Archive for the 'sogni' Category

Mag 21 2013

Ancora essere o non essere, amletici dilemmi di una che si pensava ex-attrice.

Io credevo che un anno bastasse a mettere una distanza decente tra me e lui, il mio sempre amato, quello a cui ho dedicato il famoso primo pensiero delle mie mattine e l’altrettanto famoso ultimo pensiero delle mie notti. Lo avevo detto a tutti gli amici cercando di creare una sorta di cuscinetto protettivo, lo avevo scritto per rendere la questione ancora più definitiva, per quanto possa essere definitiva una qualsiasi questione che mi riguardi.

Lo avevo dichiarato a tutti, no? E’ finita, il teatro e me sono adesso due storie separate, due strade che si sono incrociate troppo a lungo. Avevo spiegato i motivi, raccontato di tutte le disillusioni e le sofferenze, avevo descritto il lento infrangersi del sogno e il continuo sanguinare, avevo motivato le decisioni, argomentato le posizioni.

Poi ero partita.

In questo anno ho raramente raccontato della mia lunga storia d’amore, mica mi chiamo Gino Paoli, la vita a Pyongyang è già abbastanza intensa di per sè, non ha bisogno di essere popolata dai fantasmi privati di ognuno. Avevo fatto un cartellone, appeso in corridoio, dove avevo piazzato alcune fotografie. Giusto per non dimenticare da dove ero arrivata. O magari per farmi male, come piace a noi che abbiamo l’ego ipertrofico. O per nutrire il mio narcisismo spropositato di fronte alle facce meravigliate dei pochi che le vedevano. Facevo l’Eleonora Duse de nojartri, avrei potuto languidamente appoggiare una mano sulla fronte e dire ah, no, è una storia terminata, non calco più le scene.

In realtà raramente mi è stato chiesto cosa ne fosse stato di quegli anni trascorsi coi copioni in mano, e ancora più raramente ho raccontato la verità su tutto l’amore e il dolore che ci sono stati.

Fatto sta che credevo, ingenuamente, che un anno fosse abbastanza. Non mi aspettavo di trovarmelo lì, all’aeroporto, il teatro, ad aspettarmi.
Coi lacrimoni.
Apparentemente commosso.
Sei tornata.
E tu sei ridicolo.

Non volevo parlargli, non volevo parlarne. Ho fatto finta di non vederlo e ho tirato dritto. Inutile. Dopo quarantott’ore eccolo di nuovo all’attacco. Ci manca solo il mazzo di rose. Ho una serie di parole poco cortesi e un’infinità di esempi su tutte le volte in cui mi ha delusa e ferita. Ma con gli amanti di questo genere l’elenchi di tale sorta non servono a nulla. Tutto l’amore è solo in questo presente.

No, no, no.
Ecco cosa mi viene da dire. No. Non tornerò a fare OTTO nè nessun altro spettacolo. Non lo farò per vari motivi, alcuni dei quali riguardano il mio noto ego ipertrofico, e altri la mia onestà intellettuale.
Non ho voglia di fare la vecchia attrice che torna sulle scene con la voce distrutta e il corpo sfatto, avvolta in un ridicolo caffettano, a cercare a settant’anni di essere la Giulietta che il suo pubblico si ricorda. Non ho voglia di farlo per me, prima di tutto, perchè mi pare di esserne uscita ancora con una certa dignità, dopo tutto. E non ho voglia di farlo per loro, per i compagni che si ricordano ancora tanto bene dei miei spettacoli da volerli nonostante sia andata via da un anno.

Sì, mi onora e mi lusinga, mi dà il senso di tutto il percorso fatto, mi racconta che non è stato inutile.
Mi dice che non sono stata sostituita, e che probabilmente non lo sarò.
Che quando una storia d’amore così grande finisce non c’è sostituzione possibile, c’è solo lo spostamento dell’attenzione verso altro, e lì, dove c’era quell’amore così intenso, là rimane l’assenza.
Mi racconta che tutti impariamo a vivere con quest’assenza immensa, che giorno dopo giorno ci parliamo e la nutriamo e la sostituiamo a quella persona che è andata via.
Con quante assenze ho popolato le mie passeggiate a Pyongyang? A quante di loro ho raccontato le mie giornate?

Mi commuove che i compagni ancora vogliano sentire Lucilla che fa OTTO, mi fa vedere quanto grande sia il buco che ho lasciato, mi disegna il percorso fatto in quei 15 anni di dedizione assoluta, mi fa tornare un’immagine di me che non ricordavo, l’immagine di un’innamorata completamente devota, dedicata, annullata dentro l’amore.

Ma non sono più così, non voglio.
Mi dispiace.
Penso al momento in cui finisce OTTO, quel momento piccolo piccolo in cui Pentothal trattiene il respiro, e anche io, prima di dire l’ultima battuta.
E lo so che lui dentro di sè mi sta guardando. Allora mi prendo il suo sguardo e lo rivolgo a chi mi sta di fronte. E me li guardo tutti, e me le guardo tutte, uno per uno e una per una, una per uno e uno per una, anche se questa frase sta in un altro copione, che però era la stessa cosa, ero sempre io, era sempre un amore grande grande.
In quel momento là dentro di me ci sta tutta la disperazione mia, privata, di essere umano infelice e disilluso e solo. E però ci sta anche tutta la vita delle persone che negli anni mi hanno detto “questa storia è la mia”. Ci sono tutti i sogni infranti di ciascuno, tutti i relitti delle nostre barchette di carta, sono tutti là, davanti a me, nella mia voce.

In quel momento, improvvisamente, io ho 26 anni, e tutto il male di dopo non c’è mai stato.
Io sono ancora Lucilla, e la vita è una grande possibilità, una grande speranza.

Non lo so, non lo so se ce la faccio a dire di no.
E se questa volta fosse diverso?

E se questa volta fosse amore?

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Giu 10 2012

Playa Giron

Improvvisamente mi sveglio, ho trentatrè anni e questo non è il sol dell’avvenir.
Dismessi fieramente i miei sogni in nome di un’adultità che tarda a manifestarsi, potrei forse cominciare a fare ciò che fanno gli esseri umani con un minimo di cervello ovvero iniziare a progettare.
Invece me ne resto a respirare utopie altrui e mi faccio domande da eterna postadolescente in crisi.
Una volta tanti anni fa ci fu una persona che chiamai Compagno. Il Compagno per eccellenza, colui col quale forse condivisi per una primavera la grande utopia di una rivoluzione.

Allora Compagno se sei da qualche parte ancora,
Compagno io ti domando
che cosa ci faccio, coi libri di altre rivoluzioni, se non se ne possono scrivere di nuovi?
Compagno come si fa ad abbandonare i sogni senza sentirsi dei falliti, e a trasformarli in progetti?
Come si fa a lottare ogni giorno quando il massimo a cui possiamo ambire è un bilocale arredato?
Compagno, era un bilocale arredato che volevi, che volevamo? era dire mio tuo era questo l’obiettivo?
Compagno che alla fine anche tu ti sei piegato, in fondo ben prima di me, e ti sei seduto di fronte alla tua busta paga, perchè lo hai fatto? C’è forse qualcosa che mi sfugge, un segreto che non m’hai confidato?
Sta forse nella busta paga la rivoluzione che io non ho compreso?

Come si fa ad allenarsi tutti i giorni per una rivoluzione che viene quando ormai sappiamo che la rivoluzione non ci sarà mai?
Compagno, come è possibile che il mio allenamento rivoluzionario si sia tragicomicamente trasformato nello studio matto e neanche tanto disperatissimo finalizzato alla partecipazione a concorsi che non vincerò mai?
Compagno, diobbuono, ha forse senso, ora che so che non ci sarà mai la rivoluzione, ha forse senso continuare a prendere pullman alle cinque di mattina per andare a contestare l’ennesimo decreto che poi in ogni caso passerà mentre noi, nel migliore dei casi, scriveremo uno spettacolo narrando le fiere gesta degli eroi gasati dalle orde barbariche del fronte nemico?

Io non lo so, Compagno, a cosa pensi nel tuo bilocale arredato che in fondo ti invidio e che vorrei anche io, non so come tu abbia fatto i conti con la tua rivoluzione ma io mi domando in continuazione che ci faccio qui e  Compagno, Compagno, la cosa più triste di tutte è che per tredici anni della mia vita ho pensato di farla, questa rivoluzione, di farla dai palchi arrangiati, dalle tavole arraffazzonate sulle quali mi inerpicavo per portare il teatro fuori dai teatri.
La cosa più triste Compagno, Compagno, è che io ci ho creduto terribilmente completissimamente.
E le turnè in macchina per quattro soldi erano le mie battaglie.
E i pasti consumati dopo lo spettacolo mi sembravano il rifugio dopo azioni pericolosissime.
E gli applausi erano i successi inaspettati delle mie lotte.
E Compagno, Compagno, per tredici anni più di ogni cosa ho provato a condividere la mia rivoluzione la mia lotta, e ci ho creduto, Compagno, fermissimamente.
Stupidissimamente.
Perchè vedi Compagno, ora mi sento come se avessi perso la mia guerra.
La mia unica guerra, quella in cui ho creduto.
Quella per cui ogni giorno mi sono allenata in segreto.
E la guerra l’ho persa, sì, perchè quando mi sono guardata indietro ho scoperto di essere sola.
E la parola noi non aveva alcun senso.

(mio, tuo, io io io)

Compagno. Tu te ne stai nel tuo bilocale arredato che t’invidio una volta di più mentre le mie turnè sono sempre più solitarie.  In questa rivoluzione ci credevo solo io.

Allora Compagno dimmi qual è il segreto per trasformare la mia farsa in una commedia di una certa qualità. Come si fa a uscire a testa alta da questa disfatta.

Io che De Andrè non l’ho mai ascoltato, e adesso mi faccio venire gli struggimenti a suon di Silvio Rodriguez.

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Mag 15 2012

23yG, Cafè Letterario

13 maggio 2012 ore 23.48

                    E’ finita che sono entrata appieno nel bailamme della biennale d’arte cubana. Feste, festini, havana club a go-go e musica funky oh yeah. E allora stasera, dopo il mare, mi aveva presa quasi male perchè mi sentivo proprio una turista del cazzo e mi dicevo oh ma è possibile che non riesco a schiodarmi da questa attitudine del cazzo.

Poi però all’improvviso siamo finiti dentro questa festa, ed è stato un attimo cominciare a ballare mentre i fotografi continuavano a lanciare i flash convinti che fossi una qualche artista arrivata da chissà dove e non l’infiltrata di turno, balla di qua balla di là finisce che mi metto a pomiciare proprio con quello che piaceva a David, che però è uno proprio sportivo e non se l’è presa troppo, tanto poi all’improvviso così come eravamo arrivati siamo andati via e adesso si prepara una pasta.

14 maggio 2012 ore 15.00

          Allora la situazione è che ’sti cubani sono proprio stufi. Stufi del socialismo, della censura, di Fidel, stufi del salario che arriva sì e no a 20 dollari, stufi marci.

E si lamentano un casino. Oggi me la sono passata in zona universitaria e senza saperlo mi sono fermata proprio nel caffè letterario. C’è voluto poco prima che si creasse un capannello di persone al mio tavolo, persone che si lamentavano, sì, si lamentavano. Perchè non hanno i soldi per mangiare, perchè non hanno i soldi per viaggiare, perchè la qualità della vita è bassa, perchè perchè. Allora io chiedo compagni cubani vorreste forse stare al posto mio? No, ditemelo, francamente ci vorreste stare al posto mio? E loro prima ci pensano un poco, poi rispondono che no, non ci vorrebbero stare al mio posto. Ecco allora compagni cubani ditemi un po’ voi ce l’avete la soluzione? Il mio paese cade a pezzi, il vostro pure, non funziona qua e non funziona là, che facciamo?

             Ma il problema reale è che i miei compagni intellettuali hanno troppo bisogno di lamentarsi. Non la cercano nemmeno, la soluzione. I compagni del caffè letterario hanno bisogno di fare l’elenco delle loro insoddisfazioni, hanno bisogno di farle a me. Forse sperano pure che io li inviti per un caffè, o che compri il libro che mi stanno proponendo. E io non lo compro, no, il cazzo di libro, perchè questa situazione mi fa salire la stessa rabbia che mi saliva in Africa, perchè questa dinamica la conosco e non mi presto, cazzo, perchè anche in questo Paese ho visto gente che è ugualmente scontenta, ma proprio a causa di questa scontentezza si sbatte e cerca di trovare il nodo e prova a scioglierlo o quanto meno ad allentarlo. Allora mi chiedo: ma i miei compagni intellettuali, perchè non si sbattano pure loro, che cosa vogliono, la mia compassione? O stiamo recitando la solita scenetta della yankee commossa e angosciata dal proprio senso di colpa postimperialista che regala ai poveri afroamericani i resti del suo bagnoschiuma equo e solidale? Mi dispiace, io a questo gioco non ci sto.

Ore 23.59

                Anche stasera mi sono lasciata trascinare in una delle situazioni da biennale. Però oggi niente rum e cola perchè sono divelta, e domani parto per Trinidad. Dunque sono andata presso la scuola d’arte, un ex gigantesco campo da golf trasformato in campus artistico, se ben capisco. C’era questo austriaco, una specie di luminare della performance, non mi ricordo come si chiama. A me pareva un vecchio nazista travestito da ebreo. Non mi è piaciuto manco per un cazzo. E soprattutto non mi è piaciuto tecnicamente. Ecco l’europeo che fa la stessa cosa che fanno quasi tutti i suoi colleghi: invece di pagare equamente dei performer professionisti, piglia aggratis degli studentelli della scuola d’arte, li istruisce per tre giorni e li mette in scena. Francamente il risultato è a mio avviso (e sottolineo a mio avviso) risibile. E poi gli animali in scena sono stati già squartati negli anni Sessanta.

In più mi dico, con la miseria che c’è in questo Paese, non si vergogna questo vecchio obeso a venire qua e squartare un porco davanti a tutti? E quelli che assistono non si indignano? Questo porco non potrà mai essere mangiato. Mi ha fatto schifo questa performance, ecco cosa mi ha fatto. E mi ha fatto un certo ribrezzo anche la gente che applaudiva.

Forse sono persone che hanno scoperto come fare a nutrirsi d’aria? Dovrebbero diffondere il brevetto. Forse allora il socialismo potrebbe funzionare e il vecchio austriaco mi sembrerebbe un po’ meno indecente.

             C’era pure il mio fidanzato di ieri, bello e di bianco vestuto. Ma avevo il naso così pieno dell’odore del sangue che l’ho appena salutato da lontano, volevo andare a lavarmi. Credo, in questo momento, di stare meglio nelle distanze. Le distanze mi fanno sentire a mio agio. Piccole incursioni nel mondo degli altri possono essere contemplabili se le vie d’uscita sono numerose e bene indicate.

                Dovrei andare a letto, che domani il viaggio è lungo, e lo so che sarà complicato e molte cose accadranno. Non scriverò per vari giorni, almeno credo. Pare che a Trinidad sia impossibile trovare internet. Non che qui sia facile.
Richetto si sta dimostrando una guida turistica perfetta. Ho fatto proprio bene a venire da lui. Oggi mi ha fatto scoprire il succo di cocco. Il succo di cocco è diventato in assoluto il mio succo preferito. Sarebbe bello averlo sempre. Poi ci siamo rivisti Il castello errante di Howl. Secondo me era proprio il film adatto a lui in questo momento. Per me, invece, è stato un salto eccessivo nella malinconia. Ho pensato che forse non mi innamorerò mai più. Sì, mai più, ecco cosa ho pensato.

Viaggiando,

mi sento come quelle persone

che vanno in giro per la città

in cerca di una casa da affittare o da comprare,

e ne vedono decine.

Io, a differenza loro,

vado in giro per il mondo

in cerca dell’offerta che faccia per me.

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Mag 13 2012

el cuarto de tula

10 maggio 2012 ore 9.55

Cuba è un nero all’imbarco che veste un elegantissimo completo gessato sul grigio, elegantissimo sì, ma a maniche corte. Non avevo mai visto un due pezzi a maniche corte, con tanto di rimbocco e doppiopetto che esplode sopra la camicia rosa pallido.
Cuba sono i cappelli pieni di stemmi e disegnini, e donne che pregano durante il decollo, però ridendo e sottolineando che sì, è dio che aiuta i piloti, ma loro sono proprio bravi, non c’è che dire.

Cuba è un viaggio in cui piano piano mi rendo conto che non ho obiettivi, non ho datori di lavoro ad aspettarmi, non ho appartamenti in condivisione da cercare. Non ho bagagli pieni del necessario per mezza vita, non ho diari da riempire non ho compiti da svolgere.

Cuba è la sensazione di leggerezza e straniamento che mi pervade quando comincio a sentire che questo viaggio è una tregua, che posso sorridere, parlare, sbagliare la pronuncia dello spagnolo e mescolarlo al portoghese, bere un caffè contravvenendo a tutte le mie regole perchè sì, in fondo sono in vacanza e se stanotte non dormo chi se ne frega.

Cuba è l’arrivo, trentuno gradi all’ombra e una guardia che mi domanda se so già cosa fare questa sera, il bagaglio che ci mette un’ora ad arrivare ma non ho fretta, e allora mi guardo intorno e vedo turisti e vedo cubani e li mescolo e li confondo, e va bene, va bene.

Cuba è Richetto che m’aspetta all’uscita dell’aeroporto, uguale a sei anni fa però con qualche capello bianco, e anche io uguale a sei anni fa ma con le rughe, lui ride, io rido, ci abbracciamo e ce lo diciamo, cazzo, sono passati sei anni e in fin dei conti adesso è molto meglio.

Cuba sono le spiegazioni di Richetto davanti agli almendrones, i taxi collettivi, e la città che lentamente prende forma mentre ci allontaniamo dall’aeroporto, le piantagioni di manghi e banane, qualche capra e signore che ai semafori ti domandano se puoi dar loro un passaggio.

Cuba è farmi il letto nella mia nuova stanzetta e bere un bicchiere d’acqua di fronte al parco, vestirmi di bianco e piazzarmi in questa casa mentre gente sconosciuta continua ad arrivare e Richetto offre a tutti birra o succo di frutta nel suo spagnolo un po’ romanesco e un po’ portoghese.

Cuba sono io, oggi, che metto su Cesaria Evora, e non capisco che giorno è, ma non importa.

11 maggio, ore 9.00

Un ragazzo in calzoncini e canottiera passa di casa in casa lanciando il quotidiano al di là del cancello.

Il quotidiano è composto di due sezioni, la rossa e la blu. Quest’ultima, juventude rebelde, è dedicata ai giovani e porta in prima pagina un articolo sulla Palestina.

Ieri sera sono andata a fare un giro con Gigi e su un grosso cartello ho letto “rivoluzione è non mentire mai e seguire i principii etici”.

La panetteria si chiama Victoria. All’ingresso troneggia un grosso murale di Che Guevara. La signora, capelli bianchi lunghissimi e pelle chiara, si lamenta perchè il negozio, nonostante i suoi sforzi, è sempre sporco.

Adesso mi getterò tra le braccia di Havana Vieja. Speriamo bene. Il mio spirito di viaggiatrice è ancora un po’ addormentato.

11 maggio, ore 18.00

Il mare di fronte a noi è caldissimo. Gigi e io siamo seduti sul mio asciugamani turco, lo stesso che si è fatto innumerevoli turnè, bagni sul lago Trasimeno e al Conero. Tira vento e io mi sono fatta il primo bagno di questa stagione senza tuttavia riuscire a nuotare, perchè la corrente spinge oltre la curva del golfo. Un mare così caldo io non l’avevo provato mai. Mi pare di stare in una piscinetta termale. Gigi sembra uscito da un film di Nanni Moretti e mi aspetto che da un momento all’altro mi dica “andiamo a vedere l’

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Apr 01 2012

there’s no limit to your love jeje

Alle quattro mi alzo ma solo perchè suona la sveglia, che sennò dormirei ancora anzi probabilmente mi farei una bella tirata fino a domani, che la domenica delle palme ci scambiamo un segno di pace e il mio segno di pace nei confronti di me stessa è fare un cazzo.

Allora quest’ultima settimana tra fughe effettive e finzioni di temporanei ritorni se ne è volata, io su e giù per l’Italia e infine di nuovo a chiudere le valigie per andarmene nientepopodimenocchè a CRAMPObasso. Che chi l’avrebbe mai detto che a 33 anni sarei tornata laggiù in quella terra dove Cristo non è arrivato perchè come tutti sanno si è fermato a Termoli. Andrò a Crampobasso senza troppe tragedie e lascerò che la genitrice mi bollisca la verdura e il genitore m’affianchi mentre corro attorno al campo sportivo cercando di rimettere in sesto il corpiciattolo nell’afflato salutista che mi piglia ogni primavera per poi andarsene in vacanza dopo mesi due. Me ne andrò a Crampobasso e fingerò di averne bisogno, così magari mi passerà e forse sai mai che divento adulta. Mi invento che sto attuando una strategia hegeliana e faccio tesi antitesi sintesi voilà, bignami della filosofia domestica, riavvicinamento al nucleo familiare di partenza, scioglimento di nodi, ascolto pazienza crescita maturazione adultità (lento deterioramento fino a totale marcescenza indi morte putrefazione e trasferimento nell’ossario amen).

Chiudo ancora una volta la mia nuovissima valigia rossa, comperata per fare un viaggio che non ha intenzione di cominciare, come al solito ho provato a mettere tutto in ordine, bustine di plastica e maglioni divisi per colore e consistenza, ma dopo mezz’ora mi son sfracicata le ghiandole sudoripare e ho ammonticchiato tutto a casaccio saltando poi sul bagaglio onde favorire la chiusura. Non sarò mai una ragazza ordinata, me lo diceva mio padre.

Svegliatami ore sedicinpunto, il Socio ancora ronfava e la Ire m’aveva fatto la pasta al pesce con la quale mi son sfamata, con grande soddisfazione, pescando direttamente dalla scodella e ciucciando rumorosamente i gamberetti, finoacchè non s’è alzato il vecchio e allora ci siam fatti la colazione a suon di pane e marmellata, che dobbiamo crescere. Bella, bella l’atmosfera della domenica mattina, dopo che il sabato notte s’è lavorato tutti insieme per fare una serata M.A.G.N.I.F.I.C.A. , bella l’atmosfera attorno al caffè mentre ci si racconta la quantità di cavi attorcigliati, limoni tagliati e simpatici aneddoti da bar mescolati a quel minimo di gossip che serve a farti passare le otto ore trascorse a spillare birre e fare vodka lemon e spiegare che purtroppo le cannucce sono finite.

Ma io dico, perchè tutta questa gente vuole le cannucce? questo è sempre il mio interrogativo ogni volta che faccio bar, perchè vogliono le stracazzo di cannucce? a me la cannuccia mi fa pensare all’ospedale, usa la bocca e deglutisci, diobbuono, per la cannuccia avrai tutta la tua vecchiaia. E invece questi vogliono le cannucce e a me mi vengono i nervi. Anche se ce le avessi non glie le darei, porcamiseria, io sono ideologicamente contraria alle cannucce.
Alle cinque si accendono le luci e noi dietro il bancone tiriamo un sospiro di sollievo poichè forse entro le sei saremo fuori, andremo a mangiare una briosccc e poi ci dedicheremo alle attività dei giovani tipo scherzare passeggiare fornicare (chi può) e chi non può ronfare abbracciati a cuscini pupazzi e amanti immaginari. Quando alle cinque si accendono le luci torna l’energia e quell’ultima ora di cocktail e fusti da cambiare passa tra le risate e gli scherzi mentre gli avventori si muovono sempre più in bilico nei loro mondi privati e se ce la fanno ti implorano di preparare l’ultimo rum e pera salvo poi crollarci il capo sopra e rovesciare tutto sul bancone. E per fortuna che si paga in anticipo.

Poi in un batter d’occhio si chiude tutto, si puliscono i bagni il palco la sala si spengono le luci si sale in groppa a motori e biciclette si dice ciaociao a domani ci si dilegua in giro per la città. Passando a piedi per il centro si finisce magari al mercato. Ti rendi conto che a quell’ora a Bologna sei l’unica a parlare italiano mentre attorno è tutto un ciaciare in cinese bengalese o sai tu cosa, profumo di cornetti attorno ma non un bar aperto. Alle nove di mattina ti fai l’ultima camomilla in segno di pace e poi le coperte faranno il loro miracolo.

Mi sono svegliata alle quattro e la domenica era bellissima.
Allora domani vado a Crampobasso ma in fin dei conti va bene così.
La felicità per mia fortuna è mobile e sparsa come una polverina in giro per il mondo, magari questa volta ne troverò frammenti pure là dove lasciate ogni speranza voi ch’entrate.
Intanto già è arrivata la pizza della domenica mentre si stappa una bottiglia di vino e scoppiano risate improvvise in sala da pranzo.
Ti stano felicità, ovunque tu sia.

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Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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Dic 12 2011

Il deserto, i tartari, l’assedio.

 Sono le cinque e mezza del mattino
e la nostra giovinezza sta sfumando dentro questa macchina

 

Alle sette di mattina cammino per Seoul e ho sonnozero. Fa un freddo che meta` basta, ma saranno le sigarette, sara` l’alcool, saranno i discorsi delle cinque del mattino, sara` l’eclissi di luna che m’ha tenuta incollata con entrambi i miei anarchici occhi al cielo per quasi un’ora, sara` tutto questo o qualcos’altro, mi sento impermeabile al gelo e cammino in moto lentissimo ma inesorabile verso la base della collina.
Quasi automaticamente ricostruisco il percorso che porta al mio tetto su Itaewon, e macino pensieri di quelli che si fanno solo alle sette del mattino e che o li cogli in quel momento o se ne vanno per sempre amen fino al prossimo miracolo notturno. Allora siccome lo so, siccome ho imparato, me li tengo il piu` a lungo possibile, me li accarezzo me li coccolo, che poi una volta che saro` sotto le coperte tutto svanira` e mi ritrovero` al risveglio sola cinica e leggermente confusa, con un hangover grosso sonoro e stonato come una campana di Agnone, e mi domandero` ancora una volta quali e quanti legami ci sono tra quello che sono di giorno e quello che divento nelle ore in cui la citta` perbene se ne va a nanna perche` si-fa-cosi`. Me lo domandero` e ovviamente non sapro` rispondere.

Cammino per la discesa mani infossate nelle tasche della giacca capelli raccolti nel berretto e mi dico oh, a volte quando meno me lo aspetto arrivano cose e persone che a piccconate buttano  giu` i miei muri di cartongesso ed e` un attimo, e` un attimo, un momento di distrazione uno sguardo di troppo una leggerezza, un attimo davvero, e mi trovo assediata con tutti i muri buttati giu` e questi a picconate sorridenti felici e bellissimi che praticano l’assedio ma io mi chiedo oh, era proprio necessario? voglio dire, perche` per assediare me bisogna essere proprio motivati, altrimenti non ti viene voglia, che qua e` peggio della storia della bella addormentata, nove cerchi infuocati nove cerchi di rovi nove cerchi di veleno e poi il drago, solo che alla fine, dopo che hai ammazzato il drago, al posto della bella addormentata ci sono io, non so se mi spiego, che quasi quasi viene voglia di dirsi ammazzo lei e mi tengo il drago, piuttosto.

A questo penso alle sette del mattino. Penso che m’hanno raccontato che esiste un sistema per bloccare il computer a una certa ora del giorno o della notte, cosi` se tu torni ubriaca e stai per fare una cazzata tipo scrivere al tuo ex fidanzato e dirgli che e` una merda e tu vuoi che muoia di morte lenta e atroce arriva il computer e non te lo fa fare. A me servirebbe un’applicazione del genere, che blocchi il flusso di pensieri che va dal cervello alla bocca, dovrei starmene bella zitta quieta e anche se le penso certe cose - perche` le penso - me le dovrei tenere per me porcapaletta.

Che poi e` tutta una questione di difese di barriere di costruzioni di torri e di assedi. E` una questione di avere voglia di rimanere nella fortezza, pero`anche di avere una folle curiosita` di uscirne. E` una questione di Tartari. Che alla fine, arrivino o non arrivino, a volte vuoi uscire fuori e inoltrarti in quella landa sconosciuta e potenzialmente pericolosissima.
Facile, facile da sobri ribadire di voler vivere intensissimamente. Facile quando sto affacciata alla finestra ribadire che intensissimamente vivo.
Intensissimamente vivo se salto giu` e mi piglio i rischi.
Mi vengono tutti dei brividini di terrore e di entusiasmo.
A me, quello che mi piacerebbe di piu`, sarebbe avere il coraggio di uscire anche quando sono lucida, almeno dal punto di vista etilico. Il folle coraggio m’interessa ecco, l’azzardo. Che poi non e` che ti devi fare male per forza, chi l’ha detto?

Allora alle sette del mattino penso a tutto questo perche` sto in quel paradiso transitorio pieno di amore universale, che si materializza solo a quest’ora. Ma dopo che ci avro’ dormito su lo so benissimo, lo so benissimo che il paradiso si sara` dissolto di nuovo e mi trovero` coi dubbi e con la paura di essere sola. Mi diro` che avrei potuto evitare le picconate. Che avevo i modi e avevo i mezzi. E non l’ho fatto. E mi sentiro` una cretina.
Ma mentre cammino alle sette del mattino lasciando che l’ennesima sigaretta mi ciondoli dalle labbra penso che tanto, a sentirmi cretina sono abbastanza abituata, e che ho un diploma in ricostruzione dei muri presi a picconate, penso che sempre e comunque sono quella che se ne va, e lo saro` fino a quando ne avro` voglia.
Penso che sempre, sempre, in ogni caso, potro` andarmene. E se vorro` potro` pure restare. O potro` tornare. Insomma penso che, in quanto a complementi di moto da luogo, moto a luogo, moto per luogo eccetera, la mia conoscenza grammaticale si rivela ancora una volta impeccabile. Sono piccole certezze che ti aiutano a sopravvivere, alle sette del mattino, non c’e` dubbio.

Mentre giro la chiave nella toppa, miracolosamente infilata al secondo tentativo, mi  salgono alcuni profondissimi interrogativi esistenziali tipo  ho fatto qualcosa che non dovevo fare? Ho detto qualcosa che non dovevo dire? Mah. domande senza risposta.

La serratura scatta.
Tre piani di scale infernali, altra porta, lotta con le scarpe che si rifiutano di essere sfilate,
stesura del futon, bestemmia conseguente al fatto che mi accorgo di non essermi tolta le lenti a contatto, 
conseguente recupero della posizione verticale, via le lenti via i vestiti via le calze,
barcollante inguainamento nel pigiama, tuffo a rischio di rottura di collo contro la libreria,
chiusura delle fessure oculari.
E domani ricominciamo la grande opera di ricostruzione dei muri appena sabotati.

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Nov 17 2011

una e zerotto, sogno

Mi sveglio che non dormivo da manco mezz’ora.
Giornate pienissime e densissime bellebelle e anche brutte pesanti giornate di vita vera mi ero portata nel letto con me, finalmente, andavo a letto a un’ora decente dopo non so più quante vite.
Andavo a letto piena presente tranquilla senza spine.

Epperò mi sveglio.

Ho il cuore piccolo piccolo, sfrantumato sfracassato in mille pezzi millissimi, così piccoli che ho paura che si siano persi nel corpo, che si siano mischiati col sangue col respiro e se per caso mi taglio un dito insieme alle goccioline escono i pezzetti di quello che un tempo fu il mio cuore, se ne vanno così per sempre e io mi trovo questo corpaccione inutile senza più ripieno, come quando qualcuno da piccoli ti bucava il bombolone e si pigliava tutta la crema.

Piccolo piccolo si è fatto il mio cuore e avrei voluto più onestà avrei voluto più luce avrei voluto più vita. Più, più pensavo mi spettasse, più che questo abbandono, questa sofferenza silenziosa, questo struggimento di sguardi attraverso uno specchio che non si sa mai se è stato messo lì per noi, o se c’è per caso, e allora sono tutte paranoie.

 

Che ho come l’impressione di lanciare il sasso sempre più lontano. Ogni volta mi chiedo dove arriverà il sasso e mi domando se i miei saltelli lo raggiungeranno, e ogni volta lo ripesco e rilancio più lontano più lontano ancora. Non mi ricordo più che cosa volevo dalla mia vita perchè è tutto incredibilmente remoto. So solo che adesso mi vivo questa solitudine della viaggiatrice compulsiva, e potrei tornare, e ci sono momenti in cui avrei potuto scegliere di tornare, e non l’ho fatto.

 

Perchè non è che in continuazione scegliamo, no. Ci sono dei momenti, imprevedibili improvvisi, in cui di colpo ti trovi a dover prendere la decisione ed ecco di nuovo mi è capitato. Ero venuta fino a qui seguendo la sfida perpetua e sapendo e sperando che qui mi arrivasse un’altra grande domanda. Infatti essa è arrivata, a un certo punto, quando meno me lo aspettavo. Stavo contando i mesi che mancavano per tornare in Italia. Non so bene che cosa mi aspettavo dal ritorno non ricordo come immaginavo i miei giorni ma ho ancora ben presente quella sensazione di sollievo che provavo nel ripensare agli amici agli abbracci alle strade alla casa alle mie travi rosse e tutto il resto. Contavo i mesi le settimane i giorni e non aspettavo più che la domanda arrivasse, mi ero detta ho sbagliato sono arrivata troppo lontano troppo lontano il sasso ho lanciato.
E tutti tutti mi dicevano torna torna che manchi torna che ti aspettiamo, torna che ci siamo torna che ti amiamo così proprio così come sei.

 

Non avevo paura.

 

All’improvviso però è arrivato il terremoto e una serie di così dette cause di forza maggiore, di repente mi sono scoperta abbandonata ma per colpa di nessuno no, soltanto per causa di forza maggiore impegni eccetera. Eppure l’amore non conosce la causa di forza maggiore il legittimo impedimento l’amore vuole tutto per sé e se ne frega, e se non gli dai tutto si offende e ti abbandona così come ti aveva accompagnata per i mesi bui di un’Asia dell’anima.

E’ arrivato il terremoto il mio mondo si è dissolto e proprio in quel momento è tornata la grande domanda, di nuovo mi sono trovata il sassolino del mio gioco in mano, e a quel punto dovevo scegliere se lanciarlo lontano lontanissimo ancora più lontano o se pensarci un attimo e smettere di giocare a questo gioco al massacro per stare invece col mio mondo coi miei amori con.

 

Proprio in quel momento, in quel momento in cui ero indecisa, mi sono voltata indietro a cercare gli occhi di quelli che amo. E non è stata colpa di nessuno. E’ stato proprio come in quei film tipo il dottor Zivago che lui la vede sul tram e la cerca con gli occhi ma lei no, non lo ritrova, lei sta pensando a un’altra cosa, non può immaginare che in quell’unico momento perde la vita vera che le spettava. Allora mi sono voltata indietro, ma io non ero il dottor Zivago, ero molto più ridicola molto più goffa. E i miei amori non erano Lara. Forse si forse loro erano presi a fare le piccole e grandi rivoluzioni quotidiane o forse semplicemente succede che pensi mi farò sentire domani, vai a sapere cosa succede. Mi sono voltata indietro e, causa forza maggiore, non c’era nessuno. Tutti impegnati in cose importantissime e che peraltro io stimo molto tutti a fare cose utili fondamentali, mica come me che gioco alla diplomazia, mi sono voltata a chiedere consiglio e in quel momento non ho visto nessuno.

E’ stato un attimo, un attimo brevissimo eppure è bastato. Mi sono voltata indietro. Dietro non c’era nessuno.

 

Ho avuto paura.

 

Di rimanere sola, di amare e non essere amata mai più, di esserci mentre gli altri vanno, di svelarmi, di accettare e di accettarmi, di resistere, di costruire. Ho avuto paura. Paurissima.

 

Allora ho preso il sasso, e l’ho lanciato.

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Set 22 2011

carletta non tirare la coda al gatto.

Oggi ho tenuto una conferenza all’università. Che detta così sembra una cosa fighissima invece posso assicurare che non è così come sembra stavo soltanto adempiendo a uno dei miei doveri di stagista, e allora avrei potuto metterla in molti modi mostrare video fare lezione di grammatica mandarli a casa che ne so  chiedere dove si trovano le droghe pesanti a Seoul (sono sicura che sarei riuscita a farmi capire) invece ho scelto di fare una lezione su alcuni che a me mi piacciono tanto ovvero Pazienza e Tondelli. Che cavolo, questi la dovrebbero smettere di studiare D’Annunzio diokèn, e cominciare a sbavare sulle tavole di Pazienza che sennò non ne vengono più fuori e arrivano in Italia convinti di trovare le tamerici salmastre e fasciste mentre piove governo ladro.

Allora ho tenuto questa lezione e loro all’inizio se ne stavano un po’ intimiditi e confucianamente immobili, e io non capivo se l’immobilità fosse dovuta al fatto che non capissero una cippalippa, che fossero già morti o che avessero messo i loro ologrammi ad ascoltarmi mentre loro pomiciavano in bagno. Allora così un po’ goffamente come mio solito ho cominciato a lanciare il sassolino oltre il muro, ho allegramente iniziato a romperlo, il muro, ed è successo che sono apparsi i primi sorrisi e timiderrimamente qualche voce ha pronunciato mioddio il nome di Quentin Tarantino, anche se nessuno sapeva chi fosse Takeshi Kitano ma in fin dei conti a me che mi frega? sono loro che hanno problemi col Giappone, mica io. E insomma la lezione è andata mano a mano trasformandosi in un allegro incasinato intruglio durante il quale a un certo punto mi sono trovata stesa sulla cattedra a giurare che in fondo ero ancora una teen-ager mentre loro si sbellicavano dalle risate, alcuni con la mano davanti all’educatissima boccuccia, perchè in fin dei conti non è proprio esattamente confuciano ridere a crepapelle davanti all’insegnante ma non è manco confuciano avere davanti un’insegnante stesa sulla cattedra che inventa parole in inglese per farti capire cos’è la letteratura pulp e il delirio felicissimamente è esploso incontrollabile e caotico nel momento in cui sono riuscita a trasmettere il senso di una frase scritta su un muro di Bologna nel 77 che avevo mostrato sulla lavagna e che diceva “prometto di non scrivere mai più sui muri”.

Venticinque coreani che ridevano ed erano imbarazzati dalle loro stesse risate e dalla mia presenza che miosantoconfucio non era assolutamente dignitosa non era assolutamente professionale ma in fondo proprio per questo, proprio perchè io saltavo in piedi sulla sedia calpestando coi tacchi da vera diplomatica tutte le regole di secoli di disciplina armonia e menate varie proprio per questo anche loro erano esentati dal rispetto della regola e quindi ridevano, i venticinque coreani, ridevano e non si capacitavano e parlavano e facevano financo due e dico due domande.

E poi improvvisamente la lezione è finita e c’era il sole e attorno a me l’università e io che totalmente inevitabilmente irrimediabilmente di nuovo amavo il mondo e non volevo andarmene più e una giovane coreana che mi regalava un pupazzetto e un’altra che mi dava uno jogurt e Seoul era bellissima e io mi dicevo cazzo cazzo cazzo ho ritrovato il senso eccomi eccolo e tra quelle facce vedevo Laire che proprio non riusciva a trattenere la risata-stormo mentre io leggevo Tondelli arrovellandomi tra le parole  e vedevo l’Annina che stava non so come mai spillando la birra dietro un bancone immaginario e Lafla che girava tra un’aula e l’altra controllando che tutto fosse a posto e cavolo c’erano proprio tutti c’erano proprio tutte c’era pure Alecchia che le sapeva a memoria, le parole che leggevo, e giuro non avevo preso allucinogeni niente di niente ma era tutto perfetto preciso infilato a pennello e quando poi ho chiuso il libro e guardato la mia classe ho visto il Socio che sorrideva e mi faceva l’occhiolino.

Poi ho preso un autobus e la città era meravigliosa e non c’era niente che mi preoccupasse non c’era niente che mi mancasse mi sembrava che questo mondo strano e storto avesse da qualche parte un senso suo nascosto anche se io non lo trovavo, la città splendeva e io vedevo dentro di me l’Europa lontana che mi mancava sì ma poi non così tanto, mi vedevo profuga messa in salvo all’ultimo momento mi vedevo speranzosa la città era meravigliosamente immensa e io avrei voluto che la vocina automatica dell’autobus non dicesse mai il nome della mia fermata perchè il mondo era bello e io stringevo nella tasca l’orsacchiotto ed ero così felice, così felice che arrivata nel quartiere dove lavoro sono andata a mangiare da sola e ho avuto per la prima volta il coraggio di ordinare il cibo in totale autonomia, e la signora del ristorante era così fiera di me che mi ha regalato una scodella di zuppa, cazzo cazzo il mondo andava proprio per il verso giusto e io pensavo che forse potevo anche starci in questo stracazzo di mondo anche se tutti erano lontani anche se tutti ormai facevano cose diverse cose che non mi includevano più io mi sentivo che insomma c’era un posto pure per la sottoscritta farfugliatrice così mi sentivo e così

la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
tutto pulito
tutto perbene
tutto su gradini
dal più basso al più alto
dal più piccolo al più grande
carletta di qua
carletta di là
questo non si dice
questo non si fa
la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
le cose che vogliono sempre dire qualcos’altro
mettiti al tuo posto
sennò ti ci metto io
carletta di qua
carletta di là
dottoressa, ci sarebbe un compito di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della nostra struttura, ecco, crediamo che lei possa essere in grado, perchè ci vuole una persona abile, capace, di fiducia, e dunque dottoressa, per cortesia, ci sarebbe bisogno che fotocopiasse in fronteretro questo rotolo di cartaigienica usata.

 

 

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