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Giu 17 2012

Il teatro e me. Prove del mio ultimo monologo.

Ebbene sì, ti lascio.
A questo punto della nostra relazione non ha neppure più senso dire che sia per sempre.
Ti lascio e basta, come nella migliore delle tradizioni. Con tanto di monologo che un po’ è incazzato e un po’ è strappalacrime.
Ti lascio e non ne voglio sapere di te. Non cercarmi, non ti cercherò.
Finita.
Sì, chiaro, per ora. Finita per ora.

Perchè non se ne può più.
Tredici anni avevo porca miseria. Mi misi una maglietta bianca perchè si-doveva-fare-così, andai a scuola con quaranta di febbre per non deluderti. Mia madre era furibonda. Nessuno capiva che cosa ci fosse, di così importante, quel giorno a scuola.

Tu, c’eri. Tu. Maledetto.
E quello è stato solo l’inizio. Come se non fossero bastate le innumerevoli, ulteriori occasioni di scontro con i miei.
Come se non fossero bastate. Mai una volta che mi rendessi le cose più facili. Se c’era modo di provocare una crisi familiare tu lo coglievi e mi istigavi. Ti piacevo di più così, ribelle, insoddisfatta e arrabbiata?

Come la storia di andare a scuola la sera. Ma dico. Eravamo tutti minorenni. Eppure quello pareva l’unico modo. A scuola. A scuola la sera.
Mia madre mi urlava “mi metti in croce” ogni volta che la obbligavo a venire a prendermi a mezzanotte dall’altra parte della città. Quando compii diciott’anni il primo pensiero fu avere la patente. Per te.
E i giorni di scuola saltati perchè improvvisamente avevi deciso che ero importante? le ore trascorse nei camerini a respirarti, ogni straccio ogni granello di polvere ogni pezzo di corda, tutto era te.

Ma ora basta. Non voglio nemmeno ripercorrere questi vent’anni di cecità. Basta, finita, ti lascio. Me ne vado.
Non ho più niente da dire.
Ti ricordi l’università? Fu la prima volta in cui pensai di averti lasciato.
E’ finita, pensai. E invece era appena cominciata.
L’immagine di te mi attendeva ogni giorno affianco a un grosso manifesto sotto l’arco di Piazza Capitaniato.
Tu ogni giorno immobile.
Io ogni giorno turbata come una deficiente.

Ti credetti.
Fu la prima convivenza. Un disastro. Per ognuna delle tue dichiarazioni d’amore pagavo disistima, aggressività, solitudine. Ero così stanca che mi addormentavo su uno sgabello dietro le quinte.
Fino a quando non mi dicesti che non ne eri più certo.
Io sì, io ne ero certa, io ti amavo, io avrei fatto di tutto per starti vicino, per starti attorno, dentro, per respirarti, per esserci.
Ogni giorno lo giuravo, ogni giorno ti provavo la mia determinazione.

Mi sono fatta lasciare da tutti i miei fidanzati, perchè prima c’eri tu.
Ho perso i lavori meglio retribuiti, perchè a te non piacevano, perchè non erano compatibili, dicevi, perchè rubavano la mia energia migliore, la mia capacità di creare, cose che volevi tutte per te. E sia.
Ho mentito. Ai miei genitori, agli amici, ai fidanzati. Ho mentito come una tossica. Spudoratamente e felicemente.
Ho fatto 35 traslochi. Trentacinque. Non so se mi spiego. Io non augurerei a nessuno, a nessuno di fare 35 traslochi. Per te. Per stare con te, vicino a te e menate varie. Una volta ho accettato di dormire per quattro mesi in una specie di palestra dietro la stazione di Rovigo (di Rovigo, non so se mi spiego!!) insieme ad altre sedici persone, solo perchè tu eri là.
Mi sono quasi venduta a un paio di registi intraprendenti.
Ho scritto a Federico Tiezzi subendo l’umiliazione di un incontro al quale lui non si è neanche presentato.
Ho scritto allora a Mario Martone, e non mi ha mai risposto.
Ci ho provato con Cesar Brie, ma neppure lui evidentemente ha trovato carta e penna.
Sempre perchè mi avevi assicurato che mi avresti aspettata là.

Là, in un luogo di cui io non avevo mai le chiavi.

Ti ho rincorso ovunque. Portogallo, Germania, Polonia. Ti ho cercato persino nella provincia bresciana.
Non ho fiatato.
A trent’anni sono venuta da te a Londra e mi sono messa a fare la donna delle pulizie per sopravvivere.

Ogni volta promesse d’amore infinito, eterno, quello che solo io e te conoscevamo.
Ogni volta ti credevo.
Ogni volta ti cercavo.
Come la prima volta.
E ogni volta fuggivi non appena ero arrivata.

Un anno fa ti ho detto che era finita.
(No, non è che non ti ami più, è che non può funzionare. Io non sono come tu mi vuoi, tu non sei più come volevo. Mi sono innamorata di fotografie di quarant’anni fa e di storie che parlavano di un te che non esiste più.
E’ finita.
Sì, ti amo ancora, ma non ce la faccio più. Voglio una vita normale. Sono stanca di sentirmi dire che mi ami, che mi desideri, che mi vuoi, e vederti fuggire con la prima attricetta anoressica di passaggio ogni volta.)

Ti ho fatto un discorso sensato. Ammettilo. Sono stata saggia e delicata. Ti ho dato una lunga serie di motivazioni. Ti ho ribadito il mio amore.
Avrei voluto passare tutta la mia vita con te, proprio come nella favola di Cenerentola o in quella di Prezzemolina.
Ma non ce la facevo più.
Per darti modo di abituarti all’idea me ne sono andata fino a Seul. Seul, diecimila chilometri. Ho pensato fossero abbastanza.
Ho ignorato le lettere, i messaggi, le telefonate. Sono i frequenti rigurgiti di possesso che animano gli abbandonati.

Poi sono tornata qui.
Non ti ho cercato.
Ho evitato accuratamante luoghi e persone che avrebbero potuto ricordarmi te.
Pensavo di avercela fatta.
Invece, quando meno me lo aspettavo, sei comparso.
Hai giocato uno dei tuoi numeri da circo, creato situazioni surreali per mettermi nelle condizioni di essere proprio là, dove tu mi aspettavi.
Chapeau.

Quando ti ho toccato dopo tutti quei mesi avevo paura di sciogliermi. Eri bellissimo. Eri come ti ricordavo. Eri ciò che avevo sempre voluto. Per un attimo, un attimo soltanto, ho sentito che -di nuovo- ero pronta a tutto per stare vicino a te.

Ma ho trentatrè anni, e tra me e questo pensiero ci sono tutti gli anni di delusione, umiliazione e solitudine. A quelli ho pensato mentre avevo addosso di nuovo il tuo odore, e mi sono resa conto che c’è una cosa che ho perso e che non riavrò mai.
La fiducia in te.

Non mi fido. Non ti credo più.
In questi mesi siamo stati vicini come poche altre volte prima d’ora. Eppure ogni volta che ti guardavo sapevo che sarei andata via, che non ti avrei cercato.

Proprio come in quelle storie d’amore che raccontano alcuni romanzi d’appendice, non riesco a dirti di no. Ti desidero, ti bramo, ti voglio. Ma oramai so che la nostra grande storia d’amore, quella che sognavo, la cosa per cui ho lottato di più, non ci sarà mai.
Allora magari torno ancora, come si torna da quegli amanti soddisfacenti che popolano le nostre vite. Quegli amanti dei quali pensi che se non aveste sbagliato entrambi qualcosa, in un passato remoto, magari avrebbe potuto esserci l’amore.
Quegli amanti che non sono buoni amici nè compagni, ma forse avrebbero potuto essere entrambi.

Magari. Magari torno, tra un anno, due.
Tornerò se avrò qualcosa da dirti.
Tu sarai uguale al giorno in cui ti ho visto la prima volta.
Io penserò che ti amo.
Temerai di avermi persa, e mi giurerai che sarà diverso.
E forse io ti crederò.
O forse farò di nuovo le valigie e andrò ancora più lontano.

Stronzo.

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Giu 28 2010

la verità

è fottutamente difficile e doloroso ecco cos’è. Ho un pezzo del mio cuore che si è nascosto in questa città e non riesco a ritrovarlo per riprendermelo e portarlo a casa. Sono arrivata, ho fatto tutti i casini che avrei potuto fare più qualcuno che non avevo preventivato, ho attraversato tutte le fasi del manuale del migrante e adesso ho una valigia gigantesca piena di cose di cui fondamentalmente non me ne frega niente, ecco, ma pesa pesa la stronzissima valigia e non lo so nemmeno io perchè mi sono intestardita a riportarmi indietro tutti questi inutili vuoti pesanti oggetti. Che cosa me ne faccio.
Adesso sono qui nella stanza che ho amato che ho odiato, che avrei voluto condividere col mio uomo e invece non cel’ho fatta così come evidentemente non cel’ho fatta a condividere sufficientemente quest’anno, me ne sto qua e c’è una stranissima puzza di gomma che non so manco cosa sia e ho cose cose cose su cose cose sparse dappertutto e ho cercato di lasciare questo e quello ma comunque trattengo troppo con me, troppo trattengo e intanto quello che dovrei riportare a casa quello non lo ritrovo.

L’ho perso.

Sanguino.Perdo pezzi di me che dovrei tenere ben stretti. Sanguino e mi sento come se camminando stessi lasciando una tremenda scia di sangue e organi e pezzi di carne viva che sono io.
Ed è una sensazione che si, ricordo, lontanissima, ma pensavo mai più l’avrei provata. Questo distacco che pensavo festoso che avevo programmato felice si trasforma in un circo di piccole tragedie di innumerevoli numeri riusciti male.
Ho dentro di me trapezisti che si rompono gambe, giocolieri che mancano la clava, leoni che si bruciano la pelliccia, e poichè mi sembra di non essere in grado di vivermi le cose nella loro densità dolorosa mi rifugio dentro questa immaginaria combriccola grottesca che, comunque, continua lo spettacolo fino alla fine.

Non lo so, non lo so cosa sia successo in queste ultime due settimane ma a un certo punto mi sono resa conto che non era vero, non era vero che non mi fossi lasciata toccare, non era vero che fossi incolume, non era vero nemmeno un po’, perchè questa città-macelleria mi ha riempito le narici per un anno e mi ha irreparabilmente cambiata e adesso ecco, adesso non lo so cosa voglio, che uno dice vabbè quello anche prima, si lo so anche prima ma adesso in più c’è che sento che non voglio più quello che volevo prima e mi sento che nonostante la sofferenza e la solitudine questo anno difficilissimo mi ha dato qualcosa di indescrivibile e di prezioso e cioè mi ha fatto vedere sulla mia pellaccia di mulo testardo quale sono che ce la posso fare anche da sola, in qualche modo. Che a uno può sembrare scontato ma invece per me non è scontato per niente e allora con questo ritorno e lo so che sarà dolorosissimo lo so.

E dunque ieri abbiamo concluso questo anno di scuola con uno spettacolo allucinante, la gente all’impiedi in platea e sui palchetti batteva le mani come impazzita e noi grondavamo sudore misto a trucchi e i miei baffi finti bruciavano non più neè meno del naso posticcio di uno e della parrucca dell’altro, e ho guardato i miei maestri e volevo piangere, ecco cosa volevo fare, volevo piangere e che loro mi vedessero piangere di gratitudine e di rabbia e di amore prima che fossimo tutti troppo ubriachi. Invece non ho pianto ma ho ballato con tutti e con tutte anche con quelli con cui non ho mai avuto uno straccio di relazione ho ballato e poi a un certo punto ho cantato. Non avevo mai cantato per i compagni di quest’anno mi ero tenuta il mio segreto ben stretto invece ieri sera in un parco a piedi scalzi ho cantato e i compagni e le compagne hanno ballato mentre cantavo per loro.

Fino a che non è arrivata la polizia. Che erano le tre ed eravamo pur sempre nel centro di Londra, non era polite. Abbiamo riso mentre tutto il parco popolato da sconosciuti si rammaricava che dovessimo lasciare la piazza e ci ringraziava per la nostra musica.

Tant’è. Volevo venire a Londra, poi ci sono venuta e sono stata bene e sono stata male e ho perso moltissime cose moltissime e non le avrò mai più ma altre ne ho guadagnate. Poi me ne volevo andare. Ma mi ero imposta di restare. Mo me ne devo andare. E volentieri resterei. Quanto so’ rincoglionita mioddio quanto.

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Mag 25 2010

totò, peppino e l’esame di mimo

Supersballottata sentomi in questo maggiodoroso.
Londra è improvvisamente tutto un tripudio di glicini e gelsomini e magnolie e rose e tulipani e narcisi e fiori sconosciuti tutto insieme tutto profumatissimamente mescolato nelle numerosissime aiuole che spuntano a ogni angolo di strada e questi inglesi sono così assetati di vita che se ne fregano dei loro vestiti eleganti se ne fregano del blackbarry se ne fregano della loro tenuta da clerks integerrimi si buttano sul primo fazzoletto verde che incontrano per trasformare le pause pranzo in improvvisati picnic sorridono gli inglesi tolgono scarpe e calzini si stendono su giacche con taglio all’italiana e sembra proprio di stare nella pubblicità della coppa del nonno non so se qualcuno se la ricorda, c’era quella canzone bellissima e tutto era avvolto in un antico color seppia una cittadina si muoveva in un’eterna primavera mentre persone di ogni sesso e ogni età mangiavano per sempre coppa del nonno.
Londra splende di goccioline di sudore a scuola lasciamo aperte le porte e accendiamo vetusti ventilatori mentre imperterriti continuiamo le nostre improbabili acrobazie dell’anima le nostre bislacche metafore del pensiero. Giorni d’esami, questi, giorni in cui sembra quasi di stare alle scuole superiori, che si respira quell’aria di apprensione di studio matto e disperatissimo ma anche di speranza e di gioia, che bello che bello quando arrivano gli esami e arriva anche il sole, e ogni giorno dopo lo studio ci sono un paio d’ore d’aria, l’aria vibra delle paure e dei sogni che ancora si degnano di visitarci alla fine della primavera.
Ho studiato ho studiato ho spalmato chili di crema all’arnica sulle cosce e sulla schiena ho provato e riprovato e infine oggi ho dato il mio esame, per la prima volta da quando faccio il mio mestiere sono andata in scena e non ho detto una parola, cinque minuti, da sola insieme al compagno Jimmy, in un duetto amoroso che mai mai duetto amoroso è stato tanto difficile per le mie articolazioni. Eppure oggi l’ho fatto ecco e non so bene come sia andata perchè come per ogni esame che si rispetti anche per questo c’è da aspettare qualche giorno i risultati, ma l’ho fatto e sono felice e sollevata e anche triste triste tristissima.
Ancora hanno da venire i giorni in cui tirerò le fila di questo anno, ancora un mese e mezzo a Londra, ancora un mese di prove per lo spettacolo di fine giugno, ancora molto ancora troppo ancora troppo poco. Mi sento di nuovo persa nella sala d’attesa della mia vitaeroporto.
E adesso troppa troppa troppa adrenalina ancora ho in corpo per pensare di andare a riposare, il rescue remedy stanotte non mi fa l’occhiolino, ho davanti a me molti nuovi viaggi forse un ritorno e sicuramente almeno un rimpianto, in ogni caso.

E’ forse questo essere adulti, dover in ogni caso portarsi con sè un rimpianto e io in qualsiasi caso dovrò fare una rinuncia ma d’altra parte prima o poi chiameranno il mio volo e io se sarò stata sufficientemente attenta forse forse partirò.

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Mag 19 2010

dopo gola profonda ecco a voi gola psicosomatica

A una settimana dagli esami e un mese dallo spettacolo ecco che mi trasformo in Amleto. Devo ammettere che stavo molto bene nei panni di Iago, mi ero molto immedesimata, stavo addirittura pensando di farci uno spettacolo. Che non e` detto, del resto, che non si faccia. Anzi penso proprio che, se continuero` a fare questo mestiere, mettero` presto o tardi in piedi uno spettacolo che si chiamera` il complesso di Iago, ecco adesso l’ho scritto e nessuno puo` rubarmi il titolo, che ci provi qualcuno, sfoderero` le piu` perniciose tra le mie armi e se non basteranno quelle oneste, visto che comunque parliamo di Iago, provero` con quelle disoneste. Ricordate che ho stretti contatti con la yakuza.
Ma insomma avevo esordito dicendo che proprio adesso che mi sentivo cosi` a mio agio nei panni del traditore dei traditori ecco che mi sono trasformata, a dispetto di me medesima. in Amleto. Ho financo cambiato tragedia. Tutti i miei dubbi esistenziali ritornano a galla. Ci ho davanti questo gran pentolone pieno di brodo ma dentro il brodo brancolano i cadaveri di tutte le mie domande senza risposta. Pesco e ripesco ne viene fuori sempre una nuova. E’ tutto di nuovo in discussione, tutto sottosopra. Questo brodo piu` rimesto piu` mi disgusta. Da dove parto, da dove comincio? Mi ero detta occhei, forse ho bisogno di parlare liberamente con quelli che piu` mi son vicini, forse questo trambusto puo` essere parzialmente risolto con dei civili colloqui all’occidentale, eppero` il problema ahime` a me fin troppo noto e` che spesso, assai spesso, non mi sento libera di parlare. Mi sento che se parlo, se dico quello che penso, faccio dei casini. Che poi e` un po` la verita`. Esprimendomi liberamente ho in passato troppo spesso creato dei gran casini e lo so, non e` giusto dover pagare per sempre per tutto cio` ma a questo proposito ho un’aneddoto che riguarda la mia infanzia e quella di mia cugina Valeria. Eravamo bambine al mare e mia madre provava a insegnarci a nuotare e non ci riusciva. Cercava dunque di persuaderci che noi eravamo ben piu` leggere dell’acqua, per questo avremmo galleggiato. A un certo punto mia cugina, ragazza peraltro molto intelligente, dice “zia io lo so che sono piu` leggera dell’acqua, ma l’acqua lo sa?”
Ecco cosi` mi sento adesso che quando provo a parlare mi viene quella paura irrazionale di perdere tutto di rimanere sola e finisce che non solo non parlo ma smetto di farmi delle domane, eludo il pentolone.
Come se non bastasse uno dei miei me ha deciso di farmi un regalo ovvero: essendo il problema legato alla parola, avendo questo mio me paura che io in un momento d’infelice incoscienza mi pronunci troppo liberamente provocando cosi` un effetto domino di catastrofi, il mio me mi ha fatto venire mal di gola. Un mal di gola che l’ultimo mi era venuto appunto diverso tempo fa, una volta che avevo paura di dire come mi sentivo.
Ci ho la censura psicosomatica.
Sono afona. Qualcuno dira` poco male, tanto i mimi non parlano. A questo qualcuno vorrei ricordare che i mimi parlano e che comunque non e` questo il problema. Sono costretta a un silenzio esistenziale. E non c’e` borocillina che tenga.
Certo un Amleto muto non si era mai visto. Se dunque provate a parlarvi e sembra che non vi presti attenzione vuol dire che sono concentrata nel ripetermi mentalmente essere o non essere…

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Apr 21 2010

storie di ordinaria eccetera eccetera

un evento straordinario sta per sconvolgere le nostre vite di mimi senza casa e senza famiglia, un evento tanto straordinario da meritarsi un post infrasettimanale.
Ebbene due mimi stanno per sposarsi. Dopo un anno o due di amorevole relazione hanno deciso di fare il così detto grande passo. Che essendo i due mimi in questione provenienti da paesi diversi dall’Inghilterra il grande passo è davvero tale, visto che bisogna prepararsi mesi e mesi prima, bisogna mandare carte, aspettare risposte di ambasciate, rinnovare i visti e compagnia bella. Ne avevo avuto un assaggio quando la mia onorevole sorella minore aveva deciso di maritarsi, e avevo pensato che l’Italia fosse una pietosa eccezione all’Europa, che la nostra burocrazia fosse la prova evidente di quanto le cose potessero andare meglio in altri paesi. Bene, mi sbagliavo. Nonostante questi inglesi ci abbiano la regina, che pare avere come passatempo principale quello di vegliare sull’isola per sincerarsi che tutto vada per il verso giusto seguendo criteri di uguaglianza e giustizia divina, nonostante questa signora regina, dicevo, la burocrazia inglese è quasi peggio di quella italiana, e gli apparati burocratici inglesi sono se possibile (ma umanamente non lo so, se sia possibile)  più xenofobi di quelli italiani. I due poveri mimi in questione hanno girato come trottole per i passati quattro mesi, facendo e rifacendo più e più volte tutte le scale di tutte le ambasciate possibili e immaginabili, e per fortuna che sono mimi e sono ben allenati, la tarantella è andata avanti assai più a lungo del previsto, tanto che il matrimonio avrebbe dovuto avvenire ad aprile ma fino a una settimana fa non si sapeva nulla dalle ambasciate quindi ciccia. Per qualche giorno i mimi hanno mimato Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, e li hanno mimati assai bene, con annessi disperazione della fanciulla e accanimento del suo legittimo promesso. Poi finalmente qualche giorno fa l’autorizzazione - non si capisce grazie a quale conversione di quale innominato o a quale corruzione di quale monaca di quale Monza - è arrivata.
Yuppieeeee

Immediatamente sono partite le partecipazioni. Il matrimonio s’ha da fare, e si farà il giorno otto maggio. Siamo tutti indaffarati come gli assistenti di babbo natale il 23 dicembre.  Eh già, perchè la famiglia dei mimi emigrati siamo noi, mimi sparsi in giro per il nord est di Londra, tutti emigrati e tutti senza famiglia.
Dunque non so cosa stiano facendo i mimi maschi adesso, ma le femmine sono affaccendatissime. Abbiamo messo insieme tutte le energie provenienti dai più diversi paesi del mondo e stiamo organizzando un matrimonio come si deve. Consulti alla sposa per il vestito, organizzazione del rinfresco, drink di benvenuto, addio al nubilato, gestione delle risorse, e ovviamente pure qualche sopresa. Che emozione che emozione! Io un matrimonio non l’avevo mai organizzato, e chi pensava che avrei dovuto proprio farlo qui in questa metropoli/macelleria!
Sono l’addetta al drink di benvenuto e alla preparazione della panzanella, perchè il rinfresco sarà multietnico e variegato proprio come siamo noi mimi, dunque poteva mancare la mia panzanella? eh no che non poteva!
Ma adesso mi manca il vestito.
Avevo pensato a un vestitino bianco, semplice semplice, ornato di qualche pizzo e accompagnato da un bouquet di fiori primaverili. Non riesco a capire perchè, ma le altre damigelle si sono barbaramente opposte alla mia mise. Dicono che qualcun altro potrebbe indossare lo stesso vestito, e non sarebbe proprio il caso.

Senza dubbio devo approfondire la mia conoscenza dei riti matrimoniali….

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Mar 17 2010

quel venticello friccicarello

La vita dovrebbe essere tutta così, come la settimana prima delle vacanze. Il sole splende su Londra, splende così deciso che riesce ad essere quasi caldo. Dimentico sventure personali, metto da parte crucci sociologici e drammi politici, lascio in sospeso progetti di vendetta generazionale, pedalo pedalo e canto, nonostante la salita, che appare, inutile dirlo, quasi meno salita del solito, o forse sono io che finalmente sono un po’ più allenata, fatto sta che arrivare a scuola è davvero un attimo.
Si respira un’aria, a scuola, un’aria piccantina, si sente l’odore dei costumi e degli oggetti di scena, si percepiscono le tensioni e le paure, pure gli scazzi. Ogni tanto una parola di scusa e una rassicurazione. “Non ti preoccupare, è il processo”. Questa è la giustificazione universale di tutti i piccoli screzi che avvengono durante la messinscena. E’ il processo. Che vuol dire che non ci puoi fare niente, che questi sono i compagni che i maestri ti hanno dato, che non li puoi cambiare, che non ti puoi appellare a nessuna autorità superiore, che devi stare con loro e con quello che create insieme, e non è facile e a volte non è nemmeno bello, che ci sono alcuni compagni che, diciamolo, uno si domanda che cosa ci stanno a fare, alla scuola di mimo, eppure ci sono anche loro, e le incomprensioni e le tensioni e ogni tanto qualcuno (soprattutto qualcuna, ammettiamolo) dei più sensibili o giovani si fa scappare pure la lacrimuccia. Io, per quanto mi riguarda, sono una bestia. La settimana prima dello spettacolo viene fuori davvero l’animale, feroce, affamato, implacabile, mi muovo per linee rette, elimino le parole di cortesia e di gentilezza, vado diretta con un occhio all’orologio, le persone smettono di interessarmi e mi interessano solo gli attori. Sono persino insofferente con i più lenti, con quelli che si ostinano a rimanere legati al quotidiano, a chiedere scusa se sbagliano invece di risparmiare tempo e usarlo per correggersi. E lo so, che sono così, la bestia, appunto, difficile, a volte aggressiva, focalizzata totalmente sulla creazione, totalmente immersa nel processo. Non c’è più tempo per la diplomazia e io finalmente mi sento libera, il personaggio esce fuori prende vita si anima velocissimo corposo concreto e io, la bestia, lo difendo a morsi.
Ma tutto è leggero. I più esperti dei miei colleghi mi capiscono e finiscono persino per giustificarmi  (è nel processo, è una vera attrice) come se gli altri non fossero veri attori. A me sembra soltanto che alcuni siano incapaci di abbandonarsi a quello che succede.
Eppure tutto magicamente, come si era creato, si interrompe, sono già le due, il sole è alto, ci trasformiamo in esseri umani, i muscoli si nascondono sotto vestiti da lavoro,montiamo su autobus e biciclette, ci prendiamo in giro, gridiamo e scherziamo in tante troppe lingue, ci diamo appuntamento a domani. E il resto della giornata è davanti a noi, davanti a me.
Le ore che trascorro cercando di guadagnare abbastanza, eppure in questa settimana anche i bambini sembrano un pochino più sopportabili, e il pensiero che per un mese non li vedrò angoscia il mio portafogli ma solleva immensamente me.
Penso a domani a dopodomani eppure sono completamente immersa in questa giornata. Sono dove sono e dove sarò. Che poi lo so, lo spettacolo sarà bello e le vacanze saranno bellissime ma questo strano sapore frizzantino sarà sparito, il sapore dell’attesa, è finisce che un po’ persino mi dispiace.

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Gen 08 2010

una vita da mimi

Published by lucilla under mimo, teatro

Sono tutta sudata e ansimo pure un pochino. La cosa mi preoccupa relativamente dal momento che tutti attorno a me ansimano sudaticci e guardano di fronte a loro, sul palco, dove l’altro gruppo sta per cominciare la sua parte. Quella che io ho appena finito, appunto. Il palco riluce di goccioline di sudore e quelli in piedi hanno lo sguardo rivolto dentro. Noi invece, che abbiamo già finito, un po’ ci rilassiamo. Qualcuno beve e il nostro sguardo, sì, è fuori di noi, è per loro.
Parte il suono.
E loro sono tutti insieme nello sforzo. Qualcuno sbaglia i conti ma si riprende subito.
Sei sette otto.
Nella posa per alcuni secondi sono tutti eroicamente immobili.
Uno due.
Come statue di un tempo in cui qualcuno ha davvero creduto nel potere rivoluzionario dell’uomo e della donna che lavorano.
Quindici sedici uno.
Cadono nuove gocce di sudore e le guance dei più chiari diventano rosse.
Sentiamo i respiri ma nessuno si ferma.
Un due un due tre
Noi siamo con loro.
Non un momento fuori concentrazione.
Sembra un universo interminabile, eppure sono solo cinque minuti.

E quando sono finiti siamo pronti per provare a correggere gli errori.
Spesso senza riuscirci.

Se non parlo di tutto questo, se non ne scrivo, è perchè mi prende una profonda commozione che non mi riesce di spiegare. E ho pure paura di suonare patetica, retorica, o peggio ancora antiquata.
Così impongo silenzi che come buchi neri si stendono sulle cinque, sei, sette ore al giorno che trascorro in questo tentativo che ha qualcosa di terribilmente prometeico.

Come ogni giorno proviamo, letteralmente, a dare un corpo al pensiero.
Come metodicamente non ci riusciamo.
Come proviamo di nuovo.
Ciascuno forse per un motivo diverso.
Spessissimo non condiviso.

E allora il buco nero si allarga, perchè più vado in profondità e meno trovo parole, più il mio corpo si esercita e meno sono capace di spiegare. Più sono dentro e meno posso condividere.
Se non ne parlo è perchè, un pochino,  mi vergogno della commozione che m’assale quando vedo me e i miei compagni disperatamente impegnati in una cosa che, per la maggior parte delle persone che conosco, potrebbe tranquillamente non esistere senza per questo spostare gli equilibri del mondo di un solo grammo.
Eppure questa è una delle più grandi sfide che io abbia accettato nella mia vita.

Le parole, volendo, potrei trovarle, ma suonerebbero sproporzionate come un’ombra al tramonto.
Al punto che anche adesso ho voglia di attaccarmi al tasto canc.

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