Archive for the 'coppia' Category

Nov 28 2013

sapor di bottarga

La bottarga non l’avevo mangiata mai perchè da noi non esisteva. Me la immaginavo come una sorta di animale strano che i sardi mangiano crudo e sanguinolento, come si confà al loro temperamento focoso e originario, vagamente tendende al primitivo.

Poi una volta, erano i tempi in cui se aprivi un blog era capace che ti facevi degli amici e magari pure un innamorato via internet, una volta attraverso il mio primo blog entrai in contatto con un figuro, con un tale, con un valente cavaliere, insomma, con un uomo che venne fino a Padaniacity soltanto per andare a vedere la mostra di Venezia con me.
Adesso, io voglio dire, il maschio italiano ha tanti difetti, tanti. Potrei scrivere una lista da qua all’Italia, davvero, ma in una cosa è ineguagliabile: il maschio italiano, in fase di conquista, può fare di tutto. Ma veramente DI TUTTO. E questo ci vizia, a noi fanciulle italiane, che ci abituiamo a questo maschio che ci porta a cena sulla luna e ci ubriaca d’ambrosia, per poi trasformarsi in un mostro dopo due mesi di convivenza.

 Parentesi. Non accetto discussioni su quanto ho appena scritto. Lo so che ci sono dei maschi diversi, sebbene italiani. Non avete bisogno di ripetermelo. Se vi sentite attaccati è perchè avete la coda di paglia, e allora vi ci vuole uno psicologo bravo. Il maschio italiano, di norma, si trasforma in un mostro di pigrizia e disinteresse non appena terminata la fase della conquista. Maschio italiano, se pensi che non sia vero seducimi e poi trascorri con me tutto il resto della vita senza diventare stronzo, insolente, noioso, pigro, aggressivo, incapace di comunicare, disinteressato a me e alla mia vita e violento.

Fine della parentesi.
La bottarga. Allora questo mio amico-di-blog mi invitò, una volta, nella sua lontanissima metropoli. E io ci andai perchè sì. E mangiai la mia prima bottarga. Che non me la dimenticherò mai. Ero distrutta. Lavoravo a Prato e il giorno prima avevo fatto forse uno spettacolo, poi erano momenti in cui la denutrizione similtossica andava molto di moda e insomma, ero abbastanza patita, ma lui era così divertente, e la bottarga era così buona che dopo alcuni mesi chiamai la mia bicicletta Bottarga.
Su Bottarga sfrecciai per Padaniacity per mesi e mesi, anche se il mio amico-di-blog lo persi di vista per non pochi anni.

Giunse infine il momento in cui approdai all’isola meravigliosa che ancora adesso è la mia isola preferita. Un amico accolse me e quello stronzo che era il mio fidanzato allora, senza peraltro fare troppi commenti su quanto lui fosse insopportabile, e per questo lo ringraziai e lo ringrazio. L’amico mi fece mangiare nel centro storico di Cagliari, le anemoni fritte e la bottarga fresca fresca, che devi decidere tu quanta mettercene, perchè la bottarga è una questione privata.

Eh sì che lo è. Io amo il piatto ricolmo di bottarga, amo sentire gli ovetti sul palato a ogni boccone, amo percepire l’odore un po’ amarognolo che mi riempie le narici. Non mi piace “la spruzzatina” di bottarga. Non è per me. La spruzzatina è una faccenda borghese, delicata, come quelli che riescono a mangiare solo un cioccolatino. No, io voglio la scatola.

La Sardegna bellissima divenne presto la casa dove amavo tornare e dove mi sentii accolta come femmina e come attrice proprio nei momenti in cui la mia vita privata crollava e non capivo niente di quello che ero stata, di quello che ero, di quello che sarei diventata.
D’estate si andava a un festival teatrale meraviglioso, che incarnava proprio la mia idea del festival teatrale, come non ce n’erano più sul continente (che in sardo vuol dire “in Italia”). Si beveva acquavite e si mangiavano spaghetti alla bottarga, si prendeva il caffè al bar prima di andare a tenere il laboratorio o a montare per lo spettacolo. La vita era colorata, intensa, e impregnata del gusto di bottarga.

E quando per l’ultima volta lasciai la Sardegna pensando che ci sarei tornata presto (e invece, più), un’amica mi spedì a Bologna una bustina della bottarga migliore per darmi conforto in una casa che non sentivo ancora mia, in una città che mi ricordava troppe cose che non amavo e dove spesso non riuscivo a ritrovarmi.

Ora che sto qui, in Asia, la mia mamma mi manda ogni tanto un vasetto di bottarga. I cinesi secondo me inorridiscono all’odore, perchè loro non hanno niente di tutto questo. Lasciano che i pacchetti di mia madre passino la frontiera e la bottarga mi arriva fino a qui, dove ne mangio un pochino ogni volta che mi sembra di essere tutta sbagliata, così sbagliata da essermi meritata il maschio italiano di cui sopra.

La bottarga è una faccenda da sbrigare in solitudine, e io di rado la condivido. Soltanto una volta, quando mi parve di avere incontrato una pelle profumatissima e una voce che mi faceva sorridere, preparai sul terrazzo della mia prima casina una cenetta romantica a base di bottarga.

 

(Intesi come un segnale positivo il fatto che il proprietario della voce e della pelle
apprezzò la bottarga e me ne chiese ancora). 

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Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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Ott 24 2013

Folpetti poenta e n’ombra de vin

Oggi 24 ottobre ero lì che mi chiedevo ohibò che giorno sarà, il 24 ottobre? Proprio non mi veniva in mente ma sicuramente qualcosa doveva essere successo il 24 ottobre di molti anni fa perchè io mi sentivo come quelle volte che è il compleanno di qualcuno e tu stai proprio per dimenticartelo. Una sensazione orribile, ammettiamolo.

Pensa pensa, eh già che in questo posto abbiamo molto tempo per pensare, soprattutto se la connessione internet non funziona e tu sei lì ad aspettare - fervente come una fedele alla madonna delle connessioni - che  il segnale telefonico ritorni, l’amatissimo, perpetuo, monotòno tuuuuuuuuu che indica che la Cina di nuovo ti ha messo in condizioni di entrare in relazione con il resto del mondo. Ne abbiamo sì, di tempo per pensare, mentre il computer si impalla, il riscaldamento non funziona, l’elettricità se ne va proprio nel momento meno opportuno e il tram sotto la finestra si ferma a cinque metri dalla pensilina provocando lo sciamare di un numero incredibilmente alto di persone che sì, evidentemente erano proprio tutte lì dentro, non c’è niente da dire.

Ma devo mettere più verbi di senso compiuto e più punti. Quando sono troppo nervosa o proiettata nell’agire mi succede che la scrittura mi si incastra e continua come quando si blocca il tasto a e scriviamo aaaaaaaaaaaaaaaa. Sono incastrata e invece no. Punto e a capo.

Dicevo dunque pensa pensa ho scoperto cosa è il 24 ottobre. Il 24 ottobre era il giorno in cui, quando si abitava ancora a Padaniacity, si andava a Noventa alla sagra dei folpi. I folpi sono i polpi ovvero quegli animali pieni di zampe e ventosucce un po’ viscidini ma molto succulenti, succulenti assai direi soprattutto se cucinati a puntino alla fiera del folpo di Noventa. Insieme al folpo si piglia la poenta, si beve un’ombra de vin, o magari due o tre, alla fine della serata si guardano i fuochi d’artificio e poi un po’ mbriaghi si torna a casa tutti felici, cantando canzonette varie, in carovana.

La sagra del folpo era sempre una sagra un po’ erotica in cui si finiva con lo strusciare la coscia contro quella di colui col quale avresti voluto fornicare al termine dei fuochi d’artificio. Spesso il desiderio diventava realtà, forse perchè eravamo giovani e belli, forse perchè ubriachi, o forse perchè il folpo aveva davvero un che di miracoloso, davanti al folpo tutto poteva diventare realtà.

Ecco un folpetto mi ci vorrebbe adesso, ai cui otto tentacoli confidare i miei desideri più borghesi e le mie paure più telegeniche. Se avessi un folpo gli chiederei l’entusiasmo, l’entusiasmo gli chiederei, quello che non ho più e che le persone attorno a me non sanno nemmeno cosa sia.
L’entusiasmo di rischiare, di scommettere sul numero difficile, l’entusiasmo come quella volta che abbiamo deciso di andare in Cina insieme perchessì.
L’entusiasmo di quando si comincia.
O di quando si ricomincia.
L’entusiasmo dell’amore.
Delle cose che sembrano scontate ma non lo sono.
Folpo mio, vorrei non avere paura e non respirare paura attorno a me. Vorrei saltare sapendo che non sono sola. Vorrei fare come in quella scena di Aladino. Ti fidi di me? Sì, vorrei dire, mi fido di te. E allora ci metteremmo a cantare il mondo è mio. La vita non sarebbe facile, perchè è chiaro che su un tappeto volante tutto è sempre molto precario e basta un minimo passo falso per cascare giù e rovinare tutto. Tanto più se mentre sei sul tappeto stai anche cantando, insomma sei impegnata in una serie di compiti di una certa difficoltà, ma sarebbe bello cercare ogni giorno nuovi modi di stare in equilibrio mentre il tappeto continua a viaggiare e sì, sì, a volte potremmo avere l’impressione di perdere il controllo, ma farebbe parte del gioco. Il mondo è mioooooo.

Invece niente tappeto niente Aladino. Calcoliamo l’entità del danno prima che esso avvenga. Carro davanti ai buoi, testa fasciata prima di cadere e varie ed eventuali banalità della nostra esistenza noiosa, noiosa, noiosa. Che cosa ce ne andiamo a fare, fino all’Asia più asiatica, se poi rimaniamo indecisi nella speranza che qualcosa di meglio ci accada?
Io una cosa ho capito, una cosa sola. Che non basta un singolo, isolato, gesto eroico per vincere contro la pigrizia interiore. Ogni giorno, ogni giorno bisogna prenderla a picconate. Per questo vorrei avere un folpo con otto tentacoli, e otto picconi.

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Ott 07 2013

Arriva un bastimento carico carico di fatti miei. La rivincita del gossip.

Accade così che per il secondo settottobre consecutivo guardo la grande piramide di fronte a casa mia proprio come nel famoso fumetto, quello che hanno letto tutti e grazie al quale ciascuno pensa di essere un superesperto di questa zona del mondo, così da poter scrivere frasi imbecilli su facebook e farsi cliccare i mi piace a go-go. Chissà che almeno la cumulazione di mi piace non porti a un’estemporanea manifestazione ormonale tipo scopata in un angolo del centro sociale o nel furgoncino o se proprio vi va bene, ragazze, in una stanza da letto in appartamento condiviso, con tanto di imbarazzo pubblico la mattina dopo a colazione di fronte ai coinquilini.

 

No ma dicevo che proprio così, mi succede che anche quest’anno sono qui a guardare la grande piramide attorniata dalle nuvole proprio come il monte Olimpo, mentre gli dei là sopra si ubriacano a suon d’ambrosia e pasteggiano con i resti della mia giovinezza, giocandosi a dadi il mio nuovo contratto lavorativo. E non c’è cometa che tenga, non ci sono magi ad annunciare la buona novella, qui è tutto un delirio d’antico testamento, sangue e duelli e vendette e sacrifici e le Ifigenie si sprecano mentre io mescolo tutte le peggiori tradizioni sulle mie sacre tavole.

 

Ah sì, la piramide di fronte casa mia si avvolge comodamente in una nube dispettosa mentre mi si seccano i capelli perchè l’aria comincia a essere intrisa di polvere di carbone, allora succede che si passano i pomeriggi del sabato chiusi in casa con l’olio di semi sulla parrucca nel vano tentativo di evitare la calvizie.

E proprio mentre queste amene ripetizioni esistenziali si avvicendano come nel tabellone del monopoli, ecco che pesco la carta dell’imprevisto e ti becco sua grandità nientepopodimenocchè un uomo, che mi fa quasi quasi pensare che ho pagato il mio debito alla vendetta e forse posso smetterla con la castità. Sono lì che me lo guardo e mi par proprio inviato dagli dei a loro volta appollaiati in cima alla piramide. All’inizio con tutta me stessa rifuggo il pensiero e mi abbarbico alla mia fortezza proprio come nel Deserto dei Tartari. Inespugnabile me ne sto. Ma egli contrattacca con armi biologiche e sofisticatissime fino a che sul ponte non sventola bandiera bianca. E succede dolcemente che quasi mi abituo all’idea. La sua voce come le sirene di Ulisse ancora mi incatena ed è bellissimo perdersi in questo incantesimooooo. Mi sento una persona normale. A volte quando mi affaccio al balcone per innaffiare i miei esperimenti di piantine lo vedo che rientra a casa dopo il lavoro. Imparo che il sabato va a giocare a pallone e che le cose divertenti gli interessano più di quelle importanti. L’estate è meravigliosa e appiccicosa come piace a me. La notte camminiamo per una città segreta che mai mai potremo raccontare. Andiamo al mercato e giochiamo alla coppia borghese lei spendacciona lui consenziente. Preparo la colazione sul terrazzo e la facciamo durare un’ora e a volte un’ora e mezzo. Addirittura una volta espatriamo e ce ne andiamo nel mondo normale. No dico, Cina, capitalismo, caffè all’aperto e noi che ci facciamo le fotografie col telefonino. Non chiediamo molto per essere felici. Sua grandità mi fa ridere e mi canta le canzoni più stupide del mondo. E’ paziente e non ha paura di dire che ha paura. E’ estremamente maschio nella sua incapacità di ascoltarmi nei momenti importanti ma questo mi diverte e mi appassiona, perchè poi quando c’è da esserci lui c’è e mi chiede pure l’amicizia su facebook. Ci perdiamo camminando in una ex fabbrica di pezzi elettrici. Mi prende in giro perchè non trovo la strada. Poi scopre di non riuscire a trovarla nemmeno lui. Sfrecciamo sui tuk-tuk verso i paradisi dell’elettronica cinese. Guardiamo serie televisive sul computer, mettendoci una cuffietta per uno e sedendoci uno dietro l’altro nel corridoio del treno che ci porta a Dandong. Scopriamo le tortine della luna. All’unisono dichiariamo che Dandong ci fa schifo.

 

Tornati a casa si diventa ufficialmente ufficiali e si va alle cene e ai ricevimenti assieme. Intanto l’estate appiccicosa è diventata un’estate secca e poi un principio d’autunno, io non fumo più dalla notte in cui sua grandità mi è bellamente saltato addosso creando un mezzo incidente internazionale, in compenso ricordo all’improvviso che sua grandità ha una missione a tempo determinato, proprio come nel più riuscito dei miei spettacoli.

 

E quando ce lo ricordiamo a vicenda, con la quiete che lo contraddistingue sua grandità cerca di rimanere più a lungo.
Le prova tutte.
O quasi.
O non abbastanza.
O senza troppa convinzione.
O senza fortuna.
Non lo sapremo mai.
O gli dei sulla piramide si sono all’improvviso risvegliati e hanno scoperto che sarebbe stato troppo facile farci vincere questa partita così.

 

Sua grandità non trova scappatoie sensate. Parte alla fine del mese e buonanotte.

 

Gli dei sono là sulla piramide a ubriacarsi alla faccia mia, che pensavo fosse amore, invece era un cooperante.

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Ago 19 2013

Le conseguenze dell’amore e menate varie.

Succede così che a un certo punto sono svelati tutti i trucchi e la ragazza nella cassapanca non verrà più tagliata a metà. I miei occhi lo vedono bene, che rimane tutta intera, come pure vedono il fazzoletto nascosto nella giacca, l’uovo, il cappello dal doppio fondo e tutto il resto.

L’amore diventa un grosso e patetico baraccone, ognuno ripete la sua parte perché ci è stato insegnato che si fa così, che questo circo è il futuro che ci spetta, e dunque replichiamo lo stesso copione all’infinito alla ricerca della storia col lieto fine.

 

Che tuttavia non arriva, perché i paramenti dei cavalli sono sdruciti, c’è puzza di merda tutt’intorno, l’uomo più forte del mondo si è dopato ed è lì con la testa tra le mani che cerca disperatamente un po’ di ketamina, la ragazza fuscello ha scoperto il femminismo e il diritto a pesare più di quaranta chili, e niente sarà mai più come prima.

 

Lo spettacolo è stato meraviglioso e incantevole fino a un certo punto, ricordo ancora con quanta gioia mi prestavo ad ogni replica, e proprio come nel teatro vero nessuno spettacolo era uguale al precedente, non esistevano copie, c’erano solo sentimenti nuovi che nascevano ogni volta e fiorivano e si manifestavano in tutti i loro fuochi d’artificio e luccichii e colpi di scena. Tutto era così plateale. Ti ricordi le canzoni dedicate durante i tuoi concerti? E quella volta che abbassasti l’attaccapanni a muro per farmi capire che volevi che venissi a vivere con te? Ti ricordi di quando apparisti in quella città sconosciuta mentre facevo uno spettacolo, solo per dirmi che volevi stare con me? Ti ricordi quando mi chiamavi Luce e camminavamo tutta la notte per le strade della città alla ricerca di cose che esistevano solo dentro di noi? Tu, voi, io, tutti insieme, diversi e comunque sbagliati nell’accoppiamento. Tappeti di rose stesi per darmi il benvenuto in una casa, sassi lanciati contro la mia finestra alle cinque del mattino, viaggi interminabili in autostop per raggiungermi e dirmi che il nostro tempo era adesso. Ogni volta era diverso, bellissimo, intenso, ogni volta pareva che il lieto finale fosse proprio dietro l’angolo. Mettevamo in scena lo spettacolo ed eravamo gli attori principali del circo delle meraviglie, ogni volta lasciandoci sorprendere dalla bellezza dei nostri stessi trucchi, ogni volta facendoci trasportare dall’illusione di poter cambiare il finale.

 

 

E poi a un certo punto tutto è terminato e questo baraccone è triste e fuori moda, le tende cadono a brandelli, la luce se n’è andata da un pezzo, ci sono io, c’è lui, vecchio, nuovo, non importa comunque troppo simile a tutti quelli del passato, comunque troppo lui, replichiamo meccanicamente il copione come in un laboratorio di commedia dell’arte. “Grande amore! Grande dolore!” troppo spesso mentre lo diciamo mi viene quasi da ridere, mi appoggio con fare melodrammatico la mano sulla fronte e spero che la forma mi porti finalmente a toccare il contenuto, io so già quello che accadrà dopo e lui pure, facciamo timidi tentativi per vedere se l’altro ricorda la battuta ma sì che la ricorda, allora andiamo spediti e saltiamo le tappe.

 

 

Poi all’improvviso, per brevi momenti pare quasi che si accendano di nuovi i riflettori della gloria amorosa,
pare quasi di essere di nuovo in contatto col sentimento,
mi batte il cuore,
lo guardo e mi guarda,
pare quasi che lui sia proprio Lui e io sia proprio Lei,
l’innamorato, l’innamorata,
noi,
il progetto, i cuori la capanna e tutto il resto,
ma sono attimi,
attimi che mi fanno poi piombare in una tristezza ancora più totalizzante quando terminano,
attimi che mi aprono la tenda sul fondale e si spalancano sul triste retrobottega del sesso senz’amore
(sesso a malincuore),
delle incomprensioni, dei piccoli egoismi, degli spazi che non si è più pronti a condividere,
del non detto e del detto troppe volte,
dei fantasmi del passato e di tutte quelle che ha amato più di quanto potrà mai amare me,
e di tutti quelli che io,
di tutti quelli che io.

 

 

 

Non funziona questa recita, nessuno ride e nessuno si commuove, possiamo chiamarla come vogliamo, possiamo darle i nomi più carichi di speranza, possiamo pregare gli dei e le dee della fertilità, non funziona, perché non mi funziona dentro.

 

Ho già visto la sua incredibile bellezza e con essa tutti i suoi dolorosissimi spigoli,
ho già visto le mie ferite e il male che mi farà,
e la sua incapacità di evitarlo,
quando non la sua voluttà nel procurarmi ferite maggiori,
ho visto le incomprensioni e gli egoismi,
miei e suoi,
ho visto il mio mutismo e la mia paura,
ho visto il terrore di essere abbandonata di nuovo e la disponibilità a fare tutto, tutto pur di averlo ancora.

 

L’ho guardato stamane davanti a tutto il mio amore potenziale apparecchiato in una colazione sul terrazzo, ho ascoltato la sua ironia e osservato il suo ingenuo desiderio di pizzicarmi. Mangiavamo salmone comprato al negozio giapponese su pane che avevo scongelato apposta, bevevamo caffè vietnamita e all’apparenza parlavamo proprio come due amanti senza troppi tabù, il passato il presente e tutto il resto, ma dentro ero tutta rotta, ero tutta rotta mentre il burro si scioglieva sul pane ai semi di girasole, ero ancora una volta la giara che si sgretola in numerosissimi e piccolissimi pezzi, intanto addentavo il salmone e dentro mi sentivo il sangue che se ne andava lontano, mi sentivo il sangue caldo che se ne andava e io che rimanevo fredda e senza sangue a vedere la fine di tutto questo.

 

 

Allora forse è vero che ci sono persone che debbono semplicemente stare sole. O è vero che per me il teatro, e con esso il baraccone dell’amore, e’ un capitolo chiuso. Non voglio più palcoscenici, non voglio più copioni. Voglio restarmene nell’ombra di questa mediocre routine, e rosicare quando la fidanzata del mio ex innamorato lo chiama “il mio lui”. Rosicare, sì, perchè io non mi sarei mai permessa di chiamarlo in questa maniera idiota, imbecille, maschilista e retrograda, e il problema non è che lei ce lo chiami, no, il problema, quello che mi fa rosicare, è che lui lo accetti, che lui sia innamorato di una che lo chiama “il mio lui” proprio come se fosse un fotoromanzo di Cioè che maledettammerda.

 

Voglio starmene in questa routine mentre quegli altri fanno i figli e quegli altri pure, e lui che stamane era sul mio terrazzo passerà anche lui, inutilmente mestamente mediocremente.

Questo penso, che non ho più sogni e non ci ho manco più le mie travi rosse sul soffitto, non ho proprio più niente e non sono manco niente.

 

 

Il mio piccolo geranio ha messo il suo primo fiore, rosso sangue proprio come quelli di mia nonna quando ero piccola e giocavo a barbie e sognavo ovviamente una famiglia e tutto il baraccone di cui sopra. Ha messo il suo primo fiore, il mio piccolo geranio, che ho fatto nascere così, da un rametto piccinopiccino, l’ho prima messo nell’acqua e poi nella terra e poi ho studiato attentamente quanta acqua e quanta cura voleva, e lui mi ha messo il suo primo fiorellino, così. Allora lo vedi che il mio amore per qualcuno o per qualcosa va bene? Le mie piante, le mie piante e la mia mediocrissima routine, questo lungo vuoto che si è creato dentro e intorno a me, questo.

 

 

Si spengano le luci, signori uscite per favore,

oggi lo spettacolo non va in scena per permanente indisposizione dell’interprete.

 

 

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Mag 21 2013

Ancora essere o non essere, amletici dilemmi di una che si pensava ex-attrice.

Io credevo che un anno bastasse a mettere una distanza decente tra me e lui, il mio sempre amato, quello a cui ho dedicato il famoso primo pensiero delle mie mattine e l’altrettanto famoso ultimo pensiero delle mie notti. Lo avevo detto a tutti gli amici cercando di creare una sorta di cuscinetto protettivo, lo avevo scritto per rendere la questione ancora più definitiva, per quanto possa essere definitiva una qualsiasi questione che mi riguardi.

Lo avevo dichiarato a tutti, no? E’ finita, il teatro e me sono adesso due storie separate, due strade che si sono incrociate troppo a lungo. Avevo spiegato i motivi, raccontato di tutte le disillusioni e le sofferenze, avevo descritto il lento infrangersi del sogno e il continuo sanguinare, avevo motivato le decisioni, argomentato le posizioni.

Poi ero partita.

In questo anno ho raramente raccontato della mia lunga storia d’amore, mica mi chiamo Gino Paoli, la vita a Pyongyang è già abbastanza intensa di per sè, non ha bisogno di essere popolata dai fantasmi privati di ognuno. Avevo fatto un cartellone, appeso in corridoio, dove avevo piazzato alcune fotografie. Giusto per non dimenticare da dove ero arrivata. O magari per farmi male, come piace a noi che abbiamo l’ego ipertrofico. O per nutrire il mio narcisismo spropositato di fronte alle facce meravigliate dei pochi che le vedevano. Facevo l’Eleonora Duse de nojartri, avrei potuto languidamente appoggiare una mano sulla fronte e dire ah, no, è una storia terminata, non calco più le scene.

In realtà raramente mi è stato chiesto cosa ne fosse stato di quegli anni trascorsi coi copioni in mano, e ancora più raramente ho raccontato la verità su tutto l’amore e il dolore che ci sono stati.

Fatto sta che credevo, ingenuamente, che un anno fosse abbastanza. Non mi aspettavo di trovarmelo lì, all’aeroporto, il teatro, ad aspettarmi.
Coi lacrimoni.
Apparentemente commosso.
Sei tornata.
E tu sei ridicolo.

Non volevo parlargli, non volevo parlarne. Ho fatto finta di non vederlo e ho tirato dritto. Inutile. Dopo quarantott’ore eccolo di nuovo all’attacco. Ci manca solo il mazzo di rose. Ho una serie di parole poco cortesi e un’infinità di esempi su tutte le volte in cui mi ha delusa e ferita. Ma con gli amanti di questo genere l’elenchi di tale sorta non servono a nulla. Tutto l’amore è solo in questo presente.

No, no, no.
Ecco cosa mi viene da dire. No. Non tornerò a fare OTTO nè nessun altro spettacolo. Non lo farò per vari motivi, alcuni dei quali riguardano il mio noto ego ipertrofico, e altri la mia onestà intellettuale.
Non ho voglia di fare la vecchia attrice che torna sulle scene con la voce distrutta e il corpo sfatto, avvolta in un ridicolo caffettano, a cercare a settant’anni di essere la Giulietta che il suo pubblico si ricorda. Non ho voglia di farlo per me, prima di tutto, perchè mi pare di esserne uscita ancora con una certa dignità, dopo tutto. E non ho voglia di farlo per loro, per i compagni che si ricordano ancora tanto bene dei miei spettacoli da volerli nonostante sia andata via da un anno.

Sì, mi onora e mi lusinga, mi dà il senso di tutto il percorso fatto, mi racconta che non è stato inutile.
Mi dice che non sono stata sostituita, e che probabilmente non lo sarò.
Che quando una storia d’amore così grande finisce non c’è sostituzione possibile, c’è solo lo spostamento dell’attenzione verso altro, e lì, dove c’era quell’amore così intenso, là rimane l’assenza.
Mi racconta che tutti impariamo a vivere con quest’assenza immensa, che giorno dopo giorno ci parliamo e la nutriamo e la sostituiamo a quella persona che è andata via.
Con quante assenze ho popolato le mie passeggiate a Pyongyang? A quante di loro ho raccontato le mie giornate?

Mi commuove che i compagni ancora vogliano sentire Lucilla che fa OTTO, mi fa vedere quanto grande sia il buco che ho lasciato, mi disegna il percorso fatto in quei 15 anni di dedizione assoluta, mi fa tornare un’immagine di me che non ricordavo, l’immagine di un’innamorata completamente devota, dedicata, annullata dentro l’amore.

Ma non sono più così, non voglio.
Mi dispiace.
Penso al momento in cui finisce OTTO, quel momento piccolo piccolo in cui Pentothal trattiene il respiro, e anche io, prima di dire l’ultima battuta.
E lo so che lui dentro di sè mi sta guardando. Allora mi prendo il suo sguardo e lo rivolgo a chi mi sta di fronte. E me li guardo tutti, e me le guardo tutte, uno per uno e una per una, una per uno e uno per una, anche se questa frase sta in un altro copione, che però era la stessa cosa, ero sempre io, era sempre un amore grande grande.
In quel momento là dentro di me ci sta tutta la disperazione mia, privata, di essere umano infelice e disilluso e solo. E però ci sta anche tutta la vita delle persone che negli anni mi hanno detto “questa storia è la mia”. Ci sono tutti i sogni infranti di ciascuno, tutti i relitti delle nostre barchette di carta, sono tutti là, davanti a me, nella mia voce.

In quel momento, improvvisamente, io ho 26 anni, e tutto il male di dopo non c’è mai stato.
Io sono ancora Lucilla, e la vita è una grande possibilità, una grande speranza.

Non lo so, non lo so se ce la faccio a dire di no.
E se questa volta fosse diverso?

E se questa volta fosse amore?

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Mag 25 2012

Ultimo regalo cubano.

 Siccome non ho fatto in tempo a salutare Richetto che già ero sull’aereo verso Parigi

Siccome non ho nemmeno finito il pollo immangiabile di AirFrance che già pagavo una bottiglia d’acqua tre euri

Siccome temo di cascare nel nuovo turbinio di un’altra turnè, accompagnata da sbattimenti, incontri, sorprese e menate varie

Siccome lo so, che finirò con il lasciare andare tutto questo troppo, troppo presto,

Allora mi faccio un pochino di coraggio e pubblico il mio racconto su Trinidad.

 

 

 

 

Como diz Fidel, y lo voy citar…

 

Breve storia di un pittore che non riusciva a finire le sue citazioni

e di Trinidad,

città dove ciò che deve accadere, semplicemente, accade.

 

 

 

 

 

 

 

Ismael, l’addio.

18 maggio 2012, ore 7.45

 

L’autobus si incammina lentissimamente verso la carrettera central. A passo d’uomo attraversa le vie della mia Trinidad, le vie che in questi giorni ho percorso a tutte le ore del giorno e della notte, facendo giochi d’equilibrio tra le pietre antiche e scivolose che trasformavano la mia andatura in quella di un’ubriaca anche quando non lo ero.

L’autobus procede, lentissimamente. Guardo una per una le stradine, le case, le gallerie d’arte, le macerie. Riconosco i miei punti di riferimento nell’intrico di colori formato dalle case.

 

Sono stanca. Ho voglia di dormire. Tra me e La Habana si stendono, lunghissime, cinque ore di viaggio.

Chiudo gli occhi.

 

Li riapro di colpo quando sento un pugno che bussa furiosamente contro il finestrino all’altezza del mio sedile. Guardo.

E’ Ismael, il genio, l’ubriacone, il ballerino, il pazzo del villaggio, che è già in giro a quest’ora ed è venuto a darmi ancora un ultimo saluto.

Sorrido, gli mando un bacio con la mano. Lui ricambia socchiudendo gli occhi e dispiegando i palmi delle mani e le dita.

 

L’autobus prende velocità e Ismael rimane indietro, gesticolando affannosamente verso l’autobus, con il suo incomprensibile sorriso sulle labbra.

 

 

 

 

 

Rudy, una buona notizia per la donna del chino.

17 maggio 2012, ore 21.00

 

Batto con le nocche sul portone di casa di Rudy e non so se sto facendo la cosa giusta. Sono passate ore, ore durante le quali ho dormito senza sogni né movimenti. Mi sono svegliata come da un incubo e mi sono resa conto che non ho modo per trovare Josè Luis, né lui per contattarmi. Sono salita fino alla cima della città, dove ci incontriamo sempre. Pioveva e i tavoli erano deserti. Sconfortata, colpevole, incazzata. Ecco come mi sono sentita. Mi sono incamminata attraverso le strade di pietra senza sapere bene cosa fare, e sono arrivata a casa di Rudy.

Mi sorride.

Mira que Josè te espera en cima a la escalera.”

Sorrido anche io, mentre mi racconta che grazie al padre di Gallardo è riuscito a farsi rilasciare dopo un paio d’ore. Bacio Rudy e corro alla scalinata.

Josè è lì, seduto, che mi guarda di sbieco come suo solito. Io penso che tra poche ore andrò via, ma per questo tempo tanto breve è bello sentirmi la donna di un uomo così.

 

L’amore, quando dura meno di tre giorni, è perfetto.

 

 

 

 

 

L’amore ai tempi del turismo sessuale,

ovvero un incontro ravvicinato con la policia rivolucionaria.

17 maggio 2012 ore 16.30

 

Il problema è che Josè Luis è cubano e io sono una turista. Punto. Il resto al poliziotto non interessa. Forse se io avessi detto qualcosa, se avessi protestato, se avessi fatto valere i miei diritti di turista europea, si sarebbe trattenuto. Invece non ho fatto niente di niente, sono rimasta, imbecille, muta, ad ascoltare la voce arrogante del poliziotto in borghese. I cubani queste cose non le possono fare. Il poliziotto si carica Josè Luis sul camion della polizia e se lo porta in centrale.

Rimango come una cretina, sulla spiaggia improvvisamente troppo fredda, incazzata con me stessa perchè di fronte a questa improvvisa rottura, di fronte al poliziotto che si porta via il mio innamorato pittore, mi è venuto il dubbio. Sì, mi sono chiesta se Josè Luis non mi avrebbe, prima o poi, messo le mani nel portafogli, se non mi avrebbe domandato un favore qualsiasi. Mi sono domandata se stesse veramente con me perchè gli piacevo. Mi sono chiesta se tutto quello che era successo fosse vero o non fosse una farsa che lui mette in scena puntualmente, una o due volte a settimana.

Per questo mi incazzo ancora di più, e mi verrebbe da andare alla centrale della polizia e mettermi a gridare in faccia al militare di turno che tutto questo è meschino, perchè avevamo una cosa bella e lui l’ha sporcata, l’ha sgualcita, l’ha rovinata, l’ha rotta. Si è preso Josè Luis e mi ha lasciata con un dubbio che mi umilia. Vorrei andare a gridarglielo, invece rimango come un’imbecille a guardare il mare, fino a quando il tassinaro non mi viene a raccogliere, a dirmi che è normale, che non devo preoccuparmi, che fra due ore lo rilasciano.

Mi porta a casa.

Mi stendo sul letto, mi sento come se non dormissi da giorni. Chiudo gli occhi. Mi tocco, all’interno della coscia sinistra, un punto che mi fa male.

 

Il problema, mujer, il problema è che non mi annoi”

Non ti preoccupare, non farai in tempo a crucciarti troppo, fra due giorni me ne vado”

 

Mi addormento senza accorgermene.

 

 

 

 

 

Gallardo, l’arte, le donne e il tamal,

pranzo di un giorno feriale.

17 maggio 2012, ore 13.35

 

Josè Luis mi aspetta davanti alla casa di Rudy. Il sigaro in bocca e lo sguardo laterale, come al solito.

Demoraste”

 

Mi lecca le labbra e mi tira i capelli. Io rido e mi divincolo. Guardo nella casa, dove ci sono tutti gli altri, ognuno impegnato in un’attività della mattina: radersi, dipingere, lavare la biancheria, raccontare l’avventura della sera precedente. All’ingresso c’è un quadro che Josè Luis sta ultimando. Prende un arancione a cera e comincia a tracciare le sopracciglia del suo Che di profilo. Penso che è vero, è vero quello che dice lui di sé stesso: Josè Luis ha una sola cosa, la pittura. E capisco che gli faccia schifo, a volte, dipingere tutti questi Che Guevara per rivoluzionari frustrati che non rinuncerebbero a un minuto della loro connessione wi fi però vengono a Cuba ad annusare quello che non avranno mai. A loro Josè Luis vende i suoi quadri, un po’ disgustato e un po’ sorpreso dalla quantità di danaro che riesce a guadagnare.

 

Gallardo si è fatto il bagno più lungo della storia, mi viene detto, perchè stasera ha appuntamento con l’austriaca che gli piaceva tanto. Forse questa è la volta buona che trova una fidanzata. Dopo il bagno ha cucinato pesce appena pescato. Ce n’è per tutti. E’ la prima volta che mangiamo. Pescado y tamal, fritti. Josè Luis ne prende un pezzo, lo divide e me ne mette in mano metà. Mi piace il modo in cui si prende cura di ciascuno, pure di me.

Andiamo a casa, o in spiaggia?”

Facciamo tutte e due le cose”

Per cinque pesos riusciamo a prendere un taxi”

Fatta”

 

 

 

 

 

Carlitos, il fratello che non guarderò.

17 maggio 2012 ore 11.15

 

Josè Luis sonnecchia con una mano appoggiata al mio fianco. Ogni volta che mi appoggia la mano sul fianco penso a quando l’ho guardato la prima volta e mi sono domandata che cosa avesse, quest’uomo, che mi attraeva così tanto. Ma è un attimo. Ci sono, sulla sua faccia, decine di strati di ricordi, rimpianti, sogni e fantasie appese alla mia vita passata. Forse è questo che intende lui quando dice “mi pare di averti già conosciuta”.

 

La casa, lunga e stretta, è caldissima e in penombra. Ovunque cavalletti, colori, pennelli e quadri non ultimati. I pantaloni di Josè, pieni di ditate colorate e seccate chissà quanti quadri fa, giacciono ai piedi del letto. Attraverso l’arco che separa la sua stanza dall’altra vedo Carlitos, i capelli riccissimi che si muovono inquieti, una mano tiene la foto e l’altra il pennello, col quale bombarda la tela. Mi piace guardare Carlitos che dipinge i suoi quadri fatti di lavoratori e strade, pennellate grosse e colori improbabili, pensati per turisti che vogliono riportarsi in Europa l’opera d’arte del pittore socialista, il dipinto dell’eterna classe operaia, e non hanno idea del buio, dei colori versati sul pavimento, del grillo nella tazza del cesso, dello zucchero che è sempre già finito, delle fotografie sezionate meticolosamente con la matita, del ron, della timidezza di Carlitos, della sua passione per Umberto Eco e del fatto che sia orgoglioso del suo nome, che significa uomo libero. E lui proprio così si sente, un uomo libero, che se ne è venuto a Trinidad da Cienfuegos perchè qui ci sono più turisti che vogliono comprare i suoi quadri, perchè i suoi amici della scuola d’arte se ne erano venuti qui prima di lui e perchè in fondo vendere un quadro a una tedesca sessantenne non è prostituzione peggiore del chiedere alla tedesca di cui sopra di comprare una bottiglia di ron in cambio di compagnia e sorrisi.

 

Carlitos, Josè Luis, Rudy e gli altri non hanno bisogno di fingere con le turiste sessantenni di essere attratti e innamorati. Vendono i loro quadri e le loro sculture, comprano sigari e ron, e si possono pure permettere di invitarmi a bere nonostante il mio imbarazzo, di offendersi se propongo di essere io a pagare, perchè tu eres bonita, y no necesitas jineteros.

 

Ho fatto del caffè, ne vuoi? Però non abbiamo zucchero”

A me il caffè senza zucchero piace tantissimo”

 

Ce ne andiamo in cucina a bere il nostro caffè cubano senza zucchero. Al di là della finestra una madre urla qualcosa di incomprensibile a un bambino che grida. Io non potrei stare qui, perchè a Cuba è proibito. Ma pare che stamane nessuno verrà a controllare se nella penombra di questa casa c’è una straniera che ha infranto le regole. Carlitos mi guarda con gli occhi verdi, profondissimi, e mi sorride. Non mi dice niente, perchè non c’è niente da dire.

(Te llamas Carla porque tu eres libre, como yo).

Josè Luis, amico, fratello, compagno di sbronze e di avventure, dorme ancora.

 

 

 

 

Piccolo intermezzo patetico:

L’inizio di un amore a scadenza ravvicinata.

16 maggio 2012, ore 20.12

 

Dimmi qualcosa della tua vita privata”

Io non ce l’ho, la vita privata.”

Vuoi del ron?”

Sì, ma mescolamelo con la gazzosa per favore. Dimmi qualcosa della tua”

Io mi alzo la mattina e dipingo”

 

 

Perchè mi guardi così?”

Perchè una donna come te non dovrebbe perdere tempo parlando con me di Corea del Nord e socialismo.”

Se lo pensi davvero mi alzo e me ne vado. E’ un attimo. Sono una turista trentenne da sola a Trinidad, non faremo nemmeno in tempo a salutarci che sarò già attorniata di jineteros”

Sei un ciclone”

 

 

Dimmi un difetto che hai”

A volte mento”

Tipo, mi hai già mentito?”

Sì, quando ti ho detto che volevo andassi via”

 

 

Devo andare a casa, ma torno in un’ora al massimo.”

Torni, davvero?”

Sì”.

 

Josè Luis mi guarda per la prima volta fisso e diritto, non come ha fatto fino ad ora, lanciandomi occhiate di sbieco da dietro gli occhiali. Mi mette una mano sulla vita.

Mi sto innamorando del pittore che fuma sigari. Delle sue occhiate di sbieco. Del modo in cui si prende cura di Carlitos e un po’ lo rimprovera. Delle continue citazioni da Silvio Rodriguez e Josè Martì. Della sua inquietudine. Di come all’improvviso mi ha guardata e mi ha desiderata.

 

Il mio amore totale e a appassionato durerà trentasei ore. La durata perfetta per un amore senza disillusioni e ferite.

 

 

 

 

 

Io e i due fratelli. Ricordi di vite passate.

15 maggio 2012, ore 23.55

 

Carlos mi racconta della sua vita a Cienfuegos, di quando insegnava disegno ai ragazzi e andava a scuola in calzoni corti per dimostrare che un uomo può essere rispettabile anche se non ha i soldi per comprarsi i pantaloni lunghi. Mi diverte Carlos, mi diverte la sua timidezza e pure la sua allegria. Mi diverte il suo entusiasmo. Adesso che è un po’ ubriaco tende ad aumentare leggermente la portata delle sue imprese, ma quale maschio non lo fa? Sono abituata, e almeno le avventure di Carlitos sono appassionanti. Mi domanda della Corea del Sud, mi chiede quando partirò per il Nord. Non riesce proprio a capire perchè non voglia fare l’attrice. Allora gli faccio i conti delle mie spese mensili e delle mie entrate. A quel punto tace, mi guarda fisso.

 

que pasa Carlos?”

estoy assustado. Pero me gusta. Assustado y feliz”

 

Sorride. Di fronte a lui, Josè Luis ci guarda di sbieco e fuma il suo sigaro.

 

Mi piacciono, Josè Luis e Carlos. Sembrano proprio fratelli, anche se non lo sono. Abbiamo continuato a bere ron tutta la sera mentre turisti impazziti ballavano salsa e bevevano mojito. Abbiamo fatto tornei di morra cinese e sperimentato variazioni nella percentuale di refresco da aggiungere al ron. Mi hanno fatto scoprire che i cubani non sono tutti come quelli che ho incontrato a La Habana, e per questo mi sento grata e felice. Ogni volta che ho provato a pagare per loro si sono così offesi che ho desistito, e ora sono troppo ubriaca per insistere.

Per come stanno le cose Josè Luis adesso dovrebbe prendere il cappello e i sigari e andarsene, lasciando il suo amico a lavorarsi la straniera. Invece no. Rimane anche lui, e io sono contenta. Mi piace guardarlo e scoprire che ascolta quello che dico. Ogni tanto lo punzecchio e lui fa finta di niente. Andiamo alla discoteca e continuiamo a parlare fitto tutti e tre di socialismo e politica internazionale, ma ormai l’unico argomento che tenga è il ron.

 

Alle tre decido di andare a casa. Mi accompagnano, entrambi, due autentici cavalieri di un mondo senza jineteros. Mi sembra di stare a Maratea a 15 anni, quando mi piacevano due fratelli e non sapevo quale scegliere.

 

La notte è tiepida.

Mi lasciano davanti casa e mi danno, uno alla volta, un bacio sulla guancia.

 

 

 

 

 

Trinidad.

Ciò che deve accadere accade.

15 maggio 2012, ore 18.00

 

Sono arrivata a Trinidad da poche ore e mi domando perchè Richetto mi abbia spedita qua. Sì, certo, la città coloniale è perfettamente conservata, i colori delle case basse, i sassi diseguali, le stradine in salita, le chiese diroccate, la libreria, tutto è perfetto, irreale, senza tempo. Però mi sembra un grosso teatrino per turisti e soprattutto per turiste di mezza età che arrivano qui per ballare la salsa in piazza accompagnate da amanti raccattati in cambio di bottiglie di ron e sigari. A tutto questo penso mentre mi siedo da sola a un tavolo della casa della musica. La maggior parte dei tavoli è ancora deserta. Una coppia di turisti tedeschi beve mojito in un angolo. Un gruppo di cubani del posto, tutti maschi, si gira all’unisono a guardarmi.

 

Il più anziano mi invita a unirmi alla loro tavola. Gli faccio cenno di avere pazienza. Ho bisogno di respirarmi un pochino la città, non sono pronta a fronteggiare gli attacchi professionali dei locali. Bevo birra mescolata a gazzosa proprio come a Lisboa, a Maputo, a Ilha do Moçambique. Ascolto i musicanti che si preparano al concerto della sera. Mi guardo intorno. Il tavolo al quale sono stata invitata è popolato da una quantità di maschi diversi. Il più anziano gesticola in maniera singolare e un po’ affannata. Un nero altissimo beve tukola. Uno col cappello si guarda attorno come fosse un gatto. In piedi dietro di lui uno in camicia fa girare il ron nel bicchiere. Un mulatto dagli occhi verdi e profondissimi conversa con agitazione. Di fronte a lui, un bianco col cappello e gli zigomi da cinese fuma sigari guardandomi di sbieco.

 

Si chiamano Ismael, Gallardo, Luis, Rudy, Carlos e Josè Luis. Sono pittori, scultori, amanti del ron, della vita e delle donne. Sono arrivati a Trinidad dopo la scuola d’arte perchè qui riescono a vivere del loro mestiere. Ma questo io non lo so ancora, perchè non ho parlato con loro e sono seduta al mio tavolo mescolando birra e gazzosa.

 

 

 

 

 

 

(una lagrima sul viso, parentesi amorosa delle 02.34.

18 maggio 2012. ore 02.34, per l’appunto).

 

Rimani un giorno in più, solo un giorno in più e poi te ne vai.”

Davvero lo vorresti?”

Mi afferra il collo come ha fatto in questi giorni ogni volta che mi ha desiderata

e mi guarda, fisso.

Non ti ho detto di rimanere qui per sempre. Un giorno, un altro giorno e basta”

Il resto non si dice, il resto non si racconta.

Trinidad attorno a noi è silenziosa e fresca di pioggia.

Un cane passa in cerca di cibo.

Dal CuPet arrivano musica e voci in spagnolo e inglese mescolati.

Le stelle non si vedono, io non le cerco.

Adesso me ne vado e non mi giro, che queste cose non sono per gente come noi.

Te quiero”.

Metto la chiave nella serratura mentre Josè Luis, il chino che fuma sigari,

il pittore che non riesce a finire le sue citazioni,

si allontana verso una Trinidad che non conosco.

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Mar 13 2012

un olocausto di cartoni animati

dedicato a Vale Svalilla

 

Che Candy Candy ci abbia fatto male è fuor di dubbio. Siamo cresciute con il mito della crocerossina del cuore, che si prendeva cura dei suoi uomini con amore e abnegazione, per essi correva i rischi più tremebondi tra guerre mondiali, battelli che affondavano, truci e crudeli madri superiore, castighi da santa inquisizione e incidenti a cavallo.
Ma sono dell’opinione che ci sia un altro cartone animato che abbia leso irreparabilmente l’approccio all’amore delle fanciulle della mia generazione.

Ebbene, questo cartone animato è Kiss-me Licia.

Con Kiss-me Licia comincia ufficialmente l’epoca in cui i musicisti, pure i più sfigati (anzi soprattutto i più sfigati) acquistano un fascino irresistibile. E perchè poi? domande senza risposta.

 

Kiss-me Licia lavora nella bettola del padre in mezzo a questi vecchiacci ai quali però ella è affezionata. Kiss-me Licia, da questo punto di vista, è più elaborata di Candy Candy, poichè essa la contiene, la ingloba. Infatti la dolce Licia si occupa con abnegazione dei vecchi alcolisti amici del padre e di un bambino sovrappeso e leggermente imbecille, dotato di gatto diabetico. Il bambino sovrappeso, lo sappiamo, è il fratello del futuro fidanzato di Licia, ma questo a lei non importa. Licia ha sempre una parola buona e una polpetta per i vecchi alcolisti e per il bambino sovrappeso. Licia è generosa. Oltre che ovviamente bellissima.

 

Quando non si fa schiavizzare dal padre Licia frequenta circoletti underground e si invaghisce dei musicisti che fanno il rock’n roll. Conosciamo bene la storia. Si tratta di Romeo e Giulietta de nojartri. Ma a parte il fatto che Licia non la smette di inciampare nei suoi zoccoletti gialli rotti (che ti viene da dire scusa, ma perchè non li ripari? sembra che tu ci prenda gusto a sfracicarti per terra un giorno sì e uno no). A parte il fatto che per più di metà del cartone animato Licia scappa ogni volta che incontra il suo amico musicante perchè non vuole ammettere che le piace.

A parte questo.

Voglio dire.

 

Ma com’è che ’sti musicanti dai capelli a chiazze o dalle parrucche lillà riscuotono così tanto successo nel cuore della nostra crocerossina giapponese? Dove sta l’inghippo? Fanno delle canzoni di merda. Sono degli sfigati. Si rubano le ragazze a vicenda.
Che sia il fascino del rock’n roll?

Forse tutto il cartone animato non è altro che una metafora di come il rock’n roll abbia cambiato non solo il mondo della musica ma quello dell’amore, dei sentimenti, dell’erotismo. Mirko e i Bee-hive sono gli Elvis della periferia di Tokio, che stravolgono il reazionario e ordinatissimo universo nipponico.

E Licia, eroina del cambiamento, s’innamora di quello sfigato di Mirko, anche un po’ per il gusto di andare contro il parere di suo padre, quel maschilista ubriacone, che ci sta tutto, per carità, ma la domanda è

 

perchè ci hanno fatto guardare questi cartoni animati, a noi fanciulle? non era meglio mettere un “VM18″???

 

Io sono dell’opinione che per guardare queste cose senza subire traumi sia necessario essere come minimo maggiorenni.

Perchè il risultato sono stuoli di adolescenti depresse che impazziscono dietro a brufolosi strimpellatori di chitarre, e magari indossano orribili zoccoletti gialli sperando di inciampare e di essere raccolte dai suddetti strimpellatori.
Che invece non le raccolgono, perchè ahimè NON SIAMO in un cartone animato e spesso lo strimpellatore se ne frega dei nostri zoccoletti e sbava per le tette di quella al terzo banco, la quale a sua volta non vede Kiss-me Licia poichè è troppo impegnata con lo shopping.

 

Se poi le adolescenti depresse diventano adulte e gli strimpellatori si curano l’acne  allora i danni sono ancora maggiori. Ci sono eserciti di ex Kiss-me Licia che cercano il loro musicista da amare, quello che scriverà una canzone per loro, e intanto gli zoccoletti si sono ammuffiti e i bambini sovrappeso sono diventati adolescenti problematici, mentre i vecchi alcolisti sono ancora là a mettere mani sul culo.
E le ex Kiss-me Licia si struggono alla ricerca del loro strimpellatore, si vanno a vedere tutti i concerti, i circoletti underground sono gremiti di Licia in cerca del loro Mirko, e tutto questo non va bene, non va bene perchè in fin dei conti Mirko è uno sfigato, e la sua musica manco ci piacerebbe se non avessimo visto tutte quelle puntate di Kiss-me Licia, e spesso quando finalmente troviamo il nostro Mirko scopriamo che sotto la parrucca gialla e rossa ci sta la profondità intellettuale di un comò.

Adesso, il punto non è che bisognerebbe uccidere Mirko. Perchè Mirko, in tutto questo, non ha colpa. Mirko è una vittima innocente di questa storia di maschilismo animato. Il problema è che bisognerebbe uccidere Kiss-me Licia, bisognerebbe farlo fino a che si è in tempo ed evitare di spendere interi stipendi nei circoletti underground, bisognerebbe comprare delle scarpe dignitose e smetterla con gli zoccoletti gialli, bisognerebbe crescere e pigliarsi il rischio di incontrare le persone in una maniera forse meno romantica ma sicuramente più sensata, bisognerebbe smetterla di canticchiare le canzoni di Cristina D’Avena una volta per tutte.

Bisognerebbe prendersi il rischio di guardarsi allo specchio e scoprire che, per fortuna, non siamo Kiss-me Lica, e quindi forse c’è qualcosa d’altro qualcosa di diverso, per noi, qualcosa che va al di là di una parrucca cotonata.

Bisognerebbe massacrarla, la Kiss-me Licia che è in noi, quella bambolina sempre adolescente dagli occhi grandi e il corpo non ancora adulto, perchè non siamo più quello, è finita, siamo andate oltre.

 

Bisognerebbe scrivere e disegnare nuove eroine, ecco cosa bisognerebbe.

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Feb 05 2012

la gastronomia e l’arte di imparare a non far bruciare le torte

Oggi abbiamo fatto una torta.
Sono giorni che nevica su Bologna e io ho fatto appena in tempo ad arrivarci. Abbandonata la lucillomobile in un parcheggio qualsiasi, una sorta di cimitero di automobili trasformate in igloo, a piedi mi ero arrampicata fin sui colli ove sono ospite.
Questo accadeva oramai tre giorni fa.
Da allora la neve ha smesso di scendere solo quel tanto necessario per dare tempo al ghiaccio di solidificarsi.
Si sta bene dentro casa. Lavoro alle mie cose, più o meno serie, ogni tanto studio un poco di coreano, senza per altro riuscire a schiodarmi da pagina 52, quella sulla quale dovrei imparare i numeri dal 6 al 12, ma non mi lascio scoraggiare. Quando la noia linguistica diventa insostenibile mi dedico ad attività più piacevoli tipo guardare l’immobilità bianca e morbida che dilaga fuori dalle finestre, mentre gli uccellini mangiano le briciole che abbiamo messo sul piatto.
Lui dice che gli uccellini sono obesi e non avrebbero punto bisogno delle nostre briciole, però poi è il primo a sbriciolare i taralli. Forse in realtà gli uccellini obesi gli piacciono.

Allora oggi, dopo una settimana passata a pensare alle frittate bruciate, abbiamo fatto una torta.
Non ci siamo detti perchè, però abbiamo deciso di farla e tutto era chiaro.
Abbiamo preparato gli ingredienti perbene.
Le pere tagliate sottilisottili.
Lo zucchero.
Lo yogurt di prima qualità.
La farina, che non era abbastanza e allora siamo andati dai vicini, e siccome i vicini non c’erano siamo andati da quelli di sotto, e siccome in questo palazzo sembrava che non ci fosse nessuno siamo arrivati fino al secondo piano e alla fine eccoci con la farina, e il lievito e il resto.
Poi abbiamo cominciato a preparare la torta.
Il forno adeguatamente riscaldato.
Le uova sbattute una meraviglia.
A stento ci parlavamo, eravamo concentratissimi.
Era una questione privata, per ognuno di noi.
L’olio, versato a filo sullo zucchero.
Lo yogurt, e respiravamo piano piano e ci chiedevamo vuoi il cambio?
La farina, setacciata a mano dall’una mentre l’altro continuava a girare.
Tutto perbene tutto a posto.
Il lievito. Quanto ce ne andrà?
E poi la stesura dell’impasto.
Una meraviglia.
L’abbiamo guardata.
Era bellissima, e buonissima.
Era la nostra torta.

L’abbiamo infornata in un forno perfettamente a temperatura.

E poi siamo andati via.
Non so come sia successo, ma a un certo punto ognuno aveva delle cose importanti da fare.
Con leggerezza, ci siamo dati appuntamento e abbiamo abbandonato la torta.
Senza pensare che forse qualcuno ogni tanto avrebbe dovuto controllarla.
Senza pensare che avesse bisogno di essere accudita.

Ovviamente, il risultato è stato una torta bruciata.
La lezione che abbiamo imparato oggi è che le torte sono come le frittate.
Ma siccome la nostra torta, nonostante una bruciatura in superficie, è buonissima, abbiamo pure imparato che a volte si può migliorare.
Ma forse la propria natura non può essere cambiata.
Piccoli miracoli della psicoanalisi da cucina.

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Gen 27 2012

Alessia e la teoria delle frittate

Arrivata a casa subito mi sono infilata in una serie ininterrotta di racconti chiacchierate incontri e vari aggiornamenti con amiche e amici che tanto mi sono mancati. Intenso e dirompente scoprire che esistono persone con le quali ti guardi e sembra che tu sia andata via ieri l’altro e non cinque mesi fa. Allagante scoprire che non sei scomparsa e gli amici e le amiche ancor ti amano ancor ti ascoltano ancor si raccontano ancora hanno spazio per te. Emozionante riprendersi lo spazio riprendersi le persone riprendersi gli abbracci, gli abbracci, i corpi il calore gli sguardi.
Durante una di queste chiacchierate fittefitte Alessia iersera mi ha esposto la sua rivoluzionaria teoria culinario-sentimentale, riassunta nel teorema:

La capacità di una persona di far riuscire una bella frittata compatta
è direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire le relazioni

Chiaro che all’inizio ti viene un po’ da ridere e da pensare che Alessia sia un tantino sbroccata o che abbia problemi con le frittate o semplicemente non sappia cucinare. Oh, ce ne sono moltissime, di persone che non sanno cucinare, mica è un dramma. Poi ci pensi un attimo, fai un’indagine su un campione rappresentativo della popolazione e scopri che il teorema è

i n e q u i v o c a b i l m e n t e
vero.
Chi non sa fare le frittate in genere ha una vita sentimentale quanto meno complicata.
Le incapacità e le mancanze possono essere le più disparate, per esempio ci si intestardisce col fare una frittata con poche uova in una padella troppo grande o viceversa, l’olio non è quello buono, la pentola non è adatta, i tempi sono sbagliati, non si è in grado di valutare lo stato di cottura e di preparazione della frittata, ci si fa prendere dal panico nel momento del fatidico giramento e via discorrendo.

Ma prendiamo me. Io le frittate non le so fare. Mi vengono leggermente bruciate sotto, spesso un po’ crude dentro e soprattutto, nel momento del giramento, si sfracicano. Quindi mi viene l’ovo strapazzato, altro che frittata. Che potrei essere un’ottima cucinatrice di ovi strapazzati, non c’è che dire, ma il fatto è che il risultato ambito era la frittata, mica l’ovo.
I motivi per cui non mi vengono le frittate sono due: punto primo, spesso le metto sul fuoco e me ne vado. Non per sempre, eh. Non è che me ne vada per sempre.
No, me ne vado per un po’.
Di solito se abbandono temporaneamente la frittata è perchè ho delle cose IMPORTANTISSIME da fare, insomma non è che piglio e abbandono così, no, ho le mie motivazioni, ma questo alla frittata non interessa, essa è abbandonata e continua il suo processo di cottura senza di me. Dunque si brucia. E quando torno e dico ma scusa non potevi aspettare un attimo? La frittata non è più nemmeno in grado di rispondere perchè è definitivamente bruciata. Andata. Morta. Rovinata. Il pasto è compromesso, la nutrizione fustigata, l’alimentazione deprivata. Avrebbe potuto essere la frittata più bella e soddisfacente della mia vita, invece  è un cadavere rinsecchito.
Ma mettiamo che io non me ne sia andata. A volte non me ne vado. Mi impongo di rimanere vicina alla frittata e controllare con dedizione lo stato dell’arte, coccolarla, accudirla eccetera. Oppure me ne vado ma torno quando la frittata è ancora in uno stato decente. Essa cresce che è una meraviglia, prende colore, si gonfia, una bellezza, una soddisfazione.
Ebbene.
A quel punto entra in gioco il secondo errore. La maledetta fretta. Perchè la frittata va girata. E io nel momento del giramento mi faccio prendere dal panico, non riesco ad affrontare la crisi rispettando i tempi, no, devo risolvere tutto e subito, e allora comincio a sfarfugliare, a produrmi in acrobazie di gesti inconsulti, e la frittata finisce tutta sfracicata.
La fretta.
Maledetta lei.

Compiuta questa analisi mi domando: ma se io mi esercito sulle frittate, se comincio a fare frittate a manetta fino a quando non mi vengono alla perfezione, migliorerò anche la mia capacità di gestire le relazioni? Alessia non è stata in grado di darmi una risposta.
Io, per il momento, evito accuratamente di avvicinarmi ai fornelli.

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