebbe decidere,
a me mi va bene qualsiasi cosa,
se non mi ami ci sto dentro il mondo è bello uguale soffrirò ma passerà come tutto passa
e se invece mi ami cazzo
amami
abbi finalmente coraggio
amami
come il temporale che stanotte ha invaso
Bologna la strada la casa le travi il sangue
amami alle dueccinquantuno
io non ho paura.

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Giu 11 2011

un altro post senza un titolo decente

Oh, che uno non ci crede mai quando gli dicono aspetta aspetta fai passare un po’ di tempo. E invece a volte la chiave è proprio il tempo e così -mentre una settimana fa ero lì che mi strappavo la parrucca a causa di questa precarissima vitaccia che mi fa palpitare il cuoriciattolo- oggi eccomi che guardo il sole timidello dalla mia microcasetta e studio con passione inusitata il mio manuale di storia della guerra fredda.
Io vorrei studiare sempresempresempre. A me mi pare che il giorno che ho deciso di fare sto master mi sono proprio fatta un regalo grossassai. Ma dico, trentadue anni suonati e sono qui che mi sbatto come una ventenne per capire il nesso tra la guerra di Corea e le posizioni di Mosca rispetto all’Egitto nasseriano e -cosa ancora più surreale- mi piace!!! Mi piacissime. Io non lo vorrei fare mai, questo esame di storia della guerra fredda, così potrei studiare tutta la vita e il giorno della mia morte ci sarebbe davanti a me il prof Zanatta a farmi l’esame come ultima prova di questa esistenza strabica e zoppicante e io, a quel punto, lo passerei o forse no, ma non importerebbe.
Così mi capita, questa mattina, di pensare che è vero, gli assiomi elaborati nelle settimane passate a causa del crudissimo e lungo down da fine turnè sono a tutt’oggi veri, ma in fin dei conti chi se ne frega.

E’ vero, gli uomini molto spesso sono troppo impegnati a cercare di avere un’erezione per poter pensare. Questo è stato il primo assioma fondamentale che, tuttavia, ponendomi in una posizione quasi scientifica e copernicana, mi permette di guardare con divertito distacco al maschio che si spreme le meningi non (come pensavo-speravo) per trovare un modo per far marciare la situescion ma semplicemente per far obbedire l’uccello (e non necessariamente nei tuoi confronti). E al disappunto sostituisco quasi una sorta di compassione di matrice buddista, quando il maschio in un momento di particolare appagamento o vicinanza sente davvero di essere sul gradino più grande della scala evolutiva e ti ammonisce “donna, non ti innamorare di me che ti farò soffrire” (con un sottotesto tutto da immaginare).

E’ vero, sono una spiantata, tutte le persone che conosco vanno da qualche parte anche se a volte non si capisce bene dove, mentre io semplicemente sfreccio come una meteora impazzita da un lato all’altro dell’universo col risultato che invecchio prima del dovuto e mi viene il mal di schiena a causa della grande pressione che c’è al di fuori dell’atmosfera terrestre, come noto a tutti. Ebbene, tutti vanno da qualche parte e io no. Chi l’ha detto che bisogna andare da qualche parte, eh, chi? ma scusate, e se io volessi semplicemente sfrecciare per il puro gusto della velocità? a me mi pare niente male, come soluzione. E quando mi spezzo la schiena c’è sempre l’opzione Svizzera, si o no?

E’ pure vero che ancora c’ho il terrore del salto del vuoto, adesso che si palesa la fine della turnè, che potrebbe essere la fine della mia carriera teatrale nonchè la fine di questa allucinante esperienza di militanza e resistenza attiva col socio supergiovane ma, improvvisamente, stamane mi sono svegliata e mi sono detta ebbene? ho sempre convissuto con la fine, non vedo perchè dovrei spaventarmi adesso. E’ tutta una questione di stare nella transizione, oh yeah. Di concentrarsi su quello che c’è. E in questo momento, per me, c’è un enorme manuale di storia della guerra fredda, sotto il quale giace un manuale ancora più grande dedicato all’economia dei paesi in via di sviluppo. Cosa vogliamo che sia la fine della turnè rispetto a quarant’anni di storia? Via, vitantonia, ripigliati.

Insomma è vero, io in queste settimane ho dovuto mio malgrado fare ancora una volta i conti con i mille tentacoli della piovra-precarietà, ho visto come essa droghi i rapporti e le persone, come ci schiacci, come ci lasci soli ognuno convinto di avere più di altri diritto a lamentare la propria solitudine e ognuno incapace di accorciare le distanze, come ci butti nel labirinto senza bussola e senz’acqua (a proposito, quattro sì domani eh? non facciamo scherzi), mi sono trovata da un giorno all’altro non solo senza uno straccio di progetto o di programma, ma senza neppure una cornice, un ruolo temporaneo, che ne so, una pagina del copione di qualcun altro, niente, nisba, zero. Fa schifo questa condizione, è chiaro, inconfutabile, matematico. Epperò oggi è sabato, ho trovato i soldi per pagare l’affitto di luglio e le mie tartarughe appese alle travi del soffitto dondolano tintinnando di gioia per il fatto di poter fendere l’aere. Io le guardo, le tartarughe. Penso che sono molto disillusa e molto amareggiata. Epperò penso anche che c’è un pochetto di sole fuori, e potrei andare a mangiare un gelato e chiacchierare con la gelataia, che è bellissima. Ovviamente in una pausa tra un amplesso e l’altro col mio manuale di storia.

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