Archive for the 'femminismo' Category

Mag 20 2012

Ancora riflessioni da Cuba. Sospesa.

Pare che in Italia stia succedendo di tutto e noi, arginati al confine del mondo cablato, carpiamo una notizia ogni tanto. Intanto la vita ci passa dentro e attorno, io provo ad essere presente.

Di Trinidad non mi sento di scrivere. O meglio, ho scritto ma per ora non mi sento di pubblicare, per molti motivi diversi, tra cui una sorta di pudore, e la confusione che provo nell’avere davanti molti racconti possibili. Allora vado avanti con il diario del mio ritorno a L’Habana e del fine settimana appena trascorso.

18 maggio 2012, ore 18.00

 

Arrivo a L’Habana dopo un viaggio fatto di sonno pesantissimo e ricordi che si mescolano al sapore dell’amore e alle immagini della chiesa di Sant’Ana a Trinidad, due navate gemelle diroccate ed esposte al sole da secoli, erba testarda che cresce tra i sassi, quartieri nascosti e una casa con finestre di lamiera.

 

Arrivo sì, scendo dall’autobus e mi sorprende e mi aggredisce l’odore della città, mi riempiono i rumori delle auto, mi asfissiano le proposte dei tassisti abituati a orde di turisti. Mi avvio allora lungo la strada pensando che ho bisogno di tempo per riprendermi la città e lasciare indietro Trinidad, le sue gallerie d’arte, il suo ron, la bocca di Josè Luis e la penombra della sua stanza.

 

Cammino lungo un viale trafficatissimo sotto una pioggerellina mite che potrebbe durare per sempre, svolto a destra in una stradina che secondo i miei calcoli mi porterà dietro il cimitero monumentale, ma non faccio in tempo a verificare il mio senso dell’orientamento poiché arriva implacabile e imprevedibile il diluvio di maggio. Nei sei secondi necessari per trovare una tettoia sotto cui ripararmi sono già completamente inzuppata a causa della valanga d’acqua che si rovescia sulle strade. E tutto è improvvisamente allagato, il mondo si ferma sotto la pioggia di maggio, io penso che forse così mi laverò Trinidad di dosso e dimenticherò la sensazione di leggero rimpianto che mi prende quando penso che sì, forse avrei potuto rimanere un giorno in più.

 

Ma sapevo, sapevo che mi sarebbe successo, me lo ripeto ancora una volta e mi viene quasi da ridere: appositamente avevo portato pochi soldi e niente carta di credito, sapevo che a un certo punto in questo viaggio avrei avuto voglia di restare, voglia di diventare temporaneamente stanziale, e proprio questo volevo rifuggire, dunque ero partita per Trinidad col portafogli semivuoto e poche risorse alternative. Quanto sono saggia certe volte.

 

 

19 maggio 2012, ore 14.00

 

In casa siamo proprio tre bestie, Gigi, Richetto e io. A questo penso mentre nuoto nella piscina dell’albergo dove mi sono intrufolata di nascosto. Ci penso e mi viene da ridere. Gigi legge uno dei numeri di Internazionale che gli ho portato dall’Italia. Stamane allegrissima colazione con uova strapazzate e la promessa di un sabato esilarante, difatti siamo qui a sguazzare e poi torneremo al mio mercato preferito dove comprerò mango e mamei, un frutto che da fuori sembra una patata e dentro è rosa, dolce e un po’ pastoso. Chissà se questa settimana ci sono le patate oppure no. Comprerò anche una penna e alcuni croccantini di nocciole proprio come quelli che piacevano al mio ex-fidanzato (che qualcuno se lo straporti). Quando stavo a Trinidad avevo puntigliosamente asserito, di fronte a Josè Luis, che si tratta di una storia finita, non ci penso più e basta. Lui, guardandomi di sbieco come suo solito, mi aveva detto di non credermi, e che era meglio che mi schiodassi da quella storia, prima o poi. Poi aveva acceso uno dei suoi sigari.

 

 

19 maggio 2012, ore 16.30


Esperienza antropologica che mi conferma che di fronte a una partita di calcio gli uomini sono tutti uguali. Siamo qui, nel buio del Centro Basco, los chicos mirando el partido e io mirando los chicos. Chissà come andranno i giochi questa sera e questa notte. Voglio ballare. Josè mi promette che mi insegnerà. Troppi Josè in questo viaggio, dios. Per lo meno non rischio di sbagliare i nomi. Cuba, dopo la sorpresa dei primi giorni che mi aveva portato come una sensazione di troppo ossigeno, è diventata pura quotidianità. Una quotidianità fatta di gente che forse sì, ha troppo poco, ma sicuramente si gode la vita più di altri. Penso alla Corea, alla tristezza che trasuda da ogni angolo, da ogni persona di quel Paese, penso a quanti soldi ci siano lì, a internet ovunque, alle vecchine con l’ipad, penso ai department stores sfavillanti, alle chirurgie plastiche, alla magrezza preoccupante delle donne, trasformate in androgini perfetti, quasi meccanici, ripetibili, ordinati, eserciti di reazioni preimpostate. Penso alla Corea e mi sento Cuba attorno. Mi domando dove stia la mia casa. Allora ritorna This must be the place e canticchio home is where I want to be but I guess I’m already there.

La partita prosegue in un delirio di urla. Come al solito, tutti i maschi si improvvisano allenatori. Josè mi guarda in una maniera che in Italia gli farebbe guadagnare un bel discorsetto sul machismo. invece qua mi lusinga. Non mi faccio troppe domande.

 

 

 

20 maggio 2012, ore 12.00

 

Il giornalaio in bicicletta ha appena lanciato nel nostro giardino il quotidiano. Mi sembra di vivere qui da secoli. In Italia pare sia scoppiata una bomba. A Francoforte la polizia identifica e arresta compagni e compagne che manifestano per un’Europa più equa. Io, francamente, sto bene qui, a trentacinque gradi.

Gigi dorme, Richetto lavora, io scrivo. Voglio andare da Coppelia a mangiare il gelato proprio come in Fragola e cioccolato. Ma oggi è domenica, c’è troppa coda. Magari domani.

 

 

 

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Feb 15 2012

Le solite menate

          Splende il sole su questa Atlantide che affonda lentamente troppo lentamente e lo stato di banalità naturale dentro di noi non si scioglie non si scioglie abbastanza.
E io sono su questo treno perennemente in ritardo, fa un freddo cane, devo pisciare e il cesso è chiuso, e ogni volta mi dico che è l’ultima volta perchè è proprio una menata, una menata. E io sono stanca di tutte queste menate.
Sono stanca di questi treni in ritardo non riscaldati, che arrivi a Pavia così infreddolita che ti sembra di essere sbarcata a Bangkok.
Sono stanca di questa vocina metallica di merda che non si capisce mai niente e non sai se ti piglia per il culo o se il treno parte davvero.
Sono stanca di queste signore che pensano che soltanto perchè hanno portato il culo fuori dall’ibernatore hanno diritto a giudicarti e a guardarti con disapprovazione.
Sono stanca di questi cazzo di universitari che mi sbattono in faccia la loro gioventù e io mi domando ma io che ho combinato in tutti questi anni.
Sono stanca delle magre, che sono troppo magre, e delle grasse che sono troppo grasse, e delle grasse che invece di fare la guerra a questa stracazzo di società fanno la guerra alle magre e siamo punto e a capo.

Sono stanca di questa superficialità, di queste tarantelle che tanto siamo emancipati
Sono stanca di provarci
Stanca di non provarci
Sono stanca di fidarmi e di non potermi fidare
Sono stanca di non poter dire le cose perchè non è di moda
Sono stanca di fare i conti e pensare che non ne valga la pena perchè mi ero sbagliata

Sono stanca di San Valentino e del fatto che poichè siamo alternativi dobbiamo fare la festa di anti san valentino e siamo così incazzati e così frustrati che la passiamo a litigare tutta la sera

Sono stanca di questi riscaldamenti che non partono

Sono stanca di dover buttare tutto nel cesso ogni volta
Sono stanca delle persone che ti amano solo quando non ci sei. Porcamiseria ora ci sono amami e poi vediamo. Sono stanca di quelli che si tutelano solo quando conviene.
Sono stanca di mia madre e di mio padre che quando sono là mi riempiono la testa di stronzate e di giudizi e mi fanno venire voglia di scappare, ma poi quando non ci sono mi dicono quando torni.
Sono stanca di tutti quelli che mi riproverano perchè me ne vado e vorrebbero farmi credere che il punto è che io me ne vado, e invece il punto è che loro hanno paura e allora vaffanculo
Sono stanca di queste valigie che non si chiudono mai e poi quando le chiudi scopri che hai dimenticato di metterci dentro l’asciugacapelli.

Sono stanca delle ragazze che fanno finta di essere lesbiche perchè è di moda o perchè pensano che sia politicamente provocante o semplicemente perchè vogliono eccitare i loro maschietti e allora a me mi sale la violenza e mi viene da prenderle a sberle e da dire che è tutto inutile, tutto inutile perchè le femmine sono messe male, troppo male, e anche gli uomini sono messi male, perchè vorrebbero che le loro fidanzate fossero tutte dei fumetti giapponesi e le loro amiche tutte delle Laura Bassi e a me mi viene da chiudere questa cazzo di valigia e andarmene per sempre

E allora sono stanca di questo treno in cui non parte il riscaldamento e stanca di dover essere così triste così incazzata sono stanca di non poter dire la verità sono stanca di trovarmi davanti persone che non si prendono i rischi sono stanca di tutto questo stare in superficie.
Che non è vero che il numero di esperienze che fai è più importante di quanto intensamente le vivi. Ma nessuno mi crede.

Sono stanca di tutti questi vecchi che mi vogliono comprare e però sperano che io sia in saldo.
Sono stanca della politica. Sono stanca di questo blog. Stanca di dovermi domandare se sto scrivendo bene o sto scrivendo male.

Sono stanca di andare in turnè e di farmi questi lunghissimi viaggi da sola per fare una cosa nella quale credo solo io. Sono stanca di trovarmi sempre con lo stuzzicadenti più corto in mano, mentre gli altri si fanno di nebbia. Sono stanca di urlare che dobbiamo mettere in gioco il nostro corpo e poi sul più bello scoprire che sono sola. Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.

E questo treno è partito un minuto fa e già si è fermato nel mezzo dello stato di banalità naturale e non ti posso parlare perchè non mi vuoi ascoltare e non ti posso scrivere perchè non mi vuoi leggere e non ti posso toccare perchè ti sei tolto lo strato di pelle che era anche mio e non capisco la tua lingua non ti piace la mia musica e questo treno non si sa se parte oppure no e non ti posso dire che non ho paura perchè tu ne hai e allora non è importante, non è importante quello che penso io, se ogni volta che si arriva vicini a qualcosa di importante chiudiamo le valigie e ce ne andiamo ognuno a diecimila chilometri da qui e io allora a me mi pare di non aver fatto altro che blaterare cazzate, blaterare cazzate, e allora tanto vale essere onesti tanto vale.

Porcamaella questo visto e questo treno e io porcamaella quanto sono stanca di me quanto sono stanca.

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Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

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Nov 03 2011

Everybody speaks revolution

A Seoul il giovedì sta diventando il giorno che dedico alla politica, perchè ci sono i Thursday meeting con i miei amichetti attivisti, e sono sempre un buon modo per fare il punto e domandarci dove siamo cosa pensiamo eccetera.
Un giorno a settimana basta e avanza, perchè francamente in questo momento assai difficile io mi sento piuttosto persa e un giorno a settimana è abbastanza, sennò mi stresso e mi deprimo.
Così anche oggi -a dispetto della risacca lasciatami dalla colossale sbronza notturna- dopo il lavoro ho incontrato Suhee e una sua amica che è stata da me appena ribattezzata Rosa poichè Rosa Luxemburg è il suo grande punto di riferimento teorico, e poi Rosa è molto più facile per me da memorizzare rispetto al suo nome originale che, tanto per cambiare, non ricordo (ma ce l’ho scritto).

Ci troviamo come al solito in uno dei miei baretti preferiti, dove il padrone ci fa il caffè che vogliamo noi, tostandocelo sul momento, e dopo una certa ora ci regala anche uva e dolcetti di riso mentre noi parliamo fittofitto della vita della politica della società delle differenze. Subito cominciano le domande, perchè la cosa strana è che in questi incontri sono spesso io l’oggetto più curioso e ci sono molte domande per me molti interrogativi molte curiosità, allora io mi armo di pazienza e provo a dire tutto in inglese mentre Suhee e Rosa si sforzano di inserire nelle loro teste coreane dei concetti lontani lontani assai.
La fatica maggiore è proprio trovare dei concetti coincidenti o per lo meno simili, proprio come quando mi metto a studiare il coreano e mi scontro con il fatto che certe particelle grammaticali in italiano proprio non esistono, cazzo, e non ci sono paragoni non ci sono metafore possibili, c’è solo il grande sforzo di immaginare, di pensare con una parte diversa del cervello, di guardare dove non guarderei e ascoltare ciò che mi pare silenzio.
Così pure nella politica a volte mi sembra di scontrarmi contro un muro di gomma, tipo quando provo a parlare di movimenti di donne, che è davvero davvero dura e infatti devo dirlo io ormai ho smesso. Mi prendo una pausa, forse tra qualche settimana ricomincerò a bussare ma per ora non ne ho alcuna intenzione; il problema delle questioni di genere è che il tabù è tanto radicato da non essere percepito come tale. Quindi quando me ne esco con le mie domande sulle donne in Corea mi trovo davanti occhi vacui e bocche socchiuse e sopraccigli alzati, no grazie tanto, mi basta dover salutare il carabiniere tutte le mattine quando entro in ufficio e fingere di essergli grata perchè protegge la mia incolumità. Insomma il mio sacrificio quotidiano è fatto non vedo perchè insistere.

Per esempio c’è una cosa che mi fa andare letteralmente in bestia e mi si girano le budella e a volte vorrei spaccare la tazza col caffè, ovvero: mettiamo che stiamo parlando di qualche problema coreano, tipo della tizia che da 300 giorni sta facendo lo sciopero a Busan in cima a un’impalcatura altissima per portare all’attenzione dei media i soprusi che le grosse imprese compiono sui lavoratori. Ne parliamo, Suhee e Rosa mi raccontano, e poi si addolorano, le loro facce si rattristano e loro quasi in coro dicono: noi siamo molto, molto preoccupate per lei (la tizia che sta sull’impalcatura). Poi sempre più preoccupate aggiungono: e in molti, in molti sono preoccupati.
Allora a me mi viene la spontanea domanda: e scusate, se siete preoccupate perchè non fate niente? non dico che dobbiate salire pure voi sull’impalcatura, ma insomma….
A quel punto appare di solito la faccia con la scritta about blank.

Mi sembra che lo struggimento silenzioso sia un sentimento assai familiare ai coreani, e molto meno lo sia cercare di fare qualcosa di concreto per risolvere i problemi. E infatti anche le mie amiche sono lì che si struggono senza muovere un dito. Allora oggi mi sono presa il rischio  e ho dirottato la conversazione sul concetto di azione politica e di percezione della violenza.

Lo so, ho rischiato.

Infatti avevo un po’ paura e per un pochino ho anche temuto che le due amiche attiviste chiamassero la polizia e mi facessero rimpatriare in Italia. Però il dado era tratto. E allora mi sono lanciata in una specie di microcomizio chiedendo ma scusate, è normale che vi facciano lavorare cinquanta ore alla settimana? è normale che voi viviate per lavorare? che l’unico modo per staccare la spina sia sbronzarvi come delle merde e farvi riportare a casa in condizioni inenarrabili? è normale che non possiate permettervi di comprare una casa? che vi facciano credere che la cosa più importante per una ragazza sia la borsa di Luis Vuitton? vi sentite soddisfatte per il fatto che se andate a fare un colloquio col vestito sbagliato non ottenete il lavoro? vi piace l’idea che il dissenso venga percepito come pericoloso? siete felici del fatto che ci vogliano sempre più omogenei, sempre più uguali, sempre più seriali? Non vi sembra che tutto questo sia una forma continua, sottile e pervasiva di violenza?
Eh si lo so ci sono andata giù pesante e infatti quando mi sono fermata per prendere fiato ho avuto un momento di puro terrore. Per un attimo ho pensato di telare.
Ma poi, del tutto inaspettatamente, Rosa si gira verso di me e dice io spero che tu stia qua il più a lungo possibile, perchè noi queste cose le pensiamo, ma troppo spesso non abbiamo il coraggio di dirle.

 

Allora mi sono resa conto che ci sono delle parole che vanno al di là,
al di là delle culture e dei concetti,
mi sono resa conto che quando ho detto io voglio vivere e a me sopravvivere non m’interessa
qualcosa è scattato, e forse chissà non era nemmeno la prima volta che scattava,
io non lo so, so che dopo due mesi che sto qui forse davvero ho cominciato a imparare a guardare senza i miei occhiali,
e posso riconoscere le reazioni e giudicarle un pochino, solo un pochino
meno.
E mi sembra difficile, mi sembra che ogni mattina sia una sfida,
ti alzi dal letto e davanti a te c’è tutta la coreanità apparentemente incomprensibile,
e tu che ti eri sempre dichiarata una paladina del multiculturalismo ti trovi a dare dei giudizi banali,
ti scopri a pronunciarti come mai mai avresti pensato di fare,
ti rendi conto di quanti strati culturali e sociali tu abbia addosso,
di quanto meschino ed europeo senso di superiorità ti porti dentro tuo malgrado.
Ogni mattina, ogni mattina di nuovo comincia la sfida contro il mostriciattolo eurocentrico che sta dentro di te,
ogni mattina con umiltà devi renderti conto che tutto questo,
tutto questo è molto più grande e molto più complicato di quanto non pensassi
che l’allenamento fatto negli anni passati
allenamento alla comprensione, alla libertà, all’onestà di pensiero
non è stato comunque abbastanza

Perchè questo è un altro pianeta, cazzo, un altro pianeta
e a volte l’unica cosa da fare è ascoltare, provarci,
e quando vuoi parlare ti devi forse prendere il rischio
di non essere capita.
Così come tu spesso non capisci.

E forse è stato solo perchè oggi per la prima volta mi sono presa il rischio, con tutta la sofferenza di questo mio improvviso non capire, di questo mio totale spiazzamento, forse solo per questo ho trovato una breccia, e ho scoperto che esiste un terreno comune, che esiste un’ambizione alla libertà, alla giustizia, che esiste.
Oggi ero come sono da un po’ di settimane a questa parte, disorientata, forse demotivata, sicuramente incerta, e una volta tanto non avevo proposte non avevo soluzioni, avevo solo oneste e forse un po’ banali domande, perchè non capivo, cazzo, non capivo. E proprio attraverso le mie domande inquiete e piene di rabbia e paura ho trovato le prime risposte in questo paese.

Così, il faticoso giovedì della politica si è trasformato per me in qualcosa di sensato, di piccolo, certo, ma profondamente sensato, e sono tornata a casa stanca e provata ma felice, felice soddisfatta e con i miei scudi anti coreanità leggermente abbassati, perchè la paura era un po’ meno, e forse oggi per la prima volta ho vinto la mia piccola battaglia quindi uff, ora mi svesto, mi infilo il pijama, srotolo il futon e dormo, cazzo, dormo e mi riposo e dimentico tutti i pensieri che non sono radicati qua, nella mia stanzetta coreana.

 

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Ott 23 2011

Non sono morta ero solo impegnata.

Succede che a un certo punto il mio ritardo sulla vita aumenta e quindi anche scrivere diventa faticoso, tanto più che ci sono giorni in cui mi domando ma scrivere per cosa, perchè? Succede che le ore trascorrono e io non faccio mai in tempo a fare tutto quello che avevo programmato, allora mi domando se non siano le ore che vanno troppo veloci o io che ho programmi troppo ambiziosi. Succede che mi viene una specie di sfinimento quando penso a questo sito e alla sua fondamentale inutilità insomma succede che ciclicamente mi abbandono un pochetto alla vita e la smetto di riflettere su quello che succede, tutto muore e la mia memoria si mette in stand by fino a nuovo segnale.
A dire la verità manco oggi il segnale è arrivato, allora ho premuto il tasto cerca-nuova-rete, perchè mi sembra proprio che ci sia qualcosa che non va, ho tutto questo silenzio dentro di me, tutta questa ovatta tutto questo intontimento.
E mentre cerco nuova rete butto giù qualche parola incarognita quanche nonsenso provo a verbalizzare porcapaletta che sennò mi pare che implodo.

Succede che sono arrabbiata ecco cosa sono, perchè a me questo paese mi sembra terribilmente, terribilmente maschilista, di quel maschilismo gretto che ti dice di non esserlo, di quel maschilismo infimo che si maschera di emancipazione. e ci sono alcuni maschi che mi hanno persino derisa, poichè “è la parola stessa maschilismo, ad essere anacronistica”e a me mi viene voglia di pigliarle a sberle, le persone così, cazzo.

Questo paese mi sembra così profondamente maschilista che le più maschiliste di tutti sono spesso le femmine, femmine che si adattano e si incastrano perfettamente dentro caselline improbabili, e se tu pocopoco non ci entri, in queste caselline, sono loro le prime ad attaccarti, loro le prime a distruggerti, e io mi domando perchè, mi domando se non sia forse la paura che un corpo diverso, una testa diversa, possa far crollare questo mondo dove portiamo tutte la 38 o la 40.
Mi lasciano agghiacciata le donne che mi deridono per il mio corpo, senza peraltro porsi alcuna domanda, senza preoccuparsi del fatto che questo corpo che ho, lui sì, è l’unica cosa veramente mia, e me lo sono guadagnato centimetro per centimetro, e ho rischiato più e più volte di perderlo, e si porta addosso questi trentadue anni di sbattimenti sì, ma anche di intensissima gioia e godimento e a me sembra una cosa meschina riportare tutta la nostra capacità di sfidarci sul piano di una taglia in meno, perchè le mie gambe non entreranno mai nei tuoi pantaloni ma probabilmente anche il mio cervello, anche quello non riuscirà mai a entrare nella tua scatola cranica, stronza.
E sei ancora più stronza perchè finisce che io le domande me le faccio sul serio, e comincio davvero a domandarmi se non sia il caso di mangiare meno e pensare meno, di perdere più tempo nei centri commerciali e di chiedere ai tipi con cui esco se mi portano la borsetta e se si mettono la mia stracazzo di foto nel portafogli.

E mi fanno incazzare tutti questi luoghi comuni sulle donne che fanno sesso per far piacere ai loro uomini, sulle femmine che se fosse per loro eviterebbero ma poi per compiacere e via discorrendo, mi fanno incazzare ancora di più tutti i maschi che proprio questo vanno cercando, la bambola passiva preoccupata solo del fatto che essi, come si dice qua, finiscano.
Mi fanno incazzare tutti questi maschi occidentali che vengono a scoparsi le bambole di carne e non si fanno una domanda che sia una. E mi fanno incazzare le bambole di carne. E non capisco dove stia l’inghippo, dove si trovi il nodo.

Dove devo andare a tagliare con le mie forbici? con chi devo prendermela? ha senso che parli di educazione sessuale con tutte le donne che conosco con l’unico risultato di essere presa per una pazza volgare con tendenze alla prostituzione? Tutto questo mi fa incazzare e mi fa sentire terribilmente impotente.
Poi finisce che una sera sono a cena in mezzo a una colonia di canadesi e non so manco come ci sono finita, canadesi maschi e canadesi femmine, io l’unica non canadese, dunque tutti mi spiegano come si mangia il tacchino coi lamponi, o forse no, coi mirtilli insomma mi spiegano e sono gentili e a un certo punto mi rendo conto che ci sono diverse persone nella stanza che mi guardano come se io fossi attraente, cazzo, come se io fossi una donna attraente, mi guardano e mi desiderano, probabilmente in una maniera assai più che superficiale ma è chiaro che mi desiderano, e improvvisamente io mi scopro di nuovo attraente e mi incazzo ancora di più, porca miseria, perchè mi rendo conto di essere caduta in uno di quei profondissimi burroni culturali, mi incazzo ancora di più perchè mi rendo conto che sono settimane, mesi, che nessuno mi guarda così, e soprattutto mi incazzo ancora di più perchè questi stronzissimi canadesi hanno tutti i calzini di spugna bianchi e corti e io non ho nessuna voglia di scopare con uno coi calzini di spugna, bianchi e corti, porcamiseria.

Poi succede che finisce pure il weekend e io mi rendo conto che senza averci capito una cippalippa sono finita nel turbinio di una città dove siamo tutti di passaggio. Ma questo del passaggio è un concetto difficilissimo che si merita un altro post. Allora adesso vado a elaborare una metafora per spiegare ai miei amici il concetto di “pressione sociale”.

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Ott 09 2011

Verso il nuovo cyborg

Proseguo la mia indagine antropologica in questa Asia imperscrutabile. Mi guardo attorno in metropolitana e quello che vedo sono donne di un’età imprecisata tra i 17 e i 45 anni, che più le guardo e più mi sembrano indefinibili, più le guardo e più c’è qualcosa che non mi quadra in questi vestitini anni cinquanta, in questi tacchetti appuntiti, in questi capelli sempre lucidi sempre morbidi.
C’è qualcosa che non mi quadra, sì, perchè mi sembra che tutte queste donne abbiano in mente un unico, immodificabile modello, sempre lo stesso, sempre per tutte. E i capelli non saranno mai sufficientemente soffici e brillanti, gli occhi mai abbastanza profondi, le palpebre mai perfette, la pelle mai bianca a sufficienza.

 

Intravvedo in metropolitana -come un ingombrante fantasma-
lo stereotipo di una bellezza uguale per tutte e per tutti.
Mi scontro contro il sogno di una donna bambina, bellissima e bambolissima, la pelle bianca come la porcellana, le labbra perfettamente disegnate come quelle di un manichino antico in una teca. Attorno a me ci sono tutte queste bambole che sfoggiano tre, massimo quattro modelli di vestiti, tutti uguali, e cambiano solo i colori, e le taglie, anche, sono tutte uguali. Infatti entro in un negozio e scopro che non ha i camerini. Allora entro in quello dopo. Idem. Idem pure in quello dopo ancora e così via. Non esistono i camerini, perchè non c’è bisogno di provarli, i vestiti. Calzano su tutte in maniera identicamente perfetta, tre taglie, proprio in caso ci sia qualche imperfettissimo centimetro di differenza, tre taglie che in realtà praticamente si equivalgono, e tu non puoi fare altro che scegliere il colore.
Abbiamo la bambola sportiva, giovane, con fuseaux attillati, scarpe da ginnastica americane e grossa felpa un po’ scesa sulle spalle, cappuccio tirato su, una taglia o due più grande del necessario, come se fosse appena stata sottratta al cassetto di un immaginario fidanzato.
Abbiamo la bambola supergiovane, accollatissima ma con shorts inguinali, zainetto di marca, ipod ipad e quant’altro. Abbiamo la bambola elegante da vernissage e successivo fidanzamento, gonnellino al ginocchio stile anni cinquanta, tacchetto sottile capello raccolto trucco leggero borsetta al gomito.
Abbiamo infine per i più esigenti la bambola da sera, tacco più aggressivo, minigonna più corta e forte rossetto in pendant con le unghia, un po’ di tulle, molti brillantini e giacca a vento alla Dick Tracy.

Ecco le nostre perfettissime bambole coreane,
tutte attorno a me, tutte immobili tutte perfette,
impossibile sorridere, mi si rovina la pelle.

Allora faccio un po’ di domande e scopro che in media una ragazza coreana ci mette due ore, e dico due ore a prepararsi ad uscire. Scopro che ha nel suo bagno un esercito di creme sbiancanti antirughe antilucido antiossidanti antianti.
Scopro che due donne su tre in Corea a diciott’anni si sono già fatte una plastica. Eh già, la plastica, che costa massimo tremila euro e magari vai a fartela in Thailandia, così ti riposi in una bella beauty farm.
Tutte accanitamente a tentare di avvicinarsi al gigantesco fantasma che ho intravisto in metropolitana.
Gli occhi più grandi
La palpebra più profonda
La fronte più curva
La mandibola meno sporgente
Le gambe meno arcuate
Il seno più grosso
Il naso più dritto
Le labbra più carnose
ma anche e soprattutto:
riduzione dello stomaco, che se pesi più di 36 kili è una tragedia
asportazione delle ghiandole sudorifere, che sudare è attività assai poco nobile
riduzione della fascia muscolare laterale dei polpacci, costituzionalmente spesso troppo grandi

e dopo una certa età arriva il rinvigorimento vaginale,
così da avere di nuovo la vulva di una quindicenne, sai mai.

 

Il nuovo cyborg è già tra di noi, in metropolitana negli uffici sugli autobus. Non ride non piange a stento parla, per paura che arrivino le terribili rughe. Mangia poco. Gode anche meno. Il corpo non è fatto per godere ma per essere guardato, accudito.
E infatti il grande fantasma cui tutti questi piccoli cyborg cercano di assomigliare è quello di una donna bambina e bambolina, non sexy non seducente nè tantomeno intelligente, ma semplicemente tenera. Una ragazza cui portare la borsetta, una fanciulla da accompagnare a fare shopping, un piccolo perfetto cyborg dall’età indefinibile da sfoggiare coi colleghi di lavoro. Una bambola gonfiabile (ma poco, poichè deve rimanere magrissima) per soddisfare veloci appetiti.

Mi domando se queste donne pensino, o se abbiano paura delle rughe al cervello.

Che poi arriva il momento del disclaimer, perchè so che esistono orde di donne e uomini bacchettoni e paladini del progresso chirurgico, che mi diranno che cos’hai contro la chirurgia estetica?
Niente, niente, niente contro la chirurgia estetica, e se vi state fermando a questo andatevi a far plastificare il cervello.
Ma mi stravolge questa schiavitù, quest’impossibile aspirazione a una perfezione da cyborg, mi stravolge questo modo di intendere il corpo come un disegno da migliorare continuamente fino a che non sia esattamente uguale all’originale.
Questi corpi meccanici.
Queste bellezze tutte uguali.
Questo continuo richiamo al grande fantasma del cyborg.

Mi inquieta quest’unica bellezza possibile, quest’omologazione del gusto, mi fanno venire i brividi questi sempre-giovani eserciti di cyborg che escono dalla metropolitana per vincere la loro guerra contro la diversità.
Mi lasciano stravolta quelli che mi dicono che “in fin dei conti anche se ho le rughe non sono poi da buttare” (e mi è successo davvero).
Io non lo so se è Seoul, se sono le coreane, se è questa corsa verso un progresso meccanico che è stata trasmessa ai corpi prima ancora che ai cervelli.
Sono tutte perfettissime, le donne che vedo, e quelle che non lo sono rimangono infelici, complessate, incapaci di collocare da qualche parte del mondo la loro diversità, i loro cinquantacinque, mioddio, cinquantacinque chili, la loro fronte leggermente schiacciata, i loro piccoli occhi.

Queste amazzoni del progresso meccanico che in metropolitana indugiano per un attimo su di me e poi ricominciano a parlottare ma senza troppa animazione, poichè non vogliono rovinare la maschera di fondotinta e sbiancante che hanno posto sul viso perfetto.

 

Come glie lo faccio, a queste, un discorso sul diritto alla diversità, all’unicità del corpo? che senso ha per loro? di che vado blaterando?

queste e altre domande mi pongo, mentre mi preparo alla mia nuova piccola guerra in metropolitana e guardo gli uomini occidentali che sbavano per i cyborg-bamboline.

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Set 12 2011

il soju e le barriere culturali

Ebbene iersera con una serie di stratagemmi e l’aiuto prezioso di amici distanti sono riuscita ad uscire a Seoul, dunque adesso dovrei descrivere la vita notturna della capitale, i giuochi i diversivi e i passatempi. L’ingrediente fondamentale pare essere questo Soju, una specie di vino liquoroso amaro, piuttosto forte, che non ho capito perchè il mio ospite mi ha detto essere fermentato chimicamente. Il Soju ti viene venduto in bottigliette da mezzo litro, lo bevi in shottini oppure mescolato con la birra in una procedura assai pittoresca che vede persino l’uso di un paio di bacchette che vanno violentemente sbattute nel mezzo della poltiglia per farla schiumare.
Io l’ho trovato divertentissimo.
L’apparente inocuo Soju ti scende giù che è una meraviglia e in men che non si dica ti trovi ubriaca marcia, seduta di fronte a un coreano eterosessuale.
Il problema dei maschi eterosessuali in genere nel mondo, come ho potuto constatare durante i miei viaggi, è che -a meno che non siano tuoi amici amici amici, ma anche questa non è una garanzia di ferro- quando cominciano a bere troppo spesso ci provano.
Chiariamoci subito, non è che questa pratica mi disgusti o incontri la mia disapprovazione, però cazzo, diciamo che preferirei in questo momento poter uscire con una persona senza dovermi domandare per tutta la sera se il suo interesse verso la mia conversazione è genuino o se si è già convertito alla religione della vulva.

Ieri all’inizio della serata ero convinta che a Seoul i maschi eterosessuali non fossero come quelli europei, da questo punto di vista, tanto più che, mettendo le mani avanti quando eravamo ancora alla prima bottiglietta di soju, avevo specificato a scanso di equivoci di essere impegnata. So che i miei amici più hard-core mi avrebbero suggerito di buttarmi a piè pari nella prima esperienza sessuale coreana, ma io non ne volevo mezza, mi pare di aver fatto già un sacco di esperienze nuove non vedo perchè avrei dovuto bruciare le tappe in questo modo. Certo, sento di aver tradito la fiducia della mia amica Irene che aspetta racconti pornografici dalla Corea ma ho come l’impressione che il mio gentilissimo ospite di pornografico mi avrebbe offerto ben poco, visto che la sua seconda battuta è stata “sto cercando una ragazza da sposare”. Ho l’impressione di non essere io, amico.

Ma a parte il delicatissimo lavoro da equilibrista che ho dovuto fare per tutta la serata, la conversazione è stata piacevole e ho imparato un sacco di cose sulla Corea e i coreani, che ovviamente mi tengo per me, sennò che gusto c’è. Alla terza bottiglia di soju gli equilibrismi della sottoscritta diventavano più faticosi e provavo a spiegare al mio ospite che in Europa molto spesso i giovani non si “fidanzano” ma si “frequentano” . Con molta pazienza il mio ospite mi diceva invece che in Corea è cosa assai comune, all’inizio di una relazione, chiedere “quante relazioni hai già avuto?” e OVVIAMENTE i maschi tirano ad alzare il numero e le donne cercano di abbassarlo. Bella merda. Mi sono domandata se sia opportuno mostrare anche la cintura con le tacche. Alla quarta bottiglia di Soju il mio ospite mi ha confessato che gli piacevo molto e che lui sarebbe stato disponibile a un sexual affaire così, in amicizia. Io, con gli occhi che se ne andavano dovunque, gli ho chiesto gentilmente di mettermi su un taxi prima che mi trasformassi nel mostro di Lockness.
Da lì a stamattina è stato un lungo sonno interrotto soltanto dai vicini che cominciavano a festeggiare il loro Chuseok.

Dunque mi dispiace molto ma non saprei ben dire come i coreani trascorrono le loro nottate, posso solo dire come l’ho trascorsa io, e mi sono divertita molto, almeno fino alla terza bottiglia di soju. E poi la notte Seoul è proprio lo specchio dell’Asia che mi immaginavo io: traffico, lucine, palazzi altissimi e giovani alla moda che indossano tacchi a spillo o cravatte sottili o tutt’e due, e io mi sento come in uno di quei fumetti di Altan, solo che non ho affari loschi da trattare nè oro da vendere nè diamanti da smerciare sottobanco. Ma questo è solo un dettaglio. La prossima volta che esco voglio andare in un club, e vediamo che succede.
Cioè, vediamo che MI succede….

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Mar 31 2011

un po’ porno

finisce che questo magone d’inizio primavera si trasforma in un afflato un po’ porno, in uno sguardo un po’ obliquo che dirigo impertinente verso chiunque soprattutto verso chi lo vorrebbe schivare.
Sono momenti in cui si può andare indifferentemente da una parte dall’altra, potrei piangere e invece scoppio a ridere improvvisa durante la lezione più seria di tutto il master, m’incazzo senza il minimo ritegno, mi freno dal frenarmi.
Voglio dire quello che penso, guardare quello che mi pare, giudicare quello che preferisco perchè tanto, prima di tutto, giudico me. E lo so che sono giustificazioni ingiustificanti lo so che questi giochi di parole celano sottili sindromi da peterpan ma poi, che me ne importa?

Un po’ porno, divento, un giornaletto che si guarda e non si dovrebbe, il retro dell’edicola, quello dove puoi sempre dissimulare perchè ci sono pure le riviste di bricolage. Che cosa succede se una donna mette le tacche alla cintura? Che succede se guardo una persona e mi domando semplicemente come sarebbe fare sesso con lei, così come mi domando come sarebbe berci un bicchiere di vino in più, vederla ubriaca, condividere un segreto, andare al cinema a vedere una pellicola francese?

Che cosa succede se i tabù mi annoiano? Se mi piace mangiare la carne cruda attorno alle ossa? se dei pesci preferisco gli occhi alla polpa del ventre? Cosa succede se metto tutto sottosopra e mi diverto? E che cosa succede se poi, all’improvviso, proprio nel mezzo di questo mio proclamare la proprietà del desiderio, m’innamoro di un maschio borghese e voglio solo lui e sempre lui e mi trasformo in una geisha fino a quando non succede che l’amore se ne va da un’altra parte e cioè lontano da me?

La mia obesità intellettuale mi rende troppo strette tutte le fottutissime caselline, arrivo e già sono andata via, non ho rispetto non ho creanza, pedalo cantando come un’assassina, non mi fermo al rosso, ascolto musica a volume troppo alto, piglio il controsenso con scioltezza, non mi fermo.
Ma pago le tasse.
Ho anche io le mie contraddizioni.

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Gen 25 2011

i miei genitali si ribellano

Va a finire che in tutto questo delirio, al quale per inciso prima o poi dovrò rassegnarmi, mi sfugge il punto della situazione.

Insomma io voglio dire una cosa forse non molto popolare ma la devo dire perchè cel’ho nel gozzo che preme. Voglio dire che. Se io mi rendessi conto che l’unico modo per strapparmi da un’esistenza che mi appare grama, insoddisfacente, miserevole, fosse andare a letto con il potente di turno, e se per caso io fossi anche tanto fortunata da corrispondere al modello vigente di bella donna, se poi a queste due componenti io potessi aggiungere il dettaglio, non poco importante, di avere i mezzi per accedere al suddetto potente di turno, io che farei, ci andrei oppure no?

La risposta è che forse ci andrei.
Forse sono proprio una escort mancata. Ma il problema che sta sotto queste mie forse ingenuotte domande a me medesime è che è troppo facile alzare un polverone sulle escort senza farsi domande appropriate su un sistema che legittima questo percorso e dunque quello che mi fa incazzare è sentire questa valanga di commenti più o meno genuinamente moralisti sulla prostituzione e blablabla, come se il problema fosse la prostituzione e non un sistema che legittima la prostituzione come meccanismo di ascesa sociale.
Oddio questo post sembra un proclama politico, saranno le due settimane spese dentro la facoltà di scpol a discettare di altissime questioni con la futura classe diplomatica internazionale ma insomma queste sono le parole che mi vengono.

Perchè, a parte siti femministi e poco altro, io vedo tante troppe donne che si ammantano del velo di figlie di maria e sbandierano la loro contrarietà e il loro disappunto senza però indignarsi a sufficienza nei confronti di un sistema che non è nato con Berlusconi, no, ma che con lui ha trovato definitiva legittimazione all’interno delle più alte sedi istituzionali e allora mi viene da dire amiche, è troppo facile fare il partito delle bruttine indignate, forse stiamo perdendo un’occasione per ragionare su altro.

Ecco ho detto quello che dovevo dire e l’ho detto in fretta anche perchè io non ho molto tempo, dal momento che sono cessa e non ho potuto fare la escort per il preside devo seguire tutti i corsi pedissequamente e sperare di passare gli esami anche perchè per fare questo benedetto master mi sono indebitata con mezzo mondo e adesso lo devo fare bene.

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Nov 15 2010

a volte non avere la tivvù è proprio meglio

La storia un pochino serendipica è questa: mi si rompono i fornelli dunque chiedo ospitalità a vari amici nelle loro cucine per preparare le mie cosine salubri e non ridurmi a piadine come invece suggerisce qualcuno. In una di queste case trovo un televisore, oggetto che non vedevo oramai da un anno e mezzo, e decido di accenderlo. Orbene mi sorprende la pubblicità di tale detersivo nominato “rio casamia”.
Non so se qualcuno l’ha già vista. Ma se qualcuno l’ha già vista mi domando allora perchè nessuno dica niente.
Immagino che questi geniacci dei supercreativi che hanno fatto la pubblicità volessero fare una cosa alla bolliwood, insomma, richiamare il nuovo cinema indiano e i musicalacci che vanno tanto di moda adesso, perchè c’è tutto un balletto di donne indiane vestite in sari che si passano questo detersivo e cantano le sue virtù.

In mezzo, un uomo indiano che si pavoneggia e si dedica ad attività non meglio specificate.
Ogni tanto poi la telecamera indugia sull’immagine di una donna bianca che non si capisce se sia stranita, perplessa o semplicemente stanca. Ma comunque non è lei a maneggiare il detersivo (non più, direi)
Per un attimo, lo ammetto, ho pensato oh, vedi che bello, finalmente nelle pubblicità ci sono anche delle donne che visibilmente hanno origine in altri paesi, hanno altre tradizioni e non le rinnegano e blablabla.
Poi una di queste donne apre la bocca e il risultato è una specie di “mamy” in via col vento. Non so se avete presente. La classica caricatura della straniera che parla male l’italiano.

Bene. Vorrei dire che a me una pubblicità così non mi sta bene. Intanto voglio sapere perchè sono le indiane a pulire e non gli indiani. Vorrei sapere perchè il maschio si limita a ballare mentre le femmine hanno tutte in mano il detersivo. Poi voglio anche sapere perchè sono tutte indiane le donne che puliscono e non ce ne sta manco una che sia visibilmente europea. Infine voglio sapere perchè le donne indiane parlano male l’italiano, non commettendo gli errori sintattici che commetterebbe un indiano ma parlando proprio come gli schiavi neri nelle caricature dell’epoca coloniale. Ci manca solo che dicano zi badrone.

Questa non solo è una pubblicità machista, ma è pure discretamente razzista. Non solo ancora una volta mi vuole far credere che è giusto che io stia con il detersivo in mano mentre il mio uomo no, ma mi vuole anche lasciare intendere che ora ci sono gli indiani a pulire.
A me, sinceramente, non mi sta bene nemmeno un po’.
Prima di tutto perchè sono stanca di questo stereotipo di merda che è lo stesso stereotipo che si ripete tacitamente in tutte quelle coppie che sbroccano perchè l’uomo non è in grado di gestire il fatto che la donna voglia una sua realizzazione fuori dalla casa.
E poi perchè sono stanca di questi stronzissimi e subdoli riferimenti a una nuova classe lavoratrice. E soprattutto vorrei dire forse un tantino egocentricamente che io, a dispetto di quelli di rio casamia, ho lavorato per un anno al servizio di una famiglia indiana, e quella che diceva zi badrone (e lo diceva pure male visto il mio arrugginito inglese) ero io, e allora questi creativi che guadagnano in una settimana quello che io guadagno in un mese dovrebbero per lo meno rimettersi al passo coi tempi e non presentarmi alle otto di sera una pubblicità così imbecille. Ecco.

Eccheccazzo.

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