Archive for the 'padaniacity' Category

Nov 28 2013

sapor di bottarga

La bottarga non l’avevo mangiata mai perchè da noi non esisteva. Me la immaginavo come una sorta di animale strano che i sardi mangiano crudo e sanguinolento, come si confà al loro temperamento focoso e originario, vagamente tendende al primitivo.

Poi una volta, erano i tempi in cui se aprivi un blog era capace che ti facevi degli amici e magari pure un innamorato via internet, una volta attraverso il mio primo blog entrai in contatto con un figuro, con un tale, con un valente cavaliere, insomma, con un uomo che venne fino a Padaniacity soltanto per andare a vedere la mostra di Venezia con me.
Adesso, io voglio dire, il maschio italiano ha tanti difetti, tanti. Potrei scrivere una lista da qua all’Italia, davvero, ma in una cosa è ineguagliabile: il maschio italiano, in fase di conquista, può fare di tutto. Ma veramente DI TUTTO. E questo ci vizia, a noi fanciulle italiane, che ci abituiamo a questo maschio che ci porta a cena sulla luna e ci ubriaca d’ambrosia, per poi trasformarsi in un mostro dopo due mesi di convivenza.

 Parentesi. Non accetto discussioni su quanto ho appena scritto. Lo so che ci sono dei maschi diversi, sebbene italiani. Non avete bisogno di ripetermelo. Se vi sentite attaccati è perchè avete la coda di paglia, e allora vi ci vuole uno psicologo bravo. Il maschio italiano, di norma, si trasforma in un mostro di pigrizia e disinteresse non appena terminata la fase della conquista. Maschio italiano, se pensi che non sia vero seducimi e poi trascorri con me tutto il resto della vita senza diventare stronzo, insolente, noioso, pigro, aggressivo, incapace di comunicare, disinteressato a me e alla mia vita e violento.

Fine della parentesi.
La bottarga. Allora questo mio amico-di-blog mi invitò, una volta, nella sua lontanissima metropoli. E io ci andai perchè sì. E mangiai la mia prima bottarga. Che non me la dimenticherò mai. Ero distrutta. Lavoravo a Prato e il giorno prima avevo fatto forse uno spettacolo, poi erano momenti in cui la denutrizione similtossica andava molto di moda e insomma, ero abbastanza patita, ma lui era così divertente, e la bottarga era così buona che dopo alcuni mesi chiamai la mia bicicletta Bottarga.
Su Bottarga sfrecciai per Padaniacity per mesi e mesi, anche se il mio amico-di-blog lo persi di vista per non pochi anni.

Giunse infine il momento in cui approdai all’isola meravigliosa che ancora adesso è la mia isola preferita. Un amico accolse me e quello stronzo che era il mio fidanzato allora, senza peraltro fare troppi commenti su quanto lui fosse insopportabile, e per questo lo ringraziai e lo ringrazio. L’amico mi fece mangiare nel centro storico di Cagliari, le anemoni fritte e la bottarga fresca fresca, che devi decidere tu quanta mettercene, perchè la bottarga è una questione privata.

Eh sì che lo è. Io amo il piatto ricolmo di bottarga, amo sentire gli ovetti sul palato a ogni boccone, amo percepire l’odore un po’ amarognolo che mi riempie le narici. Non mi piace “la spruzzatina” di bottarga. Non è per me. La spruzzatina è una faccenda borghese, delicata, come quelli che riescono a mangiare solo un cioccolatino. No, io voglio la scatola.

La Sardegna bellissima divenne presto la casa dove amavo tornare e dove mi sentii accolta come femmina e come attrice proprio nei momenti in cui la mia vita privata crollava e non capivo niente di quello che ero stata, di quello che ero, di quello che sarei diventata.
D’estate si andava a un festival teatrale meraviglioso, che incarnava proprio la mia idea del festival teatrale, come non ce n’erano più sul continente (che in sardo vuol dire “in Italia”). Si beveva acquavite e si mangiavano spaghetti alla bottarga, si prendeva il caffè al bar prima di andare a tenere il laboratorio o a montare per lo spettacolo. La vita era colorata, intensa, e impregnata del gusto di bottarga.

E quando per l’ultima volta lasciai la Sardegna pensando che ci sarei tornata presto (e invece, più), un’amica mi spedì a Bologna una bustina della bottarga migliore per darmi conforto in una casa che non sentivo ancora mia, in una città che mi ricordava troppe cose che non amavo e dove spesso non riuscivo a ritrovarmi.

Ora che sto qui, in Asia, la mia mamma mi manda ogni tanto un vasetto di bottarga. I cinesi secondo me inorridiscono all’odore, perchè loro non hanno niente di tutto questo. Lasciano che i pacchetti di mia madre passino la frontiera e la bottarga mi arriva fino a qui, dove ne mangio un pochino ogni volta che mi sembra di essere tutta sbagliata, così sbagliata da essermi meritata il maschio italiano di cui sopra.

La bottarga è una faccenda da sbrigare in solitudine, e io di rado la condivido. Soltanto una volta, quando mi parve di avere incontrato una pelle profumatissima e una voce che mi faceva sorridere, preparai sul terrazzo della mia prima casina una cenetta romantica a base di bottarga.

 

(Intesi come un segnale positivo il fatto che il proprietario della voce e della pelle
apprezzò la bottarga e me ne chiese ancora). 

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Ott 24 2013

Folpetti poenta e n’ombra de vin

Oggi 24 ottobre ero lì che mi chiedevo ohibò che giorno sarà, il 24 ottobre? Proprio non mi veniva in mente ma sicuramente qualcosa doveva essere successo il 24 ottobre di molti anni fa perchè io mi sentivo come quelle volte che è il compleanno di qualcuno e tu stai proprio per dimenticartelo. Una sensazione orribile, ammettiamolo.

Pensa pensa, eh già che in questo posto abbiamo molto tempo per pensare, soprattutto se la connessione internet non funziona e tu sei lì ad aspettare - fervente come una fedele alla madonna delle connessioni - che  il segnale telefonico ritorni, l’amatissimo, perpetuo, monotòno tuuuuuuuuu che indica che la Cina di nuovo ti ha messo in condizioni di entrare in relazione con il resto del mondo. Ne abbiamo sì, di tempo per pensare, mentre il computer si impalla, il riscaldamento non funziona, l’elettricità se ne va proprio nel momento meno opportuno e il tram sotto la finestra si ferma a cinque metri dalla pensilina provocando lo sciamare di un numero incredibilmente alto di persone che sì, evidentemente erano proprio tutte lì dentro, non c’è niente da dire.

Ma devo mettere più verbi di senso compiuto e più punti. Quando sono troppo nervosa o proiettata nell’agire mi succede che la scrittura mi si incastra e continua come quando si blocca il tasto a e scriviamo aaaaaaaaaaaaaaaa. Sono incastrata e invece no. Punto e a capo.

Dicevo dunque pensa pensa ho scoperto cosa è il 24 ottobre. Il 24 ottobre era il giorno in cui, quando si abitava ancora a Padaniacity, si andava a Noventa alla sagra dei folpi. I folpi sono i polpi ovvero quegli animali pieni di zampe e ventosucce un po’ viscidini ma molto succulenti, succulenti assai direi soprattutto se cucinati a puntino alla fiera del folpo di Noventa. Insieme al folpo si piglia la poenta, si beve un’ombra de vin, o magari due o tre, alla fine della serata si guardano i fuochi d’artificio e poi un po’ mbriaghi si torna a casa tutti felici, cantando canzonette varie, in carovana.

La sagra del folpo era sempre una sagra un po’ erotica in cui si finiva con lo strusciare la coscia contro quella di colui col quale avresti voluto fornicare al termine dei fuochi d’artificio. Spesso il desiderio diventava realtà, forse perchè eravamo giovani e belli, forse perchè ubriachi, o forse perchè il folpo aveva davvero un che di miracoloso, davanti al folpo tutto poteva diventare realtà.

Ecco un folpetto mi ci vorrebbe adesso, ai cui otto tentacoli confidare i miei desideri più borghesi e le mie paure più telegeniche. Se avessi un folpo gli chiederei l’entusiasmo, l’entusiasmo gli chiederei, quello che non ho più e che le persone attorno a me non sanno nemmeno cosa sia.
L’entusiasmo di rischiare, di scommettere sul numero difficile, l’entusiasmo come quella volta che abbiamo deciso di andare in Cina insieme perchessì.
L’entusiasmo di quando si comincia.
O di quando si ricomincia.
L’entusiasmo dell’amore.
Delle cose che sembrano scontate ma non lo sono.
Folpo mio, vorrei non avere paura e non respirare paura attorno a me. Vorrei saltare sapendo che non sono sola. Vorrei fare come in quella scena di Aladino. Ti fidi di me? Sì, vorrei dire, mi fido di te. E allora ci metteremmo a cantare il mondo è mio. La vita non sarebbe facile, perchè è chiaro che su un tappeto volante tutto è sempre molto precario e basta un minimo passo falso per cascare giù e rovinare tutto. Tanto più se mentre sei sul tappeto stai anche cantando, insomma sei impegnata in una serie di compiti di una certa difficoltà, ma sarebbe bello cercare ogni giorno nuovi modi di stare in equilibrio mentre il tappeto continua a viaggiare e sì, sì, a volte potremmo avere l’impressione di perdere il controllo, ma farebbe parte del gioco. Il mondo è mioooooo.

Invece niente tappeto niente Aladino. Calcoliamo l’entità del danno prima che esso avvenga. Carro davanti ai buoi, testa fasciata prima di cadere e varie ed eventuali banalità della nostra esistenza noiosa, noiosa, noiosa. Che cosa ce ne andiamo a fare, fino all’Asia più asiatica, se poi rimaniamo indecisi nella speranza che qualcosa di meglio ci accada?
Io una cosa ho capito, una cosa sola. Che non basta un singolo, isolato, gesto eroico per vincere contro la pigrizia interiore. Ogni giorno, ogni giorno bisogna prenderla a picconate. Per questo vorrei avere un folpo con otto tentacoli, e otto picconi.

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Mag 28 2013

Camminando per Padaniacity alle settemmezza di un mattino infrasettimanale.

Il mercoledì sera si andava, gli altri ed io, al cinema Excelsior, situato in una laterale di via San Francesco. Proprio quella strada dove c’è la tomba del soldato Antenore, mitologico fondatore della città alto un metro e una banana a dire dalle dimensioni del sepolcro. Di fronte ci sta pure una delle case dove abitò il Poeta durante le sue peregrinazioni, compiute con l’obiettivo di convincere l’Italia che era giusto essere dei Guelfi Bianchi. Che ora, dico io, il Poeta avrà anche potuto essere il Poeta e Gradara gli è ancora grata per la mole di turisti che ogni anno arrivano a guardare il talamo di Paolo e Francesca, ma la storia dei Guelfi Bianchi non mi ha mai convinta e comunque le guglie ghibelline erano molto più belle.

Affianco alla casa di Dante ci stava, e ci rimane, la Feltrinelli, paradiso degli studenti poiché i libri si poteva leggerli senza comprarli, il repartoTeatro e Poesia (nessuno ha mai capito perché fossero vicini) era grandissimo, e poi stare dentro la Feltrinelli regalava un’aria da intellettuali compassati che permetteva di arrivare all’esame di teoria e tecnica dei mezzi di comunicazione di massa con una certa spocchia.

Ma insomma noi si superava la Feltrinelli, la casa del Poeta, la tomba del soldato Antenore e si arrivava al cinema. Le biciclette andavano tutte rigorosamente parcheggiate secondo la regola durkeimiana della coesione interna. Creavamo dei mucchi inestricabili di catene catenacci e lucchetti, formando un blob gigantesco che invadeva i porticati e che sicuramente diventata inaccessibile ai ladri di velocipedi ma ci costringeva ad arrivare al cine una buona mezz’ora prima onde provvedere alla nostra innovativa costruzione senza perdere l’inizio del primo tempo.

Il cinema per quanto mi ricordi era sempre gremito di studenti, poichè si pagava tremilalire, se mostravi il libretto, che al tempo era rosso di pelle e la foto era proprio quella della lapide. All’ingresso c’era sempre una lunga trattativa volta a convincere la cassiera che anche l’amico coglione che aveva dimenticato il libretto a casa era studente di scienze della competizione, e perdippiù stava proprio studiando quel regista di cui davano il film e se l’avesse perso il prof l’avrebbe ricacciato all’appello successivo insomma per favore signorina si metta nei suoi panni sennò parte militare. Perchè al tempo i fanciulli se non davano un tot di esami all’anno partivano militari, anzi nel caso della nostra combriccola di squinternati si trattava ovviamente di aspiranti obiettori di coscienza che sarebbero stati spediti a fare gli accompagnatori per i vecchietti nella bassa padovana e addio sogni di gloria.

Al cinema Excelsior davano quei film che mio padre non avrebbe mai voluto vedere e che erano sicuramente un po’ pesantucci, ma a noi piacevano perché alimentavano un folto dibattito nelle ore successive, quando intorno al tavolo nel nostro appartamento a Montechange ci raccontavamo pensieri parole opere ed omissioni e cercavamo di inquadrare l’opera specifica nel contesto più ampio della poetica del regista nonché della sua appartenenza generazionale a una corrente che pur autonoma non riusciva a emanciparsi totalmente dall’influenza della nouvelle vague che come tutti sanno è il punto di partenza di pilastri come Eisenstein  e Tarkolov. O Markolov? O Stanistein? E comunque l’influenza del Teatro Povero degli anni Sessanta e dell’ascetismo semi laico di Edoardo Barba e Leo Grotowski era innegabile, viva Artaud, viva l’elettroshock.

Ci crogiolavamo parlando dell’allora avanguardistica scuola di dogma e giocavamo a fare come gli idioti, avvolgendoci, come si confaceva a gente della nostra estrazione intellettuale, di un velo di depressione che a nostro avviso avrebbe facilitato gli incontri sessuali, i quali a loro volta avvenivano a poche centinaia di metri dal cinema Excelsior ovvero nella piazza degli sprisssss, ma questo è un altro capitolo. Le coltissime discussioni avvenivano con l’aiuto, il sostegno e l’imprescindibile conforto del thc e del vino a buon mercato comprato alla pam. Il vino si chiamava se non sbaglio gioioso e aveva un’etichetta a quadrettini bianchi e rossi, che solo se ci penso mi viene in mente il lungo corridoio dei nostri appartamenti, luce sempre fulminata e stendipanni gremiti di biancheria intima, attraverso il quale brancolavamo alla ricerca delle nostre stanze quando arrivava l’ora di coricarci. Finire contro lo stendipanni era parte della prassi.

A tutto questo pensavo stamane ore settemmezza mentre camminavo per le strade di Padaniacity. Mi dirigevo mestamente da un punto interrogativo all’altro e mi facevo tutte le tondelliane domande del caso ma poi all’improvviso ho visto la porticina dell’Excelsior e mi sono ricordata di tutte le biciclette che mi hanno rubato a Padaniacity, di quella volta che quel ragazzo che mi piaceva tanto mi offrì un calice di vino, della gioia che arrivava alle sette di sera quando l’aula studio chiudeva e ci riversavamo in piazza pronti per una notte di speranza e desiderio e interrogativi e segreti. Mi sono ricordata, di Mirco Buso, che ogni volta quando pagavi il conto del suo vino al veleno ti raccontava di essere nato nel 1920, per questo nel 1940 aveva ovviamente a suo dire 16 anni. Mi sono ricordata di una volta che caddi dalla bicicletta e cominciai a parlarle, disperata, chiedendole perché aveva lasciato che io finissi culo a terra. Erano le tre di mattina, non ricordo da dove arrivavo ma ricordo esattamente che ero davanti all’orologio in piazza dei Signori.  Comunque la bici non mi parlò e alla fine rimontai in sella e mestamente giunsi a Montechange. Chissà quanto tempo ci impiegai.
Mi sono ricordata che in via San Francesco noi ci andavamo anche per un’altra ragione: la mensa. La mensa dell’ente per il diritto allo studio, ente che avrebbe voluto avvelenarci tutti e qualche volta ci è quasi riuscito. Mangiavamo insalata di sequoia dopo aver fatto intere mezz’ore di fila. Al posto del secondo potevi prendere lo yogurt ai cereali del discount e le signorine non erano punto gentili. Però era bello andare in mensa perché c’era un sacco di gente e ogni tanto grazie alla fila riuscivi anche a conoscere quello che ti sembrava tanto carino. Salvo poi scoprire che sarebbe stato meglio rimanere con il mistero e l’illusione.

Ma vabbé sono cose umane. A volte è meglio rimanere con il mistero e con l’illusione, meglio non darsi delle risposte, sì o no? A tutto questo pensavo stamattina e mi faceva male tutto e anche no, e avevo paura e anche coraggio, e mi misuravo la corazza e dicevo complimenti signorina, e in fondo se voglio niente mi può toccare, e che palle le aspettative, che palle le persone che delegano agli altri la presa di coscienza del loro posto nel mondo, che palle quelli che possono mettere tutto in parole e che palle quelli che non parlano perché pensano che faccia figo e un po’ dandy stare in silenzio con l’aria sofferente.
Vaffanculo l’aria sofferente, pensavo, parlami parlatemi spiegatemi, vaffanculo quelli che hanno sempre una risposta e quelli che invece di amarti, invece di sporcarsi di te e con te, invece di mescolarsi furiosamente, 
ti stimano. Ti stimo cosa, ti stimo quanto?
Pensavo e camminavo alle settemmezza di un mattino infrasettimanale, pensavo a casa mia a Pyongyang, alla bellezza di quella solitudine e di quella fatica, alla meraviglia di quel paesaggio postnucleare, pensavo che voglio andare a casa, chiudere la porta, togliermi le scarpe e buttarmi sul divano. Accendere la tivvù e guardare Al Jazeera per scoprire che l’Italia è un puntino lontanissimo, voglio aspettare l’ora in cui tornerà l’acqua per farmi una doccia che probabilmente sarà fredda, poi magari a cena mangiare quei cereali malesi che ho comprato nel negozio nuovo che chiamiamo Dubai, potrei mangiarli con il latte di soya scaduto che ho in dispensa. Dopo guardare un film. E in tutto questo da sola, senza che nessuno mi possa trovare, anzi, senza che a nessuno venga in mente di cercarmi.

 

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Giu 04 2012

Ritorno al futuro tour, parte quarta

Beniamino Noia alias il Pentothal di tanti anni addietro ascolta Giorgio Canali che canta “sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto” e dice, lapidario come suo solito:

“Giorgio, forse alla tua età dovresti cominciare a uscire con le donne e smetterla con le ragazze”.

Rido e guido verso le Marche dove ci aspetta il prossimo pezzo di turnè. Proprio io e Beniamino Noia, come tantissimi anni fa. Io, lui, il manichino mezzo sfasciato nel bagagliaio e un sacco di idee che viaggiano con noi nella lucillomobile, proposte di miglioramento dello spettacolo, nuove incursioni musicali, una partitura fisica più intensa e poi sì poi come al solito vediamo quello che succede e improvvisiamo.

Guidando verso le Marche, i piedi di Beniamino sul cruscotto, penso a quando i piedi sul cruscotto erano i miei, e alla guida ci stava lui, e cantavamo la resistenza nostra e di molti altri in giro per l’Italia. Ci sentivamo bellissimi, ci sentivamo delle rock star e forse un po’ lo eravamo. Un po’ eravamo anche degli sfigati che si spendevano tutta la paga ancor prima di arrivare a casa. Però ci divertivamo tantissimo e la vita era bella e colorata e velocissima. Proprio come adesso, che siamo partiti in fretta e furia con mille cose lasciate a metà. Senigallia ci aspetta e all’Arvultura ci sta il palco più bello del 2012, tanti fari che io quasi mi commuovo, e i compagni che lavorano per farci fare lo spettacolo benissimo. Mi sembra proprio di essere un’attrice vera, a Senigallia, mi sembra proprio che il teatro valga la pena, che valga la pena il mio lavoro, e quasi quasi mi torna voglia di stare sul palcoscenico. Quasi quasi mi dico oh, scrivo un altro spettacolo, ma non faccio in tempo a pensarci troppo che arriva il momento di fare OTTO e tutto è silenzio, concentrazione, commozione. A sorpresa è arrivata anche la Glori che grida ancora una volta che nessuno mette Babe in un angolo. Eh no, nessuno ce la mette, nessuno mette noi, piccole Babe senza un maestro di mambo, in un angolo. E noi, Babe del 21esimo secolo, non abbiamo bisogno nemmeno di un innamorato che parli al posto nostro.
Ho paura stasera, mi sento come se fosse la prima volta che lo faccio, questo spettacolo, e mi vergogno e temo di non essere sufficientemente presente, e tutta questa emozione si addensa come una nuvola piena di pioggia all’angolo degli occhi. Non ci posso credere, quando finiamo, non ci posso credere a quanta bellezza mi torna dalla platea.

Allora per questo e per la marmellata biologica mi viene da ringraziarli infinitamente, i compagni e le compagne di Senigallia, perchè m’hanno rispettata e amata e m’hanno fatto sentire che tutto aveva un senso. Un’attrice vera, m’hanno fatta sentire, in quella isoletta di bellezza fiorita nel mezzo della zona commerciale di Senigallia.

Ed ero ancora piena di tutta questa bellezza il giorno dopo al mare, un’acqua fresca limpida trasparente e gli ombrelloni! Gli ombrelloni che il centro sociale affitta per l’estate intera di modo che si possa sempre andare al mare, perchè bisogna andarci, al mare, porcamiseria, perchè il mare è nostro, il mare siamo noi, allora eccoci ai Bagni77, Beniamino si stende sul lettino e ronfa e io ascolto Alessandro che mi spiega con un certo piglio ingegneristico che la disposizione degli ombrelloni di quest’anno è problematica, mi elenca una serie di problemi non da poco, e in mezz’ora riesce a sollevare un vero e proprio dibattito che sfocia in una votazione seria, della quale ahimè non conosco l’esito. Comunque a me gli ombrelloni ad angolo non dispiacevano. Certo capisco che avere proprio di fronte l’area di gioco per i bambini potesse creare problemi non indifferenti di odio violenza e stragi degli innocenti.

Ma soprattuttoil mare di Senigallia è bello perchè ci sta il bagnino più fico della storia ovvero Nico che si è comprato pure le pinne la maschera e la bandana, ci ha una maglietta rossa e guarda l’orizzonte sperando che qualcuno rischi di annegare, dal momento che la vita sulla torretta è noiosissima e non si può manco leggere. Sta nobilmente seduto sulla torretta proprio di fianco alla rotonda sul mare che cantava quello sfigato di Freddie Bongustaio e mira l’orizzonte munito di binocolo. Io quasi quasi mi tuffo e mi faccio venire a salvare per il puro gusto di salire sul suo pattino rosso a remi e vederlo con le pinne.

Ma uffa dobbiamo partire perchè Ancona ci aspetta e stasera si replica al mundialito antirazzista. Come l’anno scorso Silva e Alessio ci accolgono con entusiasmo  e grigliata di carne, io provo a trasmettere un po’ della mia gioia a Beniamino che però mi si è un po’ depresso. Per mia fortuna ho imparato a 33 anni a non crucciarmi troppo se il socio si deprime, faccio tutto meglio che posso e mi attacco forte all’idea di fare qualcosa di sensato, mi attacco alla bellezza delle persone e alla sensazione di essere un po’ a casa ogni volta che sono sul palco. E proprio mentre penso a queste cose arrivano Reka e Pa direttamente da Falconara, mi ero ormai rassegnata a non vederli, questa volta, e invece eccoli puntualissimi come al solito, io quasi mi commuovo nel vederl, li abbraccio li bacio e non mi voglio scollare più.

Con questo sentimento di gioia e gratitudine faccio OTTO, cercando di dare il mio meglio anche stasera, e poi il resto è un festino sulla spiaggia, il resto è un buttafuori che punisce ingiustamente il nostro Beniamino e noi ridiamo, il resto è il treno che passa vicino al mare terrorizzandoci nel divertimento di Reka e Pa.

Il resto è che la turnè nelle Marche è finita e ce ne torniamo a casa pieni di pensieri, a Padaniacity c’è un tempo di merda, mi sento sola, mi sento che ogni spettacolo è una specie di parto ingiusto che ti lascia svuotata e insensata, mi sento che non ho costruito niente e simili pensieri paranoici. Ho voglia di scappare lontanissimo e non essere qui.
Padaniacity è immensa e comincia dieci km a sud di Bologna per estendersi come un blob velenoso attraverso la pianura martoriata dall’ultimo terremoto e da secoli di noia. Che ci faccio qui. Lontanissimo me ne vorrei andare, dove nessuno mi conosce e nessuno prova a mettere Babe in un angolo.

Magari me ne scappo nelle Marche.

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Feb 01 2012

Affinchè non scenda la catena

          Nevica, nevica su Atlantide tutta e finalmente nevica pure su Padaniacity, dove cinque giorni fa mi rifugiai per fuggire lo scoramento la delusione e l’Emiliaparanoica. Nevica e la gente pubblica su feisbuk le immagini di persone imbacuccate che fanno ciaociao alla macchina fotografica in un delirio di fiocchi di neve pupazzi palle e alberi imbiancati. Nessuno ci può credere e da sud a nord si pubblicano e si commentano migliaia di fotografie mentre finalmente le scuole sono chiuse e i pischelli possono degnamente dedicarsi ad epiche battaglie di neve, finendo come al solito col beccare la vecchietta di turno, che smadonnerà e ricorderà ancora una volta che ai tempi suoi, eh, ai tempi suoi c’era rispetto per gli anziani. E zac un’altra bella palla di neve sulla dentiera.

Nevica e tira vento a Padaniacity, io stamane mi sveglio a un’ora decente e faccio i miei trentatrè inchini, mi infilo il braccialetto del Conte e il cappello del Dottò e piglio la bicicletta. Si, piglio la bicicletta e comincio a pedalare nella bufera di neve, pedalo sempre più veloce e più pedalo più sono felice, che mi sembra ancora una volta di aver vinto contro la banalità, contro la pigrizia, contro tutto quello che è scontato, tutto quello che è dovuto.
Pedalo anche se avrei potuto uscire in macchina, la neve mi si appoggia sugli occhiali e sui pantaloni scuri proprio come a Seoul, e io pedalo e i polpacci si scaldano la schiena si stende schivo un paio di passanti e continuo a pedalare in questa salita di neve e silenzio, e quando il cavalcavia è scollinato via, mi lancio lungo la discesa staccando le mani dal manubrio proprio come a vent’anni e comincio a cantare in questa bufera di neve e banalità, canto boys don’t cry

I would tell youuuu
That I loved youuuu
If I thought that you would staaaaaay
But I know that it’s no use
That you’ve already
Gone awaaaaaaay

Misjudged your limit
Pushed you too faaaar
Took you for granted
I thought that you needed me more and moooooooore

 

          Pedalo e non me ne frega niente e canto, canto, via che è finita la discesa e ricomincio a spingere, Padaniacity è deserta attorno a me e gli inutilissimi semafori continuano a dire rossoverde ma io vado, falcata lunghissima e freni zero, pedalo e canto e pedalo e canto e canto e pedalo e la città attorno a me è immobile mentre la bufera di neve me la fa diventare tutta bianca e i pochi passanti sono allibiti da questo sfoggio d’energia, ma io sono contenta perchè mentre pedalo mi sento la pigrizia, l’abitudine, la comodità, che muoiono soffocate da questo bianco bellissimo.
E denso
E pieno.

           Eh sì che sono contenta, perchè anche oggi le ho sconfitte, loro, le maledette, che mi vorrebbero ferma, rassegnata, a racimolare le bricioline di banchetti consumati anni fa, sono contenta perchè lo so che è difficile, lo so che è faticoso, ma io pedalo, pedalo come tutte quelle volte che mi sono svegliata a Londra e c’erano meno duemila gradi e la prima prova di resistenza era inforcare la bicicletta, pedalo come ho pedalato durante tutti gli anni a Padaniacity e quelli in Emiliaparanoica, pedalo e rido e canto e mi sembra di pedalare verso un mondo più bello e lo so che è infantilimmaturo ma a me mi pare proprio così. Pedalo e penso a quella volta che ero troppo ubriaca e sono caduta, ma poi mi sono rialzata ho inforcato la bici e giù di nuovo a pedalare.  E penso a tutti i traslochi fatti in bici. A tutte le volte in cui, come oggi, sotto la neve mi sono messa col culone sul sellino e ho macinato i miei chilometri privati.

          Ci ho le mani congelate e il naso abbrustolito e ho freddo e ho caldo e mi fa male il culo e poichè continuo a cantare come un’ossessa ho anche il fiatone e dico I thought that you needed me more and moooooooore e passo col rosso e via un’altra salita, il cappello bagnato non so se di neve sciolta o di sudore o di tutt’e due, i capelli mi vanno in bocca e la neve mi entra dappertutto ma a me questa giornata in cui ho trovato il coraggio di pedalare in mezzo a tutta questa neve di rassegnazione mi sembra bellissima, mi sembra intensa, mi sembra mia.

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Lug 17 2011

la scena più ridicola della settimana

Ci sono io, con uno dei miei vestiti più eleganti, quello giallo anni ‘50, che ho stirato per l’occasione, e le scarpe col tacco. Ci sono io tutta agghindata coi capelli profumati e menate varie, perfetta e precisa, ho persino una borsa di paglia colorata comprata al mare durante una delle mie improbabili fughe. Ci sono io con gli occhiali da sole nuovi, e un gelato gigantesco in mano, un gelato che si presume che io dovrei mangiare, anche perchè l’ho pagato praticamente quanto pagherei un occhio nuovo. E invece non lo mangio. Sto seduta su questa panchina nel centro di Padaniacity, nella stessa piazza dove -in un’altro momento della mia vita, o forse semplicemente in un altro momento della giornata - avrei potuto passare per comprare del sollievo temporaneo. Sto seduta e attorno a me ci sono individui assolutamente surreali, spacciatori di sacchetti di carta già usati, madri di bambini che vorrebbero semplicemente una granita e si trovano in mano il tappo di una birra, barboni che contano ancora una volta le loro buste. E poi ci sono io, sulla panchina centrale, col vestito giallo, la borsa di paglia, i tacchi, gli occhiali da sole, i capelli sciolti, il gelato, e piango come una cretina.
Piango e non mi posso fermare, piango come non ho pianto mai in questo anno, piango per tutto quello per cui non ho saputo piangere, piango come una cretina.

Ed è una scena patetica, patetica cristo, ci manca soltanto che un piccione mi caghi in testa e saremmo proprio a posto, ma invece il piccione non mi caga addosso no, mi guarda invidioso il gelato che intanto si scioglie e io frigno come un’imbecille, perchè mi sento sola, perchè mi sento un’incapace, perchè mi sento che parlo una lingua che non si capisce.
Piango perchè ho paura, e ci sono giorni che mi sembra che davanti a me ci sia uno straccio di vita decente, uno straccio di futuro possibile, ma ci sono altri giorni in cui mi sento retrocessa al via senza manco pigliare le ventimilalire, mi guardo e mi sento uno straccio, mi sento, mi faccio schifo e piango e non mi posso fermare, e intanto attorno a me le mamme sgridano i figli i tossici cercano il cucchiaino i barboni accendono i mozziconi i piccioni vogliono il mio gelato e io piango come una stupida per quello che non ho saputo fare per quello che.

Piango per Sacco che è morto senza che io gli dicessi quanto ancora avrei voluto suonare per lui. Piango per la mia storia d’amore sepolta sotto mari di cocci. Piango per le storie d’amore che non ho saputo accogliere perchè stavo raccogliendo i cocci di quella prima. Piango per una persona che ho perso, e che mi manca. Piango perchè davanti a me ci sono i mesi in cui proverò a cambiare lavoro e ho una fottuta paura di scoprire di non essere capace. Piango perchè non sono come i miei genitori vorrebbero. Piango perchè i miei genitori non sono come li vorrei io. Piango per il fermaglio che ho perso. Piango perchè mi sento che mi hanno usata. Perchè ho pensato di avere io il gioco in mano, e poi ho scoperto che non era vero. Piango perchè ci sono delle persone che si fidano di me, e fanno male. Piango per quelli che mi sopravvalutano, e per chi invece mi ha sottovalutata. Per i mesi trascorsi all’università, piango, in mezzo a un disastro di disamore e di squallide furberie. Piango per la cattiva musica, per il pessimo teatro, per la stanchezza, piango per i mesi trascorsi cercando di capire che cazzo ne sarà di me, per i soldi che non ho, per il dentista che dovrò pagare e allora devo solo sperare di trovare una marchetta. Piango perchè io le marchette le odio. Piango per la burocrazia, per il ministero degli esteri, per la gerarchia le firme e per gli stage non pagati alla faccia del precariato. Piango perchè sono stufa, per consolarmi, di dover pensare a chi sta peggio. Io voglio pensare a chi sta meglio. E allora piango, di rabbia piango, perchè io pensavo di aver lavorato meglio, di essermi impegnata, di meritarmi qualcosa di più che la scena di me, vestita a festa, seduta nella piazza dei tossici di sabato pomeriggio che piango come una cretina mentre il gelato si squaglia nelle mie mani e io non ho neanche uno stronzissimo fazzolettino di carta.

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Lug 12 2011

guida intergalattica per attivisti, dodicesimo episodio

Fatica, fatica e qualche lagrima nello scrivere il dodicesimo episodio di questa guida intergalattica per attivisti. Partimmo ormai secoli fa alla volta di Napoli, era il due luglio e noi uscivamo più o meno incolumi dalla trash night con cui avevamo decretato la chiusura estiva del centro sociale. Avevamo ballato, cantato, riso riso riso assai, ci eravamo mascherati e avevamo preparato il grande tampax d’oro da dare quale premio ai fratelli e alle sorelle di radiosonar che erano venuti in pompa magna a fare la battaglia più trash della storia. Avevamo bevuto i mojito più buoni di Bologna, ce li eravamo versati addosso, avevamo promesso, un po’ avevamo mantenuto e un po’ no, avevamo persino in qualche maniera dormito (così dicono gli annali) e alle nove ci eravamo trovati da Micky e Max per un caffè che avremmo voluto fosse un idraulico liquido. Partiti, occhi infossati dietro gli occhiali da sole, buonumore e stanchezza. Il Meridione ci aspettava e noi quella data l’avevamo desiderata forteforte, nella Napoli alla quale entrambi, ciascuno per i suoi motivi, sentiamo un pochino di appartenere.
Viaggio infinito, integratori color azzurro, caffè, sole, sigarette, discorsi che non ricordo e un po’ di tristezza perchè per andare in turnè non saremmo andati in Val di Susa, noi, proprio noi, cazzo. Epperò sapevamo che tutti gli altri sarebbero stati là e questo era rincuorante.
L’autostrada era deserta e siamo arrivati a Napoli che manco abbiamo capito come. Insurgencia ci ha accolti con caffè fumante e abbracci e un terrazzo meraviglioso e racconti, ma soprattutto con un divano fagocitante che ci ha visti collassare uno dopo l’altro mentre allo stereo i 99 suonavano canzoni di altri anni e il sole era tiepido e rassicurante.
Poi come al solito di colpo è arrivato il momento di fare lo spettacolo e c’era la famiglia Vitantonio al completo, e io ero stressatissima da questo fatto, pensavo che non cel’avrei mai fatta a dire tutto quello che dovevo dire davanti ai miei genitori, e mi sentivo giudicata e pure un po’ scema, poi però guardavo Francesco e lui come al solito aveva due chili di cerone zen spalmati addosso e questo era un pochino rincuorante. Così andavo avanti attraverso la storia e le persone erano mute e attente, tanto che io non sapevo bene cosa stesse accadendo, fino a quando non è successo che improvviso è scoppiato un applauso e mi sono accorta di quanta forza di quanto amore ci stessi mettendo e secondo me Francesco anche, pure se lui direbbe che ha solo premuto i bottoni. E forza e amore tornavano dal pubblico, e dopo sono arrivati abbracci lacrime nuovi racconti e la sensazione, ancora una volta, di aver fatto una cosa non del tutto inutile. La pizza, la pizza è arrivata, meravigliosa, come l’avevamo sognata per tutto il viaggio, e noi l’abbiamo divorata sul terrazzo notturno poco prima di crollare addormentati in una casa che a me mi ricordava un sacco di cose.
Un anno, un anno era passato da quando l’ultima volta ero entrata in quella casa, e sinceramente mi è sembrato di stare molto meglio, il dueluglioduemileundici. Prima di addormentarci sui lettini gemelli abbiamo mandato un messaggio ai compagni che in quel momento partivano per la valle e poi il tempo di dirsi buonanotte e zzzzzzzzzzzzz

Napoli splendente di sole e taralli piccanti ci ha accolti un po’ turisti e un po’ ricordatori nostalgici, il golfo brillava come nei film con Sofia Loren e i bagnanti si urlavano scemenze mentre noi ci godevamo la nostra mezz’ora di fancazzismo prima di partire alla volta di Lioni. Intanto s’era fatta tarda l’ora e cercavamo di capire come andassero le cose in valle.
E’ stato in quel momento, dieci minuti prima di entrare nel paese di Lioni, che tutto ha cominciato a vacillare. Nessuna notizia di Fabiano, ci dicevano i compagni, e dalla tivvù e dai giornali arrivavano notizie inquietanti che ci facevano esplodere dentro una rabbia muta e spugnosa.

Lioni è tutta nuova, che il terremoto si è mangiato più o meno l’intero paese, giusto in mezzo troneggia una cattedrale che sembra una via di mezzo tra una torta e una moschea, il paese è silenzioso sotto il caldo torrido, e noi non riusciamo a fingere spensieratezza nemmeno quando la delegazione di Rouge ci preleva entusiasta e ci porta a vedere lo spazio. Spazio bellissimo, peraltro, ma che non useremo, no, perchè stasera, visto che non ci hanno concesso non-so-che-sala, occupiamo nientepopodimenocchè la piazza del paese!! e vai, questo elemento imprevisto ci piace. Lenti ma inesorabili cominciamo il montaggio selvaggio, intervallandolo ai caffè durante i quali i nostri ospiti ci raccontano e ci chiedono, noi ascoltiamo le incredibili storie di come si fa il movimento in un paese dell’Irpinia, mentre notizie discordanti che arrivano da chi è in valle, però a un certo punto vengono diffuse le foto di Fabiano tutto pieno di sangue e lì si va solo a peggiorare. Facciamo lo spettacolo (non prima di aver ingurgitato altre tonnellate di pizza proprio nel mezzo della piazza) col cuore gonfio di preoccupazione e rabbia, e sarà forse anche per questo che lo facciamo beneassai, nella piazza occupata di Lioni, con un pezzo di noi che si chiede come sta Fabiano e dove e come stanno gli altri.

Smantelliamo e in men che non si dica tutto è di nuovo Napoli e vino autoprodotto da dividere con la nostra Bologna e l’accoglienza di chi si prende cura di noi lasciandoci morbidi letti e silenzio e sfogliatelle per la colazione e abbracci e silenzi che sappiamo cosa vogliono dire. Il viaggio di ritorno è il viaggio più lungo della storia, non ce la facciamo, ci passiamo la guida di continuo con l’idea di arrivare almeno in tempo per l’attivo e sapere qualcosa di più concreto. I chilometri sono immobili, mi pesa questo dolore e come al solito quando la sofferenza prova a farsi troppo intensa cado nella narcolessia e mi addormento proprio nel mezzo dell’appennino mentre stoicamente Francesco prosegue, forse anche un po’ allettato dall’idea che, una volta a casa, addenterà le mozzarelle comprate a Capua (che puzzano, ammettiamolo, puzzano).

Mi sveglio col cadavere del Socio che guida al posto suo, l’appennino è spigoloso e stronzo come il nostro umore, ma ormai ci siamo, si vede la basilica di san Luca e dentro di me ripeto le parole che ormai entrambi conosciamo a memoria. Da lì in poi tutto corre, l’assemblea, i racconti dei compagni e delle compagne, la rabbia, la preoccupazione, l’orgoglio, Fabiano che finalmente ritorna e noi che gli facciamo il comitato d’accoglienza in stazione, il mio umore insostenibile, le mie paure, le mie solitudini, il senso di dover andare, la paura di non farcela, una veloce scorsa al conto in banca che basta a mandarmi nel panico, Francesco che studia come un matto mentre le sue occhiaie diventano indelebili, l’oroscopo di Breszny che dovrei ascoltare un po’ più attentamente, un sabato trascorso a casa di Fabiano tutti insieme in un’allegria che mi riporta alla spensieratezza degli anni della mia università, che mi restituisce il senso di poter essere come sono senza mascherarmi, un sabato in cui sono grata a queste persone che mi hanno accolta e che mi fanno ridere e pensare e agire.
Un sabato che diventa prestissimo la domenica in cui torneremo a Padaniacity, là dove tutto è cominciato.
“Non vengo dalla luna”approda al festival e noi siamo entusiasti, tutti e due, ognuno per i motivi suoi, e difatti la Papaleomobile è densa di parole e giochi quasi come si trattasse di molte turnè fa. Arriviamo e sembra davvero di essere a casa, ci sono i sorrisi, i gelati dell’area relax, gli infradito di Checco e le “critiche costruttive” di Zuzzu, i piani luce di Marco, Laba che come una visione ci accoglie, elegantissima vestita di verde, epperò con la ramazza in mano che spazza il bar grande e io quando la vedo quasi mi commuovo, come mi commuovo ogni volta che vedo Graziano mettere giù le sedie insieme a tutti gli altri, e forse questi sono viaggi solo miei ma a me mi restituiscono un senso, mi ricordano ogni volta perchè ho scelto di stare e di agire insieme a queste persone, forse sono viaggi miei ma sono sufficienti a darmi aria buona da respirare, e infatti le ore che precedono lo spettacolo sono di pura gioia che condivido con persone le cui vite ho attraversato negli ultimi tredici anni.
C’è pure il mio fratello attore Peppino, che non vedevo da una vita e mezzo e mi sembra di averlo salutato ieri, lui che mi diceva di non andarci, a Castelletto di Sarcazzo, io che non l’ho ascoltato e poi vabbè è andata come è andata. E vorrei essere più capace di far sentire al Socio quanto mi emozioni che lui entri in questi pezzi di vita invece non ci riesco perchè mi attorciglio nelle parole e nell’emozione.

Sinceramente a me mi pare che lo spettacolo sia andato bene. Però ora non mi ricordo. Perchè subito dopo è cominciato una specie di film a doppia velocità, e giuro che non ho assunto sostanze di alcun tipo. Ma tutti avevano qualcosa da dirmi, e spesso si trattava di cose che mi mettevano scomoda, e Francesco era chiuso in un’insoddisfazione che mi mordeva, e io cercavo risposte e trovavo solo domande.
Ricordo Peppino che mi chiedeva di non fare quello che sto per fare, ricordo me che mentre lui me lo chiedeva mi dicevo ma quanto gli voglio bene, a questo spiantato davanti a me. Ricordo Orso sbucato da un passato improbabile che mi abbracciava orgoglioso come di me non lo era mai stato. Ricordo. A un certo punto, ricordo di aver pensato basta, mi sono inventata tutto, questa è una grande cagata, mi sono illusa mi sono sbagliata. Insomma mi è venuta la paranoia, ovviamente laterale e di soppiatto come suo solito, mascherata da pensiero razionale, s’è intrufolata e m’ha cominciato a massacrare dal di dentro e così ha continuato fino a che, sulla Papaleomobile, mentre ci lasciavamo alle spalle il temporale in arrivo su Padaniacity, il Socio non s’è intestardito col voler cavare il dente e così di nuovo sedute di autoanalisi nella Papaleomobile proprio come ai gloriosi tempi in cui mi sembrava di aver creato qualche cosa che fosse più del mio piccolo viaggio privato.

Ma siamo stanchi.
Oggi abbiamo fatto la nostra ventiquattresima data e se siamo fortunati ne faremo ancora due o tre.
Siamo stanchi.
Lasciamo il mostro nella casa del mostro e noi ci lasciamo ognuno nella sua casa, che tra poche ore è domani e il lunedì si sa, non è interessato alla nostra stanchezza. Il lunedì è crudele come la schermata del conto in banca, il lunedì se non ti prepari adeguatamente ti massacra.
Allora ci ritiriamo con la speranza di avere tempo abbastanza per rimetterci in piedi di fronte alla nuova settimana.
Non siamo risolti.
Non siamo sollevati.
Però abbiamo sonno, e questo appare un buon punto di partenza.

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Mag 26 2011

è la cisterna, signor capitano

che stavamo lavorando a uno spettacolo insieme, ma io l’avevo visto molto tempo prima. L’avevo visto e soprattutto l’avevo sentito suonare, e avevo pensato che sarebbe stato bellissimo, prestare la mia voce mentre lui suonava(poi, quando tutto accadde, lui non mi credette mai, non credette mai a quanto mi piaceva sentirlo suonare) che poi a un certo punto ci trovammo a lavorare insieme. E a me sembrava un miracolo. Arrivava con quei pantaloni a metà gamba, sempre un po’ sbattuto (io stavo con un altro) e alla fine di ogni prova mi diceva quanto gli piacesse quello che stavo facendo (lui stava con un’altra). Avrei voluto dire di sì a uno dei suoi inviti a pranzo, e invece me ne fuggivo sempre in bicicletta prima che il discorso si trasformasse in qualcosa di personale, me ne scappavo e ci pensavo, pensavo a quando durante un concerto mi aveva dedicato una canzone (lui non se lo ricordava nemmeno).Fu l’ultimo giorno delle repliche che decisi, proprio lo decisi, che non volevo più scappare. E lui come un galantuomo d’altri tempi mi chiese se poteva baciarmi. Eravamo in un luogo che non esiste più, la magia di un mondo sotterraneo attorno a noi, un trans si era proclamato mia sorella, un amico si era gentilmente eclissato, al piano di sopra uno strano privè consumava corpi che non conoscevamo.Mi ricordo di quegli occhi brillanti e di una notte in cui mi ripetei che forse potevo non innamorarmi di lui, che era solo una voglia passeggera. Ricordo di avergli detto “non voglio essere la fidanzata di nessuno”, ricordo la sua (brevissima) frustrazione, ricordo i suoi “io invece ci ho pensato”, ricordo di un bracciale che lasciai nella sua borsa e che mi restituì come se avessi dovuto non rivederlo mai più, ricordo di un’estate in cui lo incontravo solo quando la notte era già finita, ricordo visite nel mezzo del mio sonno precario, in una casa che avevo voluto senza letti matrimoniali (nel frattempo, l’altro era scomparso, e pure l’altra), ricordo le sue paranoie delle quattro del mattino, che io non riuscivo a interpretare come gelosia, ricordo che ci abbiamo provato, ricordo che a un certo punto abbiamo smesso di respingerci, ricordo il suo coinquilino che mi diceva “fra un po’ ti regalo le chiavi di casa”, e io che arrossivo, perchè pensavo che fosse una cosa assolutamente segreta, ricordo le scenate, le incomprensioni, le volte in cui avrei voluto ucciderlo, ricordo la cattiveria, ricordo pure quella volta in cui rimanemmo a leggere i fumetti per tutto il pomeriggio sul mio divano.Ricordo di quando finalmente mi decisi e gli dissi che io c’ero, ma lui non c’era più, e mi confessò che lui non ci credeva, non ci credeva all’idea di me e lui insieme, non ci credeva (più). Ricordo Carlarella e le turnè  e quella volta che mi prese in braccio e cademmo come due stupidi sulla ghiaia, ricordo quando in mezzo alla strada mi chiedeva di fare le piroette e io lo guardavo ed esisteva solo lui, e tutto il resto era un’ancora verso di lui e mi sembrava, davvero, che solo il presente ci fosse. Ricordo di una volta in cui eravamo disperati in auto, mi prese la mano e se la mise sulla guancia.Ricordo i suoi fischi sotto la mia finestra alle cinque del mattino.Dell’ultima volta che lo incontrai, davvero, non ricordo.Poi ci furono degli anni di silenzio.Ricordo pochi mesi fa, io e lui in un garage, io e lui in mezzo alla gente, io e lui insieme, io e lui separati. Lui, e le cose che non volevo accogliere, che adesso, dopo tutta questa distanza, sono mie (mio malgrado).Le cose non ritornano, non si ripetono, non si rinnovano.E’ la cisterna, signor capitano, diceva all’inizio.Dormi, è solo la cisterna, questo perpetuo gocciolare d’anima, è solo la cisterna, dormi.

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Mag 10 2011

guida intergalattica per attivisti, sesto episodio

Comincia alle sette di mattina, questo pezzo di turnè. E’ sei maggio e abbiamo uno sciopero generale davanti a noi, splende il sole alto e tondo su Bologna mentre come al solito sbaglio luogo dell’appuntamento e mi fiondo in porta Sant’Isaia salvo poi capire che non era la porta giusta. Ma per fortuna sono un po’in anticipo, e non appena recupero il luogo giusto dell’appuntamento ci trovo proprio tutt*, pure un sacco di coraggiosissime presenze dalla radio, Laceci pronta col suo diggeisett sul nostro magico camioncino ecosostenibile, Minocip superattivo alla guida e gli altri tutti affaccendati chi con gli striscioni chi con i giornali chi semplicemente con i gossip che sono sempre molti e non facciamo in tempo a stare dietro a tutto.
Bella piena mattinata di sciopero, cantiamo ridiamo abbiamo il sole che ci illumina la faccia e ce lo meritiamo tutto, abbiamo lottato con le unghie e con i denti per questa giornata e adesso è tutta nostra, balliamo a ritmo con la musica della Ceci che ci mette pure Erpiotta e io penso proprio che gli squali non ci avranno mai. Laste minaccia di menarmi se oso dire un’altra volta che lei non è una vera giovane, io rido e cammino a ritmo con la musica mentre Laire dice shallallallalla. Arrivati in piazza ecco che cominciamo il nostro già dichiarato corteo selvaggio e ci riappropriamo a gruppetti di questi maledetti negozioni accaemme futlocher sarcazzo ma anche di coop, ci sono tutti i commessi che guardano in basso perchè sai mai, se si scopre che hanno in simpatia gli scioperanti li cacciano subito fuori a calci in culo. Mettiano i nostri striscioni chiusopersciopero e ci sono dei compagni proprio ispirati che al megafono dicono cose che io penso cazzo è proprio così. Siamo un po’ stanchini, ogni tanto guardo in direzione di Francis che sta sempre dove c’è un raggio di sole con la sua maglietta viola dell’ex mattatoio, noi precari dello spettacolo stamane scioperiamo  ma già siamo pronti per andare a lavorare a portare il nostro piccolo pezzo di rivoluzione in giro per l’Italia.

E infatti è un attimo, saluto tutte saluto tutti e vorrei stare tutta la giornata con loro a ballare cantare e magari mangiare un panino di quelli fatti dalla tippiò crew ma invece partiamo e andiamo nientepopodimenocchè a Marghera. Ci ho un po’ d’ansia e non so ancora che questa ansia me la porterò appresso tutta la turnè. Penso che sia dovuta al fatto che stasera mi vedranno i compagni e le compagne del Rivolta che insomma mi conoscono da quando ero una sbarba, non mi faccio troppe domande mi impongo alla guida così non penso (spero) ma invece il cervello mi va a mille e finisce che prego il Socio di ascoltarmi che così ripeto il monologo che dovrò fare martedì peraltro in assenza sua e vai ci ho pacchi di ansia attorno a me che si moltiplicano.
Eccoci al Rivolta, bellissimo con i suoi tetti che sembrano onde e pezzi di cielo, e mi sento un pochino a casa. Ci parliamo dello sciopero e cazzo loro si sono alzati alle cinque per picchettare le fabbriche, io una volta di più penso che i compagni sono proprio belli, perchè ci credono assai assaissimo e si svegliano pure alle cinque il giorno dello sciopero. Ma l’argomento topten è il nuovo sito di Sherwood e tutto quello che ne consegue, Graz ci spiega tutto con l’entusiasmo di un adolescente e io mi lascio trasportare dai suoi racconti della radio del futuro e tutto mi sembra bellissimo non vedo l’ora di vedere gli studi nuovi e penso che anche io voglio fare i racconti di lucilla con la uebcam cazzo.
Facciamo infine il nostro spettacolo con tanto di uebstriming, sono emozionata, è qua che tutto è cominciato e penso (e dico al socio) ti rendi conto? se fossero andati male quei quindici minuti non l’avremmo fatto mai, e forse è un caso forse no che proprio il giorno dello sciopero generale siamo qua, come se avessimo in qualche modo chiuso un cerchio ma forse no non è un cerchio a me i cerchi non mi piacciono. (Ma dentro di me ho tremila pensieri e uno è proprio il destino di questa turnè vorrei tanto parlarne con Francis ma mi sento appiccicata dentro di me e allora devio ritardo svicolo annego nello spritz).
Non ce ne vogliamo proprio andare da Marghera perchè sembra che tutti ci amino e io mi sento un po’ a casa ma sappiamo che domani c’è un’altra lunga giornata davanti a noi allora ecco a un certo punto ci rimettiamo sulla nostra lucillomobile e voliamo a Padaniacity dove dormiamo dalla mia amica Tori che io non la vedo mai e sono proprio contenta.
Il viaggio è difficile. Abbiamo i pensieri. Penso che forse Francis non ce li avrebbe, i pensieri, se non glie li mischiassi io. Poi penso che no, lui ce li ha comunque, i Francispensieri.
Ci svegliamo a Padaniacity e nonostante il sole nonostante la splendiderrima giornata il piombo incombe su di noi, passeggiamo cercando di goderci la mattinata, porto Francis al Pedrocchi e facciamo tutte le cose che due veri turisti devono fare a Padaniacity tipo mangiare i tramezzini caldi del Nazionale ma la verità è che non vediamo l’ora di andarcene e allora via, sfrecciamo di nuovo sulla lucillomobile verso Falconara dove ci aspettano i compagni del Kontatto.
Ma per la strada facciamo una cosa proprio da turnè ovvero usciamo dall’autopista e ci facciamo il bagno, il bagno, Francis e io in costume, un freddo porco e noi che urliamo e ci facciamo il bagno e poi ci mangiamo pure il gelato proprio come le star del rock’n roll.
Arriviamo tutti salati dai compagni del Kontatto.
Che noi non li conosciamo, però dalle telefonate sembrano proprio simpatici. E infatti arriviamo e loro stanno in questo angolo di paradiso schiacciato sotto la maledetta raffineria dell’api, ma il loro paradiso se lo proteggono eccome, e ci accolgono e ci festeggiano e ci fanno persino mangiare il mata hambre e ci chiedono e ci raccontano, ancora parliamo del nostro sciopero generale, a me sembra che dai loro racconti esca luce e pura vita esca generosità e mi dico meno male, meno male che siamo venuti qua a fare lo spettacolo, infatti quando poi lo faccio, con Francis soprelevato alla mia destra, mi viene proprio da commuovermi, e me li guardo tutti e me le guardo tutte, uno per uno una per una, e quasi vorrei fermarmi per piangere un pochino di commozione. Mi sembra di non farlo così bene da secoli, lo spettacolo, forse proprio perchè oggi ho proprio l’impressione che queste persone l’abbiano fortissimamente voluto e allora anche la mia piccola parte di militanza ritrova senso. Guardo Francis e penso che forse anche lui sta pensando le stesse cose.
Finisce a gioia e borghetti, e sono le tre quando riusciamo ad andarcene a dormire da Reka e Pa che per me oh, sono proprio degli eroi, ci accolgono in questo meraviglioso nido di gioia e io non vorrei dormire vorrei solo ascoltare i loro racconti ma invece a un certo punto mi rendo conto che sono discretamente ubriaca allora dico ciaociao a domani.

Eh si, perchè abbiamo deciso con Francis di farci un regalo, che ce lo meritiamo. E’ domenica e andiamo al mare, che questo sole chiama fortefortissimo. Reka e Pa ci portano al Conero che io non ci ero mai stata ed è un vero e proprio paradiso, il sole mi fa diventare subito tutta marroncina e collasso con tanto di bavetta sull’asciugamani della turnè mentre i tre rivoluzionari al mio fianco continuano a chiacchierare e io mi sento serena e rassicurata proprio come quando da piccola mi addormentavo mentre i grandi parlavano di politica.
E poi quando mi sveglio c’è solo una cosa da fare: il bagno dentro quest’acqua gelida e profonda come piace a me, sguazzo che è una meraviglia e penso, mentre li guardo da lontano, che mi sembra proprio di conoscerli da una vita, Reka e Pa, che non finisco mai di stupirmi della generosità, della gioia, della condivisione, che questa turnè si mi ha fatto fare un sacco di date ma soprattutto mi ha regalato le persone, le storie, mi ha regalato le lotte degli altri e io mi sento grata, mi sento, mi sento che nessuna turnè in un teatro mainstream potrebbe regalarmi tanto, e forse in questo momento riesco addirittura a spegnere un pochino il cervello che non si ferma un attimo oramai dal sei maggio.
Non ce ne vogliamo andare. Lo sappiamo che dovremmo perchè al tippiò c’è l’aperitivo della radio e dovremmo e vorremmo esserci, ma proprio non li vogliamo lasciare questi fratelli che abbiamo incontrato. Nel viaggio di ritorno scherziamo e ci prendiamo in giro e io penso quasi quasi rimango qua chi me lo fa fare a tornare a Bulagna.
Ma poi è un attimo, siamo già nella lucillomobile e guido io, Francis è stanco, io pure, e in più c’ho il mio rumore di sottofondo che non mi lascia un attimo. Nemmeno il nostro gioco nuovo sembra funzionare, mi sento intasata.
Ancora una volta imparo a fidarmi di Francis e finisce che al tippiò ci vado pure io nonostante tutte le mie riserve e mi diverto pure, ci sono i miei amichetti stretti della radio e io sono felice di poter dare una mano a fare le torrette coi bicchieri puliti.
Poi ecco, finisce che vado via, finisce che mi ritiro nella mia intimità e finisce che finalmente mi spengo, con un po’ di violenza ma evidentemente non avrei potuto fare altrimenti, finisce che sono tutta dentro di me, finisce che le parole sono importanti, e io me le ricordo. Finisce che è già giorno, e mi aggrappo agli ultimi sguardi segreti mentre bevo litrate di caffè che dovrebbero riportarmi nel mondo del master e dell’efficienza e invece mi portano solo la tachicardia.
Finisce che è lunedì, e anche questa volta cel’abbiamo fatta.

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Mag 04 2011

avevo un vestito a fiori

vorrei tanto essere capace di mettermi a studiare e invece ho bevuto bicchieri di vino in numero di tre e sono come dire un po’ ubriaca allora l’unica cosa che posso fare è scrivere, un po’ pateticamente, come se avessi molti anni di meno o molti anni di più. Perchè 32 anni non sono l’età per scrivere un blog da spiantata, 32 anni sono l’età per un blog sulla puericultura o sul successo o che carapacchio ne so. 32 anni sono una bell’età del cazzo penso.
Allora è successo che ho incontrato un amico che non incontravo da dodici anni dodici non so se mi spiego e lui era uguale e io ero uguale e lui si ricordava persino di un vestito a fiori che indossavo quando andavo a prenderlo in 127 e che gli piaceva tantissimo io mi ricordavo dei pomeriggi insieme in un’estate caldissima, l’ultima estate campobassana che io ricordi, ricordavo il sudore le risate ricordavo - e non ho avuto il coraggio di dirglielo - che lui era stata l’ultima persona davvero con cui mi ero divertita a crampobasso lui ricordava io ricordavo e intanto sono passati molti troppi anni ed entrambi siamo più o meno contenti di come siamo diventati ma entrambi abbiamo addosso tante troppe ferite che ci fanno un po’ cinici un po’ mascherati un po’.
E allora penso ai dodici anni passati penso agli errori commessi penso alla taverna nel ghetto di padaniacity dove andavo con B penso alle nottate in bicicletta penso al piccolo cinema dove ci baciavamo di nascosto mentre lui proiettava pellicole su una macchina vetusta che si inceppava cinque volte su quattro penso alla teiera che mi regalò e che uso ancora adesso nelle giornate più fredde  penso alle incertezze a quella sensazione di avere tutto in mano tutto sotto controllo penso a una vespa gialla e a un film che vidi due volte di seguito solo perchè la seconda volta mi ci invitò uno che mi piaceva tantissimo.
E allora penso a nottate su un belvedere di Lisbona penso a Pierino e alla nostra amicizia non so perchè ci penso forse perchè ha resistito a tutti questi terremoti ha resistito a tutti questi miei tentativi disperati di scomparire penso a Pierino a quella volta che dormimmo a casa sua nel Bairro Alto e lui mi fece delle foto bellissime che chissà dove sono.
E allora penso a Pentothal e a tutto quello che abbiamo passato insieme e separati penso a come siamo diventati penso al bene che gli voglio penso a quello che abbiamo deciso di non fare mai penso a quella volta che eravamo al mare e ci facemmo il bagno in mutande e faceva freddissimo penso a una discoteca squallidissima penso alla sensazione profonda di dividere qualche cosa che poi di colpo morì.
E allora penso non so perchè alla prima volta che incontrai Francis in chat, stavo a Londra e mi vivevo un anno allucinante e mai mai mai avrei pensato a quello che sarebbe successo dal 30 novembre in poi, penso a quella chat che mi aveva dato un po’ di fiducia perchè lui mi aveva detto che gli piaceva ascoltare le lucilleidi e che non lo so non lo so che cosa mi aveva detto e non so cosa darei per ricordarmelo meglio perchè oggi mi sembra che tutto sia importantissimo invece prima, mentre le cose succedevano, non pensavo che fossero così stronzissimamente importanti.
Penso che il mio pensiero ricorrente adesso è andare via prima che la festa accenni a finire penso che non ci voleva proprio questa cosa che forse dovrò rimanere qui fino a settembre penso che forse dovrei sparire prima molto prima tipo domani penso che dovrei.
Come è successo che mi è tornata quest’angoscia di restare come è successo?
Penso che dovrei studiare e impegnarmi per cambiare la mia vita riempirla di cose nuove di modo che non ci sia più spazio per tutto questo sentire che mi respira dentro penso che mi sento come il mantice spalancato di una fisarmonica penso che ho paura penso che sono felice penso che non posso fidarmi penso alla lealtà penso che.
Penso che devo studiare porcamiseria. Penso che la gelataia di via Castiglione è meravigliosa e io vorrei tanto bere uno due tre bicchieri di vino bianco con lei.
Penso che presto chiuderò questo blog-specchio di desideri e passioni e angoscia e sarò pronta per una nuova grigia vita fatta di stipendi sufficienti gonne al ginocchio discorsi coerenti castità coerenza e finalmente avrò la stima il rispetto di chi mi starà intorno fino al giorno in cui non verrà fuori la storia del blog e sarà uno scandalo tutti sapranno che ero una spiantata e allora io vorrò tornare a com’ero prima cioè a come sono ora ma sarà troppo tardi e quindi a quel punto non so.

Soprattutto penso a cose cui non devo pensare. Indubbiamente.
Penso ora cancello il blog e addio lucilleidi addio lucilla.
Penso che questo potrebbe essere l’ultimo post che scrivo.
Ma anche no.

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