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Dic 17 2011

Se benchè siamo donne.

Bea l’abbiamo incontrata un giorno col Dottò durante uno dei nostri pranzi clandestini. Parlavamo fittofitto completamente dimentichi del fatto che eravamo nel mezzo di Seoul a ora di pranzo, e questa tipa ci saluta in italiano. Non sono cose che succedono tutti i giorni nel Regno Eremita. Non ho capito subito se mi piaceva o meno. Però quando mi ha detto che aveva vissuto sette anni in Italia ho pensato che volevo parlarci di nuovo, per capire cosa ne pensa, dell’Italia, una coreana. E cosa pensa, poi, quando ritorna qua e si trova in mezzo a quello che per me è un infinito delirio.

Allora è finita che ci siamo viste qualche volta, io e Bea, per una cioccolata calda e qualche chiacchiera. Ho sempre provato ad ascoltare, a cercare di capire quello che mi diceva. Ho capito, in questi mesi, che qui in Asia c’è proprio un tempo diverso, un tempo del pensiero, che è pari mentre il mio è dispari, o diventa dispari quando il mio è pari. Allora dopo un po’ di volte che inciampavo in irrisolvibili controtempi del pensiero ho deciso di rallentarmi, e così faccio con Bea ogni volta, perchè ci sono proprio delle cose che vorrei capire, e che mi rimangono invece oscure. Allora m’impegno porcamiseria. Faccio le domande, ascolto le risposte. Se lei mi domanda di me, della mia vita, cerco di essere schietta.

Non ho mai pensato che la mia vita fosse particolarmente avventurosa.
Qui mi rendo conto invece che i miei racconti, soprattutto per le ragazze, sono semplicemente spaventosi.
Mi sono sempre considerata un’attivista mediocre e una discreta indecisa.
Qua mi sento una rivoluzionaria dei diritti delle donne.

Che il fatto non è andare alle manifestazioni, no. Il fatto è avere la forza di seguire i propri desideri, i propri sogni, anche andando contro quel muro invisibile e però opprimente che si chiama accettazione sociale.

 

 

Martedì Bea mi manda un messaggio in italiano, io non capisco molto ma con il Dottò ho imparato a riconoscere i segnali. La rottura è innescata, l’implosione avviata, Bea è nel pieno di una burrasca culturale e non ci capisce niente.
Le sue amiche non si spiegano il motivo della sua improvvisa follia,
non rimango che io, la spiantata (secondo me)/la rivoluzionaria (secondo lei).
Allora dico
oh Bea tranquilla ci pigliamo un caffè presto prestissimo tieni botta.

 

 

Arriva oggi tutta trafelata e io le compro la cioccolata calda che fa bene al cuoriciattolo intirizzito. Mi aspetto di dover avere pazienza come sempre e invece mi parte a fiume, Bea, che quasi non mi sembra lei. Mi parte a fiume col suo non sentirsi abbastanza accettata, col suo desiderio irraggiungibile di essere una donna rispettabile, stimata, con la sua volontà di rispondere alle aspettative della famiglia e degli amici.
Mi parte a fiume con un amore che non va bene, perchè lui è separato e se lei sta con lui vuol dire che rinuncia a famiglia amici lavoro, vuol dire che diventa una specie di reietta, e allora mi parte a fiume perchè si è stronzissimamente innamorata e non sa che fare, e non lo vuole più vedere, perchè la cosa che vuole di più al mondo è essere una vincente, come dicono spesso qua, entrare nel modellino che la società le ha disegnato, la cosa che vuole di più è la stima del suo mondo, e però poi si rende conto che la cosa che vuole di più è forse la felicità, e porcamiseria porcamiseria chi avrebbe mai potuto pensare che la felicità non fosse solo “essere una vincente”?

Come succede che l’amore diventa importante come succede che improvvisamente non basta il lavoro non basta l’accettazione non bastano i guanti nuovi di Gucci come è possibile una cosa del genere? si deve essere aperta una falla ci deve essere qualche cosa che non funziona e da questa falla escono grossissime incontrollabili lacrime e Bea non vorrebbe si vede che non vorrebbe perchè non sta bene piangere così in un luogo pubblico eppure la falla è aperta e cascano punti interrogativi giganteschi insieme alle lacrime.

Come succede che non basta? com’è possibile che nonostante tutti questi recinti tutti questi paletti tutti questi rituali tutti questi confini come succede che nonostante tutto riesca a entrare l’idea di una felicità
c o m p l e t a m e n t e i r r a z i o n a l e ? ? ?

Non lo so Bea non lo so ma mi domando Bea che cosa è più importante per te? perchè lo vedi, a me in fondo non importa. Non ti giudico male se vuoi essere come dice la tua famiglia e cancelli il numero dell’innamorato perchè non è l’uomo che la tua famiglia ha scelto per te. Anzi Bea la sai una cosa? se proprio ti dovessi giudicare ti giudicherei bene, perchè vedrei la forza della coerenza dentro di te e la lucidità, lucidità che io non ho ecco. Però Bea porca miseria a me mi pare che questi lacrimoni ci raccontino che tu non sei proprio convintaconvinta, eh? E lo so, lo so.
No io la risposta non ce l’ho Bea, la mia vita è un macello, non sono mai stata in grado di rispondere a nessun’aspettativa, ho sempre deluso tutti. Si ho fatto sempre un sacco di casini vedi… no non devi pensare… eh?
E ci risiamo Bea lo sapevo che mi aspettavi al varco.
Che ti sembro più libera di te, io?
Non lo so se lo sono Bea, ma te lo posso assicurare, non è proprio una passeggiata vivere così, scegliendo di non rispettare nessun modello esterno e chiedendosi onestamente ogni giorno cosa si vuole dove si vuole andare.
Cazzo Bea io certe volte sono proprio confusa e a volte soffro. Eh si eh, soffro perchè mi sembra che perdo tutte le persone che amo a causa di questa cosa che chiamo onestà. Si che soffro. E piango anche. A proposito tiè ci sono i fazzoletti morbidissimi con la pubblicità della caffetteria stampata in marrone, asciugati gli occhi.
Si che soffro e mi sento una cretina. No non lo so io che cosa sceglierei, e in fondo è importante? Ti posso assicurare che tutte le volte che ho scelto ho scelto male. Ma poi non importa ecco io ero convinta.

No forse l’unica cosa che ti posso dire Bea è che non ho paura di soffrire, e non ho paura di stare sola.
Cioè, un po’ si. Ma poi mi faccio forza. Soffrire, soffrirei lo stesso.
Meglio sola che annoiata.
No Bea non c’è una cippalippa da stimare guarda te lo giuro è una menata. Io se potessi tornare indietro non so se lo rifarei. Solo che ormai ci sono. Mi ci vedi a me a trentatrè anni a dire buongiorno vorrei se possibile entrare nel vostro stampino? poi finisco come tutti quei coreani che non ci stanno più dentro e si suicidano. Mica bello. No io ormai ci sono ma tu magari pensaci un attimo.
No non ti sto dicendo che lo devi lasciare.
Non ti sto dicendo.
No.

Però magari ecco pensaci un attimo. Fatti un paio di domande. Ascoltati. Che ti devo dire Bea, se vuoi ci vediamo la settimana prossima e mi racconti.
No non ti preoccupare io sto bene certo a volte mi faccio delle domande ma tuttapposto sul serio, me la cavo. Si non è proprio facile vivere in Corea. Ma me la cavo egregiamente.

Portati via un paio di fazzoletti, sai mai che mi scoppi a piangere in metro. Eh e poi non fare tardi che oggi è sabato e il sabato è il giorno del gioco di squadra e non vorrei mai che tu arrivassi tardi, potresti destabilizzare per sempre una mezza dozzina di giovani coreani rampanti, dai sbrigati.

Si si, settimana prossima, ci facciamo gli auguri di natale. Non ti preoccupà. Sbrigati che fai tardi.

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Nov 20 2011

Shashin e gli altri

Domani Shashin parte e mi è venuta quella malinconia che ti piglia ogni volta che gli amici se ne vanno. In genere sono io che me ne vado per prima, e fa un po’ strano pensare che questa volta la figura che si staglia sulla banchina nell’attesa di un ritorno è la mia, che sono proprio io ad attendere qua, su questa immensa e instabile banchina chiamata Seoul, con meno sette gradi e senza aver avuto l’accortezza di comprare le mutande termiche.

Shashin parte e torna tra tre settimane ma nel nostro mondo, il mondo dei fantastici cinque, tre settimane sono un’eternità, se penso a me tre settimane fa, alla sofferenza all’alienazione, se penso al dolore, al senso di aver sbagliato tutto, alla voglia che avevo di mollare questo posto e tutti i progetti che gli ho disegnato addosso, se penso a me tre settimane fa mi piglia una specie di vertigine, e mi emoziono e mi spavento all’idea che, probabilmente, tra tre settimane io esisterò ancora, eppure sarò completamente diversa e chissà quante cazzate avrò combinato, chissà quanti passi falsi, chissà quanta felicità quanta emozione, chissà il mio cuoriciattolo quanto avrà palpitato chissà quanto avrò pianto perchè io si sa, piango, piango per il dolore ma piango anche di commozione e di gioia.
Shashin tornerà diversa e io diversa la accoglierò, in questa Seoul che ti prende e ti sbatacchia da tutte le parti, vorticosa velocità che ti schiaffeggia e se non vai a ritmo sono molto semplicemente cazzi tuoi.

Danze nuove sto imparando, anche con Shashin che è diversa diversissima da tutte le persone conosciute fino ad ora. Che poi che vuol dire, ogni persona è diversa, lo so, sono banalità, eppure io ogni volta mi sorprendo nello scoprire quanta unicità e quanti tesori ci possono essere dentro ciascuno e mi dico ma porcapaletta quanto fortunata sono?
Perchè in questo gelo immobile, in questo vento ingiusto, io oggi domenica 20 novembre mi sento fortunata e ho paura che l’intensità e la densità trovate negli ultimi giorni si dissolvano in un quotidiano monotòno o, peggio, nella tossica mediocre incomprensione delle relazioni infagottate nel già scritto.

Io non la voglio, una relazione già scritta. Non voglio amici che si infilano nelle caselline disegnate da qualcun altro, così come non ho mai desiderato amanti che si mettessero il vestito di cartone dell’amante, come quei giochi che facevamo da bambine, la bambola di cartone e i vestitini di cartone tutto perfetto tutto già preformato, non esiste il difetto e quindi non esiste rischio fantasia immaginazione non esiste spazio per inventare ( e qui per un attimo mi sospendo in un grumo di ricordi).

Shashin è per me oggi spazio per inventare relazioni che non stanno scritte da nessuna parte, polenta col burro riscaldata in padella a casa sua senza sentirmi fuori posto, il felice ricordo di ieri, lasagne a casa del D.B. e chiacchiere e parole infinite e zero paura di risultare importuni, risate e la consapevolezza improvvisa di avere già costruito un piccolo mondo di segreti condivisi, e che in questo mondo c’è spazio per tantissime nuove cose, che arriveranno, ma di cui non conosciamo nè il colore nè la forma. Shashin è il divano per il buttismo, i dolcetti di riso e la breve densissima visita di S che passa solo per salutare, che poi ho una cena.

Rido, rido come da tempo non ridevo e mi spremo e mi consumo e mi brucio. L’ho sempre detto, che non ho niente da conservare, e infatti ieri m’è venuta una ruga nuova. Me la guardo e mi dico toh, questa ruga è Seoul, è questa vita adulta eppure piccola, è quest’incertezza. Questa nuova ruga è la sensazione di stare qua eppure di avere sempre un pezzo di corpo un pezzo di cuore da un’altra parte, è la paura che il bello si dissolva nell’ennesimo bicchiere di tequila, eppure la voglia di vedere dopo questo bello che cosa ci sarà, e lanciare il sasso, lanciare il sasso sempre più lontano.

Domani sveglia alle sei, tailleur, sorriso, spremuta di me e la consapevolezza che molto presto tornerà il giorno in cui, alle sei, sarò in procinto di dormire.

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Lug 10 2011

V.M.18

Quando ero piccola pensavo che da grande avrei avuto un tailleur viola coi bottoni dorati, sarei stata magra come le barbie e non avrei portato più gli occhiali. Prima di addormentarmi visualizzavo sempre quest’immagine di una me bellissima, coi capelli lunghi e cotonati, vestita di viola, con le spalline imbottite come andavano negli anni ottanta, che scendeva di corsa le scale della casa di Campobasso per andare a un appuntamento con un eterno fidanzato che ovviamente era come Ken, forse un po’ più morbido, ma gentile premuroso e sorridente proprio come lui. Forse aveva anche la macchna cabriolet.

 La notte in questa città è umida, bagnata, odorosa, che mi viene voglia di camminare nel parco e rotolarmi come una gatta fino a quando non sono tutta sporca d’erba, e in questa fantasia ovviamente nel parco ci sono solo io, non esistono tutti i frikkettoni ubriachi che giocano a chi lancia il diablo più in alto cantando le canzoni di De Andrè fino al suicidio di massa.
Se tutti i miei sogni di relazione non si fossero già schiantati contro le mie angustissime quattro pareti bianche e rosse adesso starei qui ad odorare  il sudore di un altro corpo, a respirare la lentezza di questo calore quasi insostenibile, ad ascoltare la pelle che si dilata sotto le carezze. Ci sarebbe la finestra socchiusa e il tempo sarebbe infinito mentre noi ci consumiamo.
E invece i miei sogni di relazione si sono infranti e quasi quasi io il problema dello scambio di liquidi lo risolvo definitivamente con l’acquisto online di silicone preformato anallergico, che almeno non ti comincia a fare una serie allucinante di tarantelle quando è ora di sloggiare. Il silicone, peraltro, ha il grande pregio di essere completamente consenziente nel momento in cui tu gli dici sai, mi trovo proprio bene con te, mi piacerebbe che la nostra fosse una relazione basata sull’onestà, cerchiamo di andare a fondo senza preoccuparci degli schemi e dei modelli coi quali siamo cresciuti. Stiamo in questa cosa fino a quando dura la passione, non ci distraiamo, cazzo non ci distraiamo che già questa vita è sufficientemente dura e basta un attimo di deconcentrazione per perdere tutto il coinvolgimento e tutto il piacere. Stiamoci dentro, a questa passione, fino a quando non saranno finite le batterie.
Il silicone preformato anallergico reagisce in maniera entusiasta di fronte a queste proposte.
Non ha bisogno di mostrare la sua emancipazione (a te, ma soprattutto a se stesso) facendo cazzate davanti ai tuoi occhi, non si spaventa, non si cruccia, non ha retaggi politici religiosi o morali, non si ammanta di finto materialismo. Il silicone è per natura appassionato e onesto.
Insomma il silicone preformato anallergico ha sicuramente dei vantaggi e io credo che, infranti tutti i miei sogni di relazione passionale col genere umano, la soluzione stia proprio nella sperimentazione di un’onesta relazione con l’inanimato, poichè nell’inanimato sta il futuro, e poi diciamocela tutta, il silicone non ha un cervello ma neppure finge di avercelo. Il silicone non fugge terrorizzato ogni volta che la relazione si fa un tantino più interessante, temendo di rimanere troppo coinvolto (ma coinvolto da cosa, scusami?) il silicone, come me, non ha intenzione di preservarsi. Anzi, si consuma, volontariamente e voluttuosamente.
Se avessi voluto preservarmi non starei qua adesso, dico. Sarei la junior manager di qualche superazienda di prodotti iniqui, mi farei il lavaggio del sangue una volta all’anno, utilizzerei morigeratamente droghe pesanti di alta qualità e non avrei tempo per fantasticare sulla mia appassionata relazione col silicone preformato anallergico.
E invece io non mi voglio preservare, non mi interessa. Mi voglio consumare, voglio stare nelle relazioni fino a quando si può, prendere e dare tutto, arrivare quasi a fidarmi, che poi si sa, tutto finisce. Anche le batterie finiscono. Credo che la soluzione stia proprio in quel sito che vedevo oggi, ma se non sei cittadino americano non lo puoi ordinare, il compagno della tua vita, cazzo.
Devo trovare una soluzione.
Certo, se il ministero degli esteri mi firma la sua stracazzo di convenzione e mi spedisce all’estero io sono sicura che laggiù potrò con molta facilità fare l’incontro del mio semestre e avere un paio di approfondite avventure con l’inanimato.
Non ho sonno.
Non ho manco voglia di scopare, che l’idea di scopare apre scenari terrifici di maschi che pretendono di addormentarsi nel mio letto come se niente fosse, come se l’epica impresa del coito desse loro automaticamente il diritto di distruggere il mio già precario sonno. L’idea di scopare si porta appresso la distanza, lo sguardo vacuo di chi ha il terrore di consumarsi, di chi dice di non voler restare, e invece non vuole partire.
Quanto mi annoiano, questi piccoli omicidi seriali che non portano dentro nemmeno il brivido del mistero. E’ tutto già svelato dal momento in cui si mette mano alla scatola dei preservativi.
Mi annoiano gli occhi chiusi, le fronti corrucciate, i finti gesti di generosità, le prestazioni acrobatiche che si risolvono in una parodia, mi annoia la mancanza di onestà, l’incapacità di stare col corpo, di vedere davvero chi hai di fronte, mi annoiano, mi annoiano quelle di certi maschi e quelle di certe femmine, mi annoiano terribilmente, queste finte emancipazioni dal sentimento che si risolvono nel meschino omicidio seriale che si ripete sempre uguale a se stesso a prescindere dalla vittima. E non ci rimane un pochino di amore, non ci rimane un po’ di generosità.

Cercavo qualcosa di diverso.
Forse cercavo qualcosa di meno.

C’era un film che avevo visto quando avevo tredici anni, che in realtà non avrei potuto vedere perchè era vietato ai minori di quattordici, e a un certo punto lui, che era Roman Polanski, le chiedeva  “e quelle cose che facevi? quei corsi di danza?” lei rispondeva “la danza è una cosa che si fa col cuore, e io ho il cuore spezzato”.

 

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Giu 22 2011

stasera ho scoperto l’acqua calda

Certo, avrei potuto scoprirla d’inverno, che almeno sarebbe stata di una qualche utilità, invece no, l’ho scoperta d’estate, inutilità tra le inutilità, ma ci provo anche un certo gusto, a fare le cose inutili, io. Come il fatto che in casa mia non ho un solo bicchiere, non uno che sia uno, sufficientemente capiente per dissetarsi. Cioè, chiaro che ho dei bicchieri. Ho dei calici. Perchè quando sono andata a vivere da sola ho deciso che a me, i bicchieri da tavola, mi facevano tristezza. Mi facevano una tristezza infinita, perchè sono semplicemente brutti. E allora poco importa se per dissetarmi devo riempire quattro o cinque dei miei calici. Essi sono bellissimi, rifulgono nella mia piccola cucina e mi regalano bellezza. Che si fottano i bicchieri da tavola. Io i bicchieri da tavola li odio. I bicchieri da tavola sono meschini e miserabili nella loro utilità. Se non fossero utili non esisterebbero, il loro essere al mondo dipende esclusivamente dalla funzione che hanno. E io mi ribello a questo assioma. Io non esisto perchè servo. Anzi, forse io esisto proprio perchè non servo a un emerito niente. Diciamolo pure, sono una personcina abbastanza inutile. Sfido chiunque ad affermare che io sia mai stata utile a qualcosa o a qualcuno nella vita. Niente, nisba, zero. Un’esistenza felicemente votata all’inutilità. Eppure anche questo ha un senso, perchè sennò tutti i miei amici che, al contrario di me, hanno dato un senso alle loro vite, con chi potrebbero fare le stronzate quando hanno i reflussi di peterpanite? Cazzo, forse servo anche io a qualche cosa. Sono un immenso, obeso, bruttissimo bicchiere da cucina in bicicletta. Che tragedia.

Ma ritorno a me: ho scoperto l’acqua calda. Che però è un concetto molto più difficile da esprimere di quello che pensavo. Sono partita con una piccola inchiesta ovvero: esistono delle coppie felici? La risposta è no. Ovviamente tutti gli accoppiati mi hanno detto che sì, la risposta è si, le coppie felici esistono, basta trovare dei compromessi, compiere degli adattamenti, accondiscendere all’acquisto dei bicchieri da cucina anche se fanno schifo. Ma io mi domando, dove sta la linea di confine tra l’adattamento reciproco, soddisfacente, creativo, e la rinuncia? Non lo so, non lo so. Io ci ho provato seriamente, quando stavo con l’unico uomo di merda. Però evidentemente ho sbagliato qualcosa. Secondo me le coppie felici non esistono, è impossibile. Magari sono felici ogni tanto. Io, sinceramente, le coppie attorno a me mica le vedo tanto felici. E comunque, forse loro saranno anche felici ma la cosa non traspare molto eh. C’è qualche problema di comunicazione con l’esterno, indubbiamente.
Ma a prescindere da questa considerazione di carattere socioantropologico, c’è da aggiungere che sono giunta a una conclusione: io, a meno che non incontri una persona veramente veramente fuori di testa così tanto da essere totalmente onesta e disposta a mettere sul piatto tutto, ogni giorno (come io mi sento), ecco io non sarò mai felice all’interno di una coppia.

L’ho detto, l’ho scritto. Non rimprovero niente a nessuno, ognuno è fatto come è fatto. E io sono fatta così, che odio i bicchieri da cucina, e pur di stare nella bellezza perdo ore per bere da un calice. E non mi voglio cambiare. E quando perdo la testa per qualcuno ci voglio stare dentro fino all’ultimo capello, senza conservare niente, senza risparmiare niente. A me le cose fatte per preservarsi non mi interessano. Se mi fosse interessato preservarmi non sarei qui, adesso. Che cosa vuol dire preservarsi, da chi, da cosa? Per avere meno rughe e la pelle splendida anche a cinquant’anni? Grazie tanto, io preferisco essere spremuta come un limone, inguardabile, ma senza manco un briciolo di rimpianto.
Così sto vivendo questi mesi, amando intensissimamente, senza paura.
E lo so che le persone attorno a me non mi amano quanto le amo io, perchè la maggior parte di loro, invece, in qualche modo si vuole preservare. Forse in vista di un futuro migliore? io lo spero per loro. E non le cambierò. Anche se volessi, non potrei. Quindi non ci provo neppure. Epperò nemmeno voglio porre freni ai miei amori soltanto perchè sono troppo violenti troppo intensi troppo.
No, mi dispiace, questa non è una cosa per me, l’ho lasciata in uno scatolone qualsiasi insieme ai bicchieri da cucina. E lo scatolone, ovviamente, l’ho perso.

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Mar 21 2011

un post intimista, postintimista, intimistpost

Erano proprio dieci anni fa, che stavo nella mia mezza stanza a montechange e mi sembrava di non aver capito un cazzo della vita, ma soprattutto mi sembrava di non avere nessuna possibilità di imparare, di fare e disfare, mi sentivo come in balìa di ciò che accadeva, come persa dentro un flusso che non solo non potevo controllare, ma neppure prevenire, indovinare, intuire. Erano proprio dieci anni fa e una storia d’amore importante era finita. E se ci penso non mi sono mai chiesta abbastanza come, non mi sono mai chiesta abbastanza quanto, ma insomma è finita quella come ne sono finite molte altre poi, forse semplicemente l’amore se ne è andato da un’altra parte ci ha abbandonati così e noi ci siamo ritrovati improvvisamente senza di lui, e senza di lui in mezzo a noi c’era solo uno di quei buchi neri contro i quali ancora oggi mi trovo a lottare di tanto in tanto.

E mi ricordo di una mail, che erano le prime mail che mandavo e ricevevo in assoluto, la grande rivoluzione dell’indirizzo email, che non tutti cel’avevano ma noi studenti di scienze della competizione eccome se cel’avevamo, eh, avevamo pure fatto l’esame di informatica e io avevo dovuto darlo due volte per poi passarlo con un voto che è rimasto il più basso di tutto il mio pluridecorato libretto. Mi ricordo di una mail in cui lui si chiedeva, mi chiedeva, cosa ci sta dall’altra parte dell’amore?

Ecco sono un po’ di notti che sogno mio malgrado l’uomo cui ho donato quattro anni della mia vita, e sono sogni umilianti, dai quali mi sveglio proprio con la stessa sensazione che avevo, quando vivevo con lui, ogni volta che non riuscivo a rispondere a grida con grida, ad offese con offese, a violenza con violenza. Sono un po’ di notti che lo sogno quale si è mostrato nei momenti peggiori e mi sveglio come sporca, come inzaccherata di fango, mi sveglio male, mi sveglio, dolore incontrollabile alle ossa e labbra gonfie a furia di morderle. Allora stamattina mi sono chiesta, mentre in auto, ossarottelabbragonfiedentischeggiati, tornavo da La Spezia, mi sono chiesta proprio, che cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore?
Cosa rimane quando mi trovo senza?cosa ci sta, là, nel posto dove stava l’amore? Mi piacerebbe che ci fosse quell’indifferenza che cantano i neomelodici nelle loro canzonette da lavatrice a trenta gradi, mi piacerebbe avere una tonnellata di indifferenza a riempirmi questo buco, mi piacerebbe che fosse tutto passato, tutto lavato, una candeggina dell’anima vorrei, una di quelle boccette di liquido bianco alle quali anelavamo alle scuole medie durante i compiti di matematica, che era troppo tardi per ricopiare in bella.

Quanto tempo ci vuole, quanto tempo ci vuole per non avere più voglia di dare fuoco alla casa, di pigliare il telefono e riempirlo d’insulti?quanto tempo ci metterò a farmi passare la voglia di scrivergli per filo e per segno tutte le cattiverie che mi vengono in testa? Quanto tempo ci metterò a non scappare dai maschi ogni volta che mi rendo conto che hanno il trecentoquarantottesimo neo che è proprio come il suo?
Quanto tempo ci vuole, perchè io smetta di sobbalzare di paura ogni volta che vedo un’auto come la sua?
Io non lo so cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore, ma vorrei che non ci fosse niente, vorrei sonni senza sogni, vorrei incontri leggeri che non fossero puntellati dal mio continuo terrore di trovarne un altro come lui. Vorrei non fare di tutt’erba un fascio, vorrei dare alle persone una possibilità, vorrei che dall’altra parte dell’amore ci fosse semplicemente che ne so, un vuoto, un singhiozzo, uno sbadiglio, un tempo morto.

Lo so, avrei dovuto fare un post sulla Libia, che va tanto di moda, avrei dovuto fare un post sull’aeroporto chiuso a Trapani, sulla rivolta a Lampedusa, avrei dovuto, ma invece no, cazzo no, non lo voglio fare, perchè io sono pure questo, sono pure che mentre vado al presidio mi guardo intorno e una parte di me è terrorizzata dall’idea di vedere ancora quegli occhi e l’altra si dice che lui al presidio non ci sarebbe venuto mai. Sono pure questo, sono questo, sono quella che fa il master per cambiare lavoro e quella che fa gli spettacoli, e quella che non si capisce come, e quella che a un certo punto alcune piante si seccano e basta senza motivo, sono quella sono questa sono.

Che cosa ci sta, dall’altra parte dell’amore.

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Feb 19 2011

vomitino autoreferenziale

non mi piacciono le coppie sedute al bar la mattina, ognuno nascosto dietro il suo giornale, che per quanto mi riguarda potrebbero essere anche in due dimensioni diverse e quel tavolino che dividono è soltanto uno scherzo della materia, in realtà sono ciascuno affogato nella sua dimensione similintellettuale e probabilmente quel giornale li tiene in salvo dal baratro di un silenzio fatto di aspettative non corrisposte. Queste coppie si afferrano ai quotidiani di turno come fossero l’ultima ancora di salvezza contro la desolazione di una relazione disidratata fino allo stremo e diventano la gioia degli editori, perchè riescono a trovare interessanti anche quotidiani come il resto del carlicchio e vattelappesca.
Non mi piacciono queste coppie che occupano inutilmente tavolini al sole, togliendone l’uso a persone che invece potrebbero gratuitamente distribuire gioia e vita e desiderio. Si impossessano ingiustamente dei tavolini migliori per replicare davanti a tutto il pubblico del sabato mattina la farsa dell’amore acculturato, senza rendersi conto che la loro scenografia è piena di buchi e goffmanianamente possiamo vedere troppo bene quanto siano sporche e luride e abbandonate le loro cucine.

Non mi piacciono gli uomini che mi fanno domande perchè vogliono rispondere loro. Infatti chiedo sempre “ma davvero lo vuoi sapere?” e spero che questo accorgimento mi tuteli dalla delusione ma invece ogni volta è inutile.  Comincio a rispondere pazientemente alla domanda ma dopo tre parole vengo interrotta e sono mio malgrado costretta ad ascoltare la risposta del maschio di turno alla domanda che teoricamente era stata posta a me. Provo un po’ di disappunto e allora torno alla carica alla prima pausa, ma di nuovo inciampo nell’interruzione. Al terzo tentativo fallito desisto e mi metto a contare i piccioni e a pensare che vorrei mangiare delle frittelle di quelle veneziane coi pinoli e l’uvetta.

Non mi piacciono i maschi che non ricordano il mio nome, che mi implorano di dar loro il mio numero di telefono e poi non chiamano. che millantano aperitivi che non arriveranno mai, che mi dicono scegli tu ma poi qualsiasi cosa io decida non va bene, che mi dicono non ho fretta e guardano di continuo l’orologio, che mi comprano la rosa dai pakistani sperando di fare bella figura, che pensano che pagandomi la cena mi abbiano comprata, che mi trattano come se fossi ‘ultima automobile che hanno preso a tag zero e tasso sarcazzo, che ci provano solo perchè sono attrice e sono single,  non mi piacciono quelli che mentono e non lo sanno fare, quelli che quando gioca l’inter il mondo si deve fermare io compresa, quelli che quando dico che non mangio il formaggio mi guardano come se fossi un’aliena, quelli che mi aggrediscono perchè è l’unico modo per sopraffarmi, quelli che mi offendono perchè non hanno altri mezzi per dimostrare la loro presunta superiorità, quelli che non vanno nei centri sociali per partito preso, quelli che hanno l’alito che sa di aglio, quelli che prima di fidanzarti erano meravigliosi e raffinati e dopo un mese di convivenza sono un agglomerato informe di scoregge, rutti liberi, pantofole e lamentele.
Non mi piacciono i maschi che prima di fidanzarsi con me mi amano perchè sono inafferrabile e una volta che pensano di possedermi fanno di tutto per incasellarmi nelle loro stronzissime e meschine caselle salvo poi sbroccare come dei neonati affamati quando si accorgono che non ci entro, nelle caselle, che non sono come la loro mammina e non ho nessuna intenzione di diventarlo, non mi piacciono questi presunti compagni di una vita che ti mettono davanti alla scelta tra loro e i tuoi sogni, che democraticamente non ti impediscono di continuare a fare le tue cose però ogni volta che le fai ti apparecchiano una scenata epocale, non mi piacciono i maschi violenti che vogliono farti credere che sia colpa tua, se loro sono violenti, che ti fanno venire il terrore di parlare di sorridere di muovere le cose perchè ogni minimo spostamento potrebbe scatenare lo tsunami.
Non mi piacciono quelli che non mi credono, che mi dicono che drammatizzo, che mi sottovalutano, che non mi ascoltano.

Non mi piacciono i bambini, i bambini li odio, li ucciderei tutti e le donne con la pancia le obbligherei a stare in casa perchè sono uno spettacolo terribile che io vorrei risparmiarmi, e i bambini sono uno spettacolo ancora più terribile, quei piccoli wistonchurchill rugosi già pronti a recriminare di essere stati messi al mondo, innocenti eppure già colpevoli, quei condensati di bisogni che crescendo non faranno altro che cercare i modi migliori per manifestarli, questi bisogni, quelle larvette che servono a restituire un pochino di brivido a relazioni ormai morte e sepolte, i bambini sono il condensato dei sensi di colpa dei loro genitori e io vorrei un mondo che si estinguesse progressivamente un mondo di aborti altro che politica del figlio unico vorrei che questo mondo andasse a scomparire fino a meno infinito.

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Ott 23 2010

ridammi la vita che mi hai rubato.

Published by lucilla under coppia, solitudine, carla vitantonio

Mi ricordo che era un giorno di aprile quando mi telefonò e mi chiese se avevo un minuto per lui. Ce lo avevo, un minuto per lui, mi sentivo che dentro di me ci fosse un universo di minuti tutti dedicati a lui e mi faceva quasi ridere, che lui mi chiedesse il permesso, perchè io vivevo per quei minuti là e non vedevo l’ora, non vedevo l’ora di darglieli, i miei minuti. Eravamo seduti sul letto di Cecilia, mi ricordo, c’era un sole tiepidissimo, era la primavera più bella del mondo e lui aveva quegli occhi che fa quando non si deve difendere, quegli occhi un po’ liquidi che gli vengono certe mattine.

Credo che ci siano delle formule, delle espressioni particolarmente efficaci, e ne sono felice perchè in questo momento farebbe troppo male cercare un’espressione per noi, solo per noi, allora sono contenta, che ci siano già delle formule di sostegno, dei paletti ai quali aggrapparsi in questa tempesta.

Mi chiese di entrare nella sua vita. Nella sua casa, nella sua città, nella sua giornata. Mi chiese di entrare nella sua vita ed eravamo sul letto di Cecilia e io non avevo nemmeno bisogno di pensarci un attimo.
Ricordo che alcuni dei miei amici provarono a farmi ragionare sul fatto che stessi stravolgendo tutto, ma proprio tutto, che non ci fossero vie di fuga, ancore di salvataggio, che fosse in qualche modo pericoloso.
Poi però mi guardavano in faccia ed io ero amore e basta e diventava difficile chiedermi di rimanere coi piedi per terra. Perchè io stavo, coi piedi per terra, ma era un’altra terra, alla quale avevamo accesso solo io e lui.

Questo mi ricordo questa fu la prima promessa poi ce ne furono molte altre e a tutte pensavo avremmo assolto per sempre o se proprio non per sempre a lungo a lunghissimo e io piano piano avevo costruito una piccola vita attorno a lui.
Che era stato difficile, difficilissimo a tratti, ricordo, era stato duro e mi ero sentita sola e persa e sfiduciata  a tratti però c’era lui e tutto aveva un senso fino a quando lui era là.

Fino a poche settimane fa non sono stata in grado di realizzare quanto profondamente avessi modificato la mia vita attorno al pensiero, al sogno, al progetto di lui. Poi all’improvviso l’evidenza mi ha lasciata muta. E vuota.

Che bella vita di merda che avevo fatto i primi tempi. E anche adesso, se guardo tutto quello che sono riuscita a costruire, mi pare che sia così poco, che senza il suo centro tutto questo perda completamente di senso, un gigante decapitato e svuotato dei suoi organi interni.

Ieri se ne è venuto con quegli occhi là, che io ricordo, e ha riproposto la medesima scena, all’incontrario. Seguendo lo stesso protocollo, che adesso mi pare ridicolo. Gentilmente mi ha chiesto se avevo un po’ di tempo per lui, che aveva bisogno di parlarmi. Per chiedermi di uscire dalla sua vita.
Un pacco, mi sento.
Una cosa.

Adesso ridammi la vita che mi hai rubato. E gli anni e i sogni e i progetti. Ridammi quello che ero prima d’incontrarti, che credevo nell’amore e nelle persone e nell’onestà. Ridammi la voglia di fare, di mettermi in gioco. Ridammi il modo in cui ridevo. Ridammi l’onestà con cui parlavo perchè non ancora avevo conosciuto il terrore di non essere ascoltata.
Ridammi tutto.

Che poi lo so, lo dicono tutti, adesso è normale, ma poi ti passa, vedrai che lo capirai, che non è stato solo un errore, che non è stato tutto uno sbaglio. Io lo spero, sinceramente, lo spero. Spero di svegliarmi un giorno e dirmi ah, sono pronta a riabilitare quei quattro anni di vita.

Adesso io sento una cosa sola, con chiarezza: che avrei preferito non incontrarlo mai.

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Set 05 2010

considerazioni molto prima della prossima alba

Published by lucilla under coppia, solitudine, carla vitantonio

che uno non dovrebbe promettere mai
perchè fino a quando le cose vanno bene
fino a quando le cose vanno
le promesse se ne stanno là, nascostacquattate
come se tutto fosse normale
e poi quando le cose, maledette, se ne vanno per i fatti loro,
quando le cose si ribellano
allora le promesse
tutte le promesse non mantenute
escono fuori come un piccolo esercito di sconfitti
di proletari affamati
a reclamare il loro pane ammuffito
non per mangiarlo, no
ma semplicemente per la voracità di reclamare
di avere il diritto a distruggere ancora di più

siamo alla fine di una di quelle manifestazioni in cui tutti rompono tutto
e ci sono mortadelle che giacciono a terra in mezzo ad auto bruciate
una scarpa all’angolo della strada
insieme a molto sangue
e il fumo dei lacrimogeni, come quella volta a Genova
che le soluzioni sono due, o scappi, o bruci tutto anche tu

io scappo
tu bruci

che alla fine forse sono stata proprio io
a non essere in grado
che questa è la maledetta ora del tutto è colpa mia
che non sono più lucida nè ubriaca
che

le promesse uno non dovrebbe mai farle
perchè adesso, in quest’ora che non sta da nessuna parte,
in questo ibrido della giornata
le promesse come fantasmi vengono fuori
e me le ricordo tutte, tutte,
le tue, le mie
mentre poco lontano da questo deserto
ancora mi bruciano le ferite di quell’ultima gigantesca voragine

e ci sono dei momenti in cui mi dico che cambierei tutto, tutto, pur di tornare a quella notte che era aprile e tutto eri tu, e rifarei tutto tutto daccapo, mettendo da parte me e quello che volevo e tutto il resto
ma poi mi dico, tu avresti voluto?

tutto irrimediabilmente perso
tutto bruciato
tutto rotto
tutto inafferrabile
ti ricordi come cantavamo?
I will be by your side
even when you’re down and out

non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta
a tenerti

 ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete
di dare carta bianca
stanco di queste scale
che c’è chi scende
e c’è chi sale
e non c’è cosa che possa dirti
senza apparire banale
non c’è gesto che mi sia consentito fare
ora che il tuo amore è morto
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io
e non riesco a parlarti
e faccio fatica a rincorrerti
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare, ahi
facendo lo slalom tra il già detto,
l’indicibile
e la sciocchezza

uff, come sono stanco,
come sono stanco di tutte queste menate….

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Giu 11 2010

muble muble

Voglio stare dentro l’intervallo della Rai di quando ero piccola. Con tutte le pecorelle immobili in un incredibile paesaggio abbruzzese che poi non era molto diverso dal paesaggio molisano che vedevo fuori dalla mia finestra e che odiavo, odiavo, perchè fuori dalla mia finestra altro che pecore avrei voluto vedere, grattacieli, metropolitane, cinema e consumismo.

Odiavo le maledette pecore molisane e la quiete e la gallina che tornata in su la via ripete il suo verso e la siepe che dall’ultimo orizzonte il guardo esclude. Leggevo cioè e le lettere delle mie coetanee che andavano al cinema in metropolitana e io in metropolitana non ci ero mai andata e invidiavo tantissimo mia sorella che una volta era andata a Milano da uno  specialista della crescita (perchè i miei erano convinti che non crescesse abbastanza, e col tempo hanno dovuto ricredersi) ed era andata sulla metropolitana che l’aveva fatta sbucare proprio davanti al duomo, davanti al duomo di Milano quello delle foto! (quello la cui miniatura hanno spiaccicato sulla faccia dell’attualo presidento del paeso)

E allora che faccio? ci ho sedici anni e ci ho una storia con uno che mi piace tantissimo, mi piace tantissimo davvero e nella mia ingenuità adolescenziale di una che non ha ancora esperito la potenziale meschinità del maschio penso pure che me lo voglio sposare e stare con lui in campagna in mezzo alle pecore. Mi piace molto questo tipo che ci ha la cinquecento e mi canta le canzoni degli uddue accompagnandosi con la chitarra e mi chiama ca e io l’ho conosciuto già da diversi mesi e vorrei tanto diventare la sua fidanzata; è dall’estate che facciamo il tiremmolla abbiamo anche trascorso parte delle vacanze insieme poi è ricominciata la scuola e lui a scuola non ci va, no, perchè va già all’università, e mi viene a prendere con la cinquina davanti al cancello del liceo e io quando vedo la cinquina bianca e lui affacciato dal tettuccio mi squaglio, ecco che faccio, mi squaglio, e vorrei stare tutto il tempo con lui
MA
poichè questo non è il blog di Shakespeare e nemmeno quello di Checov c’è un problema, che non è che le nostre famiglie si odiano, che non è che lui deve partire per la guerra, che non è che c’è uno Iago nascosto da qualche parte nè un gabbiano che gli caga sulla camicia NO, il problema è molto banalmente che a lui piaccio io ma gli piace pure un’altra.
Ebbene si lettori e lettrici avete letto proprio bene questo tipo di cui ero follemente innamorata da adolescente aveva anni credo ventuno e ancora si dibatteva in dilemmi preadolescenziali tipo mi piacciono quattro ragazze penninchiostrecalamaio chi butteresti nel pozzo? chi nelle spine? chi nel letto dell’amore? e lei certamente ti risponderà così…
Insomma il ragazzo un pochino intrappolato in dilemmi ormonali mi vuole e non mi vuole o meglio non vuole solo me e allora per alcuni mesi finisce che, come si suol dire, ci frequentiamo. Ci abbiamo una storia. E però io arrivato novembre sono stufa perchè lo vorrei tutto per me. Questa è la verità. Ed è il grande intoppo nel quale è inciampato il mio comunismo interiore.
Allora un giorno non gli dico niente e sparisco. Ebbene sparisco e vado a Milano, che non ci ero mai andata, e vado a vedere il duomo proprio quello della pubblicità proprio quello che mia sorella aveva visto anni prima uscendo dalla metropolitana e io non l’avevo visto mai. Vado a Milano e Milano è bellissima. Ci sono tutte quelle cose che non ho visto mai e che ho sempre desiderato. I palazzi sono altissimi e la gente è tanta e incontrare qualcuno che conosci è davvero davvero difficile e le persone mi sembrano civili, ecco come mi sembrano,  mi sembra che se attraversi la strada sulle strisce si fermano, mi sembra che non urlano, mi sembra che ci sono gli autobus e addirittura i tram tutti arancioni ed è bellissima Milano ecco com’è, e c’è quella nebbiolina c’è quel grigio che mi fa finalmente sentire la protagonista di uno dei fotoromanzi che leggo su cioè. A Milano c’è tutto a Milano le persone non ti guardano se sei vestita diversa e spesso sono vestite ancora più diverse di te. Il diverso è uguale a Milano e ci sono gli artisti di strada che io non li avevo mai visti e le persone si siedono sulle scale del duomo e passeggiano e io penso che da grande vorrò per sempre vivere a Milano ecco dove vorrò vivere. Penso che me ne frego della profondissima quiete ove per poco il cor non si spaura. Voglio stare nell’uggia affollatissima di una città dove esiste la Rinascente.
Vado a Milano e sono giorni segreti il cui contenuto è ancora uno dei miei segreti più teneri e ho sedici anni e come al solito mentre sono lì, a sedici anni in mezzo all’uggia milanese, non penso ai pericoli potenziali che corro, penso solo che Milano è bellissima e che mi sento una sfigata a essere nata nella provincia di Crampobasso e che ci credo, se una nasce nella provincia crampobassana tutto quello che si merita è un innamorato che non sa se essere innamorato di lei o di un’altra.
Ma ho sedici anni e quelli sono i primi giorni milanesi della mia vita e mi sembra tutto magico e ovattato, e Milano mi sembra il mio risarcimento e il mio riscatto possibile. Di colpo la mia vita è piena di sogni realizzabili e mi rendo conto che avere sedici anni vuol dire che tra due anni potrò andare dove vorrò io e quindi forse addirittura a Milano a riscattarmi a prendermi quella vita che mi spetta altro che fidanzato in cinquina che mi canta gli uddue. Milano è la città della moda della musica della vita forse chissà anche del teatro perchè no, Milano è Milano voglio vivere per sempre in questo mondo di metropolitane e il sabato andare alla fiera di Senigallia sul Naviglio e sentire i ragazzi che parlano con quell’accento così esotico. Pochi giorni milanesi mi fanno fiorire dentro una voglia di vivere che mi rivolta tutta la tenera panzetta intestini compresi mi fa vibrare di sognabilità mi fa emozionare mi fa sentire che c’ho diritto anche io a prendermi la mia vita in mano che la vita non è solo quella classe schifosa marcia all’uscita dalla quale mi aspetta solo un fidanzato che è mezzo mio e mezzo di un’altra.

Poi dopo qualche giorno devo tornare a casa.
Allora torno a casa e mi porto dentro questa Milano che manco in un manifesto futurista, mi porto dentro l’esaltazione della macchina, la brillantezza della tecnologia, la velocità della metropolitana che passa alle ore comandate.
Torno a casa e tutto è come prima.
Il fidanzato a metà vistami sparire così d’improvviso si sente stanco e perduto. Mi dice che se voglio umilmente mi porge anche l’altra sua metà, quella che sempre mi aveva negato perchè avrebbe voluto darla all’altra. Io ci penso un po’, ma non troppo. E me la prendo.
Così diventa il mio fidanzato.
Poi dopo un annetto scarso lo lascio e succedono altre cose che stanno su una puntata di cioè che ho perso.

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Mag 04 2010

se uno si prende la briga di leggere per favore legga fino alla fine

Eccomi appena resuscitata dalla più allucinante festa di addio al nubilato che potesse capitarmi. Ovviamente la nubile non ero io, che ho già smesso di essere nubile da un pezzo e per fortuna mi è stata risparmiata la festa così che ho potuto dedicare le mie energie all’inizio della convivenza e non al recupero post sbronza. Ma ormai parliamo di molti troppi anni fa e quasi quasi non mi ricordo neanche bene come è andata, mi ricordo che a un certo punto arrivai in macchina ed era giorno e non vedevo l’ora i kilometri erano infiniti e l’aria era mite e tiepida e profumata come non lo e’ stata mai più. Ma questo dettaglio me lo sono risparmiato iersera e mi sono guardata bene dal confessare alla maritanda che certe cose non ritorneranno mai più mi sono guardata bene dal confessarle quante e quali pene l’aspettano dopo che la convivenza si sia fatta seria e quante e quali incomprensioni, quante e quali sofferenze, quanti e quali interrogativi senza risposta. Me lo sono risparmiato un po’ perchè in fin dei conti ognuno c’ha le sue bilance e un po’ anche perchè molto presto ero troppo ubriaca per dare consigli tipo “al primo segnale scappa, prima che sia troppo tardi”.

Mi sono distratta al terzo bicchiere di vino e mi è sfuggito di mente il discorsetto che avrei dovuto farle se fossi stata piu’ saggia: non ti venisse mai in mente di convivere per carità, ci hanno scritto delle canzoni riuscitissime, Giorgiogaber per primo, macchittelofaffare santoiddio a imbragarti in questa mescolanza di dentifrici in questa prosasticità di pastiglie per la lavastoviglie chi te lo fa fare a sostenere questi pasti muti che ci sono certi giorni questi silenzi così chiacchieroni e questi sospiri e queste liti perchè si amicamia chittelofaffare a sostenere le liti le sfuriate le incomprensioni chittelofaffare a mangiarti la lingua perchè non sai che cosa dire a sopportare i quadri messi dove non ti piace e a volte non sai neanche perchè il cazzo di quadro non ti piace là e non sapresti dire dove invece ti piacerebbe, no, sei persa dentro la psicosi del quadro che forse la verità è il quadro stesso che non va e non perchè sia brutto ma semplicemente perchè è il quadro che vorrebbe appendere lui.
Ed è inutile c’è chi la prende bene e chi la prende male ma io credo sempre di più che ogni coppia all’inizio si dica ecco noi no noi non saremo mai così noi non litigheremo mai per come si chiude il tubetto di dentifricio e in genere questa affermazione è seguita da una risata da un abbraccio e magari da un amplesso spericolato in un luogo di quelli non-ordinariamente-deputati-all’amore, io credo che ogni coppia all’inizio della sua convivenza sia incappata in qualche coppia vecchia e un po’ stanca, una di quelle coppie fatte di silenzi incomprensioni astio nella voce e la coppia giovane si è detta sorridendo no noi non saremo mai così. E invece, questo avrei forse dovuto dire alla maritanda e non l’ho fatto perchè ero troppo impegnata col vino rosso e l’agnello turco, avrei dovuto dirle cara maritanda lo vedi? tra qualche tempo sarete proprio così anche voi, altro che litigare per il tubetto di dentifricio, vi tirerete reciprocamente appresso cassette e cassette piene di dentifricio, kilate di dentifricio, vi urlerete delle cose terribili a vicenda e ti sentirai male e ti verrà voglia di sprofondare e ti dirai macchimelohafattofare ecco cosa ti dirai, inciamperete nel disaccordo sul colore della vernice nuova, farete viaggi in cui vi sottoporrete a overdose di musei pur di evitare di rimanere fermi davanti a un caffè senza sapere che cosa dirvi, tirerai  un sospiro di sollievo quando gli metteranno il turno all’ora di cena e finirai col guardarti csi e dottor house.

Questo avrei potuto avrei forse dovuto dire alla maritanda avrei magari dovuto metterla in guardia su un futuro che ha gran poco d’imprevedibile e invece non l’ho fatto un pochino perchè ero appunto veramente coinvolta dalla mia relazione con l’agnello e un pochino anche perchè io il profumo di quei giorni d’aprile di molti anni fa me lo ricordo e me lo ricordo ancora bene, ed era un profumo bellissimo e tutto galleggiava intorno a me e in fin dei conti io, anche se fosse solo per quel profumo e non per tutto il resto che è venuto dopo e che è troppo, troppo per essere scritto e raccontato, anche solo per quello io la così detta convivenza seria la comincerei di nuovo e se mi svegliassi ogni mattina con questa domanda ogni mattina mi risponderei si, la comincerei la convivenza, e la consiglierei a tutte le maritande perchè in fin dei conti cosa importa se i cognati sono tutti separati cosa importano i dolori, non son spine senza fiori, in fin dei conti ognuno ha diritto a pensare no, amoremio, noi non saremo mai così, noi non cadremo mai in questo delirio della quotidianità, e ogni coppia ha il diritto di provarci e riprovarci di dirsi questa è l’ultima volta adesso ci proviamo davvero ogni volta ha il sacrosanto diritto a trovare improbabili soluzioni e approcci all’ inevitabile trasformazione dell’amore

ed è per questo che tanto fortemente ho voluto questa festa ieri sera, perchè volevo esserci per quest’amica che ci crede e ci spera come ci spero e ci credo anche io che già mi sono imbarcata sulla stessa nave e nonostante il mal di mare di certi giorni in cui il mare è in tempesta nonostante quello ecco io non ho voglia di scendere e questo viaggio è proprio una meraviglia.

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