Archive for the 'sogni' Category

Mag 13 2012

el cuarto de tula

10 maggio 2012 ore 9.55

 

Cuba è un nero all’imbarco che veste un elegantissimo completo gessato sul grigio, elegantissimo sì, ma a maniche corte. Non avevo mai visto un due pezzi a maniche corte, con tanto di rimbocco e doppiopetto che esplode sopra la camicia rosa pallido.
Cuba sono i cappelli pieni di stemmi e disegnini, e donne che pregano durante il decollo, però ridendo e sottolineando che sì, è dio che aiuta i piloti, ma loro sono proprio bravi, non c’è che dire.

Cuba è un viaggio in cui piano piano mi rendo conto che non ho obiettivi, non ho datori di lavoro ad aspettarmi, non ho appartamenti in condivisione da cercare. Non ho bagagli pieni del necessario per mezza vita, non ho diari da riempire non ho compiti da svolgere.

Cuba è la sensazione di leggerezza e straniamento che mi pervade quando comincio a sentire che questo viaggio è una tregua, che posso sorridere, parlare, sbagliare la pronuncia dello spagnolo e mescolarlo al portoghese, bere un caffè contravvenendo a tutte le mie regole perchè sì, in fondo sono in vacanza e se stanotte non dormo chi se ne frega.

Cuba è l’arrivo, trentuno gradi all’ombra e una guardia che mi domanda se so già cosa fare questa sera, il bagaglio che ci mette un’ora ad arrivare ma non ho fretta, e allora mi guardo intorno e vedo turisti e vedo cubani e li mescolo e li confondo, e va bene, va bene.

Cuba è Richetto che m’aspetta all’uscita dell’aeroporto, uguale a sei anni fa però con qualche capello bianco, e anche io uguale a sei anni fa ma con le rughe, lui ride, io rido, ci abbracciamo e ce lo diciamo, cazzo, sono passati sei anni e in fin dei conti adesso è molto meglio.

Cuba sono le spiegazioni di Richetto davanti agli almendrones, i taxi collettivi, e la città che lentamente prende forma mentre ci allontaniamo dall’aeroporto, le piantagioni di manghi e banane, qualche capra e signore che ai semafori ti domandano se puoi dar loro un passaggio.

Cuba è farmi il letto nella mia nuova stanzetta e bere un bicchiere d’acqua di fronte al parco, vestirmi di bianco e piazzarmi in questa casa mentre gente sconosciuta continua ad arrivare e Richetto offre a tutti birra o succo di frutta nel suo spagnolo un po’ romanesco e un po’ portoghese.

 

Cuba sono io, oggi, che metto su Cesaria Evora, e non capisco che giorno è, ma non importa.

 

 

11 maggio, ore 9.00

 

Un ragazzo in calzoncini e canottiera passa di casa in casa lanciando il quotidiano al di là del cancello.

Il quotidiano è composto di due sezioni, la rossa e la blu. Quest’ultima, juventude rebelde, è dedicata ai giovani e porta in prima pagina un articolo sulla Palestina.

Ieri sera sono andata a fare un giro con Gigi e su un grosso cartello ho letto “rivoluzione è non mentire mai e seguire i principii etici”.

La panetteria si chiama Victoria. All’ingresso troneggia un grosso murale di Che Guevara. La signora, capelli bianchi lunghissimi e pelle chiara, si lamenta perchè il negozio, nonostante i suoi sforzi, è sempre sporco.

Adesso mi getterò tra le braccia di Havana Vieja. Speriamo bene. Il mio spirito di viaggiatrice è ancora un po’ addormentato.

 

11 maggio, ore 18.00

 

Il mare di fronte a noi è caldissimo. Gigi e io siamo seduti sul mio asciugamani turco, lo stesso che si è fatto innumerevoli turnè, bagni sul lago Trasimeno e al Conero. Tira vento e io mi sono fatta il primo bagno di questa stagione senza tuttavia riuscire a nuotare, perchè la corrente spinge oltre la curva del golfo. Un mare così caldo io non l’avevo provato mai. Mi pare di stare in una piscinetta termale. Gigi sembra uscito da un film di Nanni Moretti e mi aspetto che da un momento all’altro mi dica “andiamo a vedere l’

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Apr 01 2012

there’s no limit to your love jeje

Alle quattro mi alzo ma solo perchè suona la sveglia, che sennò dormirei ancora anzi probabilmente mi farei una bella tirata fino a domani, che la domenica delle palme ci scambiamo un segno di pace e il mio segno di pace nei confronti di me stessa è fare un cazzo.

Allora quest’ultima settimana tra fughe effettive e finzioni di temporanei ritorni se ne è volata, io su e giù per l’Italia e infine di nuovo a chiudere le valigie per andarmene nientepopodimenocchè a CRAMPObasso. Che chi l’avrebbe mai detto che a 33 anni sarei tornata laggiù in quella terra dove Cristo non è arrivato perchè come tutti sanno si è fermato a Termoli. Andrò a Crampobasso senza troppe tragedie e lascerò che la genitrice mi bollisca la verdura e il genitore m’affianchi mentre corro attorno al campo sportivo cercando di rimettere in sesto il corpiciattolo nell’afflato salutista che mi piglia ogni primavera per poi andarsene in vacanza dopo mesi due. Me ne andrò a Crampobasso e fingerò di averne bisogno, così magari mi passerà e forse sai mai che divento adulta. Mi invento che sto attuando una strategia hegeliana e faccio tesi antitesi sintesi voilà, bignami della filosofia domestica, riavvicinamento al nucleo familiare di partenza, scioglimento di nodi, ascolto pazienza crescita maturazione adultità (lento deterioramento fino a totale marcescenza indi morte putrefazione e trasferimento nell’ossario amen).

Chiudo ancora una volta la mia nuovissima valigia rossa, comperata per fare un viaggio che non ha intenzione di cominciare, come al solito ho provato a mettere tutto in ordine, bustine di plastica e maglioni divisi per colore e consistenza, ma dopo mezz’ora mi son sfracicata le ghiandole sudoripare e ho ammonticchiato tutto a casaccio saltando poi sul bagaglio onde favorire la chiusura. Non sarò mai una ragazza ordinata, me lo diceva mio padre.

Svegliatami ore sedicinpunto, il Socio ancora ronfava e la Ire m’aveva fatto la pasta al pesce con la quale mi son sfamata, con grande soddisfazione, pescando direttamente dalla scodella e ciucciando rumorosamente i gamberetti, finoacchè non s’è alzato il vecchio e allora ci siam fatti la colazione a suon di pane e marmellata, che dobbiamo crescere. Bella, bella l’atmosfera della domenica mattina, dopo che il sabato notte s’è lavorato tutti insieme per fare una serata M.A.G.N.I.F.I.C.A. , bella l’atmosfera attorno al caffè mentre ci si racconta la quantità di cavi attorcigliati, limoni tagliati e simpatici aneddoti da bar mescolati a quel minimo di gossip che serve a farti passare le otto ore trascorse a spillare birre e fare vodka lemon e spiegare che purtroppo le cannucce sono finite.

Ma io dico, perchè tutta questa gente vuole le cannucce? questo è sempre il mio interrogativo ogni volta che faccio bar, perchè vogliono le stracazzo di cannucce? a me la cannuccia mi fa pensare all’ospedale, usa la bocca e deglutisci, diobbuono, per la cannuccia avrai tutta la tua vecchiaia. E invece questi vogliono le cannucce e a me mi vengono i nervi. Anche se ce le avessi non glie le darei, porcamiseria, io sono ideologicamente contraria alle cannucce.
Alle cinque si accendono le luci e noi dietro il bancone tiriamo un sospiro di sollievo poichè forse entro le sei saremo fuori, andremo a mangiare una briosccc e poi ci dedicheremo alle attività dei giovani tipo scherzare passeggiare fornicare (chi può) e chi non può ronfare abbracciati a cuscini pupazzi e amanti immaginari. Quando alle cinque si accendono le luci torna l’energia e quell’ultima ora di cocktail e fusti da cambiare passa tra le risate e gli scherzi mentre gli avventori si muovono sempre più in bilico nei loro mondi privati e se ce la fanno ti implorano di preparare l’ultimo rum e pera salvo poi crollarci il capo sopra e rovesciare tutto sul bancone. E per fortuna che si paga in anticipo.

Poi in un batter d’occhio si chiude tutto, si puliscono i bagni il palco la sala si spengono le luci si sale in groppa a motori e biciclette si dice ciaociao a domani ci si dilegua in giro per la città. Passando a piedi per il centro si finisce magari al mercato. Ti rendi conto che a quell’ora a Bologna sei l’unica a parlare italiano mentre attorno è tutto un ciaciare in cinese bengalese o sai tu cosa, profumo di cornetti attorno ma non un bar aperto. Alle nove di mattina ti fai l’ultima camomilla in segno di pace e poi le coperte faranno il loro miracolo.

Mi sono svegliata alle quattro e la domenica era bellissima.
Allora domani vado a Crampobasso ma in fin dei conti va bene così.
La felicità per mia fortuna è mobile e sparsa come una polverina in giro per il mondo, magari questa volta ne troverò frammenti pure là dove lasciate ogni speranza voi ch’entrate.
Intanto già è arrivata la pizza della domenica mentre si stappa una bottiglia di vino e scoppiano risate improvvise in sala da pranzo.
Ti stano felicità, ovunque tu sia.

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Feb 23 2012

io, gli allievi attori e altre storie.

“Il pensiero è alato
tu credi di pensarlo
ma è lui che ti pensa
e tu sei solo pensato”

Arrivo di fronte all’edificio e sono già preparata alla rabbia. So perfettamente, noiosamente, banalmente quello che ci troverò. Conosco i motivi della mia futura frustrazione. Conosco l’insormontabile distanza tra l’insegnante e l’allievo. Non mi capiranno, non mi spiegherò. Proverò a dare consigli che essi percepiranno come ramanzine. Non mi so spiegare, non mi sanno capire. Cerco un’impazienza, una rabbia, una fame, che non trovo. Cerco me a vent’anni, che ogni lezione alla scuola di teatro era una corsa all’impazzata, un urlo, ogni improvvisazione era gridare sì sono io e sono così e sarò attrice.
Cerco la me che si svegliava alle sei e trentacinque ogni mattina e pigliava la bicicletta, e poi il treno, e poi mezz’ora a piedi per arrivare a teatro, perchè quello era il luogo del sogno era il luogo dell’esistenza era il luogo della presenza. Cerco me e non mi trovo.
E mentre percorro il corridoio sono terrorizzata dall’idea di essere stupidissimamente ingabbiata nel mio ruolo.
A nessuna di queste persone glie ne frega un emerito niente se io lascio il teatro, se sono delusa, se sono affranta. E nessuno si aspetta che io abbia anche una vita privata, amori che naufragano, amici che mi mancano, genitori che invecchiano. Sono una funzione, e loro sono gentili nei limiti del possibile, cercando di preservarsi, ma preservarsi da chi, da cosa? mi domando mentre poggio la mano sulla maniglia. E mi chiedo perchè siano qui, che cosa vogliano da me. E ho terrore delle loro facce inespressive, che non sai mai se non hanno capito o non glie ne importa niente, e in quell’about blank io mi specchio e non mi trovo, non mi ritrovo.
Entro in classe.
E so che la metà di loro non avrà letto il copione.

A questo punto della storia potrei incazzarmi. Ma ho mal di testa, e sono terrorizzata dall’idea che persino la mia rabbia cada nel buco nero del loro disinteresse. Ho il corpo pieno di cicatrici. Penso alla mia partenza, penso al mio stronzissimo e inutile dolore, penso alla mia banalissima sofferenza, e non mi schiodo. Penso che mi sento il cuore spezzato, sì, il cuore spezzato, proprio come si scrive in quei romanzi d’appendice. E penso che a nessuno glie ne frega niente, perchè ognuno ha il suo piccolo cuore spezzato, ognuno se la vede con le sue piccole delusioni. Li guardo, e mi domando quanti di loro sono stati lasciati da un innamorato, quanti non hanno passato un esame a cui tenevano, quanti si guardano allo specchio e si odiano, quanti temono di non farcela, quanti soffrono d’insonnia o stitichezza, quanti cercando di mettersi a dieta ogni mattina. Li guardo e mi specchio in queste piccole, inutili sofferenze.

 

E mi ricordo all’improvviso di una volta. Avevo ventun’anni ed ero un’allieva attrice.
Pensavo che a trent’anni avrei vinto il premio Ubu, che avrei lavorato con Federico Tiezzi e Mario Martone.
Pensavo che avrei incontrato Peter Brook e Cesar Brie.
E mi sentivo male, malissimo, e mi odiavo. E mi sembrava di non farcela.
E forse avevo esattamente la faccia di uno qualunque dei miei allievi oggi.
Quella sera, per la prima volta, mi misi a scrivere.
E venne fuori l’inizio del mio primo monologo.

 

 

Allora me li guardo tutti, persi, forse anche un po’ annoiati.
Invece di incazzarmi parlo.
Dò delle indicazioni chiare. Poche. Pulite. Semplici.
Poi metto una musica.
(Loro non lo sanno, ma questa è una delle poche canzoni che io riesca ancora ad ascoltare in questi giorni).

 

 

Ed essi, all’improvviso, vivono.
Ognuno di una sua perfezione.
Ognuno unico.
Fluidi, spezzati, leggeri e pesantissimi. Gravi. Liquidi. Aerei. Focosi.
D’un tratto essi diventano presenze. Occupano lo spazio. Lo trasformano.
Essi, semplicemente vivono.

Allora mi esce una lacrima.
Che non vuol dire niente, se non che anche io, in questo momento, vivo.
Un poco, anche attraverso di loro.

 Chi lo sa, perchè abbiamo sognato di fare gli attori.

 

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Dic 12 2011

Il deserto, i tartari, l’assedio.

 Sono le cinque e mezza del mattino
e la nostra giovinezza sta sfumando dentro questa macchina

 

Alle sette di mattina cammino per Seoul e ho sonnozero. Fa un freddo che meta` basta, ma saranno le sigarette, sara` l’alcool, saranno i discorsi delle cinque del mattino, sara` l’eclissi di luna che m’ha tenuta incollata con entrambi i miei anarchici occhi al cielo per quasi un’ora, sara` tutto questo o qualcos’altro, mi sento impermeabile al gelo e cammino in moto lentissimo ma inesorabile verso la base della collina.
Quasi automaticamente ricostruisco il percorso che porta al mio tetto su Itaewon, e macino pensieri di quelli che si fanno solo alle sette del mattino e che o li cogli in quel momento o se ne vanno per sempre amen fino al prossimo miracolo notturno. Allora siccome lo so, siccome ho imparato, me li tengo il piu` a lungo possibile, me li accarezzo me li coccolo, che poi una volta che saro` sotto le coperte tutto svanira` e mi ritrovero` al risveglio sola cinica e leggermente confusa, con un hangover grosso sonoro e stonato come una campana di Agnone, e mi domandero` ancora una volta quali e quanti legami ci sono tra quello che sono di giorno e quello che divento nelle ore in cui la citta` perbene se ne va a nanna perche` si-fa-cosi`. Me lo domandero` e ovviamente non sapro` rispondere.

Cammino per la discesa mani infossate nelle tasche della giacca capelli raccolti nel berretto e mi dico oh, a volte quando meno me lo aspetto arrivano cose e persone che a piccconate buttano  giu` i miei muri di cartongesso ed e` un attimo, e` un attimo, un momento di distrazione uno sguardo di troppo una leggerezza, un attimo davvero, e mi trovo assediata con tutti i muri buttati giu` e questi a picconate sorridenti felici e bellissimi che praticano l’assedio ma io mi chiedo oh, era proprio necessario? voglio dire, perche` per assediare me bisogna essere proprio motivati, altrimenti non ti viene voglia, che qua e` peggio della storia della bella addormentata, nove cerchi infuocati nove cerchi di rovi nove cerchi di veleno e poi il drago, solo che alla fine, dopo che hai ammazzato il drago, al posto della bella addormentata ci sono io, non so se mi spiego, che quasi quasi viene voglia di dirsi ammazzo lei e mi tengo il drago, piuttosto.

A questo penso alle sette del mattino. Penso che m’hanno raccontato che esiste un sistema per bloccare il computer a una certa ora del giorno o della notte, cosi` se tu torni ubriaca e stai per fare una cazzata tipo scrivere al tuo ex fidanzato e dirgli che e` una merda e tu vuoi che muoia di morte lenta e atroce arriva il computer e non te lo fa fare. A me servirebbe un’applicazione del genere, che blocchi il flusso di pensieri che va dal cervello alla bocca, dovrei starmene bella zitta quieta e anche se le penso certe cose - perche` le penso - me le dovrei tenere per me porcapaletta.

Che poi e` tutta una questione di difese di barriere di costruzioni di torri e di assedi. E` una questione di avere voglia di rimanere nella fortezza, pero`anche di avere una folle curiosita` di uscirne. E` una questione di Tartari. Che alla fine, arrivino o non arrivino, a volte vuoi uscire fuori e inoltrarti in quella landa sconosciuta e potenzialmente pericolosissima.
Facile, facile da sobri ribadire di voler vivere intensissimamente. Facile quando sto affacciata alla finestra ribadire che intensissimamente vivo.
Intensissimamente vivo se salto giu` e mi piglio i rischi.
Mi vengono tutti dei brividini di terrore e di entusiasmo.
A me, quello che mi piacerebbe di piu`, sarebbe avere il coraggio di uscire anche quando sono lucida, almeno dal punto di vista etilico. Il folle coraggio m’interessa ecco, l’azzardo. Che poi non e` che ti devi fare male per forza, chi l’ha detto?

Allora alle sette del mattino penso a tutto questo perche` sto in quel paradiso transitorio pieno di amore universale, che si materializza solo a quest’ora. Ma dopo che ci avro’ dormito su lo so benissimo, lo so benissimo che il paradiso si sara` dissolto di nuovo e mi trovero` coi dubbi e con la paura di essere sola. Mi diro` che avrei potuto evitare le picconate. Che avevo i modi e avevo i mezzi. E non l’ho fatto. E mi sentiro` una cretina.
Ma mentre cammino alle sette del mattino lasciando che l’ennesima sigaretta mi ciondoli dalle labbra penso che tanto, a sentirmi cretina sono abbastanza abituata, e che ho un diploma in ricostruzione dei muri presi a picconate, penso che sempre e comunque sono quella che se ne va, e lo saro` fino a quando ne avro` voglia.
Penso che sempre, sempre, in ogni caso, potro` andarmene. E se vorro` potro` pure restare. O potro` tornare. Insomma penso che, in quanto a complementi di moto da luogo, moto a luogo, moto per luogo eccetera, la mia conoscenza grammaticale si rivela ancora una volta impeccabile. Sono piccole certezze che ti aiutano a sopravvivere, alle sette del mattino, non c’e` dubbio.

Mentre giro la chiave nella toppa, miracolosamente infilata al secondo tentativo, mi  salgono alcuni profondissimi interrogativi esistenziali tipo  ho fatto qualcosa che non dovevo fare? Ho detto qualcosa che non dovevo dire? Mah. domande senza risposta.

La serratura scatta.
Tre piani di scale infernali, altra porta, lotta con le scarpe che si rifiutano di essere sfilate,
stesura del futon, bestemmia conseguente al fatto che mi accorgo di non essermi tolta le lenti a contatto, 
conseguente recupero della posizione verticale, via le lenti via i vestiti via le calze,
barcollante inguainamento nel pigiama, tuffo a rischio di rottura di collo contro la libreria,
chiusura delle fessure oculari.
E domani ricominciamo la grande opera di ricostruzione dei muri appena sabotati.

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Nov 17 2011

una e zerotto, sogno

Mi sveglio che non dormivo da manco mezz’ora.
Giornate pienissime e densissime bellebelle e anche brutte pesanti giornate di vita vera mi ero portata nel letto con me, finalmente, andavo a letto a un’ora decente dopo non so più quante vite.
Andavo a letto piena presente tranquilla senza spine.

Epperò mi sveglio.

Ho il cuore piccolo piccolo, sfrantumato sfracassato in mille pezzi millissimi, così piccoli che ho paura che si siano persi nel corpo, che si siano mischiati col sangue col respiro e se per caso mi taglio un dito insieme alle goccioline escono i pezzetti di quello che un tempo fu il mio cuore, se ne vanno così per sempre e io mi trovo questo corpaccione inutile senza più ripieno, come quando qualcuno da piccoli ti bucava il bombolone e si pigliava tutta la crema.

Piccolo piccolo si è fatto il mio cuore e avrei voluto più onestà avrei voluto più luce avrei voluto più vita. Più, più pensavo mi spettasse, più che questo abbandono, questa sofferenza silenziosa, questo struggimento di sguardi attraverso uno specchio che non si sa mai se è stato messo lì per noi, o se c’è per caso, e allora sono tutte paranoie.

 

Che ho come l’impressione di lanciare il sasso sempre più lontano. Ogni volta mi chiedo dove arriverà il sasso e mi domando se i miei saltelli lo raggiungeranno, e ogni volta lo ripesco e rilancio più lontano più lontano ancora. Non mi ricordo più che cosa volevo dalla mia vita perchè è tutto incredibilmente remoto. So solo che adesso mi vivo questa solitudine della viaggiatrice compulsiva, e potrei tornare, e ci sono momenti in cui avrei potuto scegliere di tornare, e non l’ho fatto.

 

Perchè non è che in continuazione scegliamo, no. Ci sono dei momenti, imprevedibili improvvisi, in cui di colpo ti trovi a dover prendere la decisione ed ecco di nuovo mi è capitato. Ero venuta fino a qui seguendo la sfida perpetua e sapendo e sperando che qui mi arrivasse un’altra grande domanda. Infatti essa è arrivata, a un certo punto, quando meno me lo aspettavo. Stavo contando i mesi che mancavano per tornare in Italia. Non so bene che cosa mi aspettavo dal ritorno non ricordo come immaginavo i miei giorni ma ho ancora ben presente quella sensazione di sollievo che provavo nel ripensare agli amici agli abbracci alle strade alla casa alle mie travi rosse e tutto il resto. Contavo i mesi le settimane i giorni e non aspettavo più che la domanda arrivasse, mi ero detta ho sbagliato sono arrivata troppo lontano troppo lontano il sasso ho lanciato.
E tutti tutti mi dicevano torna torna che manchi torna che ti aspettiamo, torna che ci siamo torna che ti amiamo così proprio così come sei.

 

Non avevo paura.

 

All’improvviso però è arrivato il terremoto e una serie di così dette cause di forza maggiore, di repente mi sono scoperta abbandonata ma per colpa di nessuno no, soltanto per causa di forza maggiore impegni eccetera. Eppure l’amore non conosce la causa di forza maggiore il legittimo impedimento l’amore vuole tutto per sé e se ne frega, e se non gli dai tutto si offende e ti abbandona così come ti aveva accompagnata per i mesi bui di un’Asia dell’anima.

E’ arrivato il terremoto il mio mondo si è dissolto e proprio in quel momento è tornata la grande domanda, di nuovo mi sono trovata il sassolino del mio gioco in mano, e a quel punto dovevo scegliere se lanciarlo lontano lontanissimo ancora più lontano o se pensarci un attimo e smettere di giocare a questo gioco al massacro per stare invece col mio mondo coi miei amori con.

 

Proprio in quel momento, in quel momento in cui ero indecisa, mi sono voltata indietro a cercare gli occhi di quelli che amo. E non è stata colpa di nessuno. E’ stato proprio come in quei film tipo il dottor Zivago che lui la vede sul tram e la cerca con gli occhi ma lei no, non lo ritrova, lei sta pensando a un’altra cosa, non può immaginare che in quell’unico momento perde la vita vera che le spettava. Allora mi sono voltata indietro, ma io non ero il dottor Zivago, ero molto più ridicola molto più goffa. E i miei amori non erano Lara. Forse si forse loro erano presi a fare le piccole e grandi rivoluzioni quotidiane o forse semplicemente succede che pensi mi farò sentire domani, vai a sapere cosa succede. Mi sono voltata indietro e, causa forza maggiore, non c’era nessuno. Tutti impegnati in cose importantissime e che peraltro io stimo molto tutti a fare cose utili fondamentali, mica come me che gioco alla diplomazia, mi sono voltata a chiedere consiglio e in quel momento non ho visto nessuno.

E’ stato un attimo, un attimo brevissimo eppure è bastato. Mi sono voltata indietro. Dietro non c’era nessuno.

 

Ho avuto paura.

 

Di rimanere sola, di amare e non essere amata mai più, di esserci mentre gli altri vanno, di svelarmi, di accettare e di accettarmi, di resistere, di costruire. Ho avuto paura. Paurissima.

 

Allora ho preso il sasso, e l’ho lanciato.

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Set 22 2011

carletta non tirare la coda al gatto.

Oggi ho tenuto una conferenza all’università. Che detta così sembra una cosa fighissima invece posso assicurare che non è così come sembra stavo soltanto adempiendo a uno dei miei doveri di stagista, e allora avrei potuto metterla in molti modi mostrare video fare lezione di grammatica mandarli a casa che ne so  chiedere dove si trovano le droghe pesanti a Seoul (sono sicura che sarei riuscita a farmi capire) invece ho scelto di fare una lezione su alcuni che a me mi piacciono tanto ovvero Pazienza e Tondelli. Che cavolo, questi la dovrebbero smettere di studiare D’Annunzio diokèn, e cominciare a sbavare sulle tavole di Pazienza che sennò non ne vengono più fuori e arrivano in Italia convinti di trovare le tamerici salmastre e fasciste mentre piove governo ladro.

Allora ho tenuto questa lezione e loro all’inizio se ne stavano un po’ intimiditi e confucianamente immobili, e io non capivo se l’immobilità fosse dovuta al fatto che non capissero una cippalippa, che fossero già morti o che avessero messo i loro ologrammi ad ascoltarmi mentre loro pomiciavano in bagno. Allora così un po’ goffamente come mio solito ho cominciato a lanciare il sassolino oltre il muro, ho allegramente iniziato a romperlo, il muro, ed è successo che sono apparsi i primi sorrisi e timiderrimamente qualche voce ha pronunciato mioddio il nome di Quentin Tarantino, anche se nessuno sapeva chi fosse Takeshi Kitano ma in fin dei conti a me che mi frega? sono loro che hanno problemi col Giappone, mica io. E insomma la lezione è andata mano a mano trasformandosi in un allegro incasinato intruglio durante il quale a un certo punto mi sono trovata stesa sulla cattedra a giurare che in fondo ero ancora una teen-ager mentre loro si sbellicavano dalle risate, alcuni con la mano davanti all’educatissima boccuccia, perchè in fin dei conti non è proprio esattamente confuciano ridere a crepapelle davanti all’insegnante ma non è manco confuciano avere davanti un’insegnante stesa sulla cattedra che inventa parole in inglese per farti capire cos’è la letteratura pulp e il delirio felicissimamente è esploso incontrollabile e caotico nel momento in cui sono riuscita a trasmettere il senso di una frase scritta su un muro di Bologna nel 77 che avevo mostrato sulla lavagna e che diceva “prometto di non scrivere mai più sui muri”.

Venticinque coreani che ridevano ed erano imbarazzati dalle loro stesse risate e dalla mia presenza che miosantoconfucio non era assolutamente dignitosa non era assolutamente professionale ma in fondo proprio per questo, proprio perchè io saltavo in piedi sulla sedia calpestando coi tacchi da vera diplomatica tutte le regole di secoli di disciplina armonia e menate varie proprio per questo anche loro erano esentati dal rispetto della regola e quindi ridevano, i venticinque coreani, ridevano e non si capacitavano e parlavano e facevano financo due e dico due domande.

E poi improvvisamente la lezione è finita e c’era il sole e attorno a me l’università e io che totalmente inevitabilmente irrimediabilmente di nuovo amavo il mondo e non volevo andarmene più e una giovane coreana che mi regalava un pupazzetto e un’altra che mi dava uno jogurt e Seoul era bellissima e io mi dicevo cazzo cazzo cazzo ho ritrovato il senso eccomi eccolo e tra quelle facce vedevo Laire che proprio non riusciva a trattenere la risata-stormo mentre io leggevo Tondelli arrovellandomi tra le parole  e vedevo l’Annina che stava non so come mai spillando la birra dietro un bancone immaginario e Lafla che girava tra un’aula e l’altra controllando che tutto fosse a posto e cavolo c’erano proprio tutti c’erano proprio tutte c’era pure Alecchia che le sapeva a memoria, le parole che leggevo, e giuro non avevo preso allucinogeni niente di niente ma era tutto perfetto preciso infilato a pennello e quando poi ho chiuso il libro e guardato la mia classe ho visto il Socio che sorrideva e mi faceva l’occhiolino.

Poi ho preso un autobus e la città era meravigliosa e non c’era niente che mi preoccupasse non c’era niente che mi mancasse mi sembrava che questo mondo strano e storto avesse da qualche parte un senso suo nascosto anche se io non lo trovavo, la città splendeva e io vedevo dentro di me l’Europa lontana che mi mancava sì ma poi non così tanto, mi vedevo profuga messa in salvo all’ultimo momento mi vedevo speranzosa la città era meravigliosamente immensa e io avrei voluto che la vocina automatica dell’autobus non dicesse mai il nome della mia fermata perchè il mondo era bello e io stringevo nella tasca l’orsacchiotto ed ero così felice, così felice che arrivata nel quartiere dove lavoro sono andata a mangiare da sola e ho avuto per la prima volta il coraggio di ordinare il cibo in totale autonomia, e la signora del ristorante era così fiera di me che mi ha regalato una scodella di zuppa, cazzo cazzo il mondo andava proprio per il verso giusto e io pensavo che forse potevo anche starci in questo stracazzo di mondo anche se tutti erano lontani anche se tutti ormai facevano cose diverse cose che non mi includevano più io mi sentivo che insomma c’era un posto pure per la sottoscritta farfugliatrice così mi sentivo e così

la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
tutto pulito
tutto perbene
tutto su gradini
dal più basso al più alto
dal più piccolo al più grande
carletta di qua
carletta di là
questo non si dice
questo non si fa
la gerarchia
l’ordine
la burocrazia
le cose che vogliono sempre dire qualcos’altro
mettiti al tuo posto
sennò ti ci metto io
carletta di qua
carletta di là
dottoressa, ci sarebbe un compito di fondamentale importanza per la sopravvivenza stessa della nostra struttura, ecco, crediamo che lei possa essere in grado, perchè ci vuole una persona abile, capace, di fiducia, e dunque dottoressa, per cortesia, ci sarebbe bisogno che fotocopiasse in fronteretro questo rotolo di cartaigienica usata.

 

 

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Set 09 2011

la prima paranoia asiatica

Itaewon a pochi metri da casa è tutta un rigurgito di minigonne e soldati americani, di urla sigarette fumate a metà club sbrilluccicanti e scarpe dal tacco spezzato sulle surreali salite che portano in cima alla collina. In cima alla collina ci sto io, che stasera, venerdì, non esco, anche perchè non avrei nessuno con cui uscire e penso a molte delle persone che sto conoscendo in questi giorni, che sicuramente sono uscite e adesso sono in un club esclusivo con gli amici, e se non hanno gli amici veri hanno almeno i soldi per pagarsi degli amici finti che tengano bene la parte. Io a pagamento potrei fingere di essere amica quasi di chiunque, diciamolo.
Penso a questo mio sito che negli ultimi cinque anni è stato complice mezzo fine quaderno e finestra, e in questi giorni mi sta dando tanti crucci perchè qui tutti mi dicono che le persone rispettabili queste cose non le fanno.

Pare che le persone rispettabili non abbiano fantasie non abbiano storie, che non abbiano pulsioni e che siano sempre completamente coerenti con loro stesse, che indossino sempre le mutande del colore della camicia e che vivano in case dove lo scopino del cesso è dello stesso colore dello spazzolino, pare che le persone rispettabili non abbiano voglia di raccontarsi non abbiano nemmeno tempo, che non osservino, che non ascoltino, pare che siano troppo impegnate a fare le persone rispettabili.
E insomma in questi giorni va tutto bene non foss’altro che per il fatto che mi sento ingabbiata mi sento imbrigliata cazzo mi sento legata mi sento che se voglio fare la persona rispettabile magari è ora che questo sito io lo chiuda perchè le persone rispettabili non dicono quello che pensano.
Anzi.
Forse le persone rispettabili non pensano.

E invece io da questa casa sulla collina più malfamata della città ancora una volta rivendico l’umanità e la dignità dei pensieri dispettosi reclamo la bellezza del mostrarsi fragili incongruenti a volte indecisi spaventati, e pure di colpo un attimo dopo entusiasti e risplendenti di luce meravigliosa.
La rivendico, cazzo, la possibilità, anzi la necessità a volte, di stare in contatto con lo sporco, lo schifo, la bruttezza che sta dentro la panza malefica come uno spiritello cattivo di quelli che ti si aggrappano al piede e ti fanno inciampare sempre un gradino prima della salvezza, rivendico l’assoluta necessità di parlare con lo spiritello anzi con gli spiritelli, che tanti sono e a volte incomprensibili a noi stessi, rivendico cazzo rivendico questo come pure il diritto di spiattellare la propria felicità la propria gioia quando c’è, che già è così difficile porcapaletta già è tutto così stramaledettamente difficile, figuriamoci se poi uno si deve anche preoccupare di nascondere la bellezza eh no, io a questo gioco non ci sto uffa.

Invece in questi giorni pare proprio che arrivino mille messaggi subliminali collegati al fatto che così non si va da nessuna parte, che il primo passo per fare le persone rispettabili è non mostrare i sentimenti o meglio ancora non provarli punto.
E io invece vorrei dire che forse non sarò mai una persona rispettabile ma voglio rimanere umana, di carne e sangue, viva calda umorale materica, perchè secondo me questo è l’unico senso che si possa dare a una vitaccia faticosa e in salita.
Io voglio sempre avere il coraggio di cantare in bicicletta, io non voglio mai perdere la voglia di camminare senza scarpe, io non ci sto a vergognarmi di come sono, e lo so che sto facendo la parte di Don Quixote che si sfracica tragicamente contro i mulini a vento, ma ho trentadue anni, quasi trentatrè, proprio come gli anni di cristore, e non sarò mai una persona che accoppia le mutande alla camicia e ai calzini, non ce la posso fare e soprattutto credo di non volerlo fare, credo di volermi vivere così come sono, credo di cercare un posto dove tutto questo possa non essere soltanto un difetto una schifezza un errore io credo di cercare un posto dove le persone mi apprezzino non nonostante ma proprio perchè sono così.

Chiedo troppo chiedo troppo lo so e finirà che anche questo sito morirà il giorno in cui i soldi finiranno e tutti gli imbecilli che ho intorno avranno imparato a fare le persone rispettabili mentre io no. Loro ci avranno lo stipendio e io scriverò i nomi in coreano su braccialetti di cuoio sotto il ponte di Galliera a Bologna.
Oddio già me lo vedo.

Ma ecco mi accorgo proprio in quest’istante che m’ha preso la prima paranoia asiatica in questo infinito venerdì, s’era acquattata accanto a me già da stamane, complice il tempo bruttassai, foriero di tifone giapponese, s’era nascosta, la stronza, la paranoia malefica, e appena la stanchezza m’ha vinta ecco la paranoia saltare a piè pari sul tavolo e ballare volgarmente la sua macarena. Sarà che oggi ho visto il mio prof e ho pensato che è proprio bravo e che io sono una spiantata e non ce la farò mai e se lui fosse saggio davvero forse mi direbbe cercati un posto in pizzeria. Sarà che oggi ho ascoltato troppe troppe lamentele inconsistenti e inutili. Sarà che in questo cazzo di paese il tabacco non si vende. Sarà che mi sento un’imbecille ma insomma la paranoia spadroneggia dentro di me ed ecco il risultato.

Ma adesso io riprendo il controllo e mi fumo l’ultima sigaretta sul tetto della mia nuova casa a Itaewon, guardando il carnaio sotto di me immaginando l’odore della gente che si mescola e si contamina, mi fumo la mia ultima sigaretta e poi vado a letto.
Da lì a un altro giorno è solo un attimo, che trascorrerò dormendo.

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Ago 18 2011

non ti ho mai detto di avere paura del mostrobiscotto

Passato il ferragosto mi sento quasi miracolata e -come sempre accade in questa casa- dopo la tragedia iniziale tutto diventa un pochino più commestibile e ci troviamo di nuovo nella nostra commedia all’italiana, ognuno cercando di fare onestamente del suo meglio. Trascorre quest’estate, trascorre mio malgrado, le giornate sono sempre troppo brevi se confrontate con la mole di materiale che dovrei produrre se fossi davvero in grado di rispondere alle così dette international calls. Ma io non ho la più pallida idea di come scrivere una cover letter, e non riesco a inventare storie per cui il mio eventuale datore di lavoro dovrebbe essere felice di pigliare me e proprio me.
Allora me ne sto in questo stato di sospensione, cercando di fare quello che posso e di non pensare che la Corea, porcamaella, la Corea è proprio lontanissima, e io così lontano non ci sono andata mai, e anche il Mozambico in fondo era più vicino, tutto era più chiaro più protetto, invece oh, la Corea è proprio lontana e io il coreano non lo parlo e manco lo leggo. Ho imparato a scrivere Irene, Teo e Carla. Francesco no, che non ho capito come si fa la effe. Però se tutto va male posso mettermi in piazza del baraccano e vendere braccialetti coi nomi in coreano incisi in tempo reale, e se arriva uno che si chiama con la effe mi invento qualcosa sul momento.
C’è un costante sottofondo d’ansia che suona da qualche parte nel mio cervello, e pure felicità, e spaesamento, e paura di questi cinque mesi e di ciò che sarà dopo. Che lo so, non bisogna pensarci, al dopo, ma anche un pochino sì, sennò come si fa. E c’è eccitazione per il nuovo, per il viaggio, per l’idea stessa di possibilità, così vicina a quella di speranza. C’è gratitudine per chi mi sta sostenendo, e paura di perdere le persone. Eh sì, proprio paura di essere dimenticata, sostituita, paura di tornare e non trovare più il mio posto, qualsiasi esso sia.

Che poi lo so, nel giro di tre giorni sarà tutto un turbinio di chiusura di scatoloni, svuotamento delle dispense, scelta del soprabito, che anche se il prof mi ha detto di non portare troppa roba, vorrai mai che rinunci alle scarpe nere coi buchini, al cappotto rosso, ai semi che m’ha regalato la sorella, alla sciarpina della Ire e via discorrendo all’infinito? e un pacco di tubetti? dovrò pur portarlo un pacco di tubetti che sono il mio comfort food.

Ma per adesso non riesco a pensare a niente di tutto questo, per adesso ho solo uno struggimento strano, leggo ancora una volta i programmi dei festival cui fino all’anno scorso partecipavo, il mio nome non c’è e per un attimo, ancora, mi viene da incazzarmi, mi parte il desiderio furioso di vendetta, i gomiti sgomitano me nolente la bocca sputazza l’occhio guizza sto già per produrmi in inusitati improperi quando, d’un colpo, mi rendo conto che non c’è più motivo
Ecco lo scrivo, oggi.
Che non mi deve importare più, non mi deve ferire, non mi deve lacerare. Che questa guerra non è più una guerra mia.
E non lo so come si fa ma lo farò, e prima o poi mi sveglierò e non farà più male.

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Ago 03 2011

ultimo atto (im)possibile

Eccomi come una bambina imbranata di cinque anni, la stessa bambina che ero ventisette anni fa quando provavano a farmi ricopiare su quaderni giganteschi quei simboli incomprensibili e apparentemente inutili, la c di casa la d di dado la acca di hotel. Oggi me la vedo con milioni di stanghette verticali e orizzontali che formano sensi sconosciuti e mi sembra di muovermi in una delle teorie di Kandinskij sulle linee che se tirate dall’alto verso il basso da sinistra verso destra danno un senso di spazio luminosità infinito e infatti eccomi, a cavallo di stanghette orizzontali, verso l’infinito che si schiuderà il 31 agosto su un volo per il quale ho prenotato un pasto senza lattosio e mi sono sentita proprio una ragazza emancipata.

Dovrei dunque passare ai diciannove caratteri che indicano le consonanti e invece non riesco a concentrarmi perchè c’ho i pensieri, pensieri che mi portano a questo fine settimana venturo, che sarò insieme al mio Socio vicino Roma a fare l’ultima data del nostro spettacolo e io proprio non posso crederci. Ho provato strenuamente a trovare nuove occasioni per questo agosto, un po’ perchè avevo bisogno di soldi, un po’ perchè proprio non me la sentivo di chiudere il sei agosto in un paese dell’entroterra ciociaro dopo una turnè che mi ha stravolto la vita, e invece tutte le possibili occasioni si sono frantumate, una dopo l’altra, rovinosamente, proprio come il mio bicchiere preferito si è suicidato nel lavello stamattina senza apparenti motivazioni. Il bicchiere si è suicidato e le mie ricerche di date per agosto sono affogate attorno alla penisola lasciandomi disoccupata ma soprattutto incompleta, con questo senso di finire non troppo bene una cosa che invece era cominciata benissimo.

Allora avrei bisogno di parlare di quest’ultima data di quello che vuol dire per me di come sto di come mi sento di come NON mi sento avrei bisogno di stare in questa cosa e invece mi sento censurata mi sento impaurita mi sento disapprovata e non ne parlo così fino all’ultimo non si capisce un cazzo di quello che succede, facciamo così eh, e la morte arriverà improvvisa come se nessuno se lo aspettasse, facciamo finta che non sia una morte annunciata, facciamo gli sconvolti il sette agosto quando dirò eh, era la mia ultima data, vi saluto, facciamo che non lo sapevamo, facciamo che non abbiamo sentito tutte le ore che ho trascorso bussando a porte reali e immaginarie, scorticandomi le nocche a furia di picchiare, chiedendo uno spazio una data perchè era importante per me fare altre date ad agosto, perchè probabilmente dopo non ci sarà più tempo non ci sarà più spazio.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e diciamo ah, ma non avevo capito, che eri messa così male che avevi bisogno di lavorare che era discriminante, se avessi capito ti avrei invitata a questo festival a questa rassegna a questo blabla. Facciamo gli gnorri così poi potremo andare tutti insieme al funerale fingendo di non aspettarcela e dicendo che sì, sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, e noi non siamo stati in grado di cogliere i segnali anzi, segnali non ce ne sono proprio stati, sembrava che tutto andasse bene che tutto veleggiasse con vento in poppa forza dieci e invece.

Facciamo che il sette agosto ci svegliamo e ci raccontiamo che abbiamo fatto tutto il possibile anche se dentro di noi c’è un piccolo mostriciattolo che sussurra maleficamente che no, forse qualche cosa di più avremmo potuto fare. Facciamo che guardiamo i programmi dei festival estivi e ci domandiamo se sono proprio completi o se per caso non ci sia qualche voce che manca, quest’anno, qualche voce che è stata sacrificata in nome della crisi o in nome di quest’artista che forse il suo spettacolo non sarà bello come quello della Vitantonio però lui porta un sacco di gente anche se costa il quintuplo e allora facciamo che guardiamo i programmi dei festival e ci domandiamo quali teste sono cadute e ci rispondiamo che sono cadute quelle teste che rotolando a terra non facevano troppo rumore. Facciamo che spediamo delle belle lettere in cui ci scusiamo ma quest’anno proprio non c’erano soldi in cui ci scusiamo e diciamo sì bella la tua proposta ma è politicamente troppo esposta e noi non possiamo rischiare di perdere i finanziamenti .
Facciamo che abbiamo tutti la coscienza a posto, facciamolo, così anche io ce l’avrò, la coscienza a posto, il sette agosto quando avrò fatto l’ultima data del mio spettacolo persa in un paese della ciociaria, niente contro la ciociaria, per carità, non vorrei essere fraintesa, facciamo che anche io avrò la coscienza a posto e mi dirò che in fin dei conti ho fatto tutto il possibile lottato contro i mulini a vento con le mie armi sgangherate fino a quando ho avuto un briciolo di forza suonato a tutti i campanelli bussato a tutte le porte sbattuto la testa contro tutti i muri facciamo che anche io, ho la coscienza a posto.

E se anche io ho la coscienza a posto io non ci sto a sentirmi dire che non posso mollare perchè ho delle responsabilità, non ci sto perchè se uno ha delle responsabilità deve avere anche i mezzi per rispettarle e assolverle e invece io questi mezzi non ce li ho e allora facciamo che sono io, che ho la coscienza a posto, anche se ho rabbia e frustazione che mi consumano le budella, sono io che ho la coscienza a posto, che le ho provate tutte e fino ad oggi sono stata con la speranza di fare almeno un’altra data, almeno un’altra, prima di partire, una data qualsiasi, a un prezzo qualsiasi, una data che non mi lasciasse con il morto in casa per ventiquattro lunghissimi giorni, e non ci sono riuscita, e allora sono io che ho la coscienza a posto e sono stanca di essere abbandonata da quelli che se da un lato mi dicono non puoi mollare hai delle responsabilità dall’altro se ne sono già andati per i fatti loro verso nuove avventure lasciandomi a preoccuparmi da sola di me e delle responsabilità di me e dei progetti impossibili di me e dei sogni  che fino a un minuto prima non erano solo miei.

Facciamo che se un sogno muore io non so di chi è la responsabilità, non so di chi è la responsabilità se le cose non vengono vissute come dovrebbero, se le persone fuggono, se ai festival la prima testa che cade è la mia, se quando ci sono teste da tagliare improvvisamente scopro che sul mio carro sono rimasta da sola, se l’ultima replica di quello che potrebbe essere l’ultimo spettacolo verrà messa in scena in mezzo al silenzio, non lo so di chi è la responsabilità, ma io ho la coscienza a posto e non so bene cosa significhi ma cazzo, pare che la gente sia così preoccupata dall’idea di dovercela avere, la coscienza a posto, e se a questo funerale io gioco a fare il morto voglio che sia scritto nel regolamento che anche il morto aveva la coscienza a posto.

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Lug 22 2011

guida intergalattica per attivisti, tredicesimo episodio

Verso casa.
Guido in questa mattina umida e silenziosa mentre il Socio dorme placido e silenziosissimo.
Fino all’ultimo non lo sapevamo, se cel’avremmo fatta a portare “non vengo dalla luna” a Genova. E poi invece, come nell’ultimo scatto prima del traguardo, ecco che nel giro di poche settimane abbiamo fatto tuttotutto, compreso trovare un buco nell’agenda affollatissima del Socio, e allora eccoci. Venticinquesima data, penultima data del nostro tour, almeno per adesso.
Che sembrava non dovesse arrivare mai, questo giorno, e invece è già finito.
Guido mentre il Socio dorme e penso alla mia Genova dieci anni fa, alla paura, alla solitudine. Penso a quella grossa mortadella abbandonata in strada, vicina a una scarpa insanguinata. Penso a tutto quel fumo. Al sole, penso, alle persone che lanciavano acqua dalla finestra per rinfrescarci. Al mio ritorno a Milano, alla mia gioventù, penso, ai miei ventidue anni di speranze orgoglio e pure un po’ di arroganza.
Il Socio dorme, e penso alla mia Genova di oggi. Alla partenza faticosa, a questo mio sentirmi fuori sintonia, ai silenzi, alla radio, al maledetto tir incendiato e alle otto ore di strada. Al sole, all’arrivo, alla gioia. Al fatto che non potevo crederci, che fossimo arrivati, lui e io. A lui e io, penso, a come oggi abbia detto lui e io e non noi, che la turnè sta finendo e io me la sento addosso, questa fine. Lui no (forse), ma tanto il diario lo scrivo io. Penso alla mia Genova di oggi, alla gioia di ritrovare i compagni e le compagne di questo anno, di questi mesi, penso alla Genova pacificata di oggi, all’assemblea, agli sguardi che ho incontrato. Ai pesci, al mare. Al banchetto di ya basta. Si, pure al banchetto, penso. Penso a Peppino che è venuto a trovarci, ad Ale e alla focaccia, ai fratelli di Bologna arrivati proprio in tempo per evitare gli scoramenti.
Penso a quando il Socio stava fissando il nastro per il puntamento ai miei piedi, e a me un po’ mi si stringeva il cuore e lo stomaco e il fegato che ne so che cosa mi si stringeva, tutto si stringeva mentre mi chiedevo come sarà la mia vita senza tutte queste cose. All’ombra perfetta di stasera, penso. Al rituale del microfono che si mette in due.
Alla fatica, alla paura.
E poi penso allo spettacolo, che dal momento in cui decidiamo che comincia va solo, imperterrito, ostinato, fiero.
Va per la strada sua, si apre sboccia odora e poi si addormenta. Agli occhi di chi guarda e ascolta, penso.

Il socio dorme e io penso alle compagne e ai compagni di Genova, che finalmente cavolo li abbiamo conosciuti e abbiamo dato volti ai nomi e alle voci. Alla candeggina, alla generosità, al tendone di Renzo Piano che voglio dire, tu l’hai mai fatto il tuo spettacolo sotto il tendone di Renzo Piano? Penso al nostro teatro povero, che noi non facciamo il teatro povero, noi siamo il teatro povero. Ai protagonisti invisibili del Socio, penso. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi.

Il Socio dorme e io guido, intanto arriva il giorno, Piacenza Fidenza Parma Terme di Canossa Reggio nell’Emilia. Penso ai saluti, agli abbracci, a quelle luci che io non trovo negli sguardi di nessun altro. Ai compagni arrivati giustintempo da Napule. A quelli che lo spettacolo l’hanno visto quattro volte. A quelli che ne sanno pezzi a memoria. Al pullman da Avellino, carico di sogni e testardaggine. Ai miei eroi perugini. A uno sguardo in particolare, penso, e poi penso a tutti. E penso a chi stasera non c’era. A chi non ci sarà. A una rosa che m’è stata regalata.

Il Socio dorme con le nostre rose al fianco, immobile e silenzioso, sorge il sole sull’Emilia e io guido come se dovessimo non arrivare mai, altro che viaggio al termine della notte, io viaggio verso l’inizio, della notte, quel punto dove è chiara e immobile, accogliente e perfetta, rotonda.

Penso poi ai pensieri segreti, alle cose oneste. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi. Alla fine delle cose. Agli inizi. Alla notte che finisce però inizia. Al sole che sorge proprio nel punto in cui non pensavi. Al senso d’orientamento, al perdersi.
Il Socio ha freddo, mi piacerebbe potergli mettere una copertina ma non ne ho, io che ho sempre mille copertine per ogni uso, non ho uno straccio di copertina stanotte per il Socio, e lui si deve affrontare la notte infinita così, al freddo, dopo aver sfacchinato con la sottoscritta, eh oh, vita da artisti di quart’ordine.

Il Socio dorme Modena Sud uscire tra ottocento metri, la notte finisce e inizia mentre il giorno si colora come le guance di un’amica che arrossisce all’improvviso. Ma siamo arrivati, non la vedo, la Basilica di San Luca. Non so perchè. Oggi non si vede, per quanto mi sforzi essa mi si nasconde, e io non mi sento a casa, mi sento sospesa sulle guance del giorno mentre la notte infinitamente respira dentro di me.

Ti riesci a portare fino a casa?
annuisce, il Socio dalle mille vite, che tra due ore già si sarà trasformato in un efficientissimo qualcos’altro, mentre io rimango sospesa tra il giorno e la notte, in ogni caso squattrinata e senza prospettiva, giorno o notte che sia. Rimango sospesa con il pensiero di un’estate che mi ha promesso e non sta mantenendo.
Mi chiede come ho fatto, a portarlo fino qua. Gli dico te lo avevo promesso, che ti avrei riportato a casa. E poi ho pensato.
Mi chiede a cosa.

Mah, alle parole delle canzoni, al giorno, alla notte, alle rose. Buon riposo Socio, io mi faccio una passeggiata sul confine di questo non-giorno infinito.

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