Archive for the 'morte' Category

Ago 03 2011

ultimo atto (im)possibile

Eccomi come una bambina imbranata di cinque anni, la stessa bambina che ero ventisette anni fa quando provavano a farmi ricopiare su quaderni giganteschi quei simboli incomprensibili e apparentemente inutili, la c di casa la d di dado la acca di hotel. Oggi me la vedo con milioni di stanghette verticali e orizzontali che formano sensi sconosciuti e mi sembra di muovermi in una delle teorie di Kandinskij sulle linee che se tirate dall’alto verso il basso da sinistra verso destra danno un senso di spazio luminosità infinito e infatti eccomi, a cavallo di stanghette orizzontali, verso l’infinito che si schiuderà il 31 agosto su un volo per il quale ho prenotato un pasto senza lattosio e mi sono sentita proprio una ragazza emancipata.

Dovrei dunque passare ai diciannove caratteri che indicano le consonanti e invece non riesco a concentrarmi perchè c’ho i pensieri, pensieri che mi portano a questo fine settimana venturo, che sarò insieme al mio Socio vicino Roma a fare l’ultima data del nostro spettacolo e io proprio non posso crederci. Ho provato strenuamente a trovare nuove occasioni per questo agosto, un po’ perchè avevo bisogno di soldi, un po’ perchè proprio non me la sentivo di chiudere il sei agosto in un paese dell’entroterra ciociaro dopo una turnè che mi ha stravolto la vita, e invece tutte le possibili occasioni si sono frantumate, una dopo l’altra, rovinosamente, proprio come il mio bicchiere preferito si è suicidato nel lavello stamattina senza apparenti motivazioni. Il bicchiere si è suicidato e le mie ricerche di date per agosto sono affogate attorno alla penisola lasciandomi disoccupata ma soprattutto incompleta, con questo senso di finire non troppo bene una cosa che invece era cominciata benissimo.

Allora avrei bisogno di parlare di quest’ultima data di quello che vuol dire per me di come sto di come mi sento di come NON mi sento avrei bisogno di stare in questa cosa e invece mi sento censurata mi sento impaurita mi sento disapprovata e non ne parlo così fino all’ultimo non si capisce un cazzo di quello che succede, facciamo così eh, e la morte arriverà improvvisa come se nessuno se lo aspettasse, facciamo finta che non sia una morte annunciata, facciamo gli sconvolti il sette agosto quando dirò eh, era la mia ultima data, vi saluto, facciamo che non lo sapevamo, facciamo che non abbiamo sentito tutte le ore che ho trascorso bussando a porte reali e immaginarie, scorticandomi le nocche a furia di picchiare, chiedendo uno spazio una data perchè era importante per me fare altre date ad agosto, perchè probabilmente dopo non ci sarà più tempo non ci sarà più spazio.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e diciamo ah, ma non avevo capito, che eri messa così male che avevi bisogno di lavorare che era discriminante, se avessi capito ti avrei invitata a questo festival a questa rassegna a questo blabla. Facciamo gli gnorri così poi potremo andare tutti insieme al funerale fingendo di non aspettarcela e dicendo che sì, sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, e noi non siamo stati in grado di cogliere i segnali anzi, segnali non ce ne sono proprio stati, sembrava che tutto andasse bene che tutto veleggiasse con vento in poppa forza dieci e invece.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e ci raccontiamo che abbiamo fatto tutto il possibile anche se dentro di noi c’è un piccolo mostriciattolo che sussurra maleficamente che no, forse qualche cosa di più avremmo potuto fare. Facciamo che guardiamo i programmi dei festival estivi e ci domandiamo se sono proprio completi o se per caso non ci sia qualche voce che manca, quest’anno, qualche voce che è stata sacrificata in nome della crisi o in nome di quest’artista che forse il suo spettacolo non sarà bello come quello della Vitantonio però lui porta un sacco di gente anche se costa il quintuplo e allora facciamo che guardiamo i programmi dei festival e ci domandiamo quali teste sono cadute e ci rispondiamo che sono cadute quelle teste che rotolando a terra non facevano troppo rumore. Facciamo che spediamo delle belle lettere in cui ci scusiamo ma quest’anno proprio non c’erano soldi in cui ci scusiamo e diciamo sì bella la tua proposta ma è politicamente troppo esposta e noi non possiamo rischiare di perdere i finanziamenti .
Facciamo che abbiamo tutti la coscienza a posto, facciamolo, così anche io ce l’avrò, la coscienza a posto, il sette agosto quando avrò fatto l’ultima data del mio spettacolo persa in un paese della ciociaria, niente contro la ciociaria, per carità, non vorrei essere fraintesa, facciamo che anche io avrò la coscienza a posto e mi dirò che in fin dei conti ho fatto tutto il possibile lottato contro i mulini a vento con le mie armi sgangherate fino a quando ho avuto un briciolo di forza suonato a tutti i campanelli bussato a tutte le porte sbattuto la testa contro tutti i muri facciamo che anche io, ho la coscienza a posto.

E se anche io ho la coscienza a posto io non ci sto a sentirmi dire che non posso mollare perchè ho delle responsabilità, non ci sto perchè se uno ha delle responsabilità deve avere anche i mezzi per rispettarle e assolverle e invece io questi mezzi non ce li ho e allora facciamo che sono io, che ho la coscienza a posto, anche se ho rabbia e frustazione che mi consumano le budella, sono io che ho la coscienza a posto, che le ho provate tutte e fino ad oggi sono stata con la speranza di fare almeno un’altra data, almeno un’altra, prima di partire, una data qualsiasi, a un prezzo qualsiasi, una data che non mi lasciasse con il morto in casa per ventiquattro lunghissimi giorni, e non ci sono riuscita, e allora sono io che ho la coscienza a posto e sono stanca di essere abbandonata da quelli che se da un lato mi dicono non puoi mollare hai delle responsabilità dall’altro se ne sono già andati per i fatti loro verso nuove avventure lasciandomi a preoccuparmi da sola di me e delle responsabilità di me e dei progetti impossibili di me e dei sogni  che fino a un minuto prima non erano solo miei.

Facciamo che se un sogno muore io non so di chi è la responsabilità, non so di chi è la responsabilità se le cose non vengono vissute come dovrebbero, se le persone fuggono, se ai festival la prima testa che cade è la mia, se quando ci sono teste da tagliare improvvisamente scopro che sul mio carro sono rimasta da sola, se l’ultima replica di quello che potrebbe essere l’ultimo spettacolo verrà messa in scena in mezzo al silenzio, non lo so di chi è la responsabilità, ma io ho la coscienza a posto e non so bene cosa significhi ma cazzo, pare che la gente sia così preoccupata dall’idea di dovercela avere, la coscienza a posto, e se a questo funerale io gioco a fare il morto voglio che sia scritto nel regolamento che anche il morto aveva la coscienza a posto.

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Apr 29 2011

se qualcuno osa dire che questo post è lamentoso gli spacco la faccia

Questa sera ho chiuso formalmente “modulazione di frequenza”. Cioè, ufficialmente l’ho sospeso. Ci siamo detti che è stato bello e che adesso, come nelle grandi storie d’amore, per un motivo o per l’altro non ce la facciamo più a portare avanti il progetto, che sono sorti altri interessi, sono nati altri problemi, nuove condizioni sono maturate, che siamo cresciuti, che al momento ci sono cose più importanti.
Mentre tutto questo succedeva – e io sapevo che sarebbe successo, l’avevo accuratamente preparato - mi sentivo dentro qualche cosa di piccolo che si sgretolava e c’era un sottile e continuo fischio di sottofondo, un sibilo, un piccolo lamento di dolore, di quella parte di me che si vive questa sospensione come una sconfitta personale.
Non sono ubiqua, questo lo sapevo da prima. Probabilmente per questa vita almeno dovrò mettermi via il fatto che non riuscirò a bere la pozione dello sdoppiamento, e il risultato di questa mia incapacità che mi pare imperdonabile (sfioro la patologia, lo so, lo ammetto) è che cadono pezzi, come quando cerco di scaricare l’auto e vorrei fare un viaggio solo così finisce che mi carico come un’imbecille e per la strada qualcosa mi cade. Se sono fortunata la recupero. Sennò, se a cadere è stata la preziosa bottiglia di vino rubata al babbo, m’attacco al tram.
Attenzione vitantonio, questo non è un messaggio in una bottiglia, non è un rebus, non è una sottile richiesta d’aiuto. Stiamo qua, io e me, che ancora una volta abbiamo abbandonato la festa molto prima che accennasse a finire, perchè avevamo bisogno di rinchiuderci nella nostra intimità (l’ultimo proclama è una totale estraneità). Siamo qui io e me mentre la festa va avanti e io me ne sono andata turbata, stanca, sconfitta, con l’idea di essere stata un po’ violata. Come quando da adolescente ci sono quelli che per scherzo ti aprono la porta del bagno mentre sei dentro.  Vabbè  ma questo che c’entra. Sento incontrollabile il terrore del radicamento, della delusione, l’angoscia al pensiero che qualcuno possa vedermi così spesso da cominciare a conoscermi. In questo momento vorrei annullare tutte le date che ho da qui al giorno in cui partirò per il posto qualsiasi dove mi condurrà questo master. Ho una paura fottuta. Non voglio esserci per nessuno.
Per esempio potrei sparire stanotte e domani ciccia, la vitantonio non c’è più. Le persone si dimenticano molto più in fretta di quanto non pensiamo. Per esempio, due settimane fa è morto Vittorio Arrigoni e oggi, mentre facevo un breve reading in suo onore, la gente mangiava e faceva casino e non vedeva l’ora che finisse. Mi è venuto da vomitare.
Per esempio Sacco è morto il 17 aprile e solo io e Francis lo sappiamo.
Per esempio mia sorella mi ha detto che dopo uno shock l’ipotalamo ci mette anche un anno e mezzo a ricostruire le sinapsi, quindi sono nella norma persino io.
Per esempio le persone si compiacciono della loro infelicità.
Per esempio la causa di tutti i mali sono gli ormoni è forse la soluzione è farseli asportare come fossero cisti, si può fare?
Per esempio io odio equitalia, odio la cooperativa che mi fa la contabilità e in particolare la tipa che mi tratta sempre come se fossi un’imbecille.
Per esempio in fin dei conti io sono un’imbecille.
Per esempio le persone mi sopravvalutano, e per questo mi lasciano sola.
Per esempio le finestre dovrebbero stare sempre tutte chiuse barricate con sbarre di cemento armato e sarcazzo cosa.
Per esempio vorrei essere già addormentata e domani svegliarmi col coraggio di chiudere casa e sparire.
Per esempio bastarmi.
Per esempio bastarti.
Per esempio bastardi.
Per esempio essere onesta.
Per esempio smetterla con queste cose patetiche e avere il coraggio di alzare la voce.
Per esempio che quando il mio ipotalamo ricomincia a funzionare io voglio essere lontana anni luce da qui e voglio che tutti si siano già dimenticati di me.

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Ott 11 2010

where is me

quando lavoravo come baby-sitter nella famiglia più queer di Londra Nord una delle mie cose preferite era fare il bagnetto al piccolo lord di due anni. Avevamo una serie di giochi segreti tipo il tuffo nella bagnarola, l’innaffiatoio dell’ultimo momento, lo srofinamento delle orecchie. Lui era contento. Io pure. La cosa che preferivamo era però la strigliata finale. Gli mettevo l’asciugamani attorno alla testa coprendolo completamente e strofinavo vigorosamente costringendolo a furiose vibrazioni che lo lasciavano piuttosto scosso e gli facevano esclamare ogni volta

where is me?

non where am I, non dove sono io, no, ma dove è me. E adesso che me ne sto rintanata in questo monolocale in via orfeo, adesso che l’aria della mia monostanza odora del fantasma di una nuova incontrollabile depressione, mi viene in mente la piccola divinità indoinglese che si chiede where is me e me lo domando io pure, where is me. Dove sta il me al quale debbo rendere conto? dove sta il pezzo di me che davvero guarda dentro e guarda fuori? Dove sta il me che nessun fidanzato disonesto potrà sottrarmi? il me che nessun datore di lavoro avaro potrà intaccare con i suoi insulti alla mia dignità, quello che nessun amante dell’ultimo momento riesce a incontrare attraverso i miei occhi.

Dove è me, dove è io, mi domando da questa mattina mentre costantemente lotto contro il sonno della sconfitta, invento cose che mi devo fare, riempio l’agenda di inutilità, fisso appuntamenti dicendo che sì, mi fa bene, mi illudo di essere qualcosa di visibile per la gente attorno a me. Dove è io, mentre tutto attorno a me mi fa domandare che ci faccio qui, in questa città che non è casa non è riparo non è rifugio, dove tutte le relazioni sono sufficientemente allentate da lasciarmi sola proprio quando non dovrei, dove non c’è una sola persona con la quale non mi vergogni a far vedere come sto veramente.

Che ci faccio qui, dove le persone lasciano trascorrere ore, a volte giorni, prima di rispondere ai miei disperatamente autoironici messaggi d’aiuto, dove chi mi sta vicino probabilmente si lamenta per la mia incredibile e impensabile pesantezza senza rendersi conto di quanto ogni respiro mi sia faticoso.

Mi sveglio la mattina prestissimo, già il collera con il mondo che mi ha voluta così, svuotata di ogni senso, e vado a correre come una fanatica del jogging in mezzo a dog sitter filippini che non hanno nemmeno la forza di guardarmi il culo. Mi invento strutture inesistenti impegni inderogabili mi do le regole, mi do, mangio due volte al giorno e faccio anche uno spuntino a volte mi peso e non peso mai quanto vorrei, guardo la mail innumerevoli volte al giorno nell’attesa che il mio me finalmente si degni di scrivermi e di dirmi che è pronto ad accogliermi di nuovo, magari che ne so un giorno mi farà una telefonata o pubblicherà un evento su facebok e io finalmente avrò ritrovato un senso.

Io e me.

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Lug 11 2010

shakespeare non è stato molto chiaro

Published by lucilla under casa, morte, solitudine, carla vitantonio


Altro che sogno di una notte di mezza estate. A me in questa notte di mezza estate mi pare di delirare, mi pare di essere improvvisamente catapultata nell’odore della casa di Bernarda Alba, eppure non c’è nessuna Bernarda fuori di me a impedirmi il desiderio.
Non sono ubriaca, droga non so nemmeno che odore abbia da molti troppi anni, e manco una canna mi sono girata chè sono troppo pigra. Fumerò una sigaretta inutile mentre tutta la notte complotta contro di me e mi sento quest’ultimo strascico di gioventù che si sta sprecando. Ogni notte ogni folata di vento dovrei utilizzare non dovrei fermarmi per dormire neanche un momento, e invece mi trascino dentro questa vita che, alla fine, non è per niente come me l’aspettavo.

Tutti i vitantonio dormono dislocati nella casa, dal più vecchio al più piccolo, cercando di digerire la digestione di un pasto slow food molto slow e poco food, terrorizzati dall’eventualità di una mia iraconda reazione ai loro insoddisfatti commenti e perciò muti. Forse Bernarda Alba sono proprio io e finirà che diventerò così, arida, secca, così secca da non capire che c’era un altro futuro possibile, c’era un’alternativa all’essere questo ramo morto che sto diventando.

Sono insoddisfatta, sono insoddisfatta. Desidero, desidero ancora, e non riesco ad avvicinarmi non riesco ad avere.

La casa è muta e i respiri dei vitantonio si perdono nel bisbigliare dei grilli che, loro si, mi sembrano soddisfattissimi, mentre io mi lamento tra me e me di tutto quello che non ho e poi mi faccio pure ridere, e cerco di mettere le priorità, cerco di fissare uno straccio di struttura. Ho bisogno di spazio, ho bisogno di solitudine, ho bisogno di persone. Ho bisogno di carne, ho bisogno di trovare un senso alla parola casa, ho bisogno di sentirmi a casa dentro di me.

E’ notte e non me ne faccio niente di tutti questi grilli non voglio dormire non voglio riposare non mi interessa svegliarmi la mattina con la sensazione di aver dormito abbastanza non m’interessa l’alimentazione equilibrata forse non mi interessa neanche la stronzissima struttura mi interessa la vita mi interessa ascoltare voci, i corpi, i corpi mi interessano, gli odori anche la puzza della città la nevrosi l’adrenalina che non riesci a dormire per giorni e sei sempre sul filo lo sfinimento, mi interessa, lo sfinimento. Non me ne faccio niente del riposo della calma della quiete io nella quiete muoio e adesso mi sento che sto morendo mentre invece, con molta semplicità, tutti attorno a me si limitano a dormire.

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Feb 04 2010

mondo malefico porcello disgraziato

Non mi va bene no, non mi va bene. Io pedalo come una forsennata, pedalo che ho le cosce in fiamme e arrivo a scuola che ho già i crampi, pedalo, non mi fermo, e quando mi viene da fermarmi penso alle farfalle ai fiori alla primavera, pedalo perchè mi sono promessa che avrei pedalato ma dove sta la fine della stramaledetta salita dove sta un poco di pianura non dico la discesa che non ambisco a tanto ma la tanto decantata pianura dove porca carogna sta?

Sono incazzata, delusa, affranta, sono triste e ho voglia di piangere e di chiudere tutte le porte semiaperte ho voglia di mettermi alla guida di un gigantesco demolitore-di-me.
Voglio rompere tutto quello che resta in piedi.
Che mi sembra che non ne valga la pena.
Che sono sempre più indietro.
Che non ci ho più un grammo di voglia di stare come sto.
Io non dico non voglio più avere i problemi, no, mica sono ancora a questo punto. Ma almeno avere problemi nuovi, almeno una stronzissima novità nella casistica no? Sempre le stesse stronzissime cose.

E allora non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti. Non sono come mi vorrebbero e soprattutto non sono come mi vorrei. Sono implosa sono tutta sminuzzata sono persa.
Non ho un luogo una casa una tana  dentro di me è tutto arso una bomba atomica gigante mi è esplosa dentro e bum.
Rimangono solo i cadaveri dei miei tabù.
Che però come zombi popolano questo campo devastato.

Sono solo una lunga lista di divieti e di rinunce.

Nota del giorno dopo: come spesso m’accade in questi casi, stamane volevo cancellare le tracce dell’ira. Non che mi sia passata, ma la mattina ho sempre un po’ di pudore in più. Soprattutto dopo aver compiuto 31 anni. Mi vengono pensieri tipo “questi sentimenti adolescenziali distruttivi e autoreferenziali non si addicono a un’adulta”. Bene. Il post non lo cancello perchè evidentemente o non sono adulta, o anche da adulta mi toccano queste ire globali e dirette verso tutto il creato. Sinceramente delle due preferirei la prima, che lascia ancora un po’ di speranza in un ipotetico futuro. Ma tant’è. Sto così. Che mi piaccia o no.

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Gen 14 2010

quando volavo

Published by lucilla under morte, solitudine, carla vitantonio

Non c’ho un motivo per essere triste. Non ho voglia di trovare un motivo per essere triste. Potrei fare una lista lunga tutto un rotolo di carta igienica riciclata, e non ne trarrei la benchè minima soddisfazione. Ho dovuto lottare molti anni per vedere affermato l’assioma “carla vitantonio ha ben ragione d’essere triste”. Quando ho vinto l’attestato di diritto alla tristezza non ho provato il grande sollievo che speravo. A volte, è vero, avere ragione non serve. Avere ragione non basta. Non ho più voglia di rivendicare. Sono passati gli anni in cui speravo di avere il diritto di rivalermi su qualcun altro. Adesso mi rivalgo su di me. E quegli altri cui ho rinfacciato i loro torti si rivalgono su di me attraverso il signor Dicolpa Senso, che arriva come la cartella esattoriale con molti anni di ritardo, troppi, poichè le ricevute di cui parla io non le trovo più.
Ma pagare devo, lo stesso.
Il signor Dicolpa è parziale come il migliore degli esseri umani, e mi avvisa che la pratica che mi riguarda non prevede la possibilità di appellarsi a tale signora Compassione. Per quanto mi riguarda, rimango incastrata nella sedia e lo guardo dal basso verso l’altro senza nutrire speranza alcuna.
Attonita, non reagisco allo schiaffeggiamento che segue la breve discussione, che peraltro era stata più che una discussione un monologo, visto che non una sola parola sono stata capace di opporre alle impeccabili ragioni del signor Dicolpa.

Me ne sto sprofondata sulla sedia che ha tra l’altro una gamba più corta delle altre e ondeggia e rumoreggia e scoreggia fastidiosissimamente creando un effetto grottesco che è tutto ciò che pare io mi meriti. Dentro di me le proposizioni si sommano l’una all’altra in una barocca struttura di subordinate di primo secondo terzo grado incisi parentesi citazioni eppure non una sillaba mi esce da questa boccaccia marcia. Rigurgito saggi propositi di saggezza futura.

Non ho bisogno di motivi per essere triste. Un collasso verticale dell’apparato emozionale mi coglie sulla soglia del mio trentunesimo compleanno e non sono neppure capace di stilare un bilancio o una statistica. Lo dicevano i miei parenti che la mia facoltà non serviva a niente. Sono caduta nel baratro dell’eterno presente.

Prima che il signor Dicolpa di cui sopra me lo suggerisca, penso ai bambini del Ruanda, penso ai bambini del Burkina, penso ai bambini del Mozambico, penso agli immigrati d’Italia, penso ai disoccupati ai cassintegrati penso a quelli che non hanno la macchina che non hanno il motorino penso a quelli che non hanno manco una bicicletta penso a quelli che non hanno le gambe penso ai malati ai moribondi a tutti loro penso e siccome non ho un motivo per essere triste ecco sono triste per loro.

Vivo in una straripante melmosa ineluttabile solitudine.

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Ott 16 2009

se c’è qualcuno che si vuole preoccupare lo faccia pure

insomma mi trovo qui nel mezzo di questa città immensa e sono completamente sola, diciamolo pure. Erano molti anni che non mi capitava di essere così inequivocabilmente sola e la sensazione è quanto meno un po’ strana.  Non che mi dispiaccia ma ecco, è tutto un po’ inquietante. Persino andare al supermercato e comprarsi le porzioni piccole, quelle da single. Gli inglesi vanno pazzi per queste stronzate, c’hanno porzioni da single di ogni porcheria possibile e immaginabile. Non vedono l’ora di essere single, gli inglesi, per comprarsi porcherie di ogni genere in confezioni usa e getta dove campeggia la scritta single.
Io invece, sarà che sono pur sempre meridionale, ci avevo preso gusto, in questi anni, a fare la spesa per due. A comprare quello che piace a me quello che piace a lui, ogni tanto mi lanciavo anche in un incauto acquisto di formaggio…opportunamente sigillato, chiaro.

E adesso sono qua, sono venuta a Londra per studiare con i più bravi mimi del mondo e non riesco ad avere un briciolo di concentrazione, ma davvero, nemmeno un briciolo, perchè annaspo in una miriade di problemi dai quali credevo di essermi definitivamente emancipata e invece tiè eccomici di nuovo immersa come una cretina, roba che ho solo voglia di tornare a casa: dunque cominciamo con l’elenco e per favore se c’è tra i lettori qualcuno di stomaco debole, o un benpensante, uno che si scandalizza facilmente, o i miei genitori o qualcuno che ha il cuore debole ecco io consiglio di sospendere la lettura perchè questo è un post veramente degno delle antiche lucilleidi, quelle di anni luce fa.

Dunque cominciamo: non ho un soldo. Ne ho meno di quanti pensassi e faccio una fatica boja a trovare un lavoro. Infatti fino a ora non ho trovato niente niente niente. I miei pochi risparmi sono gia’ agli sgoccioli e non so a quale madonnina votarmi. Tutte le mie madonnine paiono avermi abbandonata.
La conseguenza diretta del fatto che non ho soldi è che sono andata ad abitare in una casa economica, davvero economica, direi quasi troppo economica, e infatti eccomi che convivo con un ex punk che oltre a essere ex punk è pure ex tossico e ovviamente l’ex tossico, come qualcuno insegna, non è mai completamente ex, dunque stamane ero lì lì per uscire e andare a scuola quando lui mi entra in cucina con la pupilla che non la trovavo manco a cercarla con la lente d’ingrandimento.
Mi dico ok sarà che ha gli occhi chiari, mi sto sbagliando, io sono un po’ paranoica su queste cose, ci ho il vizio di vedere la roba da ogni parte, via mi tranquillizzo. Ecco mi stavo quasi tranquillizzando quando questo mi ha il classico conato di vomito di quello che si fa dopo un bel po’ che non si faceva.
Sospiro, aspetto che si ripigli, lo ascolto mentre mi dice che ieri ha bevuto un po’ troppo e quando ha finito la sua inutile giustificazione degna del tossichello apprendista che mente alla sua mamma lo guardo e gli elenco la somma di sostanze che ha assunto la scorsa notte. Concludo dicendo che non è affatto un mio problema cosa lui decide di fare della sua vita, ma che so esattamente dove andremo a finire. Che me ne frego del prurito, delle carie ai denti e di tutti gli altri fastidi più o meno evidenti che avrà, quello che m’importa è che lui diventerà sempre più sporco, si occuperà sempre meno della casa e il tutto farà schifo. E io non ho alcuna intenzione di vivere in una casa che fa schifo. Metto una postilla: che non vorrei mai dover scoprire che per comprarsi la roba ha venduto la bici o il computer della sua affittuaria. Lo saluto amorevolmente e vado a scuola.

E ovviamente ho avuto una bella giornata di merda, ecco cosa ho avuto, non faccio che pensare che non ho un soldo e in meno di cinque settimane devo traslocare anzi prima, a costo di perdere il deposito che ho lasciato al tossipunk e che lui avrà già provveduto a spendersi in qualche decina di cc. E quindi perderò anche i soldi che non ho.
Come inizio mi sembra niente male.

E come se non bastasse viene fuori che il viaggio del cts devo farlo entro e non oltre maggio 2010. Voglio dire, il viaggio a Macao. E come faccio io? che sto qua a Londra e devo pure fare gli esami di mimo in quel periodo? Non ho idea, sinceramente non ho idea. Mi sbatto per spostare le pochissime date che avevo in Italia a marzo, nelle uniche due settimane libere che avrei, e vado a Macao? Ok, potrei farlo, cosi’ perdo l’unica fonte di sostentamento che ho da qui a giugno ovvero le due date di marzo.
Ma è mai possibile, è mai possibile che mi sia così incasinata? L’unica volta che vinco una cosa non posso manco godermi il premio.

E in tutto questo il mimo finisce all’ultimo posto, perchè ho problemi di sopravvivenza, ho, e mi sento come di essere ritornata a molti troppi anni fa e giuro che non avevo intenzione di farlo, volevo solo venire a Londra per studiare il mimo con i più bravi mimi del mondo e invece è tutto così fottutamente complicato e mi sento l’acqua alla gola, mi sento. Mi sento in una precarietà ancora più profonda e irrisolvibile di quella cui ero abituata ed è troppa, cazzo, troppa.
Una cosa alla volta, devo fare una cosa alla volta.
Madonnina della precarianza aiutami tu ti prego.

 

special thanx to raschia.

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Set 16 2009

lemming, opossum, punti di vista sulla vita e sulla morte

Insomma va così che dopo ogni estate arriva un autunno e se non raccogli i fichi per tempo essi marciscono e addio marmellate quest’anno per esempio ne sono venuti fuori solo cinque vasetti.
E già quasi non sto dietro alle nocciole e alle mele che si riproducono vorticosamente e vorticosamente crescono maturano muoiono amen. Come Patrick Swayze. Come il prof. Meldolesi che è morto così la settimana scorsa senza che neppure io lo salutassi senza dirmi per l’ultima volta ciao cara.
Le prime volte che mi trovava nel suo studio, due anni fa, mi domandava lei deve parlare con me? e io gli ripetevo sempre prof sono io, Carla, quella ragazza che la sta aiutando col progetto che blablabla. E poi ha un certo punto aveva ricominciato a ricordarsi che esistevo. Sono soddisfazioni. Ora tutto quello che rimane sono questi ricordi tragicomici, le registrazioni di un paio di convegni, qualche bozza che ancora mi trovo in un cassetto e le madonne che tirai nei lunghi anni di università cercando di decifrare i suoi testi, sommate alle madonne degli ultimi due anni passati a cercare di tradurre i suoi caratteri da amanuense.

Quanto mi sono sentita ignorante, di fronte al prof Meldolesi.

Ma adesso, nel frattempo, è arrivato quest’autunno che mi pone davanti a quesiti esistenziali vecchi e nuovi, mi dico ma chi me lo fa fare a tenere il blog a fare il programma in radio chi me lo fa fare a tenermi degli allievi per insegnare loro a farsi la radio come la vorrebbero?
Chi me lo fa fare a cercare di far credere alle persone che se uno fortissimamente desidera a volte ce la fa?
Questo mi domando, i primi giorni di settembre sono stati così ingarbugliati, mi sembra di non essere per niente chiara, mi sembra, mi sembra che quando parlo la gente non faccia altro che capire male e allora non ci piove, il problema è che sono io che parlo male scrivo male e dunque ho pensato chiudo il blog.
Lo ammetto, erano anni che non lo pensavo, e in questi giorni tiè l’ho pensato di nuovo. Ho pensato anche chiudo il programma ho pensato perfino abbandono gli allievi e vaffanculo.
E perchè l’ho pensato?
L’ho pensato perchè sono stanca di dovermi spiegare stufa stufa stufa di dover porgere delle scuse se qualcuno non capisce quello che dico quello che scrivo ne ho due gonadi gonfie come due botti di dover cercare le parole più opportune per spiegarmi e dire quello che penso senza però fare incazzare nessuno.
Ho pensato adesso chiudo tutto e parto buonanotte.
Invece poi mi sono detta oh ci stavo cascando di nuovo. Purtroppo a me mi è toccata questa lunga lenta e silenziosa rivoluzione purtroppo la mia rivoluzione non si fa nelle strade ma in questi luoghi strani e un po’ irreali e allora io il mio esperimento di resistenza attiva lo devo portare avanti lo devo, e se qualcuno si incazza che si incazzi. Che mi chieda spiegazioni se ha il coraggio.
Ho pensato che la sfida è proprio mettere a nudo i desideri, le paure, dire sono così e sapere che in fondo i fatti miei non sono tanto diversi dai fatti degli altri e qualcuno che li dice ci deve pur essere, in fin dei conti questo è il motivo per cui la gente viene a vedere OTTO e si commuove, allora mi è venuta come una ventata di ottimismo un po’ suicida, non capisco bene, forse sono passata dalla strategia dell’opossum a quella del lemming fatto sta che ecco oggi mi sento così quindi fino a quando ce la faccio io tengo in piedi tutto, tengo in piedi.

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Set 11 2009

piccoli problemi della differitablog ovvero pubblico oggi ciò che avevo scritto l’altroieri

Oggi è zeronove zeronove zeronove. Questi numeri non mi hanno mai detto niente. Probabilmente da qualche parte del mondo c’è una setta di apocalittici che si suiciderà alle nove e nove minuti mentre nello stesso momento qualche coppia sta cercando di concepire il suo nonogenito. Io invece mi limito a scrivere un post. Avrei dovuto farlo ieri ma la giornata è trascorsa risalendo l’italia sulla a 14 tra camion assassini e strafottenti guardoni in bmw, che gli venga un accidente.

Insomma ieri è morto Mike Bongiorno. Devo ammettere che sinceramente, da un punto di vista strettamente personale, non me ne importa un fico secco. Non è che avessi una opinione poi così alta di Mike Bongiorno. Certo, era stato uno dei pilastri della paleotelevisione, credo di aver studiato pagine e pagine su mike b quando ero all’università. Pare che sia stato proprio lui a introdurre nel vocabolario corrente la parola esatto. Infatti esatto in italiano non vorrebbe dire “corretto” ma sarebbe il participio passato di “esigere”. Esistono ancora nel nostro paese alcuni fortunati che il ventotto di ogni mese possono esclamare “ieri ho esatto lo stipendio”. Ma il caro mike introdusse la parola esatto col significato di corretto traducendo malamente l’esclamazione “exactly”, che il presentatore gridava negli stati uniti durante i giochi a premi ogni volta che un concorrente azzeccava la risposta. Ecco. Uno dei danni più grossi fatti alla lingua italiana, direbbe Umberto Eco. Mi farebbe piacere sapere se Umberto Eco si è pronunciato semioticamente sulla morte di Mike.

Ma insomma. La morte di Mike mi tocca in realtà per un altro motivo.
Quando abitavo a lisbona mi ero ricreata una specie di limbo all’interno del quale le notizie italiane non riuscivano a penetrare. Mi ero portoghesizzata, avevo persino cominciato a mangiare le lumache al pomeriggio. Era il 2003, Berlusconi era al governo e quell’estate ci fu il grande black out. Il maggiore quotidiano portoghese dedicò a b un intero fascicolo satirico che mi fu prontamente depositato in camerino dalla mia regista. Quella fu l’unica notizia italiana che scalfì il paradiso lisboneta fatto di birrette sorbite guardando la città da un belvedere mente il sole tramontava sul Tejo. Avevo i capelli cortissimi, appena compiuto ventiquattro anni e mi godevo abbastanza la vita. Qualcuno dall’Italia venne a trovarmi. Tra questi, mia sorella minore Rossella detta fuego, che si stabilì nel mio essenzialissimo loculo per quasi un mese. Un mese veramente allucinante, di cui prima o poi scriverò…se avrò tanto tanto tempo. Bene. La seconda cosa che mia sorella mi disse durante la nostra prima cena insieme a base di bacalhau com natas e pudim fu “ca, è morto Mike Bongiorno”.Non so perchè si inventò questo scherzo idiota. Ma ci rimasi davvero male. Mia sorella gli scherzi li sa fare veramente, veramente bene. Ebbi l’impressione che tutto il mondo stesse andando avanti, che si fosse persino liberato di Mike Bongiorno, e io ero ancora lì a Lisbona a fare la frikkettona. Dopo qualche minuto mia sorella si rese conto dello shock e mi rivelò che era uno scherzo. Ci rimasi ancora peggio.

Dopo qualche anno, era il 2005, mia sorella si trasferì a Parigi. Io Parigi la adoro. Diversamente da come adoro Londra ma insomma, il sentimento è quello. Mi sembra di ricadere dentro un tempo perduto, dentro qualcosa che fuori da lì non esiste più. Parigi è bellissima. Non so se sia particolarmente romantica, ma sicuramente è una città che mi ha fatto scrivere un sacco. Non potevo non prendermi la mia rivincita. Durante la nostra prima cena in rue de mouffetard, dove mia sorella viveva, davanti a un bicchiere di vino e una tartina con tarama, le dissi, serissima. “Rosse’ hai sentito? È morto Mike Bongiorno”. Ci rimase malissimo. Purtroppo io non so tenere gli scherzi bene come lei, e dopo pochi minuti scoppiai a ridere. Ma sono sicura che abbia fatto in tempo pure lei a pensare alla vita che passa agli amici che si dimenticano di te a Berlusconi che si fa trapianti di capelli ai bambini che nascono crescono muoiono etc etc etc.

E ora Mike Bongiorno è morto davvero. Ed è morto pure Micheal Jakson ed è morta persino Pina Bausch. Un’ecatombe. L’unico con cui si possono ancora fare scherzi del genere è Umberto Eco…..

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Giu 29 2009

La mia ragazza m’ha lasciato è colpa mia/e sono stato anche beccato dalla polizia

A me il lunedì mi prende sempre un friccico pervasivo, mi sveglio e mi dico oh che miracolo, ho un’altra possibilità!
Sembrava tutto perduto nella triste domenica sera che era soltanto poche ore fa, il sonno m’aveva fatto dimenticare le priorità, le ore di internet gratis erano finite, il telefono era rimasto muto e insomma l’universo attorno a me era moribondo e io con lui
e invece
invece di nuovo miracolosamente lunedì, mioddio, che retribuzione karmica meravigliosa
- e qui apro un inciso, il fatto che io non pratichi più il buddismo non vuol dire che il mio vocabolario si sia ripulito dal gergo buddese che per anni mi ha infestata, e a chi non sapesse che ero una giovane buddante ricucio volentieri la mandibola che rischiava di cadere, una vitantonio che si rispetti è sempre in cerca della sua spiritualità, vuoi nelle religioni, vuoi in politica, vuoi nella pratica ortofrutticola-
E dunque
Un’intera settimana di minuti di recupero nella mia sempiterna partita di pallone
(perchè perchèèèèè la domenica mi lasci sempre sooola?)
Mi sveglio di buonumore e mi alzo con la panza piena di buoni propositi, ah come cammino allegramente verso la strada dell’inferno, eh?
Questa settimana dimagrirò chili tre, raddrizzerò l’occhio destro in favore del sinistro, farò gli esercizi per il buonumore tutti i giorni e non arriverò a dar lezione senza essermela preparata.
Questa settimana rifarò il letto tutti i giorni e mi alzerò quando lo ordina la sveglia, produrrò proverò ripeterò a sufficienza di modo da non arrivare allo spettacolo con l’ansia di non sapere cosa viene prima e cosa dopo
Questa settimana! Sarà una settimana di gioie e pasti leggeri e salubri, mi farò la maschera facciale e magari pure un pediluvio, preparerò la valigia come si deve, pensando al maltempo e non a come abbinare le scarpe ai vestiti
Che settimana, questa settimana!!! Suonerò tutti i giorni un’ora al giorno e quando qualcuno mi offenderà ingiustamente, invece di ingoiare, sputerò il rospo. Rospacci grossi così, li rispedirò al mittente e che se li ingoi lui/lei, mica è un problema mio.
Una settimana rivoluzionaria, altro che tutte le settimane precedenti.

Io il lunedì mi sento come quelli di quei filmetti che ogni mattina perdono la memoria. Ecco io ho una memoria settimanale. Il lunedì ricomincio, zero frustrazioni zero incognite zero interrogativi.
Tutta la mia vita è davanti a me il lunedì, che cosa sarò questa settimana?

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