Archive for the 'ingiustizie' Category

Set 22 2011

carletta non tirare la coda al gatto.

Oggi ho tenuto una conferenza all’università. Che detta così sembra una cosa fighissima invece posso assicurare che non è così come sembra stavo soltanto adempiendo a uno dei miei doveri di stagista, e allora avrei potuto metterla in molti modi mostrare video fare lezione di grammatica mandarli a casa che ne so  chiedere dove si trovano le droghe pesanti a Seoul (sono sicura che sarei riuscita a farmi capire) invece ho scelto di fare una lezione su alcuni che a me mi piacciono tanto ovvero Pazienza e Tondelli. Che cavolo, questi la dovrebbero smettere di studiare D’Annunzio diokèn, e cominciare a sbavare sulle tavole di Pazienza che sennò non ne vengono più fuori e arrivano in Italia convinti di trovare le tamerici salmastre e fasciste mentre piove governo ladro.

Allora ho tenuto questa lezione e loro all’inizio se ne stavano un po’ intimiditi e confucianamente immobili, e io non capivo se l’immobilità fosse dovuta al fatto che non capissero una cippalippa, che fossero già morti o che avessero messo i loro ologrammi ad ascoltarmi mentre loro pomiciavano in bagno. Allora così un po’ goffamente come mio solito ho cominciato a lanciare il sassolino oltre il muro, ho allegramente iniziato a romperlo, il muro, ed è successo che sono apparsi i primi sorrisi e timiderrimamente qualche voce ha pronunciato mioddio il nome di Quentin Tarantino, anche se nessuno sapeva chi fosse Takeshi Kitano ma in fin dei conti a me che mi frega? sono loro che hanno problemi col Giappone, mica io. E insomma la lezione è andata mano a mano trasformandosi in un allegro incasinato intruglio durante il quale a un certo punto mi sono trovata stesa sulla cattedra a giurare che in fondo ero ancora una teen-ager mentre loro si sbellicavano dalle risate, alcuni con la mano davanti all’educatissima boccuccia, perchè in fin dei conti non è proprio esattamente confuciano ridere a crepapelle davanti all’insegnante ma non è manco confuciano avere davanti un’insegnante stesa sulla cattedra che inventa parole in inglese per farti capire cos’è la letteratura pulp e il delirio felicissimamente è esploso incontrollabile e caotico nel momento in cui sono riuscita a trasmettere il senso di una frase scritta su un muro di Bologna nel 77 che avevo mostrato sulla lavagna e che diceva “prometto di non scrivere mai più sui muri”.

Venticinque coreani che ridevano ed erano imbarazzati dalle loro stesse risate e dalla mia presenza che miosantoconfucio non era assolutamente dignitosa non era assolutamente professionale ma in fondo proprio per questo, proprio perchè io saltavo in piedi sulla sedia calpestando coi tacchi da vera diplomatica tutte le regole di secoli di disciplina armonia e menate varie proprio per questo anche loro erano esentati dal rispetto della regola e quindi ridevano, i venticinque coreani, ridevano e non si capacitavano e parlavano e facevano financo due e dico due domande.

E poi improvvisamente la lezione è finita e c’era il sole e attorno a me l’università e io che totalmente inevitabilmente irrimediabilmente di nuovo amavo il mondo e non volevo andarmene più e una giovane coreana che mi regalava un pupazzetto e un’altra che mi dava uno jogurt e Seoul era bellissima e io mi dicevo cazzo cazzo cazzo ho ritrovato il senso eccomi eccolo e tra quelle facce vedevo Laire che proprio non riusciva a trattenere la risata-stormo mentre io leggevo Tondelli arrovellandomi tra le parole  e vedevo l’Annina che stava non so come mai spillando la birra dietro un bancone immaginario e Lafla che girava tra un’aula e l’altra controllando che tutto fosse a posto e cavolo c’erano proprio tutti c’erano proprio tutte c’era pure Alecchia che le sapeva a memoria, le parole che leggevo, e giuro non avevo preso allucinogeni niente di niente ma era tutto perfetto preciso infilato a pennello e quando poi ho chiuso il libro e guardato la mia classe ho visto il Socio che sorrideva e mi faceva l’occhiolino.

Poi ho preso un autobus e la città era meravigliosa e non c’era niente che mi preoccupasse non c’era niente che mi mancasse mi sembrava che questo mondo strano e storto avesse da qualche parte un senso suo nascosto anche se io non lo trovavo, la città splendeva e io vedevo dentro di me l’Europa lontana che mi mancava sì ma poi non così tanto, mi vedevo profuga messa in salvo all’ultimo momento mi vedevo speranzosa la città era meravigliosamente immensa e io avrei voluto che la vocina automatica dell’autobus non dicesse mai il nome della mia fermata perchè il mondo era bello e io stringevo nella tasca l’orsacchiotto ed ero così felice, così felice che arrivata nel quartiere dove lavoro sono andata a mangiare da sola e ho avuto per la prima volta il coraggio di ordinare il cibo in totale autonomia, e la signora del ristorante era così fiera di me che mi ha regalato una scodella di zuppa, cazzo cazzo il mondo andava proprio per il verso giusto e io pensavo che forse potevo anche starci in questo stracazzo di mondo anche se tutti erano lontani anche se tutti ormai facevano cose diverse cose che non mi includevano più io mi sentivo che insomma c’era un posto pure per la sottoscritta farfugliatrice così mi sentivo e così

la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
tutto pulito
tutto perbene
tutto su gradini
dal più basso al più alto
dal più piccolo al più grande
carletta di qua
carletta di là
questo non si dice
questo non si fa
la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
le cose che vogliono sempre dire qualcos’altro
mettiti al tuo posto
sennò ti ci metto io
carletta di qua
carletta di là
dottoressa, ci sarebbe un compito di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della nostra struttura, ecco, crediamo che lei possa essere in grado, perchè ci vuole una persona abile, capace, di fiducia, e dunque dottoressa, per cortesia, ci sarebbe bisogno che fotocopiasse in fronteretro questo rotolo di cartaigienica usata.

 

 

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Set 19 2011

e come lazzaro resuscitò dai morti.

Alle quattro me ne scappo dal lavoro perchè se dovessi rimanere di più finirebbe che farei troppe ore e non sarei assicurata eccetera quindi potrebbe capitare che se mi rompo una gamba come si suol dire poi mi devo costruire il gesso con la saliva allora io alle quattro e qualche minuto chiudo tutto e me ne esco dall’edificio a lucine. Subito opero la trasformazione da funzione a essere umano ed essa si manifesta nella repentina eliminazione delle scarpe chiuse in favore delle mie ciabattine consumatissime che è come camminare scalza. Che me lo diceva la mia mamma ma da dove sei uscita tu che non ti vuoi mai mettere le scarpe e stai sempre coi piedi nudi dappertutto. Io rispondevo ma’, se non lo sai tu da dove sono uscita figurati io, che ero troppo piccola e non mi ricordo.

Mentre opero la transformescion mi pongo le domande esistenziali tipo ma io, sono veramente convinta di voler fare questa cosa? ma non sono in tempo per scappare? ma poi uno, se finisce veramente col fare questa vita qua, in cui sta mascherato da funzione per otto dieci ore al giorno, dove le piglia le soddisfazioni?
Me lo ripetevo alla Marci quando in gioventù la mia capa mi dava ordini inspiegabili e me lo ripeto anche oggi, e pure lo ripeto alla mia amica Elle noi non siamo il nostro lavoro noi non siamo il nostro lavoro noi siamo molto molto di più del nostro lavoro. E mentre lo ripeto arriva lo stagista che spera di fare la figura del brillante e del colto e mi dice “citazione da fightclub?” e io lo guardo con l’unico occhio che vorrebbe incenerirlo e mi viene da eruttare fuoco e aglio, tanto e’ miserabile l’incapacità di alcuni di pensare che qualcuno possa anche elaborare delle teorie originali senza per forza citare un film. Nella fattispecie io. Che poi a me fightclub un po’ mi fa pensare a quel violento dissociato del mio extutto e non è che sia proprio un film che ho amato amato amato, eh.

Terminato il piccolo sfogo sconclusionato rimango con gli interrogativi esistenziali e penso al mio prof che mi diceva tu devi fare l’attrice. Me l’ha detto anche quando ci siamo incontrati per mangiare la carne come si fa qua in Corea coi bastoncini di ferro e quei bracieri in mezzo al tavolo e i paninetti di insalata salsine e carnazza che sono una meraviglia ma insomma me lo ha ripetuto il prof, e dove li metti questi anni di lavoro dove la metti l’esperienza maturata eccetera?
Mi viene quasi fuori il commento omofobo ma poi vado oltre e dico bah non lo so ma io ho come perso il senso come perso la bussola.

Questo al prof non gliel’ho detto. Ho imparato che per essere credibile una non può dire onestamente: sono persa confusa il mio sogno è morto e io sto disperatamente cercando altre luci altri porti da raggiungere altri entusiasmi, li sto cercando studiando lavorando eccetera epperò per il momento non li trovo.
Queste cose non si possono dire assolutamente, bisogna essere decisi puliti e pettinati . E mentre io dentro di me frano perchè sono completamente sbrindellata guardo uno dei miei tredicimilasettecento capi e dico sì sono profondamente interessata a fare questo ma anche a fare quest’altro sì sì sì.
Poi penso che tra qualche giorno pure il prof se ne va e a me un poco mi dispiace perchè poi una volta che le persone se ne vanno un po’ le perdi.
Oppure le perdi perchè te ne vai tu ma questo è un altro discorso.

Penso che oggi sono stata proprio educata e ho cominciato a cercare di rispettare tutti i rituali coreani del pasto anche se non è che mi venga proprio bene anzi a volte sono proprio una maleducata ma tutti abbozzano, poi mi sono fatta perdonare dando una pubblica lezione di rollaggio di sigaretta che ha attirato una vasta gamma di commenti che andavano dall’entusiasta al disgustato passando per quasi tutte le sfumature intermedie.
Penso che mi piace molto mangiare il kimchi e soprattutto mi piace mangiare il kimpap perchè mi sento come un personaggio dei cartoni animati, e nei cartoni animati l’eroina alla fine dopo mille fatiche vince sempre. Anche io vincerò, a suon di kimpap. Ma vincerò chi, cosa?contro chi contro cosa?

Di chi è la colpa se sono così persa? della mia mamma e del mio babbo? dei miei prof al liceo? del sistema che mi ha fatta così precaria tra precari? del nano malefico che governa il mio paese? del fondo monetario internazionale? della banca mondiale? della Grecia e del suo falso in bilancio? della Merkel che sarà anche una culona (come me del resto) ma ci ha in mano mezza Europa? di quelli che dividono il movimento ad ogni costo? di quelli che ad ogni costo lo vorrebbero unito anche quando non c’è un cazzo da unire? di chi è la colpa? di quelli che hanno inventato lo stage non retribuito? dei miei piedi nudi insofferenti alle scarpe chiuse? degli Africani che non sterminarono i primi bianchi che si andavano a pigliare gli schiavi? di Stalin e del piccì? Di chi cazzo è la colpa? Chi ha nascosto la bussola? E gli altri, gli altri come fanno a sopravvivere?  e soprattutto, è proprio vero, è proprio vero sempre che

c’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo???????????

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Set 09 2011

la prima paranoia asiatica

Itaewon a pochi metri da casa è tutta un rigurgito di minigonne e soldati americani, di urla sigarette fumate a metà club sbrilluccicanti e scarpe dal tacco spezzato sulle surreali salite che portano in cima alla collina. In cima alla collina ci sto io, che stasera, venerdì, non esco, anche perchè non avrei nessuno con cui uscire e penso a molte delle persone che sto conoscendo in questi giorni, che sicuramente sono uscite e adesso sono in un club esclusivo con gli amici, e se non hanno gli amici veri hanno almeno i soldi per pagarsi degli amici finti che tengano bene la parte. Io a pagamento potrei fingere di essere amica quasi di chiunque, diciamolo.
Penso a questo mio sito che negli ultimi cinque anni è stato complice mezzo fine quaderno e finestra, e in questi giorni mi sta dando tanti crucci perchè qui tutti mi dicono che le persone rispettabili queste cose non le fanno.

Pare che le persone rispettabili non abbiano fantasie non abbiano storie, che non abbiano pulsioni e che siano sempre completamente coerenti con loro stesse, che indossino sempre le mutande del colore della camicia e che vivano in case dove lo scopino del cesso è dello stesso colore dello spazzolino, pare che le persone rispettabili non abbiano voglia di raccontarsi non abbiano nemmeno tempo, che non osservino, che non ascoltino, pare che siano troppo impegnate a fare le persone rispettabili.
E insomma in questi giorni va tutto bene non foss’altro che per il fatto che mi sento ingabbiata mi sento imbrigliata cazzo mi sento legata mi sento che se voglio fare la persona rispettabile magari è ora che questo sito io lo chiuda perchè le persone rispettabili non dicono quello che pensano.
Anzi.
Forse le persone rispettabili non pensano.

E invece io da questa casa sulla collina più malfamata della città ancora una volta rivendico l’umanità e la dignità dei pensieri dispettosi reclamo la bellezza del mostrarsi fragili incongruenti a volte indecisi spaventati, e pure di colpo un attimo dopo entusiasti e risplendenti di luce meravigliosa.
La rivendico, cazzo, la possibilità, anzi la necessità a volte, di stare in contatto con lo sporco, lo schifo, la bruttezza che sta dentro la panza malefica come uno spiritello cattivo di quelli che ti si aggrappano al piede e ti fanno inciampare sempre un gradino prima della salvezza, rivendico l’assoluta necessità di parlare con lo spiritello anzi con gli spiritelli, che tanti sono e a volte incomprensibili a noi stessi, rivendico cazzo rivendico questo come pure il diritto di spiattellare la propria felicità la propria gioia quando c’è, che già è così difficile porcapaletta già è tutto così stramaledettamente difficile, figuriamoci se poi uno si deve anche preoccupare di nascondere la bellezza eh no, io a questo gioco non ci sto uffa.

Invece in questi giorni pare proprio che arrivino mille messaggi subliminali collegati al fatto che così non si va da nessuna parte, che il primo passo per fare le persone rispettabili è non mostrare i sentimenti o meglio ancora non provarli punto.
E io invece vorrei dire che forse non sarò mai una persona rispettabile ma voglio rimanere umana, di carne e sangue, viva calda umorale materica, perchè secondo me questo è l’unico senso che si possa dare a una vitaccia faticosa e in salita.
Io voglio sempre avere il coraggio di cantare in bicicletta, io non voglio mai perdere la voglia di camminare senza scarpe, io non ci sto a vergognarmi di come sono, e lo so che sto facendo la parte di Don Quixote che si sfracica tragicamente contro i mulini a vento, ma ho trentadue anni, quasi trentatrè, proprio come gli anni di cristore, e non sarò mai una persona che accoppia le mutande alla camicia e ai calzini, non ce la posso fare e soprattutto credo di non volerlo fare, credo di volermi vivere così come sono, credo di cercare un posto dove tutto questo possa non essere soltanto un difetto una schifezza un errore io credo di cercare un posto dove le persone mi apprezzino non nonostante ma proprio perchè sono così.

Chiedo troppo chiedo troppo lo so e finirà che anche questo sito morirà il giorno in cui i soldi finiranno e tutti gli imbecilli che ho intorno avranno imparato a fare le persone rispettabili mentre io no. Loro ci avranno lo stipendio e io scriverò i nomi in coreano su braccialetti di cuoio sotto il ponte di Galliera a Bologna.
Oddio già me lo vedo.

Ma ecco mi accorgo proprio in quest’istante che m’ha preso la prima paranoia asiatica in questo infinito venerdì, s’era acquattata accanto a me già da stamane, complice il tempo bruttassai, foriero di tifone giapponese, s’era nascosta, la stronza, la paranoia malefica, e appena la stanchezza m’ha vinta ecco la paranoia saltare a piè pari sul tavolo e ballare volgarmente la sua macarena. Sarà che oggi ho visto il mio prof e ho pensato che è proprio bravo e che io sono una spiantata e non ce la farò mai e se lui fosse saggio davvero forse mi direbbe cercati un posto in pizzeria. Sarà che oggi ho ascoltato troppe troppe lamentele inconsistenti e inutili. Sarà che in questo cazzo di paese il tabacco non si vende. Sarà che mi sento un’imbecille ma insomma la paranoia spadroneggia dentro di me ed ecco il risultato.

Ma adesso io riprendo il controllo e mi fumo l’ultima sigaretta sul tetto della mia nuova casa a Itaewon, guardando il carnaio sotto di me immaginando l’odore della gente che si mescola e si contamina, mi fumo la mia ultima sigaretta e poi vado a letto.
Da lì a un altro giorno è solo un attimo, che trascorrerò dormendo.

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Ago 03 2011

ultimo atto (im)possibile

Eccomi come una bambina imbranata di cinque anni, la stessa bambina che ero ventisette anni fa quando provavano a farmi ricopiare su quaderni giganteschi quei simboli incomprensibili e apparentemente inutili, la c di casa la d di dado la acca di hotel. Oggi me la vedo con milioni di stanghette verticali e orizzontali che formano sensi sconosciuti e mi sembra di muovermi in una delle teorie di Kandinskij sulle linee che se tirate dall’alto verso il basso da sinistra verso destra danno un senso di spazio luminosità infinito e infatti eccomi, a cavallo di stanghette orizzontali, verso l’infinito che si schiuderà il 31 agosto su un volo per il quale ho prenotato un pasto senza lattosio e mi sono sentita proprio una ragazza emancipata.

Dovrei dunque passare ai diciannove caratteri che indicano le consonanti e invece non riesco a concentrarmi perchè c’ho i pensieri, pensieri che mi portano a questo fine settimana venturo, che sarò insieme al mio Socio vicino Roma a fare l’ultima data del nostro spettacolo e io proprio non posso crederci. Ho provato strenuamente a trovare nuove occasioni per questo agosto, un po’ perchè avevo bisogno di soldi, un po’ perchè proprio non me la sentivo di chiudere il sei agosto in un paese dell’entroterra ciociaro dopo una turnè che mi ha stravolto la vita, e invece tutte le possibili occasioni si sono frantumate, una dopo l’altra, rovinosamente, proprio come il mio bicchiere preferito si è suicidato nel lavello stamattina senza apparenti motivazioni. Il bicchiere si è suicidato e le mie ricerche di date per agosto sono affogate attorno alla penisola lasciandomi disoccupata ma soprattutto incompleta, con questo senso di finire non troppo bene una cosa che invece era cominciata benissimo.

Allora avrei bisogno di parlare di quest’ultima data di quello che vuol dire per me di come sto di come mi sento di come NON mi sento avrei bisogno di stare in questa cosa e invece mi sento censurata mi sento impaurita mi sento disapprovata e non ne parlo così fino all’ultimo non si capisce un cazzo di quello che succede, facciamo così eh, e la morte arriverà improvvisa come se nessuno se lo aspettasse, facciamo finta che non sia una morte annunciata, facciamo gli sconvolti il sette agosto quando dirò eh, era la mia ultima data, vi saluto, facciamo che non lo sapevamo, facciamo che non abbiamo sentito tutte le ore che ho trascorso bussando a porte reali e immaginarie, scorticandomi le nocche a furia di picchiare, chiedendo uno spazio una data perchè era importante per me fare altre date ad agosto, perchè probabilmente dopo non ci sarà più tempo non ci sarà più spazio.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e diciamo ah, ma non avevo capito, che eri messa così male che avevi bisogno di lavorare che era discriminante, se avessi capito ti avrei invitata a questo festival a questa rassegna a questo blabla. Facciamo gli gnorri così poi potremo andare tutti insieme al funerale fingendo di non aspettarcela e dicendo che sì, sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, e noi non siamo stati in grado di cogliere i segnali anzi, segnali non ce ne sono proprio stati, sembrava che tutto andasse bene che tutto veleggiasse con vento in poppa forza dieci e invece.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e ci raccontiamo che abbiamo fatto tutto il possibile anche se dentro di noi c’è un piccolo mostriciattolo che sussurra maleficamente che no, forse qualche cosa di più avremmo potuto fare. Facciamo che guardiamo i programmi dei festival estivi e ci domandiamo se sono proprio completi o se per caso non ci sia qualche voce che manca, quest’anno, qualche voce che è stata sacrificata in nome della crisi o in nome di quest’artista che forse il suo spettacolo non sarà bello come quello della Vitantonio però lui porta un sacco di gente anche se costa il quintuplo e allora facciamo che guardiamo i programmi dei festival e ci domandiamo quali teste sono cadute e ci rispondiamo che sono cadute quelle teste che rotolando a terra non facevano troppo rumore. Facciamo che spediamo delle belle lettere in cui ci scusiamo ma quest’anno proprio non c’erano soldi in cui ci scusiamo e diciamo sì bella la tua proposta ma è politicamente troppo esposta e noi non possiamo rischiare di perdere i finanziamenti .
Facciamo che abbiamo tutti la coscienza a posto, facciamolo, così anche io ce l’avrò, la coscienza a posto, il sette agosto quando avrò fatto l’ultima data del mio spettacolo persa in un paese della ciociaria, niente contro la ciociaria, per carità, non vorrei essere fraintesa, facciamo che anche io avrò la coscienza a posto e mi dirò che in fin dei conti ho fatto tutto il possibile lottato contro i mulini a vento con le mie armi sgangherate fino a quando ho avuto un briciolo di forza suonato a tutti i campanelli bussato a tutte le porte sbattuto la testa contro tutti i muri facciamo che anche io, ho la coscienza a posto.

E se anche io ho la coscienza a posto io non ci sto a sentirmi dire che non posso mollare perchè ho delle responsabilità, non ci sto perchè se uno ha delle responsabilità deve avere anche i mezzi per rispettarle e assolverle e invece io questi mezzi non ce li ho e allora facciamo che sono io, che ho la coscienza a posto, anche se ho rabbia e frustazione che mi consumano le budella, sono io che ho la coscienza a posto, che le ho provate tutte e fino ad oggi sono stata con la speranza di fare almeno un’altra data, almeno un’altra, prima di partire, una data qualsiasi, a un prezzo qualsiasi, una data che non mi lasciasse con il morto in casa per ventiquattro lunghissimi giorni, e non ci sono riuscita, e allora sono io che ho la coscienza a posto e sono stanca di essere abbandonata da quelli che se da un lato mi dicono non puoi mollare hai delle responsabilità dall’altro se ne sono già andati per i fatti loro verso nuove avventure lasciandomi a preoccuparmi da sola di me e delle responsabilità di me e dei progetti impossibili di me e dei sogni  che fino a un minuto prima non erano solo miei.

Facciamo che se un sogno muore io non so di chi è la responsabilità, non so di chi è la responsabilità se le cose non vengono vissute come dovrebbero, se le persone fuggono, se ai festival la prima testa che cade è la mia, se quando ci sono teste da tagliare improvvisamente scopro che sul mio carro sono rimasta da sola, se l’ultima replica di quello che potrebbe essere l’ultimo spettacolo verrà messa in scena in mezzo al silenzio, non lo so di chi è la responsabilità, ma io ho la coscienza a posto e non so bene cosa significhi ma cazzo, pare che la gente sia così preoccupata dall’idea di dovercela avere, la coscienza a posto, e se a questo funerale io gioco a fare il morto voglio che sia scritto nel regolamento che anche il morto aveva la coscienza a posto.

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Lug 25 2011

attentato

Come se tutto il resto non fosse stato abbastanza, venerdí sera la mia automobile ha deciso che io sarei rimasta nella campagna fiorentina molto più a lungo di quanto non avessi preventivato.Era andato tutto per il meglio, o quasi. Certo, avevo un umore un po’ altalenante dopo il ritorno da Genova. Però tutto sommato ero pronta per quello che credevo mi aspettasse:un venerdì sera trascorso nella casa in campagna dell’Amicalice e del suo fidanzè, racconti di partenze, saluti, prospettive, un po’ di sana invidia (la mia) e un po’ di paura dell’ignoto (la sua), poi via, sabato mattina ritorno a Bulagna, studio matto e disperatissimo in vista dell’ultima tesina, magari una marchetta e di conseguenza qualche soldo, che ne so, tre euri. In fin dei conti con tre euri ci compro un sacco di scatolette di tonno.

Invece ho subito un attentato.
Un vero e proprio attentato. Me lo ha detto pure il mio socio, e di lui mi fido che è uno che conosce la vita. Insomma, di punto in bianco mi muoiono i freni della macchina. Ma è possibile, dico io? E soprattutto, possibile che succeda proprio di sabato? E possibile che ripararli costi così tanto? Io non lo so. Fatto sta che il uicchend produttivo si è presto trasformato in un uicchend di cazzeggio, e fino a qui mi va pure bene, ma la parte tragica dell’imprevisto è che il lunedì è diventato il giorno del suicidio del mio conto in banca. Ora dico, potrei mandarla al direttore del master, la fattura del meccanico, cercando di spiegargli che dovrò pagarla con i soldi con cui avevo pensato di partire per l’ (o)staggio, ma al direttore che gli frega? lui sta a Bruxelles e pensa che la storia dei precari che non sanno come vivere sia un romanzo d’appendice. Direttore, ma lo sa lei quanto guadagnerò io ad agosto? Glie lo dico io guardi, settantacinque euri. Un po’ pochino non trova? D’altra parte lo so, mica è colpa sua se il mondo va a rotoli e i precari per riqualificarsi devono dare cinquemila euri all’almamater di stocazzo e vendersi il fegato. Che poi io me lo venderei anche, ma nessuno lo vuole. Lei, per caso, ha bisogno di un fegato giovane? Certo il mio non è proprio messo benissimo, ma meglio del suo ci metterei la firma.
 

Che cosa mi posso vendere oltre al fegato? la macchina no, soprattutto adesso che ha subito l’attentato. Un piede? I miei piedi sono molto belli, giuro. Anche le mani niente male. Gli occhi no, sconsiglio vivissimamente. Cervello ne ho poco e completamente fottuto. Insomma sono messa maluccio in quanto a offerta. Che faccio? Che poi tutti mi dicono che mi stimano, tutti mi dicono di stare tranquilla, che il mio lavoro e il mio talento prima o poi verranno riconosciuti, tutti mi dicono seipropriounafica tutti mi ripetono che siamo sulla stessa barca.Eh no che non siamo sulla stessa barca, io gente che ad agosto guadagnerà settantacinque euri ne conosco pocassai, e di essere una fica me ne strafrego.Non siamo tutti sulla stessa barca, io per esempio sono su una zattera pronta ad affondare. Che faccio, mi tuffo?E poi tutti mi dicono che mi amano.Bugia, bugia, bugia.Non mi amano.Poi arriva quello col suv che mi butta sotto e mi dice che sono una cicciona strabica. E io penso vedi, lui si che ha trovato l’essenza della Vitantonio. Lui diventerà il mio guru, il mio spacciatore di fiducia. Ho settantacinque euri, che mi posso comprare un pezzo di religione da te, o mio guru del turpiloquio? 

A me certi giorni mi viene da piangere, mi infastidisco da me e mi sembra che ho sbagliato tutto. Soprattutto ho sbagliato a venire a Firenze in auto. In torpedone dovevo venire, cazzo, come ad Ajazzone.

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Lug 05 2011

Fabiano, noi.

Avevo deciso di non scrivere niente a riguardo dei fatti di domenica. Avevo deciso così perchè io non ero in Val di Susa. Ero in turnè a guadagnarmi cinquanta euri, persa nel cuore dell’Italia terremotata insieme al mio socio, entrambi attaccati al telefono e a internet, entrambi sconvolti, entrambi esterrefatti.
Tornati a Bologna ci siamo precipitati al centro sociale per capire cos’era successo e abbiamo trovato compagne e compagni di lotta (perchè proprio di compagni si tratta, di persone con cui dividiamo la vita, le idee, le lotte, la rabbia e la gioia delle nostre giornate appese a fili tesi da qualcun altro). Compagne e compagni preoccupati, sconvolti pure loro, estremamente incazzati per la situazione in cui si trovavano Fabiano, Jacopo e Gianluca, epperò allo stesso tempo fieri perchè sapevano e sentivano che quella di domenica era stata una grande giornata di lotta, sapevano che, checchè ne dicessero i giornalisti (giornalisti???), essi, tutti, avevano risposto a un appello e ad esso erano stati fedeli, un appello che parlava di beni comuni, di amore, di autogoverno, di fierezza e, davvero, di un sentire condiviso che va oltre i confini territoriali delle nostre piccole borghesi città che ci vorrebbero tutti chiusi ognuno nel suo meschino mondo allo sfascio.

Ebbene, io la gioia non riuscivo a condividerla, non ci riuscivo no, perchè in Val di Susa non c’ero, e mi sentivo soltanto sola, preoccupata, e soprattutto incazzata, perchè per ventiquattr’ore non avevo potuto fare altro che leggere giornali che ci descrivevano come violenti, aspiranti terroristi, gente che si organizza per mettere a ferro e fuoco questo paese e che non vede l’ora si presenti l’occasione per fare casino in maniera indiscriminata, strumentalizzando movimenti che altrimenti sarebbero “puri”.
Non sono nuova a questo genere di comunicazioni. Ricordo con orrore i miei giorni genovesi nel 2001 e la quantità di menzogne che i giornali pubblicarono fino a che Diario non sbattè le foto delle torture in prima pagina. Con altrettanto orrore e disgusto ricordo il tentativo fatto dai media per distruggere il grande movimento che confluì a Roma il 14 dicembre, ricordo di aver provato questo stesso disgusto e questo stesso senso di impotenza. Era solo sei mesi fa. E riuscimmo, tutti e tutte insieme, a vincere contro questa narrazione imposta dall’alto attraverso le nostre voci, i nostri racconti, la nostra vita. Tutti diventammo improvvisamente lampadieri a rischiarare con la nostra voce il putridio prodotto dall’opinione ufficiale.

Ecco allora io non c’ero domenica in Val di Susa, però il pensiero di come, tutti insieme, ci siamo riappropriati della storia del movimento che ha portato al 14 dicembre, quel pensiero mi spinge a scrivere oggi.
Si fa presto a distruggere le persone. E io non so quanto questo blog possa scalfire il muro di menzogne costruito dai giornalisti (giornalisti????) in queste ore.
Però ci provo, con rabbia, dolore e orgoglio.

Fabiano non è “un pregiudicato”, ma una persona che mette in gioco il suo corpo e la sua testa da anni per difendere i diritti della gente come lui e come me, ma non solo. E’ uno che si è sbattuto per mesi, anni, per raccogliere le firme che ci hanno portato al referendum. E lui in piazza a festeggiare non c’è manco venuto, perchè stava lavorando. Fabiano è una persona che crede nella possibilità di rivendicare i nostri diritti, e ci crede così tanto da mettersi in gioco in prima persona, ogni giorno, in ogni momento della sua vita.
Fabiano non è un professionista della guerriglia. Al presidente della repubblica (due parole che scrivo deliberatamente con la lettera minuscola) vorrei chiedere signor presidente, secondo lei uno che lavora tutti i giorni dalle sei di mattina e  che quando finisce di lavorare si dedica portare avanti progetti come una palestra popolare in un quartiere dove non ce ne sono, o la sensibilizzazione delle persone su temi come l’acqua, il nucleare, i beni comuni, secondo lei presidente questa persona dove cazzo lo trova il tempo per andare a organizzarsi e diventare un professionista della guerriglia? Qua non stiamo in america signor presidente, questo non è un film sui cowboys, non esistono luoghi segreti dove facciamo le cose sporche, signor presidente, la vita di Fabiano, come la mia e quella di tutte e tutti quelli che erano in Val di Susa, non ha stanze buie e chiuse a chiave, le nostre vite e i nostri corpi sono in piazza, esposti, ogni giorno, con dignità e fierezza. Sono le vite che quelli come lei hanno disegnato, vite appese a fili sempre più sottili, vite che si muovono in labirinti sempre più fitti, senza bussola, sì, perchè la bussola l’avete rubata da tempo. E ciò che quelli come noi possono fare è lottare, mettendo in piazza l’unica cosa che hanno: il corpo.

Lottare per riprenderci quello che la sua generazione, signor presidente, ha insegnato essere un diritto: libertà, diritti, beni comuni, e soprattutto dignità.
Salvo poi riprendervi tutto una volta che ve lo eravate garantito per voi. Complimenti.
E visto che ci avete rubato tutto, signor presidente, visto che lo stato -che noi contribuiamo a tenere in piedi lavorando come precari e lasciandoci sottrarre il nostro tempo e le nostre giornate, oltre ai nostri soldi- ci chiude in confini sempre più intollerabili e angusti arrivando a sottrarci beni che dovrebbero essere non solo garantiti ma naturali, visto che avete già fatto questo non vi rimane che agire proprio sui nostri corpi.
E lo vediamo bene, l’abbiamo visto dieci anni fa a Genova e ripetutamente l’abbiamo sperimentato in questi anni. Che li diffondiate o meno, i racconti di tutti quelli che sono stati prelevati nelle manifestazioni e sottoposti a trattamenti a dir poco inumani, noi li conosciamo.
Adesso ci avete preso Fabiano, Jacopo e Gianluca, e non solo li avete costretti a subire delle vere e proprie torture (perchè di torture si tratta, insomma, non c’è bisogno di scomodare il devoto-oli, credo che il presidente della repubblica e i giornalisti dovrebbero conoscere a sufficienza l’italiano per capire che ci sono alcune parole il cui significato è chiaro e condiviso), non solo li avete presi.

Li avete torturati e siccome non bastava state cercando di distruggerli attraverso la diffusione di notizie che li scherniscono, diffamano, umiliano.
Io a questo gioco, mi dispiace, non ci sto.
Dove volete arrivare, dove potete arrivare?
Questa non è una gara a chi è il più forte. Perchè i più forti siete voi. Avete le armi, i lacrimogeni, le torture, gli uomini addestrati (voi si), avete la possibilità di minacciarci di chiudere i luoghi dove da anni costruiamo alternative possibili e produciamo cultura, e soprattutto avete un servile apparato informativo che vi sostiene.
Però noi abbiamo una cosa che voi non avete più, soffocata dalle vostre stesse bugie.
Abbiamo la dignità, e tutti i vostri racconti inverosimili non ce la potranno portare via.

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Lug 05 2011

oggi sono muta

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Giu 30 2011

amami accoltellata alle dueccinquantuno

Alle dueccinquantuno mi sveglio che il telefono suona. Ma dico come cazzo ti viene da suonare, telefonomiovegliardo, alle dueccinquantuno di una notte di tempesta?

Penso Pentothal per un amore telefonico
penso Vitantoniosenior per qualche tragedia
penso financo il Socio per comunicarmi un’ illuminazione dell’ultim’ora
ma invece il telefono proclama numero sconosciuto e quando finalmente esco dal sonno e rispondo nessuno dall’altra parte proferisce alcunchè.
Che ti viene un pochino da incazzarti.
Eh già che sto avendo delle giornate e delle nottate nientemale, che mi sveglio con la schiena come se m’avessero pestata e la casa mi sembra troppo grande o troppo piccola e i sogni sono sempre le peggiori proiezioni delle più grette paranoie.

Pioveva, stanotte, pioveveddiluviava, io volevo solo dormire e non pensare che il ministero degli esteri lo odio, lo odio porca miseria, per la firma che non mette e di conseguenza perchè si tiene nel pugno di ferro suo la mia squallida vitarella, lo odio il ministero degli esteri che non mette la sua stronzissima firma e mi fa stare in quest’angoscia di non sapere che cosa ne sarà di me nei prossimi mesi, io vorrei solo partire solo andare solo darmi la possibilità di guardare con occhi nuovi nuove cose, io lo odio, il ministero degli esteri, e stanotte il cielo greve si riversava sulle strade di Bologna producendo odore d’estate e mare e infanzia ma io mi rigiravo tra le mie lenzuola biancherrosse, finestra socchiusa, una solitudine incazzata, le travi a moltiplicarsi e ridursi in una persecutoria allucinazione, mi rigiravo con la schiena che urlava e pensavo al ministero degli esteri e a come la mia stracazzo di vituncola sia appesa ancora una volta al filo che qualche Parca reciderà, una Parca dal viso sconosciuto, e io là ad aspettare, io che mi stropicciavo tra le mani una lettera indirizzata al mio extutto, lettera scritta un mese fa e ancora in mano mia per paura per terrore per vigliaccheria, mi rigiravo la lettera tra le mani e odiavo il ministero degli esteri e odiavo lui, il mio ex, e avrei voluto che morisse in quel momento fulminato davanti alla mia finestra, e la lettera avrei voluto masticarla digerirla avrei voluto.

Pioveva, mi rigiravo, odiavo e pensavo a due domande, due domande che ieri mi sono arrivate come coltelli e m’hanno ferita perchè non sapevo la risposta e avrei voluto tanto saperla. Due coltelli sottiliappuntiti che sono entrati piano, precisi, profondi, proprio in quel punto molle che non riesco a difendere che non riesco a chiudere. Mi guardavo la ferita che colava sangue mio, mi guardavo il sangue che scendeva e io non morivo, non morivo ma il sangue usciva e mi sembrava di essere Prometeo, cazzo, con questa ferita che più sanguinava e più io ero viva, con questi coltelli avvelenati e il mio sangue rosso caldo nell’odore che mi sgorgava a fiotti e la casa non era più bianca era tutta rossa del mio sangue e delle domande a cui non avevo saputo rispondere e della sofferenza e dell’odio per il ministero degli esteri e per il mio ex maledetto lui nei secoli dei secoli.

Alle dueccinquantuno il telefono ha suonato ed erano solo i coltelli che premevano tra carne e ossa, nessuna voce nessuna comunicazione soltanto un sogno interrotto, sogno di me che improvvisamente mi trovavo ad andare a Berlino perchè il ministero degli esteri non mi aveva firmato la stracazzo di convenzione e io a Berlino non ci voglio andare ma a questo punto a questo punto io vado dovunque, pensavo nel sogno e penso adesso, perchè i coltelli bruciano e fanno male e le domande cui non so rispondere sono sempre troppe e perchè io

io cazzo non sono una di quelle persone che si lasciano col fidanzato
per mettersi con quello successivo che è già alla porta che aspetta

io non ho mai scritto uno spettacolo subito dopo aver finito la turnè di quello prima

io non sono mai ripartita appena dopo essere tornata

io so stare, questo lo so questo l’ho scoperto questo l’ho imparato, so stare nel passaggio so stare nell’unicità io non ho bisogno che una passione sostituisca l’altra io so stare anche nel vuoto so camminare sul filo che c’è in mezzo e so che anche questa è vita anche questa è densità anche questa sono io, il cammino che dal vuoto mi porterà a un nuovo pieno che non so quando nè cosa sarà però so che sarà e io sono fiera, cazzo, sono fiera di essere capace di vivermi i passaggi, anche se a volte i passaggi si chiamano lutti.

 

E però cazzo il ministero degli esteri potrebbe mettere la sua stronzissima firma e liberarmi e farmi partire
e poi anche il mio ex potrebbe scomparire in una dimensione parallela una volta per tutte
e poi tutti questi che non mi dicono se mi fanno fare gli spettacoli oppure no
ecco anche loro potrebbero darsi una mossa
e chi non sa se mi ama oppure no potrebbe decidere,
a me mi va bene qualsiasi cosa,
se non mi ami ci sto dentro il mondo è bello uguale soffrirò ma passerà come tutto passa
e se invece mi ami cazzo
amami
abbi finalmente coraggio
amami
come il temporale che stanotte ha invaso
Bologna la strada la casa le travi il sangue
amami alle dueccinquantuno
io non ho paura.

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Giu 23 2011

Piccoli esempi di precarietà bestiale

Alcune settimane fa mi chiama Alessandra Marolla, regista che ha inserito nel suo video “PrecariEtà” un pezzettino di OTTO nonchè un’intervista alla sottoscritta me medesima in qualità di attrice precaria. Mi dice tutta contenta che le faranno uno speciale nientepopodimenocchè su radiotre e che il regista vorrebbe inserire un pezzettino dello spettacolo nello speciale. Io dico fichissimo! L’unica cosa, sai, dovrebbe essere citato il mio nome durante la trasmissione, non è che voglio che la rai mi paghi (come invece fanno altre emittenti, per esempio quella svizzera) ogni volta che passo in onda, ma almeno il nome, cazzo, del resto OTTO e sotto licenza creative commons e queste sono le regole. Lei mi dice non c’è problema ti chiamerà il regista in persona.
Cavolo, il regista in persona, penso io, che deve essere proprio uno strafico se fa una puntata sulla precarietà. Allora a un certo punto mi chiama questo regista e ovviamente io stavo facendo tre cose contemporaneamente di cui due volte al reperimento di danaro per l’affitto. Cotesto regista senza troppi preamboli mi dice

Senti, la trasmissione l’ho montata, spazio per il tuo nome non ce ne sta. Piuttosto che metterlo faccio prima a togliere il pezzo del tuo spettacolo dal montato.

Non sto scherzando, mi dice proprio così. Io rimango un pochino contrariata, visto che la radio la faccio anche io e ho imparato che la prima cosa è citare gli autori dei pezzi che si usano, diciamo, la prima cosa è il rispetto ecco, rimango contrariata pure perchè si tratterebbe di precarietà, cazzo, e allora a che gioco giochiamo? mi fai la trasmissione sulla precarietà e mi tratti come una bestia? rimango un pochino contrariata ma non faccio in tempo a ragionare perchè lui mi dice subito

Tutto quello che posso fare è mettere il tuo nome sul sito della trasmissione.

Che cosa avrei dovuto fare? probabilmente se fossi stata un po’ meno vigliacca avrei dovuto dire oh, ma sai che ti dico, vedi dove te ne devi andare, tu e la tua trasmissione sulla precarietà, tu non hai proprio capito un cazzo della precarietà e io a questo gioco non ci sto, non ci sto perchè tu in questo momento stai usando il tuo potere per farmi accettare una condizione a dir poco iniqua, non ci sto perchè quello che fai non solo è ingiusto ma è pure illegale, non ci sto perchè io con questo spettacolo ci mangio, e già è allucinante che tu non mi paghi il passaggio radiofonico, figuriamoci poi se non mi dai nemmeno quello straccio di moneta di scambio che si chiama visibilità, oh, ma siamo matti?

Lo so, avrei dovuto dire tutto questo. E invece non ho avuto il coraggio di farlo. Il risultato è stato che il mio nome in trasmissione non è stato fatto, e sul sito ci sta la fotografia mia, peraltro di un altro spettacolo, che con OTTO non c’entra una cippalippa, ovvero “non vengo dalla luna”, senza nessun tipo di specifica, roba che se uno va sul  sito pensa che la tipa fuori di testa nella foto è Alessandra Marolla,  e invece sono io, cazzo, sono io che stavo facendo uno spettacolo che parla proprio di questo, di quanto sia stanca di essere trattata come una risorsa oggettiva senza che mi venga riconosciuto alcun diritto, di quanto sia esasperata dall’uscire sempre sconfitta dalle stronzissime relazioni di potere, di quanto mi faccia schifo scendere a patti con chi in quel momento è più forte di me, eppure non abbia scelta perchè altrimenti non mangio.

E pure questo post, se qualcuno della rai lo vede, lo so che mi porterà solo grane, perchè io sono una sola, e il mio potere è ridotto alla denuncia sul mio stracazzo di sito o, se sono fortunata, a una manifestazione all’anno in cui posso esprimere la mia sacrosanta rabbia. E tanto per parlare di visibilità, di questa dorata moneta di scambio con la quale mi ci faccio il bidet, il mio sito ha avuto tredici visite dal quello della rai, t r e d i c i, non so se mi spiego, grazie tanto, tredici visite me le guadagno con molta più facilità durante un aperitivo.

Bella menata, eh? Io più ci penso più mi incazzo, e non posso fare niente, se non scrivere la mia rabbia sul mio stronzissimo sito e per questo correre pure il rischio della denuncia perchè chi ha il potere ti può sempre denunciare, anche se ha torto.

E comunque, anche per questo, stasera ho contribuito all’organizzazione di un evento che parla proprio di precarietà. Ci sarà il video di Alessandra, ci sarò io, ci sarò Laura Pasotti e ci saranno i precari e le precarie, ecco. Se siete a Bologna stasera, dalle 20 in poi, al TPO parliamo di noi.

Ma vaffanculo

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Mar 31 2011

un po’ porno

finisce che questo magone d’inizio primavera si trasforma in un afflato un po’ porno, in uno sguardo un po’ obliquo che dirigo impertinente verso chiunque soprattutto verso chi lo vorrebbe schivare.
Sono momenti in cui si può andare indifferentemente da una parte dall’altra, potrei piangere e invece scoppio a ridere improvvisa durante la lezione più seria di tutto il master, m’incazzo senza il minimo ritegno, mi freno dal frenarmi.
Voglio dire quello che penso, guardare quello che mi pare, giudicare quello che preferisco perchè tanto, prima di tutto, giudico me. E lo so che sono giustificazioni ingiustificanti lo so che questi giochi di parole celano sottili sindromi da peterpan ma poi, che me ne importa?

Un po’ porno, divento, un giornaletto che si guarda e non si dovrebbe, il retro dell’edicola, quello dove puoi sempre dissimulare perchè ci sono pure le riviste di bricolage. Che cosa succede se una donna mette le tacche alla cintura? Che succede se guardo una persona e mi domando semplicemente come sarebbe fare sesso con lei, così come mi domando come sarebbe berci un bicchiere di vino in più, vederla ubriaca, condividere un segreto, andare al cinema a vedere una pellicola francese?

Che cosa succede se i tabù mi annoiano? Se mi piace mangiare la carne cruda attorno alle ossa? se dei pesci preferisco gli occhi alla polpa del ventre? Cosa succede se metto tutto sottosopra e mi diverto? E che cosa succede se poi, all’improvviso, proprio nel mezzo di questo mio proclamare la proprietà del desiderio, m’innamoro di un maschio borghese e voglio solo lui e sempre lui e mi trasformo in una geisha fino a quando non succede che l’amore se ne va da un’altra parte e cioè lontano da me?

La mia obesità intellettuale mi rende troppo strette tutte le fottutissime caselline, arrivo e già sono andata via, non ho rispetto non ho creanza, pedalo cantando come un’assassina, non mi fermo al rosso, ascolto musica a volume troppo alto, piglio il controsenso con scioltezza, non mi fermo.
Ma pago le tasse.
Ho anche io le mie contraddizioni.

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