Archive for the 'precarietà' Category

Feb 25 2014

Io, lui, la scimmia.

A un certo punto in questa domenica inutile mi chiama un amico mio e mi dice oh ieri mi sono ubriacato come se non ci fosse un domani. Mi piace questa maniera di vedere le cose e in particolare l’alcool, come la fine temporanea eppure definitiva di tutto. Compresi i sensi di colpa che uno lo sa, che se si ubriaca oggi come se non ci fosse un domani, domani il domani arriverà e ti piscerà malamente in faccia fregandosene di te e dei tuoi sogni alcoolici di mettere fine agli ultimi (ancora) rimasugli di adolescenza.

Allora adolescenza quando ti decidi ad andartene a visitare qualcun altro, non ti sei ancora stancata di questo corpo mezzo rottamato che si dimena il venerdì sera senza curarsi di usi e costumi locali, ovunque il locale sia?

Adolescenza malefica impiccati e lasciami andare incontro alla noia di una quotidianità fatta di salottini e cene preparate con una settimana di anticipo. Lasciami desiderare di avere del tempo libero per lavorare ai ferri. Adolescenza meschina abbandonami e non farmi rimpiangere quello che non ho più poiché ho deciso così.

Ti ho sfidato, adolescenza stronza, e vincerò questa sfida per la madonnina degli adolescenti. La vincerò a costo di trascorrere ancora innumerevoli venerdì sera abbarbicata in cima a una bottiglia di vino troppo costoso, la testa infilata nel collo a urlare nel fondo vuoto il mio dolore di ragazza abbandonata troppi anni prima che qualcuno potesse salvarmi.

Me ne starò lì appesa sul ciglio dell’abisso di una bottiglia svuotata da me e canterò, stonata, di tutto quello che non è andato come volevo. Salvo poi il giorno dopo rimettermi in ordine e cercare di ritrovare tutti i pezzi di me. C’è sempre il mistero di dove ho lasciato le scarpe. Ma le chiavi, quelle non le perdo mai.

Il sabato mattina si farà beffe di me e io sarò troppo rivoltata per muovere obiezione alcuna. Ma mi sarò arresa alla normalità.

Insomma che cosa voglio?

Ah sono qui che agito il mio fioretto furiosamente contro tutti i miei incubi.
L’incubo di rimanere piccola,
quello di diventare grande,
e quello di essere invecchiata senza essermi goduta il tutto.
Ah, in guardia, vi affronterò tutti, uno dopo l’altro e anche insieme se avete il coraggio.

Qual è il sottotesto di tutto ciò? Il sottotesto è che non sono abbastanza pronta ad accettare che la vita è andata così come è andata e se ne è fregata di desideri, sogni e aspettative. Il sottotesto è che mi delude trovare il peggio dei miei nemici dentro di me. Il sottotesto è che ho dimenticato come si fa a chiedere scusa. Che sto comoda nella mia solitudine. Che quando ho ragione, ah quando ho ragione, avere ragione mi piace così tanto che piuttosto mi gioco tutto il resto. Mi tengo la ragione, ecco. Ecco cosa mi hanno insegnato questi anni.

Col cazzo che viaggiare ti apre la mente.

No.

Viaggiare ti richiude con la testa dentro la bottiglia, a cantare sempre le stesse canzoni, mentre tutti i tuoi altri vivono senza di te e tu non sai più che cosa scrivere. Perchè per scrivere ci vuole un desiderio. E io ai desideri ci ho rinunciato in cambio di qualcosa che al momento non mi ricordo.

Figuriamoci capire se ne valeva la pena.

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Dic 25 2013

Nessuno mi può giudicare

(pensieri prodotti il 16 dicembre, poco prima di rientrare nello stivale natio) 

Tra giorni pochissimi e ore 59 zompetto con grande eleganza sull’aereo che mi riporterà tra le braccia di Mamma Europa. Ella m’accoglierà alla frontiera, a Monaco di Baviera, quando con il mio passaporto europeo mi accoderò ordinatamente nella fila dei privilegiati, i cittadini con le stelle sul passaporto. Quando arriverà il mio turno sorriderò civilmente al biondo militare tedezzco che guarderà il mio visto e mi dirà “bentornata a casa”. Tratterrò a stento le lagrime di commozione e, visto che non fumo più, e non posso dunque rinchiudermi nelle gabbiette di vetro sponsorizzate dalla Camel, mi fionderò nel primo starbucks per comprare un americano tall, che diobon qualcuno un giorno mi spiegherà perchè il caffè piccolo da starbucks lo chiamano tall. Sorriderò anche alla lavoratrice precaria dello starbucks. Perchè a natale siamo tutti più buoni e anche io, anche io che per definizione sono una gran stronza, anche io a natale sono più buona, e sorrido magnanima alla precaria dello starbucks, la avvolgo nell’abbraccio che mi ha riservato Mamma Europa e mentalmente le dico di non preoccuparsi, perchè l’Europa ci salverà.

A stare troppo tempo lontani da quella catastrofe si finisce con il pensare davvero che sia un bel posto. Un po’ come quando si dice eh, come stavamo bene da giovani. Ah come rimpiango la giovinezza.

Col piffero che la rimpiango. Stavo malissimo, mi odiavo e odiavo tutti, il mondo era profondamente ingiusto e non sapevo cosa volevo, e se lo sapevo non sapevo come raggiungerlo, e nessuno mi prendeva sul serio, le droghe leggere erano illegali e l’equo canone era stato abolito. Vivevamo in appartamenti male riscaldati e non si poteva scaricare la musica da internet. Io i miei vent’anni non li rimpiango manco per un po’, perchè quando uno è giovane l’unica cosa che c’ha è la giovinezza. Il resto è uno sfacelo.

E così l’Europa. Ah come stavamo bene in Europa. Eh no. Io non ci stavo bene manco per niente. Una miseria l’Europa. Me ne accorgerò nel momento in cui la scoglionatissima lavoratrice precaria dello starbucks a Monaco di Baviera non ricambierà il mio sorriso imbecille, ma mi fulminerà con uno sguardo da 6 euro all’ora senza malattie né ferie pagate. In quel momento la smetterò di rimpiangere i fidanzati perduti e gli amici scomparsi, in quel momento elaborerò tutti i lutti che questa mia scelta ha comportato e tirerò un bel sospiro di sollievo perchè la lavoratrice precaria dello starbucks avrei potuto essere anche io e avrei dovuto dire ventiquattromila volte al giorno americano tall e mocha latte e caramel macchiato con un bell’accento del cazzo, per storpiare tutte le parole italiane come va tanto di moda.

Davanti alla lavoratrice precaria dello starbucks mi renderò conto che ne è valsa la pena, che tutti questi morti non sono morti inutili, e che quegli stronzi che hanno deciso di uscire dalla mia vita perchè sei troppo complicata e poi sei troppo lontana, quegli stronzi se ne possono anche andare a fanculo mentre io mi gusto il mio americano tall servito da una lavoratrice precaria. Ecco.

Per questo dovrò ringraziare la lavoratrice precaria dello starbucks, perchè lei rappresenta tutto quello che io non sono ma che avrei potuto essere in qualsiasi momento della mia vita.
E che sono stata per anni.

E che per non essere più ho un cimitero intero da piangere, e di molte morti non conosco la causa né la data.

E’ successo e basta, è il prezzo che ho pagato per stare dall’altra parte del bancone.

Immolerò tutti questi morti sull’altare del mio americano tall e forse finalmente la smetterò di sentirmi in colpa come se li avessi ammazzati io.

Non li ho ammazzati io.

Lavoratrice precaria dello starbucks.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte del bancone.

Ho fatto tutto il possibile.

Ci ho messo la faccia, il corpo, ci ho messo il teatro, me stessa ci ho messo, per anni, lavoratrice precaria.

E non ho vinto.

Ho perso, a dirla tutta.

Allora ho deciso di cambiare. Perchè se stai giocando e ti rendi conto che gli altri barano, e non riesci a rimettere le cose a posto, allora l’unica cosa è cambiare gioco.

Lavoratrice precaria, non mi fulminare con il tuo sguardo da 6 euro all’ora.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte e io da questa.

Ho fatto tutto quello che potevo. E tu?

Vuoi venire a visitare il cimitero dei miei morti?

(quiero que me perdonen los muertos de mi felicidad, cantava Silvio Rodriguez)

Non ti accuso di quelli.

Sono il prezzo che ho pagato io.

E’ meglio o peggio dei tuoi 6 euro all’ora?

Io non lo so, ma francamente sono felice di stare da questa parte del bancone, e questo americano tall che ho comprato ben sapendo che costa troppo, questo americano tall assolutamente iniquo, questo americano tall che costa quanto mezz’ora del tuo tempo, questo americano tall mi piace un sacco.

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Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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Ott 24 2013

Folpetti poenta e n’ombra de vin

Oggi 24 ottobre ero lì che mi chiedevo ohibò che giorno sarà, il 24 ottobre? Proprio non mi veniva in mente ma sicuramente qualcosa doveva essere successo il 24 ottobre di molti anni fa perchè io mi sentivo come quelle volte che è il compleanno di qualcuno e tu stai proprio per dimenticartelo. Una sensazione orribile, ammettiamolo.

Pensa pensa, eh già che in questo posto abbiamo molto tempo per pensare, soprattutto se la connessione internet non funziona e tu sei lì ad aspettare - fervente come una fedele alla madonna delle connessioni - che  il segnale telefonico ritorni, l’amatissimo, perpetuo, monotòno tuuuuuuuuu che indica che la Cina di nuovo ti ha messo in condizioni di entrare in relazione con il resto del mondo. Ne abbiamo sì, di tempo per pensare, mentre il computer si impalla, il riscaldamento non funziona, l’elettricità se ne va proprio nel momento meno opportuno e il tram sotto la finestra si ferma a cinque metri dalla pensilina provocando lo sciamare di un numero incredibilmente alto di persone che sì, evidentemente erano proprio tutte lì dentro, non c’è niente da dire.

Ma devo mettere più verbi di senso compiuto e più punti. Quando sono troppo nervosa o proiettata nell’agire mi succede che la scrittura mi si incastra e continua come quando si blocca il tasto a e scriviamo aaaaaaaaaaaaaaaa. Sono incastrata e invece no. Punto e a capo.

Dicevo dunque pensa pensa ho scoperto cosa è il 24 ottobre. Il 24 ottobre era il giorno in cui, quando si abitava ancora a Padaniacity, si andava a Noventa alla sagra dei folpi. I folpi sono i polpi ovvero quegli animali pieni di zampe e ventosucce un po’ viscidini ma molto succulenti, succulenti assai direi soprattutto se cucinati a puntino alla fiera del folpo di Noventa. Insieme al folpo si piglia la poenta, si beve un’ombra de vin, o magari due o tre, alla fine della serata si guardano i fuochi d’artificio e poi un po’ mbriaghi si torna a casa tutti felici, cantando canzonette varie, in carovana.

La sagra del folpo era sempre una sagra un po’ erotica in cui si finiva con lo strusciare la coscia contro quella di colui col quale avresti voluto fornicare al termine dei fuochi d’artificio. Spesso il desiderio diventava realtà, forse perchè eravamo giovani e belli, forse perchè ubriachi, o forse perchè il folpo aveva davvero un che di miracoloso, davanti al folpo tutto poteva diventare realtà.

Ecco un folpetto mi ci vorrebbe adesso, ai cui otto tentacoli confidare i miei desideri più borghesi e le mie paure più telegeniche. Se avessi un folpo gli chiederei l’entusiasmo, l’entusiasmo gli chiederei, quello che non ho più e che le persone attorno a me non sanno nemmeno cosa sia.
L’entusiasmo di rischiare, di scommettere sul numero difficile, l’entusiasmo come quella volta che abbiamo deciso di andare in Cina insieme perchessì.
L’entusiasmo di quando si comincia.
O di quando si ricomincia.
L’entusiasmo dell’amore.
Delle cose che sembrano scontate ma non lo sono.
Folpo mio, vorrei non avere paura e non respirare paura attorno a me. Vorrei saltare sapendo che non sono sola. Vorrei fare come in quella scena di Aladino. Ti fidi di me? Sì, vorrei dire, mi fido di te. E allora ci metteremmo a cantare il mondo è mio. La vita non sarebbe facile, perchè è chiaro che su un tappeto volante tutto è sempre molto precario e basta un minimo passo falso per cascare giù e rovinare tutto. Tanto più se mentre sei sul tappeto stai anche cantando, insomma sei impegnata in una serie di compiti di una certa difficoltà, ma sarebbe bello cercare ogni giorno nuovi modi di stare in equilibrio mentre il tappeto continua a viaggiare e sì, sì, a volte potremmo avere l’impressione di perdere il controllo, ma farebbe parte del gioco. Il mondo è mioooooo.

Invece niente tappeto niente Aladino. Calcoliamo l’entità del danno prima che esso avvenga. Carro davanti ai buoi, testa fasciata prima di cadere e varie ed eventuali banalità della nostra esistenza noiosa, noiosa, noiosa. Che cosa ce ne andiamo a fare, fino all’Asia più asiatica, se poi rimaniamo indecisi nella speranza che qualcosa di meglio ci accada?
Io una cosa ho capito, una cosa sola. Che non basta un singolo, isolato, gesto eroico per vincere contro la pigrizia interiore. Ogni giorno, ogni giorno bisogna prenderla a picconate. Per questo vorrei avere un folpo con otto tentacoli, e otto picconi.

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Ott 07 2013

Arriva un bastimento carico carico di fatti miei. La rivincita del gossip.

Accade così che per il secondo settottobre consecutivo guardo la grande piramide di fronte a casa mia proprio come nel famoso fumetto, quello che hanno letto tutti e grazie al quale ciascuno pensa di essere un superesperto di questa zona del mondo, così da poter scrivere frasi imbecilli su facebook e farsi cliccare i mi piace a go-go. Chissà che almeno la cumulazione di mi piace non porti a un’estemporanea manifestazione ormonale tipo scopata in un angolo del centro sociale o nel furgoncino o se proprio vi va bene, ragazze, in una stanza da letto in appartamento condiviso, con tanto di imbarazzo pubblico la mattina dopo a colazione di fronte ai coinquilini.

 

No ma dicevo che proprio così, mi succede che anche quest’anno sono qui a guardare la grande piramide attorniata dalle nuvole proprio come il monte Olimpo, mentre gli dei là sopra si ubriacano a suon d’ambrosia e pasteggiano con i resti della mia giovinezza, giocandosi a dadi il mio nuovo contratto lavorativo. E non c’è cometa che tenga, non ci sono magi ad annunciare la buona novella, qui è tutto un delirio d’antico testamento, sangue e duelli e vendette e sacrifici e le Ifigenie si sprecano mentre io mescolo tutte le peggiori tradizioni sulle mie sacre tavole.

 

Ah sì, la piramide di fronte casa mia si avvolge comodamente in una nube dispettosa mentre mi si seccano i capelli perchè l’aria comincia a essere intrisa di polvere di carbone, allora succede che si passano i pomeriggi del sabato chiusi in casa con l’olio di semi sulla parrucca nel vano tentativo di evitare la calvizie.

E proprio mentre queste amene ripetizioni esistenziali si avvicendano come nel tabellone del monopoli, ecco che pesco la carta dell’imprevisto e ti becco sua grandità nientepopodimenocchè un uomo, che mi fa quasi quasi pensare che ho pagato il mio debito alla vendetta e forse posso smetterla con la castità. Sono lì che me lo guardo e mi par proprio inviato dagli dei a loro volta appollaiati in cima alla piramide. All’inizio con tutta me stessa rifuggo il pensiero e mi abbarbico alla mia fortezza proprio come nel Deserto dei Tartari. Inespugnabile me ne sto. Ma egli contrattacca con armi biologiche e sofisticatissime fino a che sul ponte non sventola bandiera bianca. E succede dolcemente che quasi mi abituo all’idea. La sua voce come le sirene di Ulisse ancora mi incatena ed è bellissimo perdersi in questo incantesimooooo. Mi sento una persona normale. A volte quando mi affaccio al balcone per innaffiare i miei esperimenti di piantine lo vedo che rientra a casa dopo il lavoro. Imparo che il sabato va a giocare a pallone e che le cose divertenti gli interessano più di quelle importanti. L’estate è meravigliosa e appiccicosa come piace a me. La notte camminiamo per una città segreta che mai mai potremo raccontare. Andiamo al mercato e giochiamo alla coppia borghese lei spendacciona lui consenziente. Preparo la colazione sul terrazzo e la facciamo durare un’ora e a volte un’ora e mezzo. Addirittura una volta espatriamo e ce ne andiamo nel mondo normale. No dico, Cina, capitalismo, caffè all’aperto e noi che ci facciamo le fotografie col telefonino. Non chiediamo molto per essere felici. Sua grandità mi fa ridere e mi canta le canzoni più stupide del mondo. E’ paziente e non ha paura di dire che ha paura. E’ estremamente maschio nella sua incapacità di ascoltarmi nei momenti importanti ma questo mi diverte e mi appassiona, perchè poi quando c’è da esserci lui c’è e mi chiede pure l’amicizia su facebook. Ci perdiamo camminando in una ex fabbrica di pezzi elettrici. Mi prende in giro perchè non trovo la strada. Poi scopre di non riuscire a trovarla nemmeno lui. Sfrecciamo sui tuk-tuk verso i paradisi dell’elettronica cinese. Guardiamo serie televisive sul computer, mettendoci una cuffietta per uno e sedendoci uno dietro l’altro nel corridoio del treno che ci porta a Dandong. Scopriamo le tortine della luna. All’unisono dichiariamo che Dandong ci fa schifo.

 

Tornati a casa si diventa ufficialmente ufficiali e si va alle cene e ai ricevimenti assieme. Intanto l’estate appiccicosa è diventata un’estate secca e poi un principio d’autunno, io non fumo più dalla notte in cui sua grandità mi è bellamente saltato addosso creando un mezzo incidente internazionale, in compenso ricordo all’improvviso che sua grandità ha una missione a tempo determinato, proprio come nel più riuscito dei miei spettacoli.

 

E quando ce lo ricordiamo a vicenda, con la quiete che lo contraddistingue sua grandità cerca di rimanere più a lungo.
Le prova tutte.
O quasi.
O non abbastanza.
O senza troppa convinzione.
O senza fortuna.
Non lo sapremo mai.
O gli dei sulla piramide si sono all’improvviso risvegliati e hanno scoperto che sarebbe stato troppo facile farci vincere questa partita così.

 

Sua grandità non trova scappatoie sensate. Parte alla fine del mese e buonanotte.

 

Gli dei sono là sulla piramide a ubriacarsi alla faccia mia, che pensavo fosse amore, invece era un cooperante.

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Set 13 2013

La mezza luna cadde sull’orsetto della duracell e questi morì.

Questa mezza luna non impegnativa si staglia con fare interrogativo sopra il blackout delle dieci di sera, io la guardo e penso che sarebbe proprio bello cominciare qualche cosa di importante con mezza luna. Basta con queste stupidaggini secolari della luna piena, delle donne e le loro lune, dell’uomo che diventa lupo mannaro con la luna, dei lunatici, della luna che si specchia nel pozzo e di tutta la letteratura eroticosentimentale che ne consegue.
Mezza luna si addice alla mia esistenza borghese.
Ha ragione il mio amico svizzero, che forse il segreto della vita è che è noiosa, e quando arriveremo alla fine non potremo fare altro che domandarci se davvero abbiamo fatto bene, a cercare di fuggire la ripetitività dell’esistenza borghese che ci sarebbe toccata se non avessimo fatto i lavoratori umanitari.

Perchè alla fine le giornate sono noiose anche qui, anche voglio dire in qualsiasi buco di culo di mondo, sono noiose lo stesso, ci sono giornate che non ti passano più, che il lavoro è bloccato, o è la strada tra casa tua e l’ufficio a essere bloccata, o semplicemente sei bloccata tu, perchè ti sembra di morire in questo piccolo villaggio dove nessuno, nessuno dei rapporti che hai sembra abbastanza vero.
Forse il segreto della vita è che davvero la vita è noiosa, non c’è niente da fare, dovunque tu vada a nasconderti dalla noia essa ti scoverà e ti sbeffeggerà, tanto che tu ti domanderai ma diobono non facevo prima a rimanermene a Crampobasso?

Perchè in questa notte di mezza luna io penso proprio che mi sembra di essere ritornata al via, senza nemmeno pigliare le ventimila lire, ho girato sul tabellone avanti e indietro, imprevisti, probabilità, persino tentativi di collaborazioni sentimentali, erotiche, lavorative, e alla fine eccomi qua senza una lira, mi sono dovuta vendere persino vicolo stretto, sono al punto di partenza e la differenza, la differenza è che almeno a Crampobasso avrei avuto il bar con il caffè la mattina e avrei potuto fare domande a qualcuno e magari capire le risposte.

Eccola la mezza luna malefica che coi suoi effetti borghesi uccide la poca poesia che mi era rimasta.
Che fai tu mezza luna in ciel?
Dimmi che fai? Maledetta luna a metà che mi fai venire voglia di non essere me?

Mezza luna assiste a questo mio struggimento borghese, che se fossi stata in un film di Elio Petri almeno avrei ammazzato qualcuno, invece no, sono qui a farmi le domande come un impiegato di nome Amleto, e da brava borghese rimango in fin dei conti dove sono, con questa mezza luna che no, non preannuncia niente di buono, e se mi dovessi guardare da fuori credo che salterebbero agli occhi alcuni inconfutabili dati riassumibili in un semplice assioma da cronica insufficienza economica. Ovvero sì, sono stressata.

La mezza luna non mi ispira, non mi risponde, se ne frega di essere la mia musa, sono le zerozeroeddiciassette, tra sette ore devo pigliare un aereo, le persone attorno a me fanno discorsi confusi, i miei amici attori sono generalmente molto felici che io non faccia più l’attrice perchè ero un caterpillar, una bestia, facevo della concorrenza sleale, sì, perchè il teatro mi bruciava come una maledizione. E adesso che non mi brucia più tutto è più mite, i miei amici attori mi amano molto di più, io guardo ’sta mezza luna inutile, che intanto ha acquisito un preoccupante colore rossiccio. Se non mi sposto mi sanguina addosso come il cadavere del teatro dentro di me. E’ morto, morto davvero?

Mezza luna sanguinolenta e borghese ghigha di fronte ai miei pessimi tentativi di tenermi insieme. Le storie borghesi non hanno un lieto finale. Anzi, non hanno un finale. Le storie borghesi continuano fino a esaurimento batterie, come l’orsetto della duracell.
Dura di più
Dura di più
Dura di più
Dura di più
Dura di più

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Ago 19 2013

Le conseguenze dell’amore e menate varie.

Succede così che a un certo punto sono svelati tutti i trucchi e la ragazza nella cassapanca non verrà più tagliata a metà. I miei occhi lo vedono bene, che rimane tutta intera, come pure vedono il fazzoletto nascosto nella giacca, l’uovo, il cappello dal doppio fondo e tutto il resto.

L’amore diventa un grosso e patetico baraccone, ognuno ripete la sua parte perché ci è stato insegnato che si fa così, che questo circo è il futuro che ci spetta, e dunque replichiamo lo stesso copione all’infinito alla ricerca della storia col lieto fine.

 

Che tuttavia non arriva, perché i paramenti dei cavalli sono sdruciti, c’è puzza di merda tutt’intorno, l’uomo più forte del mondo si è dopato ed è lì con la testa tra le mani che cerca disperatamente un po’ di ketamina, la ragazza fuscello ha scoperto il femminismo e il diritto a pesare più di quaranta chili, e niente sarà mai più come prima.

 

Lo spettacolo è stato meraviglioso e incantevole fino a un certo punto, ricordo ancora con quanta gioia mi prestavo ad ogni replica, e proprio come nel teatro vero nessuno spettacolo era uguale al precedente, non esistevano copie, c’erano solo sentimenti nuovi che nascevano ogni volta e fiorivano e si manifestavano in tutti i loro fuochi d’artificio e luccichii e colpi di scena. Tutto era così plateale. Ti ricordi le canzoni dedicate durante i tuoi concerti? E quella volta che abbassasti l’attaccapanni a muro per farmi capire che volevi che venissi a vivere con te? Ti ricordi di quando apparisti in quella città sconosciuta mentre facevo uno spettacolo, solo per dirmi che volevi stare con me? Ti ricordi quando mi chiamavi Luce e camminavamo tutta la notte per le strade della città alla ricerca di cose che esistevano solo dentro di noi? Tu, voi, io, tutti insieme, diversi e comunque sbagliati nell’accoppiamento. Tappeti di rose stesi per darmi il benvenuto in una casa, sassi lanciati contro la mia finestra alle cinque del mattino, viaggi interminabili in autostop per raggiungermi e dirmi che il nostro tempo era adesso. Ogni volta era diverso, bellissimo, intenso, ogni volta pareva che il lieto finale fosse proprio dietro l’angolo. Mettevamo in scena lo spettacolo ed eravamo gli attori principali del circo delle meraviglie, ogni volta lasciandoci sorprendere dalla bellezza dei nostri stessi trucchi, ogni volta facendoci trasportare dall’illusione di poter cambiare il finale.

 

 

E poi a un certo punto tutto è terminato e questo baraccone è triste e fuori moda, le tende cadono a brandelli, la luce se n’è andata da un pezzo, ci sono io, c’è lui, vecchio, nuovo, non importa comunque troppo simile a tutti quelli del passato, comunque troppo lui, replichiamo meccanicamente il copione come in un laboratorio di commedia dell’arte. “Grande amore! Grande dolore!” troppo spesso mentre lo diciamo mi viene quasi da ridere, mi appoggio con fare melodrammatico la mano sulla fronte e spero che la forma mi porti finalmente a toccare il contenuto, io so già quello che accadrà dopo e lui pure, facciamo timidi tentativi per vedere se l’altro ricorda la battuta ma sì che la ricorda, allora andiamo spediti e saltiamo le tappe.

 

 

Poi all’improvviso, per brevi momenti pare quasi che si accendano di nuovi i riflettori della gloria amorosa,
pare quasi di essere di nuovo in contatto col sentimento,
mi batte il cuore,
lo guardo e mi guarda,
pare quasi che lui sia proprio Lui e io sia proprio Lei,
l’innamorato, l’innamorata,
noi,
il progetto, i cuori la capanna e tutto il resto,
ma sono attimi,
attimi che mi fanno poi piombare in una tristezza ancora più totalizzante quando terminano,
attimi che mi aprono la tenda sul fondale e si spalancano sul triste retrobottega del sesso senz’amore
(sesso a malincuore),
delle incomprensioni, dei piccoli egoismi, degli spazi che non si è più pronti a condividere,
del non detto e del detto troppe volte,
dei fantasmi del passato e di tutte quelle che ha amato più di quanto potrà mai amare me,
e di tutti quelli che io,
di tutti quelli che io.

 

 

 

Non funziona questa recita, nessuno ride e nessuno si commuove, possiamo chiamarla come vogliamo, possiamo darle i nomi più carichi di speranza, possiamo pregare gli dei e le dee della fertilità, non funziona, perché non mi funziona dentro.

 

Ho già visto la sua incredibile bellezza e con essa tutti i suoi dolorosissimi spigoli,
ho già visto le mie ferite e il male che mi farà,
e la sua incapacità di evitarlo,
quando non la sua voluttà nel procurarmi ferite maggiori,
ho visto le incomprensioni e gli egoismi,
miei e suoi,
ho visto il mio mutismo e la mia paura,
ho visto il terrore di essere abbandonata di nuovo e la disponibilità a fare tutto, tutto pur di averlo ancora.

 

L’ho guardato stamane davanti a tutto il mio amore potenziale apparecchiato in una colazione sul terrazzo, ho ascoltato la sua ironia e osservato il suo ingenuo desiderio di pizzicarmi. Mangiavamo salmone comprato al negozio giapponese su pane che avevo scongelato apposta, bevevamo caffè vietnamita e all’apparenza parlavamo proprio come due amanti senza troppi tabù, il passato il presente e tutto il resto, ma dentro ero tutta rotta, ero tutta rotta mentre il burro si scioglieva sul pane ai semi di girasole, ero ancora una volta la giara che si sgretola in numerosissimi e piccolissimi pezzi, intanto addentavo il salmone e dentro mi sentivo il sangue che se ne andava lontano, mi sentivo il sangue caldo che se ne andava e io che rimanevo fredda e senza sangue a vedere la fine di tutto questo.

 

 

Allora forse è vero che ci sono persone che debbono semplicemente stare sole. O è vero che per me il teatro, e con esso il baraccone dell’amore, e’ un capitolo chiuso. Non voglio più palcoscenici, non voglio più copioni. Voglio restarmene nell’ombra di questa mediocre routine, e rosicare quando la fidanzata del mio ex innamorato lo chiama “il mio lui”. Rosicare, sì, perchè io non mi sarei mai permessa di chiamarlo in questa maniera idiota, imbecille, maschilista e retrograda, e il problema non è che lei ce lo chiami, no, il problema, quello che mi fa rosicare, è che lui lo accetti, che lui sia innamorato di una che lo chiama “il mio lui” proprio come se fosse un fotoromanzo di Cioè che maledettammerda.

 

Voglio starmene in questa routine mentre quegli altri fanno i figli e quegli altri pure, e lui che stamane era sul mio terrazzo passerà anche lui, inutilmente mestamente mediocremente.

Questo penso, che non ho più sogni e non ci ho manco più le mie travi rosse sul soffitto, non ho proprio più niente e non sono manco niente.

 

 

Il mio piccolo geranio ha messo il suo primo fiore, rosso sangue proprio come quelli di mia nonna quando ero piccola e giocavo a barbie e sognavo ovviamente una famiglia e tutto il baraccone di cui sopra. Ha messo il suo primo fiore, il mio piccolo geranio, che ho fatto nascere così, da un rametto piccinopiccino, l’ho prima messo nell’acqua e poi nella terra e poi ho studiato attentamente quanta acqua e quanta cura voleva, e lui mi ha messo il suo primo fiorellino, così. Allora lo vedi che il mio amore per qualcuno o per qualcosa va bene? Le mie piante, le mie piante e la mia mediocrissima routine, questo lungo vuoto che si è creato dentro e intorno a me, questo.

 

 

Si spengano le luci, signori uscite per favore,

oggi lo spettacolo non va in scena per permanente indisposizione dell’interprete.

 

 

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Mag 26 2013

ma non fermarti più, ti ho detto di gridare.

Spengo la tivvù
e la farfalla appesa cade giù
succede anche a me(…)

Ogni volta che torno ci sono delle persone, i fratelli e le sorelle scelti in tutti questi anni di lotta e denti stretti, delle persone con cui basta lo scambio di un accendino e tutto rinasce come se fosse passato un giorno o poco più.
Per queste persone io ogni volta ritorno e trascorro giorni interi, prima di rivederle, immaginando come sarà, di cosa parleremo, come ci guarderemo. Ci sono contatti che semplicemente e meravigliosamente avvengono, e mentre lo fanno io mi accorgo di quanto mi sono mancate le braccia, il petto, la pelle delle guance. Ci sono i respiri, stomaco contro stomaco, o se una delle due persone è un po’ nana, come sono io, guancia contro stomaco, o cose del genere. Organi che si toccano e si parlano. Poi ci sono le risate, gli scherzi, quelli che sappiamo solo noi. I “ti ricordi”, i “non sei cambiata”, i ricci scombinati, la barba e le lavatrici condivise.
Per tutto questo ogni volta ritorno.
Per le persone che non mi fanno paura. Perchè ogni volta che le incontro è casa, eppure ogni volta ci lasciamo stupire da come siamo mutati e da come il nostro incontro può creare una cosa nuova e inaspettata.
Ogni volta prendo la lucillomobile e percorro lo stivale in su e in giù alla ricerca di loro, delle loro voci che non sono cambiate, di quel modo di girare le sigarette, dei fondi di grappa da terminare, delle camminate, delle biciclette legate insieme, delle promesse che si mantengono e di quelle che invece no.
Ritorno e senza di loro non sarebbe uguale.

Tu non pensarci più
che cosa vuoi aspettare

Epperò c’è uno strazio sottile nel vedere come le persone che amo si siano abituate a stare con l’assenza di me.
Progettano, disfano e rifanno, mi aggiornano quando possono, ma non mi contano più tra gli invitati a cena.
Allora mi dico che la prossima volta che torno, forse, la prossima volta che torno in verità non torno, perchè fa male.

L’amore spacca il cuore
spara dritto qui

La prossima volta che torno non torno, la prossima volta scompaio. Oppure non parto più, mai più, smetto di partire e resto per sempre, felice e arresa, resto e ci saranno ogni giorno gli sguardi le mani i sorrisi le sigarette in terrazza.
La prossima volta che parto non torno. O che torno non parto. La prossima volta che.

Ma non pensarmi più
ti ho detto di mirare
l’amore spacca il cuore
spara dritto qui.

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Mag 21 2013

Ancora essere o non essere, amletici dilemmi di una che si pensava ex-attrice.

Io credevo che un anno bastasse a mettere una distanza decente tra me e lui, il mio sempre amato, quello a cui ho dedicato il famoso primo pensiero delle mie mattine e l’altrettanto famoso ultimo pensiero delle mie notti. Lo avevo detto a tutti gli amici cercando di creare una sorta di cuscinetto protettivo, lo avevo scritto per rendere la questione ancora più definitiva, per quanto possa essere definitiva una qualsiasi questione che mi riguardi.

Lo avevo dichiarato a tutti, no? E’ finita, il teatro e me sono adesso due storie separate, due strade che si sono incrociate troppo a lungo. Avevo spiegato i motivi, raccontato di tutte le disillusioni e le sofferenze, avevo descritto il lento infrangersi del sogno e il continuo sanguinare, avevo motivato le decisioni, argomentato le posizioni.

Poi ero partita.

In questo anno ho raramente raccontato della mia lunga storia d’amore, mica mi chiamo Gino Paoli, la vita a Pyongyang è già abbastanza intensa di per sè, non ha bisogno di essere popolata dai fantasmi privati di ognuno. Avevo fatto un cartellone, appeso in corridoio, dove avevo piazzato alcune fotografie. Giusto per non dimenticare da dove ero arrivata. O magari per farmi male, come piace a noi che abbiamo l’ego ipertrofico. O per nutrire il mio narcisismo spropositato di fronte alle facce meravigliate dei pochi che le vedevano. Facevo l’Eleonora Duse de nojartri, avrei potuto languidamente appoggiare una mano sulla fronte e dire ah, no, è una storia terminata, non calco più le scene.

In realtà raramente mi è stato chiesto cosa ne fosse stato di quegli anni trascorsi coi copioni in mano, e ancora più raramente ho raccontato la verità su tutto l’amore e il dolore che ci sono stati.

Fatto sta che credevo, ingenuamente, che un anno fosse abbastanza. Non mi aspettavo di trovarmelo lì, all’aeroporto, il teatro, ad aspettarmi.
Coi lacrimoni.
Apparentemente commosso.
Sei tornata.
E tu sei ridicolo.

Non volevo parlargli, non volevo parlarne. Ho fatto finta di non vederlo e ho tirato dritto. Inutile. Dopo quarantott’ore eccolo di nuovo all’attacco. Ci manca solo il mazzo di rose. Ho una serie di parole poco cortesi e un’infinità di esempi su tutte le volte in cui mi ha delusa e ferita. Ma con gli amanti di questo genere l’elenchi di tale sorta non servono a nulla. Tutto l’amore è solo in questo presente.

No, no, no.
Ecco cosa mi viene da dire. No. Non tornerò a fare OTTO nè nessun altro spettacolo. Non lo farò per vari motivi, alcuni dei quali riguardano il mio noto ego ipertrofico, e altri la mia onestà intellettuale.
Non ho voglia di fare la vecchia attrice che torna sulle scene con la voce distrutta e il corpo sfatto, avvolta in un ridicolo caffettano, a cercare a settant’anni di essere la Giulietta che il suo pubblico si ricorda. Non ho voglia di farlo per me, prima di tutto, perchè mi pare di esserne uscita ancora con una certa dignità, dopo tutto. E non ho voglia di farlo per loro, per i compagni che si ricordano ancora tanto bene dei miei spettacoli da volerli nonostante sia andata via da un anno.

Sì, mi onora e mi lusinga, mi dà il senso di tutto il percorso fatto, mi racconta che non è stato inutile.
Mi dice che non sono stata sostituita, e che probabilmente non lo sarò.
Che quando una storia d’amore così grande finisce non c’è sostituzione possibile, c’è solo lo spostamento dell’attenzione verso altro, e lì, dove c’era quell’amore così intenso, là rimane l’assenza.
Mi racconta che tutti impariamo a vivere con quest’assenza immensa, che giorno dopo giorno ci parliamo e la nutriamo e la sostituiamo a quella persona che è andata via.
Con quante assenze ho popolato le mie passeggiate a Pyongyang? A quante di loro ho raccontato le mie giornate?

Mi commuove che i compagni ancora vogliano sentire Lucilla che fa OTTO, mi fa vedere quanto grande sia il buco che ho lasciato, mi disegna il percorso fatto in quei 15 anni di dedizione assoluta, mi fa tornare un’immagine di me che non ricordavo, l’immagine di un’innamorata completamente devota, dedicata, annullata dentro l’amore.

Ma non sono più così, non voglio.
Mi dispiace.
Penso al momento in cui finisce OTTO, quel momento piccolo piccolo in cui Pentothal trattiene il respiro, e anche io, prima di dire l’ultima battuta.
E lo so che lui dentro di sè mi sta guardando. Allora mi prendo il suo sguardo e lo rivolgo a chi mi sta di fronte. E me li guardo tutti, e me le guardo tutte, uno per uno e una per una, una per uno e uno per una, anche se questa frase sta in un altro copione, che però era la stessa cosa, ero sempre io, era sempre un amore grande grande.
In quel momento là dentro di me ci sta tutta la disperazione mia, privata, di essere umano infelice e disilluso e solo. E però ci sta anche tutta la vita delle persone che negli anni mi hanno detto “questa storia è la mia”. Ci sono tutti i sogni infranti di ciascuno, tutti i relitti delle nostre barchette di carta, sono tutti là, davanti a me, nella mia voce.

In quel momento, improvvisamente, io ho 26 anni, e tutto il male di dopo non c’è mai stato.
Io sono ancora Lucilla, e la vita è una grande possibilità, una grande speranza.

Non lo so, non lo so se ce la faccio a dire di no.
E se questa volta fosse diverso?

E se questa volta fosse amore?

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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