Archive for the 'casa' Category

Lug 27 2010

gioco all’opossum con la vita

Published by lucilla under casa, solitudine, vitantonio

Estate bolognese che mi pare un’estate persa. Molte cose potrei fare per il mio futuro immediato tipo smetterla di pensare a un possibile bicchiere di whisky che tanto al punto di disfacimento interiore in cui sono un bicchiere di whisky non potrebbe farmi stare molto meglio. Se la smettessi di pensare al superalcoolico forse potrei decidere a produrre due o tremila progetti di quelli che servono esclusivamente per tirar soldi a scapito di poveri adolescenti che saranno costretti da genitori e professori ad ascoltarsi la sottoscritta che blatera di altre infelici adolescenze e che prova a motivarli alla lettura o forse alla vita stessa senza peraltro esserne convinta lei per prima e dunque siamo punto e a capo.
Allora forse potrei smetterla di scrivere progetti suicidi e mettere una volta per tutte un punto dare una svolta intraprendere una strada nuova dunque vediamo un po’ che cosa potrei fare?

Sarebbe bello adesso aver scritto gli ultimi anni su una lavagna di quelle nere che avevamo a scuola e poi avere un cancellino, me li ricordo i cancellini, ma uno di quelli puliti nuovinuovi, quelli a spirale che sembravano una girella motta, e usare perbenino il cancellino, da sinistra a destra dall’alto verso il basso meticolosamente cancellare tutto con quel rumore vellutato e quella polvere di gesso che si alza tutt’intorno e fa un odore antico, l’odore dei miei primi diciott’anni di vita.

Mi sembra che gioco all’opossum con la vita. Quando si avvicina io zacchete casco a terra come morta. Oggi mi sembra che pure questo blog non abbia più senso e voglio chiudere tutto e partire per sempre e vivere soltanto ascoltando quello che viene giorno per giorno senza più progettare senza più investire senza più. Che tanto è inutile.

Quando ci ho questo umore imbecille mi do proprio fastidio.

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Lug 11 2010

shakespeare non è stato molto chiaro

Published by lucilla under casa, morte, solitudine, carla, vitantonio


Altro che sogno di una notte di mezza estate. A me in questa notte di mezza estate mi pare di delirare, mi pare di essere improvvisamente catapultata nell’odore della casa di Bernarda Alba, eppure non c’è nessuna Bernarda fuori di me a impedirmi il desiderio.
Non sono ubriaca, droga non so nemmeno che odore abbia da molti troppi anni, e manco una canna mi sono girata chè sono troppo pigra. Fumerò una sigaretta inutile mentre tutta la notte complotta contro di me e mi sento quest’ultimo strascico di gioventù che si sta sprecando. Ogni notte ogni folata di vento dovrei utilizzare non dovrei fermarmi per dormire neanche un momento, e invece mi trascino dentro questa vita che, alla fine, non è per niente come me l’aspettavo.

Tutti i vitantonio dormono dislocati nella casa, dal più vecchio al più piccolo, cercando di digerire la digestione di un pasto slow food molto slow e poco food, terrorizzati dall’eventualità di una mia iraconda reazione ai loro insoddisfatti commenti e perciò muti. Forse Bernarda Alba sono proprio io e finirà che diventerò così, arida, secca, così secca da non capire che c’era un altro futuro possibile, c’era un’alternativa all’essere questo ramo morto che sto diventando.

Sono insoddisfatta, sono insoddisfatta. Desidero, desidero ancora, e non riesco ad avvicinarmi non riesco ad avere.

La casa è muta e i respiri dei vitantonio si perdono nel bisbigliare dei grilli che, loro si, mi sembrano soddisfattissimi, mentre io mi lamento tra me e me di tutto quello che non ho e poi mi faccio pure ridere, e cerco di mettere le priorità, cerco di fissare uno straccio di struttura. Ho bisogno di spazio, ho bisogno di solitudine, ho bisogno di persone. Ho bisogno di carne, ho bisogno di trovare un senso alla parola casa, ho bisogno di sentirmi a casa dentro di me.

E’ notte e non me ne faccio niente di tutti questi grilli non voglio dormire non voglio riposare non mi interessa svegliarmi la mattina con la sensazione di aver dormito abbastanza non m’interessa l’alimentazione equilibrata forse non mi interessa neanche la stronzissima struttura mi interessa la vita mi interessa ascoltare voci, i corpi, i corpi mi interessano, gli odori anche la puzza della città la nevrosi l’adrenalina che non riesci a dormire per giorni e sei sempre sul filo lo sfinimento, mi interessa, lo sfinimento. Non me ne faccio niente del riposo della calma della quiete io nella quiete muoio e adesso mi sento che sto morendo mentre invece, con molta semplicità, tutti attorno a me si limitano a dormire.

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Giu 30 2010

le rose non sembrano aver sentito la mia mancanza

Non sembrano proprio aver sentito la mia mancanza, le rose. Sono rigogliose come non mai e hanno fiori meravigliosi, profumati e fieri, intoccabili. Se la vedono bene persino coi sempiterni pidocchi e financo il pesco sta pescando che più non si può, avrà venti o trenta frutti e fino all’anno scorso ne faceva uno solo.

Ed e’ stato tutto così veloce e tremendo e adesso mi trovo in questa casa in campagna e non ho assolutamente idea di dove sono, e mi domando che cosa ci sto facendo qui, e lo so che  una domanda terribile ma non ho la più pallida idea di dove mi trovi, di dove stia andando, non ho la più pallida idea, non ho, e mi sembra che mi sono completamente persa, che ho tutti questi oggetti attorno a me tutti questi vestiti che cosa cazzo me ne faccio dei vestiti che cosa me ne faccio di queste cose se mi sono completamente persa

Sono frammentata sono implosa e ieri il viaggio è durato pochissimo, il tempo di un pisolino, e qui pare che veramente io non me ne sia andata mai e invece me ne sono andata, eccome se me ne sono andata, me ne sono andata e non sono più com’ero prima di partire e però non lo so come sono e forse il senso di tutte queste “e ” che uso è che cerco una connessione possibile tra le cose cerco un nesso magari un poò acrobatico ma ecco un nesso almeno un nesso invece sono qui che di nessi non ne vedo manco uno e quello che vorrei non cel’ho e forse la verità è che non lo so cosa vorrei e si lo so vorrei piangere e non ci riesco vorrei avere delle persone vorrei andare a prendere un caffè con le mie amiche vorrei un gattino che ne so vorrei disperarmi fino a quando non mi resta che reagire e invece adesso mi metto come se non fosse successo nulla a fare lo spettacolo nuovo cosi’, tac, perfettamente efficiente proprio come tanti anni fa dicevo di me.

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Apr 21 2010

storie di ordinaria eccetera eccetera

Published by lucilla under londra, casa, mimo, carla, vitantonio, amici, famiglia, donne

un evento straordinario sta per sconvolgere le nostre vite di mimi senza casa e senza famiglia, un evento tanto straordinario da meritarsi un post infrasettimanale.
Ebbene due mimi stanno per sposarsi. Dopo un anno o due di amorevole relazione hanno deciso di fare il così detto grande passo. Che essendo i due mimi in questione provenienti da paesi diversi dall’Inghilterra il grande passo è davvero tale, visto che bisogna prepararsi mesi e mesi prima, bisogna mandare carte, aspettare risposte di ambasciate, rinnovare i visti e compagnia bella. Ne avevo avuto un assaggio quando la mia onorevole sorella minore aveva deciso di maritarsi, e avevo pensato che l’Italia fosse una pietosa eccezione all’Europa, che la nostra burocrazia fosse la prova evidente di quanto le cose potessero andare meglio in altri paesi. Bene, mi sbagliavo. Nonostante questi inglesi ci abbiano la regina, che pare avere come passatempo principale quello di vegliare sull’isola per sincerarsi che tutto vada per il verso giusto seguendo criteri di uguaglianza e giustizia divina, nonostante questa signora regina, dicevo, la burocrazia inglese è quasi peggio di quella italiana, e gli apparati burocratici inglesi sono se possibile (ma umanamente non lo so, se sia possibile)  più xenofobi di quelli italiani. I due poveri mimi in questione hanno girato come trottole per i passati quattro mesi, facendo e rifacendo più e più volte tutte le scale di tutte le ambasciate possibili e immaginabili, e per fortuna che sono mimi e sono ben allenati, la tarantella è andata avanti assai più a lungo del previsto, tanto che il matrimonio avrebbe dovuto avvenire ad aprile ma fino a una settimana fa non si sapeva nulla dalle ambasciate quindi ciccia. Per qualche giorno i mimi hanno mimato Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, e li hanno mimati assai bene, con annessi disperazione della fanciulla e accanimento del suo legittimo promesso. Poi finalmente qualche giorno fa l’autorizzazione - non si capisce grazie a quale conversione di quale innominato o a quale corruzione di quale monaca di quale Monza - è arrivata.
Yuppieeeee

Immediatamente sono partite le partecipazioni. Il matrimonio s’ha da fare, e si farà il giorno otto maggio. Siamo tutti indaffarati come gli assistenti di babbo natale il 23 dicembre.  Eh già, perchè la famiglia dei mimi emigrati siamo noi, mimi sparsi in giro per il nord est di Londra, tutti emigrati e tutti senza famiglia.
Dunque non so cosa stiano facendo i mimi maschi adesso, ma le femmine sono affaccendatissime. Abbiamo messo insieme tutte le energie provenienti dai più diversi paesi del mondo e stiamo organizzando un matrimonio come si deve. Consulti alla sposa per il vestito, organizzazione del rinfresco, drink di benvenuto, addio al nubilato, gestione delle risorse, e ovviamente pure qualche sopresa. Che emozione che emozione! Io un matrimonio non l’avevo mai organizzato, e chi pensava che avrei dovuto proprio farlo qui in questa metropoli/macelleria!
Sono l’addetta al drink di benvenuto e alla preparazione della panzanella, perchè il rinfresco sarà multietnico e variegato proprio come siamo noi mimi, dunque poteva mancare la mia panzanella? eh no che non poteva!
Ma adesso mi manca il vestito.
Avevo pensato a un vestitino bianco, semplice semplice, ornato di qualche pizzo e accompagnato da un bouquet di fiori primaverili. Non riesco a capire perchè, ma le altre damigelle si sono barbaramente opposte alla mia mise. Dicono che qualcun altro potrebbe indossare lo stesso vestito, e non sarebbe proprio il caso.

Senza dubbio devo approfondire la mia conoscenza dei riti matrimoniali….

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Gen 28 2010

come se non bastasse tutto il resto eccoci di fronte a un altro problema d’identità

Cominciamo col dire che non è detto che uno, ogni volta che parla di qualcosa, debba cominciare dall’inizio. Io c’ho questo vizio e me lo devo togliere. Ogni volta che mi metto a trattare un argomento, uno qualsiasi, cerco sempre di risalire alla “prima volta”, e da li discetto. Ma che menate. Chi me lo ha insegnato, questo modo di procedere? Una menata davvero.

Per esempio dovevo parlare di questa cosa dell’identità e poco ci mancava che non cominciassi con un pippone lunghissimo su quando ero piccola e sul mio sentirmi straniera a casa mia, sul mio sentirmi straniera sempre, sul mio sentirmi straniera comunque. Poco ci mancava che non cominciassi un pippone su quanta responsabilità hanno i miei genitori del fatto che io mi senta straniera e blablabla.
Oh vi siete salvati per il rotto della cuffia, come si suol dire, o per il ratto nella cuffia, come temo io.

Ma insomma. Ci ho messo tutta la mia infanzia, la mia adolescenza intera e parte della mia gioventù ad ammettere che ero molisana. Ci ho dovuto persino fare uno spettacolo sopra. Certo, il mio incasinatissimo albero genealogico, unito sapientemente alla propensione al nomadismo dei miei genitori, non mi ha permesso di andare più a fondo nella questione ovvero, ancora non saprei dire di che paese preciso sono, nel Molise, e quindi spesso riassumo dicendo “di Campobasso”, che è l’ultimo posto di cui potrei essere ma almeno sta sulle cartine che mostrano in tivvù quando fanno le previsioni del tempo.
Ci ho messo, dicevo, moltissimo tempo. Non che adesso ne vada particolarmente fiera ma ecco, ritengo che nessuno possa andare particolarmente fiero del posto in cui è nato e cresciuto. In fin dei conti, non è stato nè merito nè colpa nostra. Epperò adesso da qualche anno ho cambiato la mia residenza e sono diventata grande. Sono andata a vivere col mio innamorato bellissimo altrimenti noto come uudm (unico uomo del mondo per i distratti e gli ultimi arrivati) e ho fatto la residenza nella casa dove lui pure risiede. Un casino che non vi dico. Ci vorrebbe un post apposta. Ho quasi mobilitato il comune intero, uffici anagrafe catasto e igiene pubblica. E’ stata una cosa difficilissima. Ma insomma l’ho fatto. E adesso che succede?

SUCCEDE CHE LA GENTE MI DICE
“MA TU SEI DI CASTELLO DI SERRAVALLE”???

Anche a scuola oggi mi hanno detto che ero di Bologna. Oh, insomma, chiariamoci. Ma di dove cazzo sono io? Io mica sono di Castello di  Serravalle. Ci sono finita per sbaglio, non mi vogliono manco, a Castello di Serravalle. A Castello di Serravalle vogliono solo quelli del teatro delle ariette e io posso pure morire di fame, non importa quanto brava intelligente e innovativa io possa essere. A quelli di Castello di Serravalle non glie ne frega niente, loro vogliono i cittadini illustri, i cittadini famosi. E siccome io non sono nè morta partigiana nè ho scoperto una nuova varietà di fungo nè faccio parte del teatro delle ariette quelli di Castello di Serravalle non mi cagano. Sono quasi convinta che abbiano avviato una pratica col comune di Monteveglio per chiedere che la mia residenza sia spostata là. Questione di confini e di vicinato.

Ma insomma oggi, a trentun’anni, mi trovo di nuovo a discutere a riguardo della mia identità. Di dove sono? Dove vivo? Poichè ho trascorso più tempo a Londra che a Rotello posso dire di essere Londinese? O forse sono Lisboneta? Ero Padovana e adesso non lo sono più?
Mioddio altro che dubbi esistenziali, pure le questioni d’identità ci mancavano. E soprattutto, che cazzo vuol dire quando uno è di qualche posto? Che vuol dire che potrei essere di Castello di Serravalle? Che quando arriva un meridionale dovrei chiamarlo “maruchen” come fanno alcuni abitanti di Castello di Serravalle con me?
Occhei occhei a Castello di Serravalle ci sono anche degli abitanti civili simpatici e che hanno mostrato un certo interesse per il mio lavoro, potrei ammettere di essere di Castello di Serravalle e però chiedere di essere inclusa nella cerchia degli abitanti a modo?
Che casino, ammettiamolo, un gran casino.
Che problema inutile.

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Nov 20 2009

dopo un giorno da leoni una vita da cammelli

Chissà quanto reggerei a fare sempre la vita della vip. Per fortuna il mio occulto personal trainer ha stabilito per me un’altra dieta e altri esercizietti. Lo sapevo io! Senza troppo lamentarmi sono tornata alla quotidianità, che di quotidiano ha solo il fatto di svolgersi ogni giorno, per il resto si potrebbe chiamare eccezionalià o singolarità o meglio ancora surrealità. Sono dunque tornata alla mia quotidiana surrealità e faccio lo slalom tra lezioni di mimo, ore di infernale babysitteraggio e un trasloco. Ebbene si, avete letto giusto, sto finalmente traslocando sul K2, e questa sarà la seconda notte nella mia nuova stanzetta. Sono ancora un pochino in campeggio, dormo nel sacco a pelo che per comprare le lenzuola devo aspettare la paga settimanale, la valigia non è del tutto disfatta che ho bisogno di alcuni piccoli contenitori che comprerò con la paga della settimana prossima, la dispensa è vuota che non ci ho tempo per fare la spesa, eppure la casa c’è e i coinquilini pure, e che bella casa e che coinquilini allucinevoli! Non mi sono ancora ambientata, lo ammetto. Mi sento un po’ timida. Qui sono tutti estroversi, io ci faccio la figura della conformista di provincia. E magari lo sono, vai a sapere, e me ne sto accorgendo solo ora. Me ne sto un pochino in disparte, I don’t manage the language enough to enjoy the conversation come invece farei col mio italiano, ma tant’è, non mi era mai capitato di fare l’esclusa e mo faccio pure quest’esperienza. Ma sinceramente spero duri poco, che ho voglia di fare cose e di infilarmi nel tornado che sempre attraversa questa casa e quelle adiacenti, tutte popolate da artisti giunti qui da ogni dove per motivi non meglio definiti o definibili.
Ma ora è tardi, il gatto vuole andare a dormire e anche io, a dirla tutta. Il sacco di pelo (anzi di piume) mi aspetta nella sua avviluppante vermitudine, e io non vedo l’ora di trasformarmi in vermiciattolo invertebrato nelle mani di Morfeo. Sperando che mi abbia riservato un buon trattamento per stanotte. Spengo la luce.

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Ott 20 2009

brevi commossi aggiornamenti

Sono qui che giro come una trottola in cerca di una casa e vabbè intanto arriva l’inverno anche qui, devo trovare un posto prima che sia troppo freddo, che in questa casa, a parte i problemi di cui ho gia’ scritto, ho l’impressione che patirò assai il freddo. Il tossipunk non ha soldi e piuttosto che accendere il riscaldamento si mette addosso tutte le sue catene. La teoria dell’immobilismo funziona anche quando si rompe la lavatrice:si consiglia agli inquilini di lavare a mano. Ma io non ci penso nemmeno. Non ho idea di quante case abbia visto in questi giorni, iersera m’e’ toccato pure il tugurio lercissimo con dentro dodici cinesi miodddddio, madonnina delle abitazioni dove sei finita?
Ma sono di umore alto e spero di trovare quanto prima, davvero, a costo di lasciare il deposito al tossipunk. Voglio una casa decorosa, ecco, decorosa.
In ogni modo devo dire che non mi aspettavo proprio tanta apprensione e tanta generosità da parte di molti amici e molte amiche che sono rispuntati dopo aver letto il mio tragipost della settimana scorsa offrendomi supporti di vario genere, e io mi sono commossa ma soprattutto mi sono resa conto che ops, non sono sola come temevo, non sono scomparsa dalle memorie, insomma non è che una se ne va a Londra e gli amici si dimenticano di lei. Gran sollievo, gran sollievo e tanta energia, che alla fine lo so, in qualche modo farò. Lascio cv ovunque o quasi e giovedi’ faccio un’interview come babysitter bilingue in una famiglia di benestanti. Speriamo bene, davvero.
Non ci sputerei sopra, a qualche soldo contante.
Ora volo verso nuove case e speriamo che una di queste sia la mia

ps: ma intanto me ne ero dimenticata, da tre settimane sono ricominciati i racconti di lucilla su radiokairos, bisogna che mi metta al lavoro, altrimenti che figura ci faccio, coi miei allievi???

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Set 28 2009

operazione freezer


Erano mesi che mi ripromettevo di dedicarmi allo sbrinamento del freezer e, per una ragione o per un’altra, continuavo a rimandare di settimana in settimana: prima c’era il problema delle provviste, per cui avendo io poco tempo cucinavo in abbondanza e surgelavo in previsione di giornate grame. Poi arrivò il problema del ginocchio del mio fidanzato, che abbisognava di ghiaccio in continuazione, quindi urgeva il freezer acceso. Infine giunse il tempo in cui io e il mio legittimo promesso cominciammo a prenderci gusto a mangiar fuori, per cui le provviste non si riuscivano a smaltire. E intanto il freezer aveva cominciato a produrre ghiacchio in quantità copiose, ghiaccio che subdolamente attanagliava provviste, contenitori e ogni cosa fosse stata per caso dimenticata nello scomparto freezer. Bisognava assolutamente prendere dei provvedimenti e così, da due settimane a questa parte, ho cominciato a sfornare tortini, fare spezzatini di salsiccie, riesumare i prodotti dell’orto che avevo prontamente surgelato a suo tempo e proporli in bizzarre combinazioni al fidanzato che, muto e paziente, ingurgitava, sapendo così di partecipare attivamente alla grande, epica battaglia del freezer.

E oggi finalmente, tirata fuori l’ultima porzione di tortellini, ho disposto gli stracci a terra, tirato fuori le scatole di plastica, disposto le pile refrigeranti attorno ai pochi cibi che si trovano nel frigorifero e poi ho girato la manopola della macchina del freddo sul tasto zero.

Mentre il ghiaccio comincia a colare sulle montagne di stoffa assorbente che ho disposto con cura sul pavimento, ricordo i miei precedenti sbrinamenti. Quando i miei genitori mi obbligarono per un anno a vivere nell’attico in centro a Padaniacity ricordo che d’estate, prima di partire per le vacanze, decisi di staccare la corrente senza però ricordarmi gli stracci.  Al ritorno da una vacanza terribile, durante la quale riuscii finalmente a scollarmi di dosso Afrika, il mio ex fidanzato tossico di cui ho già abbondantemente parlato nei blog precedenti ( e chi se li è persi rosicherà per sempre perchè non ho nessuna voglia di andare a riesumare i racconti e i diari di quella mia singolare avventura di gioventù); dicevo, al ritorno da una vacanza terribile trovai la casa allagata. Ma il pensiero di doverla asciugare da sola, senza la presenza da ectoplasma del suddetto infimo soggetto, mi rese la faticata assai piacevole, e alla fine dell’opera organizzai pure un microfestino.

A onore del vero devo citare, in questo mio excursus tra gli sbrinamenti, la mia amica A, che alla fine della sua annuale permanenza nello studentato dove alloggiava durante i mesi di università volle eliminare il ghiaccio in eccesso dal suo frigo. Purtroppo non le passò per la testa di doverlo sbrinare e insieme al suo allora fidanzato Licazzon andò prontamente ad agire con un coltello sulla parete del frigo, rompendolo. E lo dovette pure ripagare. Credo che anche al termine di questa avventura organizzammo un festino.

In tutti gli anni montecengini l’idea di uno sbrinamento non sfiorò mai la mia testa né quella delle coinquiline. Il freezer era un aggeggio utilissimo per congelarvi il pane della mensa e le provviste che ogni tanto le genitrici, mosse a compassione dal nostro stato alimentare, ci spedivano. E poi le case a Montechange facevano così schifo che non ti veniva proprio voglia di prendertene cura. Si faceva lo stretto necessario per impedire che la muffa e le sporcizie prendessero il sopravvento. E già che il nostro era uno degli appartamenti più puliti: non abbiamo mai avuto i sacchi di immondizia che cadevano giù dal balcone stracolmo, al contrario dei compagni del c2.

Ricordo infine un ultimo sbrinamento, nella casa dove trascorsi gli ultimi anni a Padaniacity e della quale serbo ricordi così cari e in parte dolorosi da non riuscire ancora a scriverne. In quella casa ogni pulizia diventava una festa e pure lo sbrinamento fu fatto con sottofondo musicale di Subsonica e pranzo domenicale seguente.

E ora eccomi qui a guardare il freezer che gocciola. L’autunno è iniziato, la mia valigia è quasi pronta e comincio a pensare che, durante quest’anno londinese, molte cose e molte persone mi mancheranno. Il freezer da sbrinare, quello no.

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Set 01 2009

Confusa e quasi caduta nel tombino

Published by lucilla under casa, uudm, viaggi, carla, vitantonio

Il mio aereo parte tra trentatrè giorni e non sono ancora in grado di dire quante paia di scarpe infilerò in valigia. Come al solito sono combattuta tra la strategia della lumaca (mi porto tutto da casa, anzi quasi quasi mi porto la casa) e la strategia di mia sorella (mi compro tutto là, comprare è bello). Che non mi siano suggerite auree mediocritas e oraziate varie. Ho bisogno di una soluzione definitiva. E mentre cerco di liberare spazio nella mia testa finisce che svuoto cassetti e mi privo di vecchi beni usati molto, un tempo, ma oramai quantomeno demodè. Le mutande con le galline, però, nonostante non le indossi da due anni, non riesco a metterle nel bidone della croce rossa.
Ma come ho fatto a riempirmi di tutta questa roba? Lo so, finirò stramazzata a terra, sommersa dalle cose, e mi ritroveranno solo a causa del fetore che i miei miseri resti emaneranno dopo giorni tre, come la leggenda del pesce vuole.
E intanto, meditando su come liberarmi da questo marasma, cerco di compilare cv in inglese, che un lavoro me lo dovrò trovare, e in fretta, dalmomentocchè i soldi sono pochi e purtroppo non si riproducono, nemmeno se li covo per tutta la notte.

Mublemublemuble, quasi quasi cadevo nel tombino che il muratore mi ha appena aperto davanti casa. E già che il mio fidanzato me lo aveva detto, mentre pensi stai attenta al buco. Mannaggia.

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