Archive for the 'arte' Category

Nov 19 2013

Fai l’artista? E ce lo cachi che sei un artista.

Pensavo da un po’ di tempo a tutti quelli che loro sono degli artisti. Cioè. Gli artisti sono non solo quelli che fanno le sculture o le installazioni ma anche gli attori, di cinema o di teatro, o come li chiamano adesso i performer, i registi gli aiuti registi gli scenografi e quant’altro, i ballerini i mimi gli acrobati, i musicisti di ogni tipo nonché tutti quelli che si dedicano ad arti un tantino più introspettive ovvero i poeti e gli scrittori d’ogni varietà di prosa. Insomma pensavo agli artisti coloro i quali ci hanno come capostipite una delle sette muse più l’ottava musa quella nata nel ventesimo secolo ovvero la musa dell’arte multimediale. Ce li metto tutti dentro. I creativi.

 

Ci pensavo per motivi assai seri, ovverocchè fino a un certo punto io stessa appartenni a cotale e cotanto gregge, che per quanto ognuno dei suoi componenti non faccia altro che ripetere di essere unico e inimitabile sempre di gregge si tratta dal mio punto di vista orientale e un po’ retrò. Ci pensavo perchè volevo analizzare, sì, sentivo l’impellente bisogno di scandagliare le motivazioni esistenziali che mi fecero appartenere al gregge per tanti lunghi anni e che poi quasi d’improvviso mutarono e mi portarono a uscirne. Ovviamente non per star senza gregge, ma per entrare in un altro gregge apparentemente diverso epperò uguale. E’ la legge del gregge.

Ma proseguo. Ovviamente la mia autoanalisi non m’ha portata a nulla di buono. Ma manco a nulla di cattivo, per carità. Semplicemente non m’ha portato a nulla, un buco nell’acqua, per così dire, o forse un rimestare in una minestra già iperrimestata, insomma non mi sono chiarita, non mi sono capita. Ma ahimè mi sono sorti altri interrogativi. Eh già che qui di tempo per farsi gli interrogativi ce ne sta a palate. Ci fosse stata la Sfinge qua l’avrei sfidata a Trivial Pursuit, a sfinimento, durante una delle interminabili nevicate invernali. Sì, sto divagando, lo so.

 

Torno a me. Nella mia ricerca delle ancestrali motivazioni che condussero me tapina ancora in pubertà a votarmi al teatro senza sapere quali amare piaghe avrei dovuto meco portare, ho trovato vari blog di quelli che loro sono gli artisti.

 

Spesso si tratta di blog che recano un’introduzione, una presentazione dell’artista. Tipo:
 Benvenuti sul blog di Carla Vitantonio, scrittrice.

 

Segue breve biografia con tanto di studi e diplomi. Peccato che manchino le pubblicazioni. Ah no, ci sta la pubblicazione del giornalino d’istituto alle scuole superiori, e anche il premio cittadino per la poesia migliore. Ecco. Allora io mi domando. In questo caso Carla Vitantonio, scrittrice, non farebbe meglio a dichiararsi “aspirante scrittrice”? Non è che per caso ’sta Carla Vitantonio pecca un pochino di immodestia?

 

Oh, disclaimer: figlio, figlia, se ti senti immeritatamente colpito da questa mia riflessione e ti viene da incazzarti con me ti chiedo scusa, perchè ti ho pestato la coda di paglia, ma soprattutto ti dico che sì, io me lo posso permettere, sì, io posso criticare, perchè questo è il mio blog e sul mio blog ci scrivo quello che voglio. Inoltre se scrivo che sono una cooperante è vero, perchè il mio contratto dice proprio “cooperante”, quindi vaffanculo.

Occhei occhei la smetto di mettere le mani avanti. Eh ma non posso fare a meno, non posso fare a meno no, perché ogni tanto mi arrivano mail inferocite di gente che mi conosce, e anche di gente che non mi conosce, che mi accusa e asserisce che io non possa dire quello che dico.

 

 

Oh, attenzione, io posso dire quello che voglio, 

anche che sei uno stronzo, poi tu mi puoi portare in tribunale, 

e a quel punto se la vedono gli avvocati. 

Io ne ho uno buono.

Dunque ecco. Cara Carla Vitantonio che dici che sei una scrittrice ma hai pubblicato solo sul giornalino d’istituto, purtroppo per te ti sei scelta uno di quei mestieri che hanno bisogno, per essere definiti tali, del pubblico riconoscimento. Se tu avessi studiato come medico potresti scrivere “Carla Vitantonio, medico, attualmente disoccupato”. Invece non puoi scrivere scrittrice disoccupata, mi spiego? I motivi per cui ti sei scelta questo bel mestiere di merda (ripeto, scrittrice o artista in genere) sono vari ed eventuali, incluso il fatto che hai continuamente bisogno dell’approvazione altrui per approvare te stessa, hai sempre necessità che l’applausometro ti dica che vai bene. Sei un’insicura, cara Carla Vitantonio, non ti vuoi bene abbastanza e pensi che se gli altri ti vorranno bene allora ti vorrai bene anche tu. Col cazzo. Mi spiego? Col cazzo che succede. Non succede e basta. Cara Carla Vitantonio, l’applausometro non è abbastanza. Ma a parte questo. Per lo meno dovresti farlo davvero, questo mestiere. Diobon, pubblica. Come? Mi stai dicendo che ci hai il blog? Cara, tenera, ingenua. Il blog ce l’hanno tutti. Ci sono persone che ce l’hanno solo per scriverci sopra che a loro il blog gli fa schifo. Non va bene, non è abbastanza. Il blog è come dire sono un’attrice perchè mi sono comprata una maschera durante una gita a Venezia. Non sei una scrittrice, cara Carla Vitantonio, come te lo devo dire? E mi fai anche un po’ pena, con questa tua tenera velleità. Poi parli di te in terza persona. Carla Vitantonio, scrittrice. Diobon, ma che sei la regina d’Inghilterra? Torna a casa Lessie, riprenditi e comincia a fare qualcosa di concreto.

Lo so, cara, questo mondo è ingiusto, perchè quando uno fa l’artista si trova sempre davanti all’interrogativo ontologico che si articola più o meno così:

 

Ma uno è artista se si sente artista o se gli altri lo riconoscono come tale?”

 

La risposta, cara Carla Vitantonio che non sei una scrittrice ma ti piacerebbe, è dentro di te e però è sbagliata.

 

E non voglio nemmeno introdurre l’argomento “ uno è artista se vive d’arte o se vive d’altro così può dedicarsi senza inibizioni all’arte stessa?”

 

Sono menate.

 

Il punto è:

 

Non basta sentirti scrittrice. Mi dispiace. Bisogna che qualcuno al di là di tua mamma e tuo padre ti riconosca di esserlo. Una specie di pubblico diplomino. Lo so, questa regola fa schifo, ma è il mondo, funziona così. Se non ti piace puoi scrivere “Carla Vitantonio, scrittrice ufficiale della libera repubblica di Carlonia, vincitrice del prestigioso Vitantonio Awards 2013”.

 

Mi spiego, cara Carla Vitantonio?

 

Non sei una scrittrice, un’attrice, una scenografa, una stracazzo di artista nel momento in cui lo scrivi sul blog.

 

 

E’ triste. 

E’ amaro. 

E’ ingiusto. 

Lo so. 

Nessuno capisce il tuo talento smisurato. 

Nessuno ti ama abbastanza. 

Sei come Van Gogh, ne sono sicura, 

quando morirai capiranno quello che hanno perso, sì, 

non ti preoccupare.

 

Hai provato a strapparti un orecchio?

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Giu 17 2012

Il teatro e me. Prove del mio ultimo monologo.

Ebbene sì, ti lascio.
A questo punto della nostra relazione non ha neppure più senso dire che sia per sempre.
Ti lascio e basta, come nella migliore delle tradizioni. Con tanto di monologo che un po’ è incazzato e un po’ è strappalacrime.
Ti lascio e non ne voglio sapere di te. Non cercarmi, non ti cercherò.
Finita.
Sì, chiaro, per ora. Finita per ora.

Perchè non se ne può più.
Tredici anni avevo porca miseria. Mi misi una maglietta bianca perchè si-doveva-fare-così, andai a scuola con quaranta di febbre per non deluderti. Mia madre era furibonda. Nessuno capiva che cosa ci fosse, di così importante, quel giorno a scuola.

Tu, c’eri. Tu. Maledetto.
E quello è stato solo l’inizio. Come se non fossero bastate le innumerevoli, ulteriori occasioni di scontro con i miei.
Come se non fossero bastate. Mai una volta che mi rendessi le cose più facili. Se c’era modo di provocare una crisi familiare tu lo coglievi e mi istigavi. Ti piacevo di più così, ribelle, insoddisfatta e arrabbiata?

Come la storia di andare a scuola la sera. Ma dico. Eravamo tutti minorenni. Eppure quello pareva l’unico modo. A scuola. A scuola la sera.
Mia madre mi urlava “mi metti in croce” ogni volta che la obbligavo a venire a prendermi a mezzanotte dall’altra parte della città. Quando compii diciott’anni il primo pensiero fu avere la patente. Per te.
E i giorni di scuola saltati perchè improvvisamente avevi deciso che ero importante? le ore trascorse nei camerini a respirarti, ogni straccio ogni granello di polvere ogni pezzo di corda, tutto era te.

Ma ora basta. Non voglio nemmeno ripercorrere questi vent’anni di cecità. Basta, finita, ti lascio. Me ne vado.
Non ho più niente da dire.
Ti ricordi l’università? Fu la prima volta in cui pensai di averti lasciato.
E’ finita, pensai. E invece era appena cominciata.
L’immagine di te mi attendeva ogni giorno affianco a un grosso manifesto sotto l’arco di Piazza Capitaniato.
Tu ogni giorno immobile.
Io ogni giorno turbata come una deficiente.

Ti credetti.
Fu la prima convivenza. Un disastro. Per ognuna delle tue dichiarazioni d’amore pagavo disistima, aggressività, solitudine. Ero così stanca che mi addormentavo su uno sgabello dietro le quinte.
Fino a quando non mi dicesti che non ne eri più certo.
Io sì, io ne ero certa, io ti amavo, io avrei fatto di tutto per starti vicino, per starti attorno, dentro, per respirarti, per esserci.
Ogni giorno lo giuravo, ogni giorno ti provavo la mia determinazione.

Mi sono fatta lasciare da tutti i miei fidanzati, perchè prima c’eri tu.
Ho perso i lavori meglio retribuiti, perchè a te non piacevano, perchè non erano compatibili, dicevi, perchè rubavano la mia energia migliore, la mia capacità di creare, cose che volevi tutte per te. E sia.
Ho mentito. Ai miei genitori, agli amici, ai fidanzati. Ho mentito come una tossica. Spudoratamente e felicemente.
Ho fatto 35 traslochi. Trentacinque. Non so se mi spiego. Io non augurerei a nessuno, a nessuno di fare 35 traslochi. Per te. Per stare con te, vicino a te e menate varie. Una volta ho accettato di dormire per quattro mesi in una specie di palestra dietro la stazione di Rovigo (di Rovigo, non so se mi spiego!!) insieme ad altre sedici persone, solo perchè tu eri là.
Mi sono quasi venduta a un paio di registi intraprendenti.
Ho scritto a Federico Tiezzi subendo l’umiliazione di un incontro al quale lui non si è neanche presentato.
Ho scritto allora a Mario Martone, e non mi ha mai risposto.
Ci ho provato con Cesar Brie, ma neppure lui evidentemente ha trovato carta e penna.
Sempre perchè mi avevi assicurato che mi avresti aspettata là.

Là, in un luogo di cui io non avevo mai le chiavi.

Ti ho rincorso ovunque. Portogallo, Germania, Polonia. Ti ho cercato persino nella provincia bresciana.
Non ho fiatato.
A trent’anni sono venuta da te a Londra e mi sono messa a fare la donna delle pulizie per sopravvivere.

Ogni volta promesse d’amore infinito, eterno, quello che solo io e te conoscevamo.
Ogni volta ti credevo.
Ogni volta ti cercavo.
Come la prima volta.
E ogni volta fuggivi non appena ero arrivata.

Un anno fa ti ho detto che era finita.
(No, non è che non ti ami più, è che non può funzionare. Io non sono come tu mi vuoi, tu non sei più come volevo. Mi sono innamorata di fotografie di quarant’anni fa e di storie che parlavano di un te che non esiste più.
E’ finita.
Sì, ti amo ancora, ma non ce la faccio più. Voglio una vita normale. Sono stanca di sentirmi dire che mi ami, che mi desideri, che mi vuoi, e vederti fuggire con la prima attricetta anoressica di passaggio ogni volta.)

Ti ho fatto un discorso sensato. Ammettilo. Sono stata saggia e delicata. Ti ho dato una lunga serie di motivazioni. Ti ho ribadito il mio amore.
Avrei voluto passare tutta la mia vita con te, proprio come nella favola di Cenerentola o in quella di Prezzemolina.
Ma non ce la facevo più.
Per darti modo di abituarti all’idea me ne sono andata fino a Seul. Seul, diecimila chilometri. Ho pensato fossero abbastanza.
Ho ignorato le lettere, i messaggi, le telefonate. Sono i frequenti rigurgiti di possesso che animano gli abbandonati.

Poi sono tornata qui.
Non ti ho cercato.
Ho evitato accuratamante luoghi e persone che avrebbero potuto ricordarmi te.
Pensavo di avercela fatta.
Invece, quando meno me lo aspettavo, sei comparso.
Hai giocato uno dei tuoi numeri da circo, creato situazioni surreali per mettermi nelle condizioni di essere proprio là, dove tu mi aspettavi.
Chapeau.

Quando ti ho toccato dopo tutti quei mesi avevo paura di sciogliermi. Eri bellissimo. Eri come ti ricordavo. Eri ciò che avevo sempre voluto. Per un attimo, un attimo soltanto, ho sentito che -di nuovo- ero pronta a tutto per stare vicino a te.

Ma ho trentatrè anni, e tra me e questo pensiero ci sono tutti gli anni di delusione, umiliazione e solitudine. A quelli ho pensato mentre avevo addosso di nuovo il tuo odore, e mi sono resa conto che c’è una cosa che ho perso e che non riavrò mai.
La fiducia in te.

Non mi fido. Non ti credo più.
In questi mesi siamo stati vicini come poche altre volte prima d’ora. Eppure ogni volta che ti guardavo sapevo che sarei andata via, che non ti avrei cercato.

Proprio come in quelle storie d’amore che raccontano alcuni romanzi d’appendice, non riesco a dirti di no. Ti desidero, ti bramo, ti voglio. Ma oramai so che la nostra grande storia d’amore, quella che sognavo, la cosa per cui ho lottato di più, non ci sarà mai.
Allora magari torno ancora, come si torna da quegli amanti soddisfacenti che popolano le nostre vite. Quegli amanti dei quali pensi che se non aveste sbagliato entrambi qualcosa, in un passato remoto, magari avrebbe potuto esserci l’amore.
Quegli amanti che non sono buoni amici nè compagni, ma forse avrebbero potuto essere entrambi.

Magari. Magari torno, tra un anno, due.
Tornerò se avrò qualcosa da dirti.
Tu sarai uguale al giorno in cui ti ho visto la prima volta.
Io penserò che ti amo.
Temerai di avermi persa, e mi giurerai che sarà diverso.
E forse io ti crederò.
O forse farò di nuovo le valigie e andrò ancora più lontano.

Stronzo.

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Mag 15 2012

23yG, Cafè Letterario

13 maggio 2012 ore 23.48

 

                    E’ finita che sono entrata appieno nel bailamme della biennale d’arte cubana. Feste, festini, havana club a go-go e musica funky oh yeah. E allora stasera, dopo il mare, mi aveva presa quasi male perchè mi sentivo proprio una turista del cazzo e mi dicevo oh ma è possibile che non riesco a schiodarmi da questa attitudine del cazzo.

Poi però all’improvviso siamo finiti dentro questa festa, ed è stato un attimo cominciare a ballare mentre i fotografi continuavano a lanciare i flash convinti che fossi una qualche artista arrivata da chissà dove e non l’infiltrata di turno, balla di qua balla di là finisce che mi metto a pomiciare proprio con quello che piaceva a David, che però è uno proprio sportivo e non se l’è presa troppo, tanto poi all’improvviso così come eravamo arrivati siamo andati via e adesso si prepara una pasta.

 

 

14 maggio 2012 ore 15.00

 

          Allora la situazione è che ’sti cubani sono proprio stufi. Stufi del socialismo, della censura, di Fidel, stufi del salario che arriva sì e no a 20 dollari, stufi marci.

E si lamentano un casino. Oggi me la sono passata in zona universitaria e senza saperlo mi sono fermata proprio nel caffè letterario. C’è voluto poco prima che si creasse un capannello di persone al mio tavolo, persone che si lamentavano, sì, si lamentavano. Perchè non hanno i soldi per mangiare, perchè non hanno i soldi per viaggiare, perchè la qualità della vita è bassa, perchè perchè. Allora io chiedo compagni cubani vorreste forse stare al posto mio? No, ditemelo, francamente ci vorreste stare al posto mio? E loro prima ci pensano un poco, poi rispondono che no, non ci vorrebbero stare al mio posto. Ecco allora compagni cubani ditemi un po’ voi ce l’avete la soluzione? Il mio paese cade a pezzi, il vostro pure, non funziona qua e non funziona là, che facciamo?

 

             Ma il problema reale è che i miei compagni intellettuali hanno troppo bisogno di lamentarsi. Non la cercano nemmeno, la soluzione. I compagni del caffè letterario hanno bisogno di fare l’elenco delle loro insoddisfazioni, hanno bisogno di farle a me. Forse sperano pure che io li inviti per un caffè, o che compri il libro che mi stanno proponendo. E io non lo compro, no, il cazzo di libro, perchè questa situazione mi fa salire la stessa rabbia che mi saliva in Africa, perchè questa dinamica la conosco e non mi presto, cazzo, perchè anche in questo Paese ho visto gente che è ugualmente scontenta, ma proprio a causa di questa scontentezza si sbatte e cerca di trovare il nodo e prova a scioglierlo o quanto meno ad allentarlo. Allora mi chiedo: ma i miei compagni intellettuali, perchè non si sbattano pure loro, che cosa vogliono, la mia compassione? O stiamo recitando la solita scenetta della yankee commossa e angosciata dal proprio senso di colpa postimperialista che regala ai poveri afroamericani i resti del suo bagnoschiuma equo e solidale? Mi dispiace, io a questo gioco non ci sto.

 

 

Ore 23.59

 

                Anche stasera mi sono lasciata trascinare in una delle situazioni da biennale. Però oggi niente rum e cola perchè sono divelta, e domani parto per Trinidad. Dunque sono andata presso la scuola d’arte, un ex gigantesco campo da golf trasformato in campus artistico, se ben capisco. C’era questo austriaco, una specie di luminare della performance, non mi ricordo come si chiama. A me pareva un vecchio nazista travestito da ebreo. Non mi è piaciuto manco per un cazzo. E soprattutto non mi è piaciuto tecnicamente. Ecco l’europeo che fa la stessa cosa che fanno quasi tutti i suoi colleghi: invece di pagare equamente dei performer professionisti, piglia aggratis degli studentelli della scuola d’arte, li istruisce per tre giorni e li mette in scena. Francamente il risultato è a mio avviso (e sottolineo a mio avviso) risibile. E poi gli animali in scena sono stati già squartati negli anni Sessanta.

In più mi dico, con la miseria che c’è in questo Paese, non si vergogna questo vecchio obeso a venire qua e squartare un porco davanti a tutti? E quelli che assistono non si indignano? Questo porco non potrà mai essere mangiato. Mi ha fatto schifo questa performance, ecco cosa mi ha fatto. E mi ha fatto un certo ribrezzo anche la gente che applaudiva.

Forse sono persone che hanno scoperto come fare a nutrirsi d’aria? Dovrebbero diffondere il brevetto. Forse allora il socialismo potrebbe funzionare e il vecchio austriaco mi sembrerebbe un po’ meno indecente.

 

             C’era pure il mio fidanzato di ieri, bello e di bianco vestuto. Ma avevo il naso così pieno dell’odore del sangue che l’ho appena salutato da lontano, volevo andare a lavarmi. Credo, in questo momento, di stare meglio nelle distanze. Le distanze mi fanno sentire a mio agio. Piccole incursioni nel mondo degli altri possono essere contemplabili se le vie d’uscita sono numerose e bene indicate.

 

                Dovrei andare a letto, che domani il viaggio è lungo, e lo so che sarà complicato e molte cose accadranno. Non scriverò per vari giorni, almeno credo. Pare che a Trinidad sia impossibile trovare internet. Non che qui sia facile.
Richetto si sta dimostrando una guida turistica perfetta. Ho fatto proprio bene a venire da lui. Oggi mi ha fatto scoprire il succo di cocco. Il succo di cocco è diventato in assoluto il mio succo preferito. Sarebbe bello averlo sempre. Poi ci siamo rivisti Il castello errante di Howl. Secondo me era proprio il film adatto a lui in questo momento. Per me, invece, è stato un salto eccessivo nella malinconia. Ho pensato che forse non mi innamorerò mai più. Sì, mai più, ecco cosa ho pensato.

 

 

Viaggiando,

mi sento come quelle persone

che vanno in giro per la città

in cerca di una casa da affittare o da comprare,

e ne vedono decine.

Io, a differenza loro,

vado in giro per il mondo

in cerca dell’offerta che faccia per me.

 

 

 

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Apr 16 2012

ritorno al futuro tour, parte terza

Ci sono alcune società nelle quali la capacità di capire le situazioni rapidamente e di agire di conseguenza è considerata un talento. Tipo che tu arrivi a un festino, dai un’occhiata in giro e tac capisci che aria tira, dunque ti comporti in maniera adeguata. Ecco io non so se c’ho questo talento, però adesso mi sembra di aver preso l’unico ritmo possibile, di essere stata scaraventata in pista e di essermi messa a ballare cercando il più possibile di andare a tempo.
Oibò, a volte mi sento il brutto anatroccolo, ma in fin dei conti io ce l’ho questa sindrome, vitantonio la brutta anatroccola, oramai non me ne faccio più un problema e ballo come se nulla fosse agitando le piume e le zampine palmate, muovendo il beccuccio a destremmanca e quaquaqua.
Ebbene  ho definitivamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente ricominciato a fare l’attrice. L’avevo già detto? eh sì che l’avevo già detto. M’hanno scaraventata nel mezzo della pista da ballo di una festa dove non avevo preventivato di andare.
Che paura all’inizio.
Paura e un poco di rabbia. Eh. Poi a un certo punto mi sono detta che la rabbia era inutile, perdevo solo energia, e invece tutte le mie energie dovevano essere impegnate nell’apprendimento dello scatenatissimo ballo tanto in voga in questa festa. Mi sembra di essere sulla buona strada. Un due tre mezzo giro chachacha caaaschè. Sciangèlafamm!!!!

In fin dei conti si tratta soltanto di riprendere in mano le cose antiche. E così venerdì 13 -in barba a tutti gli scaramantici - sono andata nientepopodimenocchè  a San Vito Chietino da Fabi, l’amico e compagno che da Bologna se ne è tornato a casa e adesso gestisce insieme ad altra gente bellissima un centro sociale che si chiama Zona 22. Sono andata a fare OTTO.

Ho voluto farlo per Fabi, perchè lui in questa cosa ci crede moltissimo, e per tutto il centro sociale. Perchè aprire un centro sociale in un paese dell’Abruzzo non è cosa facile per nulla, e perchè magari chissà, un giorno l’eco di queste cose eroiche arriverà pure in quella landa desolata che è il Molise. Ho voluto farlo per questo e per molti altri motivi, miei, privati, personali, che non avevo ammesso manco a me stessa ma che sono emersi davanti al mare burrascoso quando mi sono trovata di fronte alla stessa spiaggia dove oziavo l’estate scorsa prima di partire per Seoul.

OTTO oramai l’avrò replicato circa duecento volte quindi almeno il problema della memoria è superato, epperò ci sono al contempo mille altre emozioni che si aggrappano agli intestini, gli sguardi ogni volta diversi, i gesti di chi è perplesso, le ansie provocatemi dal fonico di turno. Questa volta il Fabi e Zona22 tutta si erano prodigati per farmi fare lo spettacolo nella sala consiliare, a me, proprio a me, nella sede dell’ordine costituito, mi sentivo felicemente blasfema, ero fiera di me. Mi sono arrampicata su un palcoscenico fatto da due tavoli dove il giorno dopo gli onorevolissimi consiglieri avrebbero discusso vai a sapere quale istanza, Fabi mi ha fatto da fonico da scenografo da servo di scena e da personal trainer e via, OTTO come al solito è partito da solo, mio malgrado, ogni volta uguale e ogni volta diverso, io ogni volta commossa e incazzata e speranzosa e sognante, io ogni volta di nuovo ventiseienne.
Urlavo e sussuravvo il mio diritto alla rabbia, inveivo contro questa precarietà che non ci siamo scelti, mi agitavo e mi placavo, la sala era piena e silenziosa, e poi alla fine di colpo applausi e le persone, le persone commosse e calorose come mai, le persone che trovavano parole per me, per il mio spettacolo, parole che mi sembravano troppo grandi, e io non sapevo come gestirmele, queste parole, mi imbarazzavo e mi schernivo, che io dopo gli spettacoli vorrei solo scomparire, invece ero là, io, e lo spettacolo era proprio il mio spettacolo, l’avevo fatto io, io tutto quanto, quelle parole e quegli sguardi erano proprio per me e io quasi non ci credevo.

Poi come al solito finiva tutto in fretta, un pasto veloce e io che me ne andavo sempre prima della fine della festa, che a me piace così, non arrivare mai fino agli sgoccioli. Mi rimettevo sulla lucillomobile e guidavo nel nulla verso CRAMPObasso e verso un fine settimana ancora incerto.
Guidavo nel nulla autostradale e mi sentivo che ne era valsa la pena, che questa danza scatenata alla quale non ero preparata forse non era così inutile, che in tutta questa mia mancanza di grazia, in tutto questo mio essere sempre un po’ troppo fuori posto, forse ero riuscita a mettere insieme qualche cosa di bello.

Un due tre, mezzo giro, sciangèlafamm!!

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Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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Feb 17 2012

Ritorno al futuro tour, parte prima

          Serena dice che non abbiamo più l’età per fare queste tirate e consiglia vivamente di passare a casa sua, farmi una doccia e rinfrescarmi, magari prendere un caffè e darmi un filo di trucco di modo di arrivare a sera riposata e rinfrancata ed essere in grado di fare lo spettacolo come si conviene.

 

          Io non so se sia vero, che non abbiamo più l’età, ma volentieri mi farei una doccia anche se questo atteggiamento può apparire poco rivoluzionario, fatto sta che sono giorni che viaggio su treni poco riscaldati e per di più mi sento addosso l’odore del fumo del freddo della nottata dell’alcool e di un letto non mio insomma queste condizioni olfattive non sono proprio l’ambiente ideale per l’ultima replica galattica di OTTO.


Ebbene l’ho scritto e credo pure che sia vero, questo fine settimana è dedicato al degno funerale della mia carriera teatrale o forse -se vogliamo essere meno tragici- possiamo dire senza difficoltà che questo settimana segna un importante cambio di stagione e poi sì, lo sappiamo tutti che la stagione dell’amore viene e va, all’improvviso senz’accorgerti lo vedrai ti sorprenderà ma per ora chiudo tutto in un bel baule, lo metto nell’antro più recondito della mia animella e poi chi vivrà vedrà se son rose fioriranno e simili luoghi comuni.

           Mi alzai ieri mattina e chiusi il cadavere del mio manichino in un valigione. Con la complicità del Socio e della Ire partii alla volta di Perugia sfidando le avverse condizioni meteorologiche e l’ira funesta di trenitalia che la madonnina dei trasporti la fulmini. Partii in solitudine con mille interrogativi, mi domandavo cosa ho seminato e cosa ho raccolto e mi rispondevo che in fin dei conti ho fatto bene a mollare perchè francamente, molto francamente, le turnè fatte in treno con pochi soldi cercando di risparmiare sul supplemento, coi piedi freddi e il committente che fa storie per cinquanta euro di merda, ecco queste turnè mi hanno proprio stancata. E’ stato bello è stato intenso ma lo lascio ai giovani e io mi dedico ad attività borghesi tipo essere pagata un prezzo quasi equo per il lavoro che faccio.

Il teatro sopravviverà benissimo anche senza di me.

           Io forse un po’ meno bene sopravviverò senza teatro, ma se ci penso, se ci penso tutte queste considerazioni hanno anche a che vedere con una sorta di disillusione politica, con un grande interrogativo sulle pratiche e su quello che sono riuscita a mettere in piedi in tutti questi anni. A questo penso e a questo pensavo ieri mentre su un trenino interregionale perennemente in ritardo attraversavo il norditalia per arrivare a Perugia. Pensavo che forse per fare la rivoluzione ogni giorno col proprio corpo, forse per farlo bisogna anche essere in grado di ammettere che zappando su un certo terreno non ne verrà fuori niente e allora semplicemente disinnamorarsi di quel sogno e andare a zappare altrove. Lo pensavo e lo penso con amarezza e pure però con un po’ di speranza (maledetta stronza).

           Ma arrivai in men che non si dica a Perugia dove i miei eroi conosciuti l’anno scorso in turnè col Socio mi aspettavano in pompa magna. Il Mattatoio era freddo e coloratissimo come me lo ricordavo e i miei ospiti erano sempre gli incredibili compagni e compagne che riescono a trasformarsi in qualsiasi cosa, a farti sentire a tuo agio, rispettata amata apprezzata e altre sensazioni bellissime che non si scrivono.

           Così è trascorso il pomeriggio provando gli attacchi di OTTO, c’era un po’ il fantasma del Socio che si aggirava tra di noi e infatti ogni tanto veniva fuori il ricordo di Non vengo dalla Luna e di quell’altra turnè tanto diversa che facemmo l’anno passato. Epperò anche questo ricordo si smorzava dentro lo sforzo che facevo di essere presente e di godermi tutta l’energia di un giovedì pomeriggio.
Era bello vedere quanto le persone ci credessero, quanto avessero fiducia in quello che stavamo facendo insieme ed era anche bello ascoltare i racconti più politici e non avere paura di fare domande perchè è chiaro, vivendo dall’altra parte del mondo mica posso capire e sapere tutto. Subito si è ricreata la confidenza subito abbiamo ritrovato l’amore e mano a mano che arrivavano le persone conosiucte l’anno scorso mi pareva di incontrare vecchi amici.

           Poi all’improvviso è arrivato il momento di fare il mio spettacolo, quello che mi sono scritta e sudata parola per parola, il mio spettacolo che parla di me epperò anche di tutti noi, allora sono salita sul palco. E avevo paura. E faceva freddissimo.

           Ma tutto questo è durato un attimo perchè poi all’improvviso si è infuocata di nuovo dentro di me quella palla gigantesca di amore e rabbia, allora non ho potuto fare altro che parlare e riscaldarmi e riscaldare e ridere e piangere insieme, proprio insieme a chi stava guardando, perchè eravamo noi che dicevamo la nostra storia con calore con amore e con rabbia.

E poi lo spettacolo è finito.

E un po’ ho pianto.

E poi c’è stata la trash che mi mancava tanto e ho ballato e ho abbracciato e ho pensato mioddio quanto sono belle le ragazze, ma quanto sono belle.
E mi sono sentita un po’ vecchia ma non troppo.

E soprattutto mi sono sentita grata alle persone che mi hanno permesso di fare questo spettacolo.

E mentre mi dicevano “Il migliore spettacolo del 2012”mi veniva di nuovo da piangere e da commuovermi e da dire i migliori siete voi, che lottate tutti i giorni, porcamaella.

E poi ho pensato che ne valeva la pena.


E poi ero troppo stanca, allora mi sono addormentata in camper di fronte al centro sociale mentre i giovani continuavano a ballare la trash.
E stamattina c’era il sole, c’erano biscotti buonissimi e caffè e racconti e un basilico un po’ cadavere che mi faceva molto ridere. C’era gratitudine.
E io ero pronta per la seconda parte del mio
ritorno al futuro tour.

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Dic 30 2011

il pippone di fine-danno?

Trenta dicembre duemileundici e sono davanti allo schermo con il cervello un tantino appannato. Ho un crampo a un indice e un piede incriccato ma non ho ricordi di incidenti, imprevisti o probabilita` avvenuti nella notte tra vicolo corto e parco della vittoria, dunque deve essere soltanto che il mio corpo, arrivato al penultimo giorno dell’anno, dopo essersi subito una serie di strapazzatine niente male, ha cominciato a chiedere di saltare un turno e passare per il via senza ritirare le ventimila lire.

Tutta questa tarantella per dire che non rispondo molto di quello che scrivo e che volentieri mi esimerei dal farlo ma invece ho promesso  e ora debbo onorare il mio debito, manco fossi Bach, che doveva scrivere ‘na canzonetta al giorno senno` quelli della multinazionale ecclesiastica per cui lavorava lo licenziavano.  Io e Bach abbiamo in comune solo il fatto che entrambi abbiamo due nomi, io non capisco una cippa di musica, non lavoro per una multinazionale ecclesiastica e certamente non sara` questo sito a cavarmi fuori dai casini ma insomma e` fine anno e c’e` bisogno di tirare un po’ le fila che senno` qua e` tutto un polpettone e arrivi a trentatre` anni crucificata come Jisuscraist e non  sai manco pecche`.

 

Allora volevo fare un post rompendo la cosi` detta quarta parete
e rivolgermi direttamente ai lettori e alle lettrici delle lucilleidi
con una riflessione che e` la seguente:

Ci sono dei momenti della vita in cui le persone si vivono i passaggi i transiti i cambiamenti eccetera. Io peraltro sono anche discretamente fortunata poiche` ’sta faticosa transumanza me la sto vivendo a cavallo tra due anni e quindi se mi viene fuori un certo spirito mistico posso appellarmi a vari simbolismi ritualismi ecceterismi insomma posso ammantare il tutto con un velo di santita`, che fa molto sexy.
Quando sono arrivata a Seoul ero convinta di essere io carlavitantonio l’attrice e pensavo che mai mai sarei stata altro. Pensavo che avendo io deciso d’abbandonar lo teatro mi fossi come amputata un arto, volontariamente, per evitare che la marcescenza s’allargasse.
Ma soffrivo ah se soffrivo.
Ero convinta che io fossi il teatro e il teatro fosse io, che lo so puo` suonare un tantino megalomane ma era umanissimamente cosi`, sentivo che la me migliore era contenuta in quelle ore trascorse a provare a scrivere a comporre e soprattutto in quelle lunghe soste sul palco durante le quali mi sentivo intensamente profondissimamente completamente presente.
E giusta, e adeguata, e accettata e amata e amabile.


Arrivo’ poi il momento di dire basta per motivi che un po’ si possono spiegare e un po’ no. Un basta pronunciato con rabbia e desolazione e soprattutto con paura, si`, perche` pensavo che mai piu` nessuno avrebbe potuto amarmi una volta amputato il teatro da me.
Insomma pensavo che la mia bellezza la mia intensita` fossero tutte racchiuse li`, pensavo di non avere nient’altro da dire, inoltre ero convinta - e so che anche questa confessione potrebbe suonare un tantino megalomane o paranoide- che chi m’amava lo facesse solo grazie a quello, grazie alla bellezza del teatro che riluceva dentro di me e rendeva splendente e profumato anche questo vuoto corpiciattolo che ero io.

Questo pensavo e giunsi a Seoul terrorizzata, persuasa che m’aspettasse un’esistenza mediocre punteggiata di rinunce, una vita solitaria nella quale nessuno piu’ sarebbe entrato poiche` adesso io ero solo l’involucro secco senza piu` quel prezioso contenuto.

 

E invece e` successo che qui ho scoperto che io sono io
anche senza teatro.
E che ci sono delle persone che mi possono amare cosi`,
pur senza avermi mai vista attrice.
Che non sono un involucro vuoto.
Che esisto.
Che non era solo il teatro a farmi respirare.

 

E tutto questo e` difficile, cavolo, difficilissimo, perche` vuol dire pure ogni giorno accettare la sfida di costruire cose nuove e sconosciute, di scolpire forme nuove, non sempre piacevoli non sempre comode non sempre rassicuranti.
E’ difficile ma e` bello e soprattutto divertente, e io non mi stanco. Allora l’Asia per me, a parte un sacco di altre cose che non riesco  a scrivere e a parte quelle che ho gia` scritto, l’Asia per me e` anche questo, la possibilita` di costruire, di vedermi esistere a prescindere da quello che c’era prima. Di scoprirmi amabile, adeguata, anche senza il respiro del teatro dentro di me.
Io non lo so spiegare, ma questo e` al tempo stesso doloroso e magnifico e faticoso e soddisfacente e mannaggia a me che ho cosi` pochi aggettivi vi prego l’anno prossimo regalatemi un dizionario perche` io sono francamente annoiata dal mio parco aggettivi.

Mi ricordo cos’ero prima e non so cosa sono adesso non so manco cosa diventero`, e mentre lo scrivo mi faccio ridere perche` mi sento come quel cretino di Pieropelu` che c’ha il corpo che cambia nella forma e nel colore, ma francamente non mi pare importante. Ho paura certo, a volte paurissima perche` mi sento sola e tutte le solite menate che ben conosciamo e dunque non riportero`, ho paura ma sono pure eccitatissima come prima di partire per un viaggio.
Quindi mi dispiace mi dispiace molto se a volte non scrivo sul sito per giorni e settimane, ma succede che passo intere mezz’ore a chiedermi chi e` che sta scrivendo, e come dovrebbe scrivere, e che dovrebbe dire, e a volte questa me un po’ sconosciuta semplicemente non ha niente da dire, anche perche` non e`proprio certa di quello che prova di come lo prova, e ha paura di fare casino.

Insomma arriva il 2012, io sono sempre io, ma anche no,
e la prossima volta, prima di essere cosi` insistenti nel lusingare il mio ego
chiedendo un post, pensateci bene, vi potrebbe capitare un altro pippone di questi,
sono pur sempre un’egocentrica.

 

Buon anno a voi, intrepidi antieroi e antieroine.

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Ott 24 2011

pensavo fosse la Corea, invece ero io

Il sottotitolo di questo post potrebbe essere:

primo comandamento - chi di facebook ferisce di facebook perisce.

Ma gli argomenti sono diversi. Allora provo a fare ordine e prima di tutto mi ripeto come un mantra:

quando hai avuto una buona giornata
non accendere lo stracazzo di computer

Ovviamente io l’ho acceso. Stamattina mi sveglio di umore pessimissimo e continuo a ripetermi ma cosa mi sta succedendo perchè c’ho questi scoramenti da cosa derivano gesummaria. La giornata prosegue e in verità faccio cose belle, imparo paroline nuove in coreano, ma sto male malissimo mi sembra proprio un male dell’anima e mi chiedo oh, animella, che cosa succede? Poi però mi rendo conto che sono le dodici e non ho voglia di fumare e improvvisa arriva l’illuminazione: mi sto ammalando. La mia prima malattia coreana. Lo diceva mio padre che il raffreddamento ha quattro giorni d’incubazione. E infatti io quattro giorni fa ero a fare la supergiovane assaipoco vestita dentreffuori dai locali e anzi se ben mi ricordo addirittura non tornai a casa a dormire poichè troppo ero alcoolica. E vedi adesso. Tiè. La Corea sarà anche un paese maschilista, la maggior parte degli uomini sarà pure stronza, la maggior parte delle femmine anche, sarà che insomma il mondo va nel modo sbagliato ma non era questo il problema non questo il pidocchio che mi brucava nel cuoio capelluto eh no. Era cosa assai più materiale ovvero la malattia, che ti fa venire voglia di stare nel lettuccio ed essere coccolata da una sola persona ovvero la mamma. Non c’è niente come la mamma quando sei malata.
Anche se nella realtà la mamma non ti ha mai accudita più di tanto perchè doveva lavorare e portare a casa la pagnotta, esiste sempre l’immaginario di una mamma perfettamente amorevole che quando hai la malattia che ti brucia la pellaccia ti porta un piatto bello fumante di tubetti*. Quanto mi mancano la mia mamma e i tubetti.
Il problema non era la Corea, era che mi stavo ammalando e siccome c’ho la sindrome della pisssicologa avevo ricondotto il malessere a uno stato psicosociale, invece erano i germi. Mammina, dove sei, perchè non ci sei tu a portarmi i tubetti e a darmi i bacini?
Quando stavo con il mio ex ogni volta che mi ammalavo lui mi faceva una scenata perchè diceva di non avere tempo per occuparsi anche di me. Ma scusa chi te l’ha chiesto? stronzo. Tra l’altro non sapeva manco cucinare i tubetti e finiva che mi alzavo io e cucinavo per entrambi. Proprio come in una bella famiglia borghese. Mammina, vieni a Seoul a farmi i tubetti, mi manchi.

Allora la verità è questa. La Corea è un paese bellissimo, non si capisce un cazzo, come mi ha scritto un amico oggi è proprio come stare dentro una settimana enigmistica, hai l’impressione di aver svelato l’arcano e zac, arriva il 37 verticale, irrisolvibile, che ti mette in discussione anche il 14, il 7 e il 26 orizzontali. Bisogna smetterla di pretendere si avere tutte le risposte. Non si capisce niente, davvero. Oggi per esempio c’erano due studenti che nel campus appassionatissimamente pomiciavano come non ne vedevo dai tempi della mia adolescenza a Maratea. Un bel guardare, davvero. E con tutto il freddo attorno! Se ne fregavano. Ci piace la Corea oggi, che ho mangiato i tteok  cucinati da me medesima nella maniera meno ortodossa possibile, e facevano schifo ma a me sembravano buonissimi, soprattutto perchè poi al pomeriggio non sono tornata in ufficio ma sono rimasta a casa a studiare per domani.
Ci piace a me, vito e antonio, la Corea oggi, perchè domani farò la benedetta conferenza su Tondelli e non ci posso credere, e soprattutto non ci posso credere che ci sia una persona che senza avermi mai visto fare niente si è spesa per questo. Oh, ma siamo matti? lo ammetto, ho un pochino di paura, ma me ne frego, perchè oggi la Corea è bella visto che ho imparato a dire dormi bene e stasera lo dirò alla mia borsa dell’acqua calda.
Bisogna che la smetta di cercare in Corea cose che non posso trovare. Bisogna, forse, che la smetta di cercare, e basta. Questo mi dico e intanto bramo la mia mammina e i suoi tubetti, mammina, perchè sei così lontana? sono malata, malatissima, ho mal di gola e domani ho una conferenza, come farò? a gesti?

Bella bella giornata oggi intensa piena di cose ma soprattutto piena di speranza, perchè io il giorno prima di fare le cose che m’appassionano mi riempio come una mongolfiera, tutta piena di speranza, un pallone gigante pieno rigonfio di speranza e sogni ed entusiasmo e colori e salgo susususu. Poi dopo scendo, e lo so che sarà brutto, veloce, umido, che mi sentirò sola e vuota e non amata, ma spero di riuscire a inventarmi un’altra cosa nel frattempo.

Insomma era tutto molto bello avevo dato un senso a questo mio malessere me l’ero messa via e soprattutto mi godevo lo studio di oggi e i sogni che mi vengono ogni volta che posso studiare, avevo persino trovato la forza di andare a scuola di coreano e lì conosciuto uno svizzero e un messicano che se ci mettiamo tutti e tre possiamo fare come nelle barzellette.
Poi torno a casa e mi dico valà che ti scrivo un post riabilitativo dedicato alla mia mamma e ai suoi tubetti, anche se lei appunto quando io ero piccola non è che avesse molto tempo per farmi i tubetti, ma io so che se avesse potuto me li avrebbe fatti con tutto il cuore, soprattutto quando ero malata.

Così dico,
apro il computer
lo accendo
e faccio una cosa che non devo fare.

 

Ma io mi domando e dico. Come mi vengono in mente certe cose?Adesso quasi quasi io il mio account facebook lo chiudo. Sono scema sono, ecco cosa sono. Scema scemissima. Che poi si, lo so, dai commenti e dagli stronzissimi mi piace che la gente mette e leva come gli tira il culo, cristiddio, non si capisce niente,  però mi è venuta un’angoscia che manchicani. Mi sono resa conto di una cosa fondamentale.
La cosa fondamentale è:

sono una cretina

e probabilmente facebook lo sa e si prende gioco di me. Che cazzo mi fai vedere tutte queste cose, facebook maledetto? Facebook, io ti odio. Anzi sai che ti dico facebook? la devi smettere, smettere di farmi rosicare, sennò ti levo l’amicizia, diokèn. Non mi bastano gli scoramenti, le paturnie, i silenzi? non bastano le parole che sono sempre troppo poche? non basta il continuo chiedersi oh, dove sto andando? no, anche facebook ci mancava.
Ma io ho capito qual è il punto:
Facebook si è reso conto che io lo stavo prendendo in giro, e si è vendicato.

Ci è riuscito benissimo. Uno a zero per lui.
Mammina, dove sei, portami i tubetti e fammi dimenticare facebook, dammi i bacini e dimmi che sono solo le mie paranoie di dissociata, dimmi che sono bella e brava e buona e tutti mi ameranno, mamminamia, per favore, fammi i tubetti.

 

* chi non sa che cosa siano i tubetti si vada a vedere il trailer di “una valigia piena di dollari”. Autoformazione, tze!

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Ago 03 2011

ultimo atto (im)possibile

Eccomi come una bambina imbranata di cinque anni, la stessa bambina che ero ventisette anni fa quando provavano a farmi ricopiare su quaderni giganteschi quei simboli incomprensibili e apparentemente inutili, la c di casa la d di dado la acca di hotel. Oggi me la vedo con milioni di stanghette verticali e orizzontali che formano sensi sconosciuti e mi sembra di muovermi in una delle teorie di Kandinskij sulle linee che se tirate dall’alto verso il basso da sinistra verso destra danno un senso di spazio luminosità infinito e infatti eccomi, a cavallo di stanghette orizzontali, verso l’infinito che si schiuderà il 31 agosto su un volo per il quale ho prenotato un pasto senza lattosio e mi sono sentita proprio una ragazza emancipata.

Dovrei dunque passare ai diciannove caratteri che indicano le consonanti e invece non riesco a concentrarmi perchè c’ho i pensieri, pensieri che mi portano a questo fine settimana venturo, che sarò insieme al mio Socio vicino Roma a fare l’ultima data del nostro spettacolo e io proprio non posso crederci. Ho provato strenuamente a trovare nuove occasioni per questo agosto, un po’ perchè avevo bisogno di soldi, un po’ perchè proprio non me la sentivo di chiudere il sei agosto in un paese dell’entroterra ciociaro dopo una turnè che mi ha stravolto la vita, e invece tutte le possibili occasioni si sono frantumate, una dopo l’altra, rovinosamente, proprio come il mio bicchiere preferito si è suicidato nel lavello stamattina senza apparenti motivazioni. Il bicchiere si è suicidato e le mie ricerche di date per agosto sono affogate attorno alla penisola lasciandomi disoccupata ma soprattutto incompleta, con questo senso di finire non troppo bene una cosa che invece era cominciata benissimo.

Allora avrei bisogno di parlare di quest’ultima data di quello che vuol dire per me di come sto di come mi sento di come NON mi sento avrei bisogno di stare in questa cosa e invece mi sento censurata mi sento impaurita mi sento disapprovata e non ne parlo così fino all’ultimo non si capisce un cazzo di quello che succede, facciamo così eh, e la morte arriverà improvvisa come se nessuno se lo aspettasse, facciamo finta che non sia una morte annunciata, facciamo gli sconvolti il sette agosto quando dirò eh, era la mia ultima data, vi saluto, facciamo che non lo sapevamo, facciamo che non abbiamo sentito tutte le ore che ho trascorso bussando a porte reali e immaginarie, scorticandomi le nocche a furia di picchiare, chiedendo uno spazio una data perchè era importante per me fare altre date ad agosto, perchè probabilmente dopo non ci sarà più tempo non ci sarà più spazio.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e diciamo ah, ma non avevo capito, che eri messa così male che avevi bisogno di lavorare che era discriminante, se avessi capito ti avrei invitata a questo festival a questa rassegna a questo blabla. Facciamo gli gnorri così poi potremo andare tutti insieme al funerale fingendo di non aspettarcela e dicendo che sì, sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, e noi non siamo stati in grado di cogliere i segnali anzi, segnali non ce ne sono proprio stati, sembrava che tutto andasse bene che tutto veleggiasse con vento in poppa forza dieci e invece.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e ci raccontiamo che abbiamo fatto tutto il possibile anche se dentro di noi c’è un piccolo mostriciattolo che sussurra maleficamente che no, forse qualche cosa di più avremmo potuto fare. Facciamo che guardiamo i programmi dei festival estivi e ci domandiamo se sono proprio completi o se per caso non ci sia qualche voce che manca, quest’anno, qualche voce che è stata sacrificata in nome della crisi o in nome di quest’artista che forse il suo spettacolo non sarà bello come quello della Vitantonio però lui porta un sacco di gente anche se costa il quintuplo e allora facciamo che guardiamo i programmi dei festival e ci domandiamo quali teste sono cadute e ci rispondiamo che sono cadute quelle teste che rotolando a terra non facevano troppo rumore. Facciamo che spediamo delle belle lettere in cui ci scusiamo ma quest’anno proprio non c’erano soldi in cui ci scusiamo e diciamo sì bella la tua proposta ma è politicamente troppo esposta e noi non possiamo rischiare di perdere i finanziamenti .
Facciamo che abbiamo tutti la coscienza a posto, facciamolo, così anche io ce l’avrò, la coscienza a posto, il sette agosto quando avrò fatto l’ultima data del mio spettacolo persa in un paese della ciociaria, niente contro la ciociaria, per carità, non vorrei essere fraintesa, facciamo che anche io avrò la coscienza a posto e mi dirò che in fin dei conti ho fatto tutto il possibile lottato contro i mulini a vento con le mie armi sgangherate fino a quando ho avuto un briciolo di forza suonato a tutti i campanelli bussato a tutte le porte sbattuto la testa contro tutti i muri facciamo che anche io, ho la coscienza a posto.

E se anche io ho la coscienza a posto io non ci sto a sentirmi dire che non posso mollare perchè ho delle responsabilità, non ci sto perchè se uno ha delle responsabilità deve avere anche i mezzi per rispettarle e assolverle e invece io questi mezzi non ce li ho e allora facciamo che sono io, che ho la coscienza a posto, anche se ho rabbia e frustazione che mi consumano le budella, sono io che ho la coscienza a posto, che le ho provate tutte e fino ad oggi sono stata con la speranza di fare almeno un’altra data, almeno un’altra, prima di partire, una data qualsiasi, a un prezzo qualsiasi, una data che non mi lasciasse con il morto in casa per ventiquattro lunghissimi giorni, e non ci sono riuscita, e allora sono io che ho la coscienza a posto e sono stanca di essere abbandonata da quelli che se da un lato mi dicono non puoi mollare hai delle responsabilità dall’altro se ne sono già andati per i fatti loro verso nuove avventure lasciandomi a preoccuparmi da sola di me e delle responsabilità di me e dei progetti impossibili di me e dei sogni  che fino a un minuto prima non erano solo miei.

Facciamo che se un sogno muore io non so di chi è la responsabilità, non so di chi è la responsabilità se le cose non vengono vissute come dovrebbero, se le persone fuggono, se ai festival la prima testa che cade è la mia, se quando ci sono teste da tagliare improvvisamente scopro che sul mio carro sono rimasta da sola, se l’ultima replica di quello che potrebbe essere l’ultimo spettacolo verrà messa in scena in mezzo al silenzio, non lo so di chi è la responsabilità, ma io ho la coscienza a posto e non so bene cosa significhi ma cazzo, pare che la gente sia così preoccupata dall’idea di dovercela avere, la coscienza a posto, e se a questo funerale io gioco a fare il morto voglio che sia scritto nel regolamento che anche il morto aveva la coscienza a posto.

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