Archive for the 'donne' Category

Ott 23 2011

Non sono morta ero solo impegnata.

Succede che a un certo punto il mio ritardo sulla vita aumenta e quindi anche scrivere diventa faticoso, tanto più che ci sono giorni in cui mi domando ma scrivere per cosa, perchè? Succede che le ore trascorrono e io non faccio mai in tempo a fare tutto quello che avevo programmato, allora mi domando se non siano le ore che vanno troppo veloci o io che ho programmi troppo ambiziosi. Succede che mi viene una specie di sfinimento quando penso a questo sito e alla sua fondamentale inutilità insomma succede che ciclicamente mi abbandono un pochetto alla vita e la smetto di riflettere su quello che succede, tutto muore e la mia memoria si mette in stand by fino a nuovo segnale.
A dire la verità manco oggi il segnale è arrivato, allora ho premuto il tasto cerca-nuova-rete, perchè mi sembra proprio che ci sia qualcosa che non va, ho tutto questo silenzio dentro di me, tutta questa ovatta tutto questo intontimento.
E mentre cerco nuova rete butto giù qualche parola incarognita quanche nonsenso provo a verbalizzare porcapaletta che sennò mi pare che implodo.

Succede che sono arrabbiata ecco cosa sono, perchè a me questo paese mi sembra terribilmente, terribilmente maschilista, di quel maschilismo gretto che ti dice di non esserlo, di quel maschilismo infimo che si maschera di emancipazione. e ci sono alcuni maschi che mi hanno persino derisa, poichè “è la parola stessa maschilismo, ad essere anacronistica”e a me mi viene voglia di pigliarle a sberle, le persone così, cazzo.

Questo paese mi sembra così profondamente maschilista che le più maschiliste di tutti sono spesso le femmine, femmine che si adattano e si incastrano perfettamente dentro caselline improbabili, e se tu pocopoco non ci entri, in queste caselline, sono loro le prime ad attaccarti, loro le prime a distruggerti, e io mi domando perchè, mi domando se non sia forse la paura che un corpo diverso, una testa diversa, possa far crollare questo mondo dove portiamo tutte la 38 o la 40.
Mi lasciano agghiacciata le donne che mi deridono per il mio corpo, senza peraltro porsi alcuna domanda, senza preoccuparsi del fatto che questo corpo che ho, lui sì, è l’unica cosa veramente mia, e me lo sono guadagnato centimetro per centimetro, e ho rischiato più e più volte di perderlo, e si porta addosso questi trentadue anni di sbattimenti sì, ma anche di intensissima gioia e godimento e a me sembra una cosa meschina riportare tutta la nostra capacità di sfidarci sul piano di una taglia in meno, perchè le mie gambe non entreranno mai nei tuoi pantaloni ma probabilmente anche il mio cervello, anche quello non riuscirà mai a entrare nella tua scatola cranica, stronza.
E sei ancora più stronza perchè finisce che io le domande me le faccio sul serio, e comincio davvero a domandarmi se non sia il caso di mangiare meno e pensare meno, di perdere più tempo nei centri commerciali e di chiedere ai tipi con cui esco se mi portano la borsetta e se si mettono la mia stracazzo di foto nel portafogli.

E mi fanno incazzare tutti questi luoghi comuni sulle donne che fanno sesso per far piacere ai loro uomini, sulle femmine che se fosse per loro eviterebbero ma poi per compiacere e via discorrendo, mi fanno incazzare ancora di più tutti i maschi che proprio questo vanno cercando, la bambola passiva preoccupata solo del fatto che essi, come si dice qua, finiscano.
Mi fanno incazzare tutti questi maschi occidentali che vengono a scoparsi le bambole di carne e non si fanno una domanda che sia una. E mi fanno incazzare le bambole di carne. E non capisco dove stia l’inghippo, dove si trovi il nodo.

Dove devo andare a tagliare con le mie forbici? con chi devo prendermela? ha senso che parli di educazione sessuale con tutte le donne che conosco con l’unico risultato di essere presa per una pazza volgare con tendenze alla prostituzione? Tutto questo mi fa incazzare e mi fa sentire terribilmente impotente.
Poi finisce che una sera sono a cena in mezzo a una colonia di canadesi e non so manco come ci sono finita, canadesi maschi e canadesi femmine, io l’unica non canadese, dunque tutti mi spiegano come si mangia il tacchino coi lamponi, o forse no, coi mirtilli insomma mi spiegano e sono gentili e a un certo punto mi rendo conto che ci sono diverse persone nella stanza che mi guardano come se io fossi attraente, cazzo, come se io fossi una donna attraente, mi guardano e mi desiderano, probabilmente in una maniera assai più che superficiale ma è chiaro che mi desiderano, e improvvisamente io mi scopro di nuovo attraente e mi incazzo ancora di più, porca miseria, perchè mi rendo conto di essere caduta in uno di quei profondissimi burroni culturali, mi incazzo ancora di più perchè mi rendo conto che sono settimane, mesi, che nessuno mi guarda così, e soprattutto mi incazzo ancora di più perchè questi stronzissimi canadesi hanno tutti i calzini di spugna bianchi e corti e io non ho nessuna voglia di scopare con uno coi calzini di spugna, bianchi e corti, porcamiseria.

Poi succede che finisce pure il weekend e io mi rendo conto che senza averci capito una cippalippa sono finita nel turbinio di una città dove siamo tutti di passaggio. Ma questo del passaggio è un concetto difficilissimo che si merita un altro post. Allora adesso vado a elaborare una metafora per spiegare ai miei amici il concetto di “pressione sociale”.

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Ott 11 2011

Quando meno te lo aspetti, zac.

Splende il sole su Seoul questa mattina e i pensieri uggiosi che m’hanno accompagnata da domenica sera se ne sono rimasti sotto le coperte. Scarpe da ginnastica addosso e tacchi in borsa mi faccio quasi di corsa la strada fino all’ufficio: scale di casa portoncino prima discesa scalette seconda discesa pianura folla evitare spintonare attraversare ma solo col verde sacchetti di rifiuti aperti vetrine spente salita poi discesa discesa discesa omino della frutta curva a sinistra cavalcavia scale in corsa ultima salita fulminante oh yeah.

Eccomi.
Mi metto placida come una pecorella a fare le mie cose quelle nobili e anche quelle un po’ meno nobili, che quando c’è il lavoro, in fin dei conti, a me mi va bene, poco importa se si tratti di attaccare etichette o organizzare eventi insomma per me ci sono giorni in cui è semplicemente bello vedere le cose che si creano che crescono anche se alla fine della fiera si tratta solo di invitare questeqquello al noiosissimo vernissage del signor sarcazzo. Che poi io manco ci vado.
Bello mi piace lavorare oggi ho un sacco di cose da fare e poi ho scoperto che la mia proposta di lettura su Tondelli si farà cavolo cavolicchio si farà proprio e  io non so chi devo ringraziare o meglio lo so, sì, ma un po’ mi vergogno ma soprattutto rimango stupefattissima quando scopro che sul programma ci sta nientepopodimenocchè il mio cognome e pure il nome diokèn il nome proprio dottoressacarlavitantonio allora lo ammetto, un po’ mi cago sotto perchè questa cosa di Tondelli non è che sia proprio prontissima mi dico oh non è che mi sono un tantino sopravvalutata? ma poi mi ricordo di tutte le volte in cui me lo sono detta e allora respiro sprofondo un pochino nella sedia ed è di nuovo tuttapposto o quasi.

Va tutto bene oggi in ufficio mi sento che ce la faccio e infatti sono così tranquilla che vado anche a mangiare con tutte le altre a dispetto di quanto mi ero detta ieri (da sola, devo stare sola, devo pensare devo isolarmi nessuno mi capisce blabla menate varie da paranoica depressa quale sono) e faccio un pochetto la buffona come so fare io quando sono in buona e come non avevo mai fatto da quando sono qua infatti la mia collega si tiene la panza dalle risate e mi dice non ti riconosco. E grazie che non mi riconosci, ci sono dei giorni che vengo in ufficio con la maschera di ghisa e poi vabbè inutile approfondire la questione dell’ufficio dell’identità e via discorrendo.

Poi all’uscita dal paninificio zacchete come non mi si attacca una mantide religiosa grossa come un piccione proprio sulla zampa? Si attacca e non si stacca la maledetta mantide, oh che tu vuoi schifosa?
Comincio a fare un pericoloso balletto urlando cazzo cazzo me ne sono venuta in una metropoli per non vedere queste cose cazzo cazzo ma con tutte le cose del terzo mondo che vi potevate tenere avete scelto proprio gli uomini scatarranti e le mantidi religiose???
Ecco udite le parole terzo mondo la mantide s’offende e mi libera la zampa nell’ilarità generale.

Non è finita la giornata eh no, che al pomeriggio me ne vado a bere il caffè più buono di Seoul con la mia amica Suhee che porcapaletta meno male che l’ho incontrata. Suhee e gli altri attivisti sono quelli con cui io divido le mie giornate e le mie attività politiche qui a Seoul. Le chiedo che cosa ne pensa di questa storia di “occupySeoul” e mi dice esattamente quello che pensavo io e cioè che è una cosa fatta solo dagli stranieri perchè i coreani in questo momento stanno manifestando per cose che sentono più vicine a loro tipo l’occupazione nell’isola di Jeju e i licenziamenti a Busan o tipo lo sgombero della fattoria dove andrò io sabato sperando che la madama non mi pigli sennò mi spediscono dritta in Italia e addio radioso futuro in Asia, mi danno il foglio di via permanente per otto reincarnazioni, compreso lo scarrafone. Allora cominciamo a parlare fittofitto di politica, delle elezioni del sindaco che ci saranno tra due settimane, del candidato di sinistra (cazzo ha detto di sinistra giuro che lo ha detto), cerchiamo di mettere giù un po’ di idee, io le racconto dell’Italia e degli incontri settimanali al Tpo, del fatto che sì, è vero, non sempre sono entusiasmanti non sempre ci siamo tutti però è un punto di riferimento un momento verso il quale tornare a un certo punto e allora proviamo a focalizzarci sugli incontri del giovedì che lei e Chakuri stanno organizzando, il prossimo lo terrò io e parlerò dei movimenti in Italia cavolo ma che dirò? in inglese poi, vedi tu che casino, ma è importante importantissimo autoformazione crescita energia e intanto beviamo il caffè e finisce che ci diciamo oh però dobbiamo contattare questi di occupySeoul perchè sennò finisce che perdiamo una grossa occasione. Ma come si fa? allora mi scontro con questa tendenza tutta coreana all’isolazionismo, una tendenza antichissima che corre e ricorre nei lunghissimi fili della storia coreana e non è che arriva l’italiana e cambia il mondo.

Se avessi potuto fare i miracoli mi sarebbero già venute le stigmati,
tanto più che ho quasi trentatrè anni proprio come Cristo oh yeah.

Passa il tempo e attorno a noi il bar che si chiama parla col cuore diventa accogliente come una nuova casa. Ci raccontiamo e senza nemmeno rendercene conto siamo lì che parliamo di amore e storie e difficoltà e paure e io mi rendo conto che nonostante tutta questa distanza cazzo siamo così vicine così vicine e al tempo stesso così sole e per questo ancora più vicine e mentre lo penso Suhee mi dice

ti posso chiamare Onni?

E onni vuol dire sorella maggiore, e a me mi sembra un onore e una responsabilità che Suhee mi voglia chiamare sorella maggiore, allora le dico sì, certo che puoi io ne sono proprio onorata e sono anche un po’ commossa ma non glie lo dico.

Finisce che torno a casa canticchiando e sbaglio pure metro ma sono felice e mangio molti dolci perchè sono anche un po’ triste e io lo so perchè sono triste sono triste per due motivi diversi epperò anche un po’ uguali ma soprattutto sono triste perchè ho capito di non essere nel cuore delle persone che amo, di non esserci quanto vorrei io, e lo capisco periodicamente e ogni volta mi sembra una grande illuminazione che mi porterà alla buddità però invece poi me lo dimentico di nuovo e via discorrendo, ciclicamente, fatto sta che ho questo piccolo coltello conficcato nella schiena e fa male però ho una sorella di cui prendermi cura e molta politica da fare allora non ci penso, al coltello, sorrido e canto poi arrivo a casa, trovo Eterogeneo in chat, ci diciamo due cose su sabato, ci invitiamo reciprocamente a stare attenti, ci ripetiamo l’elenco delle cose utili, gli dico siici anche per me, mi sfotte, ma lo so che lo farà.

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Ott 09 2011

Verso il nuovo cyborg

Proseguo la mia indagine antropologica in questa Asia imperscrutabile. Mi guardo attorno in metropolitana e quello che vedo sono donne di un’età imprecisata tra i 17 e i 45 anni, che più le guardo e più mi sembrano indefinibili, più le guardo e più c’è qualcosa che non mi quadra in questi vestitini anni cinquanta, in questi tacchetti appuntiti, in questi capelli sempre lucidi sempre morbidi.
C’è qualcosa che non mi quadra, sì, perchè mi sembra che tutte queste donne abbiano in mente un unico, immodificabile modello, sempre lo stesso, sempre per tutte. E i capelli non saranno mai sufficientemente soffici e brillanti, gli occhi mai abbastanza profondi, le palpebre mai perfette, la pelle mai bianca a sufficienza.

 

Intravvedo in metropolitana -come un ingombrante fantasma-
lo stereotipo di una bellezza uguale per tutte e per tutti.
Mi scontro contro il sogno di una donna bambina, bellissima e bambolissima, la pelle bianca come la porcellana, le labbra perfettamente disegnate come quelle di un manichino antico in una teca. Attorno a me ci sono tutte queste bambole che sfoggiano tre, massimo quattro modelli di vestiti, tutti uguali, e cambiano solo i colori, e le taglie, anche, sono tutte uguali. Infatti entro in un negozio e scopro che non ha i camerini. Allora entro in quello dopo. Idem. Idem pure in quello dopo ancora e così via. Non esistono i camerini, perchè non c’è bisogno di provarli, i vestiti. Calzano su tutte in maniera identicamente perfetta, tre taglie, proprio in caso ci sia qualche imperfettissimo centimetro di differenza, tre taglie che in realtà praticamente si equivalgono, e tu non puoi fare altro che scegliere il colore.
Abbiamo la bambola sportiva, giovane, con fuseaux attillati, scarpe da ginnastica americane e grossa felpa un po’ scesa sulle spalle, cappuccio tirato su, una taglia o due più grande del necessario, come se fosse appena stata sottratta al cassetto di un immaginario fidanzato.
Abbiamo la bambola supergiovane, accollatissima ma con shorts inguinali, zainetto di marca, ipod ipad e quant’altro. Abbiamo la bambola elegante da vernissage e successivo fidanzamento, gonnellino al ginocchio stile anni cinquanta, tacchetto sottile capello raccolto trucco leggero borsetta al gomito.
Abbiamo infine per i più esigenti la bambola da sera, tacco più aggressivo, minigonna più corta e forte rossetto in pendant con le unghia, un po’ di tulle, molti brillantini e giacca a vento alla Dick Tracy.

Ecco le nostre perfettissime bambole coreane,
tutte attorno a me, tutte immobili tutte perfette,
impossibile sorridere, mi si rovina la pelle.

Allora faccio un po’ di domande e scopro che in media una ragazza coreana ci mette due ore, e dico due ore a prepararsi ad uscire. Scopro che ha nel suo bagno un esercito di creme sbiancanti antirughe antilucido antiossidanti antianti.
Scopro che due donne su tre in Corea a diciott’anni si sono già fatte una plastica. Eh già, la plastica, che costa massimo tremila euro e magari vai a fartela in Thailandia, così ti riposi in una bella beauty farm.
Tutte accanitamente a tentare di avvicinarsi al gigantesco fantasma che ho intravisto in metropolitana.
Gli occhi più grandi
La palpebra più profonda
La fronte più curva
La mandibola meno sporgente
Le gambe meno arcuate
Il seno più grosso
Il naso più dritto
Le labbra più carnose
ma anche e soprattutto:
riduzione dello stomaco, che se pesi più di 36 kili è una tragedia
asportazione delle ghiandole sudorifere, che sudare è attività assai poco nobile
riduzione della fascia muscolare laterale dei polpacci, costituzionalmente spesso troppo grandi

e dopo una certa età arriva il rinvigorimento vaginale,
così da avere di nuovo la vulva di una quindicenne, sai mai.

 

Il nuovo cyborg è già tra di noi, in metropolitana negli uffici sugli autobus. Non ride non piange a stento parla, per paura che arrivino le terribili rughe. Mangia poco. Gode anche meno. Il corpo non è fatto per godere ma per essere guardato, accudito.
E infatti il grande fantasma cui tutti questi piccoli cyborg cercano di assomigliare è quello di una donna bambina e bambolina, non sexy non seducente nè tantomeno intelligente, ma semplicemente tenera. Una ragazza cui portare la borsetta, una fanciulla da accompagnare a fare shopping, un piccolo perfetto cyborg dall’età indefinibile da sfoggiare coi colleghi di lavoro. Una bambola gonfiabile (ma poco, poichè deve rimanere magrissima) per soddisfare veloci appetiti.

Mi domando se queste donne pensino, o se abbiano paura delle rughe al cervello.

Che poi arriva il momento del disclaimer, perchè so che esistono orde di donne e uomini bacchettoni e paladini del progresso chirurgico, che mi diranno che cos’hai contro la chirurgia estetica?
Niente, niente, niente contro la chirurgia estetica, e se vi state fermando a questo andatevi a far plastificare il cervello.
Ma mi stravolge questa schiavitù, quest’impossibile aspirazione a una perfezione da cyborg, mi stravolge questo modo di intendere il corpo come un disegno da migliorare continuamente fino a che non sia esattamente uguale all’originale.
Questi corpi meccanici.
Queste bellezze tutte uguali.
Questo continuo richiamo al grande fantasma del cyborg.

Mi inquieta quest’unica bellezza possibile, quest’omologazione del gusto, mi fanno venire i brividi questi sempre-giovani eserciti di cyborg che escono dalla metropolitana per vincere la loro guerra contro la diversità.
Mi lasciano stravolta quelli che mi dicono che “in fin dei conti anche se ho le rughe non sono poi da buttare” (e mi è successo davvero).
Io non lo so se è Seoul, se sono le coreane, se è questa corsa verso un progresso meccanico che è stata trasmessa ai corpi prima ancora che ai cervelli.
Sono tutte perfettissime, le donne che vedo, e quelle che non lo sono rimangono infelici, complessate, incapaci di collocare da qualche parte del mondo la loro diversità, i loro cinquantacinque, mioddio, cinquantacinque chili, la loro fronte leggermente schiacciata, i loro piccoli occhi.

Queste amazzoni del progresso meccanico che in metropolitana indugiano per un attimo su di me e poi ricominciano a parlottare ma senza troppa animazione, poichè non vogliono rovinare la maschera di fondotinta e sbiancante che hanno posto sul viso perfetto.

 

Come glie lo faccio, a queste, un discorso sul diritto alla diversità, all’unicità del corpo? che senso ha per loro? di che vado blaterando?

queste e altre domande mi pongo, mentre mi preparo alla mia nuova piccola guerra in metropolitana e guardo gli uomini occidentali che sbavano per i cyborg-bamboline.

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Set 30 2011

compiaciuto e grasso abbrutimento di una stragista il venerdì sera

Che dunque sono le undiciemmezza di venerdì ma io col cazzo che esco. Sono già pronta per la busta come direbbe la mia amica Elle, eppure oggi non ho fatto quasi niente di utile all’umanità e forse sarà proprio per questo che sono così stanca.
Lo dico e lo ripeto, il lavoro rende schiavi e rende schiavi ancora di più quando non è retribuito tipo il caso mio. Che poi figurati, quando lavori, non ti pagano e ti fanno fare pure delle cose per lo più assolutamente inutili, ti viene proprio lo sfiancamento.
Allora il venerdì sera io a volte non ce la faccio a buttare il culo fuori casa, tanto più che non saprei bene con chi, e me ne sto a casa pronta per il letto che già m’accoglie e io dico ma sì, cazzo, in fin dei conti che mi frega.
Che poi il problema di conoscere le persone è questo. Sei femmina, tuo malgrado, e allora non è che prendi ed esci così. No. Le femmine non ti cagano, a meno che tu non vada nei posti per le lesbiche, che però a Seoul sono piuttosto imboscati e io non riesco proprio a entrare nel giro poichè le ragazze sono un tantino chiuse. Devo insistere insomma ma ci penserò la settimana prossima.  Torniamo a noi. Le femmine etero. Non ti cagano. Escono solo per farsi fidanzare (e non per fidanzarsi) per farsi guardare o per farsi chiacchierare. Niente, nisba, zero. Con le femmine non c’è speranza, non c’è possibilità di conversazione. Rimangono i maschi, che il venerdì sera escono per accoppiarsi. Se sono gay non ti cagano perchè non si vogliono accoppiare con te dal momento che sei evidentemente femmina. Se sono etero la questione è doppiamente umiliante poichè gli etero coreani sono inarrivabili, dal momento che non ti guardano mai in faccia, eh no, è maleducazione. Non ti guardano in faccia e tu continui a domandarti come attirare la loro attenzione, con degli urletti, delle danze, delle bandierine tipo cartone animato giapponese? questi non ti guardano, sia mai, e allora dici vabbè mi sposto sull’occidentale. Ma l’occidentale, se etero, ha un grande problema. Egli è qui perchè, come dice la mia amica Elle, vuole la figa a mandorla. E tu evidentemente non fai parte della categoria. Quindi sei automaticamente esclusa.

Insomma il venerdì sera a meno che tu non conosca già qualcuno uscire non è proprio cosa facile, tanto più che in Corea non si drogano. Cioè, probabilmente anche si, certo che si drogano, ma devono farlo proprio di nascosto nascosto nascosto. Eh già che io c’ho l’occhio fino. Ma qui sono super discreti eh. Non lasciano tracce. Nemmeno nei vicoletti del mio quartiere che è proprio uno dei quartieri apparentemente più drogherecci.

Insomma non vedo perchè dovrei uscire di venerdì sera. Fa freddo fuori e tira pure vento. Dentro casa c’è un teporino che non te ne dico. Haendel suona dal mio computer. Ho mangiato mezzo chilo di gelato alla mandorla che ho pagato due euro perchè c’aveva lo sconto. Domani è sabato e ho un’altra vaschetta di gelato in frigo. Io  a dirla tutta così, avvolta nel piumino, trucco sfatto e sigaretta penzoloni dal labbro, mi sento proprio a mio agio.
Chi me lo fa fare a me di uscire? Io mi pascolo ancora un pochino qua, placida.

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Set 12 2011

il soju e le barriere culturali

Ebbene iersera con una serie di stratagemmi e l’aiuto prezioso di amici distanti sono riuscita ad uscire a Seoul, dunque adesso dovrei descrivere la vita notturna della capitale, i giuochi i diversivi e i passatempi. L’ingrediente fondamentale pare essere questo Soju, una specie di vino liquoroso amaro, piuttosto forte, che non ho capito perchè il mio ospite mi ha detto essere fermentato chimicamente. Il Soju ti viene venduto in bottigliette da mezzo litro, lo bevi in shottini oppure mescolato con la birra in una procedura assai pittoresca che vede persino l’uso di un paio di bacchette che vanno violentemente sbattute nel mezzo della poltiglia per farla schiumare.
Io l’ho trovato divertentissimo.
L’apparente inocuo Soju ti scende giù che è una meraviglia e in men che non si dica ti trovi ubriaca marcia, seduta di fronte a un coreano eterosessuale.
Il problema dei maschi eterosessuali in genere nel mondo, come ho potuto constatare durante i miei viaggi, è che -a meno che non siano tuoi amici amici amici, ma anche questa non è una garanzia di ferro- quando cominciano a bere troppo spesso ci provano.
Chiariamoci subito, non è che questa pratica mi disgusti o incontri la mia disapprovazione, però cazzo, diciamo che preferirei in questo momento poter uscire con una persona senza dovermi domandare per tutta la sera se il suo interesse verso la mia conversazione è genuino o se si è già convertito alla religione della vulva.

Ieri all’inizio della serata ero convinta che a Seoul i maschi eterosessuali non fossero come quelli europei, da questo punto di vista, tanto più che, mettendo le mani avanti quando eravamo ancora alla prima bottiglietta di soju, avevo specificato a scanso di equivoci di essere impegnata. So che i miei amici più hard-core mi avrebbero suggerito di buttarmi a piè pari nella prima esperienza sessuale coreana, ma io non ne volevo mezza, mi pare di aver fatto già un sacco di esperienze nuove non vedo perchè avrei dovuto bruciare le tappe in questo modo. Certo, sento di aver tradito la fiducia della mia amica Irene che aspetta racconti pornografici dalla Corea ma ho come l’impressione che il mio gentilissimo ospite di pornografico mi avrebbe offerto ben poco, visto che la sua seconda battuta è stata “sto cercando una ragazza da sposare”. Ho l’impressione di non essere io, amico.

Ma a parte il delicatissimo lavoro da equilibrista che ho dovuto fare per tutta la serata, la conversazione è stata piacevole e ho imparato un sacco di cose sulla Corea e i coreani, che ovviamente mi tengo per me, sennò che gusto c’è. Alla terza bottiglia di soju gli equilibrismi della sottoscritta diventavano più faticosi e provavo a spiegare al mio ospite che in Europa molto spesso i giovani non si “fidanzano” ma si “frequentano” . Con molta pazienza il mio ospite mi diceva invece che in Corea è cosa assai comune, all’inizio di una relazione, chiedere “quante relazioni hai già avuto?” e OVVIAMENTE i maschi tirano ad alzare il numero e le donne cercano di abbassarlo. Bella merda. Mi sono domandata se sia opportuno mostrare anche la cintura con le tacche. Alla quarta bottiglia di Soju il mio ospite mi ha confessato che gli piacevo molto e che lui sarebbe stato disponibile a un sexual affaire così, in amicizia. Io, con gli occhi che se ne andavano dovunque, gli ho chiesto gentilmente di mettermi su un taxi prima che mi trasformassi nel mostro di Lockness.
Da lì a stamattina è stato un lungo sonno interrotto soltanto dai vicini che cominciavano a festeggiare il loro Chuseok.

Dunque mi dispiace molto ma non saprei ben dire come i coreani trascorrono le loro nottate, posso solo dire come l’ho trascorsa io, e mi sono divertita molto, almeno fino alla terza bottiglia di soju. E poi la notte Seoul è proprio lo specchio dell’Asia che mi immaginavo io: traffico, lucine, palazzi altissimi e giovani alla moda che indossano tacchi a spillo o cravatte sottili o tutt’e due, e io mi sento come in uno di quei fumetti di Altan, solo che non ho affari loschi da trattare nè oro da vendere nè diamanti da smerciare sottobanco. Ma questo è solo un dettaglio. La prossima volta che esco voglio andare in un club, e vediamo che succede.
Cioè, vediamo che MI succede….

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Lug 10 2011

V.M.18

Quando ero piccola pensavo che da grande avrei avuto un tailleur viola coi bottoni dorati, sarei stata magra come le barbie e non avrei portato più gli occhiali. Prima di addormentarmi visualizzavo sempre quest’immagine di una me bellissima, coi capelli lunghi e cotonati, vestita di viola, con le spalline imbottite come andavano negli anni ottanta, che scendeva di corsa le scale della casa di Campobasso per andare a un appuntamento con un eterno fidanzato che ovviamente era come Ken, forse un po’ più morbido, ma gentile premuroso e sorridente proprio come lui. Forse aveva anche la macchna cabriolet.

 La notte in questa città è umida, bagnata, odorosa, che mi viene voglia di camminare nel parco e rotolarmi come una gatta fino a quando non sono tutta sporca d’erba, e in questa fantasia ovviamente nel parco ci sono solo io, non esistono tutti i frikkettoni ubriachi che giocano a chi lancia il diablo più in alto cantando le canzoni di De Andrè fino al suicidio di massa.
Se tutti i miei sogni di relazione non si fossero già schiantati contro le mie angustissime quattro pareti bianche e rosse adesso starei qui ad odorare  il sudore di un altro corpo, a respirare la lentezza di questo calore quasi insostenibile, ad ascoltare la pelle che si dilata sotto le carezze. Ci sarebbe la finestra socchiusa e il tempo sarebbe infinito mentre noi ci consumiamo.
E invece i miei sogni di relazione si sono infranti e quasi quasi io il problema dello scambio di liquidi lo risolvo definitivamente con l’acquisto online di silicone preformato anallergico, che almeno non ti comincia a fare una serie allucinante di tarantelle quando è ora di sloggiare. Il silicone, peraltro, ha il grande pregio di essere completamente consenziente nel momento in cui tu gli dici sai, mi trovo proprio bene con te, mi piacerebbe che la nostra fosse una relazione basata sull’onestà, cerchiamo di andare a fondo senza preoccuparci degli schemi e dei modelli coi quali siamo cresciuti. Stiamo in questa cosa fino a quando dura la passione, non ci distraiamo, cazzo non ci distraiamo che già questa vita è sufficientemente dura e basta un attimo di deconcentrazione per perdere tutto il coinvolgimento e tutto il piacere. Stiamoci dentro, a questa passione, fino a quando non saranno finite le batterie.
Il silicone preformato anallergico reagisce in maniera entusiasta di fronte a queste proposte.
Non ha bisogno di mostrare la sua emancipazione (a te, ma soprattutto a se stesso) facendo cazzate davanti ai tuoi occhi, non si spaventa, non si cruccia, non ha retaggi politici religiosi o morali, non si ammanta di finto materialismo. Il silicone è per natura appassionato e onesto.
Insomma il silicone preformato anallergico ha sicuramente dei vantaggi e io credo che, infranti tutti i miei sogni di relazione passionale col genere umano, la soluzione stia proprio nella sperimentazione di un’onesta relazione con l’inanimato, poichè nell’inanimato sta il futuro, e poi diciamocela tutta, il silicone non ha un cervello ma neppure finge di avercelo. Il silicone non fugge terrorizzato ogni volta che la relazione si fa un tantino più interessante, temendo di rimanere troppo coinvolto (ma coinvolto da cosa, scusami?) il silicone, come me, non ha intenzione di preservarsi. Anzi, si consuma, volontariamente e voluttuosamente.
Se avessi voluto preservarmi non starei qua adesso, dico. Sarei la junior manager di qualche superazienda di prodotti iniqui, mi farei il lavaggio del sangue una volta all’anno, utilizzerei morigeratamente droghe pesanti di alta qualità e non avrei tempo per fantasticare sulla mia appassionata relazione col silicone preformato anallergico.
E invece io non mi voglio preservare, non mi interessa. Mi voglio consumare, voglio stare nelle relazioni fino a quando si può, prendere e dare tutto, arrivare quasi a fidarmi, che poi si sa, tutto finisce. Anche le batterie finiscono. Credo che la soluzione stia proprio in quel sito che vedevo oggi, ma se non sei cittadino americano non lo puoi ordinare, il compagno della tua vita, cazzo.
Devo trovare una soluzione.
Certo, se il ministero degli esteri mi firma la sua stracazzo di convenzione e mi spedisce all’estero io sono sicura che laggiù potrò con molta facilità fare l’incontro del mio semestre e avere un paio di approfondite avventure con l’inanimato.
Non ho sonno.
Non ho manco voglia di scopare, che l’idea di scopare apre scenari terrifici di maschi che pretendono di addormentarsi nel mio letto come se niente fosse, come se l’epica impresa del coito desse loro automaticamente il diritto di distruggere il mio già precario sonno. L’idea di scopare si porta appresso la distanza, lo sguardo vacuo di chi ha il terrore di consumarsi, di chi dice di non voler restare, e invece non vuole partire.
Quanto mi annoiano, questi piccoli omicidi seriali che non portano dentro nemmeno il brivido del mistero. E’ tutto già svelato dal momento in cui si mette mano alla scatola dei preservativi.
Mi annoiano gli occhi chiusi, le fronti corrucciate, i finti gesti di generosità, le prestazioni acrobatiche che si risolvono in una parodia, mi annoia la mancanza di onestà, l’incapacità di stare col corpo, di vedere davvero chi hai di fronte, mi annoiano, mi annoiano quelle di certi maschi e quelle di certe femmine, mi annoiano terribilmente, queste finte emancipazioni dal sentimento che si risolvono nel meschino omicidio seriale che si ripete sempre uguale a se stesso a prescindere dalla vittima. E non ci rimane un pochino di amore, non ci rimane un po’ di generosità.

Cercavo qualcosa di diverso.
Forse cercavo qualcosa di meno.

C’era un film che avevo visto quando avevo tredici anni, che in realtà non avrei potuto vedere perchè era vietato ai minori di quattordici, e a un certo punto lui, che era Roman Polanski, le chiedeva  “e quelle cose che facevi? quei corsi di danza?” lei rispondeva “la danza è una cosa che si fa col cuore, e io ho il cuore spezzato”.

 

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Giu 23 2011

Piccoli esempi di precarietà bestiale

Alcune settimane fa mi chiama Alessandra Marolla, regista che ha inserito nel suo video “PrecariEtà” un pezzettino di OTTO nonchè un’intervista alla sottoscritta me medesima in qualità di attrice precaria. Mi dice tutta contenta che le faranno uno speciale nientepopodimenocchè su radiotre e che il regista vorrebbe inserire un pezzettino dello spettacolo nello speciale. Io dico fichissimo! L’unica cosa, sai, dovrebbe essere citato il mio nome durante la trasmissione, non è che voglio che la rai mi paghi (come invece fanno altre emittenti, per esempio quella svizzera) ogni volta che passo in onda, ma almeno il nome, cazzo, del resto OTTO e sotto licenza creative commons e queste sono le regole. Lei mi dice non c’è problema ti chiamerà il regista in persona.
Cavolo, il regista in persona, penso io, che deve essere proprio uno strafico se fa una puntata sulla precarietà. Allora a un certo punto mi chiama questo regista e ovviamente io stavo facendo tre cose contemporaneamente di cui due volte al reperimento di danaro per l’affitto. Cotesto regista senza troppi preamboli mi dice

Senti, la trasmissione l’ho montata, spazio per il tuo nome non ce ne sta. Piuttosto che metterlo faccio prima a togliere il pezzo del tuo spettacolo dal montato.

Non sto scherzando, mi dice proprio così. Io rimango un pochino contrariata, visto che la radio la faccio anche io e ho imparato che la prima cosa è citare gli autori dei pezzi che si usano, diciamo, la prima cosa è il rispetto ecco, rimango contrariata pure perchè si tratterebbe di precarietà, cazzo, e allora a che gioco giochiamo? mi fai la trasmissione sulla precarietà e mi tratti come una bestia? rimango un pochino contrariata ma non faccio in tempo a ragionare perchè lui mi dice subito

Tutto quello che posso fare è mettere il tuo nome sul sito della trasmissione.

Che cosa avrei dovuto fare? probabilmente se fossi stata un po’ meno vigliacca avrei dovuto dire oh, ma sai che ti dico, vedi dove te ne devi andare, tu e la tua trasmissione sulla precarietà, tu non hai proprio capito un cazzo della precarietà e io a questo gioco non ci sto, non ci sto perchè tu in questo momento stai usando il tuo potere per farmi accettare una condizione a dir poco iniqua, non ci sto perchè quello che fai non solo è ingiusto ma è pure illegale, non ci sto perchè io con questo spettacolo ci mangio, e già è allucinante che tu non mi paghi il passaggio radiofonico, figuriamoci poi se non mi dai nemmeno quello straccio di moneta di scambio che si chiama visibilità, oh, ma siamo matti?

Lo so, avrei dovuto dire tutto questo. E invece non ho avuto il coraggio di farlo. Il risultato è stato che il mio nome in trasmissione non è stato fatto, e sul sito ci sta la fotografia mia, peraltro di un altro spettacolo, che con OTTO non c’entra una cippalippa, ovvero “non vengo dalla luna”, senza nessun tipo di specifica, roba che se uno va sul  sito pensa che la tipa fuori di testa nella foto è Alessandra Marolla,  e invece sono io, cazzo, sono io che stavo facendo uno spettacolo che parla proprio di questo, di quanto sia stanca di essere trattata come una risorsa oggettiva senza che mi venga riconosciuto alcun diritto, di quanto sia esasperata dall’uscire sempre sconfitta dalle stronzissime relazioni di potere, di quanto mi faccia schifo scendere a patti con chi in quel momento è più forte di me, eppure non abbia scelta perchè altrimenti non mangio.

E pure questo post, se qualcuno della rai lo vede, lo so che mi porterà solo grane, perchè io sono una sola, e il mio potere è ridotto alla denuncia sul mio stracazzo di sito o, se sono fortunata, a una manifestazione all’anno in cui posso esprimere la mia sacrosanta rabbia. E tanto per parlare di visibilità, di questa dorata moneta di scambio con la quale mi ci faccio il bidet, il mio sito ha avuto tredici visite dal quello della rai, t r e d i c i, non so se mi spiego, grazie tanto, tredici visite me le guadagno con molta più facilità durante un aperitivo.

Bella menata, eh? Io più ci penso più mi incazzo, e non posso fare niente, se non scrivere la mia rabbia sul mio stronzissimo sito e per questo correre pure il rischio della denuncia perchè chi ha il potere ti può sempre denunciare, anche se ha torto.

E comunque, anche per questo, stasera ho contribuito all’organizzazione di un evento che parla proprio di precarietà. Ci sarà il video di Alessandra, ci sarò io, ci sarò Laura Pasotti e ci saranno i precari e le precarie, ecco. Se siete a Bologna stasera, dalle 20 in poi, al TPO parliamo di noi.

Ma vaffanculo

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Apr 29 2011

se qualcuno osa dire che questo post è lamentoso gli spacco la faccia

Questa sera ho chiuso formalmente “modulazione di frequenza”. Cioè, ufficialmente l’ho sospeso. Ci siamo detti che è stato bello e che adesso, come nelle grandi storie d’amore, per un motivo o per l’altro non ce la facciamo più a portare avanti il progetto, che sono sorti altri interessi, sono nati altri problemi, nuove condizioni sono maturate, che siamo cresciuti, che al momento ci sono cose più importanti.
Mentre tutto questo succedeva – e io sapevo che sarebbe successo, l’avevo accuratamente preparato - mi sentivo dentro qualche cosa di piccolo che si sgretolava e c’era un sottile e continuo fischio di sottofondo, un sibilo, un piccolo lamento di dolore, di quella parte di me che si vive questa sospensione come una sconfitta personale.
Non sono ubiqua, questo lo sapevo da prima. Probabilmente per questa vita almeno dovrò mettermi via il fatto che non riuscirò a bere la pozione dello sdoppiamento, e il risultato di questa mia incapacità che mi pare imperdonabile (sfioro la patologia, lo so, lo ammetto) è che cadono pezzi, come quando cerco di scaricare l’auto e vorrei fare un viaggio solo così finisce che mi carico come un’imbecille e per la strada qualcosa mi cade. Se sono fortunata la recupero. Sennò, se a cadere è stata la preziosa bottiglia di vino rubata al babbo, m’attacco al tram.
Attenzione vitantonio, questo non è un messaggio in una bottiglia, non è un rebus, non è una sottile richiesta d’aiuto. Stiamo qua, io e me, che ancora una volta abbiamo abbandonato la festa molto prima che accennasse a finire, perchè avevamo bisogno di rinchiuderci nella nostra intimità (l’ultimo proclama è una totale estraneità). Siamo qui io e me mentre la festa va avanti e io me ne sono andata turbata, stanca, sconfitta, con l’idea di essere stata un po’ violata. Come quando da adolescente ci sono quelli che per scherzo ti aprono la porta del bagno mentre sei dentro.  Vabbè  ma questo che c’entra. Sento incontrollabile il terrore del radicamento, della delusione, l’angoscia al pensiero che qualcuno possa vedermi così spesso da cominciare a conoscermi. In questo momento vorrei annullare tutte le date che ho da qui al giorno in cui partirò per il posto qualsiasi dove mi condurrà questo master. Ho una paura fottuta. Non voglio esserci per nessuno.
Per esempio potrei sparire stanotte e domani ciccia, la vitantonio non c’è più. Le persone si dimenticano molto più in fretta di quanto non pensiamo. Per esempio, due settimane fa è morto Vittorio Arrigoni e oggi, mentre facevo un breve reading in suo onore, la gente mangiava e faceva casino e non vedeva l’ora che finisse. Mi è venuto da vomitare.
Per esempio Sacco è morto il 17 aprile e solo io e Francis lo sappiamo.
Per esempio mia sorella mi ha detto che dopo uno shock l’ipotalamo ci mette anche un anno e mezzo a ricostruire le sinapsi, quindi sono nella norma persino io.
Per esempio le persone si compiacciono della loro infelicità.
Per esempio la causa di tutti i mali sono gli ormoni è forse la soluzione è farseli asportare come fossero cisti, si può fare?
Per esempio io odio equitalia, odio la cooperativa che mi fa la contabilità e in particolare la tipa che mi tratta sempre come se fossi un’imbecille.
Per esempio in fin dei conti io sono un’imbecille.
Per esempio le persone mi sopravvalutano, e per questo mi lasciano sola.
Per esempio le finestre dovrebbero stare sempre tutte chiuse barricate con sbarre di cemento armato e sarcazzo cosa.
Per esempio vorrei essere già addormentata e domani svegliarmi col coraggio di chiudere casa e sparire.
Per esempio bastarmi.
Per esempio bastarti.
Per esempio bastardi.
Per esempio essere onesta.
Per esempio smetterla con queste cose patetiche e avere il coraggio di alzare la voce.
Per esempio che quando il mio ipotalamo ricomincia a funzionare io voglio essere lontana anni luce da qui e voglio che tutti si siano già dimenticati di me.

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Apr 23 2011

guai a chi ci tocca!

Published by lucilla under corpo, viaggi, carla vitantonio, amici, donne

Allora è finita che siamo partite in tre, l’Annina, Sara e io, alla volta del sud adriatico. Tutto fatto perbenino davvero, scorta di cd e di sigarette, casa chiusa come si deve, complicatissimo sistema di vasi comunicanti per salvare le piantine dal dolore per la mia assenza, cibo acqua occhiali da sole cappottino che a Crampobasso fa freddo, buonumore quasi fastidioso.
Le prime ore nonostante le code trascorrono in confidenze scherzetti e piccoli gossip, di quelli che si dicono in macchina e in nessun altro luogo. Io certo gossip ne ascolto più che raccontarne, ma in compenso ho tutte le mie teorie sulle coppie eterosessuali che sembrano molto azzeccate per il nostro terzetto battagliero. Le espongo con entusiasmo e quasi mi dimentico che sono due stronzissime notti che non dormo a causa di questa schiena che mi farà diventare a breve gobba, sola e sofferente come Edith Piaf senza farmi avere tutti i suoi soldi e tutta la sua morfina.
Ma ecco, abbiamo appena messo un po’ di gasolio, guardato con attenzione tutti i tipi di preservativi che si vendono vicino alla cassa, allacciato le cinture, abbandonato l’autogrillo da km sette, che sento pafffff. Ebbene sì è quello che temo: abbiamo bucato, siamo lontanissime da una qualsivoglia piazzola di sosta e ogni essere umano conosciuto si trova a troppissimi km da noi.
E’ il momento di dimenticare che ho le unghie smaltate di fresco.
Ci mettiamo con entusiasmo, l’Annina sommersa da una ruota più grossa di lei, io stesa per terra a recuperare la ruota di scorta, Sara a saltare a piè pari sulla chiave per svitare i bulloni (oddio, forse se li abbiamo svitati erano viti, altrimenti li avremmo sbullonati, no? )
Abbiamo bucato la ruota davanti quindi nell’ordine dobbiamo togliere la ruota di dietro, mettere al suo posto quella di scorta, poi togliere quella davanti e mettere quella di dietro. Mi sembra un processo piuttosto ingarbugliato ma sembra che possiamo farcela.
Mentre ci alterniamo all’avvitamento e al giragira ridendo, ci immaginiamo quanto un incidente del genere sarebbe stato preso con rigidità e panico dalla metà dei maschi che conosciamo (ebbene sì, anche in questa occasione cito quel povero disgraziato del mio ex fidanzato che ormai è diventato la mia barzelletta preferita).
Non ti muovere, metti il triangolo, mantieni questo, non far muovere quello, stai attenta a quest’altro, levati di mezzo.

Gli automobilisti strombazzano e non sappiamo se sia per le tette di Sara, dell’Annina o delle mie, fatto sta che nessuno si ferma a darci una mano ma noi proseguiamo sorridenti ed entusiaste, siamo tutte sporche di grasso e ovviamente nella mia auto non c’è una salviettina manco a pagarla così ci rimettiamo felicissime in macchina dopo meno di mezz’ora, ruote cambiate chiavette rimesse a posto triangolo ripiegato e giubbetto incastrato in qualche strano antro del sedile posteriore.
Solo per scaramanzia ci fermiamo al primo autogrill e chiediamo al baldo benzinaio di dare un’occhiata alle gomme, che forse non siamo state in grado di stringerle abbastanza.
Ecco, io vorrei essere in grado di descrivere la scena del benzinaio che vede scendere queste tre donne coperte di grasso, sorridenti e sghignazzanti, e per controllare le gomme si mette i guanti.
Si mette i guanti!!! Non riusciamo a smettere di ridere. Le ruote sono messe al posto loro e lui non può fare proprio niente. Allora ci prova con la battutina “ovviamente non avete messo triangolo nè giubbetto” e noi lo secchiamo, proprio non riusciamo a fare altrimenti. Ci sorride un po’ rigidello dicendo che comunque le gomme sono troppo vecchie e il sottotesto evidente è  “ma vedi queste tre lesbiche”.

Ricominciamo il viaggio cantando Rino Gaetano e Gennaro Cosmo Parlato.
Fino al sud, quando come in una tavola di Pazienza vediamo Termoli che ci aspetta schiacciata in un tramezzino, tra cielo e mare, e il nostro viaggio insieme è finito qua.
Saluto le fanciulle più avventurose dello stivale e mi faccio l’ultimo pezzo di viaggio attraverso le mie montagne da sola.
Ora che sto arrivando ho quasi voglia di tornare.
Lo so che non ho tutto sotto controllo, la mia schiena sembra prendere in giro me e tutti i miei deliri di onnipotenza su me stessa.
Lo so che non ho tutto sotto controllo e che prima o poi anche Superlucilla perderà pericolosamente qualche pezzo.
Lo so.
Che mi aspettano giorni ancora più duri. Che io stessa a volte non ce la faccio a starmi dietro.
Epperò oggi ho cambiato una ruota sull’autostrada con le mie amiche, e forse non è tutto sotto controllo non è neanche tutto normale però lo splendido smalto rosso sulle mie unghie è intatto, il sole ha scaldato il nostro viaggio, mio nipote si ricorda il mio nome e lunedì canterà “bella ciao” insieme a me. E soprattutto, in questa casa ci sono molti, moltissimi antidolorifici.

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Mar 31 2011

un po’ porno

finisce che questo magone d’inizio primavera si trasforma in un afflato un po’ porno, in uno sguardo un po’ obliquo che dirigo impertinente verso chiunque soprattutto verso chi lo vorrebbe schivare.
Sono momenti in cui si può andare indifferentemente da una parte dall’altra, potrei piangere e invece scoppio a ridere improvvisa durante la lezione più seria di tutto il master, m’incazzo senza il minimo ritegno, mi freno dal frenarmi.
Voglio dire quello che penso, guardare quello che mi pare, giudicare quello che preferisco perchè tanto, prima di tutto, giudico me. E lo so che sono giustificazioni ingiustificanti lo so che questi giochi di parole celano sottili sindromi da peterpan ma poi, che me ne importa?

Un po’ porno, divento, un giornaletto che si guarda e non si dovrebbe, il retro dell’edicola, quello dove puoi sempre dissimulare perchè ci sono pure le riviste di bricolage. Che cosa succede se una donna mette le tacche alla cintura? Che succede se guardo una persona e mi domando semplicemente come sarebbe fare sesso con lei, così come mi domando come sarebbe berci un bicchiere di vino in più, vederla ubriaca, condividere un segreto, andare al cinema a vedere una pellicola francese?

Che cosa succede se i tabù mi annoiano? Se mi piace mangiare la carne cruda attorno alle ossa? se dei pesci preferisco gli occhi alla polpa del ventre? Cosa succede se metto tutto sottosopra e mi diverto? E che cosa succede se poi, all’improvviso, proprio nel mezzo di questo mio proclamare la proprietà del desiderio, m’innamoro di un maschio borghese e voglio solo lui e sempre lui e mi trasformo in una geisha fino a quando non succede che l’amore se ne va da un’altra parte e cioè lontano da me?

La mia obesità intellettuale mi rende troppo strette tutte le fottutissime caselline, arrivo e già sono andata via, non ho rispetto non ho creanza, pedalo cantando come un’assassina, non mi fermo al rosso, ascolto musica a volume troppo alto, piglio il controsenso con scioltezza, non mi fermo.
Ma pago le tasse.
Ho anche io le mie contraddizioni.

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