Archive for the 'donne' Category

Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

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Mar 13 2012

un olocausto di cartoni animati

dedicato a Vale Svalilla

 

Che Candy Candy ci abbia fatto male è fuor di dubbio. Siamo cresciute con il mito della crocerossina del cuore, che si prendeva cura dei suoi uomini con amore e abnegazione, per essi correva i rischi più tremebondi tra guerre mondiali, battelli che affondavano, truci e crudeli madri superiore, castighi da santa inquisizione e incidenti a cavallo.
Ma sono dell’opinione che ci sia un altro cartone animato che abbia leso irreparabilmente l’approccio all’amore delle fanciulle della mia generazione.

Ebbene, questo cartone animato è Kiss-me Licia.

Con Kiss-me Licia comincia ufficialmente l’epoca in cui i musicisti, pure i più sfigati (anzi soprattutto i più sfigati) acquistano un fascino irresistibile. E perchè poi? domande senza risposta.

 

Kiss-me Licia lavora nella bettola del padre in mezzo a questi vecchiacci ai quali però ella è affezionata. Kiss-me Licia, da questo punto di vista, è più elaborata di Candy Candy, poichè essa la contiene, la ingloba. Infatti la dolce Licia si occupa con abnegazione dei vecchi alcolisti amici del padre e di un bambino sovrappeso e leggermente imbecille, dotato di gatto diabetico. Il bambino sovrappeso, lo sappiamo, è il fratello del futuro fidanzato di Licia, ma questo a lei non importa. Licia ha sempre una parola buona e una polpetta per i vecchi alcolisti e per il bambino sovrappeso. Licia è generosa. Oltre che ovviamente bellissima.

 

Quando non si fa schiavizzare dal padre Licia frequenta circoletti underground e si invaghisce dei musicisti che fanno il rock’n roll. Conosciamo bene la storia. Si tratta di Romeo e Giulietta de nojartri. Ma a parte il fatto che Licia non la smette di inciampare nei suoi zoccoletti gialli rotti (che ti viene da dire scusa, ma perchè non li ripari? sembra che tu ci prenda gusto a sfracicarti per terra un giorno sì e uno no). A parte il fatto che per più di metà del cartone animato Licia scappa ogni volta che incontra il suo amico musicante perchè non vuole ammettere che le piace.

A parte questo.

Voglio dire.

 

Ma com’è che ’sti musicanti dai capelli a chiazze o dalle parrucche lillà riscuotono così tanto successo nel cuore della nostra crocerossina giapponese? Dove sta l’inghippo? Fanno delle canzoni di merda. Sono degli sfigati. Si rubano le ragazze a vicenda.
Che sia il fascino del rock’n roll?

Forse tutto il cartone animato non è altro che una metafora di come il rock’n roll abbia cambiato non solo il mondo della musica ma quello dell’amore, dei sentimenti, dell’erotismo. Mirko e i Bee-hive sono gli Elvis della periferia di Tokio, che stravolgono il reazionario e ordinatissimo universo nipponico.

E Licia, eroina del cambiamento, s’innamora di quello sfigato di Mirko, anche un po’ per il gusto di andare contro il parere di suo padre, quel maschilista ubriacone, che ci sta tutto, per carità, ma la domanda è

 

perchè ci hanno fatto guardare questi cartoni animati, a noi fanciulle? non era meglio mettere un “VM18″???

 

Io sono dell’opinione che per guardare queste cose senza subire traumi sia necessario essere come minimo maggiorenni.

Perchè il risultato sono stuoli di adolescenti depresse che impazziscono dietro a brufolosi strimpellatori di chitarre, e magari indossano orribili zoccoletti gialli sperando di inciampare e di essere raccolte dai suddetti strimpellatori.
Che invece non le raccolgono, perchè ahimè NON SIAMO in un cartone animato e spesso lo strimpellatore se ne frega dei nostri zoccoletti e sbava per le tette di quella al terzo banco, la quale a sua volta non vede Kiss-me Licia poichè è troppo impegnata con lo shopping.

 

Se poi le adolescenti depresse diventano adulte e gli strimpellatori si curano l’acne  allora i danni sono ancora maggiori. Ci sono eserciti di ex Kiss-me Licia che cercano il loro musicista da amare, quello che scriverà una canzone per loro, e intanto gli zoccoletti si sono ammuffiti e i bambini sovrappeso sono diventati adolescenti problematici, mentre i vecchi alcolisti sono ancora là a mettere mani sul culo.
E le ex Kiss-me Licia si struggono alla ricerca del loro strimpellatore, si vanno a vedere tutti i concerti, i circoletti underground sono gremiti di Licia in cerca del loro Mirko, e tutto questo non va bene, non va bene perchè in fin dei conti Mirko è uno sfigato, e la sua musica manco ci piacerebbe se non avessimo visto tutte quelle puntate di Kiss-me Licia, e spesso quando finalmente troviamo il nostro Mirko scopriamo che sotto la parrucca gialla e rossa ci sta la profondità intellettuale di un comò.

Adesso, il punto non è che bisognerebbe uccidere Mirko. Perchè Mirko, in tutto questo, non ha colpa. Mirko è una vittima innocente di questa storia di maschilismo animato. Il problema è che bisognerebbe uccidere Kiss-me Licia, bisognerebbe farlo fino a che si è in tempo ed evitare di spendere interi stipendi nei circoletti underground, bisognerebbe comprare delle scarpe dignitose e smetterla con gli zoccoletti gialli, bisognerebbe crescere e pigliarsi il rischio di incontrare le persone in una maniera forse meno romantica ma sicuramente più sensata, bisognerebbe smetterla di canticchiare le canzoni di Cristina D’Avena una volta per tutte.

Bisognerebbe prendersi il rischio di guardarsi allo specchio e scoprire che, per fortuna, non siamo Kiss-me Lica, e quindi forse c’è qualcosa d’altro qualcosa di diverso, per noi, qualcosa che va al di là di una parrucca cotonata.

Bisognerebbe massacrarla, la Kiss-me Licia che è in noi, quella bambolina sempre adolescente dagli occhi grandi e il corpo non ancora adulto, perchè non siamo più quello, è finita, siamo andate oltre.

 

Bisognerebbe scrivere e disegnare nuove eroine, ecco cosa bisognerebbe.

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Feb 15 2012

Le solite menate

          Splende il sole su questa Atlantide che affonda lentamente troppo lentamente e lo stato di banalità naturale dentro di noi non si scioglie non si scioglie abbastanza.
E io sono su questo treno perennemente in ritardo, fa un freddo cane, devo pisciare e il cesso è chiuso, e ogni volta mi dico che è l’ultima volta perchè è proprio una menata, una menata. E io sono stanca di tutte queste menate.
Sono stanca di questi treni in ritardo non riscaldati, che arrivi a Pavia così infreddolita che ti sembra di essere sbarcata a Bangkok.
Sono stanca di questa vocina metallica di merda che non si capisce mai niente e non sai se ti piglia per il culo o se il treno parte davvero.
Sono stanca di queste signore che pensano che soltanto perchè hanno portato il culo fuori dall’ibernatore hanno diritto a giudicarti e a guardarti con disapprovazione.
Sono stanca di questi cazzo di universitari che mi sbattono in faccia la loro gioventù e io mi domando ma io che ho combinato in tutti questi anni.
Sono stanca delle magre, che sono troppo magre, e delle grasse che sono troppo grasse, e delle grasse che invece di fare la guerra a questa stracazzo di società fanno la guerra alle magre e siamo punto e a capo.

Sono stanca di questa superficialità, di queste tarantelle che tanto siamo emancipati
Sono stanca di provarci
Stanca di non provarci
Sono stanca di fidarmi e di non potermi fidare
Sono stanca di non poter dire le cose perchè non è di moda
Sono stanca di fare i conti e pensare che non ne valga la pena perchè mi ero sbagliata

Sono stanca di San Valentino e del fatto che poichè siamo alternativi dobbiamo fare la festa di anti san valentino e siamo così incazzati e così frustrati che la passiamo a litigare tutta la sera

Sono stanca di questi riscaldamenti che non partono

Sono stanca di dover buttare tutto nel cesso ogni volta
Sono stanca delle persone che ti amano solo quando non ci sei. Porcamiseria ora ci sono amami e poi vediamo. Sono stanca di quelli che si tutelano solo quando conviene.
Sono stanca di mia madre e di mio padre che quando sono là mi riempiono la testa di stronzate e di giudizi e mi fanno venire voglia di scappare, ma poi quando non ci sono mi dicono quando torni.
Sono stanca di tutti quelli che mi riproverano perchè me ne vado e vorrebbero farmi credere che il punto è che io me ne vado, e invece il punto è che loro hanno paura e allora vaffanculo
Sono stanca di queste valigie che non si chiudono mai e poi quando le chiudi scopri che hai dimenticato di metterci dentro l’asciugacapelli.

Sono stanca delle ragazze che fanno finta di essere lesbiche perchè è di moda o perchè pensano che sia politicamente provocante o semplicemente perchè vogliono eccitare i loro maschietti e allora a me mi sale la violenza e mi viene da prenderle a sberle e da dire che è tutto inutile, tutto inutile perchè le femmine sono messe male, troppo male, e anche gli uomini sono messi male, perchè vorrebbero che le loro fidanzate fossero tutte dei fumetti giapponesi e le loro amiche tutte delle Laura Bassi e a me mi viene da chiudere questa cazzo di valigia e andarmene per sempre

E allora sono stanca di questo treno in cui non parte il riscaldamento e stanca di dover essere così triste così incazzata sono stanca di non poter dire la verità sono stanca di trovarmi davanti persone che non si prendono i rischi sono stanca di tutto questo stare in superficie.
Che non è vero che il numero di esperienze che fai è più importante di quanto intensamente le vivi. Ma nessuno mi crede.

Sono stanca di tutti questi vecchi che mi vogliono comprare e però sperano che io sia in saldo.
Sono stanca della politica. Sono stanca di questo blog. Stanca di dovermi domandare se sto scrivendo bene o sto scrivendo male.

Sono stanca di andare in turnè e di farmi questi lunghissimi viaggi da sola per fare una cosa nella quale credo solo io. Sono stanca di trovarmi sempre con lo stuzzicadenti più corto in mano, mentre gli altri si fanno di nebbia. Sono stanca di urlare che dobbiamo mettere in gioco il nostro corpo e poi sul più bello scoprire che sono sola. Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.

E questo treno è partito un minuto fa e già si è fermato nel mezzo dello stato di banalità naturale e non ti posso parlare perchè non mi vuoi ascoltare e non ti posso scrivere perchè non mi vuoi leggere e non ti posso toccare perchè ti sei tolto lo strato di pelle che era anche mio e non capisco la tua lingua non ti piace la mia musica e questo treno non si sa se parte oppure no e non ti posso dire che non ho paura perchè tu ne hai e allora non è importante, non è importante quello che penso io, se ogni volta che si arriva vicini a qualcosa di importante chiudiamo le valigie e ce ne andiamo ognuno a diecimila chilometri da qui e io allora a me mi pare di non aver fatto altro che blaterare cazzate, blaterare cazzate, e allora tanto vale essere onesti tanto vale.

Porcamaella questo visto e questo treno e io porcamaella quanto sono stanca di me quanto sono stanca.

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Feb 12 2012

il cimitero dei tergicristalli

          Nevica, nevicancora e non accenna a smettere. Lo stato di banalità naturale ha ricoperto questa città e tutti noi, che ci muoviamo solo quel tanto necessario per sopravvivere in mezzo a questo bianco immobile. Io guardo fuori come sospesa. Invento dialoghi con gli uccellini che in realtà se ne fregano bellamente di me. Vogliono i miei biscottini e preferirebbero che io, dopo averli sbriciolati sul davanzale, mi liquefacessi e scomparissi. Poichè non si può avere tutto dalla vita essi accettano, in cambio dei biscottini, di fingere di sopportarmi. Si fanno ammirare mentre cinguettano sul davanzale. Accondiscendono. Guardano la mia faccia intenerita e probabilmente pensano ma vedi che bisogna fare, pe’ campà.

Gli uccellini mi disprezzano e io mi inaridisco come in una di quelle banalissime canzoni di Battisti, che ci sta proprio, la canzone banale in questo tempo banale, e non ho voglia di scrivere ma poi penso che se smetto adesso, se smetto adesso mi secco e faccio la fine dei miei tergicristalli.
Eh si, perchè all’inizio, quando i primi cadaveri di tergicristalli hanno cominciato a comparire sul selciato, abbiamo pensato che ci fosse uno stronzo qualsiasi che andava in giro a romperli.

Solo dopo una decina di giorni abbiamo capito che i tergicristalli sono le nostre morti bianche, sono le vittime innocenti di questo stato di banalità naturale, i tergicristalli sono come quei bambini che dimenticano di respirare e muoiono. I tergicristalli a un certo punto, immersi nel mezzo di un morbido, farinoso, ingiustificato bianco, si perdono e si staccano, così, dolcemente, in un oblio che non ha neppure la dignità del suicidio. Ode al tergicristallo morto nell’attesa di una primavera che arriva sempre troppo tardi.

E intanto nevica sui cadaveri dei tergicristalli e sulle piume di questi maledetti uccellini mentre la tim continua a mandarmi messaggi in cui mi suggerisce di sorprendere il mio amore a San Valentino e a me mi viene da dire ma perchè non mi lasciate un po’ stare, voi della tim? ma che cosa devo sorprendere, ma chi, ma quale San Valentino? a dodici anni avevo mandato una lettera al più nerd della classe dicendogli che ero innamorata di lui. Eravamo dunque usciti per il corso di pomeriggio e lui mi aveva offerto un panino. Cotto male. Poi è finita. Forse da lì bisognerebbe ripartire nell’analisi di tutte queste storie d’amore suicidate e crucificate.

Dal panino cotto male alle frittate alle torte, a Seoul che mi manca e però non mi manca abbastanza, a questa città che corre avanti mentre io me ne sto a pensare sospesa sul ponte di sarcazzocosa e mi sento come quelle balene che navigano nello spazio, placide e senza tempo, mentre tutto attorno corre. Dal panino cotto male dovrei partire, per arrivare ai tergicristalli suicidati alle storie d’amore crucificate all’amore che no, non esiste, alle fanciulle innamorate che scrivono su facebook anche la più piccola scoreggia sperando che lui ah, lui capisca e torni lui capisca e ami, lui capisca e.
E allora io -che su facebook non ci scrivo più nulla- parto dal panino cotto male e sprofondo in questa bianca neve in un balletto di tergicristalli suicidati, insieme ai cadaveri delle storie d’amore e dei sogni infranti, di un teatro che non ho più e di una nuova partenza che è troppo incerta troppo lontana eppure così vicina da fare male.

Guardo nel ripieno cotto male del panino cotto male e trovo Frigidilla, io, che non godo perchè tanto vado via. E mi sento che un pochino mi sono trasformata in Frigidilla per proteggermi. E mi fa tristezza mi fa pure un po’ schifo. Non si gode in questo sacrificio universale di tergicristalli uccellini e neve che vorrebbe proteggere e invece ghiaccia.

Frigidilla si annoia Frigidilla non gode di questi comodi suicidi nella neve Frigidilla vuole chiudere la valigia e partire verso una nuova incertezza oppure Frigidilla vorrebbe avere il coraggio di uscire anche in mezzo a tutta questa neve a tutti questi cadaveri e nuovamente trasformarsi in Lucilla, nuovamente godere di quello che c’è come se oggi fosse per sempre e come se questo non fosse l’inizio di un milione di stupidissime canzoni pop.

ps: Dottò, non me ne volere, regredisco allo stato della sfigatilla, ma poi passa.

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Gen 27 2012

Alessia e la teoria delle frittate

Arrivata a casa subito mi sono infilata in una serie ininterrotta di racconti chiacchierate incontri e vari aggiornamenti con amiche e amici che tanto mi sono mancati. Intenso e dirompente scoprire che esistono persone con le quali ti guardi e sembra che tu sia andata via ieri l’altro e non cinque mesi fa. Allagante scoprire che non sei scomparsa e gli amici e le amiche ancor ti amano ancor ti ascoltano ancor si raccontano ancora hanno spazio per te. Emozionante riprendersi lo spazio riprendersi le persone riprendersi gli abbracci, gli abbracci, i corpi il calore gli sguardi.
Durante una di queste chiacchierate fittefitte Alessia iersera mi ha esposto la sua rivoluzionaria teoria culinario-sentimentale, riassunta nel teorema:

La capacità di una persona di far riuscire una bella frittata compatta
è direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire le relazioni

Chiaro che all’inizio ti viene un po’ da ridere e da pensare che Alessia sia un tantino sbroccata o che abbia problemi con le frittate o semplicemente non sappia cucinare. Oh, ce ne sono moltissime, di persone che non sanno cucinare, mica è un dramma. Poi ci pensi un attimo, fai un’indagine su un campione rappresentativo della popolazione e scopri che il teorema è

i n e q u i v o c a b i l m e n t e
vero.
Chi non sa fare le frittate in genere ha una vita sentimentale quanto meno complicata.
Le incapacità e le mancanze possono essere le più disparate, per esempio ci si intestardisce col fare una frittata con poche uova in una padella troppo grande o viceversa, l’olio non è quello buono, la pentola non è adatta, i tempi sono sbagliati, non si è in grado di valutare lo stato di cottura e di preparazione della frittata, ci si fa prendere dal panico nel momento del fatidico giramento e via discorrendo.

Ma prendiamo me. Io le frittate non le so fare. Mi vengono leggermente bruciate sotto, spesso un po’ crude dentro e soprattutto, nel momento del giramento, si sfracicano. Quindi mi viene l’ovo strapazzato, altro che frittata. Che potrei essere un’ottima cucinatrice di ovi strapazzati, non c’è che dire, ma il fatto è che il risultato ambito era la frittata, mica l’ovo.
I motivi per cui non mi vengono le frittate sono due: punto primo, spesso le metto sul fuoco e me ne vado. Non per sempre, eh. Non è che me ne vada per sempre.
No, me ne vado per un po’.
Di solito se abbandono temporaneamente la frittata è perchè ho delle cose IMPORTANTISSIME da fare, insomma non è che piglio e abbandono così, no, ho le mie motivazioni, ma questo alla frittata non interessa, essa è abbandonata e continua il suo processo di cottura senza di me. Dunque si brucia. E quando torno e dico ma scusa non potevi aspettare un attimo? La frittata non è più nemmeno in grado di rispondere perchè è definitivamente bruciata. Andata. Morta. Rovinata. Il pasto è compromesso, la nutrizione fustigata, l’alimentazione deprivata. Avrebbe potuto essere la frittata più bella e soddisfacente della mia vita, invece  è un cadavere rinsecchito.
Ma mettiamo che io non me ne sia andata. A volte non me ne vado. Mi impongo di rimanere vicina alla frittata e controllare con dedizione lo stato dell’arte, coccolarla, accudirla eccetera. Oppure me ne vado ma torno quando la frittata è ancora in uno stato decente. Essa cresce che è una meraviglia, prende colore, si gonfia, una bellezza, una soddisfazione.
Ebbene.
A quel punto entra in gioco il secondo errore. La maledetta fretta. Perchè la frittata va girata. E io nel momento del giramento mi faccio prendere dal panico, non riesco ad affrontare la crisi rispettando i tempi, no, devo risolvere tutto e subito, e allora comincio a sfarfugliare, a produrmi in acrobazie di gesti inconsulti, e la frittata finisce tutta sfracicata.
La fretta.
Maledetta lei.

Compiuta questa analisi mi domando: ma se io mi esercito sulle frittate, se comincio a fare frittate a manetta fino a quando non mi vengono alla perfezione, migliorerò anche la mia capacità di gestire le relazioni? Alessia non è stata in grado di darmi una risposta.
Io, per il momento, evito accuratamente di avvicinarmi ai fornelli.

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Gen 13 2012

La signora del kimpap

          Il pranzo a Seoul è una questione delicata. Delicata innanzi tutto dal punto di vista della scelta: a Seoul si può mangiare tutto, veramente tutto, cotolette giapponesi, pizze italiane, zupponi coreani, carne tailandese; oppure se uno ci ha il gusto della cucina fussssccccion, che qui va tanto di moda, può dedicarsi alla masticazione di uno zuppone inglese nel quale intingere una pizza giapponese condita al kimchi australiano. Insomma la scelta è una faccenda seria perchè se non sei sufficientemente concentrata e finisci nel ristorante sbagliato rischi di giocarti il resto della settimana e di ridurti a mangiare scodelle di riso e patate direttamente e comodamente seduta in bagno finchè morte non vi separi.

          Ma il pranzo è una questione delicata anche per altri versi. Per esempio, è delicata la scelta della compagnia. Se sbagli nella decisione delle persone con cui accompagnarti durante l’opera di rifocillamento, potresti trovarti a trascorrere tutta la pausa masticatoria con le orecchie bombardate di lamentazioni, pettegolezzi, frignamenti vari e simili amenità. Cose che ti viene da dire ma scusa, piuttosto sto a digiuno che fa pure bene alla salute.

          Ognuno si trova le sue scappatoie all’enorme trappola costituita dalla pausa pranzo. La mia è molto spesso rinchiudermi in una bettola segreta che ho chiamato “il paradiso del kimpap”. Il paradiso del kimpap, se non sai dov’è, non lo trovi, perchè l’entrata è di fianco a quella di un sexy shop e il colore della porta è esattamente lo stesso. Il paradiso del kimpap, anche se sai dov’è e lo trovi, non ha un aspetto esattamente invitante, quindi finisce spesso che non ci entri in ogni caso, perchè l’apparenza è un misto tra una mensa del dopolavoro, il cottolengo e il retrobottega di una Zia Cristina qualsiasi. Il paradiso del kimpap, ammesso che tu l’abbia trovato e sia entrato nonostante le apparenze, ti fa venire voglia di scappare prima di sederti, perchè non c’è un occidentale nel raggio di un chilometro e perchè è chiaro che non si parla inglese manco a pagare oro, e se vorrai farti capire dovrai fare appello a tutte le tue risorse comunicative, verbali e non. E magari in pausa pranzo non hai voglia di compiere uno sforzo tanto imponente.

          Un giorno, quando faceva ancora caldo e si andava in giro in infradito, mi sono trovata davanti alla porta del paradiso del kimpap. Forse volevo entrare nel sexy shop, o forse ne avevo le gonadi piene degli occidentali. Forse cercavo un dopolavoro ferroviario o forse ero semplicemente disperata come accade a volte in Corea a quelle fanciulle che prendono l’Asia sottogamba. Sono entrata nel paradiso del kimpap e la mia vita è cambiata.

          Nel paradiso del kimpap si mangiano i kimpap ovvero dei rotolini di riso ripieni di mille delizie. La signora che li prepara è una fatina bellissima coi lunghi capelli tenuti insieme da un berretto all’americana, e le dita dei piedi che escono fuori dalle ciabatte troppo grandi. Fa i kimpap uno alla volta, davanti a te, mettendo l’alga, il riso e il ripieno, con cura e meticolosità, sul viso un sorriso un po’ assente, come se stesse pensando a qualcosa di bellissimo.
La prima volta che le ho chiesto un kimpap in realtà non glie l’ho chiesto, l’ho indicato. Non parlavo una parola di coreano e pensavo sarei morta di fame. Ma la signora del kimpap pazientemente mi ha preparato il mio rotolino, e me l’ha servito sorridendo.
Allora sono tornata.
Quando, dopo settimane, sono finalmente riuscita a formulare una frase che sembrava vagamente una richiesta di kimpap in coreano, la signora è stata così felice che mi ha regalato una scodella di zuppa. Ovviamente farcendola con mille frasi di gioia delle quali non ho capito una cippalippa. Ma ho sorriso e ringraziato.

          E così la mia amicizia con la signora del kimpap è andata avanti in questi mesi. Io vado lì soltanto quando sono sola e ho voglia di sentirmi a casa. Ogni volta preparo qualche parola in più in coreano, per mostrarle che mi applico, che alla nostra amicizia ci tengo davvero tanto e che per lei (non per amore delle relazioni internazionali) sto imparando la lingua del regno eremita.
Lei mi sorride e mi fa il kimpap.

          Sono mancata dal paradiso del kimpap per qualche settimana, e l’altro giorno sono ritornata. La signora mi ha accolto con molte manifestazioni di affetto che ho finto di capire e le ho persino detto “eh, da quanto tempo” (almeno credo di averlo detto). In uno slancio d’amore la signora mi ha presentato il conto senza scrivere i numeretti sul foglio, come faceva di solito, ma pronunciando le parole “sono tremileccinquecento won”. Ebbene, ho capito e glie li ho dati. La signora era molto contenta. Anche io ero molto contenta, e penso che se i coreani fossero stati tutti così con me, se mi avessero riservato questa delicatezza, se non mi avessero detto di sbrigarmi a scendere dal taxi ogni volta che ci mettevo più di tre secondi, se non mi avessero sbattuto le mani a croce davanti dicendo “opsoiò” ogni volta che desideravo qualcosa che loro non capivano cosa fosse, se ecco mi avessero risparmiato qualcuna di queste esperienze e mi avessero sorriso come la signora del kimpap io forse oggi il coreano lo parlerei molto meglio di così.

          Oggi, venerdì, sono andata dalla signora del kimpap perchè era l’ultimo venerdì di lavoro e avevo voglia di festeggiare. Non sono riuscita a spiegarle perchè, ma credo lei abbia capito che era un giorno speciale, dal momento che mi ha servito il kimpap su un piatto speciale, disposto a mo’ di fiorellino, come nessuno aveva fatto mai. L’ho ringraziata e ho mangiato il kimpap più buono della storia delle relazioni internazionali.
Poi sono andata a pagare e le ho detto che i suoi kimpap sono davvero, davvero deliziosi.
La signora ha sorriso.

          Sono uscita e Seoul era assolata e gelida assieme. Camminavo, cinque gradi sotto zero, dentro il mio ultimo venerdì in questa città. Era bello camminare per Seoul. La città sembrava accogliente e all’improvviso un po’ di quella sguaiatezza che m’ha ferita in questi mesi era come scomparsa.
Allora ho pensato alla signora del kimpap e mi è venuto un grande senso di gratitudine, perchè lei questo posto me lo ha fatto proprio amare. E io quando torno, se torno, vado al paradiso del kimpap, ammesso che esista ancora, e le dico che mi è mancata un sacco.

 

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Gen 11 2012

Asia shaker

Dice il Dotto` che, arrivata a Bologna, potrei mettermi nel mezzo di Piazza San Francesco con un cartello recante la scritta

 

reduce dall’Asia
aiutatemi

 

Eh, perche` adesso che si avvicina il giorno della partenza, e mio malgrado le valigie cominciano a chiudersi, mi scopro all’improvviso tutta sballottata e mi domando come sara`, essere catapultata da un giorno all’altro in un mondo dove le persone si toccano in continuazione, ti guardano in faccia, e se c’e` qualcosa che non va NON SMETTONO DI PARLARTI ma ti chiedono spiegazioni.
Allora potrei aver bisogno di una sorta di sostegno psicologico, meglio se corroborato da un coadiuvante etilico o -in senso piu` lato - stupefacente. Potrei aver bisogno di guide, interpreti, gente che mi aiuti a evitare di morire a causa di qualche stupida disattenzione. Potrei ricorrere al nostro compianto e amato servizio sanitario nazionale per domandare se non ci sia la possibilita` di incontri settimanali con qualche specialista che mi aiuti a curare la mia febbre asiatica.

Io non lo so cosa succeda agli altri, quando arrivano in Asia. Che poi l’Asia come abbiamo avuto modo di ripeterci piu` e piu` volte e` milledduecento cose, la Corea non e` il Giappone e non e` la Thailandia, e quindi dire Asia ha poco senso, da un certo punto di vista, ma ne ha anche tanto e non so spiegare perche` ma piu` si sta qui e piu` si capisce che la parola Asia ha un valore, e allora non so cosa succeda agli altri, ma posso dire che se per caso sei una fanciulla e hai un paio di grammi di cervello e magari li usi, se queste condizioni sono rispettate e sulla loro base arrivi in Corea ecco, allora avrai davvero davanti dei giorni difficili. Intensi, belli quanto vuoi, ma difficili.

Perche` cioe` adesso parliamo di me, no. Io mica sono di pietra. Mica arrivo qua come un monolite calato dalla luna e dico ecco prendetemi o cosi` o niente. Mica sono inscalfibile. A me ’sta Corea mi ha provata. Mi ha fatto venire i dubbi porcamaella, dubbi politici, dubbi sociali, dubbi privati. Perche’ quello che vedo a volte non mi piace. Ma d’altra parte il mondo che ho lasciato, manco quello mi piace. E allora non ho soluzioni, ho comprato il libro dei problemi e non mi hanno dato l’appendice con le risposte, eh. Rimango senza parole.
Che poi questi dubbi, maledetti loro, non arrivano dalla porta e bussano educatamente. No. Essi s’insinuano, in genere di notte, e tu ti svegli la mattina e ti guardi allo specchio e improvvisamente ti scopri a raccontarti che
NON E’ VERO
che tutti i corpi hanno la loro bellezza. Non e’ vero. Hanno ragione le coreane. Ci sono dei corpi belli e dei corpi brutti, e il corpo bello deve pesare non piu’ di 50 chili e rispondere a precisissimi criteri proporzionali, roba che le lezioni di educazione artistica delle medie ci fanno un baffo. Pura tecnica.
NON E’VERO
che siamo padrone dei nostri corpi. Non e’ vero niente di niente. Non e` vero che nel mondo c’e` spazio per tutte. Nel mondo c’e` spazio solo per quelle che corrispondono a certi canoni estetici.  E basta, non si discute.
Quello che ci andiamo raccontando e` un bel mucchio di menate. Siamo troppi su questo pianeta e non c’e` posto per tutti. Non so chi abbia deciso le regole, chi abbia definito i canoni cui bisogna aderire per stare nel gruppo di “quelli che hanno diritto”, ma ho scoperto in Corea che questo gruppo esiste, e io non ne faccio parte, e posso continuare a blaterare stronzate sull’emancipazione e i diritti quanto voglio, sono solo grosse e profumate stronzate.

Lo so, potrebbe sembrare adesso che io sia partita con uno dei miei tormentoni filosofici sulla donna e il corpo e l’uso del corpo eccetera. Potrebbe addirittura sembrare che io stia usando dell’ironia. E invece no. Io sono seria, serissima. Per la prima volta nella mia vita mi sono venute le paranoie. Questo binomio vincente /perdente, che sta ovunque, mi e` entrato come un piccolo virus e mi devo fare violenza per non utilizzarlo. Sono una vincente? sono una perdente?
Il mio corpo, sicuramente, in Corea perde, e`gia` il simbolo di una sconfitta inevitabile, quasi karmica. Il mio atteggiamento, poi, che ne parliamo a fare.
Un disastro,  non ne ho combinata una buona.
Sono troppo intraprendente per i maschi, troppo imbarazzante per le femmine, non rispetto le regole, non mi inchino al momento giusto, non mangio al ritmo opportuno e non rispondo ai messaggi col giusto ritardo.
Mi interesso troppo alle persone. Cazzo.
Mi interesso troppo alle persone. E
soprattutto, in genere, credo a quello che mi dicono.

Ecco questo e` un errore fondamentale. Non bisogna mai, mai credere a quello che ti si dice. La verita` e l’onesta` intellettuale sono dei concetti culturalmente troppo connotati per essere condivisibili.
Diobbuono che fatica, che senso di spaesamento.

Infatti tra una settimana parto e ho la sensazione di stare dentro un frullatore, ho l’impressione di essere stata provata, fiaccata nella mia identita’ da questo viaggio. Bisogna a un certo punto avere l’umilta’ di rimettersi in discussione, e’ vero. Sono arrivata qua convinta di essere una persona aperta, mi riempivo la bocca di parole come accettazione convivenza multiculturalismo. Erano tutte balle. E’ difficile, difficile porca miseria.
Me ne vado con molte domande in piu`, e soprattutto con molti silenzi. Me ne vado con la certezza di aver vissuto in un mondo dove bastava guardarmi per capire che ero una perdente, e mi domando se non sia poi un pochino vero.
Sono arrivata convinta che il confronto onesto fosse l’unico modo per vivere la vita e le relazioni. Da questo punto di vista ecco, sono affranta, affranta, perche` il confronto onesto qua e’ un concetto che non ho mai incontrato.

Eppure sono contenta, perche` mi sembra di essermi presa un bel paio di ceffoni, ben centrati, e di aver riacquistato un po’ il senso delle dimensioni, del mio essere minuscola, della piccolezza del mondo in cui ho vissuto fino a qualche mese fa, e sono contenta, sono completamente persa ma sono contenta.
E’ tutto spostato dentro di me, un casino, un macello, un campo di battaglia di quelle battaglie medievali, morti feriti e cavalli a gambe all’aria, ma mi sembra di essere viva, mi sembra di crescere, mi sembra di darmi una possibilita`.
Non lo so, che cosa  mi porto.
Non lo so.
Magari me ne accorgo tra dieci anni.
Adesso sto qua, con tutti i pezzi di me sparsi come un puzzle e non mi ritrovo.
Ma io, per questo rimestamento totale, mi sento di essere grata. Mi sembra un regalo immenso, una possibilita`, un nuovo punto di partenza. Ecco.

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Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

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Nov 20 2011

Shashin e gli altri

Domani Shashin parte e mi è venuta quella malinconia che ti piglia ogni volta che gli amici se ne vanno. In genere sono io che me ne vado per prima, e fa un po’ strano pensare che questa volta la figura che si staglia sulla banchina nell’attesa di un ritorno è la mia, che sono proprio io ad attendere qua, su questa immensa e instabile banchina chiamata Seoul, con meno sette gradi e senza aver avuto l’accortezza di comprare le mutande termiche.

Shashin parte e torna tra tre settimane ma nel nostro mondo, il mondo dei fantastici cinque, tre settimane sono un’eternità, se penso a me tre settimane fa, alla sofferenza all’alienazione, se penso al dolore, al senso di aver sbagliato tutto, alla voglia che avevo di mollare questo posto e tutti i progetti che gli ho disegnato addosso, se penso a me tre settimane fa mi piglia una specie di vertigine, e mi emoziono e mi spavento all’idea che, probabilmente, tra tre settimane io esisterò ancora, eppure sarò completamente diversa e chissà quante cazzate avrò combinato, chissà quanti passi falsi, chissà quanta felicità quanta emozione, chissà il mio cuoriciattolo quanto avrà palpitato chissà quanto avrò pianto perchè io si sa, piango, piango per il dolore ma piango anche di commozione e di gioia.
Shashin tornerà diversa e io diversa la accoglierò, in questa Seoul che ti prende e ti sbatacchia da tutte le parti, vorticosa velocità che ti schiaffeggia e se non vai a ritmo sono molto semplicemente cazzi tuoi.

Danze nuove sto imparando, anche con Shashin che è diversa diversissima da tutte le persone conosciute fino ad ora. Che poi che vuol dire, ogni persona è diversa, lo so, sono banalità, eppure io ogni volta mi sorprendo nello scoprire quanta unicità e quanti tesori ci possono essere dentro ciascuno e mi dico ma porcapaletta quanto fortunata sono?
Perchè in questo gelo immobile, in questo vento ingiusto, io oggi domenica 20 novembre mi sento fortunata e ho paura che l’intensità e la densità trovate negli ultimi giorni si dissolvano in un quotidiano monotòno o, peggio, nella tossica mediocre incomprensione delle relazioni infagottate nel già scritto.

Io non la voglio, una relazione già scritta. Non voglio amici che si infilano nelle caselline disegnate da qualcun altro, così come non ho mai desiderato amanti che si mettessero il vestito di cartone dell’amante, come quei giochi che facevamo da bambine, la bambola di cartone e i vestitini di cartone tutto perfetto tutto già preformato, non esiste il difetto e quindi non esiste rischio fantasia immaginazione non esiste spazio per inventare ( e qui per un attimo mi sospendo in un grumo di ricordi).

Shashin è per me oggi spazio per inventare relazioni che non stanno scritte da nessuna parte, polenta col burro riscaldata in padella a casa sua senza sentirmi fuori posto, il felice ricordo di ieri, lasagne a casa del D.B. e chiacchiere e parole infinite e zero paura di risultare importuni, risate e la consapevolezza improvvisa di avere già costruito un piccolo mondo di segreti condivisi, e che in questo mondo c’è spazio per tantissime nuove cose, che arriveranno, ma di cui non conosciamo nè il colore nè la forma. Shashin è il divano per il buttismo, i dolcetti di riso e la breve densissima visita di S che passa solo per salutare, che poi ho una cena.

Rido, rido come da tempo non ridevo e mi spremo e mi consumo e mi brucio. L’ho sempre detto, che non ho niente da conservare, e infatti ieri m’è venuta una ruga nuova. Me la guardo e mi dico toh, questa ruga è Seoul, è questa vita adulta eppure piccola, è quest’incertezza. Questa nuova ruga è la sensazione di stare qua eppure di avere sempre un pezzo di corpo un pezzo di cuore da un’altra parte, è la paura che il bello si dissolva nell’ennesimo bicchiere di tequila, eppure la voglia di vedere dopo questo bello che cosa ci sarà, e lanciare il sasso, lanciare il sasso sempre più lontano.

Domani sveglia alle sei, tailleur, sorriso, spremuta di me e la consapevolezza che molto presto tornerà il giorno in cui, alle sei, sarò in procinto di dormire.

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Nov 03 2011

Everybody speaks revolution

A Seoul il giovedì sta diventando il giorno che dedico alla politica, perchè ci sono i Thursday meeting con i miei amichetti attivisti, e sono sempre un buon modo per fare il punto e domandarci dove siamo cosa pensiamo eccetera.
Un giorno a settimana basta e avanza, perchè francamente in questo momento assai difficile io mi sento piuttosto persa e un giorno a settimana è abbastanza, sennò mi stresso e mi deprimo.
Così anche oggi -a dispetto della risacca lasciatami dalla colossale sbronza notturna- dopo il lavoro ho incontrato Suhee e una sua amica che è stata da me appena ribattezzata Rosa poichè Rosa Luxemburg è il suo grande punto di riferimento teorico, e poi Rosa è molto più facile per me da memorizzare rispetto al suo nome originale che, tanto per cambiare, non ricordo (ma ce l’ho scritto).

Ci troviamo come al solito in uno dei miei baretti preferiti, dove il padrone ci fa il caffè che vogliamo noi, tostandocelo sul momento, e dopo una certa ora ci regala anche uva e dolcetti di riso mentre noi parliamo fittofitto della vita della politica della società delle differenze. Subito cominciano le domande, perchè la cosa strana è che in questi incontri sono spesso io l’oggetto più curioso e ci sono molte domande per me molti interrogativi molte curiosità, allora io mi armo di pazienza e provo a dire tutto in inglese mentre Suhee e Rosa si sforzano di inserire nelle loro teste coreane dei concetti lontani lontani assai.
La fatica maggiore è proprio trovare dei concetti coincidenti o per lo meno simili, proprio come quando mi metto a studiare il coreano e mi scontro con il fatto che certe particelle grammaticali in italiano proprio non esistono, cazzo, e non ci sono paragoni non ci sono metafore possibili, c’è solo il grande sforzo di immaginare, di pensare con una parte diversa del cervello, di guardare dove non guarderei e ascoltare ciò che mi pare silenzio.
Così pure nella politica a volte mi sembra di scontrarmi contro un muro di gomma, tipo quando provo a parlare di movimenti di donne, che è davvero davvero dura e infatti devo dirlo io ormai ho smesso. Mi prendo una pausa, forse tra qualche settimana ricomincerò a bussare ma per ora non ne ho alcuna intenzione; il problema delle questioni di genere è che il tabù è tanto radicato da non essere percepito come tale. Quindi quando me ne esco con le mie domande sulle donne in Corea mi trovo davanti occhi vacui e bocche socchiuse e sopraccigli alzati, no grazie tanto, mi basta dover salutare il carabiniere tutte le mattine quando entro in ufficio e fingere di essergli grata perchè protegge la mia incolumità. Insomma il mio sacrificio quotidiano è fatto non vedo perchè insistere.

Per esempio c’è una cosa che mi fa andare letteralmente in bestia e mi si girano le budella e a volte vorrei spaccare la tazza col caffè, ovvero: mettiamo che stiamo parlando di qualche problema coreano, tipo della tizia che da 300 giorni sta facendo lo sciopero a Busan in cima a un’impalcatura altissima per portare all’attenzione dei media i soprusi che le grosse imprese compiono sui lavoratori. Ne parliamo, Suhee e Rosa mi raccontano, e poi si addolorano, le loro facce si rattristano e loro quasi in coro dicono: noi siamo molto, molto preoccupate per lei (la tizia che sta sull’impalcatura). Poi sempre più preoccupate aggiungono: e in molti, in molti sono preoccupati.
Allora a me mi viene la spontanea domanda: e scusate, se siete preoccupate perchè non fate niente? non dico che dobbiate salire pure voi sull’impalcatura, ma insomma….
A quel punto appare di solito la faccia con la scritta about blank.

Mi sembra che lo struggimento silenzioso sia un sentimento assai familiare ai coreani, e molto meno lo sia cercare di fare qualcosa di concreto per risolvere i problemi. E infatti anche le mie amiche sono lì che si struggono senza muovere un dito. Allora oggi mi sono presa il rischio  e ho dirottato la conversazione sul concetto di azione politica e di percezione della violenza.

Lo so, ho rischiato.

Infatti avevo un po’ paura e per un pochino ho anche temuto che le due amiche attiviste chiamassero la polizia e mi facessero rimpatriare in Italia. Però il dado era tratto. E allora mi sono lanciata in una specie di microcomizio chiedendo ma scusate, è normale che vi facciano lavorare cinquanta ore alla settimana? è normale che voi viviate per lavorare? che l’unico modo per staccare la spina sia sbronzarvi come delle merde e farvi riportare a casa in condizioni inenarrabili? è normale che non possiate permettervi di comprare una casa? che vi facciano credere che la cosa più importante per una ragazza sia la borsa di Luis Vuitton? vi sentite soddisfatte per il fatto che se andate a fare un colloquio col vestito sbagliato non ottenete il lavoro? vi piace l’idea che il dissenso venga percepito come pericoloso? siete felici del fatto che ci vogliano sempre più omogenei, sempre più uguali, sempre più seriali? Non vi sembra che tutto questo sia una forma continua, sottile e pervasiva di violenza?
Eh si lo so ci sono andata giù pesante e infatti quando mi sono fermata per prendere fiato ho avuto un momento di puro terrore. Per un attimo ho pensato di telare.
Ma poi, del tutto inaspettatamente, Rosa si gira verso di me e dice io spero che tu stia qua il più a lungo possibile, perchè noi queste cose le pensiamo, ma troppo spesso non abbiamo il coraggio di dirle.

 

Allora mi sono resa conto che ci sono delle parole che vanno al di là,
al di là delle culture e dei concetti,
mi sono resa conto che quando ho detto io voglio vivere e a me sopravvivere non m’interessa
qualcosa è scattato, e forse chissà non era nemmeno la prima volta che scattava,
io non lo so, so che dopo due mesi che sto qui forse davvero ho cominciato a imparare a guardare senza i miei occhiali,
e posso riconoscere le reazioni e giudicarle un pochino, solo un pochino
meno.
E mi sembra difficile, mi sembra che ogni mattina sia una sfida,
ti alzi dal letto e davanti a te c’è tutta la coreanità apparentemente incomprensibile,
e tu che ti eri sempre dichiarata una paladina del multiculturalismo ti trovi a dare dei giudizi banali,
ti scopri a pronunciarti come mai mai avresti pensato di fare,
ti rendi conto di quanti strati culturali e sociali tu abbia addosso,
di quanto meschino ed europeo senso di superiorità ti porti dentro tuo malgrado.
Ogni mattina, ogni mattina di nuovo comincia la sfida contro il mostriciattolo eurocentrico che sta dentro di te,
ogni mattina con umiltà devi renderti conto che tutto questo,
tutto questo è molto più grande e molto più complicato di quanto non pensassi
che l’allenamento fatto negli anni passati
allenamento alla comprensione, alla libertà, all’onestà di pensiero
non è stato comunque abbastanza

Perchè questo è un altro pianeta, cazzo, un altro pianeta
e a volte l’unica cosa da fare è ascoltare, provarci,
e quando vuoi parlare ti devi forse prendere il rischio
di non essere capita.
Così come tu spesso non capisci.

E forse è stato solo perchè oggi per la prima volta mi sono presa il rischio, con tutta la sofferenza di questo mio improvviso non capire, di questo mio totale spiazzamento, forse solo per questo ho trovato una breccia, e ho scoperto che esiste un terreno comune, che esiste un’ambizione alla libertà, alla giustizia, che esiste.
Oggi ero come sono da un po’ di settimane a questa parte, disorientata, forse demotivata, sicuramente incerta, e una volta tanto non avevo proposte non avevo soluzioni, avevo solo oneste e forse un po’ banali domande, perchè non capivo, cazzo, non capivo. E proprio attraverso le mie domande inquiete e piene di rabbia e paura ho trovato le prime risposte in questo paese.

Così, il faticoso giovedì della politica si è trasformato per me in qualcosa di sensato, di piccolo, certo, ma profondamente sensato, e sono tornata a casa stanca e provata ma felice, felice soddisfatta e con i miei scudi anti coreanità leggermente abbassati, perchè la paura era un po’ meno, e forse oggi per la prima volta ho vinto la mia piccola battaglia quindi uff, ora mi svesto, mi infilo il pijama, srotolo il futon e dormo, cazzo, dormo e mi riposo e dimentico tutti i pensieri che non sono radicati qua, nella mia stanzetta coreana.

 

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