Archive for the 'autocelebrazione' Category

Mag 21 2013

Ancora essere o non essere, amletici dilemmi di una che si pensava ex-attrice.

Io credevo che un anno bastasse a mettere una distanza decente tra me e lui, il mio sempre amato, quello a cui ho dedicato il famoso primo pensiero delle mie mattine e l’altrettanto famoso ultimo pensiero delle mie notti. Lo avevo detto a tutti gli amici cercando di creare una sorta di cuscinetto protettivo, lo avevo scritto per rendere la questione ancora più definitiva, per quanto possa essere definitiva una qualsiasi questione che mi riguardi.

Lo avevo dichiarato a tutti, no? E’ finita, il teatro e me sono adesso due storie separate, due strade che si sono incrociate troppo a lungo. Avevo spiegato i motivi, raccontato di tutte le disillusioni e le sofferenze, avevo descritto il lento infrangersi del sogno e il continuo sanguinare, avevo motivato le decisioni, argomentato le posizioni.

Poi ero partita.

In questo anno ho raramente raccontato della mia lunga storia d’amore, mica mi chiamo Gino Paoli, la vita a Pyongyang è già abbastanza intensa di per sè, non ha bisogno di essere popolata dai fantasmi privati di ognuno. Avevo fatto un cartellone, appeso in corridoio, dove avevo piazzato alcune fotografie. Giusto per non dimenticare da dove ero arrivata. O magari per farmi male, come piace a noi che abbiamo l’ego ipertrofico. O per nutrire il mio narcisismo spropositato di fronte alle facce meravigliate dei pochi che le vedevano. Facevo l’Eleonora Duse de nojartri, avrei potuto languidamente appoggiare una mano sulla fronte e dire ah, no, è una storia terminata, non calco più le scene.

In realtà raramente mi è stato chiesto cosa ne fosse stato di quegli anni trascorsi coi copioni in mano, e ancora più raramente ho raccontato la verità su tutto l’amore e il dolore che ci sono stati.

Fatto sta che credevo, ingenuamente, che un anno fosse abbastanza. Non mi aspettavo di trovarmelo lì, all’aeroporto, il teatro, ad aspettarmi.
Coi lacrimoni.
Apparentemente commosso.
Sei tornata.
E tu sei ridicolo.

Non volevo parlargli, non volevo parlarne. Ho fatto finta di non vederlo e ho tirato dritto. Inutile. Dopo quarantott’ore eccolo di nuovo all’attacco. Ci manca solo il mazzo di rose. Ho una serie di parole poco cortesi e un’infinità di esempi su tutte le volte in cui mi ha delusa e ferita. Ma con gli amanti di questo genere l’elenchi di tale sorta non servono a nulla. Tutto l’amore è solo in questo presente.

No, no, no.
Ecco cosa mi viene da dire. No. Non tornerò a fare OTTO nè nessun altro spettacolo. Non lo farò per vari motivi, alcuni dei quali riguardano il mio noto ego ipertrofico, e altri la mia onestà intellettuale.
Non ho voglia di fare la vecchia attrice che torna sulle scene con la voce distrutta e il corpo sfatto, avvolta in un ridicolo caffettano, a cercare a settant’anni di essere la Giulietta che il suo pubblico si ricorda. Non ho voglia di farlo per me, prima di tutto, perchè mi pare di esserne uscita ancora con una certa dignità, dopo tutto. E non ho voglia di farlo per loro, per i compagni che si ricordano ancora tanto bene dei miei spettacoli da volerli nonostante sia andata via da un anno.

Sì, mi onora e mi lusinga, mi dà il senso di tutto il percorso fatto, mi racconta che non è stato inutile.
Mi dice che non sono stata sostituita, e che probabilmente non lo sarò.
Che quando una storia d’amore così grande finisce non c’è sostituzione possibile, c’è solo lo spostamento dell’attenzione verso altro, e lì, dove c’era quell’amore così intenso, là rimane l’assenza.
Mi racconta che tutti impariamo a vivere con quest’assenza immensa, che giorno dopo giorno ci parliamo e la nutriamo e la sostituiamo a quella persona che è andata via.
Con quante assenze ho popolato le mie passeggiate a Pyongyang? A quante di loro ho raccontato le mie giornate?

Mi commuove che i compagni ancora vogliano sentire Lucilla che fa OTTO, mi fa vedere quanto grande sia il buco che ho lasciato, mi disegna il percorso fatto in quei 15 anni di dedizione assoluta, mi fa tornare un’immagine di me che non ricordavo, l’immagine di un’innamorata completamente devota, dedicata, annullata dentro l’amore.

Ma non sono più così, non voglio.
Mi dispiace.
Penso al momento in cui finisce OTTO, quel momento piccolo piccolo in cui Pentothal trattiene il respiro, e anche io, prima di dire l’ultima battuta.
E lo so che lui dentro di sè mi sta guardando. Allora mi prendo il suo sguardo e lo rivolgo a chi mi sta di fronte. E me li guardo tutti, e me le guardo tutte, uno per uno e una per una, una per uno e uno per una, anche se questa frase sta in un altro copione, che però era la stessa cosa, ero sempre io, era sempre un amore grande grande.
In quel momento là dentro di me ci sta tutta la disperazione mia, privata, di essere umano infelice e disilluso e solo. E però ci sta anche tutta la vita delle persone che negli anni mi hanno detto “questa storia è la mia”. Ci sono tutti i sogni infranti di ciascuno, tutti i relitti delle nostre barchette di carta, sono tutti là, davanti a me, nella mia voce.

In quel momento, improvvisamente, io ho 26 anni, e tutto il male di dopo non c’è mai stato.
Io sono ancora Lucilla, e la vita è una grande possibilità, una grande speranza.

Non lo so, non lo so se ce la faccio a dire di no.
E se questa volta fosse diverso?

E se questa volta fosse amore?

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Dic 30 2011

il pippone di fine-danno?

Trenta dicembre duemileundici e sono davanti allo schermo con il cervello un tantino appannato. Ho un crampo a un indice e un piede incriccato ma non ho ricordi di incidenti, imprevisti o probabilita` avvenuti nella notte tra vicolo corto e parco della vittoria, dunque deve essere soltanto che il mio corpo, arrivato al penultimo giorno dell’anno, dopo essersi subito una serie di strapazzatine niente male, ha cominciato a chiedere di saltare un turno e passare per il via senza ritirare le ventimila lire.

Tutta questa tarantella per dire che non rispondo molto di quello che scrivo e che volentieri mi esimerei dal farlo ma invece ho promesso  e ora debbo onorare il mio debito, manco fossi Bach, che doveva scrivere ‘na canzonetta al giorno senno` quelli della multinazionale ecclesiastica per cui lavorava lo licenziavano.  Io e Bach abbiamo in comune solo il fatto che entrambi abbiamo due nomi, io non capisco una cippa di musica, non lavoro per una multinazionale ecclesiastica e certamente non sara` questo sito a cavarmi fuori dai casini ma insomma e` fine anno e c’e` bisogno di tirare un po’ le fila che senno` qua e` tutto un polpettone e arrivi a trentatre` anni crucificata come Jisuscraist e non  sai manco pecche`.

 

Allora volevo fare un post rompendo la cosi` detta quarta parete
e rivolgermi direttamente ai lettori e alle lettrici delle lucilleidi
con una riflessione che e` la seguente:

Ci sono dei momenti della vita in cui le persone si vivono i passaggi i transiti i cambiamenti eccetera. Io peraltro sono anche discretamente fortunata poiche` ’sta faticosa transumanza me la sto vivendo a cavallo tra due anni e quindi se mi viene fuori un certo spirito mistico posso appellarmi a vari simbolismi ritualismi ecceterismi insomma posso ammantare il tutto con un velo di santita`, che fa molto sexy.
Quando sono arrivata a Seoul ero convinta di essere io carlavitantonio l’attrice e pensavo che mai mai sarei stata altro. Pensavo che avendo io deciso d’abbandonar lo teatro mi fossi come amputata un arto, volontariamente, per evitare che la marcescenza s’allargasse.
Ma soffrivo ah se soffrivo.
Ero convinta che io fossi il teatro e il teatro fosse io, che lo so puo` suonare un tantino megalomane ma era umanissimamente cosi`, sentivo che la me migliore era contenuta in quelle ore trascorse a provare a scrivere a comporre e soprattutto in quelle lunghe soste sul palco durante le quali mi sentivo intensamente profondissimamente completamente presente.
E giusta, e adeguata, e accettata e amata e amabile.


Arrivo’ poi il momento di dire basta per motivi che un po’ si possono spiegare e un po’ no. Un basta pronunciato con rabbia e desolazione e soprattutto con paura, si`, perche` pensavo che mai piu` nessuno avrebbe potuto amarmi una volta amputato il teatro da me.
Insomma pensavo che la mia bellezza la mia intensita` fossero tutte racchiuse li`, pensavo di non avere nient’altro da dire, inoltre ero convinta - e so che anche questa confessione potrebbe suonare un tantino megalomane o paranoide- che chi m’amava lo facesse solo grazie a quello, grazie alla bellezza del teatro che riluceva dentro di me e rendeva splendente e profumato anche questo vuoto corpiciattolo che ero io.

Questo pensavo e giunsi a Seoul terrorizzata, persuasa che m’aspettasse un’esistenza mediocre punteggiata di rinunce, una vita solitaria nella quale nessuno piu’ sarebbe entrato poiche` adesso io ero solo l’involucro secco senza piu` quel prezioso contenuto.

 

E invece e` successo che qui ho scoperto che io sono io
anche senza teatro.
E che ci sono delle persone che mi possono amare cosi`,
pur senza avermi mai vista attrice.
Che non sono un involucro vuoto.
Che esisto.
Che non era solo il teatro a farmi respirare.

 

E tutto questo e` difficile, cavolo, difficilissimo, perche` vuol dire pure ogni giorno accettare la sfida di costruire cose nuove e sconosciute, di scolpire forme nuove, non sempre piacevoli non sempre comode non sempre rassicuranti.
E’ difficile ma e` bello e soprattutto divertente, e io non mi stanco. Allora l’Asia per me, a parte un sacco di altre cose che non riesco  a scrivere e a parte quelle che ho gia` scritto, l’Asia per me e` anche questo, la possibilita` di costruire, di vedermi esistere a prescindere da quello che c’era prima. Di scoprirmi amabile, adeguata, anche senza il respiro del teatro dentro di me.
Io non lo so spiegare, ma questo e` al tempo stesso doloroso e magnifico e faticoso e soddisfacente e mannaggia a me che ho cosi` pochi aggettivi vi prego l’anno prossimo regalatemi un dizionario perche` io sono francamente annoiata dal mio parco aggettivi.

Mi ricordo cos’ero prima e non so cosa sono adesso non so manco cosa diventero`, e mentre lo scrivo mi faccio ridere perche` mi sento come quel cretino di Pieropelu` che c’ha il corpo che cambia nella forma e nel colore, ma francamente non mi pare importante. Ho paura certo, a volte paurissima perche` mi sento sola e tutte le solite menate che ben conosciamo e dunque non riportero`, ho paura ma sono pure eccitatissima come prima di partire per un viaggio.
Quindi mi dispiace mi dispiace molto se a volte non scrivo sul sito per giorni e settimane, ma succede che passo intere mezz’ore a chiedermi chi e` che sta scrivendo, e come dovrebbe scrivere, e che dovrebbe dire, e a volte questa me un po’ sconosciuta semplicemente non ha niente da dire, anche perche` non e`proprio certa di quello che prova di come lo prova, e ha paura di fare casino.

Insomma arriva il 2012, io sono sempre io, ma anche no,
e la prossima volta, prima di essere cosi` insistenti nel lusingare il mio ego
chiedendo un post, pensateci bene, vi potrebbe capitare un altro pippone di questi,
sono pur sempre un’egocentrica.

 

Buon anno a voi, intrepidi antieroi e antieroine.

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Nov 25 2011

E chissà se Lucilla come Lazzaro. Lazzarilla.

Anche stamane mi sveglio e non sono a casa mia, sempre per quella strana forma di solidarietà che abbiamo instaurato a un certo punto, e tutto ciò che accade dopo le tre del mattino rimane impigliato nella rete, come se noi fossimo gli ultimi superstiti di un mondo in estinzione, alieni atterrati su un pianeta del quale non capiamo niente, allora abbiamo bisogno di scambi conferme interrogativi racconti. Di confronti continui abbiamo bisogno e pure un po’ di spegnerci, a un certo punto.
Che poi parlo al plurale e nessuno mi ha autorizzato nessuno me l’ha chiesto, ma io emeritamente me ne frego, posso sempre dire che si tratta di una licenza poetica.

Seoul ha centomilettrè facce, ognuna imprevista e imprevedibile, e mentre ti infili le scarpe in ingresso, uscendo da una casa abbarbicata sulla collina, non sai mai se te ne capiterà una bella o una ostile, ma tu farai del tuo meglio per sopravvivere, sebbene il rischio sia sempre molto alto e spesso, troppo troppo spesso, la tua amica dignità se ne torni a casa con l’ultimo bus notturno mentre tu stai ancora banchettando in uno di quei posti segreti che solo schiudono la loro magia dopo la metà della notte.

E così anche stamane a un certo punto mi sono trovata a parlare di cosa non so con un coreano diggei famoserrimo uomo di grande cultura e immensa generosità, che lungo la strada lanciava foglie appassite per mostrare la bellezza dell’autunno e mi introduceva nell’universo parallelo di coloro che mangiano il polipo vivo pucciandolo avidamente nel wasabi. Il diggei era uomo assai interessante, peccato che fosse un po’ troppo deciso nell’affermare che in quanto donna non avrei dovuto fumare o bere così tanto e io ahimè ero già troppo avanti con la gradazione alcoolica per venire incontro a questo scalino culturale senza sbatterci il cranio dunque -pigliando un tentacolo di polipo con le mani e ciucciandomelo languidamente - gli ho risposto you know what my friend? nobody tells me what to do; lui ha accusato un attimo la mia eccessiva dimostrazione di emancipazione ma poi si è riversato insieme al suo amore sul polipo che si muoveva vorticosamente nel piatto ah, chissà che ore erano e chissà com’ero arrivata là.

In questo pianeta nessuno mi conosce e nessuno mi sa. Sento Lucilla che lentamente muore mentre le mie rughe aumentano e il corpo si trasforma. Lontano lontanissimo sono arrivata e mai avrei pensato che andare così distante fisicamente mi avrebbe tanto allontanata da tutto quello che ero. Qui in questo mondo dall’altra parte del Mar Giallo sono una stagista un po’ scoppiata che una volta in una vita parallela e lontanissima ha fatto l’artista e adesso non si capisce bene come viva e cosa faccia ma ha sicuramente un’incredibile resistenza all’alcool e per questo merita il massimo rispetto.

Mi manca a volte Lucilla,
mi manca Lucì,
terribilmente mi manca Lucille
e assai assai mi manca Lucillina,
ma soprattutto mi manca Luce
e tutti i suoi segreti e i suoi inferni sì, quelli mi mancano.

 

Eppure chi può dirlo forse un giorno proprio come Lazzaro Lucilla risorgerà dai morti e saranno sorprese scintille sorrisi saranno feste sarà chissà un altro spettacolo sarà di nuovo quella gioia quella presenza quella capacità di vedere le cose e il loro doppio. Io, se Lazarilla dovesse tornare, la accoglierei e la sfamerei e le darei di nuovo spazio nella mia catapecchia interiore ma adesso che è morta non mi faccio troppi problemi, in continuazione pezzi di me muoiono e io li piango il necessario ma poi prendo di nuovo i miei colori e cambio il quadro e non mi stanco, non mi stanco di disegnarmi diversa ogni giorno.

 

E dunque oggi una persona a cui sto cominciando a volere bene mi ha chiesto
ma perchè Lucilla?
e lui non lo sa ma è andato a fondo, ha pescato proprio nel laghetto più segreto,
con leggera noncuranza, d’altra parte come avrebbe potuto fare altrimenti?
Ho respirato un pochino e poi gli ho scritto
non te lo dico, perchè Lucilla.
Che tanto lo so che lui il sito non se lo leggerà mai
come mai si vedrà gli spettacoli e mai si ascolterà i programmi e tutto il resto,
perchè per lui Lucilla non è niente,
e così in fondo va bene, va bene che esistano persone nella mia vita
per cui Lucilla non rappresenta nulla
e io sono quella che, in ogni caso,
anche dopo la terza bottiglia di tequila avrà la forza di arrivare fino a casa.

 

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Giu 18 2011

di tutti i miei peter-pan

Lo spettacolo mi si scioglie addosso.
Succede a un certo punto, qualche minuto prima che io salga in scena, che tutto si allontani. Mi sento come sospesa, lontana dalle cose, non sono concentrata nè pensosa, mi pare piuttosto di andare da un’altra parte.
Poi incomincio.
E non c’è niente più.
A volte penso che la mia unica bellezza stia là sopra, o là sotto, a seconda di come uno la vede.
Penso che io sono io solo quando faccio gli spettacoli.
Forse è per questo, che tutti gli uomini che si sono innamorati di me lo hanno fatto guardandomi in scena. E poi non appena mi hanno conosciuta, un piede in una ciabatta infradito anche a febbraio e l’altro nell’ennesima paranoia, sono scappati a gambe levate.

Io vorrei stare sempre così, come quando faccio gli spettacoli. Lontana da tutti, sola.
A mettere in fila i pensieri, a dare corpo alle cose con la voce, vorrei stare dentro le situazioni che descrivo e che per questo, cazzo, vivono. Vorrei ripetere la stessa cosa mille duemila volte. Vorrei non avere bisogno di niente e di nessuno. Quando faccio gli spettacoli non ho bisogno di niente e di nessuno, no, mi basto. Ci siamo io e me. E le facce, le facce di chi ascolta e di chi guarda, i corpi che reagiscono, le risate, le lacrime.
Così, vorrei stare.
A volte penso.
Penso che tutto il resto sia brutto perchè io non ci so stare a mio agio come sto sul palcoscenico quando racconto le storie.
Penso che quando faccio gli spettacoli arrivo fino alla fine, fino alla fine, eppure mi godo tutto momento per momento.
Mentre faccio gli spettacoli non sento il disamore, la distanza, non sento la solitudine.

(il tripudio di Narciso, ecco come lo dovevo chiamare, questo post)

E poi penso che un giorno non avrò più niente da dire. Che la mia bellezza morirà, che non mi illuminerò più quando salgo sul palco. Che i visi non mi rapiranno più, che diventerò sorda. E penso che questo succederà presto. Penso che la vita non sono solo i miei spettacoli. Penso che le persone passano, le persone se ne vanno, penso che.

Ci sono dei momenti (stasera, mentre mi accovacciavo accanto al manichino e ripetevo la mia poesia prima che OTTO finisse) in cui penso al giorno in cui non farò più questo spettacolo. E mi viene come una fitta, una stretta, mi prende come una morsa di ghiacchio nello sterno.

Questa è stata veramente la settimana degli addii. Basta, per favore.

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Mar 31 2011

un po’ porno

finisce che questo magone d’inizio primavera si trasforma in un afflato un po’ porno, in uno sguardo un po’ obliquo che dirigo impertinente verso chiunque soprattutto verso chi lo vorrebbe schivare.
Sono momenti in cui si può andare indifferentemente da una parte dall’altra, potrei piangere e invece scoppio a ridere improvvisa durante la lezione più seria di tutto il master, m’incazzo senza il minimo ritegno, mi freno dal frenarmi.
Voglio dire quello che penso, guardare quello che mi pare, giudicare quello che preferisco perchè tanto, prima di tutto, giudico me. E lo so che sono giustificazioni ingiustificanti lo so che questi giochi di parole celano sottili sindromi da peterpan ma poi, che me ne importa?

Un po’ porno, divento, un giornaletto che si guarda e non si dovrebbe, il retro dell’edicola, quello dove puoi sempre dissimulare perchè ci sono pure le riviste di bricolage. Che cosa succede se una donna mette le tacche alla cintura? Che succede se guardo una persona e mi domando semplicemente come sarebbe fare sesso con lei, così come mi domando come sarebbe berci un bicchiere di vino in più, vederla ubriaca, condividere un segreto, andare al cinema a vedere una pellicola francese?

Che cosa succede se i tabù mi annoiano? Se mi piace mangiare la carne cruda attorno alle ossa? se dei pesci preferisco gli occhi alla polpa del ventre? Cosa succede se metto tutto sottosopra e mi diverto? E che cosa succede se poi, all’improvviso, proprio nel mezzo di questo mio proclamare la proprietà del desiderio, m’innamoro di un maschio borghese e voglio solo lui e sempre lui e mi trasformo in una geisha fino a quando non succede che l’amore se ne va da un’altra parte e cioè lontano da me?

La mia obesità intellettuale mi rende troppo strette tutte le fottutissime caselline, arrivo e già sono andata via, non ho rispetto non ho creanza, pedalo cantando come un’assassina, non mi fermo al rosso, ascolto musica a volume troppo alto, piglio il controsenso con scioltezza, non mi fermo.
Ma pago le tasse.
Ho anche io le mie contraddizioni.

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Dic 29 2010

ci vuole un’overdose di Breszny

Io non lo so in questi giorni quante volte mi sono ripetuta che non sono all’altezza e che chi me lo ha fatto fare e che sarà un buco nell’acqua e che insomma
in fin dei conti sono appena stata ammessa al master in diplomazia e politiche internazionali
che suona proprio bene, no? Carla Vitantonio diplomatica internazionale che dico intergalattica che dico diplomatica universale.
E allora in fin dei conti mi dovrei un momentino focalizzare su tutta questa rivoluzione che io stessa ho messo in atto perchè mi ripeto e straripeto che il giorno in cui feci la domanda d’ammissione era proprio perchè non ne potevo più di questo navigare a vista anzi a svista non ne potevo più di contare le monetine per le sigarette come quando avevo sedici anni.
Insomma mica me lo potevo aspettare che nel frattempo sarebbe successo tutto questo e che mi sarei tanto profondamente lasciata coinvolgere mica me lo potevo immaginare che mi sarei tanto pazzamente lasciata innamorare mica me lo potevo immaginare che avrei occupato l’autostrada che avrei preso alle tremmezza un bus per Roma mica mi potevo immaginare l’esondazione dei giorni successivi mica mi potevo immaginare questa temperatura tropicale interna mentre fuori si congela mica mi potevo immaginare.
Mica mi potevo immaginare che Bologna mi sarebbe mancata così tanto. Che avrei avuto così tanto forte dentro di me la necessità di confrontarmi, porcapaletta, di ascoltare di leggere di essere presente. Mica mi potevo immaginare che ognuno mi avrebbe regalato qualcosa così, aggratis, semplicemente per generosità. Chi il suo lato zen chi la crema di funghi chi un viaggio verso sud chi lo spot più divertente del 2010 chi una surreale chat su fb chi l’infinito aperitivo al Pratello chi sguardi segreti e parole di fiducia che a me mi fanno tremare.
Niente niente niente mi potevo immaginare.
E adesso sono qui che sto scrivendo uno spettacolo nuovo e ho i brividi come se ci fossero meno quarantacinquemilagradi e ogni parola è un macigno che mi si scaraventa tra la lingua e il palato e ogni riga la scrivo ottocento volte e tutte le volte mi sembra che non sono capace. E che comunque non sarà abbastanza. E che è fiducia malriposta. Che arriverò al 17 gennaio con un bel pugno di mosche marce. Che mi sono sopravvalutata. Che adesso porcamiseria invece di scrivere sul blog dovrei piangere lagrime e sangue sul copione e invece devo staccare devo assolutamente staccare un attimo perchè sennò finisce che esco scema ecco come finisce.

Che il blog è mio e me lo gestisco io, visto che il mio utero lo gestisce la chiesa e il mio cervello il ministero per la ricerca e i miei muscoli l’agenzia interinale giobforiù. Almeno il blog me lo gestisco io eccheccazzo e ci scrivo quello che mi pare tanto adesso non ho più un fidanzato rompicoglioni che mi dice carletta di qua carletta di là questo non si dice questo non si fa. Io faccio quello che mi pare. E mi metto anche nei guai se mi va, tiè. Per esempio mi sono messa nei guai e adesso ho davanti a me l’incubo meraviglioso di uno spettacolo che se viene male è la mia rovina ma se viene bene, se viene bene che gioia che sarà. Se viene bene io invito i miei compagnucci e le mie compagnucce di master a vederlo e dico tiè guardate un po’ altro che diplomazia intergalattica.
Però se viene male.
Però se viene bene….

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Nov 17 2009

ognuno ha diritto al suo giorno di gloria

Chi lo diceva, che ognuno ha un certo numero di bonus e nella vita prima o dopo se li spende tutti? Io devo aver avuto assegnati d’ufficio moltissimi bonus-inciampo-nei-miei-piedi, diversi bonus-cambio-idea-all’ultimo-momento e, adesso lo do per certo, almeno un bonus-gloria. Me lo sono giocato oggi. Ci avevo, per l’occasione, un vestitino da sposina, bianco panna tutto un pizzo, che ero un biggiù. Capello lunghissimo e fluente, scarpa col tacco e financo il fondotinta. Non so se mi spiego. Per il mio giorno bello mi ero preparata come per un matrimonio (che quello non si sa se e mai avverrà, e non si sa nemmeno se sarà un giorno bello, insomma, il matrimonio è una questione complicata, per ora limitiamoci a vincere i concorsi).
Sono dunque arrivata un pochino in anticipo, che ci avevo una diretta radiofonica e volevo starmene tranquillina, ma che divertimento! Una volta tanto ero in un posto dove le persone mi cagavano e dove se non avevo niente da dire qualcuno mi faceva delle domande. A me!!! Delle domande a me!!! Domande anche intelligenti, peraltro.
Vabbè, non proprio tutte, ma la maggior parte si, intelligenti.
E io nel mio vestito svolazzante come una farfallina ero tutta concentrata a non dire stronzate, ma dopo un po’ ho trovato un file che funzionava e ho attivato quello di default. Anche perchè il rischio era rispondere una cosa diversa ogni volta, e non ci tengo proprio, nel mio unico giorno di gloria, a fare la figura della dissociata.
Le persone sono state molto gentili con me. Anche gli altri concorrenti. Gentili, garbati, cortesi, curiosi. E io pure sono stata gentile, garbata, cortese, curiosa.

Appellandomi al mio scarso galateo sono riuscita persino a evitare l’incidente diplomatico nientepopodimenoccè col prof. Visentin, che è stato il presidente della giuria, insomma, colui che materialmente ha decretato la mia vittoria. Ordunque diciamo che per gratitudine e per curiosità mi ero ben bene letta il suo sito e sapevo che faccia avesse, ci eravamo pure scambiati un paio di mail, insomma avevo fatto le cose perbenino da perfetta vincitrice di concorsi (erano anni che mi esercitavo ammettiamolo). Arrivo lo saluto forse con troppo entusiasmo e poi la conversazione langue fino a quando lui non propone di tagliare il mio intervento e di ridurre la lettura dell’intero racconto alla lettura di stralci.
Ora dico io. Già ho dovuto tagliare il racconto per farcelo stare nei canoni prescritti dal concorso. Già quelli dell’Avallardi hanno corretto il mio neologismo “Moz’ambiguo” ritrasformandolo in “Mozambico” (cancellando così, senza saperlo, almeno tre mesi di dubbi e incertezze esistenziali), già sono arrivata da Londra, che è quasi come dire da Campobasso, appositamente per il mio giorno bello, mi sono pure comprata il vestito, e tu mi vuoi far ridurre l’intervento???? Ammetto che, nonostante abbia cercato di contenere i bollori, l’occhio offeso ha lanciato un paio di lampi in direzione del mio interlocutore. Per fortuna il Cts ha deciso per me e io non ho dovuto difendermi.
Ah, una volta tanto non ho dovuto difendermi, mi hanno difesa! A me! Che bellezza. Il professore poi ha dato il suo nulla osta e mi ha fatto pure una presentazione che voglio dire, mi sarebbe proprio piaciuto che Franco Quadri e Federico Tiezzi ci fossero. Ma evidentemente loro erano impegnati in ben altre faccende.

E insomma la giornata è andata avanti così, ho fatto persino una dedica. Una meraviglia. Domani alle sette riparto per londontown e sono pronta a ricominciare a stirare camicie e fare flessioni, che alla fine è questo il mondo mio, case senza riscaldamento, biciclette, vita scoppiettante e un po’ stronza, piccoli miracoli quotidiani e molti punti interrogativi.
Ma quest’incursione nel mondo dei vip mi è piaciuta assai, lo ammetto. E il vestito era uno spettacolo.

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Nov 03 2009

il due novembre è il giorno dei morti, ma quel due novembre non ci avevo pensato

Oggi avevo deciso di non scrivere. Per una sorta di orgoglio dello scrittore, insomma. Sono lontani i tempi in cui scrivevo uno o due post al giorno e ricevevo decine, ma che dico decine, centinaia, che dico centinaia, milioni e trilioni di commenti. Io scrivo meno e i commentatori latitano per una sorta di pudore o perchè hanno altro da fare o perchè non c’è niente da dire. E - come ho avuto modo di scrivere più di una volta- se uno non ha niente da dire sarebbe meglio che stesse zitto.

Avevo deciso di non scrivere ma poi è successa una cosa che mi ha messa nella condizione di non poter fare a meno di scrivere. Eh già.
Il due novembre è il giorno dei morti. Avrei dovuto pensarci, quel due novembre, che era il giorno dei morti. Invece per me era un giorno di splendore e di felicità, un giorno incredulo, uno dei primi giorni della mia vita in cui ho provato la speranza di poter realizzare un sogno.
Era il due novembre del millenovecentonovantanove, avevo venti anni ed era il mio primo giorno alla scuola per attori del teatro stabile del veneto.
Ero incazzata, ero confusa, ero convinta che un attore dovesse vestirsi per forza di nero, avevo i capelli bourdeaux, cortissimi, ricci, e tutti mi dicevano che sembravo Momo. Ero magra, ed ero convinta di essere grassa. Ero giovane e mi sentivo molto più vecchia di adesso. Ero incazzata, incazzata, soprattutto ero incazzata, e il teatro lo facevo perchè ero convinta di avere fottìo di cose da rivendicare, un fottìo, e non trovo un’altra parola, ero convinta che il mondo mi dovesse qualcosa, ero convinta di andare a credito, ero convinta, e facevo il teatro, non potevo farne a meno. Avevo passato il provino con un pezzo tratto da Renato Curcio, un pezzo su un bombarolo, mi ricordo ancora che faceva

“la giustizia? non l’ho mai cercata, non l’ho mai pretesa. Giusti? io so che dobbiamo uccidere. So che è l’odio che mi ha spinto”

e non ci potevo credere, non ci potevo credere, quando mi avevano chiamato per dirmi che io, proprio io, ero stata presa, non ci potevo credere. Mi aspettavo un futuro radioso di attrice in uno stabile, mi aspettavo un avvenire di prove pagate e turnè in albergo, questo mi aspettavo, e quel due novembre ero tutta vestita di nero e mi presentai così:

“sono carla, sono l’ultima della lista, non sono contenta di essere qua perchè per me il teatro è sofferenza. Non ho nessuna intenzione di elencare le mie esperienze precedenti perchè sono qui come allieva, per imparare, e riparto da zero”
Oh certo per avere vent’anni ci avevo due gonadi ben presenti e delineate, neh?

E oggi sono dieci anni da quel giorno in cui avevo più rughe di adesso, e molte speranze quegli stronzi del goldoni me le hanno ammazzate, calpestate, umiliate, ma in cambio ho avuto dei compagni che ancora popolano le mie giornate, compagni che hanno preso strade diversassai dalla mia e coi quali ancora condivido quel friccico stronzo inquietante doloroso vivo entusiasmante mannaggia.

Dieci anni fa oggi ero convinta che dopo dieci anni avrei ancora fatto l’attrice.

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Ott 12 2009

macao meravigliao

Sono passati alcuni giorni da quando ho ricevuto la notizia, e non posso ancora crederci. Tutto cominciò quando tre anni fa mi innamorai dell’unico uomo del mondo e gli proposi di andare a Macao in motocicletta. Il tutto per sedurlo, ovviamente. Io a Macao ho sempre voluto andarci. Per tutti i fumetti di Altan, per i cinesini che parlano portoghese e perchè che ne so. Macao Hong Kong Singapore, che posti allucinanti che devono essere.
E’ facile indovinare che a Macao non ci siamo mai andati, io e l’unico uomo del mondo, però in compenso abbiamo costruito la Casa, pezzettino a pezzettino, e ancora siamo là che piano piano mettiamo mattoncini.
Ho provato a vincere qualche borsa di studio per andare a osservare le maschere di Macao e l’uso di quella strana commedia dell’arte che hanno là, ma il governo di Macao non mi si è filato di striscio, come dire, manco mi hanno mai risposto, quelli del governo Macaoicchio.
Me l’ero insomma messa via, questa storia di Macao, come molte altre storie che mi sono messa via nella mia vita tipo il sogno di lavorare con quello stronzo di Federico Tiezzi che non si è manco presentato al provino che mi aveva concesso e vabbè queste sono storie che già hanno ispirato lungamente il mio blog.

 (Ora dovrei fare un’altra lunga premessa sul perchè solitamente non partecipo ai concorsi in generale e più in particolare ai concorsi di scrittura ma le motivazioni sono facilmente riducibili a due grandi insiemi ovvero la mia pigrizia e la mia sfiga)

Insomma sono stanca di costruire la suspence di questo post, è tardi e la mia tisana si sta raffreddando, la nuda verità è che mesi fa ho partecipato a un concorso indetto dal CTS, un concorso di scrittura, e ho inviato il diario del mio viaggio in Africa.

Ecco, ho vinto.

Io, la sottoscritta me medesima, ho vinto. Ho vinto prima di tutto la pubblicazione, che dico, buttala via. Ma poi ho vinto euri cinquemila e dico cinquemila per andare nientepopodimenocchè a Macao meravigliao!!!

Io non ci posso ancora credere, davvero. E’ la prima volta che mi capita una cosa del genere, non so come comportarmi. Sono stata proclamata vincitrice in contumacia lo scorso giovedì, l’unica volta che vinco non sono manco capace di esserci, ma non potevo fare altrimenti, ero qui a Londra e ho mandato il Lontra  e la Sere che hanno degnamente fatto le mie veci.
Alla faccia di quegli stronzi dell’associazioneinnominabile. Lo posso dire? Alla facciaccia marcia di quegli stronzi dell’associazioneinnominabile, ecco cosa dico.
Alla facciaccia marcia e puzzolente di quei pezzi di iena morta dell’associazioneinnominabile , ecco che dico.
Me ne vado a Macao, io.

Macaaaaaaao meravigliao, che meraviglia sto macao meravigliaooooooooooooooo

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Set 30 2009

catercippalippa


Proprio ieri pomeriggio riflettevo sul fatto che i racconti di lucilla vanno in onda ogni martedì dalle 1830 alle 19.

Sembra un messaggio pubblicitario, lo so, ma non lo è.

E’ invece l’inizio di una profonda riflessione esistenziale e sociologica. Perchè è un orario un po’ amaro. Io lo avevo scelto così, ingenuamente, pensando che è proprio un bell’orario, uno finisce all’incirca di lavorare (o sta per cominciare, come succede a me) e si ascolta i racconti di lucilla che diciamolo, intrattengono, sollevano, fanno persino un po’ ridere. Solo ieri mi sono resa conto di essere in concorrenza con uno dei programmi più ascoltati della radio d’oggigiorno ovvero caterpillar.
Adesso io voglio dire una cosa.
Molti molti anni fa, ascoltando caterpillar, mi sembrava proprio un bel programma. Si riuscivano a trattare temi importanti con ironia e leggerezza, si parlava di ambiente, di iniziative singolari e blablabla. Insomma caterpillar era veramente “un’altra voce”, e io la ascoltavo volentieri. Ma stiamo parlando di molti molti anni fa. E’ da diverso tempo infatti che ho cambiato opinione, i due conduttori mi sembrano velatamente maschilisti, un po’ spocchiosi e pure discretamente ignoranti. Però mi son detta ma via, sarò io che come al solito sono ipercritica, è il mio ego ipertrofico, sono io che penso sempre di poter fare meglio degli altri, insomma ho pensato vitantò, metti un freno alla tua ambizione e alla tua spocchia, sarà mica un caso se questi stanno su radiodue e tu stai su radiokairos. (Senza nulla togliere a radiokairos ma insomma, ma almeno una differenza nel tipo di contratto, converrete compagne e compagni di radiokairos, ci sta, se non altro negli zeri).

E così ieri, nella migliore tradizione della sinistra, ho provato a fare autocritica e ho acceso radiodue mentre andava in onda caterpillar.
Lettori e lettrici.
Io vi invito sinceramente a sentire il podcast della puntata di ieri 29 settembre.

Ma dico io!!!

orse ho avuto la sfiga di ascoltare la puntata sbagliata, fatto sta che i due conduttori provavano a fare quelli che vogliono le pari opportunità e contattavano esponenti di associazioni di donne che si battevano per le pari opportunità in politica.

Madonnina delle rose!!!!

Oltre a non essere in grado di fare discorsi di genere non si erano manco informati su quello di cui stavano parlando, e provavano a fare dell’ironia spiccia con l’intervistata che, per loro disgrazia, era invece una donna piuttosto preparata e ha continuato un discorso serio e sensato scansando una dopo l’altra le battute e gli interventi assolutamente fuori luogo dei caterpilli. Ero indignata. Dopo aver sentito Ardemagni dire che “al salone di milano c’è molta gnocca” non pensavo di ascoltare discorsi parimenti veteromachisti su radiodue. Ora dico io. Se uno vuole far finta di essere emancipato e non lo è, e per questo prende qualche scivolone, e se tutto questo capita su una radiolina privata tipo radiocelhoduro, fin qui tutto bene. Ma su radiodue, all’interno di un programma che vuole fare la voce alternativa, che lancia campagne di sensibilizzazione sui temi più svariati, un discorso così io non lo posso sopportare.

Forse i conduttori di caterpillar dovrebbero fare un corso di aggiornamento. Glie lo potremmo tenere io e le ragazze di Guai a chi ci tocca. E potremo allargarlo anche a molti dei conduttori di radiorai. Sarebbe un’esperienza sicuramente singolare, io potrei scrivere un libro sui conduttori rai come casi sociali e forse Feltrinelli me lo pubblicherebbe, visto che ha pubblicato pure simili libelli di uno dei conduttori di caterpillar.

Il mio ego ipertrofico suggerisce che forse si, forse è proprio un caso, se io e i compagni e le compagne di radio kairos siamo a radio kairos a lavorare aggratis e quelli di radio due stanno su radio due.

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