Archive for the 'casa' Category

Set 06 2013

sapore di sale

Published by lucilla under acqua, casa, viaggi, famiglia

Quando eravamo piccole si andava al mare per due mesi e forse più.

Perchè faceva bene alla salute dei bambini e perchè la nuova borghesia degli anni ottanta esigeva il soggiorno prolungato al mare, proprio come nell’Inghilterra dell’ottocento. Si andava ai bagni. Si partiva alla fine della scuola, metà giugno, in un’automobile incredibilmente carica di ogni tipo di bene o provvista.

Si attraversava l’Italia verso la Riviera Romagnola.

Mamma faceva i panini con la frittata ma la cosa più bella era la fermata all’autogrill con la scritta Alemagna, dove in via del tutto eccezionale ci veniva concesso di scegliere un gelato a testa.

Mia sorella Fuego voleva il cucciolone, come papà. Io invece volevo il cornetto algida, quello coi pezzetti di noccioline, o il gran rico all’amarena. Mia mamma e i miei nonni mangiavano la coppa del nonno o la coppa rica, a seconda delle disponibilità. Le altre sorelle non erano ancora in programma e insomma c’era un gelato per ciascuno.

Arrivati finalmente a Lido Adriano aprivamo la nostra casa che puzzava di mare e di chiuso. Il frigo vuoto e aperto veniva acceso e riempito di tutte le provviste, gli armadi venivano ripuliti e i costumini sciacquati a dovere nel microbagno con doccia su pavimento. Materassini, canotti, palette e secchielli venivano riesumati e puntualmente una delle due ciabatte da mare non si trovava.

 

Dopo pochi giorni mamma e papà ci lasciavano al mare con i nonni e tornavano a lavorare in quel di Crampobasso. Ad agosto, poi, sarebbero rimasti con noi un paio di settimane, quelle più belle.

Stare al mare coi nonni era francamente una gran noia, anche se la nonna ci dava mille lire al giorno per il gelato, e se sceglievamo il gelato da cinquecento lire rimaneva pure qualche monetina per il videogame o per le biglie. Mi piaceva molto giocare con le biglie, anche se non vincevo mai, ma soprattutto mi piaceva giocare a Pacman nella sala del lido, i pavimenti freddi e pieni di granelli di sabbia, l’odore di plastica dei canotti e la voce della bagnina che dal megafono elencava i nomi dei bambini scomparsi e i colori dei loro costumini.

La sera la nonna ci dava il permesso di andare alla cabina telefonica e chiamare a casa con i gettoni. C’erano quei gettoni che avevano da un lato una scanalatura e dall’altro due. La cabina all’aperto puzzava di pipì, ma quella nel bar sotto casa era imbottita di velluti e trine, per cui la temperatura poteva facilmente raggiungere i cinquantamila gradi. Dunque optavamo spesso per la puzza di pipì e pigliavamo con brama la cornetta. Dall’altra parte il telefono faceva tutu fino a quando mamma o papà non rispondevano. I gettoni andavano giù con gran velocità, producendo l’odiato rumore digestivo. Non ne avevamo mai abbastanza, di gettoni, e le telefonate finivano sempre troppo presto. Mamma e papà avevano una voce tenerissima e ci domandavano quello che avevamo fatto durante il giorno, ci chiedevano se avevamo litigato e se avevamo conosciuto bambini nuovi.

 

Mi dispiaceva terribilmente dover mettere giù il telefono. Ogni sera avevo il terrore che quella sarebbe stata l’ultima telefonata della nostra vita.

 

Ma i giorni trascorrevano nell’odore della sabbia e dell’acqua salata, scorrazzavamo alla ricerca di conchiglie preziose, capelli cortissimi e pelle sempre più scura. Bambini come noi ce n’erano tanti, anche se spesso venivano da più vicino e parlavano con un accento assai strano, spesso mettendo l’articolo davanti al nome proprio. Mia madre diceva che era un errore di grammatica, ma a me faceva tanto chic. La sera, prima della telefonata, si andava al pattinaggio o anche a mangiare la piadina che era una cosa fantastiliosa, soprattutto quella al prosciutto crudo.

 

E finalmente arrivava il momento in cui mamma e papà arrivavano nella loro macchina italiana rossa, la vedevamo entrare nel cancello dal balcone e ci precipitavamo giù senza infilarci le ciabatte. Mamma profumava di pelle e di frittata e di caffè. Papà aveva una camicia tutta sudata e i suoi pantaloncini di jeans ruvidi che peraltro ha ancora. E se non sono gli stessi sono uguali.

 

Quando arrivavano mamma e papà tutto diventava più bello e il gelato al puffo era ancora più buono, anche se papà a volte con la scusa di assaggiarlo praticamente me lo finiva. Al mattino venivo spedita a comprare i famosi bomboloni ovvero dei dolci di pasta fritta, ripieni di crema pasticcera e ricoperti di zucchero. Uno a testa, per carità, ma io ne avrei mangiati volentieri due o tre. Poi si andava al mare, dove papà leggeva Tex sotto l’ombrellone e mamma andava a nuotare fino agli scogli. A volte poi ci lasciavano coi nonni e andavano a fare la passeggiata, che durava sempre tantissimo ed era il loro momento segreto. Non eravamo autorizzate a seguirli e li vedevamo che si allontanavano mano nella mano parlando fitto fitto. Una volta per seguirli ci perdemmo e dovettero chiamarci per ore con l’altoparlante fino a quando papà non ci ritrovò disperate sul bagnasciuga che facevamo un castello nella speranza che qualcuno ci ripescasse. Però devo dire che quella volta non si arrabbiò. Bravo papà.

 

Era bellissimo quando andavamo a farci il bagno tutti insieme e papà ci faceva fare i tuffi. Poi tornavamo sotto l’ombrellone e mamma ci dava il panino con la mortadella che era buonissimo, buonissimo, sapeva di sale e crema solare e felicità. Poi io mi mettevo sul lettino a leggere topolino o il giornale di barbie e mi addormentavo con la faccia spiaccicata sulla plastica a righine. Mentre stavo ancora nel dormiveglia sentivo mamma che si avvicinava, profumata di costume da bagno e conchiglie, prendeva un asciugamani e me lo metteva addosso, poi mi dava tanti bacetti sulle guance e sul collo e prima di allontanarsi mi passava la mano sulla fronte togliendomi la sabbia.

 

 

 

Ecco, questo era il momento più bello dell’estate.

 

 

 

 

 

 

No responses yet

Mag 20 2012

Ancora riflessioni da Cuba. Sospesa.

Pare che in Italia stia succedendo di tutto e noi, arginati al confine del mondo cablato, carpiamo una notizia ogni tanto. Intanto la vita ci passa dentro e attorno, io provo ad essere presente.

Di Trinidad non mi sento di scrivere. O meglio, ho scritto ma per ora non mi sento di pubblicare, per molti motivi diversi, tra cui una sorta di pudore, e la confusione che provo nell’avere davanti molti racconti possibili. Allora vado avanti con il diario del mio ritorno a L’Habana e del fine settimana appena trascorso.

18 maggio 2012, ore 18.00

 

Arrivo a L’Habana dopo un viaggio fatto di sonno pesantissimo e ricordi che si mescolano al sapore dell’amore e alle immagini della chiesa di Sant’Ana a Trinidad, due navate gemelle diroccate ed esposte al sole da secoli, erba testarda che cresce tra i sassi, quartieri nascosti e una casa con finestre di lamiera.

 

Arrivo sì, scendo dall’autobus e mi sorprende e mi aggredisce l’odore della città, mi riempiono i rumori delle auto, mi asfissiano le proposte dei tassisti abituati a orde di turisti. Mi avvio allora lungo la strada pensando che ho bisogno di tempo per riprendermi la città e lasciare indietro Trinidad, le sue gallerie d’arte, il suo ron, la bocca di Josè Luis e la penombra della sua stanza.

 

Cammino lungo un viale trafficatissimo sotto una pioggerellina mite che potrebbe durare per sempre, svolto a destra in una stradina che secondo i miei calcoli mi porterà dietro il cimitero monumentale, ma non faccio in tempo a verificare il mio senso dell’orientamento poiché arriva implacabile e imprevedibile il diluvio di maggio. Nei sei secondi necessari per trovare una tettoia sotto cui ripararmi sono già completamente inzuppata a causa della valanga d’acqua che si rovescia sulle strade. E tutto è improvvisamente allagato, il mondo si ferma sotto la pioggia di maggio, io penso che forse così mi laverò Trinidad di dosso e dimenticherò la sensazione di leggero rimpianto che mi prende quando penso che sì, forse avrei potuto rimanere un giorno in più.

 

Ma sapevo, sapevo che mi sarebbe successo, me lo ripeto ancora una volta e mi viene quasi da ridere: appositamente avevo portato pochi soldi e niente carta di credito, sapevo che a un certo punto in questo viaggio avrei avuto voglia di restare, voglia di diventare temporaneamente stanziale, e proprio questo volevo rifuggire, dunque ero partita per Trinidad col portafogli semivuoto e poche risorse alternative. Quanto sono saggia certe volte.

 

 

19 maggio 2012, ore 14.00

 

In casa siamo proprio tre bestie, Gigi, Richetto e io. A questo penso mentre nuoto nella piscina dell’albergo dove mi sono intrufolata di nascosto. Ci penso e mi viene da ridere. Gigi legge uno dei numeri di Internazionale che gli ho portato dall’Italia. Stamane allegrissima colazione con uova strapazzate e la promessa di un sabato esilarante, difatti siamo qui a sguazzare e poi torneremo al mio mercato preferito dove comprerò mango e mamei, un frutto che da fuori sembra una patata e dentro è rosa, dolce e un po’ pastoso. Chissà se questa settimana ci sono le patate oppure no. Comprerò anche una penna e alcuni croccantini di nocciole proprio come quelli che piacevano al mio ex-fidanzato (che qualcuno se lo straporti). Quando stavo a Trinidad avevo puntigliosamente asserito, di fronte a Josè Luis, che si tratta di una storia finita, non ci penso più e basta. Lui, guardandomi di sbieco come suo solito, mi aveva detto di non credermi, e che era meglio che mi schiodassi da quella storia, prima o poi. Poi aveva acceso uno dei suoi sigari.

 

 

19 maggio 2012, ore 16.30


Esperienza antropologica che mi conferma che di fronte a una partita di calcio gli uomini sono tutti uguali. Siamo qui, nel buio del Centro Basco, los chicos mirando el partido e io mirando los chicos. Chissà come andranno i giochi questa sera e questa notte. Voglio ballare. Josè mi promette che mi insegnerà. Troppi Josè in questo viaggio, dios. Per lo meno non rischio di sbagliare i nomi. Cuba, dopo la sorpresa dei primi giorni che mi aveva portato come una sensazione di troppo ossigeno, è diventata pura quotidianità. Una quotidianità fatta di gente che forse sì, ha troppo poco, ma sicuramente si gode la vita più di altri. Penso alla Corea, alla tristezza che trasuda da ogni angolo, da ogni persona di quel Paese, penso a quanti soldi ci siano lì, a internet ovunque, alle vecchine con l’ipad, penso ai department stores sfavillanti, alle chirurgie plastiche, alla magrezza preoccupante delle donne, trasformate in androgini perfetti, quasi meccanici, ripetibili, ordinati, eserciti di reazioni preimpostate. Penso alla Corea e mi sento Cuba attorno. Mi domando dove stia la mia casa. Allora ritorna This must be the place e canticchio home is where I want to be but I guess I’m already there.

La partita prosegue in un delirio di urla. Come al solito, tutti i maschi si improvvisano allenatori. Josè mi guarda in una maniera che in Italia gli farebbe guadagnare un bel discorsetto sul machismo. invece qua mi lusinga. Non mi faccio troppe domande.

 

 

 

20 maggio 2012, ore 12.00

 

Il giornalaio in bicicletta ha appena lanciato nel nostro giardino il quotidiano. Mi sembra di vivere qui da secoli. In Italia pare sia scoppiata una bomba. A Francoforte la polizia identifica e arresta compagni e compagne che manifestano per un’Europa più equa. Io, francamente, sto bene qui, a trentacinque gradi.

Gigi dorme, Richetto lavora, io scrivo. Voglio andare da Coppelia a mangiare il gelato proprio come in Fragola e cioccolato. Ma oggi è domenica, c’è troppa coda. Magari domani.

 

 

 

No responses yet

Mag 15 2012

23yG, Cafè Letterario

13 maggio 2012 ore 23.48

 

                    E’ finita che sono entrata appieno nel bailamme della biennale d’arte cubana. Feste, festini, havana club a go-go e musica funky oh yeah. E allora stasera, dopo il mare, mi aveva presa quasi male perchè mi sentivo proprio una turista del cazzo e mi dicevo oh ma è possibile che non riesco a schiodarmi da questa attitudine del cazzo.

Poi però all’improvviso siamo finiti dentro questa festa, ed è stato un attimo cominciare a ballare mentre i fotografi continuavano a lanciare i flash convinti che fossi una qualche artista arrivata da chissà dove e non l’infiltrata di turno, balla di qua balla di là finisce che mi metto a pomiciare proprio con quello che piaceva a David, che però è uno proprio sportivo e non se l’è presa troppo, tanto poi all’improvviso così come eravamo arrivati siamo andati via e adesso si prepara una pasta.

 

 

14 maggio 2012 ore 15.00

 

          Allora la situazione è che ’sti cubani sono proprio stufi. Stufi del socialismo, della censura, di Fidel, stufi del salario che arriva sì e no a 20 dollari, stufi marci.

E si lamentano un casino. Oggi me la sono passata in zona universitaria e senza saperlo mi sono fermata proprio nel caffè letterario. C’è voluto poco prima che si creasse un capannello di persone al mio tavolo, persone che si lamentavano, sì, si lamentavano. Perchè non hanno i soldi per mangiare, perchè non hanno i soldi per viaggiare, perchè la qualità della vita è bassa, perchè perchè. Allora io chiedo compagni cubani vorreste forse stare al posto mio? No, ditemelo, francamente ci vorreste stare al posto mio? E loro prima ci pensano un poco, poi rispondono che no, non ci vorrebbero stare al mio posto. Ecco allora compagni cubani ditemi un po’ voi ce l’avete la soluzione? Il mio paese cade a pezzi, il vostro pure, non funziona qua e non funziona là, che facciamo?

 

             Ma il problema reale è che i miei compagni intellettuali hanno troppo bisogno di lamentarsi. Non la cercano nemmeno, la soluzione. I compagni del caffè letterario hanno bisogno di fare l’elenco delle loro insoddisfazioni, hanno bisogno di farle a me. Forse sperano pure che io li inviti per un caffè, o che compri il libro che mi stanno proponendo. E io non lo compro, no, il cazzo di libro, perchè questa situazione mi fa salire la stessa rabbia che mi saliva in Africa, perchè questa dinamica la conosco e non mi presto, cazzo, perchè anche in questo Paese ho visto gente che è ugualmente scontenta, ma proprio a causa di questa scontentezza si sbatte e cerca di trovare il nodo e prova a scioglierlo o quanto meno ad allentarlo. Allora mi chiedo: ma i miei compagni intellettuali, perchè non si sbattano pure loro, che cosa vogliono, la mia compassione? O stiamo recitando la solita scenetta della yankee commossa e angosciata dal proprio senso di colpa postimperialista che regala ai poveri afroamericani i resti del suo bagnoschiuma equo e solidale? Mi dispiace, io a questo gioco non ci sto.

 

 

Ore 23.59

 

                Anche stasera mi sono lasciata trascinare in una delle situazioni da biennale. Però oggi niente rum e cola perchè sono divelta, e domani parto per Trinidad. Dunque sono andata presso la scuola d’arte, un ex gigantesco campo da golf trasformato in campus artistico, se ben capisco. C’era questo austriaco, una specie di luminare della performance, non mi ricordo come si chiama. A me pareva un vecchio nazista travestito da ebreo. Non mi è piaciuto manco per un cazzo. E soprattutto non mi è piaciuto tecnicamente. Ecco l’europeo che fa la stessa cosa che fanno quasi tutti i suoi colleghi: invece di pagare equamente dei performer professionisti, piglia aggratis degli studentelli della scuola d’arte, li istruisce per tre giorni e li mette in scena. Francamente il risultato è a mio avviso (e sottolineo a mio avviso) risibile. E poi gli animali in scena sono stati già squartati negli anni Sessanta.

In più mi dico, con la miseria che c’è in questo Paese, non si vergogna questo vecchio obeso a venire qua e squartare un porco davanti a tutti? E quelli che assistono non si indignano? Questo porco non potrà mai essere mangiato. Mi ha fatto schifo questa performance, ecco cosa mi ha fatto. E mi ha fatto un certo ribrezzo anche la gente che applaudiva.

Forse sono persone che hanno scoperto come fare a nutrirsi d’aria? Dovrebbero diffondere il brevetto. Forse allora il socialismo potrebbe funzionare e il vecchio austriaco mi sembrerebbe un po’ meno indecente.

 

             C’era pure il mio fidanzato di ieri, bello e di bianco vestuto. Ma avevo il naso così pieno dell’odore del sangue che l’ho appena salutato da lontano, volevo andare a lavarmi. Credo, in questo momento, di stare meglio nelle distanze. Le distanze mi fanno sentire a mio agio. Piccole incursioni nel mondo degli altri possono essere contemplabili se le vie d’uscita sono numerose e bene indicate.

 

                Dovrei andare a letto, che domani il viaggio è lungo, e lo so che sarà complicato e molte cose accadranno. Non scriverò per vari giorni, almeno credo. Pare che a Trinidad sia impossibile trovare internet. Non che qui sia facile.
Richetto si sta dimostrando una guida turistica perfetta. Ho fatto proprio bene a venire da lui. Oggi mi ha fatto scoprire il succo di cocco. Il succo di cocco è diventato in assoluto il mio succo preferito. Sarebbe bello averlo sempre. Poi ci siamo rivisti Il castello errante di Howl. Secondo me era proprio il film adatto a lui in questo momento. Per me, invece, è stato un salto eccessivo nella malinconia. Ho pensato che forse non mi innamorerò mai più. Sì, mai più, ecco cosa ho pensato.

 

 

Viaggiando,

mi sento come quelle persone

che vanno in giro per la città

in cerca di una casa da affittare o da comprare,

e ne vedono decine.

Io, a differenza loro,

vado in giro per il mondo

in cerca dell’offerta che faccia per me.

 

 

 

One response so far

Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

No responses yet

Dic 24 2011

Natale è uguale amore sulla dmz

La vigilia di Natale è mia madre in ciabatte e vestito da camera, volto rivolto ai fornelli e mani immerse in kili di morbida pasta profumata. Il camino scoppietta e il fritto riempie del suo odore la stanza mentre noi ci alziamo una dopo l’altra, reduci da chissà quale nottata trascorsa tra giochi di carte, tombole e tentativi amorosi dell’ultimo momento. Una dopo l’altra, ciascuna imbacuccata nel suo pigiama più  o meno ridicolo a seconda dell’estro che mamma aveva quando ce lo ha comprato.
Io personalmente aggiungo al pigiamone in pile antiuomo, colore rosso, il trucco sfatto e nientepopodimenocchè le scarpine da letto lavorate a mano, colore bianconeve.
Mamma prepara il caffè e ci dà un bacio sulla guancia augurando a tutte buona vigilia e noi ci fiondiamo sul pandoro mentre l’ennesimo caffè lotta per salire in mezzo alle montagne di frittelle.

 

 

Alla dmz ci vai con gli ammericani che riempiono uno o due pullman al giorno. Pullman pieni di turisti ammericani ed europei che vogliono vedere l’ultimo straccio di guerra fredda e sono pronti entusiasti preparati coi loro snack al sacco, proprio come raccomandato nel foglietto che ti mandano i ‘mmericani insieme alla ricevuta di pagamento. Fa freddissimo a Seoul alle sette di mattina. Un freddo che mi è sconosciuto e mi taglia il respiro e la faccia, un freddo che mi lascia attonita e muta in mezzo a tutti i turisti mmericani con le loro macchine fotografiche dai lunghi obiettivi, protesi e feticci di una sessualità che mi pare un tantino castigata. Il viaggio è così breve che quasi mi spavento. Certo che siamo proprio vicini alla dmz noi, a Seoul. Non ti viene proprio da pensarci, tranne forse quando ti distrai un momento in metropolitana e scopri gli armadietti pieni di maschere antigas. Brevissimo il viaggio e subito veniamo accolti dal soldato mmericano che avrà undici o dodici anni, e a me mi viene da alzare la mano e chiedergli ma scusa, ma chi te lo fa fare? fa un freddo porco, non ti puoi mettere il cappotto e devi portare i turisti in giro in mezzo ai pinguini della guerra fredda ripetendo quattro volte al giorno le stesse menate. Ma il soldato dodicenne sembra divertirsi e ci parla proprio come in quei film in cui il capo ti fa fare mille flessioni se non obbedisci e io mi sento a ollivùd. Ci ha pure gli occhiali da sole che manco top gun e io penso che se non avesse dodici anni forse una veloce lezione di educazione sessuale nel bagno della caserma glie la potrei pure dare.

 

 

 

Papà la vigilia di Natale va a correre, perchè lo sa che poi mangeremo un sacchissimo e che fino al 26 l’attività fisicamente più impegnativa sarà cacciare i numeri per la tombola. Sono al secondo o al terzo caffè quando entra in casa sbattendo i piedi e togliendosi i guanti. Uè Ca buongiorno, buona vigilia. Io dico buonaviggiliapapà e gli stampo pure un bacio, che il Natale è figo anche perchè si possono dare i baci a mamma e papà senza dover trovare delle motivazioni razionali. Ma la casa è piena di amici cugini parenti e non si finisce mai di fare caffè e tagliare panettoni pandori struffoli cauciuni, si infilano le zampe nel miele dei caragnoli si dice ti va se ce lo smezziamo? è troppo uno intero per me, ma poi a furia di smezzare si finisce col mangiare quattro o cinque bombe che arriveranno dritte al fegato il quale in occasione di natale ha già alzato la bandiera bianca della non belligeranza.

 

 

Il soldato ammericano ci mette in fila proprio come nelle caserme e ci fa fare tutti i giochini per farci sentire che siamo in pericolo, ci intima di non cercare di attirare l’attenzione del soldato nordcoreano che vediamo all’orizzonte, ci racconta dettagliatamente i peggiori incidenti di questi quasi sessant’anni di dmz, ci porta nella stanzetta blu che è proprio uguale a quella fotografata nel libro di storia, e i soldati sudcoreani stanno fermi immobili per permetterci di fare la fotografia, cattivissimi e apparentemente impassibili al freddo, ma appena ci giriamo un attimo sono là che rabbrividiscono e non vedono l’ora di rientrarsene al calduccio dell’edificio tal dei tali. E’ proprio vicina la Corea del Nord, oh, sta esattamente dall’altra parte e a dirla tutta quel poco che si vede è inquietante e bellissimo. Ci sono delle montagne appuntite che sembrano un disegno di bambini, e Gaesong che svetta nel marrone del paesaggio invernale. E’ vicinissima la Corea del Nord mentre il soldato mmericano ci intima di stare su due file non tre e non una, ci raccomanda di fare foto qui e non lì e noi obbediamo felici di sentire il pericolo presente nel pensiero che, di fronte a una foto scattata nel momento sbagliato, il soldato dall’altra parte del filo possa impazzire e cominciare a sparare a dritta e manca facendo fuori tutti i nostri eroi del tecundò.

 

 

Intorno all’una quando ormai la casa si è completamente risvegliata e le file nei bagni si sono accorciate e i pandori sono stati dimezzati mamma prepara quella che sarà la sua battuta madre nel copione di questa giornata ovvero
“uagliù organizzatevi, oggi è vigilia e si fa digiuno, quindi ci appoggeremo solo un po’ lo stomaco all’impiedi”

che vuol dire che siamo tutti autorizzati a ingozzarci di frittelle e panini con la frittata poichè oggi non ci si siede a tavola fino alle dieci di sera. Subito dopo esserci immersi fino all’ultimo capello nell’olio della frittata e della salsiccia ce ne andremo a pigliare venti o trenta aperitivi in centrocittà, saluteremo l’amichetti ci diremo oh buona vigilia, ritroveremo alcune vecchie conoscenze e faremo un po’ il punto delle nostre reciproche (dis)avventure, ci batteremo le mani sulle spalle dicendoci oh, però ti vedo bene e forse penseremo che però, con quel tal compagno delle scuole superiori una scappatella natalizia in onore alla famiglia e alla sua sacralità potremmo pure farcela.
E poi come al solito non combineremo niente perchè alla fine Natale è stare con la famiglia giocare ai giuochi stupidi aprire i regali ridere ubriacarsi e bere il vinbrulè.

 

 

Vediamo trecentocinquanta cose che a me sembrano tutte uguali, compreso il tunnel che sinceramente io ho i miei dubbi ma vabbè in fin dei conti chi se ne frega, è una bella camminata sottoterra e finalmente i turisti sono un po’ stanchini e la smettono di blaterare. In compenso mi imbatto in un nugolo di vecchie giapponesi impazzite che mi fanno venire voglia di cacciare la sciabola e decapitarle una dopo l’altra con tanto di zampillio di sangue e vomito inconsulto dalle teste tagliate.
Dopo il tunnel ci sta pure la stazione e se vuoi a cinquecento uòn ti puoi comprare un finto biglietto del treno che dice direzione Pyeongyang. Molti se lo comprano. Altri fanno le foto coi loro falli smontabili. Io mi fumo una sigaretta e guardo dall’altra parte. E’ tutto ghiacciato e immobile. Svettano le bandiere dei due villaggi uno di fronte all’altro, come due draghi inutili che si fanno le linguacce. Chissà se il soldato ammericano, che ci ha raccontato quanto sono cattivi quelli del nord, ci crede o fa finta. Chissà se dentro di sè sta pensando ma vedi tu sti cretini di turisti e poi, a baracca chiusa, si mette a giocare a tetris via internètt col suo corrispettivo che sta dall’altra parte della frontiera e insieme se la ridono di sti turisti rimbecilliti. Magari il soldato mmericano è molto più intelligente di quanto io non pensi. Questo l’ho imparato nei mesi trascorsi a Seoul, che spesso le persone sono migliori di quanto io non immagini e la dovrei smettere di sparare giudizi a manetta così. E altrettanto spesso dovrei smetterla di fidarmi delle persone tanto facilmente perchè sì, è vero, alcuni sono migliori di quanto non sembrino, ma tutti gli altri sono ahimè assai peggiori e insomma bisogna chiudere il cappotto a doppia mandata e nascondere il cuore nel doppiofondo della tasca interna.

 

 

 

A mezzogiorno mi alzo con le ossa e la lingua sfasciate dall’ennesima mezza sbronza.
La neve fuori è mezza sciolta e mezza no.
Io ci metto pochissimo a ricordare i pensieri pesanti con cui sono andata a letto stanotte.
Per un momento penso a un’altra possibile sparizione curativa.
Poi guardo la gatta che si struscia sul mio piede.
Il piede suddetto ciondola dal letto. Lui, il piede. è beato.
La gatta, pure.
Allora godo di questo spettacolo natalizio di amore incondizionato
e penso che stasera mangerò gli struffoli proprio come a casa dei miei
mi si riempie il naso del ricordo di un odore d’infanzia.
Mi alzo, mi faccio il caffè.

Uè, buona vigilia.

One response so far

Ago 09 2011

una giornata senza pretese

Published by lucilla under casa, bologna, amici

Il cielo del tramonto bolognese si prolunga verso la stanza in una striscia sottile e finisce proprio dove comincia Irene. Seduta in mezzo all’ultima luce di una giornata breve, sta dritta sul suo cuscino fucsia. La chitarra tra le gambe, suona con la sua espressione concentrata e un po’ scontenta. Se ne sta proprio di fronte alla finestra e guarda con la testa un po’ reclinata la sua mano sinistra. La destra, velocissima, disegna figure che non conosco.
Di là le due casalinghe più divertenti del nordest si cimentano in una cena improbabile, Nico che litiga con le sue seppie, Fra che discorre con la carta forno. Io, semplicemente, sto in vacanza in questa casa piena di luce, lascio che la Ire mi suoni una delle mie canzoni preferite e mi sento addosso le giornate trascorse, giornate che ancora non riesco a descrivere ma che mi stanno tutte tra le costole, a fare una leggera pressione, come due mani grandi che mi sostengono il busto.

Ecco un’altra improvvisa estate, arrivata proprio adesso che non l’aspettavo più, insieme alle note della Ire che adesso accompagna con la testa un movimento della sua mano.
Guardo Irene e penso che mi mancherà un sacco. Mi mancherà quel modo che ha lei di affezionarsi al pupazzo che sta nella mia auto e mi mancheranno i suoi messaggi infiniti nella mia segreteria, la sua discrezione e la sua schiettezza, mi mancheranno, e un sacco di cose che non scrivo perchè sono le cose segrete che si nascondono tra le parole e gli abbracci sul divano fucsia di casa sua mentre Francesco gira entusiasta sulla sua nuova sedia con le rotelle e Nico si lamenta con le cipolle e i piselli e simili esseri stranamente animati.
Questa casa, mi mancherà, la casa e il suo balcone, dove Fra e io abbiamo teorizzato la nostra rivoluzione di musica e parole e dove ci siamo confessati le nostre scontentezze, dove la domenica ho pranzato grazie ai manicaretti e alle risate di Nico e ho pensato che, davvero, era il nostro pranzo della domenica, e ce lo meritavamo tutto.

Mi mancheranno, penso, e intanto me ne sto sul divano a godermi il sole che si nasconde piano, alla fine di una giornata bianca e placida, come non ne vivevo da mesi.
Certo che l’estate ti rifila i suoi regali proprio quando meno te lo aspetti.

No responses yet

Giu 07 2011

ciliegie.

Quando undici anni fa Stefano provò a infilare nel mio piatto la sua forchetta sporca di formaggio tirai su un caso diplomatico sul diritto a odiare i latticini, sulle possibilità psicologiche dell’allergia, sul fatto che una vita senza formaggio fosse possibile. E infatti dopo pochissimo ci lasciammo. Senza nessuna tragedia, o forse sì, adesso non mi ricordo.

La settimana scorsa siamo andati a cena insieme, tutti noi, i soliti, quelli che nessuno ci ammazza, a noi, e io stessa ho pescato timidamente con la mia forchetta nel suo pasticcio al formaggio, per vedere com’era. Chissà se lui se lo ricordava, l’incidente diplomatico condito al parmiggiano del millennio passato. In quel momento mi sono guardata intorno e ho visto i miei amici, loro, quelli che hanno condiviso con me gli ultimi dieci, dodici, tredici anni, li ho visti tutti così spremuti dalla vita, tutti così inevitabilmente inderogabilmente toccati, ecco, toccati, ho visto i segni di queste vite in bilico sulle loro facce, e me li sono guardati uno per uno e una per una, e ognuno aveva un modo diverso di parlare, di stare nel mondo, ognuno aveva quei gesti che ben conosco e che lo differenziano da tutti gli altri, ognuno conteneva e nascondeva le fatiche e le frustrazioni eppure brillava delle sue gioie e delle sue rivendicazioni.

Mi sono trovata seduta in mezzo a bistecche di cavallo, io e i miei amici, i miei fratelli scelti, a parlare di quello che succedeva, di come stavamo, di dove ci trovavamo. E io morivo dai crampi e dentro mi sentivo morire, ecco come mi sentivo, mi sentivo l’unica che non ha mosso un passo, mi sentivo quella che abita in un monolocale a Bologna, a Bologna cristosanto, che avevo sempre detto che non ci sarei mai finita. Mi sentivo dentro la ferita di questo maledetto tentativo fallito, mi sentivo, mi sentivo la riprova che le storie d’amore vanno male, cazzo, e anche le storie di vita. Eppure io ero tra quelli che già all’inizio dicevano cazzo io ce la farò, io voglio fare io voglio essere. Ed eccomi, in un tripudio di bistecche di cavallo, a guardare affascinata e commossa i miei fratelli e le mie sorelle che giorno dopo giorno si sbattono e si dimenano come delle mosche impazzite, ma non nel barattolo, no, loro una direzione cel’hanno, almeno, così mi pareva, offuscata com’ero dalla polenta e dagli sfilacci di cavallo che Alice provava a rifilarmi perchè ne avevo presi troppi.

Stavo in mezzo agli amici miei ed ero fiera di esserci, di poter vedere queste facce così provate eppure fiere, e mi domandavo cristo ma io dove sto, che sto facendo. Li ascoltavo parlare di cose serie e di cose cretine, e dentro avevo uno scroscio di sangue che mi soffocava, ma parlavo con il mio solito cinico quasi insopportabile tono da disillusa, come se nulla avesse potuto più toccarmi, nulla avesse potuto più ferirmi.
Avrei dovuto avere il coraggio di arrivare nuda, piena di lividi e ferite, come mi sentivo, urlante per i crampi e per la frustrazione, e ammettere che ecco, io in quel momento stavo proprio così, non c’era niente da fare, che mi sembrava, e che mi sembra, che tutti i miei tentativi di onestà (nei miei confronti, nei confronti del mondo, delle persone, delle relazioni) siano andati a farsi fottere egregiamente, che mi trovo in un vortice di incomunicabilità, che voglio solo, di nuovo, scappare, e che non c’ho manco più la speranza di trovare qualcosa di migliore. Che mi sembra di essermela egregiamente raccontata, in questi mesi.

Ho tanto e ben parlato.
Epperò poi non rimane niente.
E non ce l’ho fatta, ad ammettere davanti ai miei fratelli che mi trovo di nuovo là, dove stavo diversi anni fa, persa e pure leggermente preoccupante, non cel’ho fatta e non ce la farò, perchè so bene che domattina sarò di nuovo io, inscalfibile, cinica, La Vitantonio, quella che in qualche modo la sfanga, quella che -quando tutto mancava, a ventitrè anni- pigliava l’automobile e andava in tour da sola in giro per l’Italia senza manco i soldi per pagarsi un fonico o un musicista, che visto che non aveva i soldi per le scenografie si era messa a raccontare storie ed era riuscita pure a guadagnarci dei soldi. Quella che si era inventata un festival dal niente e poi sul più bello l’aveva mollato perchè, udite udite, voleva essere libera di dire quello che pensava.
Quella che quando nessuno se lo aspettava aveva chiuso i bauli e si era trasferita in campagna, in campagna!, perchè si era innamorata di uno che era diventato l’unico uomo del mondo.

Domattina mi trasformo di nuovo in quella che. Quella che niente-mi-tocca. Quella che tutto-è-comunque-in-qualche-modo-sotto-controllo. Quella che fra due mesi se ne va di nuovo.

 

Quella che.

 

paz-ciliegia.jpg

One response so far

Mag 26 2011

è la cisterna, signor capitano

che stavamo lavorando a uno spettacolo insieme, ma io l’avevo visto molto tempo prima. L’avevo visto e soprattutto l’avevo sentito suonare, e avevo pensato che sarebbe stato bellissimo, prestare la mia voce mentre lui suonava(poi, quando tutto accadde, lui non mi credette mai, non credette mai a quanto mi piaceva sentirlo suonare) che poi a un certo punto ci trovammo a lavorare insieme. E a me sembrava un miracolo. Arrivava con quei pantaloni a metà gamba, sempre un po’ sbattuto (io stavo con un altro) e alla fine di ogni prova mi diceva quanto gli piacesse quello che stavo facendo (lui stava con un’altra). Avrei voluto dire di sì a uno dei suoi inviti a pranzo, e invece me ne fuggivo sempre in bicicletta prima che il discorso si trasformasse in qualcosa di personale, me ne scappavo e ci pensavo, pensavo a quando durante un concerto mi aveva dedicato una canzone (lui non se lo ricordava nemmeno).Fu l’ultimo giorno delle repliche che decisi, proprio lo decisi, che non volevo più scappare. E lui come un galantuomo d’altri tempi mi chiese se poteva baciarmi. Eravamo in un luogo che non esiste più, la magia di un mondo sotterraneo attorno a noi, un trans si era proclamato mia sorella, un amico si era gentilmente eclissato, al piano di sopra uno strano privè consumava corpi che non conoscevamo.Mi ricordo di quegli occhi brillanti e di una notte in cui mi ripetei che forse potevo non innamorarmi di lui, che era solo una voglia passeggera. Ricordo di avergli detto “non voglio essere la fidanzata di nessuno”, ricordo la sua (brevissima) frustrazione, ricordo i suoi “io invece ci ho pensato”, ricordo di un bracciale che lasciai nella sua borsa e che mi restituì come se avessi dovuto non rivederlo mai più, ricordo di un’estate in cui lo incontravo solo quando la notte era già finita, ricordo visite nel mezzo del mio sonno precario, in una casa che avevo voluto senza letti matrimoniali (nel frattempo, l’altro era scomparso, e pure l’altra), ricordo le sue paranoie delle quattro del mattino, che io non riuscivo a interpretare come gelosia, ricordo che ci abbiamo provato, ricordo che a un certo punto abbiamo smesso di respingerci, ricordo il suo coinquilino che mi diceva “fra un po’ ti regalo le chiavi di casa”, e io che arrossivo, perchè pensavo che fosse una cosa assolutamente segreta, ricordo le scenate, le incomprensioni, le volte in cui avrei voluto ucciderlo, ricordo la cattiveria, ricordo pure quella volta in cui rimanemmo a leggere i fumetti per tutto il pomeriggio sul mio divano.Ricordo di quando finalmente mi decisi e gli dissi che io c’ero, ma lui non c’era più, e mi confessò che lui non ci credeva, non ci credeva all’idea di me e lui insieme, non ci credeva (più). Ricordo Carlarella e le turnè  e quella volta che mi prese in braccio e cademmo come due stupidi sulla ghiaia, ricordo quando in mezzo alla strada mi chiedeva di fare le piroette e io lo guardavo ed esisteva solo lui, e tutto il resto era un’ancora verso di lui e mi sembrava, davvero, che solo il presente ci fosse. Ricordo di una volta in cui eravamo disperati in auto, mi prese la mano e se la mise sulla guancia.Ricordo i suoi fischi sotto la mia finestra alle cinque del mattino.Dell’ultima volta che lo incontrai, davvero, non ricordo.Poi ci furono degli anni di silenzio.Ricordo pochi mesi fa, io e lui in un garage, io e lui in mezzo alla gente, io e lui insieme, io e lui separati. Lui, e le cose che non volevo accogliere, che adesso, dopo tutta questa distanza, sono mie (mio malgrado).Le cose non ritornano, non si ripetono, non si rinnovano.E’ la cisterna, signor capitano, diceva all’inizio.Dormi, è solo la cisterna, questo perpetuo gocciolare d’anima, è solo la cisterna, dormi.

No responses yet

Mag 10 2011

guida intergalattica per attivisti, sesto episodio

Comincia alle sette di mattina, questo pezzo di turnè. E’ sei maggio e abbiamo uno sciopero generale davanti a noi, splende il sole alto e tondo su Bologna mentre come al solito sbaglio luogo dell’appuntamento e mi fiondo in porta Sant’Isaia salvo poi capire che non era la porta giusta. Ma per fortuna sono un po’in anticipo, e non appena recupero il luogo giusto dell’appuntamento ci trovo proprio tutt*, pure un sacco di coraggiosissime presenze dalla radio, Laceci pronta col suo diggeisett sul nostro magico camioncino ecosostenibile, Minocip superattivo alla guida e gli altri tutti affaccendati chi con gli striscioni chi con i giornali chi semplicemente con i gossip che sono sempre molti e non facciamo in tempo a stare dietro a tutto.
Bella piena mattinata di sciopero, cantiamo ridiamo abbiamo il sole che ci illumina la faccia e ce lo meritiamo tutto, abbiamo lottato con le unghie e con i denti per questa giornata e adesso è tutta nostra, balliamo a ritmo con la musica della Ceci che ci mette pure Erpiotta e io penso proprio che gli squali non ci avranno mai. Laste minaccia di menarmi se oso dire un’altra volta che lei non è una vera giovane, io rido e cammino a ritmo con la musica mentre Laire dice shallallallalla. Arrivati in piazza ecco che cominciamo il nostro già dichiarato corteo selvaggio e ci riappropriamo a gruppetti di questi maledetti negozioni accaemme futlocher sarcazzo ma anche di coop, ci sono tutti i commessi che guardano in basso perchè sai mai, se si scopre che hanno in simpatia gli scioperanti li cacciano subito fuori a calci in culo. Mettiano i nostri striscioni chiusopersciopero e ci sono dei compagni proprio ispirati che al megafono dicono cose che io penso cazzo è proprio così. Siamo un po’ stanchini, ogni tanto guardo in direzione di Francis che sta sempre dove c’è un raggio di sole con la sua maglietta viola dell’ex mattatoio, noi precari dello spettacolo stamane scioperiamo  ma già siamo pronti per andare a lavorare a portare il nostro piccolo pezzo di rivoluzione in giro per l’Italia.

E infatti è un attimo, saluto tutte saluto tutti e vorrei stare tutta la giornata con loro a ballare cantare e magari mangiare un panino di quelli fatti dalla tippiò crew ma invece partiamo e andiamo nientepopodimenocchè a Marghera. Ci ho un po’ d’ansia e non so ancora che questa ansia me la porterò appresso tutta la turnè. Penso che sia dovuta al fatto che stasera mi vedranno i compagni e le compagne del Rivolta che insomma mi conoscono da quando ero una sbarba, non mi faccio troppe domande mi impongo alla guida così non penso (spero) ma invece il cervello mi va a mille e finisce che prego il Socio di ascoltarmi che così ripeto il monologo che dovrò fare martedì peraltro in assenza sua e vai ci ho pacchi di ansia attorno a me che si moltiplicano.
Eccoci al Rivolta, bellissimo con i suoi tetti che sembrano onde e pezzi di cielo, e mi sento un pochino a casa. Ci parliamo dello sciopero e cazzo loro si sono alzati alle cinque per picchettare le fabbriche, io una volta di più penso che i compagni sono proprio belli, perchè ci credono assai assaissimo e si svegliano pure alle cinque il giorno dello sciopero. Ma l’argomento topten è il nuovo sito di Sherwood e tutto quello che ne consegue, Graz ci spiega tutto con l’entusiasmo di un adolescente e io mi lascio trasportare dai suoi racconti della radio del futuro e tutto mi sembra bellissimo non vedo l’ora di vedere gli studi nuovi e penso che anche io voglio fare i racconti di lucilla con la uebcam cazzo.
Facciamo infine il nostro spettacolo con tanto di uebstriming, sono emozionata, è qua che tutto è cominciato e penso (e dico al socio) ti rendi conto? se fossero andati male quei quindici minuti non l’avremmo fatto mai, e forse è un caso forse no che proprio il giorno dello sciopero generale siamo qua, come se avessimo in qualche modo chiuso un cerchio ma forse no non è un cerchio a me i cerchi non mi piacciono. (Ma dentro di me ho tremila pensieri e uno è proprio il destino di questa turnè vorrei tanto parlarne con Francis ma mi sento appiccicata dentro di me e allora devio ritardo svicolo annego nello spritz).
Non ce ne vogliamo proprio andare da Marghera perchè sembra che tutti ci amino e io mi sento un po’ a casa ma sappiamo che domani c’è un’altra lunga giornata davanti a noi allora ecco a un certo punto ci rimettiamo sulla nostra lucillomobile e voliamo a Padaniacity dove dormiamo dalla mia amica Tori che io non la vedo mai e sono proprio contenta.
Il viaggio è difficile. Abbiamo i pensieri. Penso che forse Francis non ce li avrebbe, i pensieri, se non glie li mischiassi io. Poi penso che no, lui ce li ha comunque, i Francispensieri.
Ci svegliamo a Padaniacity e nonostante il sole nonostante la splendiderrima giornata il piombo incombe su di noi, passeggiamo cercando di goderci la mattinata, porto Francis al Pedrocchi e facciamo tutte le cose che due veri turisti devono fare a Padaniacity tipo mangiare i tramezzini caldi del Nazionale ma la verità è che non vediamo l’ora di andarcene e allora via, sfrecciamo di nuovo sulla lucillomobile verso Falconara dove ci aspettano i compagni del Kontatto.
Ma per la strada facciamo una cosa proprio da turnè ovvero usciamo dall’autopista e ci facciamo il bagno, il bagno, Francis e io in costume, un freddo porco e noi che urliamo e ci facciamo il bagno e poi ci mangiamo pure il gelato proprio come le star del rock’n roll.
Arriviamo tutti salati dai compagni del Kontatto.
Che noi non li conosciamo, però dalle telefonate sembrano proprio simpatici. E infatti arriviamo e loro stanno in questo angolo di paradiso schiacciato sotto la maledetta raffineria dell’api, ma il loro paradiso se lo proteggono eccome, e ci accolgono e ci festeggiano e ci fanno persino mangiare il mata hambre e ci chiedono e ci raccontano, ancora parliamo del nostro sciopero generale, a me sembra che dai loro racconti esca luce e pura vita esca generosità e mi dico meno male, meno male che siamo venuti qua a fare lo spettacolo, infatti quando poi lo faccio, con Francis soprelevato alla mia destra, mi viene proprio da commuovermi, e me li guardo tutti e me le guardo tutte, uno per uno una per una, e quasi vorrei fermarmi per piangere un pochino di commozione. Mi sembra di non farlo così bene da secoli, lo spettacolo, forse proprio perchè oggi ho proprio l’impressione che queste persone l’abbiano fortissimamente voluto e allora anche la mia piccola parte di militanza ritrova senso. Guardo Francis e penso che forse anche lui sta pensando le stesse cose.
Finisce a gioia e borghetti, e sono le tre quando riusciamo ad andarcene a dormire da Reka e Pa che per me oh, sono proprio degli eroi, ci accolgono in questo meraviglioso nido di gioia e io non vorrei dormire vorrei solo ascoltare i loro racconti ma invece a un certo punto mi rendo conto che sono discretamente ubriaca allora dico ciaociao a domani.

Eh si, perchè abbiamo deciso con Francis di farci un regalo, che ce lo meritiamo. E’ domenica e andiamo al mare, che questo sole chiama fortefortissimo. Reka e Pa ci portano al Conero che io non ci ero mai stata ed è un vero e proprio paradiso, il sole mi fa diventare subito tutta marroncina e collasso con tanto di bavetta sull’asciugamani della turnè mentre i tre rivoluzionari al mio fianco continuano a chiacchierare e io mi sento serena e rassicurata proprio come quando da piccola mi addormentavo mentre i grandi parlavano di politica.
E poi quando mi sveglio c’è solo una cosa da fare: il bagno dentro quest’acqua gelida e profonda come piace a me, sguazzo che è una meraviglia e penso, mentre li guardo da lontano, che mi sembra proprio di conoscerli da una vita, Reka e Pa, che non finisco mai di stupirmi della generosità, della gioia, della condivisione, che questa turnè si mi ha fatto fare un sacco di date ma soprattutto mi ha regalato le persone, le storie, mi ha regalato le lotte degli altri e io mi sento grata, mi sento, mi sento che nessuna turnè in un teatro mainstream potrebbe regalarmi tanto, e forse in questo momento riesco addirittura a spegnere un pochino il cervello che non si ferma un attimo oramai dal sei maggio.
Non ce ne vogliamo andare. Lo sappiamo che dovremmo perchè al tippiò c’è l’aperitivo della radio e dovremmo e vorremmo esserci, ma proprio non li vogliamo lasciare questi fratelli che abbiamo incontrato. Nel viaggio di ritorno scherziamo e ci prendiamo in giro e io penso quasi quasi rimango qua chi me lo fa fare a tornare a Bulagna.
Ma poi è un attimo, siamo già nella lucillomobile e guido io, Francis è stanco, io pure, e in più c’ho il mio rumore di sottofondo che non mi lascia un attimo. Nemmeno il nostro gioco nuovo sembra funzionare, mi sento intasata.
Ancora una volta imparo a fidarmi di Francis e finisce che al tippiò ci vado pure io nonostante tutte le mie riserve e mi diverto pure, ci sono i miei amichetti stretti della radio e io sono felice di poter dare una mano a fare le torrette coi bicchieri puliti.
Poi ecco, finisce che vado via, finisce che mi ritiro nella mia intimità e finisce che finalmente mi spengo, con un po’ di violenza ma evidentemente non avrei potuto fare altrimenti, finisce che sono tutta dentro di me, finisce che le parole sono importanti, e io me le ricordo. Finisce che è già giorno, e mi aggrappo agli ultimi sguardi segreti mentre bevo litrate di caffè che dovrebbero riportarmi nel mondo del master e dell’efficienza e invece mi portano solo la tachicardia.
Finisce che è lunedì, e anche questa volta cel’abbiamo fatta.

No responses yet

Apr 07 2011

malpensa expressss

Published by lucilla under tunisia, casa, viaggi, politica

ed eccoci siamo qui in aeroporto o  meglio in aerostazione come dic la signorina della voce registrata  che gentilmente ti chiede di  non lasciare il bagaglio incustodito l’aereo ha un’ora e mezzo di ritardo e  aallora noi al dutyfree ci siamo restaurate coi tester delle marche piu’costose ma qui il tempo non passa mai. Abbiamo incontrato qualche tunisino che ci racconta cose della sua casa ci dice dell’arrivo dei profughi libici e ci sorride quando raccontiamo cosa stiamo andando a fare e intanto qui internet costa un rene al minuto e la tastiera e’scomodissima ho paura di non  aver portato abbastanza vestiti ma soprattutto paura di non essere all’altezza voglia di incontrare chi e’gia’giu’e non so quando potro’scrivere di nuovo per cui mi vendo l’ultimo rene e scrivo ora,le mie compagne di viaggio placidamente ettendono e anche io mmi rassegnero’all’attesa.I tunisini ci dicono ridendo che l’importante e’arrivare e io penso che  gia’in questo aberrante nonluogo che e’malpensa gia’qui si vede la differenza gia’qui il nostro piccolo frettoloso mondo comincia a vacilllare ora vado

No responses yet

Next »