Archive for the 'donne' Category

Set 02 2010

reflex

Siccome mi si rimprovera che è brutto leggere le cose su internet e non saperle dalla viva voce di zia vitantonia, siccome non ho voglia di polemizzare e di spiegare per l’ennesima volta qual è la differenza tra quello che dico e quello che scrivo, siccome non ho tempo per false compassioni sull’onda dello “no zia non ci ricadere”, siccome questo e siccome quello, siccome è mezzanotte e vorrei andare a dormire ma prima devo assolutamente fissare delle cose su carta, siccome sono ancora piena di vita dentro di me e anche forse un po’ di alcool, siccome andare a Napoli è sempre un flash e questa volta lo è stato ancora di più, siccome questo e siccome quello

siccome comincio a scrivere a ripetizione le stesse cose e questo credo sia un segno della pesante stanchezza nonchè del rincoglionimento da fine estate

siccome settembre è un mese maledettamente pesante e bello e intenso e io ogni anno a settembre vorrei vivere con l’intensità che ho ritrovato in questi giorni

siccome non sono stupida anche se a volte sembra

siccome questo e siccome quello e con questo siamo a tre

siccome io ho paura ma anche no

siccome cel’ho sempre fatta e ce la farò anche questa volta

siccome in fin dei conti a 31 anni c’è molta gente che si sta appenappena affacciando sul mondo del lavoro e della vita adulta mentre io sono almeno dieci anni che faccio dentro e fuori, siccome comunque non sono sola, siccome in realtà tutti siamo soli e quindi io non sono più sola di altri e questo potrebbe sì essere un dato terrifico e amplificatore della solitudine d’ognuno ma d’altro canto ci mette tutti nello stesso saporoso polpettone di vita

siccome per fortuna la zia ha tutte le sue barriere le sue costruzioni i suoi carrarmatini superefficienti che manco a risico

siccome mi piacciono alcuni film ma non tutti, alcuni fumetti ma non il fumetto in genere, la droga ma non sempre e l’alcool ma non tutto, siccome mi piacciono le uova in pancetta e però vorrei anche essere vegetariana, siccome vivo di sregolatezze sognando l’equilibrio, siccome ho capito ormai

che sono così, ciclicamente avida di vita, vampira

e siccome lo so che non tutti sono in grado di fare i conti con questo, che non tutti sono pronti, che qualcuno potrebbe scandalizzarsi, incazzarsi, sentirsi deluso frustrato tradito

siccome questo e siccome quello

non scrivo quello che ho fatto in questi giorni.

Tiè.

Almeno, non ora.

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Lug 07 2010

vediamo se mi censurano


Occhei occhei. Qui c’è qualcosa che non quadra.
Il sindaco de L’Aquila si prende le manganellate cercando di arrivare a palazzo Madama.
Il compagno Fini si lamenta che la libertà di stampa sia in pericolo.
Il presidente del consiglio ha i reumatismi alla mano sinistra.
Tutti i giornali, quotidiani, tg etc parlano dei reumatismi alla mano sinistra del presidente del consiglio.

La dottoressa Pollastrella tiene tutti i giorni e dico tutti i giorni una rubrica di ben ventotto minuti sulla radio pubblica. Rubrica che mi fa venire le carie ai pochi denti sani in genere, ma il mercoledì, il mercoledì veramente rimpiango di non aver mai preso dell’eroina via endovenosa.
Insomma questa  Pollastrella fa una rubrica in cui sostanzialmente rimpiange il proibizionismo e fa delle tirate, ma delle tirate che se un adolescente la sente io ci scommetto che la prima cosa che fa è andarsi a fare una pera. Io per esempio oggi, dopo aver ascoltato la trasmissione della signora Pollastrella, volevo veramente imbattermi casualmente in un rave e calarmi quelle cinque pasticche innaffiate di superalcoolico. Ma come è possibile che alla rai permettano che si faccia una trasmissione del genere?Io mi domando e dico. La signora Pollastrella può fare il cavolo che le pare, se vuole può anche chiudere i figli a chiave in camera sperando che nessuno spacciatore infili loro la bustina sotto la finestra. La Pollastrella è liberissima di pensare quello che vuole. Ma la rai non è libera di sfracassarmi le gonadi all’una di pomeriggio con i deliri della pollastrella e di tutti gli esponenti della nostra santa chiesa romana apostolica pedofila.
Signora Pollastrella le consiglio un libro, il libro si chiama “lo strappacuore” e l’ha scritto un certo Boris Vian, uno di quelli che lei farebbe scomunicare, se fossero ancora in vita. Ebbene secondo me quel libro un pochino parla di lei. Con la differenza che la protagonista è molto più simpatica di lei e, almeno una volta nella sua vita, ha praticato del sesso.

Oh mi scusi signora Pollastrella, dimenticavo che proprio oggi lei ci ha raccomandato di non eccedere col sesso, che poi -se facciamo troppo sesso ora che siamo giovani- quando avremo cinquant’anni ne porteremo le conseguenze. Ma quali conseguenze signora Pollastrella me lo spieghi un po’ lei, quali conseguenze? Forse se facciamo troppo sesso non avremo le energie per soffocare i nostri figli fino a portarli al suicidio da overdose come consiglia invece lei? Signora Pollastrella, lo dicono persino le riviste che legge lei, ma se le è sfuggito glie lo rivelo io, il segreto: fare sesso fa stare bene, fa parte di quelle azioni che ci danno in cambio una piccola cosina di cui forse lei non ha mai sentito parlare, la cosina si chiama felicità. E visto che lei oggi si chiedeva disperatamente qual è la cosa giusta, cosa bisogna fare per evitare che i figli eccedano in azioni peccaminose come appunto fare sesso, bene, io le do una risposta. La risposta è chiudere la sua stramaledetta rubrica, recuperare un briciolo di umiltà, magari farsi un amante e per ventotto minuti al giorno, invece di blaterare stronzate di cui i suoi figli probabilmente si vergognano, fare del sano ed edificante sesso. Vedrà che gioia ne trarrà tutta la sua famiglia. Io, sicuramente, ne avrò immenso beneficio. Anzi amiche e amici io propongo che per aiutare la signora Pollastrella a fare il suo coming out ci dedichiamo tutti al sesso, da soli o in compagnia, ogni giorno dall’una all’unemmezza di pomeriggio. Così, per solidarietà.

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Mag 04 2010

se uno si prende la briga di leggere per favore legga fino alla fine

Eccomi appena resuscitata dalla più allucinante festa di addio al nubilato che potesse capitarmi. Ovviamente la nubile non ero io, che ho già smesso di essere nubile da un pezzo e per fortuna mi è stata risparmiata la festa così che ho potuto dedicare le mie energie all’inizio della convivenza e non al recupero post sbronza. Ma ormai parliamo di molti troppi anni fa e quasi quasi non mi ricordo neanche bene come è andata, mi ricordo che a un certo punto arrivai in macchina ed era giorno e non vedevo l’ora i kilometri erano infiniti e l’aria era mite e tiepida e profumata come non lo e’ stata mai più. Ma questo dettaglio me lo sono risparmiato iersera e mi sono guardata bene dal confessare alla maritanda che certe cose non ritorneranno mai più mi sono guardata bene dal confessarle quante e quali pene l’aspettano dopo che la convivenza si sia fatta seria e quante e quali incomprensioni, quante e quali sofferenze, quanti e quali interrogativi senza risposta. Me lo sono risparmiato un po’ perchè in fin dei conti ognuno c’ha le sue bilance e un po’ anche perchè molto presto ero troppo ubriaca per dare consigli tipo “al primo segnale scappa, prima che sia troppo tardi”.

Mi sono distratta al terzo bicchiere di vino e mi è sfuggito di mente il discorsetto che avrei dovuto farle se fossi stata piu’ saggia: non ti venisse mai in mente di convivere per carità, ci hanno scritto delle canzoni riuscitissime, Giorgiogaber per primo, macchittelofaffare santoiddio a imbragarti in questa mescolanza di dentifrici in questa prosasticità di pastiglie per la lavastoviglie chi te lo fa fare a sostenere questi pasti muti che ci sono certi giorni questi silenzi così chiacchieroni e questi sospiri e queste liti perchè si amicamia chittelofaffare a sostenere le liti le sfuriate le incomprensioni chittelofaffare a mangiarti la lingua perchè non sai che cosa dire a sopportare i quadri messi dove non ti piace e a volte non sai neanche perchè il cazzo di quadro non ti piace là e non sapresti dire dove invece ti piacerebbe, no, sei persa dentro la psicosi del quadro che forse la verità è il quadro stesso che non va e non perchè sia brutto ma semplicemente perchè è il quadro che vorrebbe appendere lui.
Ed è inutile c’è chi la prende bene e chi la prende male ma io credo sempre di più che ogni coppia all’inizio si dica ecco noi no noi non saremo mai così noi non litigheremo mai per come si chiude il tubetto di dentifricio e in genere questa affermazione è seguita da una risata da un abbraccio e magari da un amplesso spericolato in un luogo di quelli non-ordinariamente-deputati-all’amore, io credo che ogni coppia all’inizio della sua convivenza sia incappata in qualche coppia vecchia e un po’ stanca, una di quelle coppie fatte di silenzi incomprensioni astio nella voce e la coppia giovane si è detta sorridendo no noi non saremo mai così. E invece, questo avrei forse dovuto dire alla maritanda e non l’ho fatto perchè ero troppo impegnata col vino rosso e l’agnello turco, avrei dovuto dirle cara maritanda lo vedi? tra qualche tempo sarete proprio così anche voi, altro che litigare per il tubetto di dentifricio, vi tirerete reciprocamente appresso cassette e cassette piene di dentifricio, kilate di dentifricio, vi urlerete delle cose terribili a vicenda e ti sentirai male e ti verrà voglia di sprofondare e ti dirai macchimelohafattofare ecco cosa ti dirai, inciamperete nel disaccordo sul colore della vernice nuova, farete viaggi in cui vi sottoporrete a overdose di musei pur di evitare di rimanere fermi davanti a un caffè senza sapere che cosa dirvi, tirerai  un sospiro di sollievo quando gli metteranno il turno all’ora di cena e finirai col guardarti csi e dottor house.

Questo avrei potuto avrei forse dovuto dire alla maritanda avrei magari dovuto metterla in guardia su un futuro che ha gran poco d’imprevedibile e invece non l’ho fatto un pochino perchè ero appunto veramente coinvolta dalla mia relazione con l’agnello e un pochino anche perchè io il profumo di quei giorni d’aprile di molti anni fa me lo ricordo e me lo ricordo ancora bene, ed era un profumo bellissimo e tutto galleggiava intorno a me e in fin dei conti io, anche se fosse solo per quel profumo e non per tutto il resto che è venuto dopo e che è troppo, troppo per essere scritto e raccontato, anche solo per quello io la così detta convivenza seria la comincerei di nuovo e se mi svegliassi ogni mattina con questa domanda ogni mattina mi risponderei si, la comincerei la convivenza, e la consiglierei a tutte le maritande perchè in fin dei conti cosa importa se i cognati sono tutti separati cosa importano i dolori, non son spine senza fiori, in fin dei conti ognuno ha diritto a pensare no, amoremio, noi non saremo mai così, noi non cadremo mai in questo delirio della quotidianità, e ogni coppia ha il diritto di provarci e riprovarci di dirsi questa è l’ultima volta adesso ci proviamo davvero ogni volta ha il sacrosanto diritto a trovare improbabili soluzioni e approcci all’ inevitabile trasformazione dell’amore

ed è per questo che tanto fortemente ho voluto questa festa ieri sera, perchè volevo esserci per quest’amica che ci crede e ci spera come ci spero e ci credo anche io che già mi sono imbarcata sulla stessa nave e nonostante il mal di mare di certi giorni in cui il mare è in tempesta nonostante quello ecco io non ho voglia di scendere e questo viaggio è proprio una meraviglia.

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Apr 21 2010

storie di ordinaria eccetera eccetera

Published by lucilla under londra, casa, mimo, carla, vitantonio, amici, famiglia, donne

un evento straordinario sta per sconvolgere le nostre vite di mimi senza casa e senza famiglia, un evento tanto straordinario da meritarsi un post infrasettimanale.
Ebbene due mimi stanno per sposarsi. Dopo un anno o due di amorevole relazione hanno deciso di fare il così detto grande passo. Che essendo i due mimi in questione provenienti da paesi diversi dall’Inghilterra il grande passo è davvero tale, visto che bisogna prepararsi mesi e mesi prima, bisogna mandare carte, aspettare risposte di ambasciate, rinnovare i visti e compagnia bella. Ne avevo avuto un assaggio quando la mia onorevole sorella minore aveva deciso di maritarsi, e avevo pensato che l’Italia fosse una pietosa eccezione all’Europa, che la nostra burocrazia fosse la prova evidente di quanto le cose potessero andare meglio in altri paesi. Bene, mi sbagliavo. Nonostante questi inglesi ci abbiano la regina, che pare avere come passatempo principale quello di vegliare sull’isola per sincerarsi che tutto vada per il verso giusto seguendo criteri di uguaglianza e giustizia divina, nonostante questa signora regina, dicevo, la burocrazia inglese è quasi peggio di quella italiana, e gli apparati burocratici inglesi sono se possibile (ma umanamente non lo so, se sia possibile)  più xenofobi di quelli italiani. I due poveri mimi in questione hanno girato come trottole per i passati quattro mesi, facendo e rifacendo più e più volte tutte le scale di tutte le ambasciate possibili e immaginabili, e per fortuna che sono mimi e sono ben allenati, la tarantella è andata avanti assai più a lungo del previsto, tanto che il matrimonio avrebbe dovuto avvenire ad aprile ma fino a una settimana fa non si sapeva nulla dalle ambasciate quindi ciccia. Per qualche giorno i mimi hanno mimato Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, e li hanno mimati assai bene, con annessi disperazione della fanciulla e accanimento del suo legittimo promesso. Poi finalmente qualche giorno fa l’autorizzazione - non si capisce grazie a quale conversione di quale innominato o a quale corruzione di quale monaca di quale Monza - è arrivata.
Yuppieeeee

Immediatamente sono partite le partecipazioni. Il matrimonio s’ha da fare, e si farà il giorno otto maggio. Siamo tutti indaffarati come gli assistenti di babbo natale il 23 dicembre.  Eh già, perchè la famiglia dei mimi emigrati siamo noi, mimi sparsi in giro per il nord est di Londra, tutti emigrati e tutti senza famiglia.
Dunque non so cosa stiano facendo i mimi maschi adesso, ma le femmine sono affaccendatissime. Abbiamo messo insieme tutte le energie provenienti dai più diversi paesi del mondo e stiamo organizzando un matrimonio come si deve. Consulti alla sposa per il vestito, organizzazione del rinfresco, drink di benvenuto, addio al nubilato, gestione delle risorse, e ovviamente pure qualche sopresa. Che emozione che emozione! Io un matrimonio non l’avevo mai organizzato, e chi pensava che avrei dovuto proprio farlo qui in questa metropoli/macelleria!
Sono l’addetta al drink di benvenuto e alla preparazione della panzanella, perchè il rinfresco sarà multietnico e variegato proprio come siamo noi mimi, dunque poteva mancare la mia panzanella? eh no che non poteva!
Ma adesso mi manca il vestito.
Avevo pensato a un vestitino bianco, semplice semplice, ornato di qualche pizzo e accompagnato da un bouquet di fiori primaverili. Non riesco a capire perchè, ma le altre damigelle si sono barbaramente opposte alla mia mise. Dicono che qualcun altro potrebbe indossare lo stesso vestito, e non sarebbe proprio il caso.

Senza dubbio devo approfondire la mia conoscenza dei riti matrimoniali….

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Mar 05 2010

voglio solo pedalare

Il primo tratto è piano e deserto, così che faccio in tempo ad abituarmi alla pesantezza e al freddo che si appiccica immediatamente alle guance. Ma il sole splende e la catena è finalmente ingrassata, mi stupisco quasi di quanto improvvisamente il mio cavallo d’acciaio sia diventato docile e veloce. Destra sinistra destra sinistra, e prestissimo incomincia la salita. Il cappello mi scende quasi sugli occhi ma quel pezzettino d’orecchie che rimane fuori si è immediatamente congelato, spingo con le cosce in vista del primo semaforo. L’ipod mi rimanda canzoni a casaccio che come ogni giorno interpreto come presagi e ammonimenti per la nuova giornata. A tratti canticchio, mormoro, borbotto, anticipo, le cosce si scaldano e le mani si stringono attorno al manubrio, la schiena si piega, destra sinistra destra sinistra, al semaforo ho già il fiatone ma un pezzetto di discesa mi aspetta e me lo prendo appoggiando il ginocchio all’interno della canna, rilasso le braccia drizzo la schiena, questo è il pezzo che dedico ogni giorno alle innumerevoli discese dai cavalcavia di Padaniacity, e d’improvviso mi trovo catapultata in altri luoghi e altri tempi, ritrovo gli odori delle pedalate mattutine fatte con addosso ancora l’odore di tutte le cose proibite che popolavano le mie notti, pedalate un po’ cieche un po’ stanche e un po’ già proiettate verso quello che sarebbe successo alla fine delle otto ore di lavoro, pedalate spinte verso le chiacchierate con le colleghe nelle pause sigarette, i pettegolezzi i resoconti le interpretazioni i secondo me lascia stare i credo che dovresti cambiare strategia i panini al prosciutto della signora Lucia, e Titti e Piera coi loro sorrisi diversissimi, le idee brillanti che a volte diventavano progetti e molto più spesso svanivano nelle nuvolette di fumo che producevamo nel giardino sul retro.
Ma ecco d’improvviso mi rendo conto che sono a Londra e sto pedalando alla mia sinistra già la curva di Endymion road mi attende terrifica piego un pochino e immediatamente prendo vantaggio dalla discesa appena terminata e ricomincio a spingere sui pedali, lo so che questo è il tratto più lungo e più duro, è il perpetuo inverno delle mie pedalate mattutine, il quotidiano test della motivazione. Inspiro con il naso, espiro con la bocca, la schiena è sudata e appiccicaata ai mille strati di maglie e magliette mentre i piedi e le mani sono quasi congelati ma le cosce spingono bruciano i polpacci si tendono gli addominali si schiacciano contro l’ombelico e io vado, vado, lenta ma inesorabile, una pedalata è un intero viaggio nel passato e tra una falcata e l’altra ci sono intere dimensioni di ricordi, il Cois e la mia paura delle biciclette dodici anni fa, Alice e le nostre pedalate verso il corso successivo alla ricerca di un arcobaleno che rendesse  più leggero il nostro accanimento da studentesse povere, Ale Ceci Ema Sonia e le pedalate fino al cinema Excelsior partendo da Monte Change, le bici prese a prestito da altri appartamenti e i lucchetti che erano sempre troppo pochi allora leghiamole insieme, e le montagne di biciclette che formavamo in quel modo, e i mi presti il badge che l’ho dimenticato? così ci facevano lo sconto.
Pedalo pedalo e so che alle strisce pedonali avrò fatto un terzo di questa salita ma quello che viene dopo è ancora duro ancora duro io vado vado sono stanca i pedoni mi sembrano velocissimi e le automobili invidiose di una dedizione che non capiscono e non conoscono provano a stringerti contro il marciapiede ogni tanto un autista particolarmente dispettoso ti spinge con la fiancata sul manubrio e tu tentenni a volte ti devi fermare.
Ma è un attimo.
Riprendo immediatamente e supero la maledetta rotonda che non so mai dove guardare. E tutte le rotonde di Padaniacity mi tornano alla mente e la Ceci con le sue strategie di ingiuria progressiva, legittima e femminista, ma è solo un veloce momento la Ceci adesso è in Spagna e chissà se ci va anche lei, in bici, chissà se le vengono in mente tutte queste cose ogni mattina, io intanto guardo la cima che è qui davanti a me ma gli ultimi venti metri sono ripidissimi r i p i d i s s i m i.
E improvvisa l’ultima pedalata va a vuoto mi rendo conto così che anche questa mattina il mio test della motivazione è stato superato, quello che c’è dopo   è ordinaria amministrazione per una ciclista incallita come me, eppure lo so, è più di metà strada ancora ma a me pare poco quello che rimane perchè dietro di me c’è la parte più dura e allora yuppieee mi lancio giù per la discesa respiro affanno soffio e canticchio piego all’incrocio lancio la mano a indicare la direzione inveisco ma soprattutto prendo velocità.

Alla fine della pedalata c’è il mio giorno.

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Gen 19 2010

quando uno si mette degli obiettivi

Published by lucilla under solitudine, londra, carla, vitantonio, amici, donne

Dunque il mio obiettivo era scrivere del mio trentunesimo compleanno prima che passasse troppo tempo. Oggi è solo martedì e fortunatissimamente non lavoro (che vuol dire anche che non guadagno ma direi che per un giorno me ne frego) e mi sono messa qui di buzzo buono a scrivere. Eppure è passato già troppo tempo. Ho fatto centinaia di addominali, diverse decine di km in bici, molte di più in autobus. E il mio compleanno quasi non me lo ricordo più. Troppo, troppo velocemente passo da una situazione alla successiva, e da un lato questo mi va bene, mi emoziona, la mia vita/frullatore è forse quello che mi merito, forse anche un po’ quello che cerco.

Indi per cui la smetto di lamentarmi e faccio lo sforzo letterario artistico e grammaticale di ripensare ai giorni del mio compleanno.

Il mio compleanno!
Ho compiuto 31 anni. Mi sono rattristata, impaurita, arrabbiata. Ho passato tutta la settimana precedente piangendo. Un po’ perchè mi fa paura avere trentun’anni. Un po’ perchè avevo sperato di essere in un punto diverso della mia strada, a 31 anni. E ho avuto paura di non arrivarci mai, al punto diverso. Un po’ perchè ho temuto che qualcuno mi volesse diversa da come sono. Un po’perchè non mi riconosco nell’immagine che ho della trentunenne.  Ho pianto perchè avrei dovuto comprare la mooncup della misura più grande. E per molti altri motivi che non ho ancora capito.

Ho pianto pure perchè mi sentivo sola e temevo di trascorrere il mio compleanno in totale abbandono e solitudine. Lo so, sembra patetico, ma queste paure io ce le ho avute veramente.
Mi sono ritrovata a festeggiare per tre giorni con le amiche più care che ho a Londra, una cena a sorpresa con tortine di zucchero e vino bianco, e financo i fuochi d’artificio! Per me, tutti per me e per il mio compleanno. Insieme a tutte queste persone che pure vengono da altri posti e forse ancora non hanno ritrovato una casa, mi sono sentita un pochino a casa io.
E quando siamo state troppo ubriache ce ne siamo andate a ballare in un luogo surreale perso nel mezzo di Hackney, un locale per ragazze dove eravamo praticamente le uniche bianche e abbiamo imparato un ballo di gruppo con le frequentatrici assidue del locale. Alle quattro sotto la pioggerellina londinese siamo tornate a casa parlando di cose importanti e di cose stupide, cantando, sbandando un pochino. E questo compleanno imprevisto, trascorso con gente senza casa come me che però ha fatto di tutto per farmi sentire
a casa mi ha commossa e mi ha rallegrata, mi ha dato un pochino di speranza, come pure tutti gli auguri che ho trovato, e la cena coi miei coinquilini organizzata all’ultimo momento con tanto di dolcetti marocchini che più buoni e appiccicosi non si può. Ben  due volte ho spento le candeline, e innumerevoli volte ho brindato. 

Così ho trascorso il mio trentunesimo compleanno, il secondo che passo qui a Londra, lontana da tutto quello che mi è noto e da quasi tutto quello che mi è caro. E’ stato il compleanno più difficile della mia vita, ho avuto bisogno di abbracci, di alcool, di storie divertenti e di sostegno. E miracolosamente tutte queste cose, i regali più belli che avrei potuto ricevere, sono arrivate.

Con questa stanchezza, con un po’ di dolore e molta gioia ho cominciato la settimana. Sono ancora io.

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Dic 12 2009

verde come mamma

Ricordo che quando ero piccola mia madre adorava il verde. Diceva che le faceva risaltare gli occhi. Mia madre era bionda con gli occhi verdi. Lo è anche adesso, ma allora aveva i capelli di un biondo vero ed era giovane.
Ci teneva molto ai suoi vestiti, anche adesso lo fa, e io devo aver ripreso da lei questa specie di mania dell’accumulazione quasi esasperata, un vestito per ogni sfumatura d’umore, un vestito per ogni giornata. Aveva tailleur di ogni colore ma quello che preferiva era il verde. Un verde quasi militare però brillante. Non saprei come descriverlo, diciamo verde mamma. Si truccava anche gli occhi con quell’ombretto verde un po’ dorato che aveva un odore inconfondibile. Io lo aprivo di nascosto e lo odoravo. Nello stesso astuccio c’era anche un ombretto viola che però era intonso, mentre quello verde era sempre più consumato. Ricordo ancora l’astuccio nero impolverato con una scritta bianca in centro e lo specchietto pieno di polvere di ombretto verde.
Mia madre adorava il verde e diceva che era il suo colore.
Per me invece preferiva il rosso.
Ma io da piccola mi vergognavo moltissimo a vestire di rosso, lo trovavo un colore volgare, sfacciato, ottimista, il contrario di me che infatti appena ho potuto ho cominciato a vestirmi di nero. Non che non mi piacesse, il rosso. Mi piaceva da impazzire. Ma mi vergognavo troppo, dava troppo nell’occhio, non ce la facevo proprio.
Poi a un certo punto ho smesso di vergognarmi. Intorno ai vent’anni.
Avevo un fidanzato che si chiamava Ivo, da me soprannominato Ivo l’ottimista. Uno che si era innamorato di me solo quando aveva scoperto che, come diceva lui “anche tu, culona, a modo tuo, soffri”. Tanto per capirci. Un uomo che ama la vita e le bellissime sorprese che ti riserva. E’ stata l’unica volta nella mia vita che ho avuto una relazione con un attore. Per di più un attore della mia compagnia. A dire la verità è stata l’unica volta che ho avuto una compagnia, ma di questo scriverò un’altra volta. E comunque c’era questo Ivo l’ottimista che mi vedeva come la sua parte di luce e mi diceva che gli piaceva moltissimo quando vestivo di bianco. Oh, io posso assicurare che il bianco è una droga. E io ho cominciato così. E’ spesso un amico che ti introduce alle dipendenze. Io sono stata introdotta al bianco da Ivo l’ottimista. Con Ivo è durata pochissimo, rischiavamo il suicidio di coppia, e nel frattempo mi ero scoperta sanguigna. Così il rosso è tornato nella mia vita.
Rosso bianco e nero, questi sono stati per anni i miei colori, soltanto colori assoluti, non disposti a compromessi, come ero del resto io, colori senza vie di mezzo.
E mai nel mio guardaroba ho posseduto nulla di verde. Il verde era mamma, lo lasciavo volentieri a lei.

Ma ecco che da qualche mese mi ritrovo a indugiare con lascivia su sfumature di smeraldo intervallate da giochi di rosa che di rosso non hanno che il ricordo. Al nero comincio a preferire il blu, al lino ho sostituito i pizzi. Il mio armadio è diventato una successione di percettibili sfumature, mi comincio a trastullare con le mescolanze. E ho comprato un cappotto verde.
Occhei, non è verde mamma, ma è innegabilmente verde.

Secondo me si tratta di uno degli effetti collaterali dei miei sette anni di analisi.

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Set 30 2009

catercippalippa


Proprio ieri pomeriggio riflettevo sul fatto che i racconti di lucilla vanno in onda ogni martedì dalle 1830 alle 19.

Sembra un messaggio pubblicitario, lo so, ma non lo è.

E’ invece l’inizio di una profonda riflessione esistenziale e sociologica. Perchè è un orario un po’ amaro. Io lo avevo scelto così, ingenuamente, pensando che è proprio un bell’orario, uno finisce all’incirca di lavorare (o sta per cominciare, come succede a me) e si ascolta i racconti di lucilla che diciamolo, intrattengono, sollevano, fanno persino un po’ ridere. Solo ieri mi sono resa conto di essere in concorrenza con uno dei programmi più ascoltati della radio d’oggigiorno ovvero caterpillar.
Adesso io voglio dire una cosa.
Molti molti anni fa, ascoltando caterpillar, mi sembrava proprio un bel programma. Si riuscivano a trattare temi importanti con ironia e leggerezza, si parlava di ambiente, di iniziative singolari e blablabla. Insomma caterpillar era veramente “un’altra voce”, e io la ascoltavo volentieri. Ma stiamo parlando di molti molti anni fa. E’ da diverso tempo infatti che ho cambiato opinione, i due conduttori mi sembrano velatamente maschilisti, un po’ spocchiosi e pure discretamente ignoranti. Però mi son detta ma via, sarò io che come al solito sono ipercritica, è il mio ego ipertrofico, sono io che penso sempre di poter fare meglio degli altri, insomma ho pensato vitantò, metti un freno alla tua ambizione e alla tua spocchia, sarà mica un caso se questi stanno su radiodue e tu stai su radiokairos. (Senza nulla togliere a radiokairos ma insomma, ma almeno una differenza nel tipo di contratto, converrete compagne e compagni di radiokairos, ci sta, se non altro negli zeri).

E così ieri, nella migliore tradizione della sinistra, ho provato a fare autocritica e ho acceso radiodue mentre andava in onda caterpillar.
Lettori e lettrici.
Io vi invito sinceramente a sentire il podcast della puntata di ieri 29 settembre.

Ma dico io!!!

orse ho avuto la sfiga di ascoltare la puntata sbagliata, fatto sta che i due conduttori provavano a fare quelli che vogliono le pari opportunità e contattavano esponenti di associazioni di donne che si battevano per le pari opportunità in politica.

Madonnina delle rose!!!!

Oltre a non essere in grado di fare discorsi di genere non si erano manco informati su quello di cui stavano parlando, e provavano a fare dell’ironia spiccia con l’intervistata che, per loro disgrazia, era invece una donna piuttosto preparata e ha continuato un discorso serio e sensato scansando una dopo l’altra le battute e gli interventi assolutamente fuori luogo dei caterpilli. Ero indignata. Dopo aver sentito Ardemagni dire che “al salone di milano c’è molta gnocca” non pensavo di ascoltare discorsi parimenti veteromachisti su radiodue. Ora dico io. Se uno vuole far finta di essere emancipato e non lo è, e per questo prende qualche scivolone, e se tutto questo capita su una radiolina privata tipo radiocelhoduro, fin qui tutto bene. Ma su radiodue, all’interno di un programma che vuole fare la voce alternativa, che lancia campagne di sensibilizzazione sui temi più svariati, un discorso così io non lo posso sopportare.

Forse i conduttori di caterpillar dovrebbero fare un corso di aggiornamento. Glie lo potremmo tenere io e le ragazze di Guai a chi ci tocca. E potremo allargarlo anche a molti dei conduttori di radiorai. Sarebbe un’esperienza sicuramente singolare, io potrei scrivere un libro sui conduttori rai come casi sociali e forse Feltrinelli me lo pubblicherebbe, visto che ha pubblicato pure simili libelli di uno dei conduttori di caterpillar.

Il mio ego ipertrofico suggerisce che forse si, forse è proprio un caso, se io e i compagni e le compagne di radio kairos siamo a radio kairos a lavorare aggratis e quelli di radio due stanno su radio due.

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Ago 29 2009

wow

Giornatina come dico io. Sveglia ore undicieventuno colazione con un piatto tipico della zona ovvero pizza margherita. Io la pizza me la mangerei ovunque. Tranne che a Londra. La pizza a Londra è un incubo. Giretto per il borgo in solitaria poi spiaggia. Il lago e le sue paparelle, degnamente importunate dai pochi bagnanti, stavano davanti a me. Sfoggiato il minibikini rosso mi sono spalmata. Spiaggia acqua spiaggia acqua quattro ore così, mi sentivo davvero Marilyn. Poi mi sono levata con tutta l’intenzione di una doccia e toh, chi ti incontro? uno dei colleghi che pure fanno spettacolo a Cavandone stasera, simpatico e disponibile alla chiacchiera, mi offre un gelato al limon e discettiamo felicemente della grammatica e delle regole.

Ora eccomi che mi preparo alla serata. Sto bene, benissimo, l’unica pecca è che mi manca il fidanzato. Epperò è bello pensare che domansera ci ritroviamo ognuno con le sue storie, io profumata di lago lui di moto.
Ma insomma non mi posso più trattenere ho la doccia che m’attende.

Ho pensato che ho voglia di stare di più con le mie amiche. Con le donne, voglio dire. Mi mancano. 

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Lug 04 2009

ci sono alcune esperienze che.

Era il luglio di alcuni anni fa, mi trovavo in Africa ed era un periodo incasinatissimo. Da quando io e Anton ci eravamo lasciati ero passata da un casino sentimentale a uno lavorativo senza soluzione di contintuità. Ora mi trovavo a Pemba, nel nord del Mozambico, a fare una cosa che per metà era lavoro e per metà ferie, era un progetto che avevo preparato per un anno intero, tutto nei minimi particolari, ci tenevo moltissimo e mi sembrava di aver vinto tutte le possibili cause di disastro.

Peccato di superbia, direbbe il parroco. Da quando ero atterrata a Maputo me ne erano capitate di tutti i colori. Ero piuttosto scoraggiata. Ma ecco. Finalmente il lavoro finisce e parto per il nord -insieme a un amico e a quello che pensavo fosse il mio fidanzato- per due settimane di ferie.
Da Pemba decidiamo di andare sull’isola di Quibo. Pare essere un posto piuttosto desolato dove non c’è manco la corrente elettrica. Facciamo un giro in città per capire come arrivarci e decidiamo di lanciarci all’avventura.
Ci alziamo alle tremmezza per andare a prendere il chapa che ci avrebbe portati fino al posto dove prendere la barca. Aspettiamo mezz’ora, un’ora, in mezzo alla polvere e a gruppetti di gente impazzita che corre appresso a chapas e machibombo che non hanno nessuna voglia di fermarsi. Donne con galline appese ai polsi saltano al volo, panieri colmi di vivande volano sui tetti dei furgoncini stracolmi, bambini smoccolosi sbucano dai finestrini, e il nostro chapa niente, non arriva. Siamo gli unici tre bianchi in mezzo all’africa più nera, è notte e il chapa non passa. Ho sonno. Dopo un’ora e mezza qualcuno ci dice che il chapa per la costa non passa oggi perchè ieri si è rotto. Che ne dobbiamo prendere uno che ci porterà a metà strada e da là fare l’autostop.
Recuperata un po’ di buona lena aspettiamo l’ennesimo chapa e ci infiliamo di buon grado, accettando di pagare il biglietto più alto solo perchè siamo brancos padroes. Mi spiaccico vicino al cobrador, c’ho il culo che dopo dieci minuti formicola in una maniera pazzesca, cerco ogni tanto di dare un occhio al mio zaino caricato in mezzo a banane galline e porte a soffietto ma non si vede, per quanto mi riguarda potrebbe già esser volato giù da un pezzo. Ma cerco di rasserenarmi guardando i baobab e pensando che in fondo, bene o male ormai sono in viaggio.
Il chapa ci scarica in un posto in mezzo al nulla e il cobrador ci dice di aspettare un altro chapa che ci porterà nel posto da cui fare autostop. Pazienti come tre pecorelle seguiamo le indicazioni ed eccoci di nuovo caricati in maniera assai rocambolesca su un nuovo sgarrupatissimo furgone che dopo un tempo immemorabile ci lascia in mezzo al nulla. Tre case, una fonte con delle donne che vi attingono dell’acqua usando grosse taniche gialle e una casa più grande con la scritta pensao. Qua dobbiamo fare autostop. Non abbiamo niente da mangiare. Il tipo della pensao ci vende tutti i pacchetti di biscotti che ha ma siamo costretti a smezzarli col nugolo di ragazzini che ci travolge nel giro di pochi secondi.
Passano le ore e non passa nessuno. E’ mezzogiorno e siamo sempre lì.  Non è passata nemmeno una macchina. La curiosità iniziale che gli abitanti provavano nei nostri confronti si è presto trasformata in indifferenza.
A. se ne va in giro furiosamente. Il mio presunto fidanzato parla tutto il tempo al telefono con quella che-mi ha appena rivelato- è la sua fidanzata ufficiale, con la quale si ricongiungerà appena rientrato nel primo mondo. Dico io, non me lo potevi dire almeno prima di partire per andare insieme in Africa? Io le coppie aperte le odio. Mentre lo guardo parlare al telefono mi rendo conto che da tre mesi frequento un ragazzotto maschilista pure piuttosto rozzo mascherato da attivista, un uomo per nulla interessante nel quale sono incappata perchè ero troppo incasinata per starmente tranquilla al posto mio. Se avessi una pistola gli sparerei, tanto qua sai a chi glie ne frega, un bianco in meno, tanto meglio. Me ne voglio andare. Penso che questo posto fa schifo. Penso che quest’uomo fa schifo, è un colonizzatore travestito da crocerossino, non capisce un cazzo dell’amore e delle donne. Penso che questi biscotti fanno schifo e sono pure finiti da un pezzo.
Sono le quattro e siamo ancora qui. Se non decidiamo cosa fare finisce che dormiamo davanti alla scritta pensao. La batteria del cellulare del mio presunto fidanzato a metà si è finalmente scaricata, lui ha capito dove siamo e si è leggermente preoccupato. Dopo una breve discussione decidiamo di tornare a Pemba.
Sono almeno quaranta chilometri. Ci avviamo a piedi. IO mi avvio a piedi sperando di trovare nel tragitto qualcuno a cui chiedere un passaggio. I due mi seguono in silenzio. Ognuno si porta il suo stronzissimo zaino.
Dopo un paio di km arriviamo in un posto dove molta gente aspetta. Aspettano un passaggio per Pemba. Gentilmente ci propongono di aspettare anche noi.

Mangio una banana e butto la buccia in mezzo al  nulla, come fanno tutti gli altri.

Dopo non so quante ore ci caricano su un camion pieno di sabbia. Io in cabina con l’autista e sua mamma, i due maschi bianchi in mezzo alla sabbia, dietro. Fa un freddo boia. Il viaggio è lunghissimo. La strada è buia e per quanto mi riguarda potremmo pure essere stati sequestrati dal Renamo, non ci capisco più un cazzo, ho sonno.
E’ notte fonda quando arriviamo a Pemba e ci buttiamo a dormire nella stessa schifosissima pensione che avevamo lasciato la notte prima, con gli scarafaggi che assaltano le zampe del letto e i sanitari del cesso finti.
A Quibo non ci saremmo mai arrivati.

E ora il parroco mi venga a dire che tutte le esperienze insegnano qualcosa.
A me questa esperienza non mi ha insegnato un bel niente.
Io, se non la facevo, stavo meglio.
E penso anche la fidanzata del mio fidanzato, che è l’unica persona che ho salvato di tutta questa storia infame, alla fine della giostra.

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