Archive for the 'ingiustizie' Category

Giu 15 2012

Socialismo e barbarie

Published by lucilla under cuba, ingiustizie, storia, politica

Sono settimane che penso a Camilo Cienfuegos. Non so che cosa mi abbia preso. Ma secondo me la memoria di Camilo è un esempio di quanto, come nei peggiori incubi, la vera propaganda contro la rivoluzione a Cuba non la facciano i pamphet politici ma i b-movies, le telenovelas, le pubblicità di telefonini televisioni macchinoni e tunz tunz.

A Cuba ogni volta che parli di Camilo Cienfuegos vengono fuori facce enigmatiche e sospiri, parole a mezza voce e frasette che si concludono con il solito “ma non sono io che lo dico”, una specie di universale disclaimer, come a dire non ti sto dicendo la mia opinione, per carità, sto solo facendo il mio lavoro di storico.

Ecco a me tutte queste occhiatine di sbieco, tutti questi sospiri, mi fanno venire voglia di incazzarmi. Perchè la storia sarebbe, secondo i camerati statunitensi, che Camilo Cienfuegos sarebbe stato fatto fuori da Fidel Castro, che era geloso di lui. Ipotesi, per quanto mi riguarda, veritiera tanto quanto il fatto che i comunisti mangiano i bambini.
Fidel Castro non era Stalin,  e al tempo della morte di Camilo -anche volendo, ammettiamo che avesse voluto- non aveva il potere necessario per ordire l’assassinio.
Ma poi dico io.
Alla fine bisogna ammettere che i camerati statunitensi hanno un apparato propagandistico che vince e sbaraglia ogni concorenza possibile. Mi hanno trasformato Fidel in un orco che ha mangiato, per sete di potere, i suoi stessi fratelli.

E la cosa più aberrante è che a Cuba, purtroppo, molti ci credono.
Che Fidel fosse geloso di Camilo.
Perchè Camilo era più amato dal popolo di Fidel.
E allora Fidel zac, ha fatto il colpaccio alla Stalin.

Si conferma la tendenza -a volte un po’ eccessiva- dei compagni latinoamericani alla telenovela. Ecco, forse questo è il punto che mi lascia più amareggiata di qualsiasi altro. Che la voglia di telefonino televisione macchinone tunz tunz possa portare a questo.
Che in cambio di un brandello di “libero mercato” si possa svendere la propria dignità politica e umana.

Sono impopolare, sì, sono impopolare.

Però volevo dire che -a mio modestissimo avviso- Camilo Cienfuegos non è stato fatto fuori da Fidel Castro.
E qualsiasi cosa sia accaduta su quell’aereo, per me valgono le parole di Ernesto Guevara:

“Lo ha ucciso il nemico.
Lo ha ucciso perchè voleva la sua morte.
Lo ha ucciso perchè non ci sono aerei sicuri,
perchè i piloti non possono acquisire tutta l’esperienza necessaria,
perchè sovraccarico di lavoro com’era, Camilo voleva essere a L’Habana in poche ore…
e lo ha ucciso il suo carattere: Camilo non considerava mai il pericolo,
per lui era un divertimento sfidarlo, toreava con il pericolo, lo attirava e ci giocava tra le mani.
Nella sua mentalità di guerrigliero
una nube non poteva fermare o deviare un percorso tracciato”.

No responses yet

Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

No responses yet

Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

One response so far

Dic 14 2011

the horror has gone

Quattordici dicembre duemileundici, e mi chiudo la porta alle spalle con un discreto ritardo sulla vita. La strada e` quella di tutte le mattine, discesa furibonda fino a Itaewon, attraversamento selvaggio della strada a trentacinque corsie, salto mortale, tiro della palla infuocata, corsa a ostacoli con draghi digiuni che mi inseguono sputando fuoco, duello con Katana con la hostess che tutte le mattine vorrebbe infilarmi nella lista d’attesa dell’ospedale di cui fa la bidella, ultimi scatti rigorosamente in salita e poi finalmente, dopo il rigido esame di un altro implacabile bidello che siede all’ingresso dell’edificio, finalmente arrivera` la rassicurante noia della mia scrivania.Mentre mi esibisco alla perfezione in questa nuova disciplina olimpica nota come “arrivo sul luogo di lavoro in tempi umani” mi passa davanti la mia Seoul.


Gli Apat, altissimi agglomerati di appartamenti  che da soli contengono piu` abitanti della citta` di Campobasso, i loro ascensori divisi per piani pari e piani dispari, con i televisori per non dover parlare coi vicini e l’aria condizionata (d’estate) o il riscaldamento (d’inverno).

Le residenze di ambasciatori, segretari, industriali e via discorrendo, ogni residenza col suo cancelletto, ogni cancelletto con la sua guardiola, ogni guardiola col suo omino il cui unico ruolo e` quello di ricordare al padrone, gia` dall’ingresso in casa, che esiste qualcuno piu` in basso di lui nella gerarchia sociale.

I department-stores e le loro boutiques di stelline e brillantini, di addobbi di natale, di magrissime coreane con lo stomaco dimezzato e il portafogli straripante che si mettono in lista d’attesa per avere l’esclusiva borsa di sarcazzo chi, di aitanti coreani vestiti esattamente come nella gigantografia pubblicitaria che troneggia dietro di loro, di fontane dove ogni 15 minuti partono i giochi acquatici,  tripudio di elettricita` ed energia atto solo a dimostrare la potenza il lusso lo sfarzo lo spreco.

Le automobili immense che puntualmente bloccano il traffico perche` sono troppo grosse per le stradine del centro.

Le porte girevoli, gli addobbi, gli happy christmas, le cliniche estetiche, le lucine, le musichette, il riscaldamento a go-go.

Cammino cercando anche oggi di portare l’osso del collo intatto di fronte alla mia scrivania e vedo pure le signore di sessant’anni che non hanno la pensione e per sopravvivere stanno in un baracchino di un metro e mezzo per due cuocendo riso per farne tok, che poi vendono in confezioni da mille won, con qualsiasi condizione meteorologica.
Vedo il vecchio fruttarolo che dorme nel camion insieme alla sua frutta e la mattina alle otteccinquanta, mentre svolto nella stradina laterale dove lui parcheggia, sta allestendo i suoi cachi e le sue pere cinesi.

Vedo due ubriachi che vengono gentilissimamente ma fermissimamente spintonati fuori dall’ospedale.

Vedo le signore delle bancarelle del mercato, che dormono nel gabbiotto insieme ai vestiti.

Vedo il barbone che finalmente si e` infilato nella metropolitana, appena riaperta dopo la chiusura notturna, dove c’e` il riscaldamento a palla e la sopravvivenza diventa possibile anche durante l’inverno di Seoul.

Vedo le donne di Itaewon che chiudono il loro street cafe` col trucco disfatto e la minigonna strappata, stanche devastate e pure soddisfatte per essersi guadagnate anche l’ennesima nottata grazie a qualche occidentale appassionato di turismo sessuale.
 

Tutto questo vedo, e tutto insieme, mi sbatte in faccia addosso con una violenza che mi ferisce, e non lo posso accettare non lo posso ingoiare eppure ci sto in mezzo e mi ci mescolo, cammino veloce e piccolissima in mezzo ai grattacieli di Seoul e alle sue mille contraddizioni e mi domando cosa non funzioni, mi chiedo dove stia la falla in questo modello asiatico dell’iperproduttivita` ad ogni costo, dell’apparire prima ancora che dell’esistere, mi domando tutto questo e per un attimo mi viene voglia di tornare in Italia.  

Poi proprio mentre mi sto adagiando al pensiero di un ritorno, dei compagni, della lotta, della citta` dagli odori conosciuti, proprio mentre lo sto facendo mi ricordo che ieri uno studente e` morto sepolto dal crollo di un palcoscenico. E lui stava li` perche` ci lavorava, precarissimamente, proprio come ho fatto io per tredici anni della mia vita, e come fanno molte delle persone che conosco. Ecco il lavoro one shot, ti chiamano ci vai ti massacri di pagano una miseria ma intanto hai i soldi per andare avanti qualche giorno mentre studi o provi a fare lo stronzissimo mestiere per cui avresti studiato. Salvo poi quando casca il palco e l’artista di turno scendendo soavemente dalle sue nuvolette a sette zeri dichiara sconvolto di non saperne nulla, dei subappalti delle speculazioni e dei lavoratori sottopagati. Che viene da domandarsi dove viva, l’artista di turno. Forse il coniglio di Alice lo mette a letto ogni sera raccontandogli la storia del buon noncompleanno mentre gli operai sottopagati costruiscono il suo palco e se tutto va bene questa volta nessuno muore. 

E penso pure che ieri a Firenze sono morte due persone, morte ammazzate, semplicemente e stupidissimamente e rabbiosissimamente per il colore della loro pelle, che sono state ammazzate perche` erano nere, con tutto cio` che questo comporta in un certo immaginario popolare, sono state ammazzate mentre lavoravano in un paese di merda che non e` nemmeno il loro e dove stavano perche` avevano sperato di avere diritto a una vita migliore. E per questo sono state ammazzate.
Penso al campo rom e al linciaggio sfiorato a causa di una menzogna, perche` la morale bigotta di alcuni pezzi di societa` non vede l’ora di scaricare il peso della colpa sullo zingaro di turno. Siamo tutti li` che aspettiamo il momento buono per trovare il prossimo extracomunitario violento sessuomane rapinatore mostro. Cosi` ci saremo lavati la coscienza di tutte quelle volte in cui abbiamo discriminato, offeso, maltrattato, abusato, semplicemente in nome della nostra superiore europeita’.
 

Penso a questo. Penso a tutti i coreani che non si siedono vicino a me in metro, semplicemente perche` sono bianca. Penso all’Europa all’Asia ai modelli al welfare a questo crollo globale al quale mi sembra di assistere e continuo a domandarmi quale di questi due orrori cui sto assistendo sia il peggiore, da dove devo fuggire, dove devo andare a resistere.

E la risposta non ce l’ho, perche` sono una miserabile lavoratrice precaria che in Corea come in Italia lavora a nero e non sa mai come arrivera` alla fine del mese, perche` devo stare ai giochi e ai capricci dei piu` forti, perche` posso permettermi di lottare solo fino a quando non mi hanno sbattuta fuori dall`ennesimo posto di lavoro.

Non ce l’ho la risposta, ma oggi e` 14 dicembre.
Penso a un viaggio in autobus di un anno fa.
Al fuoco, al calore, alla rabbia, ai diritti.
Al Socio col naso bendato, penso.
Alla cioccolata nascosta nella sua giacca.
A Fuipp che mi racconta di Marsiglia.
Alla Fla, ad Alice e a tutti gli altri.
Alla basilica di San Luca.
Ai miei compagni, e alle mie compagne, penso.

E se mi aggrappo a questo pensiero, in qualsiasi orrore io stia vivendo adesso, mi viene una sorta di speranza.
 

Allora respiro, allungo il passo, sorrido all’ennesimo bidello, passo oltre. 

 

Io non vengo dalla luna.

One response so far

Dic 07 2011

Odio i mercoledi`

Ogni settimana provo ad affrontare l’ostacolo con rinnovato vigore. Invento strategie degne del piu` avanzato manuale di psicologia, o di marketing. Fisso cene con cari amici che non vedo da tempo, programmo sbronze, indosso il vestito piu`bello, mi trucco a perfezione, faccio gli esercizi appena sveglia in nome di santa endorfina, pratico il self empowement, sorrido per prima, metto la musica migliore, faccio colazione al bar, sono gentile con il creato sperando in una precoce retribuzione karmica, accendo ceri e mi ricordo di quanto io sia fortunata, prego gli dei gli idoli i demoni i defunti i vivi potenti e i gran maestri, sfrego lampade esprimo desideri mi faccio piccoli regali ma niente

il mercoledi` fa schifo

L’inaffrontabilita` del mercoledi` e` cominciata a mio avviso a meta` del 2007 per motivi a me noti solo in parte e comunque troppo complessi per essere sviscerati in questa sede, e da allora e` andata progressivamente peggiorando. Siamo arrivati a un livello di intolleranza vicino al ricovero ospedaliero. Io il mercoledi` lo odio. Lo odio perche` e` una montagna insormontabile, un ostacolo imprevisto, una frustrazione gratuita, un’umiliazione imposta da ignote divinita`.
Il mercoledi` io solitamente piango o mi arrabbio o faccio tutte e due le cose insieme con l’unico risultato di rendermi ancora piu’ insopportabile e innescare, di conseguenza, una spirale di solitudine poiche` il mercoledi` tutti mi evitano, in quanto io sono insopportabile, e allora io mi sento ancora piu` sola, mi rattristo mi arrabbio rivendico e divento ancora piu` insostenibile.
Il mercoledi` ha 24 ore che sembrano lunghe secoli e io ogni volta mi domando se mai vedro` la fine di questo calvario.
E poi voglio dire.
Il mercoledi` scopro le cose che non dovrei scoprire.
Il mercoledi` mi mancano le persone lontane.
Il mercoledi` le persone che amo e che mi sono vicine sono sempre troppo impegnate.
Il mercoledi` faccio pensieri sulle partenze e sulle fughe.
Il mercoledi` mi chiedo che cosa stia combinando.
Il mercoledi` non mi pagano.
Il mercoledi`,  se mi pagano, scopro che c’e` il 22% di iva, grazie Supermario
Il mercoledi` mi piglio una montagna di pacchi, piccoli medi e grandi
Il mercoledi` ho sempre qualcosa di tremendo da portare a termine
Il mercoledi` mi guardo allo specchio e vedo il mostro in cui mi sono trasformata.
Il mercoledi` sono sola.
Il mercoledi` mi odio in quanto esemplare particolarmente mal riuscito del genere umano.

Per risolvere questa situazione ho provato ad abbellire i mercoledi`, come si faceva da studenti con le camere dello studentato, che facevano proprio schifo, pero` noi le dipingevamo, spostavamo i mobili, cambiavamo le luci e veniva fuori un lavoro niente male per cui almeno, quando ci entravi, non ti sembrava di entrare in galera.
Per evitare la galera del mercoledi` ho proposto che la pubblicazione di Takamari su ultimasigaretta cadesse proprio in questo giorno nefasto. Ma non e` bastato. Per niente.

Due persone nella mia lunga lotta contro i mercoledi` sono riuscite ad apportare delle sostanziali modifiche a questa nefasta architettura, ognuna di loro per motivi diversi e con armi e astuzie assolutamente non comparabili. Eppero` entrambe in questo momento sono lontanissime e se ne fregano di me. E io oggi, mercoledi`, giorno funesto, le odio, le odio tutte e due perche` non mi pensano e non mi proteggono dal potere distruttivo di questo evento settimanale.
Vi odio, voi che mi avete abbandonata di mercoledi`. Manco una telefonata, che dico, un messaggio, un piccione viaggiatore, una canzone con dedica su facebook, niente, zero.

Voglio mettere fine ai mercoledi`, in maniera risoluta, definitiva, irrevocabile. Voglio sopprimerli, ucciderli, sbranarli.
Io sono politicamente contro i mercoledi` e credo si dovrebbe aprire una vertenza.

Sono un’irriducibile guerriera alla ricerca del sacro graal dove riposa una settimana di sei giorni.

One response so far

Nov 03 2011

Everybody speaks revolution

A Seoul il giovedì sta diventando il giorno che dedico alla politica, perchè ci sono i Thursday meeting con i miei amichetti attivisti, e sono sempre un buon modo per fare il punto e domandarci dove siamo cosa pensiamo eccetera.
Un giorno a settimana basta e avanza, perchè francamente in questo momento assai difficile io mi sento piuttosto persa e un giorno a settimana è abbastanza, sennò mi stresso e mi deprimo.
Così anche oggi -a dispetto della risacca lasciatami dalla colossale sbronza notturna- dopo il lavoro ho incontrato Suhee e una sua amica che è stata da me appena ribattezzata Rosa poichè Rosa Luxemburg è il suo grande punto di riferimento teorico, e poi Rosa è molto più facile per me da memorizzare rispetto al suo nome originale che, tanto per cambiare, non ricordo (ma ce l’ho scritto).

Ci troviamo come al solito in uno dei miei baretti preferiti, dove il padrone ci fa il caffè che vogliamo noi, tostandocelo sul momento, e dopo una certa ora ci regala anche uva e dolcetti di riso mentre noi parliamo fittofitto della vita della politica della società delle differenze. Subito cominciano le domande, perchè la cosa strana è che in questi incontri sono spesso io l’oggetto più curioso e ci sono molte domande per me molti interrogativi molte curiosità, allora io mi armo di pazienza e provo a dire tutto in inglese mentre Suhee e Rosa si sforzano di inserire nelle loro teste coreane dei concetti lontani lontani assai.
La fatica maggiore è proprio trovare dei concetti coincidenti o per lo meno simili, proprio come quando mi metto a studiare il coreano e mi scontro con il fatto che certe particelle grammaticali in italiano proprio non esistono, cazzo, e non ci sono paragoni non ci sono metafore possibili, c’è solo il grande sforzo di immaginare, di pensare con una parte diversa del cervello, di guardare dove non guarderei e ascoltare ciò che mi pare silenzio.
Così pure nella politica a volte mi sembra di scontrarmi contro un muro di gomma, tipo quando provo a parlare di movimenti di donne, che è davvero davvero dura e infatti devo dirlo io ormai ho smesso. Mi prendo una pausa, forse tra qualche settimana ricomincerò a bussare ma per ora non ne ho alcuna intenzione; il problema delle questioni di genere è che il tabù è tanto radicato da non essere percepito come tale. Quindi quando me ne esco con le mie domande sulle donne in Corea mi trovo davanti occhi vacui e bocche socchiuse e sopraccigli alzati, no grazie tanto, mi basta dover salutare il carabiniere tutte le mattine quando entro in ufficio e fingere di essergli grata perchè protegge la mia incolumità. Insomma il mio sacrificio quotidiano è fatto non vedo perchè insistere.

Per esempio c’è una cosa che mi fa andare letteralmente in bestia e mi si girano le budella e a volte vorrei spaccare la tazza col caffè, ovvero: mettiamo che stiamo parlando di qualche problema coreano, tipo della tizia che da 300 giorni sta facendo lo sciopero a Busan in cima a un’impalcatura altissima per portare all’attenzione dei media i soprusi che le grosse imprese compiono sui lavoratori. Ne parliamo, Suhee e Rosa mi raccontano, e poi si addolorano, le loro facce si rattristano e loro quasi in coro dicono: noi siamo molto, molto preoccupate per lei (la tizia che sta sull’impalcatura). Poi sempre più preoccupate aggiungono: e in molti, in molti sono preoccupati.
Allora a me mi viene la spontanea domanda: e scusate, se siete preoccupate perchè non fate niente? non dico che dobbiate salire pure voi sull’impalcatura, ma insomma….
A quel punto appare di solito la faccia con la scritta about blank.

Mi sembra che lo struggimento silenzioso sia un sentimento assai familiare ai coreani, e molto meno lo sia cercare di fare qualcosa di concreto per risolvere i problemi. E infatti anche le mie amiche sono lì che si struggono senza muovere un dito. Allora oggi mi sono presa il rischio  e ho dirottato la conversazione sul concetto di azione politica e di percezione della violenza.

Lo so, ho rischiato.

Infatti avevo un po’ paura e per un pochino ho anche temuto che le due amiche attiviste chiamassero la polizia e mi facessero rimpatriare in Italia. Però il dado era tratto. E allora mi sono lanciata in una specie di microcomizio chiedendo ma scusate, è normale che vi facciano lavorare cinquanta ore alla settimana? è normale che voi viviate per lavorare? che l’unico modo per staccare la spina sia sbronzarvi come delle merde e farvi riportare a casa in condizioni inenarrabili? è normale che non possiate permettervi di comprare una casa? che vi facciano credere che la cosa più importante per una ragazza sia la borsa di Luis Vuitton? vi sentite soddisfatte per il fatto che se andate a fare un colloquio col vestito sbagliato non ottenete il lavoro? vi piace l’idea che il dissenso venga percepito come pericoloso? siete felici del fatto che ci vogliano sempre più omogenei, sempre più uguali, sempre più seriali? Non vi sembra che tutto questo sia una forma continua, sottile e pervasiva di violenza?
Eh si lo so ci sono andata giù pesante e infatti quando mi sono fermata per prendere fiato ho avuto un momento di puro terrore. Per un attimo ho pensato di telare.
Ma poi, del tutto inaspettatamente, Rosa si gira verso di me e dice io spero che tu stia qua il più a lungo possibile, perchè noi queste cose le pensiamo, ma troppo spesso non abbiamo il coraggio di dirle.

 

Allora mi sono resa conto che ci sono delle parole che vanno al di là,
al di là delle culture e dei concetti,
mi sono resa conto che quando ho detto io voglio vivere e a me sopravvivere non m’interessa
qualcosa è scattato, e forse chissà non era nemmeno la prima volta che scattava,
io non lo so, so che dopo due mesi che sto qui forse davvero ho cominciato a imparare a guardare senza i miei occhiali,
e posso riconoscere le reazioni e giudicarle un pochino, solo un pochino
meno.
E mi sembra difficile, mi sembra che ogni mattina sia una sfida,
ti alzi dal letto e davanti a te c’è tutta la coreanità apparentemente incomprensibile,
e tu che ti eri sempre dichiarata una paladina del multiculturalismo ti trovi a dare dei giudizi banali,
ti scopri a pronunciarti come mai mai avresti pensato di fare,
ti rendi conto di quanti strati culturali e sociali tu abbia addosso,
di quanto meschino ed europeo senso di superiorità ti porti dentro tuo malgrado.
Ogni mattina, ogni mattina di nuovo comincia la sfida contro il mostriciattolo eurocentrico che sta dentro di te,
ogni mattina con umiltà devi renderti conto che tutto questo,
tutto questo è molto più grande e molto più complicato di quanto non pensassi
che l’allenamento fatto negli anni passati
allenamento alla comprensione, alla libertà, all’onestà di pensiero
non è stato comunque abbastanza

Perchè questo è un altro pianeta, cazzo, un altro pianeta
e a volte l’unica cosa da fare è ascoltare, provarci,
e quando vuoi parlare ti devi forse prendere il rischio
di non essere capita.
Così come tu spesso non capisci.

E forse è stato solo perchè oggi per la prima volta mi sono presa il rischio, con tutta la sofferenza di questo mio improvviso non capire, di questo mio totale spiazzamento, forse solo per questo ho trovato una breccia, e ho scoperto che esiste un terreno comune, che esiste un’ambizione alla libertà, alla giustizia, che esiste.
Oggi ero come sono da un po’ di settimane a questa parte, disorientata, forse demotivata, sicuramente incerta, e una volta tanto non avevo proposte non avevo soluzioni, avevo solo oneste e forse un po’ banali domande, perchè non capivo, cazzo, non capivo. E proprio attraverso le mie domande inquiete e piene di rabbia e paura ho trovato le prime risposte in questo paese.

Così, il faticoso giovedì della politica si è trasformato per me in qualcosa di sensato, di piccolo, certo, ma profondamente sensato, e sono tornata a casa stanca e provata ma felice, felice soddisfatta e con i miei scudi anti coreanità leggermente abbassati, perchè la paura era un po’ meno, e forse oggi per la prima volta ho vinto la mia piccola battaglia quindi uff, ora mi svesto, mi infilo il pijama, srotolo il futon e dormo, cazzo, dormo e mi riposo e dimentico tutti i pensieri che non sono radicati qua, nella mia stanzetta coreana.

 

One response so far

Ott 16 2011

un post disimpegnato che salta di palo in frasca

I miei esperimenti esistenziali proseguono in Asia mentre l’Europa non riesce ad affondare e io dico cazzo, questo 15 ottobre poteva essere una buona occasione per avere un po’ di spazio sulla terra, sai che figata, un continente in meno, quanto mare, quanto pesce, evviva, invece no, l’Europa rimane in piedi più o meno e a me mi vengono solo in mente un paio di interviste fatte a Cossiga che vabbè adesso non mi dilungo.
Non voglio parlare di politica. Perchè se ne parlo mi incazzo e mi viene una rabbia tale che per calmarmi devo andare in metropolitana e spintonare un centinaio di cyborg. Ma siccome non ho voglia di uscire e farmi arrestare da un esercito di cyborg allora me ne sto buonina. Però una cosa la devo dire eh. Anche qui a Seoul ieri hanno fatto la loro occupazione. Si sono ritrovati, hanno acceso le loro candeline, si sono seduti nei posti prestabiliti e tutto si è pacificamente svolto come in una specie di veglia del venerdì santo.

Madonnina delle proteste, aiutami tu.

La polizia aveva diramato un comunicato che avvisava che chiunque fosse stato sorpreso a fumare sigarette per strada o a sedere sulle aiuole durante la manifestazione sarebbe stato arrestato. I manifestanti hanno pensato bene di non disobbedire agli ordini della polizia, così hanno fatto la loro bella manifestazione di sto cazzo, con le loro stronzissime candeline che ci mancava solo il lamento per la morte del cristo crocifisso ed eravamo a posto. Intanto la polizia controllava che le aiuole non venissero calpestate.
Lo so, lo so, questo è un atteggiamento di merda, lo so sto giudicando, lo so questo non è lo sguardo di un’antropologa o di una sociologa eh lo so cazzo perchè io in questo momento non voglio essere una studiosa, voglio protestare cazzo, e mi sembra ridicolo che io possa protestare soltanto nel quadrato di asfalto che le forze dell’ordine mi hanno gentilmente concesso, seguendo dettagliatamente le istruzioni.

Che ci mancava solo che la polizia distribuisse dei foglietti del manifestante diligente.

 

Ma dove cazzo sono finita madonnina delle proteste, dove sono finita? no io mi devo fermare devo cambiare argomento perchè sennò domani mi vengono a svegliare i simpaticissimi sbirri coreani con in mano un delizioso foglio di via compilato in calligrafia su foglio di carta di gelso. Mi devo fermare, mi fermo.

Allora voglio prima condividere un episodio che è una via di mezzo tra il tragico e il grottesco ovvero la mia cena. La Corea per mangiare è un posto fichissimo perchè i ristoranti costano molto poco, le strade sono piene di bancarelle che ti vendono qualsiasi cosa, e nei supermercati trovi tutto, e dico tutto, già cotto. Che te lo devi solo mettere in bocca. Va da sè che io, single di ritorno, abbandonati felicemente i fornelli quando il mio ex (che gli caschino i coglioni ogni volta che lo nomino) mi ha sbattuta fuori di casa, qui mi trovi proprio a mio agio. Credo di non aver cucinato una sola volta da quando sono sbarcata in Asia e sinceramente credo che sì,

una vita senza fornelli è possibile

ma stasera non so perchè ho deciso di prendere un prodotto solo parzialmente cucinato. I famosi noodles. Che tu teoricamente ci devi solo aggiungere l’acqua, si o no? e poi vengono fuori quelle zuppette deliziose dei cartoni animati, si o no? e tu le mangi mentre ti si appannano gli occhiali e il mondo ti sorride, si o no cazzo? No, no no no.
Devo aver sbagliato qualcosa. I miei noodles sono diventati una poltiglia informe di glutammato, salsa di soya, wasabi liquido, pescetti liofilizzati e sarcazzo cosa. Se provavi a tirare fuori un filo si alzava imponente tutta la matassa di gomma. Poco ci mancava che dovessi mangiarli col coltello.
Ma ce l’ho fatta, poichè sono una vera antieroina, li ho mangiati tutti e adesso essi giacciono sul fondo del mio stomaco dove hanno probabilmente riformato l’inscalfibile matassa dalla quale nuovi mostri nasceranno.
Da domani ritorno al già cotto, una dovrebbe essere in grado di capire quando certe cose non fanno al caso suo. E i noodles semicotti evidentemente sono tra quelle cose.

Poi volevo dire un’altra cosa. Io gli asiatici li capisco poco. Poco davvero. Anzi potrei dire che non li capisco per niente, tranne forse i miei amichetti attivisti che però, per il fatto di essere attivisti, già ci hanno le loro belle differenze, sono parecchio strani, lo ammetto, e forse è per questo che un po’ li capisco.
Ma gli europei credo di capirli abbastanza bene.
E allora mi incazzo ogni volta che mi sento una bestia da circo, che una volta ogni tanto vai a vedere che numeri fa, oh, la capriola, guarda come salta bene nel cerchio infuocato. Mi annoiano, e a volte putroppo mi feriscono, quelli che si spendono per avere la mia confidenza e poi una volta ce cel’hanno ti dicono che sono troppo impegnati. Io disprezzo quelli che una, due, tre volte al mese si vogliono fare un giretto in un mondo parallelo e allora mi cercano, così si prendono il loro pezzo di disobbedienza, il loro pezzo di protesta, il loro pezzo di libertà.
Quando mi sento così io mi incazzo e sbarro porte finestre e allora vaffanculo.
Che voglio dire, ci vuole delicatezza, onestà e coraggio.
Che quando succede così io allora davvero mi rendo conto che non valgo una cippalippa, che le persone mi passano attraverso e poi improvvisamente scompaio dai loro pensieri così come ci ero entrata.
E non mi piace, non mi piace, non mi piace.

Allora piuttosto lasciatemi stare, che ho il mio bel daffare e non ho chiesto niente a nessuno, lasciatemi stare e io mi faccio gli affari miei umilissimamente, che vi ho chiesto? niente vi ho chiesto, cazzo. Lasciatemi perdere.

E se invece mi volete allora vi dovete prendere tutto, tutto, tutto, chiaro?
non sono un supermercato,
non si passa per gli scomparti alla ricerca dei prodotti in offerta.
Sono una, intera, consumata, piena di rughe e dal carattere discretamente difficile.
Prendere o lasciare. 

Il mio hobby è collezionare delusioni.

2 responses so far

Ott 02 2011

il mio primo giorno da attivista in Corea.

Per arrivare a Dumulmeori bisogna prendere il treno. Un’ora abbondante, e poi venti minuti a piedi attraverso le campagne di Yongsuri, che vuol dire più o meno “dove si incontrano i due fiumi”. E infatti qua si incontrano proprio due fiumi, in mezzo a montagne diversissime da quelle che conosco io, e tutto è verde, rigoglioso, profumato. Camminiamo lungo un sentiero che sta proprio in mezzo all’acqua placida, fino a che non siamo a Dumulmeori. Che ci faccio qui? ho incontrato Suhee e Chakuri in uno dei miei disperati tentativi di capire se anche in Corea, da qualche parte, c’è qualcuno che si sbatte per una cosa che non sia avere la pelle bianca o il vestito alla moda. Ci ho messo un mese, ma alla fine li ho trovati. La storia di Dumulmeori comincia negli anni Settanta e se uno è proprio interessato si può leggere qualcosa in un report fatto molto bene, peraltro in inglese, da Suhee e da un fotografo di passaggio.

Quello che interessa me è che adesso la comunità è assediata dagli ultimatum del governo, che vuole sgombrarla con motivazioni che potrebbero tranquillamente essere chiamate scuse, per terminare un progetto allucinante che si chiama “four rivers” e che a me mi fa tanto pensare alla Val di Susa. Alla Val di Susa penso mentre sgambetto lungo il sentiero, alla resistenza della comunità, al diritto ad autodeterminarsi, mangiucchio un dolcetto di fagioli rossi e pastella che si chiama “pesce pane” (ma ci sono anche i fiori pane, se uno vuole cambiare forma) e mi domando se potrò usare questi riferimenti, o se non sia il caso, ancora una volta, di abbandonare ogni categoria e mettermi semplicemente ad ascoltare.
L’ultimatum è per il 5 ottobre e Suhee lungo il tragitto mi dice che sono tutti molto preoccupati e molto impauriti, perchè non vogliono lasciare le fattorie e perchè non sanno se davvero la polizia arriverà a sgomberarli. La qual cosa, mi pare di capire, sarebbe assai pericolosa e grave, poichè a quanto ne so io la polizia qua non si fa troppi scrupoli di fronte a un gruppetto di contadini che rivendica il diritto a coltivare la sua terra con piantagioni biologiche.
Le ragazze, insieme a molti altri, vengono qui ogni fine settimana per occuparsi delle loro coltivazioni, mentre ci sono diversi stanziali che ci vivono da anni con le famiglie, e sono proprio loro i più preoccupati, perchè il progetto raderebbe al suolo, oltre alle coltivazioni, le case, l’auditorium, la chiesa. Che poi, quando parlo di case, auditorium e chiesa, viene da pensare a costruzioni in cemento e mattoni mentre invece si tratta di tende o qualcosa di molto simile che, quando le vedo, mi fanno pensare alla tournee a L’Aquila. E di nuovo mi impongo di togliermi dalla testa i ricordi e di stare qua, aperta, senza paragoni e senza soluzioni.

Mi aspettavo qualcosa di più aggressivo, parlando in termini europei, e invece trascorro tutto il giorno con i miei nuovi amici attivisti a raccogliere patate dolci e cavolo per fare il Kimchi. Siamo tutti a piedi nudi, accovacciati sotto il sole, ognuno con la sua paletta. Ma la conversazione è inarrestabile, mi piovono domande su come ci organizziamo noi, e quando accenno alla pratica delle occupazioni vedo diverse facce che si illuminano, per cui, senza mai smettere di raccogliere patate, improvvisiamo un seminario in cui spiego perchè in Europa si occupa, cosa si fa perchè e percome, qual è la situazione a Bologna, che cosa ci stiamo preparando a fare il 15 ottobre. E a un certo punto, non so nemmeno come, mi viene fuori la storia dei book block, e Chakuri mi dice sto per piangere.
Anche io, per un momento, penso a quel 14 dicembre di un anno fa e mi commuovo, ma ci sono altre domande cui rispondere, e patate da raccogliere, e Mon, che ha circa cinquant’anni e questa è praticamente casa sua, mi chiede come si fa ad organizzarsi, come fa tutta questa gente a scendere in piazza.
Allora capisco che il problema, cazzo, il problema è che in questa zona ci sono moltissime fattorie nella stessa situazione, e attorno a ognuna di queste ruotano almeno un centinaio di persone, tra stanziali, ospiti e acquirenti, eppure sono come monadi, non comunicano, non si sostengono, e mi viene da pensare che è il solito problema che ho incontrato in questo mese asiatico. Le persone sembrano conoscere soltanto due dimensioni: quella individuale, che è proprio al limite del monadismo, e quella dell’aggregazione ufficiale. Che poi lo so, lo immagino che non sia così, però oggi attorno a me ci sono persone che stanno per essere sgomberate, e sono disperate, e sono attorniate da altre fattorie dove presumibilmente ci sono altre persone che raccolgono patate dolci e sono ugualmente disperate epperò non si parlano, eccheccazzo.

La giornata è mite, lavoriamo sotto il sole e io spiego che cosa vuol dire TPO, perchè oggi c’ho la maglietta della palestra, che dice combattiamo per la libertà, e anche lì giù domande, prima timide e poi sempre più aperte su questa cazzo di cosa del combattere per la libertà. Combattere? Contro lo stato? mioddio. Sembra che queste persone, prima ancora che lottare per la loro terra, stiano lottando ognuna dentro se stessa contro un gigantesco e profondo lavaggio del cervello generazionale.
Mangiamo tutti insieme per terra, riso, kimchi tagliato grosso, riso, kimchi tagliato piccolo, riso, kimchi al sugo, riso, zuppa di kimchi, riso e anche un po’ di kimchi. Ma a me sembra buonissimo, e per la prima volta da quando sono arrivata mi trovo attorno persone vere, che si stanno domandando cosa fare per resistere, e viene fuori che per il 15 ottobre organizzeranno un grande evento nonostante il 15 ottobre la fattoria dovrebbe essere stata già sgombrata. Ma come, proprio il 15 ottobre? penso. Ma poi non lo dico, e penso che forse ho trovato una cosa molto più interessante da fare che attaccarmi ai siti europei e aspettare di sapere quello che succede. Allora facciamo questo evento, lo facciamo qui, facciamo gli striscioni, facciamo il volantinaggio, e facebook? ma dovremo preparare degli alcoolici? cazzo la sangria, chi sa fare la sangria? oh, guarda, Ca-r-la (così mi chiamano), tu sei italiana, che più o meno è uguale, sai fare la sangria? e certo che la so fare, anni e anni di eventi di autofinanziamento, ti pare che non ti do la ricetta segreta della sangria?

Intanto il pranzo è finito e giù di nuovo a tirare fuori patate dolci e a parlare, a spelare vegetali verdi che non ho mai visto in vita mia e suppongo verranno messi sott’aceto, perchè qua la maggior parte dei vegetali viene messa sott’aceto, visto che d’inverno fa troppo freddo e d’estate piove. Di colpo mi trovo sola con Mon e con uno dei fattori, che mi chiedono che ne penso. Che ne penso io? Eh, tu, che sei un’attivista dell’Europa e occupi le case. Provo a dire che io in realtà le case non le occupo ma è inutile, questa cosa delle occupazioni e dei centri sociali è una bomba già deflagrata. E io non so che dire all’inizio, penso a L’Aquila e alla Val di Susa, penso che queste cose non c’entrano niente eppure c’entrano tutto perchè è di amore per la comunità e per la terra che parliamo, del diritto a decidere che vita vivere e dove viverla, ci penso e dico eh, io credo che dovete organizzarvi per resistere. Poi mi accorgo che sta per partire la filippica della maestrina e mi freno giusto in tempo, sai mai che si fanno da ammazzare dalla polizia e poi viene fuori che sono stati tutti aizzati da una pazza italiana, e siccome ho lasciato il discorso in sospeso termino con una cosa che mi sono ripetuta tante volte in questi anni, ogni volta che mi sembrava che non avessimo ottenuto quello che volevamo attraverso le nostre lotte. Allora dico e poi, se vi cacciano, voi coltiverete da un’altra parte. E da un’altra parte ancora, e se il vostro sogno è questo, se ci credete, se davvero questa è la vita a cui sentite di avere diritto, non importa quante volte vi cacceranno.
Mon mi guarda e dice “Ca-r-la, are you communist???”

Momento di panico dovuto al lungo training ricevuto attorno alla questione “in Corea dire comunismo è vietato”.
“Well, you know, in Europe it’s kinda different”
“mmmm” dice Mon. E poi ride. E rido anche io.

Improvvisi arrivano gamberi alla griglia dopo ore di raccolta patate e spelamento vegetali verdi, e uno dei più vecchi prende il suo tamburo tradizionale e comincia a cantare “pinari”, un canto tradizionale di buona fortuna. Mangio kimchi e gamberi, mi insozzo il poco che era rimasto pulito e ascolto. Si deve tornare a casa. Vorrei restare qui con gli stanziali ma domani mi trasformerò di nuovo nella stragista ideale, e poi mi dico oh, per oggi è già abbastanza, il prossimo fine settimana magari torno, e domani vado al mercato delle pulci che fanno le ragazze per vendere i prodotti della fattoria, insomma, adesso mi prendo una pausa. Mentre penso questo bevo caffè che mi viene dato “perchè sono italiana” e un ragazzo che ha un nome che tradotto suona “stella in una notte nevosa” mi dice

“oh scusami, certo che i tuoi occhi sono proprio grandi”

Mi guardo attorno ridendo e mi rendo conto che sono l’unica sprovvista di occhi a mandorla. Oggi, per la prima volta da quando sono qui, non me ne ero accorta.

No responses yet

Set 22 2011

carletta non tirare la coda al gatto.

Oggi ho tenuto una conferenza all’università. Che detta così sembra una cosa fighissima invece posso assicurare che non è così come sembra stavo soltanto adempiendo a uno dei miei doveri di stagista, e allora avrei potuto metterla in molti modi mostrare video fare lezione di grammatica mandarli a casa che ne so  chiedere dove si trovano le droghe pesanti a Seoul (sono sicura che sarei riuscita a farmi capire) invece ho scelto di fare una lezione su alcuni che a me mi piacciono tanto ovvero Pazienza e Tondelli. Che cavolo, questi la dovrebbero smettere di studiare D’Annunzio diokèn, e cominciare a sbavare sulle tavole di Pazienza che sennò non ne vengono più fuori e arrivano in Italia convinti di trovare le tamerici salmastre e fasciste mentre piove governo ladro.

Allora ho tenuto questa lezione e loro all’inizio se ne stavano un po’ intimiditi e confucianamente immobili, e io non capivo se l’immobilità fosse dovuta al fatto che non capissero una cippalippa, che fossero già morti o che avessero messo i loro ologrammi ad ascoltarmi mentre loro pomiciavano in bagno. Allora così un po’ goffamente come mio solito ho cominciato a lanciare il sassolino oltre il muro, ho allegramente iniziato a romperlo, il muro, ed è successo che sono apparsi i primi sorrisi e timiderrimamente qualche voce ha pronunciato mioddio il nome di Quentin Tarantino, anche se nessuno sapeva chi fosse Takeshi Kitano ma in fin dei conti a me che mi frega? sono loro che hanno problemi col Giappone, mica io. E insomma la lezione è andata mano a mano trasformandosi in un allegro incasinato intruglio durante il quale a un certo punto mi sono trovata stesa sulla cattedra a giurare che in fondo ero ancora una teen-ager mentre loro si sbellicavano dalle risate, alcuni con la mano davanti all’educatissima boccuccia, perchè in fin dei conti non è proprio esattamente confuciano ridere a crepapelle davanti all’insegnante ma non è manco confuciano avere davanti un’insegnante stesa sulla cattedra che inventa parole in inglese per farti capire cos’è la letteratura pulp e il delirio felicissimamente è esploso incontrollabile e caotico nel momento in cui sono riuscita a trasmettere il senso di una frase scritta su un muro di Bologna nel 77 che avevo mostrato sulla lavagna e che diceva “prometto di non scrivere mai più sui muri”.

Venticinque coreani che ridevano ed erano imbarazzati dalle loro stesse risate e dalla mia presenza che miosantoconfucio non era assolutamente dignitosa non era assolutamente professionale ma in fondo proprio per questo, proprio perchè io saltavo in piedi sulla sedia calpestando coi tacchi da vera diplomatica tutte le regole di secoli di disciplina armonia e menate varie proprio per questo anche loro erano esentati dal rispetto della regola e quindi ridevano, i venticinque coreani, ridevano e non si capacitavano e parlavano e facevano financo due e dico due domande.

E poi improvvisamente la lezione è finita e c’era il sole e attorno a me l’università e io che totalmente inevitabilmente irrimediabilmente di nuovo amavo il mondo e non volevo andarmene più e una giovane coreana che mi regalava un pupazzetto e un’altra che mi dava uno jogurt e Seoul era bellissima e io mi dicevo cazzo cazzo cazzo ho ritrovato il senso eccomi eccolo e tra quelle facce vedevo Laire che proprio non riusciva a trattenere la risata-stormo mentre io leggevo Tondelli arrovellandomi tra le parole  e vedevo l’Annina che stava non so come mai spillando la birra dietro un bancone immaginario e Lafla che girava tra un’aula e l’altra controllando che tutto fosse a posto e cavolo c’erano proprio tutti c’erano proprio tutte c’era pure Alecchia che le sapeva a memoria, le parole che leggevo, e giuro non avevo preso allucinogeni niente di niente ma era tutto perfetto preciso infilato a pennello e quando poi ho chiuso il libro e guardato la mia classe ho visto il Socio che sorrideva e mi faceva l’occhiolino.

Poi ho preso un autobus e la città era meravigliosa e non c’era niente che mi preoccupasse non c’era niente che mi mancasse mi sembrava che questo mondo strano e storto avesse da qualche parte un senso suo nascosto anche se io non lo trovavo, la città splendeva e io vedevo dentro di me l’Europa lontana che mi mancava sì ma poi non così tanto, mi vedevo profuga messa in salvo all’ultimo momento mi vedevo speranzosa la città era meravigliosamente immensa e io avrei voluto che la vocina automatica dell’autobus non dicesse mai il nome della mia fermata perchè il mondo era bello e io stringevo nella tasca l’orsacchiotto ed ero così felice, così felice che arrivata nel quartiere dove lavoro sono andata a mangiare da sola e ho avuto per la prima volta il coraggio di ordinare il cibo in totale autonomia, e la signora del ristorante era così fiera di me che mi ha regalato una scodella di zuppa, cazzo cazzo il mondo andava proprio per il verso giusto e io pensavo che forse potevo anche starci in questo stracazzo di mondo anche se tutti erano lontani anche se tutti ormai facevano cose diverse cose che non mi includevano più io mi sentivo che insomma c’era un posto pure per la sottoscritta farfugliatrice così mi sentivo e così

la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
tutto pulito
tutto perbene
tutto su gradini
dal più basso al più alto
dal più piccolo al più grande
carletta di qua
carletta di là
questo non si dice
questo non si fa
la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
le cose che vogliono sempre dire qualcos’altro
mettiti al tuo posto
sennò ti ci metto io
carletta di qua
carletta di là
dottoressa, ci sarebbe un compito di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della nostra struttura, ecco, crediamo che lei possa essere in grado, perchè ci vuole una persona abile, capace, di fiducia, e dunque dottoressa, per cortesia, ci sarebbe bisogno che fotocopiasse in fronteretro questo rotolo di cartaigienica usata.

 

 

3 responses so far

Set 19 2011

e come lazzaro resuscitò dai morti.

Alle quattro me ne scappo dal lavoro perchè se dovessi rimanere di più finirebbe che farei troppe ore e non sarei assicurata eccetera quindi potrebbe capitare che se mi rompo una gamba come si suol dire poi mi devo costruire il gesso con la saliva allora io alle quattro e qualche minuto chiudo tutto e me ne esco dall’edificio a lucine. Subito opero la trasformazione da funzione a essere umano ed essa si manifesta nella repentina eliminazione delle scarpe chiuse in favore delle mie ciabattine consumatissime che è come camminare scalza. Che me lo diceva la mia mamma ma da dove sei uscita tu che non ti vuoi mai mettere le scarpe e stai sempre coi piedi nudi dappertutto. Io rispondevo ma’, se non lo sai tu da dove sono uscita figurati io, che ero troppo piccola e non mi ricordo.

Mentre opero la transformescion mi pongo le domande esistenziali tipo ma io, sono veramente convinta di voler fare questa cosa? ma non sono in tempo per scappare? ma poi uno, se finisce veramente col fare questa vita qua, in cui sta mascherato da funzione per otto dieci ore al giorno, dove le piglia le soddisfazioni?
Me lo ripetevo alla Marci quando in gioventù la mia capa mi dava ordini inspiegabili e me lo ripeto anche oggi, e pure lo ripeto alla mia amica Elle noi non siamo il nostro lavoro noi non siamo il nostro lavoro noi siamo molto molto di più del nostro lavoro. E mentre lo ripeto arriva lo stagista che spera di fare la figura del brillante e del colto e mi dice “citazione da fightclub?” e io lo guardo con l’unico occhio che vorrebbe incenerirlo e mi viene da eruttare fuoco e aglio, tanto e’ miserabile l’incapacità di alcuni di pensare che qualcuno possa anche elaborare delle teorie originali senza per forza citare un film. Nella fattispecie io. Che poi a me fightclub un po’ mi fa pensare a quel violento dissociato del mio extutto e non è che sia proprio un film che ho amato amato amato, eh.

Terminato il piccolo sfogo sconclusionato rimango con gli interrogativi esistenziali e penso al mio prof che mi diceva tu devi fare l’attrice. Me l’ha detto anche quando ci siamo incontrati per mangiare la carne come si fa qua in Corea coi bastoncini di ferro e quei bracieri in mezzo al tavolo e i paninetti di insalata salsine e carnazza che sono una meraviglia ma insomma me lo ha ripetuto il prof, e dove li metti questi anni di lavoro dove la metti l’esperienza maturata eccetera?
Mi viene quasi fuori il commento omofobo ma poi vado oltre e dico bah non lo so ma io ho come perso il senso come perso la bussola.

Questo al prof non gliel’ho detto. Ho imparato che per essere credibile una non può dire onestamente: sono persa confusa il mio sogno è morto e io sto disperatamente cercando altre luci altri porti da raggiungere altri entusiasmi, li sto cercando studiando lavorando eccetera epperò per il momento non li trovo.
Queste cose non si possono dire assolutamente, bisogna essere decisi puliti e pettinati . E mentre io dentro di me frano perchè sono completamente sbrindellata guardo uno dei miei tredicimilasettecento capi e dico sì sono profondamente interessata a fare questo ma anche a fare quest’altro sì sì sì.
Poi penso che tra qualche giorno pure il prof se ne va e a me un poco mi dispiace perchè poi una volta che le persone se ne vanno un po’ le perdi.
Oppure le perdi perchè te ne vai tu ma questo è un altro discorso.

Penso che oggi sono stata proprio educata e ho cominciato a cercare di rispettare tutti i rituali coreani del pasto anche se non è che mi venga proprio bene anzi a volte sono proprio una maleducata ma tutti abbozzano, poi mi sono fatta perdonare dando una pubblica lezione di rollaggio di sigaretta che ha attirato una vasta gamma di commenti che andavano dall’entusiasta al disgustato passando per quasi tutte le sfumature intermedie.
Penso che mi piace molto mangiare il kimchi e soprattutto mi piace mangiare il kimpap perchè mi sento come un personaggio dei cartoni animati, e nei cartoni animati l’eroina alla fine dopo mille fatiche vince sempre. Anche io vincerò, a suon di kimpap. Ma vincerò chi, cosa?contro chi contro cosa?

Di chi è la colpa se sono così persa? della mia mamma e del mio babbo? dei miei prof al liceo? del sistema che mi ha fatta così precaria tra precari? del nano malefico che governa il mio paese? del fondo monetario internazionale? della banca mondiale? della Grecia e del suo falso in bilancio? della Merkel che sarà anche una culona (come me del resto) ma ci ha in mano mezza Europa? di quelli che dividono il movimento ad ogni costo? di quelli che ad ogni costo lo vorrebbero unito anche quando non c’è un cazzo da unire? di chi è la colpa? di quelli che hanno inventato lo stage non retribuito? dei miei piedi nudi insofferenti alle scarpe chiuse? degli Africani che non sterminarono i primi bianchi che si andavano a pigliare gli schiavi? di Stalin e del piccì? Di chi cazzo è la colpa? Chi ha nascosto la bussola? E gli altri, gli altri come fanno a sopravvivere?  e soprattutto, è proprio vero, è proprio vero sempre che

c’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo???????????

No responses yet

Next »