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Apr 20 2012

CRAMPObassanità, tre

               Quando ero piccola a un certo punto i miei mi mandarono in piscina. La piscina comunale di CRAMPObasso. Un palazzo rettangolare fatto di brandelli di intonaco e cemento, puzza di cloro tutt’intorno e piastrelle spiccicate, un casino di bambini che schizzavano ovunque e un insegnante che non riuscì a farmi capire come coordinare la respirazione nello stile libero.
Durò pochissimo, per fortuna, i miei capirono presto che -ammesso anche che io avessi avuto del genio da qualche parte- esso non si nascondeva tra i miei muscoletti. Ero un genio intellettuale. Per fortuna non esistevano i corsi di paranoia, altrimenti mi avrebbero portata là.

Da adolescente ricominciai a frequentare la piscina comunale, senza addentrarmi nel magico mondo delle verruche e degli spogliatoi fatiscenti. Infatti il muro posteriore dell’edificio, che dava proprio sulla zona più selvaggia della villa comunale, era ottimo per pomiciare e fumarsi le canne. Entrambe le attività mi appassionavano molto, e finii con l’affezionarmi all’intonaco cadente. Non so quanto fosse frequentato l’interno dell’edificio, ma l’esterno era davvero un successo. La piscina comunale aveva un senso per la collettività, aveva un ruolo nelle nostre vite.

Arrivata a CRAMPObasso a trentatrè anni suonati e con una discreta dose di ansia esistenziale da smaltire, ho deciso di seguire l’esempio del mio amico Dottò, maestro di nevrosi psicofisiche, e mi sono rimessa a nuotare. Così, da un giorno all’altro. Riesumati cuffia e occhialini, rimediato un paio di ciabatte rosa confetto, ho cominciato a frequentare la piscina comunale regolarmente, a giorni alterni. La piscina è sempre lei. Intonaco cadente fuori, odor di cloro e piastrelle staccate dentro, con l’aggiunta di un simpatico gadget all’interno, ovvero un complessissimo sistema di docce e asciugacapelli elettronici.
La piscina apre alle sette e io alle settemmezza sono là. Non c’è musica e la vasca è vuota. Un vuoto azzurro e silenzioso, un vuoto immenso. L’acqua è tiepida e ogni bracciata crea un suono piatto che spezza il rumore liquido e continuo della vasca. Alle settemmezza ci sono soltanto io, in piscina, insieme alla bagnina che legge i suoi fotoromanzi. Faccio il dorso e la rana, poichè lo stile non ho mai imparato a farlo, e anche perchè il dorso mi regala un senso d’eleganza e di prolungato, un senso di continuità. Guardo il soffitto bianco e verde acqua, intervallato da strisce di bandierine colorate.

Schlaff, schlaff, schaff.

Nuoto nella piscina comunale di CRAMPObasso e dentro mi si forma una specie di silenzio. Il silenzio di quando finalmente abbandoni i pensieri laterali. In piscina, semplicemente, mi sgombero da me. Mi elimino temporaneamente. Sono tutta nelle mie bracciate in mezzo alla vasca azzurra.

Schlaff, schlaff, schaff.

Dura mezz’ora.
Alle otto cominciano ad arrivare i maschi. I maschi in piscina giungono corredati di innumerevoli attrezzi potenziatori tipo pinne, palette, tavole, spugnette, triccheballacche. Si tuffano in un tripudio di schizzi e si trasformano in Tritoni. Io faccio una vasca, loro ne fanno tre. I maschi sono dei nuotatori fidelizzati, si vede che hanno una relazione solida con la piscina, la conoscono come le loro tasche, e anche tra di loro, anche tra di loro si conoscono. Si spartiscono le corsie, si prestano le attrezzature, si consigliano, si cronometrano, si fanno i complimenti. Poi a un certo punto si rendono conto che c’è la sottoscritta, o meglio, che ci sono le tette della sottoscritta che emergono tra le lente bracciate a dorso.
Comincia l’esplosione di testosterone.
Esplosione causata non dalla particolare bellezza della sirena qui presente, no.
Io non conto in quanto io, ma in quanto unico, inaspettato esemplare di femmina in un liquido androceo.
Comincia lo show di piccole sfide e schermaglie, la quantità di schizzi aumenta esponenzialmente, le voci si alzano e se non fosse per tutta quell’acqua penserei di essere nel mezzo di uno stadio.

             Fino a che il maschio, quello che probabilmente per anzianità e frequenza è il capo della tribù dei maschi della piscina, non decide di prendere la parola a nome di tutti e di domandarmi chi io sia, da dove venga, come abbia fatto a entrare nell’androceo.

 

Mi aspetta a bordovasca con pazienza.

Si solleva gli occhialini.

Mi sorride con magnanimità.

E mi fa la domanda alla quale tutti stanno aspettando una risposta.

“Sei nuova?”

Silenzio nella vasca. La produzione di spruzzi e testosterone è sospesa in un’irreale apnea. L’androceo, scombussolato dalla presenza di estrogeni nell’acqua, è in attesa di un chiarimento.

Sorrido.

“In che senso?”

Confabulare di maschi che si aspettavano una risposta un tantino più lineare nonchè meglio adatta alla qualità del loro ragionamento, risposta monosillabica del tipo sì/no.
Di nuovo, silenzio.
Di nuovo, il capo mi rivolge la parola.

“Non sei di qua, no? E’ la prima volta che ti vediamo

Ho capito. Il maschio confuso ha bisogno di essere rassicurato.

“No, non sono di qua. Sto solo qualche settimana. Vengo a nuotare la mattina presto
(ammicco, sorrido, il maschio abbandona un tantino della sua ruvidità)
spero di non darvi troppo fastidio”

Ho detto la cosa giusta. I maschi si guardano e sorridono.

“No no anzi, sei benvenuta. Se hai bisogno di qualche consiglio chiedi pure eh, tanto noi siamo sempre qua. Anche se vuoi le tavolette o le pinne, dimmelo che ti presto le mie”

“O anche le mie eh, te le presto volentieri”

“Se vuoi stai pure nella corsia centrale, così non ti diamo fastidio.
Sai, noi siamo un tantino rudi”

Sorride.
Sorridono.
Sono stata ammessa nell’androceo della piscina comunale.

Ognuno di loro, prima di abbandonarlo, mi aspetta a bordovasca e mi augura buon allenamento, e ci vediamo domani.

Certo, ci vediamo domani, magari ti chiedo in prestito le pinne.

 

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Mar 13 2012

un olocausto di cartoni animati

dedicato a Vale Svalilla

 

Che Candy Candy ci abbia fatto male è fuor di dubbio. Siamo cresciute con il mito della crocerossina del cuore, che si prendeva cura dei suoi uomini con amore e abnegazione, per essi correva i rischi più tremebondi tra guerre mondiali, battelli che affondavano, truci e crudeli madri superiore, castighi da santa inquisizione e incidenti a cavallo.
Ma sono dell’opinione che ci sia un altro cartone animato che abbia leso irreparabilmente l’approccio all’amore delle fanciulle della mia generazione.

Ebbene, questo cartone animato è Kiss-me Licia.

Con Kiss-me Licia comincia ufficialmente l’epoca in cui i musicisti, pure i più sfigati (anzi soprattutto i più sfigati) acquistano un fascino irresistibile. E perchè poi? domande senza risposta.

 

Kiss-me Licia lavora nella bettola del padre in mezzo a questi vecchiacci ai quali però ella è affezionata. Kiss-me Licia, da questo punto di vista, è più elaborata di Candy Candy, poichè essa la contiene, la ingloba. Infatti la dolce Licia si occupa con abnegazione dei vecchi alcolisti amici del padre e di un bambino sovrappeso e leggermente imbecille, dotato di gatto diabetico. Il bambino sovrappeso, lo sappiamo, è il fratello del futuro fidanzato di Licia, ma questo a lei non importa. Licia ha sempre una parola buona e una polpetta per i vecchi alcolisti e per il bambino sovrappeso. Licia è generosa. Oltre che ovviamente bellissima.

 

Quando non si fa schiavizzare dal padre Licia frequenta circoletti underground e si invaghisce dei musicisti che fanno il rock’n roll. Conosciamo bene la storia. Si tratta di Romeo e Giulietta de nojartri. Ma a parte il fatto che Licia non la smette di inciampare nei suoi zoccoletti gialli rotti (che ti viene da dire scusa, ma perchè non li ripari? sembra che tu ci prenda gusto a sfracicarti per terra un giorno sì e uno no). A parte il fatto che per più di metà del cartone animato Licia scappa ogni volta che incontra il suo amico musicante perchè non vuole ammettere che le piace.

A parte questo.

Voglio dire.

 

Ma com’è che ’sti musicanti dai capelli a chiazze o dalle parrucche lillà riscuotono così tanto successo nel cuore della nostra crocerossina giapponese? Dove sta l’inghippo? Fanno delle canzoni di merda. Sono degli sfigati. Si rubano le ragazze a vicenda.
Che sia il fascino del rock’n roll?

Forse tutto il cartone animato non è altro che una metafora di come il rock’n roll abbia cambiato non solo il mondo della musica ma quello dell’amore, dei sentimenti, dell’erotismo. Mirko e i Bee-hive sono gli Elvis della periferia di Tokio, che stravolgono il reazionario e ordinatissimo universo nipponico.

E Licia, eroina del cambiamento, s’innamora di quello sfigato di Mirko, anche un po’ per il gusto di andare contro il parere di suo padre, quel maschilista ubriacone, che ci sta tutto, per carità, ma la domanda è

 

perchè ci hanno fatto guardare questi cartoni animati, a noi fanciulle? non era meglio mettere un “VM18″???

 

Io sono dell’opinione che per guardare queste cose senza subire traumi sia necessario essere come minimo maggiorenni.

Perchè il risultato sono stuoli di adolescenti depresse che impazziscono dietro a brufolosi strimpellatori di chitarre, e magari indossano orribili zoccoletti gialli sperando di inciampare e di essere raccolte dai suddetti strimpellatori.
Che invece non le raccolgono, perchè ahimè NON SIAMO in un cartone animato e spesso lo strimpellatore se ne frega dei nostri zoccoletti e sbava per le tette di quella al terzo banco, la quale a sua volta non vede Kiss-me Licia poichè è troppo impegnata con lo shopping.

 

Se poi le adolescenti depresse diventano adulte e gli strimpellatori si curano l’acne  allora i danni sono ancora maggiori. Ci sono eserciti di ex Kiss-me Licia che cercano il loro musicista da amare, quello che scriverà una canzone per loro, e intanto gli zoccoletti si sono ammuffiti e i bambini sovrappeso sono diventati adolescenti problematici, mentre i vecchi alcolisti sono ancora là a mettere mani sul culo.
E le ex Kiss-me Licia si struggono alla ricerca del loro strimpellatore, si vanno a vedere tutti i concerti, i circoletti underground sono gremiti di Licia in cerca del loro Mirko, e tutto questo non va bene, non va bene perchè in fin dei conti Mirko è uno sfigato, e la sua musica manco ci piacerebbe se non avessimo visto tutte quelle puntate di Kiss-me Licia, e spesso quando finalmente troviamo il nostro Mirko scopriamo che sotto la parrucca gialla e rossa ci sta la profondità intellettuale di un comò.

Adesso, il punto non è che bisognerebbe uccidere Mirko. Perchè Mirko, in tutto questo, non ha colpa. Mirko è una vittima innocente di questa storia di maschilismo animato. Il problema è che bisognerebbe uccidere Kiss-me Licia, bisognerebbe farlo fino a che si è in tempo ed evitare di spendere interi stipendi nei circoletti underground, bisognerebbe comprare delle scarpe dignitose e smetterla con gli zoccoletti gialli, bisognerebbe crescere e pigliarsi il rischio di incontrare le persone in una maniera forse meno romantica ma sicuramente più sensata, bisognerebbe smetterla di canticchiare le canzoni di Cristina D’Avena una volta per tutte.

Bisognerebbe prendersi il rischio di guardarsi allo specchio e scoprire che, per fortuna, non siamo Kiss-me Lica, e quindi forse c’è qualcosa d’altro qualcosa di diverso, per noi, qualcosa che va al di là di una parrucca cotonata.

Bisognerebbe massacrarla, la Kiss-me Licia che è in noi, quella bambolina sempre adolescente dagli occhi grandi e il corpo non ancora adulto, perchè non siamo più quello, è finita, siamo andate oltre.

 

Bisognerebbe scrivere e disegnare nuove eroine, ecco cosa bisognerebbe.

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Gen 11 2012

Asia shaker

Dice il Dotto` che, arrivata a Bologna, potrei mettermi nel mezzo di Piazza San Francesco con un cartello recante la scritta

 

reduce dall’Asia
aiutatemi

 

Eh, perche` adesso che si avvicina il giorno della partenza, e mio malgrado le valigie cominciano a chiudersi, mi scopro all’improvviso tutta sballottata e mi domando come sara`, essere catapultata da un giorno all’altro in un mondo dove le persone si toccano in continuazione, ti guardano in faccia, e se c’e` qualcosa che non va NON SMETTONO DI PARLARTI ma ti chiedono spiegazioni.
Allora potrei aver bisogno di una sorta di sostegno psicologico, meglio se corroborato da un coadiuvante etilico o -in senso piu` lato - stupefacente. Potrei aver bisogno di guide, interpreti, gente che mi aiuti a evitare di morire a causa di qualche stupida disattenzione. Potrei ricorrere al nostro compianto e amato servizio sanitario nazionale per domandare se non ci sia la possibilita` di incontri settimanali con qualche specialista che mi aiuti a curare la mia febbre asiatica.

Io non lo so cosa succeda agli altri, quando arrivano in Asia. Che poi l’Asia come abbiamo avuto modo di ripeterci piu` e piu` volte e` milledduecento cose, la Corea non e` il Giappone e non e` la Thailandia, e quindi dire Asia ha poco senso, da un certo punto di vista, ma ne ha anche tanto e non so spiegare perche` ma piu` si sta qui e piu` si capisce che la parola Asia ha un valore, e allora non so cosa succeda agli altri, ma posso dire che se per caso sei una fanciulla e hai un paio di grammi di cervello e magari li usi, se queste condizioni sono rispettate e sulla loro base arrivi in Corea ecco, allora avrai davvero davanti dei giorni difficili. Intensi, belli quanto vuoi, ma difficili.

Perche` cioe` adesso parliamo di me, no. Io mica sono di pietra. Mica arrivo qua come un monolite calato dalla luna e dico ecco prendetemi o cosi` o niente. Mica sono inscalfibile. A me ’sta Corea mi ha provata. Mi ha fatto venire i dubbi porcamaella, dubbi politici, dubbi sociali, dubbi privati. Perche’ quello che vedo a volte non mi piace. Ma d’altra parte il mondo che ho lasciato, manco quello mi piace. E allora non ho soluzioni, ho comprato il libro dei problemi e non mi hanno dato l’appendice con le risposte, eh. Rimango senza parole.
Che poi questi dubbi, maledetti loro, non arrivano dalla porta e bussano educatamente. No. Essi s’insinuano, in genere di notte, e tu ti svegli la mattina e ti guardi allo specchio e improvvisamente ti scopri a raccontarti che
NON E’ VERO
che tutti i corpi hanno la loro bellezza. Non e’ vero. Hanno ragione le coreane. Ci sono dei corpi belli e dei corpi brutti, e il corpo bello deve pesare non piu’ di 50 chili e rispondere a precisissimi criteri proporzionali, roba che le lezioni di educazione artistica delle medie ci fanno un baffo. Pura tecnica.
NON E’VERO
che siamo padrone dei nostri corpi. Non e’ vero niente di niente. Non e` vero che nel mondo c’e` spazio per tutte. Nel mondo c’e` spazio solo per quelle che corrispondono a certi canoni estetici.  E basta, non si discute.
Quello che ci andiamo raccontando e` un bel mucchio di menate. Siamo troppi su questo pianeta e non c’e` posto per tutti. Non so chi abbia deciso le regole, chi abbia definito i canoni cui bisogna aderire per stare nel gruppo di “quelli che hanno diritto”, ma ho scoperto in Corea che questo gruppo esiste, e io non ne faccio parte, e posso continuare a blaterare stronzate sull’emancipazione e i diritti quanto voglio, sono solo grosse e profumate stronzate.

Lo so, potrebbe sembrare adesso che io sia partita con uno dei miei tormentoni filosofici sulla donna e il corpo e l’uso del corpo eccetera. Potrebbe addirittura sembrare che io stia usando dell’ironia. E invece no. Io sono seria, serissima. Per la prima volta nella mia vita mi sono venute le paranoie. Questo binomio vincente /perdente, che sta ovunque, mi e` entrato come un piccolo virus e mi devo fare violenza per non utilizzarlo. Sono una vincente? sono una perdente?
Il mio corpo, sicuramente, in Corea perde, e`gia` il simbolo di una sconfitta inevitabile, quasi karmica. Il mio atteggiamento, poi, che ne parliamo a fare.
Un disastro,  non ne ho combinata una buona.
Sono troppo intraprendente per i maschi, troppo imbarazzante per le femmine, non rispetto le regole, non mi inchino al momento giusto, non mangio al ritmo opportuno e non rispondo ai messaggi col giusto ritardo.
Mi interesso troppo alle persone. Cazzo.
Mi interesso troppo alle persone. E
soprattutto, in genere, credo a quello che mi dicono.

Ecco questo e` un errore fondamentale. Non bisogna mai, mai credere a quello che ti si dice. La verita` e l’onesta` intellettuale sono dei concetti culturalmente troppo connotati per essere condivisibili.
Diobbuono che fatica, che senso di spaesamento.

Infatti tra una settimana parto e ho la sensazione di stare dentro un frullatore, ho l’impressione di essere stata provata, fiaccata nella mia identita’ da questo viaggio. Bisogna a un certo punto avere l’umilta’ di rimettersi in discussione, e’ vero. Sono arrivata qua convinta di essere una persona aperta, mi riempivo la bocca di parole come accettazione convivenza multiculturalismo. Erano tutte balle. E’ difficile, difficile porca miseria.
Me ne vado con molte domande in piu`, e soprattutto con molti silenzi. Me ne vado con la certezza di aver vissuto in un mondo dove bastava guardarmi per capire che ero una perdente, e mi domando se non sia poi un pochino vero.
Sono arrivata convinta che il confronto onesto fosse l’unico modo per vivere la vita e le relazioni. Da questo punto di vista ecco, sono affranta, affranta, perche` il confronto onesto qua e’ un concetto che non ho mai incontrato.

Eppure sono contenta, perche` mi sembra di essermi presa un bel paio di ceffoni, ben centrati, e di aver riacquistato un po’ il senso delle dimensioni, del mio essere minuscola, della piccolezza del mondo in cui ho vissuto fino a qualche mese fa, e sono contenta, sono completamente persa ma sono contenta.
E’ tutto spostato dentro di me, un casino, un macello, un campo di battaglia di quelle battaglie medievali, morti feriti e cavalli a gambe all’aria, ma mi sembra di essere viva, mi sembra di crescere, mi sembra di darmi una possibilita`.
Non lo so, che cosa  mi porto.
Non lo so.
Magari me ne accorgo tra dieci anni.
Adesso sto qua, con tutti i pezzi di me sparsi come un puzzle e non mi ritrovo.
Ma io, per questo rimestamento totale, mi sento di essere grata. Mi sembra un regalo immenso, una possibilita`, un nuovo punto di partenza. Ecco.

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Ott 23 2011

Non sono morta ero solo impegnata.

Succede che a un certo punto il mio ritardo sulla vita aumenta e quindi anche scrivere diventa faticoso, tanto più che ci sono giorni in cui mi domando ma scrivere per cosa, perchè? Succede che le ore trascorrono e io non faccio mai in tempo a fare tutto quello che avevo programmato, allora mi domando se non siano le ore che vanno troppo veloci o io che ho programmi troppo ambiziosi. Succede che mi viene una specie di sfinimento quando penso a questo sito e alla sua fondamentale inutilità insomma succede che ciclicamente mi abbandono un pochetto alla vita e la smetto di riflettere su quello che succede, tutto muore e la mia memoria si mette in stand by fino a nuovo segnale.
A dire la verità manco oggi il segnale è arrivato, allora ho premuto il tasto cerca-nuova-rete, perchè mi sembra proprio che ci sia qualcosa che non va, ho tutto questo silenzio dentro di me, tutta questa ovatta tutto questo intontimento.
E mentre cerco nuova rete butto giù qualche parola incarognita quanche nonsenso provo a verbalizzare porcapaletta che sennò mi pare che implodo.

Succede che sono arrabbiata ecco cosa sono, perchè a me questo paese mi sembra terribilmente, terribilmente maschilista, di quel maschilismo gretto che ti dice di non esserlo, di quel maschilismo infimo che si maschera di emancipazione. e ci sono alcuni maschi che mi hanno persino derisa, poichè “è la parola stessa maschilismo, ad essere anacronistica”e a me mi viene voglia di pigliarle a sberle, le persone così, cazzo.

Questo paese mi sembra così profondamente maschilista che le più maschiliste di tutti sono spesso le femmine, femmine che si adattano e si incastrano perfettamente dentro caselline improbabili, e se tu pocopoco non ci entri, in queste caselline, sono loro le prime ad attaccarti, loro le prime a distruggerti, e io mi domando perchè, mi domando se non sia forse la paura che un corpo diverso, una testa diversa, possa far crollare questo mondo dove portiamo tutte la 38 o la 40.
Mi lasciano agghiacciata le donne che mi deridono per il mio corpo, senza peraltro porsi alcuna domanda, senza preoccuparsi del fatto che questo corpo che ho, lui sì, è l’unica cosa veramente mia, e me lo sono guadagnato centimetro per centimetro, e ho rischiato più e più volte di perderlo, e si porta addosso questi trentadue anni di sbattimenti sì, ma anche di intensissima gioia e godimento e a me sembra una cosa meschina riportare tutta la nostra capacità di sfidarci sul piano di una taglia in meno, perchè le mie gambe non entreranno mai nei tuoi pantaloni ma probabilmente anche il mio cervello, anche quello non riuscirà mai a entrare nella tua scatola cranica, stronza.
E sei ancora più stronza perchè finisce che io le domande me le faccio sul serio, e comincio davvero a domandarmi se non sia il caso di mangiare meno e pensare meno, di perdere più tempo nei centri commerciali e di chiedere ai tipi con cui esco se mi portano la borsetta e se si mettono la mia stracazzo di foto nel portafogli.

E mi fanno incazzare tutti questi luoghi comuni sulle donne che fanno sesso per far piacere ai loro uomini, sulle femmine che se fosse per loro eviterebbero ma poi per compiacere e via discorrendo, mi fanno incazzare ancora di più tutti i maschi che proprio questo vanno cercando, la bambola passiva preoccupata solo del fatto che essi, come si dice qua, finiscano.
Mi fanno incazzare tutti questi maschi occidentali che vengono a scoparsi le bambole di carne e non si fanno una domanda che sia una. E mi fanno incazzare le bambole di carne. E non capisco dove stia l’inghippo, dove si trovi il nodo.

Dove devo andare a tagliare con le mie forbici? con chi devo prendermela? ha senso che parli di educazione sessuale con tutte le donne che conosco con l’unico risultato di essere presa per una pazza volgare con tendenze alla prostituzione? Tutto questo mi fa incazzare e mi fa sentire terribilmente impotente.
Poi finisce che una sera sono a cena in mezzo a una colonia di canadesi e non so manco come ci sono finita, canadesi maschi e canadesi femmine, io l’unica non canadese, dunque tutti mi spiegano come si mangia il tacchino coi lamponi, o forse no, coi mirtilli insomma mi spiegano e sono gentili e a un certo punto mi rendo conto che ci sono diverse persone nella stanza che mi guardano come se io fossi attraente, cazzo, come se io fossi una donna attraente, mi guardano e mi desiderano, probabilmente in una maniera assai più che superficiale ma è chiaro che mi desiderano, e improvvisamente io mi scopro di nuovo attraente e mi incazzo ancora di più, porca miseria, perchè mi rendo conto di essere caduta in uno di quei profondissimi burroni culturali, mi incazzo ancora di più perchè mi rendo conto che sono settimane, mesi, che nessuno mi guarda così, e soprattutto mi incazzo ancora di più perchè questi stronzissimi canadesi hanno tutti i calzini di spugna bianchi e corti e io non ho nessuna voglia di scopare con uno coi calzini di spugna, bianchi e corti, porcamiseria.

Poi succede che finisce pure il weekend e io mi rendo conto che senza averci capito una cippalippa sono finita nel turbinio di una città dove siamo tutti di passaggio. Ma questo del passaggio è un concetto difficilissimo che si merita un altro post. Allora adesso vado a elaborare una metafora per spiegare ai miei amici il concetto di “pressione sociale”.

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Ott 09 2011

Verso il nuovo cyborg

Proseguo la mia indagine antropologica in questa Asia imperscrutabile. Mi guardo attorno in metropolitana e quello che vedo sono donne di un’età imprecisata tra i 17 e i 45 anni, che più le guardo e più mi sembrano indefinibili, più le guardo e più c’è qualcosa che non mi quadra in questi vestitini anni cinquanta, in questi tacchetti appuntiti, in questi capelli sempre lucidi sempre morbidi.
C’è qualcosa che non mi quadra, sì, perchè mi sembra che tutte queste donne abbiano in mente un unico, immodificabile modello, sempre lo stesso, sempre per tutte. E i capelli non saranno mai sufficientemente soffici e brillanti, gli occhi mai abbastanza profondi, le palpebre mai perfette, la pelle mai bianca a sufficienza.

 

Intravvedo in metropolitana -come un ingombrante fantasma-
lo stereotipo di una bellezza uguale per tutte e per tutti.
Mi scontro contro il sogno di una donna bambina, bellissima e bambolissima, la pelle bianca come la porcellana, le labbra perfettamente disegnate come quelle di un manichino antico in una teca. Attorno a me ci sono tutte queste bambole che sfoggiano tre, massimo quattro modelli di vestiti, tutti uguali, e cambiano solo i colori, e le taglie, anche, sono tutte uguali. Infatti entro in un negozio e scopro che non ha i camerini. Allora entro in quello dopo. Idem. Idem pure in quello dopo ancora e così via. Non esistono i camerini, perchè non c’è bisogno di provarli, i vestiti. Calzano su tutte in maniera identicamente perfetta, tre taglie, proprio in caso ci sia qualche imperfettissimo centimetro di differenza, tre taglie che in realtà praticamente si equivalgono, e tu non puoi fare altro che scegliere il colore.
Abbiamo la bambola sportiva, giovane, con fuseaux attillati, scarpe da ginnastica americane e grossa felpa un po’ scesa sulle spalle, cappuccio tirato su, una taglia o due più grande del necessario, come se fosse appena stata sottratta al cassetto di un immaginario fidanzato.
Abbiamo la bambola supergiovane, accollatissima ma con shorts inguinali, zainetto di marca, ipod ipad e quant’altro. Abbiamo la bambola elegante da vernissage e successivo fidanzamento, gonnellino al ginocchio stile anni cinquanta, tacchetto sottile capello raccolto trucco leggero borsetta al gomito.
Abbiamo infine per i più esigenti la bambola da sera, tacco più aggressivo, minigonna più corta e forte rossetto in pendant con le unghia, un po’ di tulle, molti brillantini e giacca a vento alla Dick Tracy.

Ecco le nostre perfettissime bambole coreane,
tutte attorno a me, tutte immobili tutte perfette,
impossibile sorridere, mi si rovina la pelle.

Allora faccio un po’ di domande e scopro che in media una ragazza coreana ci mette due ore, e dico due ore a prepararsi ad uscire. Scopro che ha nel suo bagno un esercito di creme sbiancanti antirughe antilucido antiossidanti antianti.
Scopro che due donne su tre in Corea a diciott’anni si sono già fatte una plastica. Eh già, la plastica, che costa massimo tremila euro e magari vai a fartela in Thailandia, così ti riposi in una bella beauty farm.
Tutte accanitamente a tentare di avvicinarsi al gigantesco fantasma che ho intravisto in metropolitana.
Gli occhi più grandi
La palpebra più profonda
La fronte più curva
La mandibola meno sporgente
Le gambe meno arcuate
Il seno più grosso
Il naso più dritto
Le labbra più carnose
ma anche e soprattutto:
riduzione dello stomaco, che se pesi più di 36 kili è una tragedia
asportazione delle ghiandole sudorifere, che sudare è attività assai poco nobile
riduzione della fascia muscolare laterale dei polpacci, costituzionalmente spesso troppo grandi

e dopo una certa età arriva il rinvigorimento vaginale,
così da avere di nuovo la vulva di una quindicenne, sai mai.

 

Il nuovo cyborg è già tra di noi, in metropolitana negli uffici sugli autobus. Non ride non piange a stento parla, per paura che arrivino le terribili rughe. Mangia poco. Gode anche meno. Il corpo non è fatto per godere ma per essere guardato, accudito.
E infatti il grande fantasma cui tutti questi piccoli cyborg cercano di assomigliare è quello di una donna bambina e bambolina, non sexy non seducente nè tantomeno intelligente, ma semplicemente tenera. Una ragazza cui portare la borsetta, una fanciulla da accompagnare a fare shopping, un piccolo perfetto cyborg dall’età indefinibile da sfoggiare coi colleghi di lavoro. Una bambola gonfiabile (ma poco, poichè deve rimanere magrissima) per soddisfare veloci appetiti.

Mi domando se queste donne pensino, o se abbiano paura delle rughe al cervello.

Che poi arriva il momento del disclaimer, perchè so che esistono orde di donne e uomini bacchettoni e paladini del progresso chirurgico, che mi diranno che cos’hai contro la chirurgia estetica?
Niente, niente, niente contro la chirurgia estetica, e se vi state fermando a questo andatevi a far plastificare il cervello.
Ma mi stravolge questa schiavitù, quest’impossibile aspirazione a una perfezione da cyborg, mi stravolge questo modo di intendere il corpo come un disegno da migliorare continuamente fino a che non sia esattamente uguale all’originale.
Questi corpi meccanici.
Queste bellezze tutte uguali.
Questo continuo richiamo al grande fantasma del cyborg.

Mi inquieta quest’unica bellezza possibile, quest’omologazione del gusto, mi fanno venire i brividi questi sempre-giovani eserciti di cyborg che escono dalla metropolitana per vincere la loro guerra contro la diversità.
Mi lasciano stravolta quelli che mi dicono che “in fin dei conti anche se ho le rughe non sono poi da buttare” (e mi è successo davvero).
Io non lo so se è Seoul, se sono le coreane, se è questa corsa verso un progresso meccanico che è stata trasmessa ai corpi prima ancora che ai cervelli.
Sono tutte perfettissime, le donne che vedo, e quelle che non lo sono rimangono infelici, complessate, incapaci di collocare da qualche parte del mondo la loro diversità, i loro cinquantacinque, mioddio, cinquantacinque chili, la loro fronte leggermente schiacciata, i loro piccoli occhi.

Queste amazzoni del progresso meccanico che in metropolitana indugiano per un attimo su di me e poi ricominciano a parlottare ma senza troppa animazione, poichè non vogliono rovinare la maschera di fondotinta e sbiancante che hanno posto sul viso perfetto.

 

Come glie lo faccio, a queste, un discorso sul diritto alla diversità, all’unicità del corpo? che senso ha per loro? di che vado blaterando?

queste e altre domande mi pongo, mentre mi preparo alla mia nuova piccola guerra in metropolitana e guardo gli uomini occidentali che sbavano per i cyborg-bamboline.

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Set 25 2011

io in mezzo a ventimilioni di poco allegri ragazzi morti

Comincia tra pochissimo un’altra settimana da st(r)agista epperò io oggi sono un po’ meno crucciata di quanto non lo fossi domenica scorsa, sarà che ieri ho fatto dei giri per scoprire la città e ho dischiuso porte su mondi che mi sono apparsi molto affascinanti e sì, cazzo, mi sono anche divertita, ma soprattutto ho esplorato ho cercato ho annusato e ho pure guadagnato cinquantamila won prestando la mia santa vocina per un progetto non meglio definito ma in fin dei conti chi se ne frega, son trenta euro e passa, ci mangio per una settimana e son contenta.
Che hangover che risacca che disfacimento stamattina, ero tutta un relitto ma poi pensavo a ieri alla nottata incredibile, attorno a me peruviani tedeschi filippini e persino un americano che mi diceva che la colpa di questa stronzissima crisi è tutta della maledettissima globalizzazione e io non ci potevo credere, non ci potevo credere che fosse proprio uno della California a dirmi una roba del genere, e nei fumi dell’alcool pensavo allora il momento della grande rivoluzione sta forse arrivando, se pure gli americani si svegliano e la smettono di menarcela che il segreto è il mercato ma quale mercato.

Non si fa che parlare della crisi dell’Europa qui in Asia, io non capisco bene se loro siano preoccupati di colare a picco o se non vedano l’ora di pigliare la palla al balzo e fare il colpaccio e via, si comprano tutto, Italia compresa, e ti faccio vedere che bel casino mondiale. Io sinceramente a tutte le domande paratecniche non so cosa rispondere, tantomeno non sapevo cosa rispondere ieri, che prima del momento topico avevo ingaggiato una gara di birra con un tedesco e insomma, ovviamente avevo perso ma mi reggevo ancora abbastanza bene, sebbene ferocemente abbrancata al parapetto di un appartamento al quindicesimo piano in un posto dove a s s o l u t a m e n t e non saprei tornare.
Allora per un po’ ci ho provato ad essere seria e a dire all’amica filippina che insomma sì, stiamo cercando una strategia comune, che ce la faremo, ma dopo un po’ mi sono girata l’ennesima sigaretta e le ho detto frankly I don’t give a shit. Lei ha riso, per quanto mi ricordi.
Che se tutto va male e l’Europa laggiù affonda, io in fin dei conti sono qua e ci ho anche il visto, quindi insomma, ieri sera nella sbronza mi sentivo anche minimamente paraculata, pensavo che era come quelle persone che per sbaglio erano uscite di casa mezz’ora prima del terremoto e la casa bum giù. E loro vive. E la casa morta. La sbronza ti fa essere egoista e ti fa dimenticare i buoni propositi di lotta eccetera. Io ieri sera volevo solo bere e dimenticare la solitudine la precarietà la struttura volevo solo divertirmi con quegli amici occasionali che probabilmente non rivedrò mai più ma che mi hanno fatto sentire meno sola in questa città sterminata.
Seoul è un casino e il sabato mattina tutti si acchittano vestiti da trekking e vanno a passeggiare sui monti che circondano la città, a me sinceramente mi fanno ridere, perchè non c’è un cazzo da fare trekking, sono camminate su stradine sterrate rese perfettamente agibili, a volte leggermente in pendenza, ecco, ma non c’è bisogno di tutto quell’armamentario e poi diokèn mi fanno ridere mio malgrado tutte quelle braccia coperte dal sole e quei cappelli a falde larghe e l’orrore della luce che hanno in molti qui. Lo so questo commento è un po’ razzista e disvela una mia certa difficoltà nell’accettare i costumi altrui, lo so lo ammetto ma oh è così, ho comprensione e ammirazione per moltissime cose della Corea che sto conoscendo, ma questa cosa del sole e della bianchezza della pelle proprio non la mando giù, mi fanno impressione le vagonate di creme sbiancanti che si vendono nei negozi di bellezza, mi fanno impressione quelle facce da teatro No, cadaveriche a dispetto di un colore che evidentemente sarebbe più vitale, mi fanno proprio una certa impressione e certe volte in metropolitana percepisco lo sguardo di disapprovazione, pur se culturalmente ipercelato, nei confronti delle mie braccia nude e abbronzate e della mia faccia che, mioddio, ha delle rughe! delle rughe! ma vuol dire che io cazzo faccio delle espressioni!!! non è armonioso non è corretto non è bello.
Mi viene a volte voglia di fargli le linguacce, a certi cadaveri di bambola, solo per il gusto di dimostrare che cosa può fare un corpo, quanta paura può incutere, ma poi mi dico cazzo vitantonio calmati in fondo cosa vuoi che sia sei soltanto salita in un vagone pieno di cadaveri epperò i cadaveri sono la maggioranza, immagina cosa penserebbe uno di codesti cadaveri se fosse catapultato che ne so sulla circumvesuviana in pieno agosto in mezzo al sudore ai colori alle grida ai bambini obesi alle nonne con l’alluce valgo, il cadavere pazientemente cercherebbe di non farsi troppo contaminare da tanto disordine e forse penserebbe cose tanto razzisti quanto quelle che stai pensando tu adesso, o forse no, nella sua cadaverica armonia asiatica farebbe dei pensieri sul mondo sull’armonia e su Confucio e non giudicherebbe tutte le signore starnazzanti e i loro borsoni pieni di timballi da portare in spiaggia. A me personalmente oggi persino gli starnazzi mi mancano un po’ ma è solo l’hangover e questo cazzo di fuso orario che rende difficilissima ogni comunicazione con le persone che mi sembrano vive e che amo e che mi mancano. Io non capisco com’è questa storia del fuso orario, non potremmo avere tutti nel mondo uno stesso orario? perchè la terra gira non potrebbe starsene ferma perbenino? e adesso non sarebbe che qui è quasi notte e in Italia è pomeriggio, sarebbe che ci potremmo parlare e non si dovrebbero prendere questi appuntamenti allucinanti tipo ci sentiamo alle undici e poi scopri che l’altro intendeva le undici sue ma alle undici sue tu eri nel pieno del sonno perchè per te erano le sei diokèn. Io non avevo mai pensato che il fuso orario potesse occupare tanta parte dei miei pensieri. Sarà che non ho niente a cui pensare?
Epperò alla fine il fuso orario in tutta la sua stronzaggine ti costringe anche a farti la tua vita qui a non stare sempre attaccata a quello che hai lasciato, che poi tanto lo sai che tornerai ad Atlantide, ammesso che non sia ancora affondata, e qualche cosa succederà.

Questo pensiero mi porta direttamente a un corpo a un odore a mille odori e sapori e sguardi e cose che mi sembra di avere ancora appiccicate sulla pelle e allora mentre sto qui senza mutande a scrivere il mio post da stragista mi sale un miscuglio di cose che finisce che adesso chiudo tutto e mi vado a fare una passeggiata. Sì lo so ho appena scritto che sto senza mutande. Però voglio specificare che fino al busto sono completamente vestita. In questo sono diventata molto coreana, chè i coreani sono moooolto timidi e pudichi per quanto riguarda il busto le spalle il seno che non si deve vedere niente sennò mioddio è uno scandalo, però sotto puoi pure uscire in mutande, che quello non è un tabù. Allora io per porre una controtendenza a questa mia scomodissima uscita razzista di oggi sui cadaveri eccetera ho deciso di essere più realista del re e sto girando in casa completamente vestita fino al busto e poi nuda. E’ un gesto a favore dell’integrazione.

Bene adesso vado a dormire e domani devo ricordarmi di mettere le mutande perchè non essendo i miei colleghi coreani non so se apprezzerebbero questo mio gesto di apertura interculturale yeah.

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Lug 10 2011

V.M.18

Quando ero piccola pensavo che da grande avrei avuto un tailleur viola coi bottoni dorati, sarei stata magra come le barbie e non avrei portato più gli occhiali. Prima di addormentarmi visualizzavo sempre quest’immagine di una me bellissima, coi capelli lunghi e cotonati, vestita di viola, con le spalline imbottite come andavano negli anni ottanta, che scendeva di corsa le scale della casa di Campobasso per andare a un appuntamento con un eterno fidanzato che ovviamente era come Ken, forse un po’ più morbido, ma gentile premuroso e sorridente proprio come lui. Forse aveva anche la macchna cabriolet.

 La notte in questa città è umida, bagnata, odorosa, che mi viene voglia di camminare nel parco e rotolarmi come una gatta fino a quando non sono tutta sporca d’erba, e in questa fantasia ovviamente nel parco ci sono solo io, non esistono tutti i frikkettoni ubriachi che giocano a chi lancia il diablo più in alto cantando le canzoni di De Andrè fino al suicidio di massa.
Se tutti i miei sogni di relazione non si fossero già schiantati contro le mie angustissime quattro pareti bianche e rosse adesso starei qui ad odorare  il sudore di un altro corpo, a respirare la lentezza di questo calore quasi insostenibile, ad ascoltare la pelle che si dilata sotto le carezze. Ci sarebbe la finestra socchiusa e il tempo sarebbe infinito mentre noi ci consumiamo.
E invece i miei sogni di relazione si sono infranti e quasi quasi io il problema dello scambio di liquidi lo risolvo definitivamente con l’acquisto online di silicone preformato anallergico, che almeno non ti comincia a fare una serie allucinante di tarantelle quando è ora di sloggiare. Il silicone, peraltro, ha il grande pregio di essere completamente consenziente nel momento in cui tu gli dici sai, mi trovo proprio bene con te, mi piacerebbe che la nostra fosse una relazione basata sull’onestà, cerchiamo di andare a fondo senza preoccuparci degli schemi e dei modelli coi quali siamo cresciuti. Stiamo in questa cosa fino a quando dura la passione, non ci distraiamo, cazzo non ci distraiamo che già questa vita è sufficientemente dura e basta un attimo di deconcentrazione per perdere tutto il coinvolgimento e tutto il piacere. Stiamoci dentro, a questa passione, fino a quando non saranno finite le batterie.
Il silicone preformato anallergico reagisce in maniera entusiasta di fronte a queste proposte.
Non ha bisogno di mostrare la sua emancipazione (a te, ma soprattutto a se stesso) facendo cazzate davanti ai tuoi occhi, non si spaventa, non si cruccia, non ha retaggi politici religiosi o morali, non si ammanta di finto materialismo. Il silicone è per natura appassionato e onesto.
Insomma il silicone preformato anallergico ha sicuramente dei vantaggi e io credo che, infranti tutti i miei sogni di relazione passionale col genere umano, la soluzione stia proprio nella sperimentazione di un’onesta relazione con l’inanimato, poichè nell’inanimato sta il futuro, e poi diciamocela tutta, il silicone non ha un cervello ma neppure finge di avercelo. Il silicone non fugge terrorizzato ogni volta che la relazione si fa un tantino più interessante, temendo di rimanere troppo coinvolto (ma coinvolto da cosa, scusami?) il silicone, come me, non ha intenzione di preservarsi. Anzi, si consuma, volontariamente e voluttuosamente.
Se avessi voluto preservarmi non starei qua adesso, dico. Sarei la junior manager di qualche superazienda di prodotti iniqui, mi farei il lavaggio del sangue una volta all’anno, utilizzerei morigeratamente droghe pesanti di alta qualità e non avrei tempo per fantasticare sulla mia appassionata relazione col silicone preformato anallergico.
E invece io non mi voglio preservare, non mi interessa. Mi voglio consumare, voglio stare nelle relazioni fino a quando si può, prendere e dare tutto, arrivare quasi a fidarmi, che poi si sa, tutto finisce. Anche le batterie finiscono. Credo che la soluzione stia proprio in quel sito che vedevo oggi, ma se non sei cittadino americano non lo puoi ordinare, il compagno della tua vita, cazzo.
Devo trovare una soluzione.
Certo, se il ministero degli esteri mi firma la sua stracazzo di convenzione e mi spedisce all’estero io sono sicura che laggiù potrò con molta facilità fare l’incontro del mio semestre e avere un paio di approfondite avventure con l’inanimato.
Non ho sonno.
Non ho manco voglia di scopare, che l’idea di scopare apre scenari terrifici di maschi che pretendono di addormentarsi nel mio letto come se niente fosse, come se l’epica impresa del coito desse loro automaticamente il diritto di distruggere il mio già precario sonno. L’idea di scopare si porta appresso la distanza, lo sguardo vacuo di chi ha il terrore di consumarsi, di chi dice di non voler restare, e invece non vuole partire.
Quanto mi annoiano, questi piccoli omicidi seriali che non portano dentro nemmeno il brivido del mistero. E’ tutto già svelato dal momento in cui si mette mano alla scatola dei preservativi.
Mi annoiano gli occhi chiusi, le fronti corrucciate, i finti gesti di generosità, le prestazioni acrobatiche che si risolvono in una parodia, mi annoia la mancanza di onestà, l’incapacità di stare col corpo, di vedere davvero chi hai di fronte, mi annoiano, mi annoiano quelle di certi maschi e quelle di certe femmine, mi annoiano terribilmente, queste finte emancipazioni dal sentimento che si risolvono nel meschino omicidio seriale che si ripete sempre uguale a se stesso a prescindere dalla vittima. E non ci rimane un pochino di amore, non ci rimane un po’ di generosità.

Cercavo qualcosa di diverso.
Forse cercavo qualcosa di meno.

C’era un film che avevo visto quando avevo tredici anni, che in realtà non avrei potuto vedere perchè era vietato ai minori di quattordici, e a un certo punto lui, che era Roman Polanski, le chiedeva  “e quelle cose che facevi? quei corsi di danza?” lei rispondeva “la danza è una cosa che si fa col cuore, e io ho il cuore spezzato”.

 

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Apr 23 2011

guai a chi ci tocca!

Published by lucilla under corpo, viaggi, carla vitantonio, amici, donne

Allora è finita che siamo partite in tre, l’Annina, Sara e io, alla volta del sud adriatico. Tutto fatto perbenino davvero, scorta di cd e di sigarette, casa chiusa come si deve, complicatissimo sistema di vasi comunicanti per salvare le piantine dal dolore per la mia assenza, cibo acqua occhiali da sole cappottino che a Crampobasso fa freddo, buonumore quasi fastidioso.
Le prime ore nonostante le code trascorrono in confidenze scherzetti e piccoli gossip, di quelli che si dicono in macchina e in nessun altro luogo. Io certo gossip ne ascolto più che raccontarne, ma in compenso ho tutte le mie teorie sulle coppie eterosessuali che sembrano molto azzeccate per il nostro terzetto battagliero. Le espongo con entusiasmo e quasi mi dimentico che sono due stronzissime notti che non dormo a causa di questa schiena che mi farà diventare a breve gobba, sola e sofferente come Edith Piaf senza farmi avere tutti i suoi soldi e tutta la sua morfina.
Ma ecco, abbiamo appena messo un po’ di gasolio, guardato con attenzione tutti i tipi di preservativi che si vendono vicino alla cassa, allacciato le cinture, abbandonato l’autogrillo da km sette, che sento pafffff. Ebbene sì è quello che temo: abbiamo bucato, siamo lontanissime da una qualsivoglia piazzola di sosta e ogni essere umano conosciuto si trova a troppissimi km da noi.
E’ il momento di dimenticare che ho le unghie smaltate di fresco.
Ci mettiamo con entusiasmo, l’Annina sommersa da una ruota più grossa di lei, io stesa per terra a recuperare la ruota di scorta, Sara a saltare a piè pari sulla chiave per svitare i bulloni (oddio, forse se li abbiamo svitati erano viti, altrimenti li avremmo sbullonati, no? )
Abbiamo bucato la ruota davanti quindi nell’ordine dobbiamo togliere la ruota di dietro, mettere al suo posto quella di scorta, poi togliere quella davanti e mettere quella di dietro. Mi sembra un processo piuttosto ingarbugliato ma sembra che possiamo farcela.
Mentre ci alterniamo all’avvitamento e al giragira ridendo, ci immaginiamo quanto un incidente del genere sarebbe stato preso con rigidità e panico dalla metà dei maschi che conosciamo (ebbene sì, anche in questa occasione cito quel povero disgraziato del mio ex fidanzato che ormai è diventato la mia barzelletta preferita).
Non ti muovere, metti il triangolo, mantieni questo, non far muovere quello, stai attenta a quest’altro, levati di mezzo.

Gli automobilisti strombazzano e non sappiamo se sia per le tette di Sara, dell’Annina o delle mie, fatto sta che nessuno si ferma a darci una mano ma noi proseguiamo sorridenti ed entusiaste, siamo tutte sporche di grasso e ovviamente nella mia auto non c’è una salviettina manco a pagarla così ci rimettiamo felicissime in macchina dopo meno di mezz’ora, ruote cambiate chiavette rimesse a posto triangolo ripiegato e giubbetto incastrato in qualche strano antro del sedile posteriore.
Solo per scaramanzia ci fermiamo al primo autogrill e chiediamo al baldo benzinaio di dare un’occhiata alle gomme, che forse non siamo state in grado di stringerle abbastanza.
Ecco, io vorrei essere in grado di descrivere la scena del benzinaio che vede scendere queste tre donne coperte di grasso, sorridenti e sghignazzanti, e per controllare le gomme si mette i guanti.
Si mette i guanti!!! Non riusciamo a smettere di ridere. Le ruote sono messe al posto loro e lui non può fare proprio niente. Allora ci prova con la battutina “ovviamente non avete messo triangolo nè giubbetto” e noi lo secchiamo, proprio non riusciamo a fare altrimenti. Ci sorride un po’ rigidello dicendo che comunque le gomme sono troppo vecchie e il sottotesto evidente è  “ma vedi queste tre lesbiche”.

Ricominciamo il viaggio cantando Rino Gaetano e Gennaro Cosmo Parlato.
Fino al sud, quando come in una tavola di Pazienza vediamo Termoli che ci aspetta schiacciata in un tramezzino, tra cielo e mare, e il nostro viaggio insieme è finito qua.
Saluto le fanciulle più avventurose dello stivale e mi faccio l’ultimo pezzo di viaggio attraverso le mie montagne da sola.
Ora che sto arrivando ho quasi voglia di tornare.
Lo so che non ho tutto sotto controllo, la mia schiena sembra prendere in giro me e tutti i miei deliri di onnipotenza su me stessa.
Lo so che non ho tutto sotto controllo e che prima o poi anche Superlucilla perderà pericolosamente qualche pezzo.
Lo so.
Che mi aspettano giorni ancora più duri. Che io stessa a volte non ce la faccio a starmi dietro.
Epperò oggi ho cambiato una ruota sull’autostrada con le mie amiche, e forse non è tutto sotto controllo non è neanche tutto normale però lo splendido smalto rosso sulle mie unghie è intatto, il sole ha scaldato il nostro viaggio, mio nipote si ricorda il mio nome e lunedì canterà “bella ciao” insieme a me. E soprattutto, in questa casa ci sono molti, moltissimi antidolorifici.

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Feb 10 2011

dimmi quando quando quando

E’ vero. Da quando ho cominciato il master la mia vita privata è completamente scomparsa da qualsiasi orizzonte possibile, e la mia vita politica è diventata anoressica come nella migliore tradizione delle finte attrici della Societas Raffaello Sanzio.
Epperò stamattina nel tentativo di capire quello che succede in questo paese ho avuto la cattiva intuizione di accendere la radio mentre mi facevo la doccia. Non c’è che dire, sono proprio una ragazza multitasking.

ORA. Io vorrei dire al nostro presidente del consiglio che pronunciare una frase tipo “alla fine pagherà lo stato, perchè farò causa allo stato” non è una semplice dichiarazione d’intenti, è un ricatto. perchè la frase sottesa è ” e saranno i cittadini a pagare per questo ignobile atto eversivo della magistratura”, e non ci vuole un linguista per capirlo.
Caro presidente, io non sono la più colta nè la più intelligente delle cittadine, eppure questo sottile gioco l’ho capito fin troppo bene, come ho capito che la pratica del ricatto sia ormai quella che lei -e quelli come lei- preferite a qualsiasi corretto confronto politico.
Io non voglio esagerare dicendo che in un paese normale il presidente si sarebbe già dimesso da un pezzo, non voglio fare la parte dell’eversiva dicendo che in un paese normale la gente avrebbe già occupato le piazze da giorni come sta facendo in Egitto, non ci tengo per niente, anche perchè caro presidente, lei si può permettere di fare causa allo stato, io, se mi fanno una multa da 34 euro perchè sto andando in bici contromano sotto i portici, mi devo vendere il cappotto per pagarla.
Allora grazie tante, non le dirò caro presidente che in un paese normale lei non avrebbe proprio potuto essere nelle condizioni di dire quello che ha detto e fare quello che ha fatto, perchè ormai è chiaro, questo NON E’ un paese normale, e lei può permettersi di utilizzare il ricatto come unica forma di concertazione così come prima e insieme a lei hanno fatto Marchionne Gelmini e sarcazzo.
Questo non è un paese normale, io ormai cel’ho ben chiaro nella testa, il concetto. E sto bene attenta a rispettare le regole, io, che non ho scelta, perchè se io non le rispettassi finirei sbattuta in galera senza nemmeno un trafiletto di pubblicità e la gente farebbe molto presto a dimenticarsi di me.
E vede presidente il punto è proprio questo, che lei e i suoi state riuscendo a farci dubitare dei nostri stessi diritti. Quello che fino a una quindicina di anni fa era garantito perchè ti spettava in quanto essere umano adesso è un regalo che eventualmente chi ti governa ti fa.
Sarà che sto studiando le colonie francesi, presidente, ma questa cosa qui non sta nello stesso libro delle democrazie.

Faccio fatica a scrivere oggi perchè sono stanca, perchè per guadagnarmi da vivere lavoro diciassette ore al giorno e non ho più tempo manco per incazzarmi. Faccio fatica a scrivere eppure scrivo perchè ho capito una cosa: con i vostri ricatti, prima di tutto, state rubando il mio tempo. E allora il mio tempo io me lo riprendo e scrivo, e ci metto mezz’ora e scrivo male e sono tutta incartocciata dentro la mia rabbia e c’è una parte di me che pensa che mezz’ora in meno di lavoro è uguale a un tot di euri in meno per sopravvivere però scrivo lo stesso perchè non mi fregate. Cazzo. Lei non mi frega, presidente, e non mi fregano manco quelli dell’opposizione ufficiale che vorrebbero nascondersi dietro il mio corpo per una bieca moralista battaglia che non ha niente a che vedere con i miei diritti di cittadina e di essere umano. Non mi fregate.
I vostri ricatti non mi toccano, perchè mi avete già tolto tutto quello che avreste potuto e anche parte di quello che teoricamente mi era dovuto.
I vostri ricatti non sono per me, perchè io non ho niente, e quindi non ho più paura.

Ecco cosa avete creato, presidente, una generazione di persone che non ha niente da perdere, perchè non possiede più nulla, a parte il proprio corpo. E col mio corpo io ci faccio quello che voglio.

E il 13 febbraio lo metterò di nuovo in piazza contro di lei e contro i suoi ricatti.
Mi costi quello che mi costi.
Io ho già pagato tutto sulla mia pelle.

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Feb 02 2011

cacca culo spinchi sgnacchi magna grugna frullallà

sto sito sta facendo la fine della mia vita privata:muore di morte lenta e atroce, si consuma, come i due bambini di Gravina che caddero non so dove e li trovarono tutti consumati. Sono il coooonte Ugolinoooooooooooooo e mi magno la testa de li figli miei cossì da sopravvivere

La promozione della conad per avere le padelle bellissime sta per scadere e io non sono arrivata a fare trenta bollini, Questa è una notizia devastante davvero, poichè io tanto la desideravo, la padellina antiaderente nella quale farmi i funghetti in umido o la zucca al rosmarino o i broccoli o l’ovetto frittissimo.
Invece non l’avrò, la padella, perchè le cassiere non mi vogliono dare i bollini che mi spettano di diritto. E’ una disputa, quella del bollino, sulla quale mi sto intrattenendo da qualche settimana. Io trovo eticamente scorretto che mi si rifiuti il bollino mentre in Egitto un regime di quarant’anni o giù di lì sta crollando e quelli menano le bombe sui musei e io mi domando perchè. Ma la conad non sembra essere particolarmente interessata ai problemi egiziani nè tantomeno ha intenzione di riconoscermi quale esperta mondiale di medioriente indipercui mi nega il bollino con atto unilaterale a mio avviso impugnabile di fronte alla commissione internazionale per i diritti dell’uomo. Perchè secondo me la padella è un diritto inalienabile dell’essere umano e io non cel’ho. Vorrei tanto una padellina di teflon magari rossa fuori e bianca dentro come un ravanello, ma costanassai le padelline di teflon. Dunque mi accontenterei di una di quelle un po’ piu’ vetuste, antiaderenti come andavano di moda fino a qualche tempo fa. Pure loro però non scherzano, costano più delle mie lenti a contatto. E nessuno che al mio compleanno mi abbia regalato una padella oh. Anzi al mio compleanno non m’è stato regalato quasi niente del tutto perchè c’è la crisi, e io che speravo di farmi il corredo.
Allora sono intervenuti Francis e la Ire che m’hanno dato una padella che loro non usavano più. Però ho un problema: è una padella nella quale ci stanno comode comode, come in un salottino, una decina di uova. La teoria di Francis è che il grande fa il piccolo, ma il piccolo non fa il grande. Io però faccio un po’ fatica a gestirmi la padella che da sola è più grande della mia cucina e dunque ho provato coi bollini del supermercato ma m’ha dato proprio male. Mannaggia.

So’ stanca, eccome se so’ stanca, ma problemi di etica e politica internazionale mi tolgono il sonno e soprattutto mi domando se il tasso di interesse nel modello keynesiano sia fisso oppure variabile quanto la posizione della corte di giustizia sulla questione kosovara. Che poi si sa, il fatto che la Turchia non entri in Europa è una questione di religione.Vorrei tanto andare a Seul.

Vorrei tanto svegliarmi domattina e avere la forza di sorridere a tutti e in cambio ricevere gentilezze e padelline e amore vorrei che mi tornasse l’ormonella vorrei sentirmi bella e che gli altri bella mi vedessero vorrei avere gli occhi dritti e i capelli frisee vorrei che il mio primo pensiero la mattina non fosse oddio non so come pagare l’affitto vorrei che la mia mamma e il mio babbo fossero ricchio così che  io potrei comprarmi una padella e altre cose fondamentali e magari stare in una casa un po’ più grande vorrei che le lotte mi portassero da qualche parte vorrei non sentirmi sempre a disagio sempre vestita male anche quando credevo di essermi vestita bene vorrei essere simpatica e non sembrare prepotente vorrei avere venticinque anni e non aprire quella porta vorrei non aver perso l’orecchino della mia mamma vorrei che mia sorella ci avesse un lavoro e che la mia amica Ale se ne andasse lontano anche io vorrei andarmene lontano in un paese dove posso amare le persone e dove esse possono amare me vorrei che Alice non cadesse sul ghiaccio che la Ceci non avesse la cistite vorrei che le gatte dimagrissero che i semi che ho regalato ai  miei amici germogliassero vorrei una padella vorrei una padella vorrei una padella.

Cacca culo cacca culo cacca culo.

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