Archive for the 'padaniacity' Category

Mar 05 2010

voglio solo pedalare

Il primo tratto è piano e deserto, così che faccio in tempo ad abituarmi alla pesantezza e al freddo che si appiccica immediatamente alle guance. Ma il sole splende e la catena è finalmente ingrassata, mi stupisco quasi di quanto improvvisamente il mio cavallo d’acciaio sia diventato docile e veloce. Destra sinistra destra sinistra, e prestissimo incomincia la salita. Il cappello mi scende quasi sugli occhi ma quel pezzettino d’orecchie che rimane fuori si è immediatamente congelato, spingo con le cosce in vista del primo semaforo. L’ipod mi rimanda canzoni a casaccio che come ogni giorno interpreto come presagi e ammonimenti per la nuova giornata. A tratti canticchio, mormoro, borbotto, anticipo, le cosce si scaldano e le mani si stringono attorno al manubrio, la schiena si piega, destra sinistra destra sinistra, al semaforo ho già il fiatone ma un pezzetto di discesa mi aspetta e me lo prendo appoggiando il ginocchio all’interno della canna, rilasso le braccia drizzo la schiena, questo è il pezzo che dedico ogni giorno alle innumerevoli discese dai cavalcavia di Padaniacity, e d’improvviso mi trovo catapultata in altri luoghi e altri tempi, ritrovo gli odori delle pedalate mattutine fatte con addosso ancora l’odore di tutte le cose proibite che popolavano le mie notti, pedalate un po’ cieche un po’ stanche e un po’ già proiettate verso quello che sarebbe successo alla fine delle otto ore di lavoro, pedalate spinte verso le chiacchierate con le colleghe nelle pause sigarette, i pettegolezzi i resoconti le interpretazioni i secondo me lascia stare i credo che dovresti cambiare strategia i panini al prosciutto della signora Lucia, e Titti e Piera coi loro sorrisi diversissimi, le idee brillanti che a volte diventavano progetti e molto più spesso svanivano nelle nuvolette di fumo che producevamo nel giardino sul retro.
Ma ecco d’improvviso mi rendo conto che sono a Londra e sto pedalando alla mia sinistra già la curva di Endymion road mi attende terrifica piego un pochino e immediatamente prendo vantaggio dalla discesa appena terminata e ricomincio a spingere sui pedali, lo so che questo è il tratto più lungo e più duro, è il perpetuo inverno delle mie pedalate mattutine, il quotidiano test della motivazione. Inspiro con il naso, espiro con la bocca, la schiena è sudata e appiccicaata ai mille strati di maglie e magliette mentre i piedi e le mani sono quasi congelati ma le cosce spingono bruciano i polpacci si tendono gli addominali si schiacciano contro l’ombelico e io vado, vado, lenta ma inesorabile, una pedalata è un intero viaggio nel passato e tra una falcata e l’altra ci sono intere dimensioni di ricordi, il Cois e la mia paura delle biciclette dodici anni fa, Alice e le nostre pedalate verso il corso successivo alla ricerca di un arcobaleno che rendesse  più leggero il nostro accanimento da studentesse povere, Ale Ceci Ema Sonia e le pedalate fino al cinema Excelsior partendo da Monte Change, le bici prese a prestito da altri appartamenti e i lucchetti che erano sempre troppo pochi allora leghiamole insieme, e le montagne di biciclette che formavamo in quel modo, e i mi presti il badge che l’ho dimenticato? così ci facevano lo sconto.
Pedalo pedalo e so che alle strisce pedonali avrò fatto un terzo di questa salita ma quello che viene dopo è ancora duro ancora duro io vado vado sono stanca i pedoni mi sembrano velocissimi e le automobili invidiose di una dedizione che non capiscono e non conoscono provano a stringerti contro il marciapiede ogni tanto un autista particolarmente dispettoso ti spinge con la fiancata sul manubrio e tu tentenni a volte ti devi fermare.
Ma è un attimo.
Riprendo immediatamente e supero la maledetta rotonda che non so mai dove guardare. E tutte le rotonde di Padaniacity mi tornano alla mente e la Ceci con le sue strategie di ingiuria progressiva, legittima e femminista, ma è solo un veloce momento la Ceci adesso è in Spagna e chissà se ci va anche lei, in bici, chissà se le vengono in mente tutte queste cose ogni mattina, io intanto guardo la cima che è qui davanti a me ma gli ultimi venti metri sono ripidissimi r i p i d i s s i m i.
E improvvisa l’ultima pedalata va a vuoto mi rendo conto così che anche questa mattina il mio test della motivazione è stato superato, quello che c’è dopo   è ordinaria amministrazione per una ciclista incallita come me, eppure lo so, è più di metà strada ancora ma a me pare poco quello che rimane perchè dietro di me c’è la parte più dura e allora yuppieee mi lancio giù per la discesa respiro affanno soffio e canticchio piego all’incrocio lancio la mano a indicare la direzione inveisco ma soprattutto prendo velocità.

Alla fine della pedalata c’è il mio giorno.

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Feb 18 2010

voglio una vita senza mercoledì

Il mercoledì per me è una merda in genere. Nello specifico qui a Londra il mercoledì è il giorno in cui mi pare di avere già utilizzato tutte le energie disponibili, poi mi rendo conto che ci ho ancora davanti due o tre giorni di lavoro e mi deprimo mi viene da piangere o da picchiare i bambini e non posso fare nè l’una nè tantomeno l’altra cosa.
Allora mi fumo una sigaretta di quelle nicotinazero e mi bevo un bicchiere di vino rosso in memoria dei tempi in cui stavo peggio.
Per fortuna ho molti tempi in cui stavo peggio a cui pensare, sono proprio una ragazza alla quale la vita ha dato tutto.
Per esempio la vita mi ha dato che il mercoledì di questa settimana è quasi finito e che il comune di Salerno ancora mi deve 1000 euri che chissà quando come e perchè arriveranno, se arrivano dopo che ho stirato le zampe voglio che siano utilizzati per un cartello gigante da appendere in piazza Maggiore a Bologna, un cartello con la scritta fottetevi. Sono sicura di aver firmato quel contratto di mercoledì. Che poi, tra parentesi, io sono pure nata di mercoledì, sarà questo il punto, ogni settimanaversario della mia nascita mi incazzo inconsciamente.
Ci vorrebbe della droga ci vorrebbe, della droga bella pesante di quelle retroattive che ti trasformano tutto e puff anche il comune di Salerno mi sembrerebbe qualcosa degno di essere amato di amore cosmico e universale.
Ci vorrebbe un sentimento oceanico.
Ci vorrebbe il Portello a Padaniacity com’era molti anni fa quando avevo anni 19 e la notte mi avventuravo sotto i portici senza cercare nulla ma molto trovavo, molta vita molta poesia.
Invece ho qui sulle mie gambe un gatto e quasi quasi me lo fumo chissà che non mi vengano delle belle allucinazioni.

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Ott 15 2009

ascoltando radiokairòs a Londra

Ed eccomi qua, la gamba destra mezza morta, tendine infiammato e menate varie, oggi quasi quasi non potevo fare nemmeno un relevè, grande tragedia. Mi sono spalmata e rispalmata d’arnica sperando che domani vada meglio ma intanto me ne sto a casa, mi ascolto in streaming radiokairòs, una roba sensazionale, mi sento quasi a casa; sono le undici sul meridiano di Greenwich, e da due giorni felicemente scorrazzo in bicicletta per Londontown. Guido a sinistra che è una meraviglia, penso che avrei dovuto nascere in un paese dove si guida a sinistra, potrei proporre anche al ministero per i trasporti italiano di mettere la guida a sinistra, si va che è una meraviglia in bicicletta, mi pare addirittura di vederci meglio: Su e giù per le mille salite e discese di Londranord, chi l’ha detto che Londra è in pianura? Londra è tutta un’infinità di microcollinette, da casa mia a scuola, in venti minuti abbondanti di pedalate, ci saranno trecento o trecentocinquanta collinette, e io vado su e giù con una catena e un lucchetto che pesano più di mio nipote che ha un anno e mezzo e mangia discretamente.
Non è stata la bicicletta a farmi venire male al tendine, sarà stato che ho voluto imparare troppo in fretta. E’ difficile eh, vedere le cose e chiedere al corpo falle!!! e lui non le fa, perchè non è capace. Una grande frustrazione, davvero. Tu gli comandi, falle!!! E lui ciccia, se ne frega, devi stare lì a trattarlo con le buone, lo devi convincere, e lui non ne vuole sapere, sta bene come sta, lui, pigro e inetto, devi trovare delle buone motivazioni e se lo assilli troppo, le lo stressi, se gli stai addosso, se gli metti ansia, al corpo, lui si ribella e si mette in vacanza, tipo ti viene un’infiammazione al tendine e tu ti freghi, ecco cosa fai, ti freghi.
Ti devi mettere in testa che il tuo corpo sei tu, che non te ne puoi comprare un altro, che lo devi trattare bene e che dovete un pochino imparare a dialogare. Un compromesso, ci vuole.
Questo corpo c’ho, questo corpo imperfettissimo, e con lui me la vedo sei ore al giorno davanti al grande specchio insieme a tutti i miei compagni che, ovviamente, mi paiono tutti molto più capaci di me, ma alla fine ognuno si fa le sue paranoie ognuno c’ha i suoi tendini infiammati et cetera vai a sapere cosa pensa ognuno durante gli esercizi quotidiani.

Su e giù per le trecentomila collinette di Londra, mi perdo e mi riperdo, giro rigiro trovo la strada ne sperimento una nuova pedalo su e giù l’importante è non dimenticare di stare a sinistra. Sto diventando una sportiva, non ho mai calzato scarpe da ginnastica tanto di frequente come in questo periodo, finirà che divento pure salutista, anche se di dimagrire non se ne parla, macchè! Sono anzi secondo me ingrassata, ma non di grasso bensì di muscolatura che, come ogni donna sa, pesa più della massa grassa indi per cui peso di più ma sono più snella. Così me la racconto in questo termine di giornata durissima, che giornata dura, infinita, mi sono pure ciucciata la special class, e intanto su e giù per Londra scansa l’autobus dribbla la vecchietta passa col rosso nello scandalo generale, e non trovo uno straccio di lavoro mentre questi del Cts dopo avermi fatto vincere sono un pochino spariti e allora io penso che forse non è vero che ho vinto chi lo sa.
Ma che bella giornata di merda che ho avuto, meno male che è finita, su e giù per Londra pedalapedala e non ho manco un tavolo mi tocca star seduta per terra col culone e il pc appoggiato barcollante sulla sedia che sconforto.
E domani di nuovo pedalapedala se il tempo m’accompagna (speriamo) arriverò a scuola e sono sicura che sarà una giornata migliore il giovedì è sempre un buon giorno per giungere a dei compromessi accettabili col proprsnapshot-of-me-4.pngio corpo, lo so.

Oggi pedalavopedalavo come ai tempi di Padaniacity e pensavo che mi mancava troppo troppo il mio fidanzato, in quel mentre ho incontrato un coniglio e l’ho preso con me si chiama Trappola eccolo qui.

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Set 28 2009

operazione freezer


Erano mesi che mi ripromettevo di dedicarmi allo sbrinamento del freezer e, per una ragione o per un’altra, continuavo a rimandare di settimana in settimana: prima c’era il problema delle provviste, per cui avendo io poco tempo cucinavo in abbondanza e surgelavo in previsione di giornate grame. Poi arrivò il problema del ginocchio del mio fidanzato, che abbisognava di ghiaccio in continuazione, quindi urgeva il freezer acceso. Infine giunse il tempo in cui io e il mio legittimo promesso cominciammo a prenderci gusto a mangiar fuori, per cui le provviste non si riuscivano a smaltire. E intanto il freezer aveva cominciato a produrre ghiacchio in quantità copiose, ghiaccio che subdolamente attanagliava provviste, contenitori e ogni cosa fosse stata per caso dimenticata nello scomparto freezer. Bisognava assolutamente prendere dei provvedimenti e così, da due settimane a questa parte, ho cominciato a sfornare tortini, fare spezzatini di salsiccie, riesumare i prodotti dell’orto che avevo prontamente surgelato a suo tempo e proporli in bizzarre combinazioni al fidanzato che, muto e paziente, ingurgitava, sapendo così di partecipare attivamente alla grande, epica battaglia del freezer.

E oggi finalmente, tirata fuori l’ultima porzione di tortellini, ho disposto gli stracci a terra, tirato fuori le scatole di plastica, disposto le pile refrigeranti attorno ai pochi cibi che si trovano nel frigorifero e poi ho girato la manopola della macchina del freddo sul tasto zero.

Mentre il ghiaccio comincia a colare sulle montagne di stoffa assorbente che ho disposto con cura sul pavimento, ricordo i miei precedenti sbrinamenti. Quando i miei genitori mi obbligarono per un anno a vivere nell’attico in centro a Padaniacity ricordo che d’estate, prima di partire per le vacanze, decisi di staccare la corrente senza però ricordarmi gli stracci.  Al ritorno da una vacanza terribile, durante la quale riuscii finalmente a scollarmi di dosso Afrika, il mio ex fidanzato tossico di cui ho già abbondantemente parlato nei blog precedenti ( e chi se li è persi rosicherà per sempre perchè non ho nessuna voglia di andare a riesumare i racconti e i diari di quella mia singolare avventura di gioventù); dicevo, al ritorno da una vacanza terribile trovai la casa allagata. Ma il pensiero di doverla asciugare da sola, senza la presenza da ectoplasma del suddetto infimo soggetto, mi rese la faticata assai piacevole, e alla fine dell’opera organizzai pure un microfestino.

A onore del vero devo citare, in questo mio excursus tra gli sbrinamenti, la mia amica A, che alla fine della sua annuale permanenza nello studentato dove alloggiava durante i mesi di università volle eliminare il ghiaccio in eccesso dal suo frigo. Purtroppo non le passò per la testa di doverlo sbrinare e insieme al suo allora fidanzato Licazzon andò prontamente ad agire con un coltello sulla parete del frigo, rompendolo. E lo dovette pure ripagare. Credo che anche al termine di questa avventura organizzammo un festino.

In tutti gli anni montecengini l’idea di uno sbrinamento non sfiorò mai la mia testa né quella delle coinquiline. Il freezer era un aggeggio utilissimo per congelarvi il pane della mensa e le provviste che ogni tanto le genitrici, mosse a compassione dal nostro stato alimentare, ci spedivano. E poi le case a Montechange facevano così schifo che non ti veniva proprio voglia di prendertene cura. Si faceva lo stretto necessario per impedire che la muffa e le sporcizie prendessero il sopravvento. E già che il nostro era uno degli appartamenti più puliti: non abbiamo mai avuto i sacchi di immondizia che cadevano giù dal balcone stracolmo, al contrario dei compagni del c2.

Ricordo infine un ultimo sbrinamento, nella casa dove trascorsi gli ultimi anni a Padaniacity e della quale serbo ricordi così cari e in parte dolorosi da non riuscire ancora a scriverne. In quella casa ogni pulizia diventava una festa e pure lo sbrinamento fu fatto con sottofondo musicale di Subsonica e pranzo domenicale seguente.

E ora eccomi qui a guardare il freezer che gocciola. L’autunno è iniziato, la mia valigia è quasi pronta e comincio a pensare che, durante quest’anno londinese, molte cose e molte persone mi mancheranno. Il freezer da sbrinare, quello no.

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Ago 22 2009

basta col revisionismo storico da quattro centesimi.

Girando per Bulagna semideserta nei giorni passati ho fatto numerosi incontri bizzarri, ma uno in particolare mi ha toccata:un foglio ciclostilato, appeso in molti negozi del centro, che canta la bellezza di una città che nel secondo dopoguerra fioriva, le cui strade luminose e fiere erano popolate da giovani dame sorridenti che si lasciavano corteggiare da giovinotti politicamente ben inquadrati sotto portici profumati e pieni di vasi di fiori, una città che in questi ultimi anni ( e sottolineo in questi ultimi anni) vive il degrado imposto da una massa informe di depravati, debosciati, lassisti, drogati e dipendenti dalle sostanze più svariate che la insozzano e privano il bolognese indigeno della gioia di passeggiare sotto i porticati cantando le lodi della donna bolognese e dei suoi tortellini etc etc etc.

Ora. La premessa è che questa retorica non se la sono inventata i bolognesi. Mi dispiace per loro ma in Veneto sono almeno dieci anni che si piange la fine di un’epoca d’oro dove le ridenti cittadine padane splendevano vigorose e non c’erano orde di barbari a inquinarle. A Milano pure, i pochi milanesi rimasti piangono da decenni el nos milan, e sono ormai così pochi che a dar loro man forte ci pensano immigrati meridionali che pur di integrarsi si sono messi a votare lega e strillano contro quei dei centri sociali e quei imigrati marochini sporchi e infedeli .

Ma dopo questa breve esposizione filologica, fatta solo per amore della verità, mi vorrei cimentare in una ricostruzione storica della città di Bologna, che prendo solo quale esempio di quanto il lamento per la città morta sia storicamente infondato: nel secondo dopoguerra la città era mezza diroccata a causa delle bombe. La maggior parte delle case non aveva i cessi e diciamo che comunque i sanitari non erano proprio la prima preoccupazione della ricostruzione postbellica. Tra gli usi comuni c’erano la pisciata nell’angolo e lo sputo libero. I pochi cani sopravvissuti alla fame cagavano tranquillamente in strada senza che alcuno si preoccupasse di raccogliere la cacchina con lo scopino e la paletta. Gli odori di una cucina povera e gustosa riempivano le strade. Chi non aveva lavoro si dedicava senza troppi problemi di coscienza ad attività notturne di vario genere e le strade erano popolate di ogni tipo di persona. I racconti del tempo parlano di vie maleodoranti e nottate buie, insicure, durante le quali qualsiasi cosa poteva succedere all’ombra di un portico.
Poi arrivarono gli anni sessanta, I movimenti universitari, i cortei e le manifestazioni a tutte le ore del giorno e della notte, le riunioni all’aria aperta, gli spazi restituiti alle persone. Gli studenti si riprendevano le strade, i giovani occupavano l’occupabile. La piazza era il posto eletto per l’incontro, per il confronto e a volte per lo scontro.
E giunsero gli anni settanta in un delirio di colori e idee e proposte che non sono certo io a poter descrivere.
Quelli che ci sono stati parlano di una piazza popolata e rumorosa a ogni ora del giorno e della notte, di feste e riunioni non sempre silenziose e men che meno ordinate, di improbabili attacchinaggi sui muri della città, insomma di un gran casino. E poi arrivò il 77 e arrivarono le barricate e i carri armati.

Che faccio, mi fermo? Si, mi fermo perchè è arrivata l’ora della pappatoria e anche perchè non sono donna di lunghe disquisizioni. Altrimenti avrei scritto un libro e non terrei un blog. Ma l’esposizione mi sembra sufficiente. Cari bolognesi retrò, cari amministratori rompicoglioni, ma quest’epoca d’oro di portici profumati e corteggiamenti a base di rose senza spine dove sta? Quando era? Non è che per caso ve la siete immaginata?
Io, da osservatrice esterna (perchè sono esterna, su questo non ci piove) sono perplessa. Adesso, rimpiangendo questa fantomatica epoca d’oro del blablabla, mi volete chiudere la città e farmela diventare come in quel cartone animato di walt disney, come si chiama, quello dell’orco, in cui c’è il tipo nano folle (oh, che singolare analogia!!!!) che vuole fare il regno perfetto, immobile e ingessato.

Io, personalmente, mi oppongo e vi spernacchio.
Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr 

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Lug 10 2009

volevo solo dire

Published by lucilla under padaniacity, nordest, politica

 questo

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Mag 06 2009

ricordi alimentari sparsi nel nordest (propaganda elettorale mascherata)


cielo bianco su Bologna come nei migliori fumetti di andrea pazienza
cielo bianco e io che improvvisamente mi domando:ma a bologna che fine hanno fatto le mense universitarie?nessuno di quelli cui l’ho domandato è stato in grado di rispondermi.
Gli ultracinquantenni mi parlano di storiche lotte per il mantenimento del beneficio gratuito della mensa per gli studenti. Se vado a riaprire le avventure di penthotal mi soffermo davanti alla tavola che mostra la mappa della coda della mensa, ore e ore di coda, un lungo serpente che si snoda tra le strade del centro di Bologna, un serpente serpeggiante ricco di sorprese e di imprevisti, e poi la tavola successiva mi mostra gli utenti della mensa, i pescaresi, i foggiani e via discorrendo.

E allora ritorno con la mente agli anni della mia università, anni trascorsi a Padaniacity pedalando come una deficiente dentro e fuori dalle quattro porte cittadine, cercando la pozione per acquistare il dono dell’ubiquità, visto che i prof si ostinavano a sovrapporre corsi obbligatori, anni trascorsi sotto la volta del grande arco di piazza dei signori o sul marciapiede di piazza delle erbe a fare quella cosa proibita, proibitissima, oggi pluricensurata che è bere lo spritz in piazza. Ma cosa dico? Bere LO spritz? Macchè, bere due, tre spritz, e intanto parlare, di niente ma soprattutto di tutto, e le noste rivoluzioni noi, noi che ora ci abbiamo più o meno trent’anni, le abbiamo fatte anche lì su quelle mattonelle, sotto quegli archi, in fila per lo spritz del bar all’angolo, e assicuro al sindaco uscente di Padaniacity che più che uscire alcoolisti noi siamo usciti da quegli anni e da quei bicchieri pensanti, ecco come siamo usciti, con la nostra testa e le nostre gambe, e soprattutto con le nostre idee e difatti non lo votiamo, anche se si ricandida, non lo votiamo perchè è un cubo di repressione e storie tristi e meschinità e parole usate male parole usate per confondere parole sparlate.

Oddio, stavo parlando delle mense e sono finita a fare campagna elettorale. Ma tanto a me che mi frega? Io un’alternativa possibile non ce l’ho, mi dispiace, io non la posso proporre, del resto io voto a Castello di Serravalle, ammesso che voti, e non ho la minima idea del destinatario della mia benedetta crocetta. E poi potrei pure non votare, che a me quello che m’importa ormai è ben altro, e tutti gli anni trascorsi a Padaniacity impegnandomi in politica mi hanno fatto capire una cosa soltanto: che è inutile. Che ci sarà sempre qualcuno che mi strumentalizzerà e che nel momento del bisogno sarò opportunamente lasciata sola e con le braghe calate.

E allora io abbandono felicemente l’idea della bassa politica e ritorno alle mense, alle ore trascorse in fila ad aspettare il proprio turno, ai pasti smezzati coi compagni che non ci avevano il diritto alla mensa gratis. Ritorno alle mense, alle corse in bicicletta, ai tovaglioli imboscati tra i libri e all’insalata di travertino, immangiabile, vetusta, rocciosa, una vera e propria scultura vegetale, che la povera studentessa fuorisede provava disperatamente a masticare al posto dell’altro contorno di prassi ovvero spinaci al burro, leggi olio esausto con alcune cose verdi a galleggiarvi in mezzo.

Le mense, le mense per me rappresentano l’idea del diritto, ecco cosa rappresentano. Si andava in mensa perchè c’era il diritto a quel pasto, perchè eravamo studenti e dovevamo magnà, se no chi ce la faceva a studiare. Andavamo in mensa e passavamo fieramente il nostro badge che una settimana si e una no si smagnetizzava, e se trovavi l’impiegato stronzo non ti faceva mangiare, per il puro gusto di farti un dispetto, ma era un caso, era un caso davvero perchè in genere la mensa era un tuo diritto.

E ora voglio sapere dove sono finite le mense universitarie di Bologna.

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