Archive for the 'londra' Category

Ott 11 2010

where is me

quando lavoravo come baby-sitter nella famiglia più queer di Londra Nord una delle mie cose preferite era fare il bagnetto al piccolo lord di due anni. Avevamo una serie di giochi segreti tipo il tuffo nella bagnarola, l’innaffiatoio dell’ultimo momento, lo srofinamento delle orecchie. Lui era contento. Io pure. La cosa che preferivamo era però la strigliata finale. Gli mettevo l’asciugamani attorno alla testa coprendolo completamente e strofinavo vigorosamente costringendolo a furiose vibrazioni che lo lasciavano piuttosto scosso e gli facevano esclamare ogni volta

where is me?

non where am I, non dove sono io, no, ma dove è me. E adesso che me ne sto rintanata in questo monolocale in via orfeo, adesso che l’aria della mia monostanza odora del fantasma di una nuova incontrollabile depressione, mi viene in mente la piccola divinità indoinglese che si chiede where is me e me lo domando io pure, where is me. Dove sta il me al quale debbo rendere conto? dove sta il pezzo di me che davvero guarda dentro e guarda fuori? Dove sta il me che nessun fidanzato disonesto potrà sottrarmi? il me che nessun datore di lavoro avaro potrà intaccare con i suoi insulti alla mia dignità, quello che nessun amante dell’ultimo momento riesce a incontrare attraverso i miei occhi.

Dove è me, dove è io, mi domando da questa mattina mentre costantemente lotto contro il sonno della sconfitta, invento cose che mi devo fare, riempio l’agenda di inutilità, fisso appuntamenti dicendo che sì, mi fa bene, mi illudo di essere qualcosa di visibile per la gente attorno a me. Dove è io, mentre tutto attorno a me mi fa domandare che ci faccio qui, in questa città che non è casa non è riparo non è rifugio, dove tutte le relazioni sono sufficientemente allentate da lasciarmi sola proprio quando non dovrei, dove non c’è una sola persona con la quale non mi vergogni a far vedere come sto veramente.

Che ci faccio qui, dove le persone lasciano trascorrere ore, a volte giorni, prima di rispondere ai miei disperatamente autoironici messaggi d’aiuto, dove chi mi sta vicino probabilmente si lamenta per la mia incredibile e impensabile pesantezza senza rendersi conto di quanto ogni respiro mi sia faticoso.

Mi sveglio la mattina prestissimo, già il collera con il mondo che mi ha voluta così, svuotata di ogni senso, e vado a correre come una fanatica del jogging in mezzo a dog sitter filippini che non hanno nemmeno la forza di guardarmi il culo. Mi invento strutture inesistenti impegni inderogabili mi do le regole, mi do, mangio due volte al giorno e faccio anche uno spuntino a volte mi peso e non peso mai quanto vorrei, guardo la mail innumerevoli volte al giorno nell’attesa che il mio me finalmente si degni di scrivermi e di dirmi che è pronto ad accogliermi di nuovo, magari che ne so un giorno mi farà una telefonata o pubblicherà un evento su facebok e io finalmente avrò ritrovato un senso.

Io e me.

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Giu 29 2010

la lingua giusta dell’addio/the right language for farewell

And I find myself walking in this unexpected peace, one o’clock in the morning and the last evening is gone, and it’s gone forever, and I don’t know how many other last evenings I’ll have to join during the forthcoming years, but what’s the meaning of writing in English if already I’m half gone?

un piede di qua e un piede di là, barcollo in questa assenza bagnata
la notte è calda e meriterebbe uno dei miei exploit più naif, potrei forse danzare davanti alla vecchia volpe che è l’unica spettatrice dei miei ultimi passi notturni, invece continuo a camminare, lentissima, una gamba davanti all’altra, un piede dopo l’altro, sento il fruscio del vestito che si mescola con la musica che mi ostino ad ascoltare perchè questa pace così repentina non la voglio sentire, attorno a me. Non voglio ascoltare non voglio guardare, il profumo dei fiori di questa stradina non lo voglio sentire più, perchè tutto è già mancanza, tutto è già una storia d’amore finita male dal principio, che lo sapevo, lo sapevo che non era per sempre, che manco nella pubblicità dei diamanti, voglio dire, no che non era per sempre, nella mia vita per sempre non c’è mai stato niente figuriamoci poi quando sono proprio io a decidere la lunghezza delle cose. Sono diventata la parca di me stessa. Per evitare che sia qualcun altro a tagliarmi i fili dell’esistenza arrivo io, per prima, implacabile come uno dei lugubri corvi della regina che mi hanno fatto compagnia in tutti questi pomeriggi londinesi mentre aspettavo il nobile indoinglese che usciva dalla sua costosissima scuola privata davanti alla cattedrale di St Paul.
E così avevo deciso mi do un anno, un anno a Londra, poi rientro poi basta sarà una parentesi, così mi ero detta, una parentesi una specie di regalo. Non avevo pensato a quante rivoluzioni ho fatto in questi mesi, ogni mattina sulla bicicletta più pesante del mondo a tagliare lo smog e l’indifferenza dei negozianti turchi affacciati dalle loro botteghe su Green Lanes. Non ci credevo davvero, che ogni pedalata fosse una piccola impercettibile rivoluzione, e invece era proprio così, e ogni rivoluzione si porta morti e feriti e a volte sono morti e feriti che non c’entravano niente sono pezzi che cadono solo perchè non hanno tenuto il ritmo sono le così dette vittime civili sono quelle che in fin dei conti non ci stavano capendo un emerito niente, della rivoluzione, e forse per loro, in fondo, non avrebbe poi fatto una gran differenza vivere senza la rivoluzione ecco questo penso

che dentro e fuori di me ci sono decine e decine di queste vittime civili e io sentitamente porgo le scuse di stato ma di più non posso fare perchè la rivoluzione esige i suoi morti, hanno voglia a venirmelo a raccontare i portoghesi, che la rivoluzione dei garofani ha fatto un morto solo, non è vero, ne sono morti molti molti di più prima e dopo silenziosamente sono morti anche solo perchè non sapevano accettare

Adesso improvvisamente mi gira attorno una zanzara, la prima zanzara che io abbia mai visto a Londra e mi domando che cosa ci fa, la zanzara, sveglia a quest’ora, mentre io scrivo innumerevoli testamenti e una parte di me, una parte piuttosto grossa, vorrebbe buttare la valigia e tutto il suo contenuto una grossa parte di me se ne frega della valigia dei vestiti del computer una parte di me vorrebbe andare via e lasciare tutto qui perchè la marea di oggetti che mi trascino pesantemente è una marea di nulla, un nulla denso e inutile che non contiene in sè nessuna delle cose delle persone che ho trovato qui, e mi viene una rabbia tale che vorrei prenderla a calci, la valigia piena di nulla insaccato stipato chiuso faticosamente un nulla ingombrante non c’è che dire un nulla che pesa almeno due decine di chili.

Che me ne faccio, delle cose, se sento che non lo so, dove voglio metterle? Che me ne faccio di questi vestiti se non so quando indossarli?Perchè ho tutti questi oggetti assolutamente privi di senso e non riesco invece a trovare uno straccio di contenuto e tutto è cazzo mi vengono le parole in inglese questa è la verità mi vengono le parole in inglese e stavo per dire meaningless e non mi viene, non mi viene il sinonimo in italiano, e però da un lato mi vengono le maledette parole in inglese ma dall’altro il mio inglese è oscuro e in parte incomprensibile dunque tanto vale tornare in un posto dove almeno ho l’illusione che si parli la mia stessa lingua, NO? tanto vale. Ecco cosa dico. Dico che tanto vale. E invece non vale tanto non vale uguale non vale e basta.

Mancano poche pochissime ore a questo ritorno che mi porta verso un ignoto ancora più profondo di quello che lascio.
Troppe poche ore mancano a troppe persone non ho detto addio e quelli che mi hanno salutata tutti mi hanno chiesto quando ritorno, eh, quando ritorno? E io non lo so, se ritorno, se ritornerò mai, perchè in verità io non sono mai tornata da nessuna parte, sono sempre andata in luoghi nuovi e non lo so, se questa volta ritorno

mi si chiudono gli occhi e dovrei dormire ma una volta che avrò deciso di farlo ecco sarà terminata anche quest’ultima notte di interrogativi esistenziali che manco nel peggior bignami di filosofia

allora lo faccio chiudo questo post spengo il computer mi lavo persino i denti e mi metto a dormire a dormire che tanto una dormita vale l’altra e forse domani non mi sembrera’ poi tanto terribile.

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Giu 28 2010

la verità

è fottutamente difficile e doloroso ecco cos’è. Ho un pezzo del mio cuore che si è nascosto in questa città e non riesco a ritrovarlo per riprendermelo e portarlo a casa. Sono arrivata, ho fatto tutti i casini che avrei potuto fare più qualcuno che non avevo preventivato, ho attraversato tutte le fasi del manuale del migrante e adesso ho una valigia gigantesca piena di cose di cui fondamentalmente non me ne frega niente, ecco, ma pesa pesa la stronzissima valigia e non lo so nemmeno io perchè mi sono intestardita a riportarmi indietro tutti questi inutili vuoti pesanti oggetti. Che cosa me ne faccio.
Adesso sono qui nella stanza che ho amato che ho odiato, che avrei voluto condividere col mio uomo e invece non cel’ho fatta così come evidentemente non cel’ho fatta a condividere sufficientemente quest’anno, me ne sto qua e c’è una stranissima puzza di gomma che non so manco cosa sia e ho cose cose cose su cose cose sparse dappertutto e ho cercato di lasciare questo e quello ma comunque trattengo troppo con me, troppo trattengo e intanto quello che dovrei riportare a casa quello non lo ritrovo.

L’ho perso.

Sanguino.Perdo pezzi di me che dovrei tenere ben stretti. Sanguino e mi sento come se camminando stessi lasciando una tremenda scia di sangue e organi e pezzi di carne viva che sono io.
Ed è una sensazione che si, ricordo, lontanissima, ma pensavo mai più l’avrei provata. Questo distacco che pensavo festoso che avevo programmato felice si trasforma in un circo di piccole tragedie di innumerevoli numeri riusciti male.
Ho dentro di me trapezisti che si rompono gambe, giocolieri che mancano la clava, leoni che si bruciano la pelliccia, e poichè mi sembra di non essere in grado di vivermi le cose nella loro densità dolorosa mi rifugio dentro questa immaginaria combriccola grottesca che, comunque, continua lo spettacolo fino alla fine.

Non lo so, non lo so cosa sia successo in queste ultime due settimane ma a un certo punto mi sono resa conto che non era vero, non era vero che non mi fossi lasciata toccare, non era vero che fossi incolume, non era vero nemmeno un po’, perchè questa città-macelleria mi ha riempito le narici per un anno e mi ha irreparabilmente cambiata e adesso ecco, adesso non lo so cosa voglio, che uno dice vabbè quello anche prima, si lo so anche prima ma adesso in più c’è che sento che non voglio più quello che volevo prima e mi sento che nonostante la sofferenza e la solitudine questo anno difficilissimo mi ha dato qualcosa di indescrivibile e di prezioso e cioè mi ha fatto vedere sulla mia pellaccia di mulo testardo quale sono che ce la posso fare anche da sola, in qualche modo. Che a uno può sembrare scontato ma invece per me non è scontato per niente e allora con questo ritorno e lo so che sarà dolorosissimo lo so.

E dunque ieri abbiamo concluso questo anno di scuola con uno spettacolo allucinante, la gente all’impiedi in platea e sui palchetti batteva le mani come impazzita e noi grondavamo sudore misto a trucchi e i miei baffi finti bruciavano non più neè meno del naso posticcio di uno e della parrucca dell’altro, e ho guardato i miei maestri e volevo piangere, ecco cosa volevo fare, volevo piangere e che loro mi vedessero piangere di gratitudine e di rabbia e di amore prima che fossimo tutti troppo ubriachi. Invece non ho pianto ma ho ballato con tutti e con tutte anche con quelli con cui non ho mai avuto uno straccio di relazione ho ballato e poi a un certo punto ho cantato. Non avevo mai cantato per i compagni di quest’anno mi ero tenuta il mio segreto ben stretto invece ieri sera in un parco a piedi scalzi ho cantato e i compagni e le compagne hanno ballato mentre cantavo per loro.

Fino a che non è arrivata la polizia. Che erano le tre ed eravamo pur sempre nel centro di Londra, non era polite. Abbiamo riso mentre tutto il parco popolato da sconosciuti si rammaricava che dovessimo lasciare la piazza e ci ringraziava per la nostra musica.

Tant’è. Volevo venire a Londra, poi ci sono venuta e sono stata bene e sono stata male e ho perso moltissime cose moltissime e non le avrò mai più ma altre ne ho guadagnate. Poi me ne volevo andare. Ma mi ero imposta di restare. Mo me ne devo andare. E volentieri resterei. Quanto so’ rincoglionita mioddio quanto.

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Giu 23 2010

e io pago

Che mi sa tanto di essere uno di quei fortunati esseri umani che pagano tuttotutto ma proprio tutto. Arrivo sempre quando sono finiti i saldi, quando i prodotti in promozione sono gia’ stati venduti, e pago il prezzo pieno senza poter fiatare.

La felicita’ che conosco si porta sempre una risacca profonda come quelle dell’oceano che mi ricordo io, decine e decine di metri di terra che compaiono e scomapiono quattro volte al giorno in poco pochissimo tempo. C’era l’alta marea solo un attimo fa, i miei pesci sguazzavano che era una meraviglia, era tutto un fiorire di rigogliosita’ e simili metafore faunistiche, e poi zacchete arriva la marea bassa. I pesci si sono fatti prendere un po’ dal panico. Come al solito qualcuno si e’ salvato e qualcun altro no. Boccheggiamo, io pesci stelle marine alghe e quant’altro, senza sapere se sia meglio spostarsi la’ dove c’e’ ancora un po’ di acqua o aspettare che l’acqua ritorni qua dove stiamo crepando noi.
Certo, in queste situazioni un po’ estreme come la vita e la morte tali considerazioni filosofiche rischiano di apparire un tantino inopportune. Cionondimeno (ma chissa’ dove l’ ho pescata sta parola) io e i miei pescetti siamo ancora qui che discettiamo. Intanto qualcuno gia’ stira le zampe.

Tutto stravolto, tutto stravolto. Tutto messo in discussione tutto rivoltato come il peggiore dei miei calzini bucati.
Lo so me lo dovevo aspettare, sono stata in questo posto un anno, e’ stata una delle cose piu’ importanti della mia vita, mi e’ successo di tutto e il suo contrario, sono stata sola come mai nei passati dieci anni, e adesso tie’, pensavo che un colpo di spugna e via, tutto sarebbe stato come prima. Ahime’ in questo libro non e’ cosi’, ho sbagliato collana.

Ma intanto sono le cinque e dieci e gia’ devo correre alla nursery a pescare il moccioso per consegnarlo alla legittima genitrice sano salvo e nobile come lei l’ha lasciato questa mattina. I sogni si sono dissolti con la marea e mi rimane un generale disappunto unito all’irresistibile voglia di un massaggio.

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Giu 22 2010

amletica

And what if i wake up and I don’t know In which language I should talk to the sleepy woman looking at my from the window of the mirror?
What if, once more, I don’t know if I’m here, or there, or simply nowhere because I’m not able to choose as a grown up should do?

Lost in useless translations between me and the huge parliament of all my secret voices. Don’t want to stay, don’t want to go.

What if I wake up and understand that yes, I’ve betted, yes I’ve finally betted really hard, butI didn’t even look at the number? What if I suddenly understand that the point it’s not only betting?

And I write in this ridiculous English, un-connected, dis-connected, un-connectable, ’cause it’s the only way I have now. If I don’t find the words it’s not the world that’s complicated, it’s my vocabulary that’s incredibly poor and silly.

It’s half past twelve and I should be nice and dreaming instead of rolling once more the last joint, here, starring at this useless machine that reflects me much better than a mirror.

Instead, because I’m what I am, I look for the lighter, and smile in this bed of  sub-amletic questions.

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Mag 30 2010

una questione di qualità

Ancora una volta nei momenti cruciali della vita mi ritrovo con gran tonsillite gola gonfiadolorante e soprattutto completamente afona. La mia autocensura è più efficiente di qualsiasi polizia. Vennero gli esami e d’un baleno arrivò pure il giorno in cui sbarcarono i miei genitori qui in quel di Londra, tutti spaesati e improvvisamente vecchi porca miseria, e io avevo fatto tutto benissimo che come dicono i miei amici qui io sono bravissima a organizzare i programmi, dovrei fare l’agente di viaggi e non l’attrice e forse non è un caso che l’unico premio nella mia vita io l’abbia vinto grazie al cts e non a qualche fondazione teatrale.
Arrivarono dunque mamma e papà e io tutto avevo preparato, albergo figo trasporto privato come due principini avrei voluto che si sentissero ma forse avevo trascurato un pochino l’allenamento emotivo ecco cosa avevo trascurato, avrei dovuto accoglierli da figlia adulta, indipendente cresciuta figlia che li accetta e che si accetta che non ha bisogno dell’assenso per essere quello che è. Vennero e avevano fatto del loro meglio per eseguire i miei ordini mascherati da consigli, c’avevano una valigetta a testa supercompatta e l’abbigliamento per ogni emergenza ma ciò nonostante loro non erano come avrei voluto e io men che meno mi ero trasformata nella figlia che avrebbero desiderato e dunque questi tre giorni si sono immediatamente trasformati in un incontro mancato intervallato da numerosissimi incidenti diplomatici e troppe troppe frasi nascondevano i miei e i loro si fa meglio come dico io.
Ogni silenzio ogni imbarazzo ogni frase malinterpretata nutriva il mio magone aumentava la distanza e l’unica soluzione era il consiglio di Miotsu ovvero andare a mangiare da Nando che per qualche motivo, io non lo so perchè, diventa presto un’isola franca, le dita s’appiccicano al pollo, litri di cocacola senza zucchero innaffiano gigantesche pannocchie transgeniche e in questo pranzo senza alcuna identità ritroviamo un’armonia dividiamo il riso il gelato la purea compartiamo il pollastro io sgranocchio le cartilagini lasciate da parte dai genitori proprio come quand’ero più piccola e loro mostrano una palese quanto finta e scherzosa disapprovazione. Quante ore avrei voluto rimanerci chiusa, da Nando, sempre là avrei voluto stare insieme a mamma e papà in questa tregua infinita in cui finalmente smettevamo di tirarci stilettate e diciamolo diciamolo soprattutto io la smettevo poichè in fin dei conti chi ancora recrimina ascolto accoglienza accettazione ecco quella in fondo sono io. Che poi non lo so. Magari anche loro ancora sognano che io possa accettarli così come sono, disastrosi a volte, e io invece proprio non ci sono riuscita questa volta, se non appunto nelle pause trascorse da Nando con le dita appiccicaticce e lo yogurt congelato che faceva schifo schifo davvero ma io e mia  mamma continuavamo a riempire la tazza per il puro gusto di poterlo fare.

Epperò mica sempre da Nando potevamo stare, li ho portati in giro cercando di esaurire ogni singolo desiderio eppure ero così insopportabile come sono e loro erano come sono sempre stati ovvero erano gli stessi a causa dei quali fuggii di casa tredici anni fa e in più erano pure invecchiati erano pure stanchi erano pure in fin dei conti due persone quasi anziane che quando le porti in giro un po’ devi stare attenta però come soldatini provavano a stare al passo col programma che avevo preparato per loro e che un po’ sembrava un’esercitazione di guerra perchè in fin dei conti sono un’imbecille ecco cosa sono.

Sono arrivati i miei genitori e se ne sono pure andati e non so quando li rivedrò come al solito perchè la mia vita mi ha portato lontanissima da loro e mi rimane questa grande sensazione di tristezza e di solitudine ecco cosa mi rimane. Mi rimane che ormai ho 31 anni e loro sperano soltanto che io adesso me la possa cavare coi miei mezzi e io invece sono quello che sono ovvero tutta uno scombussolamento interiore tutta una debolezza ecco sono una serie di piccole mancanze che a loro manco ho avuto il coraggio di raccontare perchè me ne vergogno financo e allora quello che posso fare è fare i programmi fingere l’agenzia di viaggi con la mia vita così almeno se metto qualche paletto so se sto dentro o se sto fuori.

E mi sembra che le persone intorno a me cambiano e io non cambio mai.
Allora per esempio domani volevo andare a mangiare le ostriche col Miotsu oppure volevo fare altre cose in sua compagnia perchè mi sembra una gran fortuna averlo incontrato in questa devastata macelleria ma poi finisce che mi sento orribilmente repellente mi sembra che ecco questo è uno di quei momenti della vita in cui è molto molto difficile stare in mia compagnia, ci vuole proprio una buona pazienza e tanta motivazione.
Finisce che queste cose le scrivo ora che il picco dei miei lettori ha raggiunto il numero di 6 al giorno cose mai viste davvero forse dovrei rendermi conto che c’è qualcosa che non va anche in questo blog.
Forse dovrei chiamare a raccolta il parlamento delle mie vocine e convocare una plenaria.
Forse dovrei ritirarmi a vita privata per un tot
Forse dovrei fumarmi una canna prima di prendere lo sciroppo per la tosse

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Mag 25 2010

totò, peppino e l’esame di mimo

Supersballottata sentomi in questo maggiodoroso.
Londra è improvvisamente tutto un tripudio di glicini e gelsomini e magnolie e rose e tulipani e narcisi e fiori sconosciuti tutto insieme tutto profumatissimamente mescolato nelle numerosissime aiuole che spuntano a ogni angolo di strada e questi inglesi sono così assetati di vita che se ne fregano dei loro vestiti eleganti se ne fregano del blackbarry se ne fregano della loro tenuta da clerks integerrimi si buttano sul primo fazzoletto verde che incontrano per trasformare le pause pranzo in improvvisati picnic sorridono gli inglesi tolgono scarpe e calzini si stendono su giacche con taglio all’italiana e sembra proprio di stare nella pubblicità della coppa del nonno non so se qualcuno se la ricorda, c’era quella canzone bellissima e tutto era avvolto in un antico color seppia una cittadina si muoveva in un’eterna primavera mentre persone di ogni sesso e ogni età mangiavano per sempre coppa del nonno.
Londra splende di goccioline di sudore a scuola lasciamo aperte le porte e accendiamo vetusti ventilatori mentre imperterriti continuiamo le nostre improbabili acrobazie dell’anima le nostre bislacche metafore del pensiero. Giorni d’esami, questi, giorni in cui sembra quasi di stare alle scuole superiori, che si respira quell’aria di apprensione di studio matto e disperatissimo ma anche di speranza e di gioia, che bello che bello quando arrivano gli esami e arriva anche il sole, e ogni giorno dopo lo studio ci sono un paio d’ore d’aria, l’aria vibra delle paure e dei sogni che ancora si degnano di visitarci alla fine della primavera.
Ho studiato ho studiato ho spalmato chili di crema all’arnica sulle cosce e sulla schiena ho provato e riprovato e infine oggi ho dato il mio esame, per la prima volta da quando faccio il mio mestiere sono andata in scena e non ho detto una parola, cinque minuti, da sola insieme al compagno Jimmy, in un duetto amoroso che mai mai duetto amoroso è stato tanto difficile per le mie articolazioni. Eppure oggi l’ho fatto ecco e non so bene come sia andata perchè come per ogni esame che si rispetti anche per questo c’è da aspettare qualche giorno i risultati, ma l’ho fatto e sono felice e sollevata e anche triste triste tristissima.
Ancora hanno da venire i giorni in cui tirerò le fila di questo anno, ancora un mese e mezzo a Londra, ancora un mese di prove per lo spettacolo di fine giugno, ancora molto ancora troppo ancora troppo poco. Mi sento di nuovo persa nella sala d’attesa della mia vitaeroporto.
E adesso troppa troppa troppa adrenalina ancora ho in corpo per pensare di andare a riposare, il rescue remedy stanotte non mi fa l’occhiolino, ho davanti a me molti nuovi viaggi forse un ritorno e sicuramente almeno un rimpianto, in ogni caso.

E’ forse questo essere adulti, dover in ogni caso portarsi con sè un rimpianto e io in qualsiasi caso dovrò fare una rinuncia ma d’altra parte prima o poi chiameranno il mio volo e io se sarò stata sufficientemente attenta forse forse partirò.

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Mag 19 2010

dopo gola profonda ecco a voi gola psicosomatica

A una settimana dagli esami e un mese dallo spettacolo ecco che mi trasformo in Amleto. Devo ammettere che stavo molto bene nei panni di Iago, mi ero molto immedesimata, stavo addirittura pensando di farci uno spettacolo. Che non e` detto, del resto, che non si faccia. Anzi penso proprio che, se continuero` a fare questo mestiere, mettero` presto o tardi in piedi uno spettacolo che si chiamera` il complesso di Iago, ecco adesso l’ho scritto e nessuno puo` rubarmi il titolo, che ci provi qualcuno, sfoderero` le piu` perniciose tra le mie armi e se non basteranno quelle oneste, visto che comunque parliamo di Iago, provero` con quelle disoneste. Ricordate che ho stretti contatti con la yakuza.
Ma insomma avevo esordito dicendo che proprio adesso che mi sentivo cosi` a mio agio nei panni del traditore dei traditori ecco che mi sono trasformata, a dispetto di me medesima. in Amleto. Ho financo cambiato tragedia. Tutti i miei dubbi esistenziali ritornano a galla. Ci ho davanti questo gran pentolone pieno di brodo ma dentro il brodo brancolano i cadaveri di tutte le mie domande senza risposta. Pesco e ripesco ne viene fuori sempre una nuova. E’ tutto di nuovo in discussione, tutto sottosopra. Questo brodo piu` rimesto piu` mi disgusta. Da dove parto, da dove comincio? Mi ero detta occhei, forse ho bisogno di parlare liberamente con quelli che piu` mi son vicini, forse questo trambusto puo` essere parzialmente risolto con dei civili colloqui all’occidentale, eppero` il problema ahime` a me fin troppo noto e` che spesso, assai spesso, non mi sento libera di parlare. Mi sento che se parlo, se dico quello che penso, faccio dei casini. Che poi e` un po` la verita`. Esprimendomi liberamente ho in passato troppo spesso creato dei gran casini e lo so, non e` giusto dover pagare per sempre per tutto cio` ma a questo proposito ho un’aneddoto che riguarda la mia infanzia e quella di mia cugina Valeria. Eravamo bambine al mare e mia madre provava a insegnarci a nuotare e non ci riusciva. Cercava dunque di persuaderci che noi eravamo ben piu` leggere dell’acqua, per questo avremmo galleggiato. A un certo punto mia cugina, ragazza peraltro molto intelligente, dice “zia io lo so che sono piu` leggera dell’acqua, ma l’acqua lo sa?”
Ecco cosi` mi sento adesso che quando provo a parlare mi viene quella paura irrazionale di perdere tutto di rimanere sola e finisce che non solo non parlo ma smetto di farmi delle domane, eludo il pentolone.
Come se non bastasse uno dei miei me ha deciso di farmi un regalo ovvero: essendo il problema legato alla parola, avendo questo mio me paura che io in un momento d’infelice incoscienza mi pronunci troppo liberamente provocando cosi` un effetto domino di catastrofi, il mio me mi ha fatto venire mal di gola. Un mal di gola che l’ultimo mi era venuto appunto diverso tempo fa, una volta che avevo paura di dire come mi sentivo.
Ci ho la censura psicosomatica.
Sono afona. Qualcuno dira` poco male, tanto i mimi non parlano. A questo qualcuno vorrei ricordare che i mimi parlano e che comunque non e` questo il problema. Sono costretta a un silenzio esistenziale. E non c’e` borocillina che tenga.
Certo un Amleto muto non si era mai visto. Se dunque provate a parlarvi e sembra che non vi presti attenzione vuol dire che sono concentrata nel ripetermi mentalmente essere o non essere…

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Mag 17 2010

incursioni in mondi paralleli

Ore sette e cinquanta esco di casa. Incredibilmente splende il sole su Londra, evento che io collego alle ceneri islandesi piu` che alla primavera, ma tanto fa. E` lunedi` mattina e non vado a scuola, gia` questo dettaglio, lo ammetto, mi mette di buon umore. Pedalo rapidamente destra sinistra destra sinistra mi avvio verso il centro citta` attraversando le mie zone preferite: Stoke Newington, Dalston, Kingsland, Shoreditch e finalmente Whitechapel. Ero cosi`contenta che non ho nemmeno portato con me la mappa e incredibilmente riesco a districarmi nel dedalo di viuzze dove -pare- Jack lo squartatore abbia lasciato le sue vittime morte e prive d’utero (il particolare splatter e` per i lettori che amano le tinte forti).  Whitechapel e` oggi Banglatown, e io dopo un pochino non so piu` dove mi trovo. Donne in sahri portano i bambini in una scuola musulmana, dai ristoranti gia` arriva l’odore del curry ed io sono l’unica fanciulla vestita all’occidentale di tutto il circondario (che lo so, ci vuole coraggio a chiamarmi ancora fanciulla). Eccomi finalmente in un vicoletto alquanto buio che pare essere la sede del job center. Avro` letto troppo Kafka, ma mi sembra che, una volta entrata, qualsiasi cosa possa succedermi. M’aspetto quasi che mi apra un impiegato in veste da camera e candela. Invece trovo in coda diversi immigrati, ne` piu` ne` meno che me, stranieri ne` piu` ne` meno che me, disoccupati almeno secondo la legge ne` piu` ne` meno che me. Tutti abbiamo deciso per un qualche motivo che ognuno bada bene a tenersi per se` di cominciare a lavorare in chiaro e dunque di iscriverci al collocamento della Gran Bretagna. 
Dunque oggi per la prima volta accedero` alla temutissima burocrazia inglese. Alle nove meno dieci siamo tutti fuori, almeno una ventina, e alle novimpunto ecco che le porte si aprono e veniamo invitati a metterci in fila onde entrare uno alla volta, consegnare la nostra convocazione e sederci uno per ogni sedia, mi raccomando uno per ogni sedia e se non ci sono piu` sedie prego da questa parte siamo spiacenti dovrete stare in piedi ma mi raccomando uno di fianco all’altro ecco cosi` signora lei si disponga di lato non si ammassi dobbiamo vedere le persone per favore non create confusione. L’attesa non dura molto. Il mio nome viene pronunciato come mai mai mai nella mia vita avrei pensato che potesse essere pronunciato (e vabbe’ lo so, mica e` obbligatoria la laurea in lingue per lavorare all’ufficio collocamento) e vengo invitata a salire al primo piano e a sedere ordinatamente in attesa che un apposito impiegato mi convochi. Di nuovo mi immagino un kafkiano funzionario in berretto da notte che m’attende sul divano e invece tie`, un giovane inglese dai tratti indiani mi chiama prestassai e mi invita con un sussurro a sedermi di fronte a lui. Non sento una parola e per tre volte gli chiedo di ripetersi. Crede che non capisca l’inglese e mi chiede se ho bisogno di un interprete. Inutile che provi a spiegargli che piu` che di una traduzione avrei bisogno di un apparecchio acustico, o piu` semplicemente che lui alzasse la voce. E’ polite fino all’esasperazione, l’impiegato, e non alza il volume di un decibel, mentre attorno a lui i suoi colleghi sono forse meno educati ma certamente piu` intellegibili.
L’intervista, che doveva essere una specie di proforma, essendo io una cittadina europea, e` un vero e proprio interrogatorio. L’impiegato vuole sapere esattamente dove e quando ho abitato, quante volte sono venuta in Inghilterra e quanto a lungo, e se per caso non rispondo con sufficiente precisione mi fa firmare un foglio dove ha scritto che non ricordo con esattezza le cose. A me viene da ridere. Piu` mi viene da ridere piu` lui si indispettisce e mi fa domande puntigliose sulla mia relazione con la regina e i suoi sudditi. Dopo una decina minuti di colloquio mi domanda come faccio a mantenermi in UK se non lavoro. Gli sorrido e avrei tantissima voglia di rispondegli sono fatti miei ma finisco con l’optare per un cortese sa, negli ultimi dieci anni, nel mio paese, ho lavorato e sono riuscita a mettere da parte qualcosa in modo da poterlo spendere durante il mio soggiorno qui che, come puo` vedere, e` temporaneo. E stavo quasi per aggiungere vedo bene che lei fa fatica a immaginare che io possa mai aver lavorato e percepito un salario e che esistano dei posti dove il salario puo` essere sufficiente a comprare qualcosa di piu` di tre vasetti di yogurt al giorno, eppure e` cosi`. Ma non ho fatto in tempo a colorare d’ironia la mia risposta perche` l’impiegato e` inorridito dal momento che nella mia lettera di presentazione dal college non e` specificato se io sia un signore o una signora. Sto per dirgli che se vuole posso dargli una prova inequivocabile del mio sesso  me evidentemente il miracolo di san Gennaro si compie e lui guarda il passaporto dicendo “beh, per fortuna nel passaporto e` specificato”.
Sono cosi` attonita da rimanere muta. Mi rispedisce in sala d’attesa dicendo che entro mezz’ora riotterro` il mio passaporto. Intanto mi sbircio intorno e vedo un impiegato che ore dieci magna un pacchetto di patatine all’aceto, un altro che, nell’impossibilita` di comunicare con un utente brasiliano, si fornisce di un interprete tramite vivavoce, una signora che cambia il figlio in fasce, uno che si e`perso. Ore dieciemmezza sono fuori. La mia pratica, dicono, sara` conclusa entro quattro-sei settimane, e avro` a casa il mio libretto di lavoratrice.

La burocrazia inglese non e` come me l`hanno descritta. E` molto peggio.

Per riprendermi da quest’esperienza molto piu` che surreale decido di tirarmi spago a scuola. Ma poi il senso di colpa, proprio come ai tempi del liceo, si impadronisce di me, e opto per il classico “entro alla seconda ora”. La giustifica me la firmo da me.

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Mag 10 2010

questa volta manco la domenica

Published by lucilla under londra

Ritornata alle quattro di stamane completamente ubriaca e sconvolta dopo il matrimonio più lungo della storia, mi sono svegliata prestassai grazie alla madre che mi chiamava esigendo i legittimissimi auguri per la festa sua. Purtroppo ero ancora ubriaca mentre lei provava dolcemente a suggerirmi al telefono che c’era qualcosa che avrei dovuto fare e non stavo facendo, lo stato d’ebbrezza unito alla violenta interruzione del sogno m’hanno proprio impedito di capire l’imbeccata e mi sono risolta in un biascicato ci sentiamo stasera. Così è cominciata questa domenica d’hangover e sono già l’undiciemmezza di sera e proprio non capisco cosa ho combinato in tutto questo tempo. Mi sono trascinata tra un frutto e una pasticca di magnesio, ho ciucciato litri di caffè e ho tastato con molta preoccupazione il labbro superiore completamente tumefatto che questa mattina m’ha fatto la sua sopresa. Faticosamente sono risalita con la memoria alla serata e ho ricondotto la responsabilità della mia tumefazione alla mia scoppiatissima coinquilina israeliana che in uno slancio di appropriazione territoriale indebita, peraltro del tutto tipico del suo popolo, direi quasi una caratteristica culturale, la scorsa notte sulla pista da ballo faceva capire a suon di gomitate quali intendeva essere i suoi legittimi confini. Sicuramente aveva in tasca un certificato di proprietà della suddetta pista da ballo elargitole direttamente da Jahvè.

Con cotesta tumefazione persino la diretta con radio kairòs è diventata un’avventura di gran conto e quand’è terminata mi sono sentita assai fiera di me. Nonostante l’età tengo botta. Durante tutta la giornata mi sono riemersi a tradimento pezzettini di ieri sera, balli selvaggi, mimi improvvisamente travestiti da persone normali che si lanciavano in dirty dancing roba che la bonanima di Patrick Swayze stava facendo un inchino nella tomba, torte alte decine e decine di centimetri che più le mangi più riappaiono, salsiccioni colombiani, empanadas gallegas, ron whiskey sangria, il mimo più giovane di tutti che, completamente ubriaco, prova a sedurre qualsiasi cosa gli sembri un essere umano, gli sposi che ridono e piangono e ballano e abbracciano, io e le ragazze che improvvisiamo il nostro concerto con tanto di cappelli neri e introduzione serissima, gente che arriva gente che se ne va e io parlo come al solito in tutte le lingue che mi vengono in mente, e poi molte altre cose che per fortuna come sono arrivate così sono sparite dalla mia testa in questa giornata in cui mi prefiggevo invece un post serissimo sulla situazione postelettorale in Inghilterra.

Eh si perchè questi inglesi sono sconvolti ecco cosa sono, sono senza parole, sono tutti con gli occhi da fuori che ingoiano la lingua, pare che una situazione del genere non ci sia mai stata, una cosa senza precedenti, un governo di cooperazione ma come è possibile? dio si è forse girato dall’altra parte per sbaglio e la regina è rimasta momentaneamente senza divina ispirazione? pare che la cosa più intelligente che viene loro in mente sia dare la colpa al sistema elettorale che, dicono, fa cagare (ovviamente usano parole molto più polite). Quasi quasi propongo di invitare Berlusconi ad apportare delle modifiche che sicuramente faranno fare alla Gran Bretagna passi da gigante verso la democrazia.
Ma mentre io medito l’italianizzazione del parlamento Inglese, pare che i portavoce del governo Briton abbiano dichiarato che se ne fregano della crisi e dell’euro, cazzi nostri se abbiamo voluto mischiarci con la Grecia. Ovviamente anche tutto questo discorso viene fatto con molta più classe e il mio riassunto non è che la volgare europeizzazione di uno spirito britannico che a quest’ora della notte purtroppo mi sfugge.
Si tengano dunque la loro, di crisi, io vado a letto.

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