Archive for the 'casa' Category

Dic 10 2010

sbattuta come uno zabajone

In tutto questo casino, manifestazioni un giorno sì e un giorno sì, assemblee, cortei, occupazioni e passeggiate sui tetti, aria di rivoluzione e finalmente piazza Verdi come me la immaginavo e come la volevo, piena di gente che si incontra per decidere il da farsi, e poi ancora l’uni occupata e i corsi che saltano come tappi di bottiglia e i treni in ritardo perchè gli studenti hanno occupato i binari, e le cariche e i feriti e le incazzature e la tristezza del non poterci essere sempre sempre sempre

dicevo

in tutto questo casino io mica potevo mettere la mia vita in stand-by e fare la rivoluzionaria a tempo pieno?eh no che non potevo. Così ho continuato a fare le tremilacinquecentottantatrè cose che stavo facendo e a un certo punto mi son resa conto che forse erano un tantino troppe, ma era troppo tardi, già camminavo con le zampine in molte troppe scarpe e allora ho semplicemente continuato a fare tutto quello che avevo programmato.
A volte ho l’impressione di avere un po’ troppa stima di me. Mi sa che sono ancora convinta, da qualche parte, di essere una supereroina dotata di vari poteri sovrannaturali tipo l’ubiquità il teletrasporto e la velocità supersonica. Bene. In questi giorni ho definitivamente capito che no, non sono una supereroina, e non sono manco più una supereroinomane, come avevo già avuto modo di affermare anni addietro, perchè non ho più l’età e non ho più obiettivamente nemmeno il tempo per gestirmi la fuoranza e il down dunque non sono una supereroina, non sono una supereroinomane e l’unica cosa super che ho è il casino che popola casa mia da quando ho deciso di fare delle migliorie e per ora l’unico risultato è che ho buttato tutti quei cascioni che il padron chiamava mobili, li ho buttati sì ma senza comprarne di nuovi quindi è facile immaginare lo stato delle cose e il loro precario equilibrio. Faccio lo slalom e ho ricreato un piccolo labirinto nei miei diciotto metri quadri, sfido chiunque altro a farlo tanto bene e tanto velocemente come me.

Casa incasinata e turnè a più non posso e poi corsi e radio e allievi che sono tanti e sono pochi non si capisce e prendere le misure delle mensole e trovare chi te le monta e nutrirsi magari ogni tanto cucinare e in tutto questo casino andare persino fino a Castelcazzo a casa dell’unico uomo del mondo di qualcun’altra a prendermi due stracci. Eh questa cosa proprio non ci voleva, mi ha ciucciato un mondo di energia e mi ha messa di cattivo umore per giorni interi. La casa è triste, il paese è triste, le rose sono sfiorite e il giardino è grigio, la casa è come ripiegata dentro di sè e mi mostra tutta la solitudine la tristezza l’incapacità il vuoto. Mi terrorizza, e non riesco a spiegarlo a nessuno, che quello che vedo adesso, da fuori, sia riuscito a contaminarmi. Mi terrorizza l’idea di essermi portata via un po’ di quel vuoto, di quell’incapacità, di quell’egoismo, di quella triste imposta solitudine, di quel grigio un po’ fascista che ci ho visto. Mi terrorizza che tutto questo sia volatile come le microparticelle dell’eternit e io possa averle semplicemente respirate in questi anni e adesso sono anche io così e questo pensiero mi terrorizza questo pensiero è agghiacciante. Perciò cerco di non andarci mai sola in quel posto ma il terrore arriva lo stesso e nessuno è capace di distrarmi da quella visione catastrofica.

Come se non bastasse proprio stamane che avrei tranquillamente meritato un sereno finesettimana bolognese magari in compagnia delle amiche e degli amici che non riesco a vedere mai, stamane alle cinquemmezza mi sono messa in viaggio per la Sardegna dove farò uno spettacolo se non sbaglio domani. Ma mi sa tanto che ho tirato troppo la cinghia.
Difatti mi sono addormentata sul treno e ho perso la coincidenza e adesso sono sul treno successivo sperando di arrivare in tempo per il check-in. Stupidissima me.

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Nov 20 2010

voglio un mondo senza cucine

Sono stremata, affranta, sporca e affamata. Tutto è cominciato quando ho coronato il mio piccolo sogno borghese di neoadulta firmando un contratto d’affitto. Mi è costato moltissimo. A parte i termini strettamente economici, che quello direi quasi che è il meno, ma proprio in termini psicologici, di ansia, paura, sindrome di peterpan e via discorrendo. Non avrei mai immaginato che mettere qualche firma mi potesse creare tanti problemi. Eh gia’ che ne ho messe, nella mia vita, di firme.
Però questa era diversa, era diversa si, perchè mi impegnavo a un minimo di stanzialità, ma non solo, mi impegnavo, e mi impegno, a guadagnare un tot di euri al mese per assolvere al gravoso compito del bonifico mensile. Mi ipoteco alcune ore giornaliere, insomma si si si , sono diventata adulta e ho finalmente, un po’ anche mio malgrado, accettato alcune delle regole di questo mondo che a volte mi va stretto e altre mi va largo e insomma non mi va bene mai. O forse sono io che non vado bene a lui.

Ma il contratto d’affitto non era il male maggiore, no!!! io lo pensavo, ed ero ingenua. Ho già capito che quando uno diventa adulto, o nel mio caso una, l’adultità si scarica in tutta la sua obesità sulla poveraccia e bisogna essere forti e carenati.Cosa che evidentemente io non sono ancora abbastanza.
Allora.
Ci sono le utenze.
Che uno si deve intestare tutto e ti misurano pure la quantità di gas che emetti via scoreggia. E poi mica è facile, devi provare che tu sei tu e tutte queste menate che ti fanno credere di essere in un libro di Kafka. Poi devi fare il tagliandino dell’automobile. E anche lì non te ne dico niente. Sei fortunata se al terzo tentativo riesci a beccare l’ufficio giusto nell’orario giusto e ad aver fotocopiato i documenti nel verso giusto e blabla. Ma diciamo che cel’hai fatta, anche se nel mio caso non è propriamente così perchè le pratiche sono ancora tutte in corso, diciamo che tu cel’abbia fatta. Sei adulta, hai un contratto d’affitto regolarmente intestato, le bollette e l’automobile parcheggiata da regolare residente, sei felice, tiri un sospiro di sollievo, chiami l’amministratore per far cambiare il nome sul campanello e pensi che adesso, finalmente, potrai pensare a come mettere un pochino a posto la casa, o meglio, la caverna, il buco, l’alcova se vogliamo essere romantici.
Eh si, perchè la casa, francamente, cade abbastanza a pezzi.
Con l’elettricista ce la fai. L’elettricista è un signore simpatico e chiacchierone, che non è propriamente come dicono i giornaletti porno, oddio, forse quarantanni fa lo era ma adesso diciamo piuttosto che è un piacevole animalista che si appassiona ai miei racconti radiofonici e si offre di montarmi le mensole forse un giorno se avra’ tempo. Anche il suo collega, meno ciarliero e un po’ più ingombrante, apprezza la radio sintonizzata su 10585 e fischietta la sigla del cavo.
Certo, anche lui, gran poco a che vedere coi prestanti maschioni dei giornaletti porno.

Arrivano poi gli idraulici. Ecco, gli idraulici sono due giovinotti che loro si, sono proprio come quelli del porno, grossi muscolosi giovani e prestanti, entrano fumando una cicca e ti dicono dammi del tu. Tu glie lo dai, il tu, e te li guardi un pochino mentre smanettano col bidet. Certo, sul bidet non hai mai fatto sesso, in tre poi, chissà come si fa…e il getto dell’acqua potrebbe essere piacevole. Ma è un pensiero che dura un attimo. L’idraulico numero uno affonda le zampe nella vaschetta del cesso e ti rivela che è solo un problema di galleggiante. Tornerà lunedì, non temere. In men che non si dica i giovanotti sono fuori e il tuo sogno erotico si è infranto contro il piatto doccia.

Infine, tocca ai tecnici della cucina.
I tecnici della cucina ormai sono il mio incubo. Secondo me sono i peggiori. Dovrebbero inserire nel codice penale una categoria appositamente per loro. Sono dei criminali. Io li odio tutti, indiscriminatamente, e spero che l’umanità possa vivere un giorno senza cibo e senza cucina di modo che questi si estinguano.
I tecnici della cucina sono il male più pernicioso che possa capitare a una neoadulta.

Sono infidi, laidi, mentitori e ritardatari. Ti lasciano per giorni e giorni senza acqua corrente. Ti fanno perdere intere giornate di lavoro. Ti smontano tutto e ti lasciano con la casa scoperchiata con la promessa di arrivare il giorno dopo e poi spariscono per giorni interi. Si fumano le canne e non offrono. Mentono. Si inventano balle per coprire i madornali ritardi che probabilmente hanno fatto perchè troppo stonati dai cannoni. I tecnici della cucina sono il male assoluto. Sono i cattivi. I tecnici della cucina sono un virus letale e io spero di non dovere avere a che fare con loro mai, mai più.

Intanto, eccomi qui a gelare dal freddo e senz’acqua corrente, con la prospettiva di un fine settimana orribile trascorso in cerca di cessi dove lavarmi almeno i denti, e loro chissà dove sono, chissà che fanno, loro, che mi hanno lasciata qui promettendomi che oggi pomeriggio avrei avuto la mia cucina nuova a posto. Che la madonnina delle cucine li maledica, i tecnici malefici, che li stramaledica e intanto li maledico io.
Maledetti tecnici della cucina, maledetta me che ancora c’ho questo brutto vizio di mangiare. Maledetta, soprattutto, l’età adulta.

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Ott 13 2010

una giornata senza pretese

Published by lucilla under casa, bologna, amici

siccome non è giusto poi scrivere solo delle cose brutte ecco
volevo fermarlo qui questo momento
che ci ho avuto una giornata in cui diverse persone hanno buttato l’amo per ripescarmi dal lago immenso della paranoia
e io sempre là convinta che tutti mi odino
là, che non cela faccio
là, che questa è la volta buona che ci ricasco
io sempre là
e blabla
che quelli che parlano male sono sempre più importanti di quelli che parlano bene
che ormai sono tagliata fuori
io sempre là
e blabla

invece tiè, una giornata di ami tesi
e io per carità, non sempre pronta ad acchiapparli
perchè lo spettro dell’autocommiserazione sta sempre acquattato
dietro l’angolo della porta d’ingresso
anzi no
dietro quello della porta del bagno

e poi alla fine

ho dovuto quasi ricredermi

seduta al tavolino di via mascarella

che non tutti mi odiano

o almeno

se mi odiano lo mascherano bene

e al quarto bicchire di vino

anche i silenzi telefonici, i peggiori, mi sono sembrati sopportabili

e poi c’era chi mi faceva ridere

insomma

me la sono passata così, che in bicicletta, tornando, ho persino cantato

allora non è stata una giornata da buttare, e domani forse mi alzo in tempo per rispondere all’appello delle mie aspettative

anche il barista  non sembrava proprio odiarmi, no.

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Ott 11 2010

where is me

quando lavoravo come baby-sitter nella famiglia più queer di Londra Nord una delle mie cose preferite era fare il bagnetto al piccolo lord di due anni. Avevamo una serie di giochi segreti tipo il tuffo nella bagnarola, l’innaffiatoio dell’ultimo momento, lo srofinamento delle orecchie. Lui era contento. Io pure. La cosa che preferivamo era però la strigliata finale. Gli mettevo l’asciugamani attorno alla testa coprendolo completamente e strofinavo vigorosamente costringendolo a furiose vibrazioni che lo lasciavano piuttosto scosso e gli facevano esclamare ogni volta

where is me?

non where am I, non dove sono io, no, ma dove è me. E adesso che me ne sto rintanata in questo monolocale in via orfeo, adesso che l’aria della mia monostanza odora del fantasma di una nuova incontrollabile depressione, mi viene in mente la piccola divinità indoinglese che si chiede where is me e me lo domando io pure, where is me. Dove sta il me al quale debbo rendere conto? dove sta il pezzo di me che davvero guarda dentro e guarda fuori? Dove sta il me che nessun fidanzato disonesto potrà sottrarmi? il me che nessun datore di lavoro avaro potrà intaccare con i suoi insulti alla mia dignità, quello che nessun amante dell’ultimo momento riesce a incontrare attraverso i miei occhi.

Dove è me, dove è io, mi domando da questa mattina mentre costantemente lotto contro il sonno della sconfitta, invento cose che mi devo fare, riempio l’agenda di inutilità, fisso appuntamenti dicendo che sì, mi fa bene, mi illudo di essere qualcosa di visibile per la gente attorno a me. Dove è io, mentre tutto attorno a me mi fa domandare che ci faccio qui, in questa città che non è casa non è riparo non è rifugio, dove tutte le relazioni sono sufficientemente allentate da lasciarmi sola proprio quando non dovrei, dove non c’è una sola persona con la quale non mi vergogni a far vedere come sto veramente.

Che ci faccio qui, dove le persone lasciano trascorrere ore, a volte giorni, prima di rispondere ai miei disperatamente autoironici messaggi d’aiuto, dove chi mi sta vicino probabilmente si lamenta per la mia incredibile e impensabile pesantezza senza rendersi conto di quanto ogni respiro mi sia faticoso.

Mi sveglio la mattina prestissimo, già il collera con il mondo che mi ha voluta così, svuotata di ogni senso, e vado a correre come una fanatica del jogging in mezzo a dog sitter filippini che non hanno nemmeno la forza di guardarmi il culo. Mi invento strutture inesistenti impegni inderogabili mi do le regole, mi do, mangio due volte al giorno e faccio anche uno spuntino a volte mi peso e non peso mai quanto vorrei, guardo la mail innumerevoli volte al giorno nell’attesa che il mio me finalmente si degni di scrivermi e di dirmi che è pronto ad accogliermi di nuovo, magari che ne so un giorno mi farà una telefonata o pubblicherà un evento su facebok e io finalmente avrò ritrovato un senso.

Io e me.

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Set 25 2010

un venerdì un po’ casual

Published by lucilla under casa, radio, bologna

La bufera teatrale impazza sul mio blog.Io non so se esserne lusingata o preoccupata. Il mio ex fidanzato decide che in maniera definitiva egli, nella mia vita, è un ex. Soffro, mi dispero, strepito, reclamo amore che mai più arriverà. Medito una sbronza solitaria. Pianifco ricoveri. Programmo definitivi ritorni all’odiato nido materno. Ma poi vado in rado alle oreventi e mi rimangio tutto. In onda c’è Casual Friday. La mia ancora di salvezza per questo venerdì di disamore. Sembra tutto improvvisato. Invece i casualini, con ordine e precisione e meticolosa cura, hanno preparato tutto.Ognuno sa bene quello che deve fare, in questo modo nessuno pesta i piedi a nessun altro e c’è persino spazio per la specialissima ospite zia vitantonia, che all’uopo pubblicizza il suo nuovo stato di zitella. Fatevi sotto compagne e compagni, l’occasione è più unica che rara. I casualini sono uno splendore. Mentre i pezzi vanno mordicchiano pizzette che volentieri condividono con la sottoscritta. Io offro l’ultima bottiglia di prosecco riserva vitantonio, crepi l’avarizia.
Faccio persino, a sorpresa, un paio di interventi scoop grazie a Zioivan e a Tatodijjei, il superregista che io mi dico anche io lo voglio, un regista così.  Giovanni mette le musiche, Alberto si emoziona parlando di Patt Smith, la Sere compulsivamente, un ditino alla volta, digita surreali risposte alla surreale chat. La Madame non sa bene quali consigli dare.
Mi sento bene qui. Questo è il mio posto adesso.
Forse non ho niente, forse ho sbagliato tutto. Forse domani cambio mestiere. Forse non capisco nulla di musica. Forse ingrasserò.Forse non amerò mai più nessuno come ho amato l’unico uomo del mondo. Forse lo Shamano non si ricorda più che odore ho. Forse non farà mai più provini non farò mai più teatro.

Forse finirà tutto il un bel tso e mamma e papà in lacrime verranno a riprendere la loro bambina.
Forse mi farò finalmente quel grosso tatuaggio che sognavo a diciott’anni, che mi circondava il collo e il seno come un serpente di cui non ci si può fidare. Forse farò la telefonista perchè il mondo è quello che è.

Forse domani mangerò finalmente cose sane e non berrò tre bicchieri di rum. Forse incontrerò prima o poi un uomo che meriterà che io lo ami più di quanto abbia amato l’unico uomo del mondo.

Forse no

ma questo venerdì un po’ casual mi ha fatto ritrovare un posto, in questa città, e sono sollevata.

Ovviamente poi sono successe un sacco di cose inenarrabili di quelle che farebbero rosicare i miei fans. ;)

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Lug 27 2010

gioco all’opossum con la vita

Published by lucilla under casa, solitudine

Estate bolognese che mi pare un’estate persa. Molte cose potrei fare per il mio futuro immediato tipo smetterla di pensare a un possibile bicchiere di whisky che tanto al punto di disfacimento interiore in cui sono un bicchiere di whisky non potrebbe farmi stare molto meglio. Se la smettessi di pensare al superalcoolico forse potrei decidere a produrre due o tremila progetti di quelli che servono esclusivamente per tirar soldi a scapito di poveri adolescenti che saranno costretti da genitori e professori ad ascoltarsi la sottoscritta che blatera di altre infelici adolescenze e che prova a motivarli alla lettura o forse alla vita stessa senza peraltro esserne convinta lei per prima e dunque siamo punto e a capo.
Allora forse potrei smetterla di scrivere progetti suicidi e mettere una volta per tutte un punto dare una svolta intraprendere una strada nuova dunque vediamo un po’ che cosa potrei fare?

Sarebbe bello adesso aver scritto gli ultimi anni su una lavagna di quelle nere che avevamo a scuola e poi avere un cancellino, me li ricordo i cancellini, ma uno di quelli puliti nuovinuovi, quelli a spirale che sembravano una girella motta, e usare perbenino il cancellino, da sinistra a destra dall’alto verso il basso meticolosamente cancellare tutto con quel rumore vellutato e quella polvere di gesso che si alza tutt’intorno e fa un odore antico, l’odore dei miei primi diciott’anni di vita.

Mi sembra che gioco all’opossum con la vita. Quando si avvicina io zacchete casco a terra come morta. Oggi mi sembra che pure questo blog non abbia più senso e voglio chiudere tutto e partire per sempre e vivere soltanto ascoltando quello che viene giorno per giorno senza più progettare senza più investire senza più. Che tanto è inutile.

Quando ci ho questo umore imbecille mi do proprio fastidio.

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Lug 11 2010

shakespeare non è stato molto chiaro

Published by lucilla under casa, morte, solitudine, carla vitantonio


Altro che sogno di una notte di mezza estate. A me in questa notte di mezza estate mi pare di delirare, mi pare di essere improvvisamente catapultata nell’odore della casa di Bernarda Alba, eppure non c’è nessuna Bernarda fuori di me a impedirmi il desiderio.
Non sono ubriaca, droga non so nemmeno che odore abbia da molti troppi anni, e manco una canna mi sono girata chè sono troppo pigra. Fumerò una sigaretta inutile mentre tutta la notte complotta contro di me e mi sento quest’ultimo strascico di gioventù che si sta sprecando. Ogni notte ogni folata di vento dovrei utilizzare non dovrei fermarmi per dormire neanche un momento, e invece mi trascino dentro questa vita che, alla fine, non è per niente come me l’aspettavo.

Tutti i vitantonio dormono dislocati nella casa, dal più vecchio al più piccolo, cercando di digerire la digestione di un pasto slow food molto slow e poco food, terrorizzati dall’eventualità di una mia iraconda reazione ai loro insoddisfatti commenti e perciò muti. Forse Bernarda Alba sono proprio io e finirà che diventerò così, arida, secca, così secca da non capire che c’era un altro futuro possibile, c’era un’alternativa all’essere questo ramo morto che sto diventando.

Sono insoddisfatta, sono insoddisfatta. Desidero, desidero ancora, e non riesco ad avvicinarmi non riesco ad avere.

La casa è muta e i respiri dei vitantonio si perdono nel bisbigliare dei grilli che, loro si, mi sembrano soddisfattissimi, mentre io mi lamento tra me e me di tutto quello che non ho e poi mi faccio pure ridere, e cerco di mettere le priorità, cerco di fissare uno straccio di struttura. Ho bisogno di spazio, ho bisogno di solitudine, ho bisogno di persone. Ho bisogno di carne, ho bisogno di trovare un senso alla parola casa, ho bisogno di sentirmi a casa dentro di me.

E’ notte e non me ne faccio niente di tutti questi grilli non voglio dormire non voglio riposare non mi interessa svegliarmi la mattina con la sensazione di aver dormito abbastanza non m’interessa l’alimentazione equilibrata forse non mi interessa neanche la stronzissima struttura mi interessa la vita mi interessa ascoltare voci, i corpi, i corpi mi interessano, gli odori anche la puzza della città la nevrosi l’adrenalina che non riesci a dormire per giorni e sei sempre sul filo lo sfinimento, mi interessa, lo sfinimento. Non me ne faccio niente del riposo della calma della quiete io nella quiete muoio e adesso mi sento che sto morendo mentre invece, con molta semplicità, tutti attorno a me si limitano a dormire.

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Giu 30 2010

le rose non sembrano aver sentito la mia mancanza

Non sembrano proprio aver sentito la mia mancanza, le rose. Sono rigogliose come non mai e hanno fiori meravigliosi, profumati e fieri, intoccabili. Se la vedono bene persino coi sempiterni pidocchi e financo il pesco sta pescando che più non si può, avrà venti o trenta frutti e fino all’anno scorso ne faceva uno solo.

Ed e’ stato tutto così veloce e tremendo e adesso mi trovo in questa casa in campagna e non ho assolutamente idea di dove sono, e mi domando che cosa ci sto facendo qui, e lo so che  una domanda terribile ma non ho la più pallida idea di dove mi trovi, di dove stia andando, non ho la più pallida idea, non ho, e mi sembra che mi sono completamente persa, che ho tutti questi oggetti attorno a me tutti questi vestiti che cosa cazzo me ne faccio dei vestiti che cosa me ne faccio di queste cose se mi sono completamente persa

Sono frammentata sono implosa e ieri il viaggio è durato pochissimo, il tempo di un pisolino, e qui pare che veramente io non me ne sia andata mai e invece me ne sono andata, eccome se me ne sono andata, me ne sono andata e non sono più com’ero prima di partire e però non lo so come sono e forse il senso di tutte queste “e ” che uso è che cerco una connessione possibile tra le cose cerco un nesso magari un poò acrobatico ma ecco un nesso almeno un nesso invece sono qui che di nessi non ne vedo manco uno e quello che vorrei non cel’ho e forse la verità è che non lo so cosa vorrei e si lo so vorrei piangere e non ci riesco vorrei avere delle persone vorrei andare a prendere un caffè con le mie amiche vorrei un gattino che ne so vorrei disperarmi fino a quando non mi resta che reagire e invece adesso mi metto come se non fosse successo nulla a fare lo spettacolo nuovo cosi’, tac, perfettamente efficiente proprio come tanti anni fa dicevo di me.

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Apr 21 2010

storie di ordinaria eccetera eccetera

un evento straordinario sta per sconvolgere le nostre vite di mimi senza casa e senza famiglia, un evento tanto straordinario da meritarsi un post infrasettimanale.
Ebbene due mimi stanno per sposarsi. Dopo un anno o due di amorevole relazione hanno deciso di fare il così detto grande passo. Che essendo i due mimi in questione provenienti da paesi diversi dall’Inghilterra il grande passo è davvero tale, visto che bisogna prepararsi mesi e mesi prima, bisogna mandare carte, aspettare risposte di ambasciate, rinnovare i visti e compagnia bella. Ne avevo avuto un assaggio quando la mia onorevole sorella minore aveva deciso di maritarsi, e avevo pensato che l’Italia fosse una pietosa eccezione all’Europa, che la nostra burocrazia fosse la prova evidente di quanto le cose potessero andare meglio in altri paesi. Bene, mi sbagliavo. Nonostante questi inglesi ci abbiano la regina, che pare avere come passatempo principale quello di vegliare sull’isola per sincerarsi che tutto vada per il verso giusto seguendo criteri di uguaglianza e giustizia divina, nonostante questa signora regina, dicevo, la burocrazia inglese è quasi peggio di quella italiana, e gli apparati burocratici inglesi sono se possibile (ma umanamente non lo so, se sia possibile)  più xenofobi di quelli italiani. I due poveri mimi in questione hanno girato come trottole per i passati quattro mesi, facendo e rifacendo più e più volte tutte le scale di tutte le ambasciate possibili e immaginabili, e per fortuna che sono mimi e sono ben allenati, la tarantella è andata avanti assai più a lungo del previsto, tanto che il matrimonio avrebbe dovuto avvenire ad aprile ma fino a una settimana fa non si sapeva nulla dalle ambasciate quindi ciccia. Per qualche giorno i mimi hanno mimato Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, e li hanno mimati assai bene, con annessi disperazione della fanciulla e accanimento del suo legittimo promesso. Poi finalmente qualche giorno fa l’autorizzazione - non si capisce grazie a quale conversione di quale innominato o a quale corruzione di quale monaca di quale Monza - è arrivata.
Yuppieeeee

Immediatamente sono partite le partecipazioni. Il matrimonio s’ha da fare, e si farà il giorno otto maggio. Siamo tutti indaffarati come gli assistenti di babbo natale il 23 dicembre.  Eh già, perchè la famiglia dei mimi emigrati siamo noi, mimi sparsi in giro per il nord est di Londra, tutti emigrati e tutti senza famiglia.
Dunque non so cosa stiano facendo i mimi maschi adesso, ma le femmine sono affaccendatissime. Abbiamo messo insieme tutte le energie provenienti dai più diversi paesi del mondo e stiamo organizzando un matrimonio come si deve. Consulti alla sposa per il vestito, organizzazione del rinfresco, drink di benvenuto, addio al nubilato, gestione delle risorse, e ovviamente pure qualche sopresa. Che emozione che emozione! Io un matrimonio non l’avevo mai organizzato, e chi pensava che avrei dovuto proprio farlo qui in questa metropoli/macelleria!
Sono l’addetta al drink di benvenuto e alla preparazione della panzanella, perchè il rinfresco sarà multietnico e variegato proprio come siamo noi mimi, dunque poteva mancare la mia panzanella? eh no che non poteva!
Ma adesso mi manca il vestito.
Avevo pensato a un vestitino bianco, semplice semplice, ornato di qualche pizzo e accompagnato da un bouquet di fiori primaverili. Non riesco a capire perchè, ma le altre damigelle si sono barbaramente opposte alla mia mise. Dicono che qualcun altro potrebbe indossare lo stesso vestito, e non sarebbe proprio il caso.

Senza dubbio devo approfondire la mia conoscenza dei riti matrimoniali….

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Gen 28 2010

come se non bastasse tutto il resto eccoci di fronte a un altro problema d’identità

Cominciamo col dire che non è detto che uno, ogni volta che parla di qualcosa, debba cominciare dall’inizio. Io c’ho questo vizio e me lo devo togliere. Ogni volta che mi metto a trattare un argomento, uno qualsiasi, cerco sempre di risalire alla “prima volta”, e da li discetto. Ma che menate. Chi me lo ha insegnato, questo modo di procedere? Una menata davvero.

Per esempio dovevo parlare di questa cosa dell’identità e poco ci mancava che non cominciassi con un pippone lunghissimo su quando ero piccola e sul mio sentirmi straniera a casa mia, sul mio sentirmi straniera sempre, sul mio sentirmi straniera comunque. Poco ci mancava che non cominciassi un pippone su quanta responsabilità hanno i miei genitori del fatto che io mi senta straniera e blablabla.
Oh vi siete salvati per il rotto della cuffia, come si suol dire, o per il ratto nella cuffia, come temo io.

Ma insomma. Ci ho messo tutta la mia infanzia, la mia adolescenza intera e parte della mia gioventù ad ammettere che ero molisana. Ci ho dovuto persino fare uno spettacolo sopra. Certo, il mio incasinatissimo albero genealogico, unito sapientemente alla propensione al nomadismo dei miei genitori, non mi ha permesso di andare più a fondo nella questione ovvero, ancora non saprei dire di che paese preciso sono, nel Molise, e quindi spesso riassumo dicendo “di Campobasso”, che è l’ultimo posto di cui potrei essere ma almeno sta sulle cartine che mostrano in tivvù quando fanno le previsioni del tempo.
Ci ho messo, dicevo, moltissimo tempo. Non che adesso ne vada particolarmente fiera ma ecco, ritengo che nessuno possa andare particolarmente fiero del posto in cui è nato e cresciuto. In fin dei conti, non è stato nè merito nè colpa nostra. Epperò adesso da qualche anno ho cambiato la mia residenza e sono diventata grande. Sono andata a vivere col mio innamorato bellissimo altrimenti noto come uudm (unico uomo del mondo per i distratti e gli ultimi arrivati) e ho fatto la residenza nella casa dove lui pure risiede. Un casino che non vi dico. Ci vorrebbe un post apposta. Ho quasi mobilitato il comune intero, uffici anagrafe catasto e igiene pubblica. E’ stata una cosa difficilissima. Ma insomma l’ho fatto. E adesso che succede?

SUCCEDE CHE LA GENTE MI DICE
“MA TU SEI DI CASTELLO DI SERRAVALLE”???

Anche a scuola oggi mi hanno detto che ero di Bologna. Oh, insomma, chiariamoci. Ma di dove cazzo sono io? Io mica sono di Castello di  Serravalle. Ci sono finita per sbaglio, non mi vogliono manco, a Castello di Serravalle. A Castello di Serravalle vogliono solo quelli del teatro delle ariette e io posso pure morire di fame, non importa quanto brava intelligente e innovativa io possa essere. A quelli di Castello di Serravalle non glie ne frega niente, loro vogliono i cittadini illustri, i cittadini famosi. E siccome io non sono nè morta partigiana nè ho scoperto una nuova varietà di fungo nè faccio parte del teatro delle ariette quelli di Castello di Serravalle non mi cagano. Sono quasi convinta che abbiano avviato una pratica col comune di Monteveglio per chiedere che la mia residenza sia spostata là. Questione di confini e di vicinato.

Ma insomma oggi, a trentun’anni, mi trovo di nuovo a discutere a riguardo della mia identità. Di dove sono? Dove vivo? Poichè ho trascorso più tempo a Londra che a Rotello posso dire di essere Londinese? O forse sono Lisboneta? Ero Padovana e adesso non lo sono più?
Mioddio altro che dubbi esistenziali, pure le questioni d’identità ci mancavano. E soprattutto, che cazzo vuol dire quando uno è di qualche posto? Che vuol dire che potrei essere di Castello di Serravalle? Che quando arriva un meridionale dovrei chiamarlo “maruchen” come fanno alcuni abitanti di Castello di Serravalle con me?
Occhei occhei a Castello di Serravalle ci sono anche degli abitanti civili simpatici e che hanno mostrato un certo interesse per il mio lavoro, potrei ammettere di essere di Castello di Serravalle e però chiedere di essere inclusa nella cerchia degli abitanti a modo?
Che casino, ammettiamolo, un gran casino.
Che problema inutile.

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