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Ago 19 2013

Le conseguenze dell’amore e menate varie.

Succede così che a un certo punto sono svelati tutti i trucchi e la ragazza nella cassapanca non verrà più tagliata a metà. I miei occhi lo vedono bene, che rimane tutta intera, come pure vedono il fazzoletto nascosto nella giacca, l’uovo, il cappello dal doppio fondo e tutto il resto.

L’amore diventa un grosso e patetico baraccone, ognuno ripete la sua parte perché ci è stato insegnato che si fa così, che questo circo è il futuro che ci spetta, e dunque replichiamo lo stesso copione all’infinito alla ricerca della storia col lieto fine.

 

Che tuttavia non arriva, perché i paramenti dei cavalli sono sdruciti, c’è puzza di merda tutt’intorno, l’uomo più forte del mondo si è dopato ed è lì con la testa tra le mani che cerca disperatamente un po’ di ketamina, la ragazza fuscello ha scoperto il femminismo e il diritto a pesare più di quaranta chili, e niente sarà mai più come prima.

 

Lo spettacolo è stato meraviglioso e incantevole fino a un certo punto, ricordo ancora con quanta gioia mi prestavo ad ogni replica, e proprio come nel teatro vero nessuno spettacolo era uguale al precedente, non esistevano copie, c’erano solo sentimenti nuovi che nascevano ogni volta e fiorivano e si manifestavano in tutti i loro fuochi d’artificio e luccichii e colpi di scena. Tutto era così plateale. Ti ricordi le canzoni dedicate durante i tuoi concerti? E quella volta che abbassasti l’attaccapanni a muro per farmi capire che volevi che venissi a vivere con te? Ti ricordi di quando apparisti in quella città sconosciuta mentre facevo uno spettacolo, solo per dirmi che volevi stare con me? Ti ricordi quando mi chiamavi Luce e camminavamo tutta la notte per le strade della città alla ricerca di cose che esistevano solo dentro di noi? Tu, voi, io, tutti insieme, diversi e comunque sbagliati nell’accoppiamento. Tappeti di rose stesi per darmi il benvenuto in una casa, sassi lanciati contro la mia finestra alle cinque del mattino, viaggi interminabili in autostop per raggiungermi e dirmi che il nostro tempo era adesso. Ogni volta era diverso, bellissimo, intenso, ogni volta pareva che il lieto finale fosse proprio dietro l’angolo. Mettevamo in scena lo spettacolo ed eravamo gli attori principali del circo delle meraviglie, ogni volta lasciandoci sorprendere dalla bellezza dei nostri stessi trucchi, ogni volta facendoci trasportare dall’illusione di poter cambiare il finale.

 

 

E poi a un certo punto tutto è terminato e questo baraccone è triste e fuori moda, le tende cadono a brandelli, la luce se n’è andata da un pezzo, ci sono io, c’è lui, vecchio, nuovo, non importa comunque troppo simile a tutti quelli del passato, comunque troppo lui, replichiamo meccanicamente il copione come in un laboratorio di commedia dell’arte. “Grande amore! Grande dolore!” troppo spesso mentre lo diciamo mi viene quasi da ridere, mi appoggio con fare melodrammatico la mano sulla fronte e spero che la forma mi porti finalmente a toccare il contenuto, io so già quello che accadrà dopo e lui pure, facciamo timidi tentativi per vedere se l’altro ricorda la battuta ma sì che la ricorda, allora andiamo spediti e saltiamo le tappe.

 

 

Poi all’improvviso, per brevi momenti pare quasi che si accendano di nuovi i riflettori della gloria amorosa,
pare quasi di essere di nuovo in contatto col sentimento,
mi batte il cuore,
lo guardo e mi guarda,
pare quasi che lui sia proprio Lui e io sia proprio Lei,
l’innamorato, l’innamorata,
noi,
il progetto, i cuori la capanna e tutto il resto,
ma sono attimi,
attimi che mi fanno poi piombare in una tristezza ancora più totalizzante quando terminano,
attimi che mi aprono la tenda sul fondale e si spalancano sul triste retrobottega del sesso senz’amore
(sesso a malincuore),
delle incomprensioni, dei piccoli egoismi, degli spazi che non si è più pronti a condividere,
del non detto e del detto troppe volte,
dei fantasmi del passato e di tutte quelle che ha amato più di quanto potrà mai amare me,
e di tutti quelli che io,
di tutti quelli che io.

 

 

 

Non funziona questa recita, nessuno ride e nessuno si commuove, possiamo chiamarla come vogliamo, possiamo darle i nomi più carichi di speranza, possiamo pregare gli dei e le dee della fertilità, non funziona, perché non mi funziona dentro.

 

Ho già visto la sua incredibile bellezza e con essa tutti i suoi dolorosissimi spigoli,
ho già visto le mie ferite e il male che mi farà,
e la sua incapacità di evitarlo,
quando non la sua voluttà nel procurarmi ferite maggiori,
ho visto le incomprensioni e gli egoismi,
miei e suoi,
ho visto il mio mutismo e la mia paura,
ho visto il terrore di essere abbandonata di nuovo e la disponibilità a fare tutto, tutto pur di averlo ancora.

 

L’ho guardato stamane davanti a tutto il mio amore potenziale apparecchiato in una colazione sul terrazzo, ho ascoltato la sua ironia e osservato il suo ingenuo desiderio di pizzicarmi. Mangiavamo salmone comprato al negozio giapponese su pane che avevo scongelato apposta, bevevamo caffè vietnamita e all’apparenza parlavamo proprio come due amanti senza troppi tabù, il passato il presente e tutto il resto, ma dentro ero tutta rotta, ero tutta rotta mentre il burro si scioglieva sul pane ai semi di girasole, ero ancora una volta la giara che si sgretola in numerosissimi e piccolissimi pezzi, intanto addentavo il salmone e dentro mi sentivo il sangue che se ne andava lontano, mi sentivo il sangue caldo che se ne andava e io che rimanevo fredda e senza sangue a vedere la fine di tutto questo.

 

 

Allora forse è vero che ci sono persone che debbono semplicemente stare sole. O è vero che per me il teatro, e con esso il baraccone dell’amore, e’ un capitolo chiuso. Non voglio più palcoscenici, non voglio più copioni. Voglio restarmene nell’ombra di questa mediocre routine, e rosicare quando la fidanzata del mio ex innamorato lo chiama “il mio lui”. Rosicare, sì, perchè io non mi sarei mai permessa di chiamarlo in questa maniera idiota, imbecille, maschilista e retrograda, e il problema non è che lei ce lo chiami, no, il problema, quello che mi fa rosicare, è che lui lo accetti, che lui sia innamorato di una che lo chiama “il mio lui” proprio come se fosse un fotoromanzo di Cioè che maledettammerda.

 

Voglio starmene in questa routine mentre quegli altri fanno i figli e quegli altri pure, e lui che stamane era sul mio terrazzo passerà anche lui, inutilmente mestamente mediocremente.

Questo penso, che non ho più sogni e non ci ho manco più le mie travi rosse sul soffitto, non ho proprio più niente e non sono manco niente.

 

 

Il mio piccolo geranio ha messo il suo primo fiore, rosso sangue proprio come quelli di mia nonna quando ero piccola e giocavo a barbie e sognavo ovviamente una famiglia e tutto il baraccone di cui sopra. Ha messo il suo primo fiore, il mio piccolo geranio, che ho fatto nascere così, da un rametto piccinopiccino, l’ho prima messo nell’acqua e poi nella terra e poi ho studiato attentamente quanta acqua e quanta cura voleva, e lui mi ha messo il suo primo fiorellino, così. Allora lo vedi che il mio amore per qualcuno o per qualcosa va bene? Le mie piante, le mie piante e la mia mediocrissima routine, questo lungo vuoto che si è creato dentro e intorno a me, questo.

 

 

Si spengano le luci, signori uscite per favore,

oggi lo spettacolo non va in scena per permanente indisposizione dell’interprete.

 

 

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Feb 12 2012

il cimitero dei tergicristalli

          Nevica, nevicancora e non accenna a smettere. Lo stato di banalità naturale ha ricoperto questa città e tutti noi, che ci muoviamo solo quel tanto necessario per sopravvivere in mezzo a questo bianco immobile. Io guardo fuori come sospesa. Invento dialoghi con gli uccellini che in realtà se ne fregano bellamente di me. Vogliono i miei biscottini e preferirebbero che io, dopo averli sbriciolati sul davanzale, mi liquefacessi e scomparissi. Poichè non si può avere tutto dalla vita essi accettano, in cambio dei biscottini, di fingere di sopportarmi. Si fanno ammirare mentre cinguettano sul davanzale. Accondiscendono. Guardano la mia faccia intenerita e probabilmente pensano ma vedi che bisogna fare, pe’ campà.

Gli uccellini mi disprezzano e io mi inaridisco come in una di quelle banalissime canzoni di Battisti, che ci sta proprio, la canzone banale in questo tempo banale, e non ho voglia di scrivere ma poi penso che se smetto adesso, se smetto adesso mi secco e faccio la fine dei miei tergicristalli.
Eh si, perchè all’inizio, quando i primi cadaveri di tergicristalli hanno cominciato a comparire sul selciato, abbiamo pensato che ci fosse uno stronzo qualsiasi che andava in giro a romperli.

Solo dopo una decina di giorni abbiamo capito che i tergicristalli sono le nostre morti bianche, sono le vittime innocenti di questo stato di banalità naturale, i tergicristalli sono come quei bambini che dimenticano di respirare e muoiono. I tergicristalli a un certo punto, immersi nel mezzo di un morbido, farinoso, ingiustificato bianco, si perdono e si staccano, così, dolcemente, in un oblio che non ha neppure la dignità del suicidio. Ode al tergicristallo morto nell’attesa di una primavera che arriva sempre troppo tardi.

E intanto nevica sui cadaveri dei tergicristalli e sulle piume di questi maledetti uccellini mentre la tim continua a mandarmi messaggi in cui mi suggerisce di sorprendere il mio amore a San Valentino e a me mi viene da dire ma perchè non mi lasciate un po’ stare, voi della tim? ma che cosa devo sorprendere, ma chi, ma quale San Valentino? a dodici anni avevo mandato una lettera al più nerd della classe dicendogli che ero innamorata di lui. Eravamo dunque usciti per il corso di pomeriggio e lui mi aveva offerto un panino. Cotto male. Poi è finita. Forse da lì bisognerebbe ripartire nell’analisi di tutte queste storie d’amore suicidate e crucificate.

Dal panino cotto male alle frittate alle torte, a Seoul che mi manca e però non mi manca abbastanza, a questa città che corre avanti mentre io me ne sto a pensare sospesa sul ponte di sarcazzocosa e mi sento come quelle balene che navigano nello spazio, placide e senza tempo, mentre tutto attorno corre. Dal panino cotto male dovrei partire, per arrivare ai tergicristalli suicidati alle storie d’amore crucificate all’amore che no, non esiste, alle fanciulle innamorate che scrivono su facebook anche la più piccola scoreggia sperando che lui ah, lui capisca e torni lui capisca e ami, lui capisca e.
E allora io -che su facebook non ci scrivo più nulla- parto dal panino cotto male e sprofondo in questa bianca neve in un balletto di tergicristalli suicidati, insieme ai cadaveri delle storie d’amore e dei sogni infranti, di un teatro che non ho più e di una nuova partenza che è troppo incerta troppo lontana eppure così vicina da fare male.

Guardo nel ripieno cotto male del panino cotto male e trovo Frigidilla, io, che non godo perchè tanto vado via. E mi sento che un pochino mi sono trasformata in Frigidilla per proteggermi. E mi fa tristezza mi fa pure un po’ schifo. Non si gode in questo sacrificio universale di tergicristalli uccellini e neve che vorrebbe proteggere e invece ghiaccia.

Frigidilla si annoia Frigidilla non gode di questi comodi suicidi nella neve Frigidilla vuole chiudere la valigia e partire verso una nuova incertezza oppure Frigidilla vorrebbe avere il coraggio di uscire anche in mezzo a tutta questa neve a tutti questi cadaveri e nuovamente trasformarsi in Lucilla, nuovamente godere di quello che c’è come se oggi fosse per sempre e come se questo non fosse l’inizio di un milione di stupidissime canzoni pop.

ps: Dottò, non me ne volere, regredisco allo stato della sfigatilla, ma poi passa.

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Ott 23 2011

Non sono morta ero solo impegnata.

Succede che a un certo punto il mio ritardo sulla vita aumenta e quindi anche scrivere diventa faticoso, tanto più che ci sono giorni in cui mi domando ma scrivere per cosa, perchè? Succede che le ore trascorrono e io non faccio mai in tempo a fare tutto quello che avevo programmato, allora mi domando se non siano le ore che vanno troppo veloci o io che ho programmi troppo ambiziosi. Succede che mi viene una specie di sfinimento quando penso a questo sito e alla sua fondamentale inutilità insomma succede che ciclicamente mi abbandono un pochetto alla vita e la smetto di riflettere su quello che succede, tutto muore e la mia memoria si mette in stand by fino a nuovo segnale.
A dire la verità manco oggi il segnale è arrivato, allora ho premuto il tasto cerca-nuova-rete, perchè mi sembra proprio che ci sia qualcosa che non va, ho tutto questo silenzio dentro di me, tutta questa ovatta tutto questo intontimento.
E mentre cerco nuova rete butto giù qualche parola incarognita quanche nonsenso provo a verbalizzare porcapaletta che sennò mi pare che implodo.

Succede che sono arrabbiata ecco cosa sono, perchè a me questo paese mi sembra terribilmente, terribilmente maschilista, di quel maschilismo gretto che ti dice di non esserlo, di quel maschilismo infimo che si maschera di emancipazione. e ci sono alcuni maschi che mi hanno persino derisa, poichè “è la parola stessa maschilismo, ad essere anacronistica”e a me mi viene voglia di pigliarle a sberle, le persone così, cazzo.

Questo paese mi sembra così profondamente maschilista che le più maschiliste di tutti sono spesso le femmine, femmine che si adattano e si incastrano perfettamente dentro caselline improbabili, e se tu pocopoco non ci entri, in queste caselline, sono loro le prime ad attaccarti, loro le prime a distruggerti, e io mi domando perchè, mi domando se non sia forse la paura che un corpo diverso, una testa diversa, possa far crollare questo mondo dove portiamo tutte la 38 o la 40.
Mi lasciano agghiacciata le donne che mi deridono per il mio corpo, senza peraltro porsi alcuna domanda, senza preoccuparsi del fatto che questo corpo che ho, lui sì, è l’unica cosa veramente mia, e me lo sono guadagnato centimetro per centimetro, e ho rischiato più e più volte di perderlo, e si porta addosso questi trentadue anni di sbattimenti sì, ma anche di intensissima gioia e godimento e a me sembra una cosa meschina riportare tutta la nostra capacità di sfidarci sul piano di una taglia in meno, perchè le mie gambe non entreranno mai nei tuoi pantaloni ma probabilmente anche il mio cervello, anche quello non riuscirà mai a entrare nella tua scatola cranica, stronza.
E sei ancora più stronza perchè finisce che io le domande me le faccio sul serio, e comincio davvero a domandarmi se non sia il caso di mangiare meno e pensare meno, di perdere più tempo nei centri commerciali e di chiedere ai tipi con cui esco se mi portano la borsetta e se si mettono la mia stracazzo di foto nel portafogli.

E mi fanno incazzare tutti questi luoghi comuni sulle donne che fanno sesso per far piacere ai loro uomini, sulle femmine che se fosse per loro eviterebbero ma poi per compiacere e via discorrendo, mi fanno incazzare ancora di più tutti i maschi che proprio questo vanno cercando, la bambola passiva preoccupata solo del fatto che essi, come si dice qua, finiscano.
Mi fanno incazzare tutti questi maschi occidentali che vengono a scoparsi le bambole di carne e non si fanno una domanda che sia una. E mi fanno incazzare le bambole di carne. E non capisco dove stia l’inghippo, dove si trovi il nodo.

Dove devo andare a tagliare con le mie forbici? con chi devo prendermela? ha senso che parli di educazione sessuale con tutte le donne che conosco con l’unico risultato di essere presa per una pazza volgare con tendenze alla prostituzione? Tutto questo mi fa incazzare e mi fa sentire terribilmente impotente.
Poi finisce che una sera sono a cena in mezzo a una colonia di canadesi e non so manco come ci sono finita, canadesi maschi e canadesi femmine, io l’unica non canadese, dunque tutti mi spiegano come si mangia il tacchino coi lamponi, o forse no, coi mirtilli insomma mi spiegano e sono gentili e a un certo punto mi rendo conto che ci sono diverse persone nella stanza che mi guardano come se io fossi attraente, cazzo, come se io fossi una donna attraente, mi guardano e mi desiderano, probabilmente in una maniera assai più che superficiale ma è chiaro che mi desiderano, e improvvisamente io mi scopro di nuovo attraente e mi incazzo ancora di più, porca miseria, perchè mi rendo conto di essere caduta in uno di quei profondissimi burroni culturali, mi incazzo ancora di più perchè mi rendo conto che sono settimane, mesi, che nessuno mi guarda così, e soprattutto mi incazzo ancora di più perchè questi stronzissimi canadesi hanno tutti i calzini di spugna bianchi e corti e io non ho nessuna voglia di scopare con uno coi calzini di spugna, bianchi e corti, porcamiseria.

Poi succede che finisce pure il weekend e io mi rendo conto che senza averci capito una cippalippa sono finita nel turbinio di una città dove siamo tutti di passaggio. Ma questo del passaggio è un concetto difficilissimo che si merita un altro post. Allora adesso vado a elaborare una metafora per spiegare ai miei amici il concetto di “pressione sociale”.

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Set 12 2011

il soju e le barriere culturali

Ebbene iersera con una serie di stratagemmi e l’aiuto prezioso di amici distanti sono riuscita ad uscire a Seoul, dunque adesso dovrei descrivere la vita notturna della capitale, i giuochi i diversivi e i passatempi. L’ingrediente fondamentale pare essere questo Soju, una specie di vino liquoroso amaro, piuttosto forte, che non ho capito perchè il mio ospite mi ha detto essere fermentato chimicamente. Il Soju ti viene venduto in bottigliette da mezzo litro, lo bevi in shottini oppure mescolato con la birra in una procedura assai pittoresca che vede persino l’uso di un paio di bacchette che vanno violentemente sbattute nel mezzo della poltiglia per farla schiumare.
Io l’ho trovato divertentissimo.
L’apparente inocuo Soju ti scende giù che è una meraviglia e in men che non si dica ti trovi ubriaca marcia, seduta di fronte a un coreano eterosessuale.
Il problema dei maschi eterosessuali in genere nel mondo, come ho potuto constatare durante i miei viaggi, è che -a meno che non siano tuoi amici amici amici, ma anche questa non è una garanzia di ferro- quando cominciano a bere troppo spesso ci provano.
Chiariamoci subito, non è che questa pratica mi disgusti o incontri la mia disapprovazione, però cazzo, diciamo che preferirei in questo momento poter uscire con una persona senza dovermi domandare per tutta la sera se il suo interesse verso la mia conversazione è genuino o se si è già convertito alla religione della vulva.

Ieri all’inizio della serata ero convinta che a Seoul i maschi eterosessuali non fossero come quelli europei, da questo punto di vista, tanto più che, mettendo le mani avanti quando eravamo ancora alla prima bottiglietta di soju, avevo specificato a scanso di equivoci di essere impegnata. So che i miei amici più hard-core mi avrebbero suggerito di buttarmi a piè pari nella prima esperienza sessuale coreana, ma io non ne volevo mezza, mi pare di aver fatto già un sacco di esperienze nuove non vedo perchè avrei dovuto bruciare le tappe in questo modo. Certo, sento di aver tradito la fiducia della mia amica Irene che aspetta racconti pornografici dalla Corea ma ho come l’impressione che il mio gentilissimo ospite di pornografico mi avrebbe offerto ben poco, visto che la sua seconda battuta è stata “sto cercando una ragazza da sposare”. Ho l’impressione di non essere io, amico.

Ma a parte il delicatissimo lavoro da equilibrista che ho dovuto fare per tutta la serata, la conversazione è stata piacevole e ho imparato un sacco di cose sulla Corea e i coreani, che ovviamente mi tengo per me, sennò che gusto c’è. Alla terza bottiglia di soju gli equilibrismi della sottoscritta diventavano più faticosi e provavo a spiegare al mio ospite che in Europa molto spesso i giovani non si “fidanzano” ma si “frequentano” . Con molta pazienza il mio ospite mi diceva invece che in Corea è cosa assai comune, all’inizio di una relazione, chiedere “quante relazioni hai già avuto?” e OVVIAMENTE i maschi tirano ad alzare il numero e le donne cercano di abbassarlo. Bella merda. Mi sono domandata se sia opportuno mostrare anche la cintura con le tacche. Alla quarta bottiglia di Soju il mio ospite mi ha confessato che gli piacevo molto e che lui sarebbe stato disponibile a un sexual affaire così, in amicizia. Io, con gli occhi che se ne andavano dovunque, gli ho chiesto gentilmente di mettermi su un taxi prima che mi trasformassi nel mostro di Lockness.
Da lì a stamattina è stato un lungo sonno interrotto soltanto dai vicini che cominciavano a festeggiare il loro Chuseok.

Dunque mi dispiace molto ma non saprei ben dire come i coreani trascorrono le loro nottate, posso solo dire come l’ho trascorsa io, e mi sono divertita molto, almeno fino alla terza bottiglia di soju. E poi la notte Seoul è proprio lo specchio dell’Asia che mi immaginavo io: traffico, lucine, palazzi altissimi e giovani alla moda che indossano tacchi a spillo o cravatte sottili o tutt’e due, e io mi sento come in uno di quei fumetti di Altan, solo che non ho affari loschi da trattare nè oro da vendere nè diamanti da smerciare sottobanco. Ma questo è solo un dettaglio. La prossima volta che esco voglio andare in un club, e vediamo che succede.
Cioè, vediamo che MI succede….

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Lug 10 2011

V.M.18

Quando ero piccola pensavo che da grande avrei avuto un tailleur viola coi bottoni dorati, sarei stata magra come le barbie e non avrei portato più gli occhiali. Prima di addormentarmi visualizzavo sempre quest’immagine di una me bellissima, coi capelli lunghi e cotonati, vestita di viola, con le spalline imbottite come andavano negli anni ottanta, che scendeva di corsa le scale della casa di Campobasso per andare a un appuntamento con un eterno fidanzato che ovviamente era come Ken, forse un po’ più morbido, ma gentile premuroso e sorridente proprio come lui. Forse aveva anche la macchna cabriolet.

 La notte in questa città è umida, bagnata, odorosa, che mi viene voglia di camminare nel parco e rotolarmi come una gatta fino a quando non sono tutta sporca d’erba, e in questa fantasia ovviamente nel parco ci sono solo io, non esistono tutti i frikkettoni ubriachi che giocano a chi lancia il diablo più in alto cantando le canzoni di De Andrè fino al suicidio di massa.
Se tutti i miei sogni di relazione non si fossero già schiantati contro le mie angustissime quattro pareti bianche e rosse adesso starei qui ad odorare  il sudore di un altro corpo, a respirare la lentezza di questo calore quasi insostenibile, ad ascoltare la pelle che si dilata sotto le carezze. Ci sarebbe la finestra socchiusa e il tempo sarebbe infinito mentre noi ci consumiamo.
E invece i miei sogni di relazione si sono infranti e quasi quasi io il problema dello scambio di liquidi lo risolvo definitivamente con l’acquisto online di silicone preformato anallergico, che almeno non ti comincia a fare una serie allucinante di tarantelle quando è ora di sloggiare. Il silicone, peraltro, ha il grande pregio di essere completamente consenziente nel momento in cui tu gli dici sai, mi trovo proprio bene con te, mi piacerebbe che la nostra fosse una relazione basata sull’onestà, cerchiamo di andare a fondo senza preoccuparci degli schemi e dei modelli coi quali siamo cresciuti. Stiamo in questa cosa fino a quando dura la passione, non ci distraiamo, cazzo non ci distraiamo che già questa vita è sufficientemente dura e basta un attimo di deconcentrazione per perdere tutto il coinvolgimento e tutto il piacere. Stiamoci dentro, a questa passione, fino a quando non saranno finite le batterie.
Il silicone preformato anallergico reagisce in maniera entusiasta di fronte a queste proposte.
Non ha bisogno di mostrare la sua emancipazione (a te, ma soprattutto a se stesso) facendo cazzate davanti ai tuoi occhi, non si spaventa, non si cruccia, non ha retaggi politici religiosi o morali, non si ammanta di finto materialismo. Il silicone è per natura appassionato e onesto.
Insomma il silicone preformato anallergico ha sicuramente dei vantaggi e io credo che, infranti tutti i miei sogni di relazione passionale col genere umano, la soluzione stia proprio nella sperimentazione di un’onesta relazione con l’inanimato, poichè nell’inanimato sta il futuro, e poi diciamocela tutta, il silicone non ha un cervello ma neppure finge di avercelo. Il silicone non fugge terrorizzato ogni volta che la relazione si fa un tantino più interessante, temendo di rimanere troppo coinvolto (ma coinvolto da cosa, scusami?) il silicone, come me, non ha intenzione di preservarsi. Anzi, si consuma, volontariamente e voluttuosamente.
Se avessi voluto preservarmi non starei qua adesso, dico. Sarei la junior manager di qualche superazienda di prodotti iniqui, mi farei il lavaggio del sangue una volta all’anno, utilizzerei morigeratamente droghe pesanti di alta qualità e non avrei tempo per fantasticare sulla mia appassionata relazione col silicone preformato anallergico.
E invece io non mi voglio preservare, non mi interessa. Mi voglio consumare, voglio stare nelle relazioni fino a quando si può, prendere e dare tutto, arrivare quasi a fidarmi, che poi si sa, tutto finisce. Anche le batterie finiscono. Credo che la soluzione stia proprio in quel sito che vedevo oggi, ma se non sei cittadino americano non lo puoi ordinare, il compagno della tua vita, cazzo.
Devo trovare una soluzione.
Certo, se il ministero degli esteri mi firma la sua stracazzo di convenzione e mi spedisce all’estero io sono sicura che laggiù potrò con molta facilità fare l’incontro del mio semestre e avere un paio di approfondite avventure con l’inanimato.
Non ho sonno.
Non ho manco voglia di scopare, che l’idea di scopare apre scenari terrifici di maschi che pretendono di addormentarsi nel mio letto come se niente fosse, come se l’epica impresa del coito desse loro automaticamente il diritto di distruggere il mio già precario sonno. L’idea di scopare si porta appresso la distanza, lo sguardo vacuo di chi ha il terrore di consumarsi, di chi dice di non voler restare, e invece non vuole partire.
Quanto mi annoiano, questi piccoli omicidi seriali che non portano dentro nemmeno il brivido del mistero. E’ tutto già svelato dal momento in cui si mette mano alla scatola dei preservativi.
Mi annoiano gli occhi chiusi, le fronti corrucciate, i finti gesti di generosità, le prestazioni acrobatiche che si risolvono in una parodia, mi annoia la mancanza di onestà, l’incapacità di stare col corpo, di vedere davvero chi hai di fronte, mi annoiano, mi annoiano quelle di certi maschi e quelle di certe femmine, mi annoiano terribilmente, queste finte emancipazioni dal sentimento che si risolvono nel meschino omicidio seriale che si ripete sempre uguale a se stesso a prescindere dalla vittima. E non ci rimane un pochino di amore, non ci rimane un po’ di generosità.

Cercavo qualcosa di diverso.
Forse cercavo qualcosa di meno.

C’era un film che avevo visto quando avevo tredici anni, che in realtà non avrei potuto vedere perchè era vietato ai minori di quattordici, e a un certo punto lui, che era Roman Polanski, le chiedeva  “e quelle cose che facevi? quei corsi di danza?” lei rispondeva “la danza è una cosa che si fa col cuore, e io ho il cuore spezzato”.

 

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Mag 02 2011

guida intergalattica per attivisti, quinto episodio

Sono le cinqueqquarantasette di lunedì mattina e non dormo.

Sono sicura di averlo fatto per almeno un paio d’ore, ma adesso niente, occhi sbarrati guardo il soffitto travi rosse vernice bianca. Non mi muovo. Spero che il sonno si degni di tornare da me. Invece ho già la testa attivissima come se fosse mezzogiorno.

G affianco a me dorme, abbracciato a tutta la mia invidia.

 

Penso che oggi ricomincio l’uni penso ai prossimi tour penso, in fin dei conti, che a me questi mesi sembrano lunghissimi, mi sembra che io e Francis abbiamo tantissimo tempo ancora e tanti chilometri e tante date soprattutto tante date però poi dentro di me lo so che il tempo è in realtà già quasi finito lo so che siamo arrivati pressocchè alla fine e questo mi mette addosso quella sensazione strana che accompagna le mie partenze: felicità ansia scoramento  paura e un poco di delusione nei confronti di me stessa, per non essere capace di restare.

Allora ecco sono le cinqueqquarantasette di lunedì mattina, probabilmente sono anche già le cinqueqquarantotto e penso a Francis, che tanto per cominciare a capirci io lo posso chiamare così ma gli altri no, che lo chiamino Papaleo o quello che vogliono loro, Francis è una prerogativa mia. Penso a Francis e a questa fase duepuntozero della nostra escheriana turnè, penso a quando siamo partiti venerdì per Reggio nell’Emilia e io ero stanchissima, stanchissima davvero, che il giorno prima c’era stato il viaggio a Parma e la favolosa nottata alla biosteria, e lui pure era stanchissimo, però siamo partiti lo stesso per andare a fare lo spettacolo in mezzo all’Emiliaparanoica e siamo stati quasi zitti perchè non ce la facevamo, io poi avevo paura di non riuscire a fare lo spettacolo perchè a me tutto questo gira e rigira a volte mi fa proprio rincoglionire, non faccio in tempo ad entrare con la testa nell’atmosfera della turnè che già devo staccare per andare a fare la studentessa a scemenze politiche e poi devo studiarmi un’altra cosa per fare una marchetta, poi c’ho da rincorrere equitalia e il giorno stesso un pezzo di un altro spettacolo e il libro da ritirare in biblioteca e gli amanti che non si dovrebbero incontrare e invece si incontrano nel momento meno opportuno e poi cazzo questa settimana dovrò pure chiamare l’estetista perchè per fare la modella devo essere glabra come la guancia di una neonata.
Arriviamo al Lab AQ16, che io non c’ero mai stata, e mi sembra bellissimo, bellissimo davvero, il palcoscenico è attrezzato proprio come un teatro e ci sono il fondale le quinte roba che in genere io non vedo manco nei sogni, ci sono le persone gentili disponibili c’è Lasere che prepara la pasta al tonno c’è un cane bellissimo tenero che è grosso come un cavallo e sa togliere i tappi alle bottiglie c’è Francis che ancora una volta mi insegna che per non farsi prendere dal panico è meglio mettersi con le mani a fare qualcosa e così fa lui, e finisce che pure io lo faccio perchè sono proprio persa dentro i pensieri della stanchezza e anche dentro l’idea che l’ultima volta che avevamo fatto lo spettacolo era a L’Aquila, e mi è tornata dentro tutta la tristezza.
Non conosco quasi nessuno ma Francis sì, molti ci aiutano ed arriva infine il momento dello spettacolo che a mio avviso io faccio malissimo, sono proprio depressa, non guardo manco Francis in faccia che non ce la faccio mi vergogno moltissimo. Invece non appena arriviamo nel camerino ecco che irrompono quattro o cinque compagni entusiasti che ci portano persino una birra come alle vere rock star e cominciano a parlarci fitto fitto dello spettacolo delle loro emozioni e di come nonostante ormai siano passati cinque mesi loro si siano emozionati assaissimo e questo e quello.
Mi viene da commuovermi, nel vedere queste persone giovani che si fanno entusiasmare dal teatro, e penso che sono proprio belli questi reggiani, ha ragione Lasere, sono proprio speciali sono proprio accoglienti sono proprio.
Ma nel giro di mezz’ora mi cala brutalmente l’adrenalina e Francis mi trascina via che sono uno straccetto. In macchina facciamo il nostro nuovo gioco segreto ma non ci riesce molto bene perchè siamo veramente devastati eppure io penso che è proprio questo limite così sottile che m’ interessa,  penso a tutte le cazzate che ho imparato in anni di teatro di ricerca, la sobrietà la castità l’attore che deve essere monastico per essere completamente dedito al suo ruolo e penso, appunto, che siano tutte cazzate, che una volta che io mi fossi sterilizzata dalla mia imperfettissima umanità, umori appetiti e stanchezza compresi, non rimarrebbe molto non ci sarebbe più cuore sarebbe forse uno spettacolo tecnicamente bellissimo ma sarebbe come guardare gli ingranaggi di una cosa meccanica. E come è ormai noto a me la meccanica non m’interessa.

Ma ecco siamo arrivati a Bologna piovono pietre ci promettiamo di studiare domani anche se è primo maggio ci promettiamo che occhei saremo produttivi perchè ci sono mille cose da fare ci promettiamo ci diciamo ci guardiamo ci.
E poi è primo maggio e io contravvenendo alla promessa vado in piazza a cercare tutti gli altri che mi mancano proprio, e c’è Lafla c’è Laire c’è Panta c’è Carlo ci sono tutti tuttissimi si balla la trash con diggei Parente piazza dell’Unità è oggi la piazza dove si può davvero festeggiare il primo maggio nonostante la storiaccia del vaticano che a me proprio non va giù, a essere sincera, vado in piazza rompendo la promessa con Francis e mi sento anche un po’ in colpa immaginandolo impegnato in uno studio matto e disperatissimo con le goccioline di sudore che si incastrano nel piercing ma cazzo, eccolo là che balla in piazza e fa lo scemo.

Buon primo maggio, a voi indomabili attivisti intergalattici.

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Apr 06 2011

chissà Amleto a cosa pensava prima di morire

Cioè. Io mi ricordo esattamente il giorno in cui feci l’incidente con il motorino, ero andata di nascosto a farmi prescrivere la pillola al consultorio, ero pure minorenne, per camuffare avevo millantato di dover aiutare qualche compagno in latino ed avevo pure in borsa il vocabolario, che dico, IL vocabolario, giallo, che era stato di mia mamma e di mia zia tanto per fortuna almeno il latino non si evolve più. Insomma avevo sto mattone giallo in borsa e la mia ricetta bellissima che mi avrebbe permesso di avventurarmi nell’entusiasmante mondo del sesso sicuro e zac, mi mette sotto un rincoglionito che vuol mangiare pane e vitantonio. Ecco io mentre mi raccoglievano pensavo a due cose: la prima era che mia madre non avrebbe assolutamente dovuto aprire la mia borsa, quindi avrei dovuto cercare di non svenire per tenere il controllo della suddetta sacca da fricchettona, la seconda che avevo i fuseaux bucati e non sarebbe stato un gran bello spettacolo all’ospedale. Ah si, pensavo anche una terza cosa, che in un mondo più equo il mio allora fidanzato si sarebbe preso il pillolo e io non avrei fatto l’incidente.

Non so a cosa pensasse Amleto prima di morire, nè Giulietta, nè tantomeno Otello. Non so cosa pensano le persone serie prima di un evento importante, ricordo che io prima di laurearmi, l’unica cosa importante che mi venga in mente nella mia vita, pensavo a quanto mi avrebbero picchiata i miei amici subito dopo. A cosa pensano quelli che si sposano, quelle che partoriscono, quelli che partono per viaggi che cambieranno la loro vita, a cosa pensano i veri rivoluzionari? Io, il giorno prima di partire per la Tunisia, non riesco a distogliere la mia mente da un pensiero: che tipo di pantaloni portare con me.
E’ oramai evidente che non sono un’eroina e manco una rivoluzionaria, sono una curiosa, un’imprudente, una che deve continuamente riempire i buchi che ha dentro e questa volta li riempirà andando nel campo profughi al confine tra la Tunisia e la Libia sperando, visto che tutte le sue rivoluzioni sono fallite, per lo meno di partecipare a quella degli altri.

Parto domani mattina e l’unica cosa che penso è che non so come comporre la mia valigia. Il resto è malumore, una primavera che mi trova malmostosa irriverente solitaria. Vorrei dare fuoco alla copisteria di via brocchindosso perchè non è una copisteria è una tana di usuraie che moriranno soffocate nel loro danaro guadagnato sulle mie già gracili spalle.
Vorrei uscire stasera sentire un po’ di amici stare in compagnia percepire l’amore e tutte quelle menate invece finirà che starò a casa perchè fino all’ultimo  ricomporrò improbabili  zaini ultracompatti e perchè non avrò voglia di fare telefonate con l’unico risultato di sentirmi dire di no.
Parto per la Tunisia domattina e sono felice perchè mi sembra questo un atto sensato, mi sembra un gesto di onestà nei miei confronti e nei confronti dei compagni e delle compagne che invece non possono partire, parto e sono felice sì ma anche sbrindellata e delusa da questa primavera che mi regala solo doppiepunte e solitudine.

Io volevo partire con un umore un po’ più solido. Invece sono qua, in una mano i pantaloni di lino, in un’altra quelli da trekking. Ognuno ha i dubbi amletici che si merita, deduco.

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Mar 31 2011

un po’ porno

finisce che questo magone d’inizio primavera si trasforma in un afflato un po’ porno, in uno sguardo un po’ obliquo che dirigo impertinente verso chiunque soprattutto verso chi lo vorrebbe schivare.
Sono momenti in cui si può andare indifferentemente da una parte dall’altra, potrei piangere e invece scoppio a ridere improvvisa durante la lezione più seria di tutto il master, m’incazzo senza il minimo ritegno, mi freno dal frenarmi.
Voglio dire quello che penso, guardare quello che mi pare, giudicare quello che preferisco perchè tanto, prima di tutto, giudico me. E lo so che sono giustificazioni ingiustificanti lo so che questi giochi di parole celano sottili sindromi da peterpan ma poi, che me ne importa?

Un po’ porno, divento, un giornaletto che si guarda e non si dovrebbe, il retro dell’edicola, quello dove puoi sempre dissimulare perchè ci sono pure le riviste di bricolage. Che cosa succede se una donna mette le tacche alla cintura? Che succede se guardo una persona e mi domando semplicemente come sarebbe fare sesso con lei, così come mi domando come sarebbe berci un bicchiere di vino in più, vederla ubriaca, condividere un segreto, andare al cinema a vedere una pellicola francese?

Che cosa succede se i tabù mi annoiano? Se mi piace mangiare la carne cruda attorno alle ossa? se dei pesci preferisco gli occhi alla polpa del ventre? Cosa succede se metto tutto sottosopra e mi diverto? E che cosa succede se poi, all’improvviso, proprio nel mezzo di questo mio proclamare la proprietà del desiderio, m’innamoro di un maschio borghese e voglio solo lui e sempre lui e mi trasformo in una geisha fino a quando non succede che l’amore se ne va da un’altra parte e cioè lontano da me?

La mia obesità intellettuale mi rende troppo strette tutte le fottutissime caselline, arrivo e già sono andata via, non ho rispetto non ho creanza, pedalo cantando come un’assassina, non mi fermo al rosso, ascolto musica a volume troppo alto, piglio il controsenso con scioltezza, non mi fermo.
Ma pago le tasse.
Ho anche io le mie contraddizioni.

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Feb 19 2011

vomitino autoreferenziale

non mi piacciono le coppie sedute al bar la mattina, ognuno nascosto dietro il suo giornale, che per quanto mi riguarda potrebbero essere anche in due dimensioni diverse e quel tavolino che dividono è soltanto uno scherzo della materia, in realtà sono ciascuno affogato nella sua dimensione similintellettuale e probabilmente quel giornale li tiene in salvo dal baratro di un silenzio fatto di aspettative non corrisposte. Queste coppie si afferrano ai quotidiani di turno come fossero l’ultima ancora di salvezza contro la desolazione di una relazione disidratata fino allo stremo e diventano la gioia degli editori, perchè riescono a trovare interessanti anche quotidiani come il resto del carlicchio e vattelappesca.
Non mi piacciono queste coppie che occupano inutilmente tavolini al sole, togliendone l’uso a persone che invece potrebbero gratuitamente distribuire gioia e vita e desiderio. Si impossessano ingiustamente dei tavolini migliori per replicare davanti a tutto il pubblico del sabato mattina la farsa dell’amore acculturato, senza rendersi conto che la loro scenografia è piena di buchi e goffmanianamente possiamo vedere troppo bene quanto siano sporche e luride e abbandonate le loro cucine.

Non mi piacciono gli uomini che mi fanno domande perchè vogliono rispondere loro. Infatti chiedo sempre “ma davvero lo vuoi sapere?” e spero che questo accorgimento mi tuteli dalla delusione ma invece ogni volta è inutile.  Comincio a rispondere pazientemente alla domanda ma dopo tre parole vengo interrotta e sono mio malgrado costretta ad ascoltare la risposta del maschio di turno alla domanda che teoricamente era stata posta a me. Provo un po’ di disappunto e allora torno alla carica alla prima pausa, ma di nuovo inciampo nell’interruzione. Al terzo tentativo fallito desisto e mi metto a contare i piccioni e a pensare che vorrei mangiare delle frittelle di quelle veneziane coi pinoli e l’uvetta.

Non mi piacciono i maschi che non ricordano il mio nome, che mi implorano di dar loro il mio numero di telefono e poi non chiamano. che millantano aperitivi che non arriveranno mai, che mi dicono scegli tu ma poi qualsiasi cosa io decida non va bene, che mi dicono non ho fretta e guardano di continuo l’orologio, che mi comprano la rosa dai pakistani sperando di fare bella figura, che pensano che pagandomi la cena mi abbiano comprata, che mi trattano come se fossi ‘ultima automobile che hanno preso a tag zero e tasso sarcazzo, che ci provano solo perchè sono attrice e sono single,  non mi piacciono quelli che mentono e non lo sanno fare, quelli che quando gioca l’inter il mondo si deve fermare io compresa, quelli che quando dico che non mangio il formaggio mi guardano come se fossi un’aliena, quelli che mi aggrediscono perchè è l’unico modo per sopraffarmi, quelli che mi offendono perchè non hanno altri mezzi per dimostrare la loro presunta superiorità, quelli che non vanno nei centri sociali per partito preso, quelli che hanno l’alito che sa di aglio, quelli che prima di fidanzarti erano meravigliosi e raffinati e dopo un mese di convivenza sono un agglomerato informe di scoregge, rutti liberi, pantofole e lamentele.
Non mi piacciono i maschi che prima di fidanzarsi con me mi amano perchè sono inafferrabile e una volta che pensano di possedermi fanno di tutto per incasellarmi nelle loro stronzissime e meschine caselle salvo poi sbroccare come dei neonati affamati quando si accorgono che non ci entro, nelle caselle, che non sono come la loro mammina e non ho nessuna intenzione di diventarlo, non mi piacciono questi presunti compagni di una vita che ti mettono davanti alla scelta tra loro e i tuoi sogni, che democraticamente non ti impediscono di continuare a fare le tue cose però ogni volta che le fai ti apparecchiano una scenata epocale, non mi piacciono i maschi violenti che vogliono farti credere che sia colpa tua, se loro sono violenti, che ti fanno venire il terrore di parlare di sorridere di muovere le cose perchè ogni minimo spostamento potrebbe scatenare lo tsunami.
Non mi piacciono quelli che non mi credono, che mi dicono che drammatizzo, che mi sottovalutano, che non mi ascoltano.

Non mi piacciono i bambini, i bambini li odio, li ucciderei tutti e le donne con la pancia le obbligherei a stare in casa perchè sono uno spettacolo terribile che io vorrei risparmiarmi, e i bambini sono uno spettacolo ancora più terribile, quei piccoli wistonchurchill rugosi già pronti a recriminare di essere stati messi al mondo, innocenti eppure già colpevoli, quei condensati di bisogni che crescendo non faranno altro che cercare i modi migliori per manifestarli, questi bisogni, quelle larvette che servono a restituire un pochino di brivido a relazioni ormai morte e sepolte, i bambini sono il condensato dei sensi di colpa dei loro genitori e io vorrei un mondo che si estinguesse progressivamente un mondo di aborti altro che politica del figlio unico vorrei che questo mondo andasse a scomparire fino a meno infinito.

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Nov 04 2010

io sono io, e non ho bisogno di dire che sono meglio


Proviamo a fare un po’ il punto. Berlusconi dichiara che sia meglio essere dongiovanni piuttosto che omosessuale. Fino a qui, nessuna sorpresa. Non mi sorprende l’omofobia del premier, né mi sorprende quanto tutto il suo discorso sia intriso di luoghi comuni provenienti da quella parte più retrograda, machista e intollerante dell’Italia, né tantomeno mi sorprende il pensiero che egli abbia volontariamente richiamato quel tipo di cultura, sapendo che avrebbe trovato, tra i suoi ascoltatori, molti che la pensavano come lui.
Perchè in fin dei conti il presidente parlava in nome di molti maschi italiani che non vedono l’ora di dirti quanto cel’hanno duro, che non vedono l’ora di mostrarti quanto siano fisicamente superiori a te, che non vedono l’ora di dimostrartelo anche attraverso un tipo di corteggiamento volgare, serrato e privo di qualsiasi dignità, visto che tu non sei un essere umano, no, ma sei l’oggetto che darà loro la possibilità di dimostrare anche oggi che sono dei veri maschi e possono aggiungere una tacca alla loro fottutissima cintura, e la seduzione è una conquista, e loro giocano tutti al loro piccolo risiko, ma non avendoci carrarmatini e bombe si lanciano sull’immenso territorio che è il corpo femminile e lo conquistano a pezzi, a brandelli, con gesti di una guerra che conosciamo fin troppo bene.

Non mi stupisce che il presidente del consiglio abbia voluto fare una battuta sapendo che avrebbe trovato molti a ridere con lui, perchè tutti questi omosessuali che popolano le nostre strade adesso sono un fenomeno lo ammetterete quantomeno singolare, e certo non possiamo mandarli nei campi di concentramento perchè salterebbe subito agli occhi della comunità internazionale, certo non possiamo ghettizzarli più di quanto non abbiamo fatto già ma insomma almeno una battutina glie la dobbiamo concedere, al nostro presidente del consiglio e a tutti quelli, perchè sono molti, che hanno riso con lui.

Ecco forse una delle questioni che più mi crucciano è proprio questa.

IO SO che Berlusconi non è stato l’unico a sorridere della sua battuta, SO che c’è un’intera Italia che ha riso con lui e che si è trovata esattamente, precisamente d’accordo con le sue parole, SO che ci sono molte persone che proprio non riescono a capire cosa ci sia di male negli atteggiamenti sessuali del premier, SO che ci sono moltissimi che sono convinti che essere gay sia una malattia, una disgrazia, una maledizione lanciata da Dio, come potrebbe esserlo nascere senza un occhio o senza un rene. SO che molti, mentre Berlusconi parlava, annuivano dicendo “eh, si, meglio, proprio meglio”.

Questo so e questo mi preoccupa, perchè nonostante l’ondata di indignazione più o meno sincera che ha seguito le parole del premier io so che esse erano, ancora una volta, la descrizione di quello che una buona fetta degli italiani pensa. Questo mi preoccupa.

Mi preoccupa poi forse ancora di più il fatto che molti, in un legittimo tentativo di ribattere, di difendersi, di manifestare il loro dissenso, in un più che legittimo impulso all’affermazione del sacrosanto “NON IN MIO NOME”, abbiano fatto girare degli slogan come “meglio gay che come il presidente del consiglio”.

ORA

a parte che io direi meglio che come il nostro presidente del consiglio tutto, o quasi. Ma poi, amiche e amici che avete coniato questo slogan, non vi rendete conto che esso riporta dentro di sé la stessa discriminazione di quella che avete appena subito? Dire “meglio gay che come B” ha lo stesso valore linguistico del dire “meglio con una gamba sola che come B”, e senza desiderarlo in questo modo voi state affermando che sì, essere gay è davvero una sventura, ma nonostante questa grande sventura è meglio che essere come il presidente del consiglio.

Ebbene, io, nel mio piccolissimo vissuto di essere umano tendenzialmente bisessuale, dico che io a questo gioco non ci sto, dico che questo tipo di slogan io non lo condivido, non lo firmo e non lo diffondo, perchè essere gay non è una disgrazia, non è una sventura, non è una menomazione.

La propria identità sessuale, qualsiasi essa sia, non può essere utilizzata e strumentalizzata per discriminare. L’identità sessuale è un diritto e non esistono identità di lusso ed identità di seconda scelta.

Non ho bisogno di assistere alle nefandezze del presidente del consiglio per poter affermare la mia identità sessuale.

La mia identità sessuale non è un concetto relativo. Non esiste superlativo relativo, non esiste comparativo di maggioranza.
La mia identità sessuale è, e basta, non ho bisogno di paragonarla con nient’altro, non ho bisogno di legittimarla attraverso slogan che mi mettono in relazione con uno che dell’identità sessuale ha fatto un vessillo per imporre un modello di governo machista, sessista, razzista, intollerante, escludente e pure discretamente imbecille.

Non ci sto a condividere questo slogan perchè io non ho niente da condividere col presidente del consiglio e non ho nessuna intenzione di paragonare la mia identità sessuale, che è sacra, pura, gioiosa e incontaminata, con le sue pratiche di corruzione attraverso l’uso del corpo altrui.

Caro presidente, non riuscirai a impormi di paragonarmi con te. Io e te non abbiamo niente da dividere, niente da spartire, niente di niente e io non ho nessuna intenzione di permetterti di avvicinarti a me.

Tu non mi tocchi,
e io non ho bisogno di te per affermare il mio diritto
a essere ciò che voglio.

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