Archive for the 'ingiustizie' Category

Dic 25 2013

Nessuno mi può giudicare

(pensieri prodotti il 16 dicembre, poco prima di rientrare nello stivale natio) 

Tra giorni pochissimi e ore 59 zompetto con grande eleganza sull’aereo che mi riporterà tra le braccia di Mamma Europa. Ella m’accoglierà alla frontiera, a Monaco di Baviera, quando con il mio passaporto europeo mi accoderò ordinatamente nella fila dei privilegiati, i cittadini con le stelle sul passaporto. Quando arriverà il mio turno sorriderò civilmente al biondo militare tedezzco che guarderà il mio visto e mi dirà “bentornata a casa”. Tratterrò a stento le lagrime di commozione e, visto che non fumo più, e non posso dunque rinchiudermi nelle gabbiette di vetro sponsorizzate dalla Camel, mi fionderò nel primo starbucks per comprare un americano tall, che diobon qualcuno un giorno mi spiegherà perchè il caffè piccolo da starbucks lo chiamano tall. Sorriderò anche alla lavoratrice precaria dello starbucks. Perchè a natale siamo tutti più buoni e anche io, anche io che per definizione sono una gran stronza, anche io a natale sono più buona, e sorrido magnanima alla precaria dello starbucks, la avvolgo nell’abbraccio che mi ha riservato Mamma Europa e mentalmente le dico di non preoccuparsi, perchè l’Europa ci salverà.

A stare troppo tempo lontani da quella catastrofe si finisce con il pensare davvero che sia un bel posto. Un po’ come quando si dice eh, come stavamo bene da giovani. Ah come rimpiango la giovinezza.

Col piffero che la rimpiango. Stavo malissimo, mi odiavo e odiavo tutti, il mondo era profondamente ingiusto e non sapevo cosa volevo, e se lo sapevo non sapevo come raggiungerlo, e nessuno mi prendeva sul serio, le droghe leggere erano illegali e l’equo canone era stato abolito. Vivevamo in appartamenti male riscaldati e non si poteva scaricare la musica da internet. Io i miei vent’anni non li rimpiango manco per un po’, perchè quando uno è giovane l’unica cosa che c’ha è la giovinezza. Il resto è uno sfacelo.

E così l’Europa. Ah come stavamo bene in Europa. Eh no. Io non ci stavo bene manco per niente. Una miseria l’Europa. Me ne accorgerò nel momento in cui la scoglionatissima lavoratrice precaria dello starbucks a Monaco di Baviera non ricambierà il mio sorriso imbecille, ma mi fulminerà con uno sguardo da 6 euro all’ora senza malattie né ferie pagate. In quel momento la smetterò di rimpiangere i fidanzati perduti e gli amici scomparsi, in quel momento elaborerò tutti i lutti che questa mia scelta ha comportato e tirerò un bel sospiro di sollievo perchè la lavoratrice precaria dello starbucks avrei potuto essere anche io e avrei dovuto dire ventiquattromila volte al giorno americano tall e mocha latte e caramel macchiato con un bell’accento del cazzo, per storpiare tutte le parole italiane come va tanto di moda.

Davanti alla lavoratrice precaria dello starbucks mi renderò conto che ne è valsa la pena, che tutti questi morti non sono morti inutili, e che quegli stronzi che hanno deciso di uscire dalla mia vita perchè sei troppo complicata e poi sei troppo lontana, quegli stronzi se ne possono anche andare a fanculo mentre io mi gusto il mio americano tall servito da una lavoratrice precaria. Ecco.

Per questo dovrò ringraziare la lavoratrice precaria dello starbucks, perchè lei rappresenta tutto quello che io non sono ma che avrei potuto essere in qualsiasi momento della mia vita.
E che sono stata per anni.

E che per non essere più ho un cimitero intero da piangere, e di molte morti non conosco la causa né la data.

E’ successo e basta, è il prezzo che ho pagato per stare dall’altra parte del bancone.

Immolerò tutti questi morti sull’altare del mio americano tall e forse finalmente la smetterò di sentirmi in colpa come se li avessi ammazzati io.

Non li ho ammazzati io.

Lavoratrice precaria dello starbucks.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte del bancone.

Ho fatto tutto il possibile.

Ci ho messo la faccia, il corpo, ci ho messo il teatro, me stessa ci ho messo, per anni, lavoratrice precaria.

E non ho vinto.

Ho perso, a dirla tutta.

Allora ho deciso di cambiare. Perchè se stai giocando e ti rendi conto che gli altri barano, e non riesci a rimettere le cose a posto, allora l’unica cosa è cambiare gioco.

Lavoratrice precaria, non mi fulminare con il tuo sguardo da 6 euro all’ora.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte e io da questa.

Ho fatto tutto quello che potevo. E tu?

Vuoi venire a visitare il cimitero dei miei morti?

(quiero que me perdonen los muertos de mi felicidad, cantava Silvio Rodriguez)

Non ti accuso di quelli.

Sono il prezzo che ho pagato io.

E’ meglio o peggio dei tuoi 6 euro all’ora?

Io non lo so, ma francamente sono felice di stare da questa parte del bancone, e questo americano tall che ho comprato ben sapendo che costa troppo, questo americano tall assolutamente iniquo, questo americano tall che costa quanto mezz’ora del tuo tempo, questo americano tall mi piace un sacco.

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Ott 07 2013

Arriva un bastimento carico carico di fatti miei. La rivincita del gossip.

Accade così che per il secondo settottobre consecutivo guardo la grande piramide di fronte a casa mia proprio come nel famoso fumetto, quello che hanno letto tutti e grazie al quale ciascuno pensa di essere un superesperto di questa zona del mondo, così da poter scrivere frasi imbecilli su facebook e farsi cliccare i mi piace a go-go. Chissà che almeno la cumulazione di mi piace non porti a un’estemporanea manifestazione ormonale tipo scopata in un angolo del centro sociale o nel furgoncino o se proprio vi va bene, ragazze, in una stanza da letto in appartamento condiviso, con tanto di imbarazzo pubblico la mattina dopo a colazione di fronte ai coinquilini.

 

No ma dicevo che proprio così, mi succede che anche quest’anno sono qui a guardare la grande piramide attorniata dalle nuvole proprio come il monte Olimpo, mentre gli dei là sopra si ubriacano a suon d’ambrosia e pasteggiano con i resti della mia giovinezza, giocandosi a dadi il mio nuovo contratto lavorativo. E non c’è cometa che tenga, non ci sono magi ad annunciare la buona novella, qui è tutto un delirio d’antico testamento, sangue e duelli e vendette e sacrifici e le Ifigenie si sprecano mentre io mescolo tutte le peggiori tradizioni sulle mie sacre tavole.

 

Ah sì, la piramide di fronte casa mia si avvolge comodamente in una nube dispettosa mentre mi si seccano i capelli perchè l’aria comincia a essere intrisa di polvere di carbone, allora succede che si passano i pomeriggi del sabato chiusi in casa con l’olio di semi sulla parrucca nel vano tentativo di evitare la calvizie.

E proprio mentre queste amene ripetizioni esistenziali si avvicendano come nel tabellone del monopoli, ecco che pesco la carta dell’imprevisto e ti becco sua grandità nientepopodimenocchè un uomo, che mi fa quasi quasi pensare che ho pagato il mio debito alla vendetta e forse posso smetterla con la castità. Sono lì che me lo guardo e mi par proprio inviato dagli dei a loro volta appollaiati in cima alla piramide. All’inizio con tutta me stessa rifuggo il pensiero e mi abbarbico alla mia fortezza proprio come nel Deserto dei Tartari. Inespugnabile me ne sto. Ma egli contrattacca con armi biologiche e sofisticatissime fino a che sul ponte non sventola bandiera bianca. E succede dolcemente che quasi mi abituo all’idea. La sua voce come le sirene di Ulisse ancora mi incatena ed è bellissimo perdersi in questo incantesimooooo. Mi sento una persona normale. A volte quando mi affaccio al balcone per innaffiare i miei esperimenti di piantine lo vedo che rientra a casa dopo il lavoro. Imparo che il sabato va a giocare a pallone e che le cose divertenti gli interessano più di quelle importanti. L’estate è meravigliosa e appiccicosa come piace a me. La notte camminiamo per una città segreta che mai mai potremo raccontare. Andiamo al mercato e giochiamo alla coppia borghese lei spendacciona lui consenziente. Preparo la colazione sul terrazzo e la facciamo durare un’ora e a volte un’ora e mezzo. Addirittura una volta espatriamo e ce ne andiamo nel mondo normale. No dico, Cina, capitalismo, caffè all’aperto e noi che ci facciamo le fotografie col telefonino. Non chiediamo molto per essere felici. Sua grandità mi fa ridere e mi canta le canzoni più stupide del mondo. E’ paziente e non ha paura di dire che ha paura. E’ estremamente maschio nella sua incapacità di ascoltarmi nei momenti importanti ma questo mi diverte e mi appassiona, perchè poi quando c’è da esserci lui c’è e mi chiede pure l’amicizia su facebook. Ci perdiamo camminando in una ex fabbrica di pezzi elettrici. Mi prende in giro perchè non trovo la strada. Poi scopre di non riuscire a trovarla nemmeno lui. Sfrecciamo sui tuk-tuk verso i paradisi dell’elettronica cinese. Guardiamo serie televisive sul computer, mettendoci una cuffietta per uno e sedendoci uno dietro l’altro nel corridoio del treno che ci porta a Dandong. Scopriamo le tortine della luna. All’unisono dichiariamo che Dandong ci fa schifo.

 

Tornati a casa si diventa ufficialmente ufficiali e si va alle cene e ai ricevimenti assieme. Intanto l’estate appiccicosa è diventata un’estate secca e poi un principio d’autunno, io non fumo più dalla notte in cui sua grandità mi è bellamente saltato addosso creando un mezzo incidente internazionale, in compenso ricordo all’improvviso che sua grandità ha una missione a tempo determinato, proprio come nel più riuscito dei miei spettacoli.

 

E quando ce lo ricordiamo a vicenda, con la quiete che lo contraddistingue sua grandità cerca di rimanere più a lungo.
Le prova tutte.
O quasi.
O non abbastanza.
O senza troppa convinzione.
O senza fortuna.
Non lo sapremo mai.
O gli dei sulla piramide si sono all’improvviso risvegliati e hanno scoperto che sarebbe stato troppo facile farci vincere questa partita così.

 

Sua grandità non trova scappatoie sensate. Parte alla fine del mese e buonanotte.

 

Gli dei sono là sulla piramide a ubriacarsi alla faccia mia, che pensavo fosse amore, invece era un cooperante.

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Giu 15 2012

Socialismo e barbarie

Published by lucilla under cuba, ingiustizie, storia, politica

Sono settimane che penso a Camilo Cienfuegos. Non so che cosa mi abbia preso. Ma secondo me la memoria di Camilo è un esempio di quanto, come nei peggiori incubi, la vera propaganda contro la rivoluzione a Cuba non la facciano i pamphet politici ma i b-movies, le telenovelas, le pubblicità di telefonini televisioni macchinoni e tunz tunz.

A Cuba ogni volta che parli di Camilo Cienfuegos vengono fuori facce enigmatiche e sospiri, parole a mezza voce e frasette che si concludono con il solito “ma non sono io che lo dico”, una specie di universale disclaimer, come a dire non ti sto dicendo la mia opinione, per carità, sto solo facendo il mio lavoro di storico.

Ecco a me tutte queste occhiatine di sbieco, tutti questi sospiri, mi fanno venire voglia di incazzarmi. Perchè la storia sarebbe, secondo i camerati statunitensi, che Camilo Cienfuegos sarebbe stato fatto fuori da Fidel Castro, che era geloso di lui. Ipotesi, per quanto mi riguarda, veritiera tanto quanto il fatto che i comunisti mangiano i bambini.
Fidel Castro non era Stalin,  e al tempo della morte di Camilo -anche volendo, ammettiamo che avesse voluto- non aveva il potere necessario per ordire l’assassinio.
Ma poi dico io.
Alla fine bisogna ammettere che i camerati statunitensi hanno un apparato propagandistico che vince e sbaraglia ogni concorenza possibile. Mi hanno trasformato Fidel in un orco che ha mangiato, per sete di potere, i suoi stessi fratelli.

E la cosa più aberrante è che a Cuba, purtroppo, molti ci credono.
Che Fidel fosse geloso di Camilo.
Perchè Camilo era più amato dal popolo di Fidel.
E allora Fidel zac, ha fatto il colpaccio alla Stalin.

Si conferma la tendenza -a volte un po’ eccessiva- dei compagni latinoamericani alla telenovela. Ecco, forse questo è il punto che mi lascia più amareggiata di qualsiasi altro. Che la voglia di telefonino televisione macchinone tunz tunz possa portare a questo.
Che in cambio di un brandello di “libero mercato” si possa svendere la propria dignità politica e umana.

Sono impopolare, sì, sono impopolare.

Però volevo dire che -a mio modestissimo avviso- Camilo Cienfuegos non è stato fatto fuori da Fidel Castro.
E qualsiasi cosa sia accaduta su quell’aereo, per me valgono le parole di Ernesto Guevara:

“Lo ha ucciso il nemico.
Lo ha ucciso perchè voleva la sua morte.
Lo ha ucciso perchè non ci sono aerei sicuri,
perchè i piloti non possono acquisire tutta l’esperienza necessaria,
perchè sovraccarico di lavoro com’era, Camilo voleva essere a L’Habana in poche ore…
e lo ha ucciso il suo carattere: Camilo non considerava mai il pericolo,
per lui era un divertimento sfidarlo, toreava con il pericolo, lo attirava e ci giocava tra le mani.
Nella sua mentalità di guerrigliero
una nube non poteva fermare o deviare un percorso tracciato”.

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Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

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Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

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Dic 14 2011

the horror has gone

Quattordici dicembre duemileundici, e mi chiudo la porta alle spalle con un discreto ritardo sulla vita. La strada e` quella di tutte le mattine, discesa furibonda fino a Itaewon, attraversamento selvaggio della strada a trentacinque corsie, salto mortale, tiro della palla infuocata, corsa a ostacoli con draghi digiuni che mi inseguono sputando fuoco, duello con Katana con la hostess che tutte le mattine vorrebbe infilarmi nella lista d’attesa dell’ospedale di cui fa la bidella, ultimi scatti rigorosamente in salita e poi finalmente, dopo il rigido esame di un altro implacabile bidello che siede all’ingresso dell’edificio, finalmente arrivera` la rassicurante noia della mia scrivania.Mentre mi esibisco alla perfezione in questa nuova disciplina olimpica nota come “arrivo sul luogo di lavoro in tempi umani” mi passa davanti la mia Seoul.


Gli Apat, altissimi agglomerati di appartamenti  che da soli contengono piu` abitanti della citta` di Campobasso, i loro ascensori divisi per piani pari e piani dispari, con i televisori per non dover parlare coi vicini e l’aria condizionata (d’estate) o il riscaldamento (d’inverno).

Le residenze di ambasciatori, segretari, industriali e via discorrendo, ogni residenza col suo cancelletto, ogni cancelletto con la sua guardiola, ogni guardiola col suo omino il cui unico ruolo e` quello di ricordare al padrone, gia` dall’ingresso in casa, che esiste qualcuno piu` in basso di lui nella gerarchia sociale.

I department-stores e le loro boutiques di stelline e brillantini, di addobbi di natale, di magrissime coreane con lo stomaco dimezzato e il portafogli straripante che si mettono in lista d’attesa per avere l’esclusiva borsa di sarcazzo chi, di aitanti coreani vestiti esattamente come nella gigantografia pubblicitaria che troneggia dietro di loro, di fontane dove ogni 15 minuti partono i giochi acquatici,  tripudio di elettricita` ed energia atto solo a dimostrare la potenza il lusso lo sfarzo lo spreco.

Le automobili immense che puntualmente bloccano il traffico perche` sono troppo grosse per le stradine del centro.

Le porte girevoli, gli addobbi, gli happy christmas, le cliniche estetiche, le lucine, le musichette, il riscaldamento a go-go.

Cammino cercando anche oggi di portare l’osso del collo intatto di fronte alla mia scrivania e vedo pure le signore di sessant’anni che non hanno la pensione e per sopravvivere stanno in un baracchino di un metro e mezzo per due cuocendo riso per farne tok, che poi vendono in confezioni da mille won, con qualsiasi condizione meteorologica.
Vedo il vecchio fruttarolo che dorme nel camion insieme alla sua frutta e la mattina alle otteccinquanta, mentre svolto nella stradina laterale dove lui parcheggia, sta allestendo i suoi cachi e le sue pere cinesi.

Vedo due ubriachi che vengono gentilissimamente ma fermissimamente spintonati fuori dall’ospedale.

Vedo le signore delle bancarelle del mercato, che dormono nel gabbiotto insieme ai vestiti.

Vedo il barbone che finalmente si e` infilato nella metropolitana, appena riaperta dopo la chiusura notturna, dove c’e` il riscaldamento a palla e la sopravvivenza diventa possibile anche durante l’inverno di Seoul.

Vedo le donne di Itaewon che chiudono il loro street cafe` col trucco disfatto e la minigonna strappata, stanche devastate e pure soddisfatte per essersi guadagnate anche l’ennesima nottata grazie a qualche occidentale appassionato di turismo sessuale.
 

Tutto questo vedo, e tutto insieme, mi sbatte in faccia addosso con una violenza che mi ferisce, e non lo posso accettare non lo posso ingoiare eppure ci sto in mezzo e mi ci mescolo, cammino veloce e piccolissima in mezzo ai grattacieli di Seoul e alle sue mille contraddizioni e mi domando cosa non funzioni, mi chiedo dove stia la falla in questo modello asiatico dell’iperproduttivita` ad ogni costo, dell’apparire prima ancora che dell’esistere, mi domando tutto questo e per un attimo mi viene voglia di tornare in Italia.  

Poi proprio mentre mi sto adagiando al pensiero di un ritorno, dei compagni, della lotta, della citta` dagli odori conosciuti, proprio mentre lo sto facendo mi ricordo che ieri uno studente e` morto sepolto dal crollo di un palcoscenico. E lui stava li` perche` ci lavorava, precarissimamente, proprio come ho fatto io per tredici anni della mia vita, e come fanno molte delle persone che conosco. Ecco il lavoro one shot, ti chiamano ci vai ti massacri di pagano una miseria ma intanto hai i soldi per andare avanti qualche giorno mentre studi o provi a fare lo stronzissimo mestiere per cui avresti studiato. Salvo poi quando casca il palco e l’artista di turno scendendo soavemente dalle sue nuvolette a sette zeri dichiara sconvolto di non saperne nulla, dei subappalti delle speculazioni e dei lavoratori sottopagati. Che viene da domandarsi dove viva, l’artista di turno. Forse il coniglio di Alice lo mette a letto ogni sera raccontandogli la storia del buon noncompleanno mentre gli operai sottopagati costruiscono il suo palco e se tutto va bene questa volta nessuno muore. 

E penso pure che ieri a Firenze sono morte due persone, morte ammazzate, semplicemente e stupidissimamente e rabbiosissimamente per il colore della loro pelle, che sono state ammazzate perche` erano nere, con tutto cio` che questo comporta in un certo immaginario popolare, sono state ammazzate mentre lavoravano in un paese di merda che non e` nemmeno il loro e dove stavano perche` avevano sperato di avere diritto a una vita migliore. E per questo sono state ammazzate.
Penso al campo rom e al linciaggio sfiorato a causa di una menzogna, perche` la morale bigotta di alcuni pezzi di societa` non vede l’ora di scaricare il peso della colpa sullo zingaro di turno. Siamo tutti li` che aspettiamo il momento buono per trovare il prossimo extracomunitario violento sessuomane rapinatore mostro. Cosi` ci saremo lavati la coscienza di tutte quelle volte in cui abbiamo discriminato, offeso, maltrattato, abusato, semplicemente in nome della nostra superiore europeita’.
 

Penso a questo. Penso a tutti i coreani che non si siedono vicino a me in metro, semplicemente perche` sono bianca. Penso all’Europa all’Asia ai modelli al welfare a questo crollo globale al quale mi sembra di assistere e continuo a domandarmi quale di questi due orrori cui sto assistendo sia il peggiore, da dove devo fuggire, dove devo andare a resistere.

E la risposta non ce l’ho, perche` sono una miserabile lavoratrice precaria che in Corea come in Italia lavora a nero e non sa mai come arrivera` alla fine del mese, perche` devo stare ai giochi e ai capricci dei piu` forti, perche` posso permettermi di lottare solo fino a quando non mi hanno sbattuta fuori dall`ennesimo posto di lavoro.

Non ce l’ho la risposta, ma oggi e` 14 dicembre.
Penso a un viaggio in autobus di un anno fa.
Al fuoco, al calore, alla rabbia, ai diritti.
Al Socio col naso bendato, penso.
Alla cioccolata nascosta nella sua giacca.
A Fuipp che mi racconta di Marsiglia.
Alla Fla, ad Alice e a tutti gli altri.
Alla basilica di San Luca.
Ai miei compagni, e alle mie compagne, penso.

E se mi aggrappo a questo pensiero, in qualsiasi orrore io stia vivendo adesso, mi viene una sorta di speranza.
 

Allora respiro, allungo il passo, sorrido all’ennesimo bidello, passo oltre. 

 

Io non vengo dalla luna.

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Dic 07 2011

Odio i mercoledi`

Ogni settimana provo ad affrontare l’ostacolo con rinnovato vigore. Invento strategie degne del piu` avanzato manuale di psicologia, o di marketing. Fisso cene con cari amici che non vedo da tempo, programmo sbronze, indosso il vestito piu`bello, mi trucco a perfezione, faccio gli esercizi appena sveglia in nome di santa endorfina, pratico il self empowement, sorrido per prima, metto la musica migliore, faccio colazione al bar, sono gentile con il creato sperando in una precoce retribuzione karmica, accendo ceri e mi ricordo di quanto io sia fortunata, prego gli dei gli idoli i demoni i defunti i vivi potenti e i gran maestri, sfrego lampade esprimo desideri mi faccio piccoli regali ma niente

il mercoledi` fa schifo

L’inaffrontabilita` del mercoledi` e` cominciata a mio avviso a meta` del 2007 per motivi a me noti solo in parte e comunque troppo complessi per essere sviscerati in questa sede, e da allora e` andata progressivamente peggiorando. Siamo arrivati a un livello di intolleranza vicino al ricovero ospedaliero. Io il mercoledi` lo odio. Lo odio perche` e` una montagna insormontabile, un ostacolo imprevisto, una frustrazione gratuita, un’umiliazione imposta da ignote divinita`.
Il mercoledi` io solitamente piango o mi arrabbio o faccio tutte e due le cose insieme con l’unico risultato di rendermi ancora piu’ insopportabile e innescare, di conseguenza, una spirale di solitudine poiche` il mercoledi` tutti mi evitano, in quanto io sono insopportabile, e allora io mi sento ancora piu` sola, mi rattristo mi arrabbio rivendico e divento ancora piu` insostenibile.
Il mercoledi` ha 24 ore che sembrano lunghe secoli e io ogni volta mi domando se mai vedro` la fine di questo calvario.
E poi voglio dire.
Il mercoledi` scopro le cose che non dovrei scoprire.
Il mercoledi` mi mancano le persone lontane.
Il mercoledi` le persone che amo e che mi sono vicine sono sempre troppo impegnate.
Il mercoledi` faccio pensieri sulle partenze e sulle fughe.
Il mercoledi` mi chiedo che cosa stia combinando.
Il mercoledi` non mi pagano.
Il mercoledi`,  se mi pagano, scopro che c’e` il 22% di iva, grazie Supermario
Il mercoledi` mi piglio una montagna di pacchi, piccoli medi e grandi
Il mercoledi` ho sempre qualcosa di tremendo da portare a termine
Il mercoledi` mi guardo allo specchio e vedo il mostro in cui mi sono trasformata.
Il mercoledi` sono sola.
Il mercoledi` mi odio in quanto esemplare particolarmente mal riuscito del genere umano.

Per risolvere questa situazione ho provato ad abbellire i mercoledi`, come si faceva da studenti con le camere dello studentato, che facevano proprio schifo, pero` noi le dipingevamo, spostavamo i mobili, cambiavamo le luci e veniva fuori un lavoro niente male per cui almeno, quando ci entravi, non ti sembrava di entrare in galera.
Per evitare la galera del mercoledi` ho proposto che la pubblicazione di Takamari su ultimasigaretta cadesse proprio in questo giorno nefasto. Ma non e` bastato. Per niente.

Due persone nella mia lunga lotta contro i mercoledi` sono riuscite ad apportare delle sostanziali modifiche a questa nefasta architettura, ognuna di loro per motivi diversi e con armi e astuzie assolutamente non comparabili. Eppero` entrambe in questo momento sono lontanissime e se ne fregano di me. E io oggi, mercoledi`, giorno funesto, le odio, le odio tutte e due perche` non mi pensano e non mi proteggono dal potere distruttivo di questo evento settimanale.
Vi odio, voi che mi avete abbandonata di mercoledi`. Manco una telefonata, che dico, un messaggio, un piccione viaggiatore, una canzone con dedica su facebook, niente, zero.

Voglio mettere fine ai mercoledi`, in maniera risoluta, definitiva, irrevocabile. Voglio sopprimerli, ucciderli, sbranarli.
Io sono politicamente contro i mercoledi` e credo si dovrebbe aprire una vertenza.

Sono un’irriducibile guerriera alla ricerca del sacro graal dove riposa una settimana di sei giorni.

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Nov 03 2011

Everybody speaks revolution

A Seoul il giovedì sta diventando il giorno che dedico alla politica, perchè ci sono i Thursday meeting con i miei amichetti attivisti, e sono sempre un buon modo per fare il punto e domandarci dove siamo cosa pensiamo eccetera.
Un giorno a settimana basta e avanza, perchè francamente in questo momento assai difficile io mi sento piuttosto persa e un giorno a settimana è abbastanza, sennò mi stresso e mi deprimo.
Così anche oggi -a dispetto della risacca lasciatami dalla colossale sbronza notturna- dopo il lavoro ho incontrato Suhee e una sua amica che è stata da me appena ribattezzata Rosa poichè Rosa Luxemburg è il suo grande punto di riferimento teorico, e poi Rosa è molto più facile per me da memorizzare rispetto al suo nome originale che, tanto per cambiare, non ricordo (ma ce l’ho scritto).

Ci troviamo come al solito in uno dei miei baretti preferiti, dove il padrone ci fa il caffè che vogliamo noi, tostandocelo sul momento, e dopo una certa ora ci regala anche uva e dolcetti di riso mentre noi parliamo fittofitto della vita della politica della società delle differenze. Subito cominciano le domande, perchè la cosa strana è che in questi incontri sono spesso io l’oggetto più curioso e ci sono molte domande per me molti interrogativi molte curiosità, allora io mi armo di pazienza e provo a dire tutto in inglese mentre Suhee e Rosa si sforzano di inserire nelle loro teste coreane dei concetti lontani lontani assai.
La fatica maggiore è proprio trovare dei concetti coincidenti o per lo meno simili, proprio come quando mi metto a studiare il coreano e mi scontro con il fatto che certe particelle grammaticali in italiano proprio non esistono, cazzo, e non ci sono paragoni non ci sono metafore possibili, c’è solo il grande sforzo di immaginare, di pensare con una parte diversa del cervello, di guardare dove non guarderei e ascoltare ciò che mi pare silenzio.
Così pure nella politica a volte mi sembra di scontrarmi contro un muro di gomma, tipo quando provo a parlare di movimenti di donne, che è davvero davvero dura e infatti devo dirlo io ormai ho smesso. Mi prendo una pausa, forse tra qualche settimana ricomincerò a bussare ma per ora non ne ho alcuna intenzione; il problema delle questioni di genere è che il tabù è tanto radicato da non essere percepito come tale. Quindi quando me ne esco con le mie domande sulle donne in Corea mi trovo davanti occhi vacui e bocche socchiuse e sopraccigli alzati, no grazie tanto, mi basta dover salutare il carabiniere tutte le mattine quando entro in ufficio e fingere di essergli grata perchè protegge la mia incolumità. Insomma il mio sacrificio quotidiano è fatto non vedo perchè insistere.

Per esempio c’è una cosa che mi fa andare letteralmente in bestia e mi si girano le budella e a volte vorrei spaccare la tazza col caffè, ovvero: mettiamo che stiamo parlando di qualche problema coreano, tipo della tizia che da 300 giorni sta facendo lo sciopero a Busan in cima a un’impalcatura altissima per portare all’attenzione dei media i soprusi che le grosse imprese compiono sui lavoratori. Ne parliamo, Suhee e Rosa mi raccontano, e poi si addolorano, le loro facce si rattristano e loro quasi in coro dicono: noi siamo molto, molto preoccupate per lei (la tizia che sta sull’impalcatura). Poi sempre più preoccupate aggiungono: e in molti, in molti sono preoccupati.
Allora a me mi viene la spontanea domanda: e scusate, se siete preoccupate perchè non fate niente? non dico che dobbiate salire pure voi sull’impalcatura, ma insomma….
A quel punto appare di solito la faccia con la scritta about blank.

Mi sembra che lo struggimento silenzioso sia un sentimento assai familiare ai coreani, e molto meno lo sia cercare di fare qualcosa di concreto per risolvere i problemi. E infatti anche le mie amiche sono lì che si struggono senza muovere un dito. Allora oggi mi sono presa il rischio  e ho dirottato la conversazione sul concetto di azione politica e di percezione della violenza.

Lo so, ho rischiato.

Infatti avevo un po’ paura e per un pochino ho anche temuto che le due amiche attiviste chiamassero la polizia e mi facessero rimpatriare in Italia. Però il dado era tratto. E allora mi sono lanciata in una specie di microcomizio chiedendo ma scusate, è normale che vi facciano lavorare cinquanta ore alla settimana? è normale che voi viviate per lavorare? che l’unico modo per staccare la spina sia sbronzarvi come delle merde e farvi riportare a casa in condizioni inenarrabili? è normale che non possiate permettervi di comprare una casa? che vi facciano credere che la cosa più importante per una ragazza sia la borsa di Luis Vuitton? vi sentite soddisfatte per il fatto che se andate a fare un colloquio col vestito sbagliato non ottenete il lavoro? vi piace l’idea che il dissenso venga percepito come pericoloso? siete felici del fatto che ci vogliano sempre più omogenei, sempre più uguali, sempre più seriali? Non vi sembra che tutto questo sia una forma continua, sottile e pervasiva di violenza?
Eh si lo so ci sono andata giù pesante e infatti quando mi sono fermata per prendere fiato ho avuto un momento di puro terrore. Per un attimo ho pensato di telare.
Ma poi, del tutto inaspettatamente, Rosa si gira verso di me e dice io spero che tu stia qua il più a lungo possibile, perchè noi queste cose le pensiamo, ma troppo spesso non abbiamo il coraggio di dirle.

 

Allora mi sono resa conto che ci sono delle parole che vanno al di là,
al di là delle culture e dei concetti,
mi sono resa conto che quando ho detto io voglio vivere e a me sopravvivere non m’interessa
qualcosa è scattato, e forse chissà non era nemmeno la prima volta che scattava,
io non lo so, so che dopo due mesi che sto qui forse davvero ho cominciato a imparare a guardare senza i miei occhiali,
e posso riconoscere le reazioni e giudicarle un pochino, solo un pochino
meno.
E mi sembra difficile, mi sembra che ogni mattina sia una sfida,
ti alzi dal letto e davanti a te c’è tutta la coreanità apparentemente incomprensibile,
e tu che ti eri sempre dichiarata una paladina del multiculturalismo ti trovi a dare dei giudizi banali,
ti scopri a pronunciarti come mai mai avresti pensato di fare,
ti rendi conto di quanti strati culturali e sociali tu abbia addosso,
di quanto meschino ed europeo senso di superiorità ti porti dentro tuo malgrado.
Ogni mattina, ogni mattina di nuovo comincia la sfida contro il mostriciattolo eurocentrico che sta dentro di te,
ogni mattina con umiltà devi renderti conto che tutto questo,
tutto questo è molto più grande e molto più complicato di quanto non pensassi
che l’allenamento fatto negli anni passati
allenamento alla comprensione, alla libertà, all’onestà di pensiero
non è stato comunque abbastanza

Perchè questo è un altro pianeta, cazzo, un altro pianeta
e a volte l’unica cosa da fare è ascoltare, provarci,
e quando vuoi parlare ti devi forse prendere il rischio
di non essere capita.
Così come tu spesso non capisci.

E forse è stato solo perchè oggi per la prima volta mi sono presa il rischio, con tutta la sofferenza di questo mio improvviso non capire, di questo mio totale spiazzamento, forse solo per questo ho trovato una breccia, e ho scoperto che esiste un terreno comune, che esiste un’ambizione alla libertà, alla giustizia, che esiste.
Oggi ero come sono da un po’ di settimane a questa parte, disorientata, forse demotivata, sicuramente incerta, e una volta tanto non avevo proposte non avevo soluzioni, avevo solo oneste e forse un po’ banali domande, perchè non capivo, cazzo, non capivo. E proprio attraverso le mie domande inquiete e piene di rabbia e paura ho trovato le prime risposte in questo paese.

Così, il faticoso giovedì della politica si è trasformato per me in qualcosa di sensato, di piccolo, certo, ma profondamente sensato, e sono tornata a casa stanca e provata ma felice, felice soddisfatta e con i miei scudi anti coreanità leggermente abbassati, perchè la paura era un po’ meno, e forse oggi per la prima volta ho vinto la mia piccola battaglia quindi uff, ora mi svesto, mi infilo il pijama, srotolo il futon e dormo, cazzo, dormo e mi riposo e dimentico tutti i pensieri che non sono radicati qua, nella mia stanzetta coreana.

 

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Ott 16 2011

un post disimpegnato che salta di palo in frasca

I miei esperimenti esistenziali proseguono in Asia mentre l’Europa non riesce ad affondare e io dico cazzo, questo 15 ottobre poteva essere una buona occasione per avere un po’ di spazio sulla terra, sai che figata, un continente in meno, quanto mare, quanto pesce, evviva, invece no, l’Europa rimane in piedi più o meno e a me mi vengono solo in mente un paio di interviste fatte a Cossiga che vabbè adesso non mi dilungo.
Non voglio parlare di politica. Perchè se ne parlo mi incazzo e mi viene una rabbia tale che per calmarmi devo andare in metropolitana e spintonare un centinaio di cyborg. Ma siccome non ho voglia di uscire e farmi arrestare da un esercito di cyborg allora me ne sto buonina. Però una cosa la devo dire eh. Anche qui a Seoul ieri hanno fatto la loro occupazione. Si sono ritrovati, hanno acceso le loro candeline, si sono seduti nei posti prestabiliti e tutto si è pacificamente svolto come in una specie di veglia del venerdì santo.

Madonnina delle proteste, aiutami tu.

La polizia aveva diramato un comunicato che avvisava che chiunque fosse stato sorpreso a fumare sigarette per strada o a sedere sulle aiuole durante la manifestazione sarebbe stato arrestato. I manifestanti hanno pensato bene di non disobbedire agli ordini della polizia, così hanno fatto la loro bella manifestazione di sto cazzo, con le loro stronzissime candeline che ci mancava solo il lamento per la morte del cristo crocifisso ed eravamo a posto. Intanto la polizia controllava che le aiuole non venissero calpestate.
Lo so, lo so, questo è un atteggiamento di merda, lo so sto giudicando, lo so questo non è lo sguardo di un’antropologa o di una sociologa eh lo so cazzo perchè io in questo momento non voglio essere una studiosa, voglio protestare cazzo, e mi sembra ridicolo che io possa protestare soltanto nel quadrato di asfalto che le forze dell’ordine mi hanno gentilmente concesso, seguendo dettagliatamente le istruzioni.

Che ci mancava solo che la polizia distribuisse dei foglietti del manifestante diligente.

 

Ma dove cazzo sono finita madonnina delle proteste, dove sono finita? no io mi devo fermare devo cambiare argomento perchè sennò domani mi vengono a svegliare i simpaticissimi sbirri coreani con in mano un delizioso foglio di via compilato in calligrafia su foglio di carta di gelso. Mi devo fermare, mi fermo.

Allora voglio prima condividere un episodio che è una via di mezzo tra il tragico e il grottesco ovvero la mia cena. La Corea per mangiare è un posto fichissimo perchè i ristoranti costano molto poco, le strade sono piene di bancarelle che ti vendono qualsiasi cosa, e nei supermercati trovi tutto, e dico tutto, già cotto. Che te lo devi solo mettere in bocca. Va da sè che io, single di ritorno, abbandonati felicemente i fornelli quando il mio ex (che gli caschino i coglioni ogni volta che lo nomino) mi ha sbattuta fuori di casa, qui mi trovi proprio a mio agio. Credo di non aver cucinato una sola volta da quando sono sbarcata in Asia e sinceramente credo che sì,

una vita senza fornelli è possibile

ma stasera non so perchè ho deciso di prendere un prodotto solo parzialmente cucinato. I famosi noodles. Che tu teoricamente ci devi solo aggiungere l’acqua, si o no? e poi vengono fuori quelle zuppette deliziose dei cartoni animati, si o no? e tu le mangi mentre ti si appannano gli occhiali e il mondo ti sorride, si o no cazzo? No, no no no.
Devo aver sbagliato qualcosa. I miei noodles sono diventati una poltiglia informe di glutammato, salsa di soya, wasabi liquido, pescetti liofilizzati e sarcazzo cosa. Se provavi a tirare fuori un filo si alzava imponente tutta la matassa di gomma. Poco ci mancava che dovessi mangiarli col coltello.
Ma ce l’ho fatta, poichè sono una vera antieroina, li ho mangiati tutti e adesso essi giacciono sul fondo del mio stomaco dove hanno probabilmente riformato l’inscalfibile matassa dalla quale nuovi mostri nasceranno.
Da domani ritorno al già cotto, una dovrebbe essere in grado di capire quando certe cose non fanno al caso suo. E i noodles semicotti evidentemente sono tra quelle cose.

Poi volevo dire un’altra cosa. Io gli asiatici li capisco poco. Poco davvero. Anzi potrei dire che non li capisco per niente, tranne forse i miei amichetti attivisti che però, per il fatto di essere attivisti, già ci hanno le loro belle differenze, sono parecchio strani, lo ammetto, e forse è per questo che un po’ li capisco.
Ma gli europei credo di capirli abbastanza bene.
E allora mi incazzo ogni volta che mi sento una bestia da circo, che una volta ogni tanto vai a vedere che numeri fa, oh, la capriola, guarda come salta bene nel cerchio infuocato. Mi annoiano, e a volte putroppo mi feriscono, quelli che si spendono per avere la mia confidenza e poi una volta ce cel’hanno ti dicono che sono troppo impegnati. Io disprezzo quelli che una, due, tre volte al mese si vogliono fare un giretto in un mondo parallelo e allora mi cercano, così si prendono il loro pezzo di disobbedienza, il loro pezzo di protesta, il loro pezzo di libertà.
Quando mi sento così io mi incazzo e sbarro porte finestre e allora vaffanculo.
Che voglio dire, ci vuole delicatezza, onestà e coraggio.
Che quando succede così io allora davvero mi rendo conto che non valgo una cippalippa, che le persone mi passano attraverso e poi improvvisamente scompaio dai loro pensieri così come ci ero entrata.
E non mi piace, non mi piace, non mi piace.

Allora piuttosto lasciatemi stare, che ho il mio bel daffare e non ho chiesto niente a nessuno, lasciatemi stare e io mi faccio gli affari miei umilissimamente, che vi ho chiesto? niente vi ho chiesto, cazzo. Lasciatemi perdere.

E se invece mi volete allora vi dovete prendere tutto, tutto, tutto, chiaro?
non sono un supermercato,
non si passa per gli scomparti alla ricerca dei prodotti in offerta.
Sono una, intera, consumata, piena di rughe e dal carattere discretamente difficile.
Prendere o lasciare. 

Il mio hobby è collezionare delusioni.

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Ott 02 2011

il mio primo giorno da attivista in Corea.

Per arrivare a Dumulmeori bisogna prendere il treno. Un’ora abbondante, e poi venti minuti a piedi attraverso le campagne di Yongsuri, che vuol dire più o meno “dove si incontrano i due fiumi”. E infatti qua si incontrano proprio due fiumi, in mezzo a montagne diversissime da quelle che conosco io, e tutto è verde, rigoglioso, profumato. Camminiamo lungo un sentiero che sta proprio in mezzo all’acqua placida, fino a che non siamo a Dumulmeori. Che ci faccio qui? ho incontrato Suhee e Chakuri in uno dei miei disperati tentativi di capire se anche in Corea, da qualche parte, c’è qualcuno che si sbatte per una cosa che non sia avere la pelle bianca o il vestito alla moda. Ci ho messo un mese, ma alla fine li ho trovati. La storia di Dumulmeori comincia negli anni Settanta e se uno è proprio interessato si può leggere qualcosa in un report fatto molto bene, peraltro in inglese, da Suhee e da un fotografo di passaggio.

Quello che interessa me è che adesso la comunità è assediata dagli ultimatum del governo, che vuole sgombrarla con motivazioni che potrebbero tranquillamente essere chiamate scuse, per terminare un progetto allucinante che si chiama “four rivers” e che a me mi fa tanto pensare alla Val di Susa. Alla Val di Susa penso mentre sgambetto lungo il sentiero, alla resistenza della comunità, al diritto ad autodeterminarsi, mangiucchio un dolcetto di fagioli rossi e pastella che si chiama “pesce pane” (ma ci sono anche i fiori pane, se uno vuole cambiare forma) e mi domando se potrò usare questi riferimenti, o se non sia il caso, ancora una volta, di abbandonare ogni categoria e mettermi semplicemente ad ascoltare.
L’ultimatum è per il 5 ottobre e Suhee lungo il tragitto mi dice che sono tutti molto preoccupati e molto impauriti, perchè non vogliono lasciare le fattorie e perchè non sanno se davvero la polizia arriverà a sgomberarli. La qual cosa, mi pare di capire, sarebbe assai pericolosa e grave, poichè a quanto ne so io la polizia qua non si fa troppi scrupoli di fronte a un gruppetto di contadini che rivendica il diritto a coltivare la sua terra con piantagioni biologiche.
Le ragazze, insieme a molti altri, vengono qui ogni fine settimana per occuparsi delle loro coltivazioni, mentre ci sono diversi stanziali che ci vivono da anni con le famiglie, e sono proprio loro i più preoccupati, perchè il progetto raderebbe al suolo, oltre alle coltivazioni, le case, l’auditorium, la chiesa. Che poi, quando parlo di case, auditorium e chiesa, viene da pensare a costruzioni in cemento e mattoni mentre invece si tratta di tende o qualcosa di molto simile che, quando le vedo, mi fanno pensare alla tournee a L’Aquila. E di nuovo mi impongo di togliermi dalla testa i ricordi e di stare qua, aperta, senza paragoni e senza soluzioni.

Mi aspettavo qualcosa di più aggressivo, parlando in termini europei, e invece trascorro tutto il giorno con i miei nuovi amici attivisti a raccogliere patate dolci e cavolo per fare il Kimchi. Siamo tutti a piedi nudi, accovacciati sotto il sole, ognuno con la sua paletta. Ma la conversazione è inarrestabile, mi piovono domande su come ci organizziamo noi, e quando accenno alla pratica delle occupazioni vedo diverse facce che si illuminano, per cui, senza mai smettere di raccogliere patate, improvvisiamo un seminario in cui spiego perchè in Europa si occupa, cosa si fa perchè e percome, qual è la situazione a Bologna, che cosa ci stiamo preparando a fare il 15 ottobre. E a un certo punto, non so nemmeno come, mi viene fuori la storia dei book block, e Chakuri mi dice sto per piangere.
Anche io, per un momento, penso a quel 14 dicembre di un anno fa e mi commuovo, ma ci sono altre domande cui rispondere, e patate da raccogliere, e Mon, che ha circa cinquant’anni e questa è praticamente casa sua, mi chiede come si fa ad organizzarsi, come fa tutta questa gente a scendere in piazza.
Allora capisco che il problema, cazzo, il problema è che in questa zona ci sono moltissime fattorie nella stessa situazione, e attorno a ognuna di queste ruotano almeno un centinaio di persone, tra stanziali, ospiti e acquirenti, eppure sono come monadi, non comunicano, non si sostengono, e mi viene da pensare che è il solito problema che ho incontrato in questo mese asiatico. Le persone sembrano conoscere soltanto due dimensioni: quella individuale, che è proprio al limite del monadismo, e quella dell’aggregazione ufficiale. Che poi lo so, lo immagino che non sia così, però oggi attorno a me ci sono persone che stanno per essere sgomberate, e sono disperate, e sono attorniate da altre fattorie dove presumibilmente ci sono altre persone che raccolgono patate dolci e sono ugualmente disperate epperò non si parlano, eccheccazzo.

La giornata è mite, lavoriamo sotto il sole e io spiego che cosa vuol dire TPO, perchè oggi c’ho la maglietta della palestra, che dice combattiamo per la libertà, e anche lì giù domande, prima timide e poi sempre più aperte su questa cazzo di cosa del combattere per la libertà. Combattere? Contro lo stato? mioddio. Sembra che queste persone, prima ancora che lottare per la loro terra, stiano lottando ognuna dentro se stessa contro un gigantesco e profondo lavaggio del cervello generazionale.
Mangiamo tutti insieme per terra, riso, kimchi tagliato grosso, riso, kimchi tagliato piccolo, riso, kimchi al sugo, riso, zuppa di kimchi, riso e anche un po’ di kimchi. Ma a me sembra buonissimo, e per la prima volta da quando sono arrivata mi trovo attorno persone vere, che si stanno domandando cosa fare per resistere, e viene fuori che per il 15 ottobre organizzeranno un grande evento nonostante il 15 ottobre la fattoria dovrebbe essere stata già sgombrata. Ma come, proprio il 15 ottobre? penso. Ma poi non lo dico, e penso che forse ho trovato una cosa molto più interessante da fare che attaccarmi ai siti europei e aspettare di sapere quello che succede. Allora facciamo questo evento, lo facciamo qui, facciamo gli striscioni, facciamo il volantinaggio, e facebook? ma dovremo preparare degli alcoolici? cazzo la sangria, chi sa fare la sangria? oh, guarda, Ca-r-la (così mi chiamano), tu sei italiana, che più o meno è uguale, sai fare la sangria? e certo che la so fare, anni e anni di eventi di autofinanziamento, ti pare che non ti do la ricetta segreta della sangria?

Intanto il pranzo è finito e giù di nuovo a tirare fuori patate dolci e a parlare, a spelare vegetali verdi che non ho mai visto in vita mia e suppongo verranno messi sott’aceto, perchè qua la maggior parte dei vegetali viene messa sott’aceto, visto che d’inverno fa troppo freddo e d’estate piove. Di colpo mi trovo sola con Mon e con uno dei fattori, che mi chiedono che ne penso. Che ne penso io? Eh, tu, che sei un’attivista dell’Europa e occupi le case. Provo a dire che io in realtà le case non le occupo ma è inutile, questa cosa delle occupazioni e dei centri sociali è una bomba già deflagrata. E io non so che dire all’inizio, penso a L’Aquila e alla Val di Susa, penso che queste cose non c’entrano niente eppure c’entrano tutto perchè è di amore per la comunità e per la terra che parliamo, del diritto a decidere che vita vivere e dove viverla, ci penso e dico eh, io credo che dovete organizzarvi per resistere. Poi mi accorgo che sta per partire la filippica della maestrina e mi freno giusto in tempo, sai mai che si fanno da ammazzare dalla polizia e poi viene fuori che sono stati tutti aizzati da una pazza italiana, e siccome ho lasciato il discorso in sospeso termino con una cosa che mi sono ripetuta tante volte in questi anni, ogni volta che mi sembrava che non avessimo ottenuto quello che volevamo attraverso le nostre lotte. Allora dico e poi, se vi cacciano, voi coltiverete da un’altra parte. E da un’altra parte ancora, e se il vostro sogno è questo, se ci credete, se davvero questa è la vita a cui sentite di avere diritto, non importa quante volte vi cacceranno.
Mon mi guarda e dice “Ca-r-la, are you communist???”

Momento di panico dovuto al lungo training ricevuto attorno alla questione “in Corea dire comunismo è vietato”.
“Well, you know, in Europe it’s kinda different”
“mmmm” dice Mon. E poi ride. E rido anche io.

Improvvisi arrivano gamberi alla griglia dopo ore di raccolta patate e spelamento vegetali verdi, e uno dei più vecchi prende il suo tamburo tradizionale e comincia a cantare “pinari”, un canto tradizionale di buona fortuna. Mangio kimchi e gamberi, mi insozzo il poco che era rimasto pulito e ascolto. Si deve tornare a casa. Vorrei restare qui con gli stanziali ma domani mi trasformerò di nuovo nella stragista ideale, e poi mi dico oh, per oggi è già abbastanza, il prossimo fine settimana magari torno, e domani vado al mercato delle pulci che fanno le ragazze per vendere i prodotti della fattoria, insomma, adesso mi prendo una pausa. Mentre penso questo bevo caffè che mi viene dato “perchè sono italiana” e un ragazzo che ha un nome che tradotto suona “stella in una notte nevosa” mi dice

“oh scusami, certo che i tuoi occhi sono proprio grandi”

Mi guardo attorno ridendo e mi rendo conto che sono l’unica sprovvista di occhi a mandorla. Oggi, per la prima volta da quando sono qui, non me ne ero accorta.

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