Archive for the 'padaniacity' Category

Mar 08 2011

guida intergalattica per attivisti, primo episodio

c’era un pomeriggio di cielo strano al tippiò e noi con un’ora e mezza di ritardo sulla tabella di marcia. Un caffè che ci metteva una vita a venir su, mentre gli Oh the lady stone facevano le prove di un concerto che non avremmo visto.  C’era un poco di emozione. Un po’ tanta. Dissimulata, dissimulatissima, io sono tranquilla e tu?io pure. C’era la scenografia, che subito ha ricevuto il battesimo di un nome proprio. C’era  una pianura padana c’ero io che raccontavo storie ma non troppe c’era Francis che pure lui raccontava un pochetto.
C’era il Pedro tutto rimesso a nuovo che quando ci sono entrata quasi non mi sembrava lo stesso posto dove tredici anni fa entrai, senza casa e coi dreadlocks, a chiedere un giaciglio per la notte. C’erano tutte e c’erano tutti e tutte e tutti sapevano chi eravamo e ci sorridevano e chiedevano come era andato il primo marzo e domandavano se per caso avessimo bisogno d’aiuto.
C’era che a un certo punto non lo volevo fare più. C’era che Francis era troppo lontano là, in fondo alla sala. C’era che se era così lontano allora uffa sarebbe stato come farlo da sola, lo spettacolo. C’erano le persone. Improvvisamente. Che lo sapevano tutti che era un debutto. Un debutto dopo quanto e quale silenzio. E quando sono entrata in scena hanno applaudito, così, solo per darmi coraggio, per dirmi che erano là per me, nonostante tutta la cricca dei teatranti di Padaniacity m’avesse bellamente ignorata, loro invece erano là, cento persone, tutte per me tutte per noi, tutte in quel capannone a vedersi il teatro, cazzo, sfido io.
C’era che ero emozionata, e l’ho fatto durare troppo poco. E mi mancava la Ba che non c’era. E mi dispiaceva perche’ pensavo di averlo fatto male. E non volevo sentire nessun commento perchè avevo paura di quei sorrisi finti che so bene cosa significhino. Ma poi una persona che non conoscevo mi ha detto una cosa piccolapiccola, ma appuntita e brillante e allora ho pensato che anche solo per quella cosa ecco, sarebbe valsa la pena.
C’era l’intervista, che ci siamo sentite proprio delle rockstar.

Così è cominciata la nostra turnè. Una primavera precoce ci ha accolti lanciando bistecche da sei etti sul lago Trasimeno. Umili eroi a testa alta  si sono commossi alle nostre parole. Un bagno gelido e fradicio ci ha visti cambiarci zompettando. Una fatina m’ha scaldato l’acqua in un pentolino. Lacrime e risate e una sala che sembrava pienapienissima. Veramente, veramente, il calore eravamo noi. E Lafla e una degnissima rappresentanza di nipotini ci hanno fatti sentire a casa.

E poi la notte e i racconti della nostra ospite appena uscita fuori dal mondo delle fate dagli ombrelli rossi, e poi il viaggio, i saluti veloci perchè una volta che si è arrivati a Bulagna è tutto come prima tutto di nuovo metallico e ingranato e già non c’è più spazio già la turnè è sospesa fino al prossimo uicchend già penso che vorrei scrivere per gratitudine e per gioia e per timore di dimenticare ma anche non vorrei scrivere perchè troppe cose si sono chiuse a chiave nella magica valigia da sessanta euri già sogni e promesse imballati nell’astuccio dei cd già sono in ritardo e cazzo ho dimenticato le chiavi della macchina in una delle tasche di Francis.

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Mar 04 2011

guida intergalattica per attivisti

Mi sembra l’altroieri che me ne andai infuriata e terrorizzata dalla casa nella campagna e mi trasferii in questo bellissimo buco in viorfeo, e mi ripigliai il tempo le cose gli spazi ma soprattutto mi ripigliai la vita e ricominciò tutto l’infinito amore con la lotta.
Se voglio mettere un po’ di ordine proprio a quel giorno devo tornare, o forse al 30 novembre, le gambe di Francis davanti a me che correvano ferme come due colonne verso l’autostrada, e chi l’avrebbe detto poi che tre mesi dopo avremmo debuttato con la nostra guida intergalattica per attivisti, chi.
Se voglio mettere un po’ di ordine penso al lungo viaggio di ritorno e a quell’assemblea fatta con la neve che cadeva, proprio come oggi, il tippiò pieno di gente e i siti letteralmente intasati di storie che prepotentemente venivano fuori proprio da dentro, dal fegato dalle viscere da noi.
Non mi ricordo manco più come mi sia venuta l’idea, ma poi, è venuta a me, l’idea, o è venuta all’assemblea e io mi sono soltanto fatta un pochino di coraggio? E poi c’è stata la bellissima festa di fine anno e io ubriaca sugellavo il mio patto con Francis, che lui secondo me non si aspettava minimamente la marea di guai e di lavoro cui andava incontro.

A tutto questo penso stanotte, la notte prima della prima, penso a Francis e alla sua mania di mettere le sigle dappertutto, io sono diventata crv e lui fpl, e insieme facciamo ndvl, tutto intriso delle sue regole d’armonia surreale, e il suo spirito zen e io che dico no non si fa più niente, e lui che mi dice no dai facciamolo per questo e per quello, allora io lo voglio fare e lui ci ha la giornata che non ne può più e io gli faccio davanti agli occhi la prova più bella della galassia e lui allora lo vuole fare di nuovo, e il naso storto che secondo lui c’è qualcosa che non va, la politica parlata fuori alla finestra, e cazzo secondo te Francis esiste una cosa più intima di tutto questo ti rendi conto di quello che abbiamo in mano? ti rendi conto di quello che ci hanno messo in mano? e lui che dice forse l’unica cosa più intima avrebbero potuto essere le mutande e io che arrossisco perchè penso che ecco, qualche paio di mutande non mi dispiacerebbe vederlo.

E le cose che non si possono dire. E le prove al tippiò. E quelle nella stanza di Francis. E le telefonate che non si capisce. E il mio senso di colpa quando mi chiedo ma in fondo sarà vero che è anche questa politica? mi starò mica rinchiudendo? sarà che faccio la fine di Pentothal che ce lo caghi che sei un artista? E Lafla e Laire e l’Annina e Laste e tutt* quell* che in questi mesi hanno chiesto come procedevano le cose. E il tempo che passa e le cose che cambiano però quel giorno a Roma c’eravamo davvero ed è andata proprio così. E il debutto a Padaniacity che se ci penso sono terrorizzata e felice.

E lo spettacolo che non so come andrà, e se ci penso sono anni che non provo una cosa del genere e ho paura. Poi penso a quando finisce tutto guardo Francis e lui mi fa l’occhiolino. Penso che questo spettacolo per la prima volta lo condivido, lo condivido davvero, questo spettacolo non è solo mio io sono soltanto l’ultimo pezzettino ed è bellissimo pensarlo. Penso ai pezzi che ho dovuto tagliare fuori perchè non c’era tempo. Penso ai pezzi che ho aggiustato modificato per le maledette esigenze drammaturgiche. Penso alla gente che si è fidata di me e ha lasciato che lo facessi.

Penso a tutto questo e a mille altre cose che non so scrivere e non so mettere in ordine, penso alla turnè che ci aspetta, alla stanchezza all’incertezza penso.
Poi mi ricordo di quello che ci siamo ripetuti infinitevolte.

Ci siamo detti buonanotte, e nessuno è andato a dormire.     

Domani debuttiamo con non vengo dalla luna, la nostra guida intergalattica per attivisti.
Non facciamoci prendere dal panico.

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Gen 22 2011

prime impressioni da una grande assemblea

Pare proprio che cel’ abbiamo fatta. Dal 14 dicembre ad oggi è stata un’altra corsa ininterrotta in cui le cose da fare erano sempre troppe rispetto al tempo a disposizione, io come al solito sempre sbrindellata sempre con un piede sulla bicicletta un occhio sui libri e due o tre pensieri laterali a fare da rumore di sottofondo, io così e come me tutti gli altri, che sempre riuscire a trovarsi in un attivo per discutere pareva un miracolo.

Ma oggi finalmente ore ottettrenta siamo partiti dal piazzale del tippiò, io e Francis con una piccola ansia in comune che però è anche gioia con un piccolo dono per la grande assemblea che ci aspetta la nostra creatura appena sfornata che stasera andrà in scena proprio al Rivolta e chi se lo sarebbe aspettato mai. Tredici anni fa per la prima volta sbarcai al Rivolta qui a Marghera e mi sembrò un posto tremendamente inospitale non più nè meno che tutto questo strano nordest poi con gli anni imparai le relazioni le parole imparai che non era poi così inospitale e forse non è un caso che oggi io sia proprio qui in questa nuova casa a salutare compagne e compagni che ormai dal millennio passato condividono le lotte per cui io pure mi animo.
Marghera è oggi una casa calda (così calda che quasi non pare un centro sociale) e siamo tantissimi per questo incontro e Wilma ha appena aperto i lavori della plenaria io mi sento emozionata guardo attorno e ci sono le ragazze di Global superattrezzate ci sono persone di tutte le età c’è Francis a due sedie da me che chissà a cosa sta pensando forse semplicemente sta ascoltando perchè lui è uno normale mica ha trenta pensieri laterali come me ecco adesso dovrei mettermi a sentire anche io cosa dice l’assemblea ma volevo scrivere che poi lo so questi sono momenti che o li fermi o loro dispettosi fuggono dalla memoria e poi te ne penti.

Io sono felice di essere qua oggi. Me ne sono accorta quando all’ingresso ho visto Barbara che subito mi ha detto oi poi per la tecnica vediamo dopo, mi ha detto solo queste parole superoperative però in fin dei conti mi ha dato il benvenuto e io davvero mi sono sentita benvenuta.

E da uniti contro la crisi è tutto. Passo e chiudo.

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Nov 13 2010

una giornata particolare

partita da Padaniacity in tutta fretta ho la macchina che profuma di cavoletti e verdurine che l’Ale m’ha regalato per nutrire me e le mie fisime da salutista di ritorno, due ospiti dell’ultimo momento provano a intrattenermi e fanno davvero del loro meglio anche se io ci ho quel piglio fastidioso e tignoso che mi prende ogni tanto dopo che ho avuto overdose di vita pubblica.
Partita sì, da Padaniacity, che mi pare di essere andata in vacanza, visto amici stretti e strettissimi salutato radio Sherwood e tutto il nuovo ambaradan, fatto chiacchiere più o meno interessanti, postami domande esistenziali sul come ci si dovrebbe approcciare a una persona dopo non averla vista per anni mille, incontrato per sbaglio anche vecchie vecchissime fiamme e per mia disgrazia la fiamma non s’è riaccesa dunque sempre con quest’aria d’asessuata mi sono aggirata tra testosterone al quale ero immune. Mi sono fatta il vaccino contro il desiderio sessuale e non me ne sono manco resa conto. Però bene, che risparmio un sacco di energie.

Partita sì, da Padaniacity verso Bulagna che oggi, a confronto, sembrava quasi calda, Bulagna la tropicale, Bulagna che volevo arrivare assolutamente entro le duemmezza poichè c’era la manifestacja e io assolutamente non volevo mancare. Che era tanto troppo tempo che non manifestavo e dovevo a ogni costo esserci dunque pigiato piedino sull’acceleratore e giunta parcheggiata mi precipito verso il luogo di ritrovo dove c’erano tutti o quasi.

Mi sento un po’ una vecchia zia all’inizio, che non so dove mettermi e non capisco bene ma poi è un attimo e sono di nuovo a mio agio come tanti anni fa eccomi incordata tra conosciuti e sconosciuti che dico gli slogan ecco che sorrido a quelli avanti e a quelli dietro.
Che c’è proprio un po’ di tutto, pezzi di umanità presi da ogni scaffale disponibile, e quando arrivano i  migranti da Rimini ecco, tutti loro attruppati dietro lo striscione, trafelati per il ritardo e il timore di non farcela, felici colorati pure un po’ stanchi io li guardo e mi commuovo lo giuro, mi scendono due lacrime maledette che mi fanno ridere di me.
Cammino incordata con lo zio A e la Cla e AP, i nuovi amici di questo incredibile autunno bolognese, davanti a me Mino e da qualche parte Flavissima che va e viene affaccendata come suo solito, e io sono proprio contenta e un po’ infreddolita, mi fanno sorridere alcuni dei cori, altri mi piacciono e altri ancora un po’ mi imbarazzano ma ci sta tutto, ci sta tutto, anche questo mio parziale disagio anche questa mia temporanea distanza, anche questo mio non cantare “IO ODIO LA LEGA” perchè in fin dei conti io non odio nessuno, nemmeno quelli della lega, che l’odio è un sentimento troppo impegnativo per sprecarlo così, io l’unica persona che credo di aver mai odiato nella mia vita credo sia stata me stessa
ma insomma
guardomi attorno e godo di queste persone attorno a me, che alcune le conosco e altre no, ma siamo tutti qui ed è bello e intenso perchè ora che ho trentun’anni quasi trentadue ora sì lo capisco, il conflitto è vita il conflitto è a volte l’unica via per un confronto possibile e in un momento come questo qua bisogna creare il conflitto e alzare il livello della lotta e lo so che parlo come una vecchia autonoma ma queste parole proprio dalla panza mi vengono, perchè mi pare l’unico modo possibile, perchè se nessuno mi vuole dare i miei diritti allora me li prendo io, in un modo o in un altro.
Io mi appartengo.

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Nov 11 2010

mozziconi a padaniacity

Di nuovo sono in questo Veneto silenzioso e alluvionato, di nuovo mi aggiro tra i grigi corti palazzi dell’arcella, di nuovo mi perdo tra le innumerevoli rotonde e i  nuovissimi cavalcavia luminosi che ti urlano siiii siamo in veneto siamo nel nordest questo è il progresso benvenuti nel mondo della produttività benvenuti sul nuovo cavalcavia che vi porterà direttamente nel futuro mentre a pochi kilometri silenziosamente tremila sfollati se la vedono con mari di acque imbestialite, acque che si ribellano al progresso di cui sopra e forse chissà si ribellano pure, a loro modo, a questa barbara privatizzazione che ci vorrebbe tutti compratori di vita al litro.
Mi dia un litro di vita comodamente imbottigliato in plastica, per cortesia, ne vorrei di quella frizzantina.

Di nuovo sono a Padaniacity ed erano quattro anni quattro che non ci rimanevo tanto a lungo, una settimana intera tra prove, amici e spettacoli in giro in lungo e largo, che mi sento bene mi sento viva mi sento che ho qualcosa da dire. Anche se forse le cose sono in fondo sempre le stesse ma c’è ancora gente che le vuole ascoltare. E allora io le dico ed è stata emozione pura e fortissima di nuovo passare a prendere il vecchio socio e andare insieme fino a Venezia, fare in macchina il ponte della libertà e vedere le luci delle navi e delle isole, camminare tra le scivolosissime strette umide calli e ricordare di qua si va a Santa Marta di qua a campo Santa Margherita di là alle Zattere dove si mangiava quel gelato buonissimo e di qua di qua…ecco di nuovo mi son persa.
Bello perdersi e ritrovarsi a Venezia dopo tanti anni, bello sarà stasera approdare a Rovigo, padrona dei miei giorni mi sento, giorni precari e con poca pochissima struttura senza dubbio ma giorni miei, miei e di nessun altro, tempo libero tempo liberato anche tempo morto a volte ma mio, anche il cadavere del tempo.

Per tanti anni ho fumato diana blu morbide a padaniacity, il pacchetto morbido è il sale della vita. Ci sono molti buoni motivi per fumare il pacchetto morbido eh, i maschi dicono che sia meglio poichè gli spigoli non ti sbattono addosso attraverso le tasche, ma secondo me il motivo vero che dovrebbe convincere ognuno è che nel pacchetto morbido, quando pensi che le cicche siano finite, ce ne sta sempre un’ultima un po’ spiaccicata e rintanata nell’angolo.
Certo, a volte è rotta, ma si può sempre fare l’opera di ri-attaccaggio, eh si.
Amo il pacchetto morbido e lo amai per tanti anni, poi ciclicamente però smetto di fumare ma niente paura, lo so che dopo qualche anno mi torna di nuovo il friccico. Questa volta però ho avuto la brutta soprese. Eh si, che ho cambiato sigarette e me ne fumo un tipo superleggero da vecchia zia. Ma il pacchetto morbido di questa marca non c’è, e un po’ mi manca.
Mi mancava stamane mentre passeggiavo col Korto per i parchi dell’arcella. Molte cose mi mancano molte cose più non torneranno ma molte nuove e inaspettate ne sono arrivate. E allora ecco mi preparo il mio riso con la zucca e mi preparo a un’altra delle avventure di Lucilla.

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Ott 27 2010

brandelli di padaniacity

che era ottobre, e noi giovani promesse della comunicazione avevamo lezione all’ottemmezza, lunedì martedì mercoledì, come buoni soldatini, piccoli piccoli appena sbarcati giù dalla nave della scuola superiore, eppure grandi, i maschi avevano il pizzetto, qualcuno la barba. Il Korto, ricordo, aveva dei capelli ricciricci che gli avvolgevano la testa e sembrava un fumetto.
Parlavamo della politica e del mondo come se ne avessimo davvero capito qualcosa. Forse, da qualche parte nella testa di uno qualsiasi di noi, c’era la ricetta segreta per la rivoluzione. Che però è andata persa in tutti questi anni di colloqui annacquati.

Una nebbia fitta e densa, che si tagliava solo per un secondo quando il naso ci passava in mezzo, e si richiudeva prontissima, quasi a non lasciare la traccia del nostro passaggio. Sigarette economiche, fumavamo, tabacco in quei fogli verdi e gialli o diana blu morbide, che per me erano il meglio, il meglio davvero, le dita rosse di freddo le tiravano fuori faticosamente dal pacchetto e già si liberava l’odoramaro. Mancavano sempre gli accendini.
Uagliù, un accendino? Che l’accendino era un oggetto della collettività, come gli ombrelli, tu ogni tanto lo compravi, spesso lo perdevi, raramente te ne trovavi in tasca uno non tuo, regalo di qualche sbadato o frutto d’incosciente rivendicazione capitalista.
Alice aveva quella maglia andina che andava di moda allora, era piccolapiccola coi capelli rossi, e a lungo non siamo state capaci di trovare un modo per parlarci. Poi, a un certo punto, è arrivato, tutto di botto.
Facevamo lezione nel cuore della città e pretendevamo la pausa caffè, i sampietrini e le colonne ci appartenevano, biciclette sempre troppo poco funzionanti, catenacci arrugginiti che si bloccavano col freddo.
Il caldo non arrivava nemmeno alle dueunquarto quando di fretta e furia raccattavamo penne e appunti e ci precipitavamo in mensa nel timore che chiudesse senza darci il meritato pane quotidiano. Piedi freddi e zuppi, ricordo, e discussioni interminabili sulla legittimità d’Israele e sull’utilità della semiotica così come ci veniva propinata da un tale di cui pure ricordo il nome ma che così, per diletto, mi diverto a non nominare. Ottobre a Padaniacity e già era lontanissima l’estate, già i racconti delle vacanze si erano dissolti nell’appello straordinario che ci aveva visti tutti in qualche modo vincitore, chi più chi meno, ma alla fine eravamo tutti là, che sembrava saremmo stati sempre così, in quell’equilibrio immobile eppure sempre fluido.  Che sembrava che nessuno ci avrebbe vinti mai. E il Licazzone voleva fare un cortometraggio sugli ecoterroristi. Il Cois stava sempre dietro a un qualche paio d’occhiali che aveva lasciato da qualche parte, e io m’innervosivo, mi adiravo, masticavo bile aspettandolo per ore e però anche mi veniva da ridere, che lo sapevo che lui era fatto così, e chissà dove li avrebbe trovati, gli occhiali, quella volta. Ancora mi domando perchè non sia passato alle lenti a contatto. Ancora m’adiro per quell’improvvisa espressione vaga e indecifrabile che fa quando è colpevole. Gli altri, ancora mi prendono in giro.
Chi lo sa se Simo era già entrato nelle nostre vite chi se lo ricorda, forse all’inizio non tanto, nè lui nè Paolino, Eppure adesso, se ci penso, mi sembra che tutti quegli anni appartengano a ognuno di noi in uguale misura, come se li avessimo vissuti tutti insieme, appiccicati, che da qualche parte pure Fabietto era già spuntato, lui si, ma senza la sua scimmia e senza i capelli di adesso, che sembrava quasi uno serio, lui.
Tutto insieme e tutto mischiato, così, improvvisamente, in questo ventisei ottobre che vuole finire troppo presto. Che mi sembra che in fondo quella nebbia densa c’abbia permesso di conservare uno straccio di sogno, forse.

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Mar 05 2010

voglio solo pedalare

Il primo tratto è piano e deserto, così che faccio in tempo ad abituarmi alla pesantezza e al freddo che si appiccica immediatamente alle guance. Ma il sole splende e la catena è finalmente ingrassata, mi stupisco quasi di quanto improvvisamente il mio cavallo d’acciaio sia diventato docile e veloce. Destra sinistra destra sinistra, e prestissimo incomincia la salita. Il cappello mi scende quasi sugli occhi ma quel pezzettino d’orecchie che rimane fuori si è immediatamente congelato, spingo con le cosce in vista del primo semaforo. L’ipod mi rimanda canzoni a casaccio che come ogni giorno interpreto come presagi e ammonimenti per la nuova giornata. A tratti canticchio, mormoro, borbotto, anticipo, le cosce si scaldano e le mani si stringono attorno al manubrio, la schiena si piega, destra sinistra destra sinistra, al semaforo ho già il fiatone ma un pezzetto di discesa mi aspetta e me lo prendo appoggiando il ginocchio all’interno della canna, rilasso le braccia drizzo la schiena, questo è il pezzo che dedico ogni giorno alle innumerevoli discese dai cavalcavia di Padaniacity, e d’improvviso mi trovo catapultata in altri luoghi e altri tempi, ritrovo gli odori delle pedalate mattutine fatte con addosso ancora l’odore di tutte le cose proibite che popolavano le mie notti, pedalate un po’ cieche un po’ stanche e un po’ già proiettate verso quello che sarebbe successo alla fine delle otto ore di lavoro, pedalate spinte verso le chiacchierate con le colleghe nelle pause sigarette, i pettegolezzi i resoconti le interpretazioni i secondo me lascia stare i credo che dovresti cambiare strategia i panini al prosciutto della signora Lucia, e Titti e Piera coi loro sorrisi diversissimi, le idee brillanti che a volte diventavano progetti e molto più spesso svanivano nelle nuvolette di fumo che producevamo nel giardino sul retro.
Ma ecco d’improvviso mi rendo conto che sono a Londra e sto pedalando alla mia sinistra già la curva di Endymion road mi attende terrifica piego un pochino e immediatamente prendo vantaggio dalla discesa appena terminata e ricomincio a spingere sui pedali, lo so che questo è il tratto più lungo e più duro, è il perpetuo inverno delle mie pedalate mattutine, il quotidiano test della motivazione. Inspiro con il naso, espiro con la bocca, la schiena è sudata e appiccicaata ai mille strati di maglie e magliette mentre i piedi e le mani sono quasi congelati ma le cosce spingono bruciano i polpacci si tendono gli addominali si schiacciano contro l’ombelico e io vado, vado, lenta ma inesorabile, una pedalata è un intero viaggio nel passato e tra una falcata e l’altra ci sono intere dimensioni di ricordi, il Cois e la mia paura delle biciclette dodici anni fa, Alice e le nostre pedalate verso il corso successivo alla ricerca di un arcobaleno che rendesse  più leggero il nostro accanimento da studentesse povere, Ale Ceci Ema Sonia e le pedalate fino al cinema Excelsior partendo da Monte Change, le bici prese a prestito da altri appartamenti e i lucchetti che erano sempre troppo pochi allora leghiamole insieme, e le montagne di biciclette che formavamo in quel modo, e i mi presti il badge che l’ho dimenticato? così ci facevano lo sconto.
Pedalo pedalo e so che alle strisce pedonali avrò fatto un terzo di questa salita ma quello che viene dopo è ancora duro ancora duro io vado vado sono stanca i pedoni mi sembrano velocissimi e le automobili invidiose di una dedizione che non capiscono e non conoscono provano a stringerti contro il marciapiede ogni tanto un autista particolarmente dispettoso ti spinge con la fiancata sul manubrio e tu tentenni a volte ti devi fermare.
Ma è un attimo.
Riprendo immediatamente e supero la maledetta rotonda che non so mai dove guardare. E tutte le rotonde di Padaniacity mi tornano alla mente e la Ceci con le sue strategie di ingiuria progressiva, legittima e femminista, ma è solo un veloce momento la Ceci adesso è in Spagna e chissà se ci va anche lei, in bici, chissà se le vengono in mente tutte queste cose ogni mattina, io intanto guardo la cima che è qui davanti a me ma gli ultimi venti metri sono ripidissimi r i p i d i s s i m i.
E improvvisa l’ultima pedalata va a vuoto mi rendo conto così che anche questa mattina il mio test della motivazione è stato superato, quello che c’è dopo   è ordinaria amministrazione per una ciclista incallita come me, eppure lo so, è più di metà strada ancora ma a me pare poco quello che rimane perchè dietro di me c’è la parte più dura e allora yuppieee mi lancio giù per la discesa respiro affanno soffio e canticchio piego all’incrocio lancio la mano a indicare la direzione inveisco ma soprattutto prendo velocità.

Alla fine della pedalata c’è il mio giorno.

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Feb 18 2010

voglio una vita senza mercoledì

Il mercoledì per me è una merda in genere. Nello specifico qui a Londra il mercoledì è il giorno in cui mi pare di avere già utilizzato tutte le energie disponibili, poi mi rendo conto che ci ho ancora davanti due o tre giorni di lavoro e mi deprimo mi viene da piangere o da picchiare i bambini e non posso fare nè l’una nè tantomeno l’altra cosa.
Allora mi fumo una sigaretta di quelle nicotinazero e mi bevo un bicchiere di vino rosso in memoria dei tempi in cui stavo peggio.
Per fortuna ho molti tempi in cui stavo peggio a cui pensare, sono proprio una ragazza alla quale la vita ha dato tutto.
Per esempio la vita mi ha dato che il mercoledì di questa settimana è quasi finito e che il comune di Salerno ancora mi deve 1000 euri che chissà quando come e perchè arriveranno, se arrivano dopo che ho stirato le zampe voglio che siano utilizzati per un cartello gigante da appendere in piazza Maggiore a Bologna, un cartello con la scritta fottetevi. Sono sicura di aver firmato quel contratto di mercoledì. Che poi, tra parentesi, io sono pure nata di mercoledì, sarà questo il punto, ogni settimanaversario della mia nascita mi incazzo inconsciamente.
Ci vorrebbe della droga ci vorrebbe, della droga bella pesante di quelle retroattive che ti trasformano tutto e puff anche il comune di Salerno mi sembrerebbe qualcosa degno di essere amato di amore cosmico e universale.
Ci vorrebbe un sentimento oceanico.
Ci vorrebbe il Portello a Padaniacity com’era molti anni fa quando avevo anni 19 e la notte mi avventuravo sotto i portici senza cercare nulla ma molto trovavo, molta vita molta poesia.
Invece ho qui sulle mie gambe un gatto e quasi quasi me lo fumo chissà che non mi vengano delle belle allucinazioni.

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Ott 15 2009

ascoltando radiokairòs a Londra

Ed eccomi qua, la gamba destra mezza morta, tendine infiammato e menate varie, oggi quasi quasi non potevo fare nemmeno un relevè, grande tragedia. Mi sono spalmata e rispalmata d’arnica sperando che domani vada meglio ma intanto me ne sto a casa, mi ascolto in streaming radiokairòs, una roba sensazionale, mi sento quasi a casa; sono le undici sul meridiano di Greenwich, e da due giorni felicemente scorrazzo in bicicletta per Londontown. Guido a sinistra che è una meraviglia, penso che avrei dovuto nascere in un paese dove si guida a sinistra, potrei proporre anche al ministero per i trasporti italiano di mettere la guida a sinistra, si va che è una meraviglia in bicicletta, mi pare addirittura di vederci meglio: Su e giù per le mille salite e discese di Londranord, chi l’ha detto che Londra è in pianura? Londra è tutta un’infinità di microcollinette, da casa mia a scuola, in venti minuti abbondanti di pedalate, ci saranno trecento o trecentocinquanta collinette, e io vado su e giù con una catena e un lucchetto che pesano più di mio nipote che ha un anno e mezzo e mangia discretamente.
Non è stata la bicicletta a farmi venire male al tendine, sarà stato che ho voluto imparare troppo in fretta. E’ difficile eh, vedere le cose e chiedere al corpo falle!!! e lui non le fa, perchè non è capace. Una grande frustrazione, davvero. Tu gli comandi, falle!!! E lui ciccia, se ne frega, devi stare lì a trattarlo con le buone, lo devi convincere, e lui non ne vuole sapere, sta bene come sta, lui, pigro e inetto, devi trovare delle buone motivazioni e se lo assilli troppo, le lo stressi, se gli stai addosso, se gli metti ansia, al corpo, lui si ribella e si mette in vacanza, tipo ti viene un’infiammazione al tendine e tu ti freghi, ecco cosa fai, ti freghi.
Ti devi mettere in testa che il tuo corpo sei tu, che non te ne puoi comprare un altro, che lo devi trattare bene e che dovete un pochino imparare a dialogare. Un compromesso, ci vuole.
Questo corpo c’ho, questo corpo imperfettissimo, e con lui me la vedo sei ore al giorno davanti al grande specchio insieme a tutti i miei compagni che, ovviamente, mi paiono tutti molto più capaci di me, ma alla fine ognuno si fa le sue paranoie ognuno c’ha i suoi tendini infiammati et cetera vai a sapere cosa pensa ognuno durante gli esercizi quotidiani.

Su e giù per le trecentomila collinette di Londra, mi perdo e mi riperdo, giro rigiro trovo la strada ne sperimento una nuova pedalo su e giù l’importante è non dimenticare di stare a sinistra. Sto diventando una sportiva, non ho mai calzato scarpe da ginnastica tanto di frequente come in questo periodo, finirà che divento pure salutista, anche se di dimagrire non se ne parla, macchè! Sono anzi secondo me ingrassata, ma non di grasso bensì di muscolatura che, come ogni donna sa, pesa più della massa grassa indi per cui peso di più ma sono più snella. Così me la racconto in questo termine di giornata durissima, che giornata dura, infinita, mi sono pure ciucciata la special class, e intanto su e giù per Londra scansa l’autobus dribbla la vecchietta passa col rosso nello scandalo generale, e non trovo uno straccio di lavoro mentre questi del Cts dopo avermi fatto vincere sono un pochino spariti e allora io penso che forse non è vero che ho vinto chi lo sa.
Ma che bella giornata di merda che ho avuto, meno male che è finita, su e giù per Londra pedalapedala e non ho manco un tavolo mi tocca star seduta per terra col culone e il pc appoggiato barcollante sulla sedia che sconforto.
E domani di nuovo pedalapedala se il tempo m’accompagna (speriamo) arriverò a scuola e sono sicura che sarà una giornata migliore il giovedì è sempre un buon giorno per giungere a dei compromessi accettabili col proprsnapshot-of-me-4.pngio corpo, lo so.

Oggi pedalavopedalavo come ai tempi di Padaniacity e pensavo che mi mancava troppo troppo il mio fidanzato, in quel mentre ho incontrato un coniglio e l’ho preso con me si chiama Trappola eccolo qui.

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Set 28 2009

operazione freezer


Erano mesi che mi ripromettevo di dedicarmi allo sbrinamento del freezer e, per una ragione o per un’altra, continuavo a rimandare di settimana in settimana: prima c’era il problema delle provviste, per cui avendo io poco tempo cucinavo in abbondanza e surgelavo in previsione di giornate grame. Poi arrivò il problema del ginocchio del mio fidanzato, che abbisognava di ghiaccio in continuazione, quindi urgeva il freezer acceso. Infine giunse il tempo in cui io e il mio legittimo promesso cominciammo a prenderci gusto a mangiar fuori, per cui le provviste non si riuscivano a smaltire. E intanto il freezer aveva cominciato a produrre ghiacchio in quantità copiose, ghiaccio che subdolamente attanagliava provviste, contenitori e ogni cosa fosse stata per caso dimenticata nello scomparto freezer. Bisognava assolutamente prendere dei provvedimenti e così, da due settimane a questa parte, ho cominciato a sfornare tortini, fare spezzatini di salsiccie, riesumare i prodotti dell’orto che avevo prontamente surgelato a suo tempo e proporli in bizzarre combinazioni al fidanzato che, muto e paziente, ingurgitava, sapendo così di partecipare attivamente alla grande, epica battaglia del freezer.

E oggi finalmente, tirata fuori l’ultima porzione di tortellini, ho disposto gli stracci a terra, tirato fuori le scatole di plastica, disposto le pile refrigeranti attorno ai pochi cibi che si trovano nel frigorifero e poi ho girato la manopola della macchina del freddo sul tasto zero.

Mentre il ghiaccio comincia a colare sulle montagne di stoffa assorbente che ho disposto con cura sul pavimento, ricordo i miei precedenti sbrinamenti. Quando i miei genitori mi obbligarono per un anno a vivere nell’attico in centro a Padaniacity ricordo che d’estate, prima di partire per le vacanze, decisi di staccare la corrente senza però ricordarmi gli stracci.  Al ritorno da una vacanza terribile, durante la quale riuscii finalmente a scollarmi di dosso Afrika, il mio ex fidanzato tossico di cui ho già abbondantemente parlato nei blog precedenti ( e chi se li è persi rosicherà per sempre perchè non ho nessuna voglia di andare a riesumare i racconti e i diari di quella mia singolare avventura di gioventù); dicevo, al ritorno da una vacanza terribile trovai la casa allagata. Ma il pensiero di doverla asciugare da sola, senza la presenza da ectoplasma del suddetto infimo soggetto, mi rese la faticata assai piacevole, e alla fine dell’opera organizzai pure un microfestino.

A onore del vero devo citare, in questo mio excursus tra gli sbrinamenti, la mia amica A, che alla fine della sua annuale permanenza nello studentato dove alloggiava durante i mesi di università volle eliminare il ghiaccio in eccesso dal suo frigo. Purtroppo non le passò per la testa di doverlo sbrinare e insieme al suo allora fidanzato Licazzon andò prontamente ad agire con un coltello sulla parete del frigo, rompendolo. E lo dovette pure ripagare. Credo che anche al termine di questa avventura organizzammo un festino.

In tutti gli anni montecengini l’idea di uno sbrinamento non sfiorò mai la mia testa né quella delle coinquiline. Il freezer era un aggeggio utilissimo per congelarvi il pane della mensa e le provviste che ogni tanto le genitrici, mosse a compassione dal nostro stato alimentare, ci spedivano. E poi le case a Montechange facevano così schifo che non ti veniva proprio voglia di prendertene cura. Si faceva lo stretto necessario per impedire che la muffa e le sporcizie prendessero il sopravvento. E già che il nostro era uno degli appartamenti più puliti: non abbiamo mai avuto i sacchi di immondizia che cadevano giù dal balcone stracolmo, al contrario dei compagni del c2.

Ricordo infine un ultimo sbrinamento, nella casa dove trascorsi gli ultimi anni a Padaniacity e della quale serbo ricordi così cari e in parte dolorosi da non riuscire ancora a scriverne. In quella casa ogni pulizia diventava una festa e pure lo sbrinamento fu fatto con sottofondo musicale di Subsonica e pranzo domenicale seguente.

E ora eccomi qui a guardare il freezer che gocciola. L’autunno è iniziato, la mia valigia è quasi pronta e comincio a pensare che, durante quest’anno londinese, molte cose e molte persone mi mancheranno. Il freezer da sbrinare, quello no.

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