Ott 11 2010
where is me
quando lavoravo come baby-sitter nella famiglia più queer di Londra Nord una delle mie cose preferite era fare il bagnetto al piccolo lord di due anni. Avevamo una serie di giochi segreti tipo il tuffo nella bagnarola, l’innaffiatoio dell’ultimo momento, lo srofinamento delle orecchie. Lui era contento. Io pure. La cosa che preferivamo era però la strigliata finale. Gli mettevo l’asciugamani attorno alla testa coprendolo completamente e strofinavo vigorosamente costringendolo a furiose vibrazioni che lo lasciavano piuttosto scosso e gli facevano esclamare ogni volta
where is me?
non where am I, non dove sono io, no, ma dove è me. E adesso che me ne sto rintanata in questo monolocale in via orfeo, adesso che l’aria della mia monostanza odora del fantasma di una nuova incontrollabile depressione, mi viene in mente la piccola divinità indoinglese che si chiede where is me e me lo domando io pure, where is me. Dove sta il me al quale debbo rendere conto? dove sta il pezzo di me che davvero guarda dentro e guarda fuori? Dove sta il me che nessun fidanzato disonesto potrà sottrarmi? il me che nessun datore di lavoro avaro potrà intaccare con i suoi insulti alla mia dignità, quello che nessun amante dell’ultimo momento riesce a incontrare attraverso i miei occhi.
Dove è me, dove è io, mi domando da questa mattina mentre costantemente lotto contro il sonno della sconfitta, invento cose che mi devo fare, riempio l’agenda di inutilità, fisso appuntamenti dicendo che sì, mi fa bene, mi illudo di essere qualcosa di visibile per la gente attorno a me. Dove è io, mentre tutto attorno a me mi fa domandare che ci faccio qui, in questa città che non è casa non è riparo non è rifugio, dove tutte le relazioni sono sufficientemente allentate da lasciarmi sola proprio quando non dovrei, dove non c’è una sola persona con la quale non mi vergogni a far vedere come sto veramente.
Che ci faccio qui, dove le persone lasciano trascorrere ore, a volte giorni, prima di rispondere ai miei disperatamente autoironici messaggi d’aiuto, dove chi mi sta vicino probabilmente si lamenta per la mia incredibile e impensabile pesantezza senza rendersi conto di quanto ogni respiro mi sia faticoso.
Mi sveglio la mattina prestissimo, già il collera con il mondo che mi ha voluta così, svuotata di ogni senso, e vado a correre come una fanatica del jogging in mezzo a dog sitter filippini che non hanno nemmeno la forza di guardarmi il culo. Mi invento strutture inesistenti impegni inderogabili mi do le regole, mi do, mangio due volte al giorno e faccio anche uno spuntino a volte mi peso e non peso mai quanto vorrei, guardo la mail innumerevoli volte al giorno nell’attesa che il mio me finalmente si degni di scrivermi e di dirmi che è pronto ad accogliermi di nuovo, magari che ne so un giorno mi farà una telefonata o pubblicherà un evento su facebok e io finalmente avrò ritrovato un senso.
Io e me.
