Archive for the 'coppia' Category

Mag 21 2013

Ancora essere o non essere, amletici dilemmi di una che si pensava ex-attrice.

Io credevo che un anno bastasse a mettere una distanza decente tra me e lui, il mio sempre amato, quello a cui ho dedicato il famoso primo pensiero delle mie mattine e l’altrettanto famoso ultimo pensiero delle mie notti. Lo avevo detto a tutti gli amici cercando di creare una sorta di cuscinetto protettivo, lo avevo scritto per rendere la questione ancora più definitiva, per quanto possa essere definitiva una qualsiasi questione che mi riguardi.

Lo avevo dichiarato a tutti, no? E’ finita, il teatro e me sono adesso due storie separate, due strade che si sono incrociate troppo a lungo. Avevo spiegato i motivi, raccontato di tutte le disillusioni e le sofferenze, avevo descritto il lento infrangersi del sogno e il continuo sanguinare, avevo motivato le decisioni, argomentato le posizioni.

Poi ero partita.

In questo anno ho raramente raccontato della mia lunga storia d’amore, mica mi chiamo Gino Paoli, la vita a Pyongyang è già abbastanza intensa di per sè, non ha bisogno di essere popolata dai fantasmi privati di ognuno. Avevo fatto un cartellone, appeso in corridoio, dove avevo piazzato alcune fotografie. Giusto per non dimenticare da dove ero arrivata. O magari per farmi male, come piace a noi che abbiamo l’ego ipertrofico. O per nutrire il mio narcisismo spropositato di fronte alle facce meravigliate dei pochi che le vedevano. Facevo l’Eleonora Duse de nojartri, avrei potuto languidamente appoggiare una mano sulla fronte e dire ah, no, è una storia terminata, non calco più le scene.

In realtà raramente mi è stato chiesto cosa ne fosse stato di quegli anni trascorsi coi copioni in mano, e ancora più raramente ho raccontato la verità su tutto l’amore e il dolore che ci sono stati.

Fatto sta che credevo, ingenuamente, che un anno fosse abbastanza. Non mi aspettavo di trovarmelo lì, all’aeroporto, il teatro, ad aspettarmi.
Coi lacrimoni.
Apparentemente commosso.
Sei tornata.
E tu sei ridicolo.

Non volevo parlargli, non volevo parlarne. Ho fatto finta di non vederlo e ho tirato dritto. Inutile. Dopo quarantott’ore eccolo di nuovo all’attacco. Ci manca solo il mazzo di rose. Ho una serie di parole poco cortesi e un’infinità di esempi su tutte le volte in cui mi ha delusa e ferita. Ma con gli amanti di questo genere l’elenchi di tale sorta non servono a nulla. Tutto l’amore è solo in questo presente.

No, no, no.
Ecco cosa mi viene da dire. No. Non tornerò a fare OTTO nè nessun altro spettacolo. Non lo farò per vari motivi, alcuni dei quali riguardano il mio noto ego ipertrofico, e altri la mia onestà intellettuale.
Non ho voglia di fare la vecchia attrice che torna sulle scene con la voce distrutta e il corpo sfatto, avvolta in un ridicolo caffettano, a cercare a settant’anni di essere la Giulietta che il suo pubblico si ricorda. Non ho voglia di farlo per me, prima di tutto, perchè mi pare di esserne uscita ancora con una certa dignità, dopo tutto. E non ho voglia di farlo per loro, per i compagni che si ricordano ancora tanto bene dei miei spettacoli da volerli nonostante sia andata via da un anno.

Sì, mi onora e mi lusinga, mi dà il senso di tutto il percorso fatto, mi racconta che non è stato inutile.
Mi dice che non sono stata sostituita, e che probabilmente non lo sarò.
Che quando una storia d’amore così grande finisce non c’è sostituzione possibile, c’è solo lo spostamento dell’attenzione verso altro, e lì, dove c’era quell’amore così intenso, là rimane l’assenza.
Mi racconta che tutti impariamo a vivere con quest’assenza immensa, che giorno dopo giorno ci parliamo e la nutriamo e la sostituiamo a quella persona che è andata via.
Con quante assenze ho popolato le mie passeggiate a Pyongyang? A quante di loro ho raccontato le mie giornate?

Mi commuove che i compagni ancora vogliano sentire Lucilla che fa OTTO, mi fa vedere quanto grande sia il buco che ho lasciato, mi disegna il percorso fatto in quei 15 anni di dedizione assoluta, mi fa tornare un’immagine di me che non ricordavo, l’immagine di un’innamorata completamente devota, dedicata, annullata dentro l’amore.

Ma non sono più così, non voglio.
Mi dispiace.
Penso al momento in cui finisce OTTO, quel momento piccolo piccolo in cui Pentothal trattiene il respiro, e anche io, prima di dire l’ultima battuta.
E lo so che lui dentro di sè mi sta guardando. Allora mi prendo il suo sguardo e lo rivolgo a chi mi sta di fronte. E me li guardo tutti, e me le guardo tutte, uno per uno e una per una, una per uno e uno per una, anche se questa frase sta in un altro copione, che però era la stessa cosa, ero sempre io, era sempre un amore grande grande.
In quel momento là dentro di me ci sta tutta la disperazione mia, privata, di essere umano infelice e disilluso e solo. E però ci sta anche tutta la vita delle persone che negli anni mi hanno detto “questa storia è la mia”. Ci sono tutti i sogni infranti di ciascuno, tutti i relitti delle nostre barchette di carta, sono tutti là, davanti a me, nella mia voce.

In quel momento, improvvisamente, io ho 26 anni, e tutto il male di dopo non c’è mai stato.
Io sono ancora Lucilla, e la vita è una grande possibilità, una grande speranza.

Non lo so, non lo so se ce la faccio a dire di no.
E se questa volta fosse diverso?

E se questa volta fosse amore?

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Mag 25 2012

Ultimo regalo cubano.

 Siccome non ho fatto in tempo a salutare Richetto che già ero sull’aereo verso Parigi

Siccome non ho nemmeno finito il pollo immangiabile di AirFrance che già pagavo una bottiglia d’acqua tre euri

Siccome temo di cascare nel nuovo turbinio di un’altra turnè, accompagnata da sbattimenti, incontri, sorprese e menate varie

Siccome lo so, che finirò con il lasciare andare tutto questo troppo, troppo presto,

Allora mi faccio un pochino di coraggio e pubblico il mio racconto su Trinidad.

 

 

 

 

Como diz Fidel, y lo voy citar…

 

Breve storia di un pittore che non riusciva a finire le sue citazioni

e di Trinidad,

città dove ciò che deve accadere, semplicemente, accade.

 

 

 

 

 

 

 

Ismael, l’addio.

18 maggio 2012, ore 7.45

 

L’autobus si incammina lentissimamente verso la carrettera central. A passo d’uomo attraversa le vie della mia Trinidad, le vie che in questi giorni ho percorso a tutte le ore del giorno e della notte, facendo giochi d’equilibrio tra le pietre antiche e scivolose che trasformavano la mia andatura in quella di un’ubriaca anche quando non lo ero.

L’autobus procede, lentissimamente. Guardo una per una le stradine, le case, le gallerie d’arte, le macerie. Riconosco i miei punti di riferimento nell’intrico di colori formato dalle case.

 

Sono stanca. Ho voglia di dormire. Tra me e La Habana si stendono, lunghissime, cinque ore di viaggio.

Chiudo gli occhi.

 

Li riapro di colpo quando sento un pugno che bussa furiosamente contro il finestrino all’altezza del mio sedile. Guardo.

E’ Ismael, il genio, l’ubriacone, il ballerino, il pazzo del villaggio, che è già in giro a quest’ora ed è venuto a darmi ancora un ultimo saluto.

Sorrido, gli mando un bacio con la mano. Lui ricambia socchiudendo gli occhi e dispiegando i palmi delle mani e le dita.

 

L’autobus prende velocità e Ismael rimane indietro, gesticolando affannosamente verso l’autobus, con il suo incomprensibile sorriso sulle labbra.

 

 

 

 

 

Rudy, una buona notizia per la donna del chino.

17 maggio 2012, ore 21.00

 

Batto con le nocche sul portone di casa di Rudy e non so se sto facendo la cosa giusta. Sono passate ore, ore durante le quali ho dormito senza sogni né movimenti. Mi sono svegliata come da un incubo e mi sono resa conto che non ho modo per trovare Josè Luis, né lui per contattarmi. Sono salita fino alla cima della città, dove ci incontriamo sempre. Pioveva e i tavoli erano deserti. Sconfortata, colpevole, incazzata. Ecco come mi sono sentita. Mi sono incamminata attraverso le strade di pietra senza sapere bene cosa fare, e sono arrivata a casa di Rudy.

Mi sorride.

Mira que Josè te espera en cima a la escalera.”

Sorrido anche io, mentre mi racconta che grazie al padre di Gallardo è riuscito a farsi rilasciare dopo un paio d’ore. Bacio Rudy e corro alla scalinata.

Josè è lì, seduto, che mi guarda di sbieco come suo solito. Io penso che tra poche ore andrò via, ma per questo tempo tanto breve è bello sentirmi la donna di un uomo così.

 

L’amore, quando dura meno di tre giorni, è perfetto.

 

 

 

 

 

L’amore ai tempi del turismo sessuale,

ovvero un incontro ravvicinato con la policia rivolucionaria.

17 maggio 2012 ore 16.30

 

Il problema è che Josè Luis è cubano e io sono una turista. Punto. Il resto al poliziotto non interessa. Forse se io avessi detto qualcosa, se avessi protestato, se avessi fatto valere i miei diritti di turista europea, si sarebbe trattenuto. Invece non ho fatto niente di niente, sono rimasta, imbecille, muta, ad ascoltare la voce arrogante del poliziotto in borghese. I cubani queste cose non le possono fare. Il poliziotto si carica Josè Luis sul camion della polizia e se lo porta in centrale.

Rimango come una cretina, sulla spiaggia improvvisamente troppo fredda, incazzata con me stessa perchè di fronte a questa improvvisa rottura, di fronte al poliziotto che si porta via il mio innamorato pittore, mi è venuto il dubbio. Sì, mi sono chiesta se Josè Luis non mi avrebbe, prima o poi, messo le mani nel portafogli, se non mi avrebbe domandato un favore qualsiasi. Mi sono domandata se stesse veramente con me perchè gli piacevo. Mi sono chiesta se tutto quello che era successo fosse vero o non fosse una farsa che lui mette in scena puntualmente, una o due volte a settimana.

Per questo mi incazzo ancora di più, e mi verrebbe da andare alla centrale della polizia e mettermi a gridare in faccia al militare di turno che tutto questo è meschino, perchè avevamo una cosa bella e lui l’ha sporcata, l’ha sgualcita, l’ha rovinata, l’ha rotta. Si è preso Josè Luis e mi ha lasciata con un dubbio che mi umilia. Vorrei andare a gridarglielo, invece rimango come un’imbecille a guardare il mare, fino a quando il tassinaro non mi viene a raccogliere, a dirmi che è normale, che non devo preoccuparmi, che fra due ore lo rilasciano.

Mi porta a casa.

Mi stendo sul letto, mi sento come se non dormissi da giorni. Chiudo gli occhi. Mi tocco, all’interno della coscia sinistra, un punto che mi fa male.

 

Il problema, mujer, il problema è che non mi annoi”

Non ti preoccupare, non farai in tempo a crucciarti troppo, fra due giorni me ne vado”

 

Mi addormento senza accorgermene.

 

 

 

 

 

Gallardo, l’arte, le donne e il tamal,

pranzo di un giorno feriale.

17 maggio 2012, ore 13.35

 

Josè Luis mi aspetta davanti alla casa di Rudy. Il sigaro in bocca e lo sguardo laterale, come al solito.

Demoraste”

 

Mi lecca le labbra e mi tira i capelli. Io rido e mi divincolo. Guardo nella casa, dove ci sono tutti gli altri, ognuno impegnato in un’attività della mattina: radersi, dipingere, lavare la biancheria, raccontare l’avventura della sera precedente. All’ingresso c’è un quadro che Josè Luis sta ultimando. Prende un arancione a cera e comincia a tracciare le sopracciglia del suo Che di profilo. Penso che è vero, è vero quello che dice lui di sé stesso: Josè Luis ha una sola cosa, la pittura. E capisco che gli faccia schifo, a volte, dipingere tutti questi Che Guevara per rivoluzionari frustrati che non rinuncerebbero a un minuto della loro connessione wi fi però vengono a Cuba ad annusare quello che non avranno mai. A loro Josè Luis vende i suoi quadri, un po’ disgustato e un po’ sorpreso dalla quantità di danaro che riesce a guadagnare.

 

Gallardo si è fatto il bagno più lungo della storia, mi viene detto, perchè stasera ha appuntamento con l’austriaca che gli piaceva tanto. Forse questa è la volta buona che trova una fidanzata. Dopo il bagno ha cucinato pesce appena pescato. Ce n’è per tutti. E’ la prima volta che mangiamo. Pescado y tamal, fritti. Josè Luis ne prende un pezzo, lo divide e me ne mette in mano metà. Mi piace il modo in cui si prende cura di ciascuno, pure di me.

Andiamo a casa, o in spiaggia?”

Facciamo tutte e due le cose”

Per cinque pesos riusciamo a prendere un taxi”

Fatta”

 

 

 

 

 

Carlitos, il fratello che non guarderò.

17 maggio 2012 ore 11.15

 

Josè Luis sonnecchia con una mano appoggiata al mio fianco. Ogni volta che mi appoggia la mano sul fianco penso a quando l’ho guardato la prima volta e mi sono domandata che cosa avesse, quest’uomo, che mi attraeva così tanto. Ma è un attimo. Ci sono, sulla sua faccia, decine di strati di ricordi, rimpianti, sogni e fantasie appese alla mia vita passata. Forse è questo che intende lui quando dice “mi pare di averti già conosciuta”.

 

La casa, lunga e stretta, è caldissima e in penombra. Ovunque cavalletti, colori, pennelli e quadri non ultimati. I pantaloni di Josè, pieni di ditate colorate e seccate chissà quanti quadri fa, giacciono ai piedi del letto. Attraverso l’arco che separa la sua stanza dall’altra vedo Carlitos, i capelli riccissimi che si muovono inquieti, una mano tiene la foto e l’altra il pennello, col quale bombarda la tela. Mi piace guardare Carlitos che dipinge i suoi quadri fatti di lavoratori e strade, pennellate grosse e colori improbabili, pensati per turisti che vogliono riportarsi in Europa l’opera d’arte del pittore socialista, il dipinto dell’eterna classe operaia, e non hanno idea del buio, dei colori versati sul pavimento, del grillo nella tazza del cesso, dello zucchero che è sempre già finito, delle fotografie sezionate meticolosamente con la matita, del ron, della timidezza di Carlitos, della sua passione per Umberto Eco e del fatto che sia orgoglioso del suo nome, che significa uomo libero. E lui proprio così si sente, un uomo libero, che se ne è venuto a Trinidad da Cienfuegos perchè qui ci sono più turisti che vogliono comprare i suoi quadri, perchè i suoi amici della scuola d’arte se ne erano venuti qui prima di lui e perchè in fondo vendere un quadro a una tedesca sessantenne non è prostituzione peggiore del chiedere alla tedesca di cui sopra di comprare una bottiglia di ron in cambio di compagnia e sorrisi.

 

Carlitos, Josè Luis, Rudy e gli altri non hanno bisogno di fingere con le turiste sessantenni di essere attratti e innamorati. Vendono i loro quadri e le loro sculture, comprano sigari e ron, e si possono pure permettere di invitarmi a bere nonostante il mio imbarazzo, di offendersi se propongo di essere io a pagare, perchè tu eres bonita, y no necesitas jineteros.

 

Ho fatto del caffè, ne vuoi? Però non abbiamo zucchero”

A me il caffè senza zucchero piace tantissimo”

 

Ce ne andiamo in cucina a bere il nostro caffè cubano senza zucchero. Al di là della finestra una madre urla qualcosa di incomprensibile a un bambino che grida. Io non potrei stare qui, perchè a Cuba è proibito. Ma pare che stamane nessuno verrà a controllare se nella penombra di questa casa c’è una straniera che ha infranto le regole. Carlitos mi guarda con gli occhi verdi, profondissimi, e mi sorride. Non mi dice niente, perchè non c’è niente da dire.

(Te llamas Carla porque tu eres libre, como yo).

Josè Luis, amico, fratello, compagno di sbronze e di avventure, dorme ancora.

 

 

 

 

Piccolo intermezzo patetico:

L’inizio di un amore a scadenza ravvicinata.

16 maggio 2012, ore 20.12

 

Dimmi qualcosa della tua vita privata”

Io non ce l’ho, la vita privata.”

Vuoi del ron?”

Sì, ma mescolamelo con la gazzosa per favore. Dimmi qualcosa della tua”

Io mi alzo la mattina e dipingo”

 

 

Perchè mi guardi così?”

Perchè una donna come te non dovrebbe perdere tempo parlando con me di Corea del Nord e socialismo.”

Se lo pensi davvero mi alzo e me ne vado. E’ un attimo. Sono una turista trentenne da sola a Trinidad, non faremo nemmeno in tempo a salutarci che sarò già attorniata di jineteros”

Sei un ciclone”

 

 

Dimmi un difetto che hai”

A volte mento”

Tipo, mi hai già mentito?”

Sì, quando ti ho detto che volevo andassi via”

 

 

Devo andare a casa, ma torno in un’ora al massimo.”

Torni, davvero?”

Sì”.

 

Josè Luis mi guarda per la prima volta fisso e diritto, non come ha fatto fino ad ora, lanciandomi occhiate di sbieco da dietro gli occhiali. Mi mette una mano sulla vita.

Mi sto innamorando del pittore che fuma sigari. Delle sue occhiate di sbieco. Del modo in cui si prende cura di Carlitos e un po’ lo rimprovera. Delle continue citazioni da Silvio Rodriguez e Josè Martì. Della sua inquietudine. Di come all’improvviso mi ha guardata e mi ha desiderata.

 

Il mio amore totale e a appassionato durerà trentasei ore. La durata perfetta per un amore senza disillusioni e ferite.

 

 

 

 

 

Io e i due fratelli. Ricordi di vite passate.

15 maggio 2012, ore 23.55

 

Carlos mi racconta della sua vita a Cienfuegos, di quando insegnava disegno ai ragazzi e andava a scuola in calzoni corti per dimostrare che un uomo può essere rispettabile anche se non ha i soldi per comprarsi i pantaloni lunghi. Mi diverte Carlos, mi diverte la sua timidezza e pure la sua allegria. Mi diverte il suo entusiasmo. Adesso che è un po’ ubriaco tende ad aumentare leggermente la portata delle sue imprese, ma quale maschio non lo fa? Sono abituata, e almeno le avventure di Carlitos sono appassionanti. Mi domanda della Corea del Sud, mi chiede quando partirò per il Nord. Non riesce proprio a capire perchè non voglia fare l’attrice. Allora gli faccio i conti delle mie spese mensili e delle mie entrate. A quel punto tace, mi guarda fisso.

 

que pasa Carlos?”

estoy assustado. Pero me gusta. Assustado y feliz”

 

Sorride. Di fronte a lui, Josè Luis ci guarda di sbieco e fuma il suo sigaro.

 

Mi piacciono, Josè Luis e Carlos. Sembrano proprio fratelli, anche se non lo sono. Abbiamo continuato a bere ron tutta la sera mentre turisti impazziti ballavano salsa e bevevano mojito. Abbiamo fatto tornei di morra cinese e sperimentato variazioni nella percentuale di refresco da aggiungere al ron. Mi hanno fatto scoprire che i cubani non sono tutti come quelli che ho incontrato a La Habana, e per questo mi sento grata e felice. Ogni volta che ho provato a pagare per loro si sono così offesi che ho desistito, e ora sono troppo ubriaca per insistere.

Per come stanno le cose Josè Luis adesso dovrebbe prendere il cappello e i sigari e andarsene, lasciando il suo amico a lavorarsi la straniera. Invece no. Rimane anche lui, e io sono contenta. Mi piace guardarlo e scoprire che ascolta quello che dico. Ogni tanto lo punzecchio e lui fa finta di niente. Andiamo alla discoteca e continuiamo a parlare fitto tutti e tre di socialismo e politica internazionale, ma ormai l’unico argomento che tenga è il ron.

 

Alle tre decido di andare a casa. Mi accompagnano, entrambi, due autentici cavalieri di un mondo senza jineteros. Mi sembra di stare a Maratea a 15 anni, quando mi piacevano due fratelli e non sapevo quale scegliere.

 

La notte è tiepida.

Mi lasciano davanti casa e mi danno, uno alla volta, un bacio sulla guancia.

 

 

 

 

 

Trinidad.

Ciò che deve accadere accade.

15 maggio 2012, ore 18.00

 

Sono arrivata a Trinidad da poche ore e mi domando perchè Richetto mi abbia spedita qua. Sì, certo, la città coloniale è perfettamente conservata, i colori delle case basse, i sassi diseguali, le stradine in salita, le chiese diroccate, la libreria, tutto è perfetto, irreale, senza tempo. Però mi sembra un grosso teatrino per turisti e soprattutto per turiste di mezza età che arrivano qui per ballare la salsa in piazza accompagnate da amanti raccattati in cambio di bottiglie di ron e sigari. A tutto questo penso mentre mi siedo da sola a un tavolo della casa della musica. La maggior parte dei tavoli è ancora deserta. Una coppia di turisti tedeschi beve mojito in un angolo. Un gruppo di cubani del posto, tutti maschi, si gira all’unisono a guardarmi.

 

Il più anziano mi invita a unirmi alla loro tavola. Gli faccio cenno di avere pazienza. Ho bisogno di respirarmi un pochino la città, non sono pronta a fronteggiare gli attacchi professionali dei locali. Bevo birra mescolata a gazzosa proprio come a Lisboa, a Maputo, a Ilha do Moçambique. Ascolto i musicanti che si preparano al concerto della sera. Mi guardo intorno. Il tavolo al quale sono stata invitata è popolato da una quantità di maschi diversi. Il più anziano gesticola in maniera singolare e un po’ affannata. Un nero altissimo beve tukola. Uno col cappello si guarda attorno come fosse un gatto. In piedi dietro di lui uno in camicia fa girare il ron nel bicchiere. Un mulatto dagli occhi verdi e profondissimi conversa con agitazione. Di fronte a lui, un bianco col cappello e gli zigomi da cinese fuma sigari guardandomi di sbieco.

 

Si chiamano Ismael, Gallardo, Luis, Rudy, Carlos e Josè Luis. Sono pittori, scultori, amanti del ron, della vita e delle donne. Sono arrivati a Trinidad dopo la scuola d’arte perchè qui riescono a vivere del loro mestiere. Ma questo io non lo so ancora, perchè non ho parlato con loro e sono seduta al mio tavolo mescolando birra e gazzosa.

 

 

 

 

 

 

(una lagrima sul viso, parentesi amorosa delle 02.34.

18 maggio 2012. ore 02.34, per l’appunto).

 

Rimani un giorno in più, solo un giorno in più e poi te ne vai.”

Davvero lo vorresti?”

Mi afferra il collo come ha fatto in questi giorni ogni volta che mi ha desiderata

e mi guarda, fisso.

Non ti ho detto di rimanere qui per sempre. Un giorno, un altro giorno e basta”

Il resto non si dice, il resto non si racconta.

Trinidad attorno a noi è silenziosa e fresca di pioggia.

Un cane passa in cerca di cibo.

Dal CuPet arrivano musica e voci in spagnolo e inglese mescolati.

Le stelle non si vedono, io non le cerco.

Adesso me ne vado e non mi giro, che queste cose non sono per gente come noi.

Te quiero”.

Metto la chiave nella serratura mentre Josè Luis, il chino che fuma sigari,

il pittore che non riesce a finire le sue citazioni,

si allontana verso una Trinidad che non conosco.

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Mar 13 2012

un olocausto di cartoni animati

dedicato a Vale Svalilla

 

Che Candy Candy ci abbia fatto male è fuor di dubbio. Siamo cresciute con il mito della crocerossina del cuore, che si prendeva cura dei suoi uomini con amore e abnegazione, per essi correva i rischi più tremebondi tra guerre mondiali, battelli che affondavano, truci e crudeli madri superiore, castighi da santa inquisizione e incidenti a cavallo.
Ma sono dell’opinione che ci sia un altro cartone animato che abbia leso irreparabilmente l’approccio all’amore delle fanciulle della mia generazione.

Ebbene, questo cartone animato è Kiss-me Licia.

Con Kiss-me Licia comincia ufficialmente l’epoca in cui i musicisti, pure i più sfigati (anzi soprattutto i più sfigati) acquistano un fascino irresistibile. E perchè poi? domande senza risposta.

 

Kiss-me Licia lavora nella bettola del padre in mezzo a questi vecchiacci ai quali però ella è affezionata. Kiss-me Licia, da questo punto di vista, è più elaborata di Candy Candy, poichè essa la contiene, la ingloba. Infatti la dolce Licia si occupa con abnegazione dei vecchi alcolisti amici del padre e di un bambino sovrappeso e leggermente imbecille, dotato di gatto diabetico. Il bambino sovrappeso, lo sappiamo, è il fratello del futuro fidanzato di Licia, ma questo a lei non importa. Licia ha sempre una parola buona e una polpetta per i vecchi alcolisti e per il bambino sovrappeso. Licia è generosa. Oltre che ovviamente bellissima.

 

Quando non si fa schiavizzare dal padre Licia frequenta circoletti underground e si invaghisce dei musicisti che fanno il rock’n roll. Conosciamo bene la storia. Si tratta di Romeo e Giulietta de nojartri. Ma a parte il fatto che Licia non la smette di inciampare nei suoi zoccoletti gialli rotti (che ti viene da dire scusa, ma perchè non li ripari? sembra che tu ci prenda gusto a sfracicarti per terra un giorno sì e uno no). A parte il fatto che per più di metà del cartone animato Licia scappa ogni volta che incontra il suo amico musicante perchè non vuole ammettere che le piace.

A parte questo.

Voglio dire.

 

Ma com’è che ’sti musicanti dai capelli a chiazze o dalle parrucche lillà riscuotono così tanto successo nel cuore della nostra crocerossina giapponese? Dove sta l’inghippo? Fanno delle canzoni di merda. Sono degli sfigati. Si rubano le ragazze a vicenda.
Che sia il fascino del rock’n roll?

Forse tutto il cartone animato non è altro che una metafora di come il rock’n roll abbia cambiato non solo il mondo della musica ma quello dell’amore, dei sentimenti, dell’erotismo. Mirko e i Bee-hive sono gli Elvis della periferia di Tokio, che stravolgono il reazionario e ordinatissimo universo nipponico.

E Licia, eroina del cambiamento, s’innamora di quello sfigato di Mirko, anche un po’ per il gusto di andare contro il parere di suo padre, quel maschilista ubriacone, che ci sta tutto, per carità, ma la domanda è

 

perchè ci hanno fatto guardare questi cartoni animati, a noi fanciulle? non era meglio mettere un “VM18″???

 

Io sono dell’opinione che per guardare queste cose senza subire traumi sia necessario essere come minimo maggiorenni.

Perchè il risultato sono stuoli di adolescenti depresse che impazziscono dietro a brufolosi strimpellatori di chitarre, e magari indossano orribili zoccoletti gialli sperando di inciampare e di essere raccolte dai suddetti strimpellatori.
Che invece non le raccolgono, perchè ahimè NON SIAMO in un cartone animato e spesso lo strimpellatore se ne frega dei nostri zoccoletti e sbava per le tette di quella al terzo banco, la quale a sua volta non vede Kiss-me Licia poichè è troppo impegnata con lo shopping.

 

Se poi le adolescenti depresse diventano adulte e gli strimpellatori si curano l’acne  allora i danni sono ancora maggiori. Ci sono eserciti di ex Kiss-me Licia che cercano il loro musicista da amare, quello che scriverà una canzone per loro, e intanto gli zoccoletti si sono ammuffiti e i bambini sovrappeso sono diventati adolescenti problematici, mentre i vecchi alcolisti sono ancora là a mettere mani sul culo.
E le ex Kiss-me Licia si struggono alla ricerca del loro strimpellatore, si vanno a vedere tutti i concerti, i circoletti underground sono gremiti di Licia in cerca del loro Mirko, e tutto questo non va bene, non va bene perchè in fin dei conti Mirko è uno sfigato, e la sua musica manco ci piacerebbe se non avessimo visto tutte quelle puntate di Kiss-me Licia, e spesso quando finalmente troviamo il nostro Mirko scopriamo che sotto la parrucca gialla e rossa ci sta la profondità intellettuale di un comò.

Adesso, il punto non è che bisognerebbe uccidere Mirko. Perchè Mirko, in tutto questo, non ha colpa. Mirko è una vittima innocente di questa storia di maschilismo animato. Il problema è che bisognerebbe uccidere Kiss-me Licia, bisognerebbe farlo fino a che si è in tempo ed evitare di spendere interi stipendi nei circoletti underground, bisognerebbe comprare delle scarpe dignitose e smetterla con gli zoccoletti gialli, bisognerebbe crescere e pigliarsi il rischio di incontrare le persone in una maniera forse meno romantica ma sicuramente più sensata, bisognerebbe smetterla di canticchiare le canzoni di Cristina D’Avena una volta per tutte.

Bisognerebbe prendersi il rischio di guardarsi allo specchio e scoprire che, per fortuna, non siamo Kiss-me Lica, e quindi forse c’è qualcosa d’altro qualcosa di diverso, per noi, qualcosa che va al di là di una parrucca cotonata.

Bisognerebbe massacrarla, la Kiss-me Licia che è in noi, quella bambolina sempre adolescente dagli occhi grandi e il corpo non ancora adulto, perchè non siamo più quello, è finita, siamo andate oltre.

 

Bisognerebbe scrivere e disegnare nuove eroine, ecco cosa bisognerebbe.

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Feb 05 2012

la gastronomia e l’arte di imparare a non far bruciare le torte

Oggi abbiamo fatto una torta.
Sono giorni che nevica su Bologna e io ho fatto appena in tempo ad arrivarci. Abbandonata la lucillomobile in un parcheggio qualsiasi, una sorta di cimitero di automobili trasformate in igloo, a piedi mi ero arrampicata fin sui colli ove sono ospite.
Questo accadeva oramai tre giorni fa.
Da allora la neve ha smesso di scendere solo quel tanto necessario per dare tempo al ghiaccio di solidificarsi.
Si sta bene dentro casa. Lavoro alle mie cose, più o meno serie, ogni tanto studio un poco di coreano, senza per altro riuscire a schiodarmi da pagina 52, quella sulla quale dovrei imparare i numeri dal 6 al 12, ma non mi lascio scoraggiare. Quando la noia linguistica diventa insostenibile mi dedico ad attività più piacevoli tipo guardare l’immobilità bianca e morbida che dilaga fuori dalle finestre, mentre gli uccellini mangiano le briciole che abbiamo messo sul piatto.
Lui dice che gli uccellini sono obesi e non avrebbero punto bisogno delle nostre briciole, però poi è il primo a sbriciolare i taralli. Forse in realtà gli uccellini obesi gli piacciono.

Allora oggi, dopo una settimana passata a pensare alle frittate bruciate, abbiamo fatto una torta.
Non ci siamo detti perchè, però abbiamo deciso di farla e tutto era chiaro.
Abbiamo preparato gli ingredienti perbene.
Le pere tagliate sottilisottili.
Lo zucchero.
Lo yogurt di prima qualità.
La farina, che non era abbastanza e allora siamo andati dai vicini, e siccome i vicini non c’erano siamo andati da quelli di sotto, e siccome in questo palazzo sembrava che non ci fosse nessuno siamo arrivati fino al secondo piano e alla fine eccoci con la farina, e il lievito e il resto.
Poi abbiamo cominciato a preparare la torta.
Il forno adeguatamente riscaldato.
Le uova sbattute una meraviglia.
A stento ci parlavamo, eravamo concentratissimi.
Era una questione privata, per ognuno di noi.
L’olio, versato a filo sullo zucchero.
Lo yogurt, e respiravamo piano piano e ci chiedevamo vuoi il cambio?
La farina, setacciata a mano dall’una mentre l’altro continuava a girare.
Tutto perbene tutto a posto.
Il lievito. Quanto ce ne andrà?
E poi la stesura dell’impasto.
Una meraviglia.
L’abbiamo guardata.
Era bellissima, e buonissima.
Era la nostra torta.

L’abbiamo infornata in un forno perfettamente a temperatura.

E poi siamo andati via.
Non so come sia successo, ma a un certo punto ognuno aveva delle cose importanti da fare.
Con leggerezza, ci siamo dati appuntamento e abbiamo abbandonato la torta.
Senza pensare che forse qualcuno ogni tanto avrebbe dovuto controllarla.
Senza pensare che avesse bisogno di essere accudita.

Ovviamente, il risultato è stato una torta bruciata.
La lezione che abbiamo imparato oggi è che le torte sono come le frittate.
Ma siccome la nostra torta, nonostante una bruciatura in superficie, è buonissima, abbiamo pure imparato che a volte si può migliorare.
Ma forse la propria natura non può essere cambiata.
Piccoli miracoli della psicoanalisi da cucina.

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Gen 27 2012

Alessia e la teoria delle frittate

Arrivata a casa subito mi sono infilata in una serie ininterrotta di racconti chiacchierate incontri e vari aggiornamenti con amiche e amici che tanto mi sono mancati. Intenso e dirompente scoprire che esistono persone con le quali ti guardi e sembra che tu sia andata via ieri l’altro e non cinque mesi fa. Allagante scoprire che non sei scomparsa e gli amici e le amiche ancor ti amano ancor ti ascoltano ancor si raccontano ancora hanno spazio per te. Emozionante riprendersi lo spazio riprendersi le persone riprendersi gli abbracci, gli abbracci, i corpi il calore gli sguardi.
Durante una di queste chiacchierate fittefitte Alessia iersera mi ha esposto la sua rivoluzionaria teoria culinario-sentimentale, riassunta nel teorema:

La capacità di una persona di far riuscire una bella frittata compatta
è direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire le relazioni

Chiaro che all’inizio ti viene un po’ da ridere e da pensare che Alessia sia un tantino sbroccata o che abbia problemi con le frittate o semplicemente non sappia cucinare. Oh, ce ne sono moltissime, di persone che non sanno cucinare, mica è un dramma. Poi ci pensi un attimo, fai un’indagine su un campione rappresentativo della popolazione e scopri che il teorema è

i n e q u i v o c a b i l m e n t e
vero.
Chi non sa fare le frittate in genere ha una vita sentimentale quanto meno complicata.
Le incapacità e le mancanze possono essere le più disparate, per esempio ci si intestardisce col fare una frittata con poche uova in una padella troppo grande o viceversa, l’olio non è quello buono, la pentola non è adatta, i tempi sono sbagliati, non si è in grado di valutare lo stato di cottura e di preparazione della frittata, ci si fa prendere dal panico nel momento del fatidico giramento e via discorrendo.

Ma prendiamo me. Io le frittate non le so fare. Mi vengono leggermente bruciate sotto, spesso un po’ crude dentro e soprattutto, nel momento del giramento, si sfracicano. Quindi mi viene l’ovo strapazzato, altro che frittata. Che potrei essere un’ottima cucinatrice di ovi strapazzati, non c’è che dire, ma il fatto è che il risultato ambito era la frittata, mica l’ovo.
I motivi per cui non mi vengono le frittate sono due: punto primo, spesso le metto sul fuoco e me ne vado. Non per sempre, eh. Non è che me ne vada per sempre.
No, me ne vado per un po’.
Di solito se abbandono temporaneamente la frittata è perchè ho delle cose IMPORTANTISSIME da fare, insomma non è che piglio e abbandono così, no, ho le mie motivazioni, ma questo alla frittata non interessa, essa è abbandonata e continua il suo processo di cottura senza di me. Dunque si brucia. E quando torno e dico ma scusa non potevi aspettare un attimo? La frittata non è più nemmeno in grado di rispondere perchè è definitivamente bruciata. Andata. Morta. Rovinata. Il pasto è compromesso, la nutrizione fustigata, l’alimentazione deprivata. Avrebbe potuto essere la frittata più bella e soddisfacente della mia vita, invece  è un cadavere rinsecchito.
Ma mettiamo che io non me ne sia andata. A volte non me ne vado. Mi impongo di rimanere vicina alla frittata e controllare con dedizione lo stato dell’arte, coccolarla, accudirla eccetera. Oppure me ne vado ma torno quando la frittata è ancora in uno stato decente. Essa cresce che è una meraviglia, prende colore, si gonfia, una bellezza, una soddisfazione.
Ebbene.
A quel punto entra in gioco il secondo errore. La maledetta fretta. Perchè la frittata va girata. E io nel momento del giramento mi faccio prendere dal panico, non riesco ad affrontare la crisi rispettando i tempi, no, devo risolvere tutto e subito, e allora comincio a sfarfugliare, a produrmi in acrobazie di gesti inconsulti, e la frittata finisce tutta sfracicata.
La fretta.
Maledetta lei.

Compiuta questa analisi mi domando: ma se io mi esercito sulle frittate, se comincio a fare frittate a manetta fino a quando non mi vengono alla perfezione, migliorerò anche la mia capacità di gestire le relazioni? Alessia non è stata in grado di darmi una risposta.
Io, per il momento, evito accuratamente di avvicinarmi ai fornelli.

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Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

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Nov 20 2011

Shashin e gli altri

Domani Shashin parte e mi è venuta quella malinconia che ti piglia ogni volta che gli amici se ne vanno. In genere sono io che me ne vado per prima, e fa un po’ strano pensare che questa volta la figura che si staglia sulla banchina nell’attesa di un ritorno è la mia, che sono proprio io ad attendere qua, su questa immensa e instabile banchina chiamata Seoul, con meno sette gradi e senza aver avuto l’accortezza di comprare le mutande termiche.

Shashin parte e torna tra tre settimane ma nel nostro mondo, il mondo dei fantastici cinque, tre settimane sono un’eternità, se penso a me tre settimane fa, alla sofferenza all’alienazione, se penso al dolore, al senso di aver sbagliato tutto, alla voglia che avevo di mollare questo posto e tutti i progetti che gli ho disegnato addosso, se penso a me tre settimane fa mi piglia una specie di vertigine, e mi emoziono e mi spavento all’idea che, probabilmente, tra tre settimane io esisterò ancora, eppure sarò completamente diversa e chissà quante cazzate avrò combinato, chissà quanti passi falsi, chissà quanta felicità quanta emozione, chissà il mio cuoriciattolo quanto avrà palpitato chissà quanto avrò pianto perchè io si sa, piango, piango per il dolore ma piango anche di commozione e di gioia.
Shashin tornerà diversa e io diversa la accoglierò, in questa Seoul che ti prende e ti sbatacchia da tutte le parti, vorticosa velocità che ti schiaffeggia e se non vai a ritmo sono molto semplicemente cazzi tuoi.

Danze nuove sto imparando, anche con Shashin che è diversa diversissima da tutte le persone conosciute fino ad ora. Che poi che vuol dire, ogni persona è diversa, lo so, sono banalità, eppure io ogni volta mi sorprendo nello scoprire quanta unicità e quanti tesori ci possono essere dentro ciascuno e mi dico ma porcapaletta quanto fortunata sono?
Perchè in questo gelo immobile, in questo vento ingiusto, io oggi domenica 20 novembre mi sento fortunata e ho paura che l’intensità e la densità trovate negli ultimi giorni si dissolvano in un quotidiano monotòno o, peggio, nella tossica mediocre incomprensione delle relazioni infagottate nel già scritto.

Io non la voglio, una relazione già scritta. Non voglio amici che si infilano nelle caselline disegnate da qualcun altro, così come non ho mai desiderato amanti che si mettessero il vestito di cartone dell’amante, come quei giochi che facevamo da bambine, la bambola di cartone e i vestitini di cartone tutto perfetto tutto già preformato, non esiste il difetto e quindi non esiste rischio fantasia immaginazione non esiste spazio per inventare ( e qui per un attimo mi sospendo in un grumo di ricordi).

Shashin è per me oggi spazio per inventare relazioni che non stanno scritte da nessuna parte, polenta col burro riscaldata in padella a casa sua senza sentirmi fuori posto, il felice ricordo di ieri, lasagne a casa del D.B. e chiacchiere e parole infinite e zero paura di risultare importuni, risate e la consapevolezza improvvisa di avere già costruito un piccolo mondo di segreti condivisi, e che in questo mondo c’è spazio per tantissime nuove cose, che arriveranno, ma di cui non conosciamo nè il colore nè la forma. Shashin è il divano per il buttismo, i dolcetti di riso e la breve densissima visita di S che passa solo per salutare, che poi ho una cena.

Rido, rido come da tempo non ridevo e mi spremo e mi consumo e mi brucio. L’ho sempre detto, che non ho niente da conservare, e infatti ieri m’è venuta una ruga nuova. Me la guardo e mi dico toh, questa ruga è Seoul, è questa vita adulta eppure piccola, è quest’incertezza. Questa nuova ruga è la sensazione di stare qua eppure di avere sempre un pezzo di corpo un pezzo di cuore da un’altra parte, è la paura che il bello si dissolva nell’ennesimo bicchiere di tequila, eppure la voglia di vedere dopo questo bello che cosa ci sarà, e lanciare il sasso, lanciare il sasso sempre più lontano.

Domani sveglia alle sei, tailleur, sorriso, spremuta di me e la consapevolezza che molto presto tornerà il giorno in cui, alle sei, sarò in procinto di dormire.

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Lug 10 2011

V.M.18

Quando ero piccola pensavo che da grande avrei avuto un tailleur viola coi bottoni dorati, sarei stata magra come le barbie e non avrei portato più gli occhiali. Prima di addormentarmi visualizzavo sempre quest’immagine di una me bellissima, coi capelli lunghi e cotonati, vestita di viola, con le spalline imbottite come andavano negli anni ottanta, che scendeva di corsa le scale della casa di Campobasso per andare a un appuntamento con un eterno fidanzato che ovviamente era come Ken, forse un po’ più morbido, ma gentile premuroso e sorridente proprio come lui. Forse aveva anche la macchna cabriolet.

 La notte in questa città è umida, bagnata, odorosa, che mi viene voglia di camminare nel parco e rotolarmi come una gatta fino a quando non sono tutta sporca d’erba, e in questa fantasia ovviamente nel parco ci sono solo io, non esistono tutti i frikkettoni ubriachi che giocano a chi lancia il diablo più in alto cantando le canzoni di De Andrè fino al suicidio di massa.
Se tutti i miei sogni di relazione non si fossero già schiantati contro le mie angustissime quattro pareti bianche e rosse adesso starei qui ad odorare  il sudore di un altro corpo, a respirare la lentezza di questo calore quasi insostenibile, ad ascoltare la pelle che si dilata sotto le carezze. Ci sarebbe la finestra socchiusa e il tempo sarebbe infinito mentre noi ci consumiamo.
E invece i miei sogni di relazione si sono infranti e quasi quasi io il problema dello scambio di liquidi lo risolvo definitivamente con l’acquisto online di silicone preformato anallergico, che almeno non ti comincia a fare una serie allucinante di tarantelle quando è ora di sloggiare. Il silicone, peraltro, ha il grande pregio di essere completamente consenziente nel momento in cui tu gli dici sai, mi trovo proprio bene con te, mi piacerebbe che la nostra fosse una relazione basata sull’onestà, cerchiamo di andare a fondo senza preoccuparci degli schemi e dei modelli coi quali siamo cresciuti. Stiamo in questa cosa fino a quando dura la passione, non ci distraiamo, cazzo non ci distraiamo che già questa vita è sufficientemente dura e basta un attimo di deconcentrazione per perdere tutto il coinvolgimento e tutto il piacere. Stiamoci dentro, a questa passione, fino a quando non saranno finite le batterie.
Il silicone preformato anallergico reagisce in maniera entusiasta di fronte a queste proposte.
Non ha bisogno di mostrare la sua emancipazione (a te, ma soprattutto a se stesso) facendo cazzate davanti ai tuoi occhi, non si spaventa, non si cruccia, non ha retaggi politici religiosi o morali, non si ammanta di finto materialismo. Il silicone è per natura appassionato e onesto.
Insomma il silicone preformato anallergico ha sicuramente dei vantaggi e io credo che, infranti tutti i miei sogni di relazione passionale col genere umano, la soluzione stia proprio nella sperimentazione di un’onesta relazione con l’inanimato, poichè nell’inanimato sta il futuro, e poi diciamocela tutta, il silicone non ha un cervello ma neppure finge di avercelo. Il silicone non fugge terrorizzato ogni volta che la relazione si fa un tantino più interessante, temendo di rimanere troppo coinvolto (ma coinvolto da cosa, scusami?) il silicone, come me, non ha intenzione di preservarsi. Anzi, si consuma, volontariamente e voluttuosamente.
Se avessi voluto preservarmi non starei qua adesso, dico. Sarei la junior manager di qualche superazienda di prodotti iniqui, mi farei il lavaggio del sangue una volta all’anno, utilizzerei morigeratamente droghe pesanti di alta qualità e non avrei tempo per fantasticare sulla mia appassionata relazione col silicone preformato anallergico.
E invece io non mi voglio preservare, non mi interessa. Mi voglio consumare, voglio stare nelle relazioni fino a quando si può, prendere e dare tutto, arrivare quasi a fidarmi, che poi si sa, tutto finisce. Anche le batterie finiscono. Credo che la soluzione stia proprio in quel sito che vedevo oggi, ma se non sei cittadino americano non lo puoi ordinare, il compagno della tua vita, cazzo.
Devo trovare una soluzione.
Certo, se il ministero degli esteri mi firma la sua stracazzo di convenzione e mi spedisce all’estero io sono sicura che laggiù potrò con molta facilità fare l’incontro del mio semestre e avere un paio di approfondite avventure con l’inanimato.
Non ho sonno.
Non ho manco voglia di scopare, che l’idea di scopare apre scenari terrifici di maschi che pretendono di addormentarsi nel mio letto come se niente fosse, come se l’epica impresa del coito desse loro automaticamente il diritto di distruggere il mio già precario sonno. L’idea di scopare si porta appresso la distanza, lo sguardo vacuo di chi ha il terrore di consumarsi, di chi dice di non voler restare, e invece non vuole partire.
Quanto mi annoiano, questi piccoli omicidi seriali che non portano dentro nemmeno il brivido del mistero. E’ tutto già svelato dal momento in cui si mette mano alla scatola dei preservativi.
Mi annoiano gli occhi chiusi, le fronti corrucciate, i finti gesti di generosità, le prestazioni acrobatiche che si risolvono in una parodia, mi annoia la mancanza di onestà, l’incapacità di stare col corpo, di vedere davvero chi hai di fronte, mi annoiano, mi annoiano quelle di certi maschi e quelle di certe femmine, mi annoiano terribilmente, queste finte emancipazioni dal sentimento che si risolvono nel meschino omicidio seriale che si ripete sempre uguale a se stesso a prescindere dalla vittima. E non ci rimane un pochino di amore, non ci rimane un po’ di generosità.

Cercavo qualcosa di diverso.
Forse cercavo qualcosa di meno.

C’era un film che avevo visto quando avevo tredici anni, che in realtà non avrei potuto vedere perchè era vietato ai minori di quattordici, e a un certo punto lui, che era Roman Polanski, le chiedeva  “e quelle cose che facevi? quei corsi di danza?” lei rispondeva “la danza è una cosa che si fa col cuore, e io ho il cuore spezzato”.

 

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Giu 22 2011

stasera ho scoperto l’acqua calda

Certo, avrei potuto scoprirla d’inverno, che almeno sarebbe stata di una qualche utilità, invece no, l’ho scoperta d’estate, inutilità tra le inutilità, ma ci provo anche un certo gusto, a fare le cose inutili, io. Come il fatto che in casa mia non ho un solo bicchiere, non uno che sia uno, sufficientemente capiente per dissetarsi. Cioè, chiaro che ho dei bicchieri. Ho dei calici. Perchè quando sono andata a vivere da sola ho deciso che a me, i bicchieri da tavola, mi facevano tristezza. Mi facevano una tristezza infinita, perchè sono semplicemente brutti. E allora poco importa se per dissetarmi devo riempire quattro o cinque dei miei calici. Essi sono bellissimi, rifulgono nella mia piccola cucina e mi regalano bellezza. Che si fottano i bicchieri da tavola. Io i bicchieri da tavola li odio. I bicchieri da tavola sono meschini e miserabili nella loro utilità. Se non fossero utili non esisterebbero, il loro essere al mondo dipende esclusivamente dalla funzione che hanno. E io mi ribello a questo assioma. Io non esisto perchè servo. Anzi, forse io esisto proprio perchè non servo a un emerito niente. Diciamolo pure, sono una personcina abbastanza inutile. Sfido chiunque ad affermare che io sia mai stata utile a qualcosa o a qualcuno nella vita. Niente, nisba, zero. Un’esistenza felicemente votata all’inutilità. Eppure anche questo ha un senso, perchè sennò tutti i miei amici che, al contrario di me, hanno dato un senso alle loro vite, con chi potrebbero fare le stronzate quando hanno i reflussi di peterpanite? Cazzo, forse servo anche io a qualche cosa. Sono un immenso, obeso, bruttissimo bicchiere da cucina in bicicletta. Che tragedia.

Ma ritorno a me: ho scoperto l’acqua calda. Che però è un concetto molto più difficile da esprimere di quello che pensavo. Sono partita con una piccola inchiesta ovvero: esistono delle coppie felici? La risposta è no. Ovviamente tutti gli accoppiati mi hanno detto che sì, la risposta è si, le coppie felici esistono, basta trovare dei compromessi, compiere degli adattamenti, accondiscendere all’acquisto dei bicchieri da cucina anche se fanno schifo. Ma io mi domando, dove sta la linea di confine tra l’adattamento reciproco, soddisfacente, creativo, e la rinuncia? Non lo so, non lo so. Io ci ho provato seriamente, quando stavo con l’unico uomo di merda. Però evidentemente ho sbagliato qualcosa. Secondo me le coppie felici non esistono, è impossibile. Magari sono felici ogni tanto. Io, sinceramente, le coppie attorno a me mica le vedo tanto felici. E comunque, forse loro saranno anche felici ma la cosa non traspare molto eh. C’è qualche problema di comunicazione con l’esterno, indubbiamente.
Ma a prescindere da questa considerazione di carattere socioantropologico, c’è da aggiungere che sono giunta a una conclusione: io, a meno che non incontri una persona veramente veramente fuori di testa così tanto da essere totalmente onesta e disposta a mettere sul piatto tutto, ogni giorno (come io mi sento), ecco io non sarò mai felice all’interno di una coppia.

L’ho detto, l’ho scritto. Non rimprovero niente a nessuno, ognuno è fatto come è fatto. E io sono fatta così, che odio i bicchieri da cucina, e pur di stare nella bellezza perdo ore per bere da un calice. E non mi voglio cambiare. E quando perdo la testa per qualcuno ci voglio stare dentro fino all’ultimo capello, senza conservare niente, senza risparmiare niente. A me le cose fatte per preservarsi non mi interessano. Se mi fosse interessato preservarmi non sarei qui, adesso. Che cosa vuol dire preservarsi, da chi, da cosa? Per avere meno rughe e la pelle splendida anche a cinquant’anni? Grazie tanto, io preferisco essere spremuta come un limone, inguardabile, ma senza manco un briciolo di rimpianto.
Così sto vivendo questi mesi, amando intensissimamente, senza paura.
E lo so che le persone attorno a me non mi amano quanto le amo io, perchè la maggior parte di loro, invece, in qualche modo si vuole preservare. Forse in vista di un futuro migliore? io lo spero per loro. E non le cambierò. Anche se volessi, non potrei. Quindi non ci provo neppure. Epperò nemmeno voglio porre freni ai miei amori soltanto perchè sono troppo violenti troppo intensi troppo.
No, mi dispiace, questa non è una cosa per me, l’ho lasciata in uno scatolone qualsiasi insieme ai bicchieri da cucina. E lo scatolone, ovviamente, l’ho perso.

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Mar 21 2011

un post intimista, postintimista, intimistpost

Erano proprio dieci anni fa, che stavo nella mia mezza stanza a montechange e mi sembrava di non aver capito un cazzo della vita, ma soprattutto mi sembrava di non avere nessuna possibilità di imparare, di fare e disfare, mi sentivo come in balìa di ciò che accadeva, come persa dentro un flusso che non solo non potevo controllare, ma neppure prevenire, indovinare, intuire. Erano proprio dieci anni fa e una storia d’amore importante era finita. E se ci penso non mi sono mai chiesta abbastanza come, non mi sono mai chiesta abbastanza quanto, ma insomma è finita quella come ne sono finite molte altre poi, forse semplicemente l’amore se ne è andato da un’altra parte ci ha abbandonati così e noi ci siamo ritrovati improvvisamente senza di lui, e senza di lui in mezzo a noi c’era solo uno di quei buchi neri contro i quali ancora oggi mi trovo a lottare di tanto in tanto.

E mi ricordo di una mail, che erano le prime mail che mandavo e ricevevo in assoluto, la grande rivoluzione dell’indirizzo email, che non tutti cel’avevano ma noi studenti di scienze della competizione eccome se cel’avevamo, eh, avevamo pure fatto l’esame di informatica e io avevo dovuto darlo due volte per poi passarlo con un voto che è rimasto il più basso di tutto il mio pluridecorato libretto. Mi ricordo di una mail in cui lui si chiedeva, mi chiedeva, cosa ci sta dall’altra parte dell’amore?

Ecco sono un po’ di notti che sogno mio malgrado l’uomo cui ho donato quattro anni della mia vita, e sono sogni umilianti, dai quali mi sveglio proprio con la stessa sensazione che avevo, quando vivevo con lui, ogni volta che non riuscivo a rispondere a grida con grida, ad offese con offese, a violenza con violenza. Sono un po’ di notti che lo sogno quale si è mostrato nei momenti peggiori e mi sveglio come sporca, come inzaccherata di fango, mi sveglio male, mi sveglio, dolore incontrollabile alle ossa e labbra gonfie a furia di morderle. Allora stamattina mi sono chiesta, mentre in auto, ossarottelabbragonfiedentischeggiati, tornavo da La Spezia, mi sono chiesta proprio, che cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore?
Cosa rimane quando mi trovo senza?cosa ci sta, là, nel posto dove stava l’amore? Mi piacerebbe che ci fosse quell’indifferenza che cantano i neomelodici nelle loro canzonette da lavatrice a trenta gradi, mi piacerebbe avere una tonnellata di indifferenza a riempirmi questo buco, mi piacerebbe che fosse tutto passato, tutto lavato, una candeggina dell’anima vorrei, una di quelle boccette di liquido bianco alle quali anelavamo alle scuole medie durante i compiti di matematica, che era troppo tardi per ricopiare in bella.

Quanto tempo ci vuole, quanto tempo ci vuole per non avere più voglia di dare fuoco alla casa, di pigliare il telefono e riempirlo d’insulti?quanto tempo ci metterò a farmi passare la voglia di scrivergli per filo e per segno tutte le cattiverie che mi vengono in testa? Quanto tempo ci metterò a non scappare dai maschi ogni volta che mi rendo conto che hanno il trecentoquarantottesimo neo che è proprio come il suo?
Quanto tempo ci vuole, perchè io smetta di sobbalzare di paura ogni volta che vedo un’auto come la sua?
Io non lo so cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore, ma vorrei che non ci fosse niente, vorrei sonni senza sogni, vorrei incontri leggeri che non fossero puntellati dal mio continuo terrore di trovarne un altro come lui. Vorrei non fare di tutt’erba un fascio, vorrei dare alle persone una possibilità, vorrei che dall’altra parte dell’amore ci fosse semplicemente che ne so, un vuoto, un singhiozzo, uno sbadiglio, un tempo morto.

Lo so, avrei dovuto fare un post sulla Libia, che va tanto di moda, avrei dovuto fare un post sull’aeroporto chiuso a Trapani, sulla rivolta a Lampedusa, avrei dovuto, ma invece no, cazzo no, non lo voglio fare, perchè io sono pure questo, sono pure che mentre vado al presidio mi guardo intorno e una parte di me è terrorizzata dall’idea di vedere ancora quegli occhi e l’altra si dice che lui al presidio non ci sarebbe venuto mai. Sono pure questo, sono questo, sono quella che fa il master per cambiare lavoro e quella che fa gli spettacoli, e quella che non si capisce come, e quella che a un certo punto alcune piante si seccano e basta senza motivo, sono quella sono questa sono.

Che cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore.

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