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Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Mag 25 2012

Ultimo regalo cubano.

 Siccome non ho fatto in tempo a salutare Richetto che già ero sull’aereo verso Parigi

Siccome non ho nemmeno finito il pollo immangiabile di AirFrance che già pagavo una bottiglia d’acqua tre euri

Siccome temo di cascare nel nuovo turbinio di un’altra turnè, accompagnata da sbattimenti, incontri, sorprese e menate varie

Siccome lo so, che finirò con il lasciare andare tutto questo troppo, troppo presto,

Allora mi faccio un pochino di coraggio e pubblico il mio racconto su Trinidad.

 

 

 

 

Como diz Fidel, y lo voy citar…

 

Breve storia di un pittore che non riusciva a finire le sue citazioni

e di Trinidad,

città dove ciò che deve accadere, semplicemente, accade.

 

 

 

 

 

 

 

Ismael, l’addio.

18 maggio 2012, ore 7.45

 

L’autobus si incammina lentissimamente verso la carrettera central. A passo d’uomo attraversa le vie della mia Trinidad, le vie che in questi giorni ho percorso a tutte le ore del giorno e della notte, facendo giochi d’equilibrio tra le pietre antiche e scivolose che trasformavano la mia andatura in quella di un’ubriaca anche quando non lo ero.

L’autobus procede, lentissimamente. Guardo una per una le stradine, le case, le gallerie d’arte, le macerie. Riconosco i miei punti di riferimento nell’intrico di colori formato dalle case.

 

Sono stanca. Ho voglia di dormire. Tra me e La Habana si stendono, lunghissime, cinque ore di viaggio.

Chiudo gli occhi.

 

Li riapro di colpo quando sento un pugno che bussa furiosamente contro il finestrino all’altezza del mio sedile. Guardo.

E’ Ismael, il genio, l’ubriacone, il ballerino, il pazzo del villaggio, che è già in giro a quest’ora ed è venuto a darmi ancora un ultimo saluto.

Sorrido, gli mando un bacio con la mano. Lui ricambia socchiudendo gli occhi e dispiegando i palmi delle mani e le dita.

 

L’autobus prende velocità e Ismael rimane indietro, gesticolando affannosamente verso l’autobus, con il suo incomprensibile sorriso sulle labbra.

 

 

 

 

 

Rudy, una buona notizia per la donna del chino.

17 maggio 2012, ore 21.00

 

Batto con le nocche sul portone di casa di Rudy e non so se sto facendo la cosa giusta. Sono passate ore, ore durante le quali ho dormito senza sogni né movimenti. Mi sono svegliata come da un incubo e mi sono resa conto che non ho modo per trovare Josè Luis, né lui per contattarmi. Sono salita fino alla cima della città, dove ci incontriamo sempre. Pioveva e i tavoli erano deserti. Sconfortata, colpevole, incazzata. Ecco come mi sono sentita. Mi sono incamminata attraverso le strade di pietra senza sapere bene cosa fare, e sono arrivata a casa di Rudy.

Mi sorride.

Mira que Josè te espera en cima a la escalera.”

Sorrido anche io, mentre mi racconta che grazie al padre di Gallardo è riuscito a farsi rilasciare dopo un paio d’ore. Bacio Rudy e corro alla scalinata.

Josè è lì, seduto, che mi guarda di sbieco come suo solito. Io penso che tra poche ore andrò via, ma per questo tempo tanto breve è bello sentirmi la donna di un uomo così.

 

L’amore, quando dura meno di tre giorni, è perfetto.

 

 

 

 

 

L’amore ai tempi del turismo sessuale,

ovvero un incontro ravvicinato con la policia rivolucionaria.

17 maggio 2012 ore 16.30

 

Il problema è che Josè Luis è cubano e io sono una turista. Punto. Il resto al poliziotto non interessa. Forse se io avessi detto qualcosa, se avessi protestato, se avessi fatto valere i miei diritti di turista europea, si sarebbe trattenuto. Invece non ho fatto niente di niente, sono rimasta, imbecille, muta, ad ascoltare la voce arrogante del poliziotto in borghese. I cubani queste cose non le possono fare. Il poliziotto si carica Josè Luis sul camion della polizia e se lo porta in centrale.

Rimango come una cretina, sulla spiaggia improvvisamente troppo fredda, incazzata con me stessa perchè di fronte a questa improvvisa rottura, di fronte al poliziotto che si porta via il mio innamorato pittore, mi è venuto il dubbio. Sì, mi sono chiesta se Josè Luis non mi avrebbe, prima o poi, messo le mani nel portafogli, se non mi avrebbe domandato un favore qualsiasi. Mi sono domandata se stesse veramente con me perchè gli piacevo. Mi sono chiesta se tutto quello che era successo fosse vero o non fosse una farsa che lui mette in scena puntualmente, una o due volte a settimana.

Per questo mi incazzo ancora di più, e mi verrebbe da andare alla centrale della polizia e mettermi a gridare in faccia al militare di turno che tutto questo è meschino, perchè avevamo una cosa bella e lui l’ha sporcata, l’ha sgualcita, l’ha rovinata, l’ha rotta. Si è preso Josè Luis e mi ha lasciata con un dubbio che mi umilia. Vorrei andare a gridarglielo, invece rimango come un’imbecille a guardare il mare, fino a quando il tassinaro non mi viene a raccogliere, a dirmi che è normale, che non devo preoccuparmi, che fra due ore lo rilasciano.

Mi porta a casa.

Mi stendo sul letto, mi sento come se non dormissi da giorni. Chiudo gli occhi. Mi tocco, all’interno della coscia sinistra, un punto che mi fa male.

 

Il problema, mujer, il problema è che non mi annoi”

Non ti preoccupare, non farai in tempo a crucciarti troppo, fra due giorni me ne vado”

 

Mi addormento senza accorgermene.

 

 

 

 

 

Gallardo, l’arte, le donne e il tamal,

pranzo di un giorno feriale.

17 maggio 2012, ore 13.35

 

Josè Luis mi aspetta davanti alla casa di Rudy. Il sigaro in bocca e lo sguardo laterale, come al solito.

Demoraste”

 

Mi lecca le labbra e mi tira i capelli. Io rido e mi divincolo. Guardo nella casa, dove ci sono tutti gli altri, ognuno impegnato in un’attività della mattina: radersi, dipingere, lavare la biancheria, raccontare l’avventura della sera precedente. All’ingresso c’è un quadro che Josè Luis sta ultimando. Prende un arancione a cera e comincia a tracciare le sopracciglia del suo Che di profilo. Penso che è vero, è vero quello che dice lui di sé stesso: Josè Luis ha una sola cosa, la pittura. E capisco che gli faccia schifo, a volte, dipingere tutti questi Che Guevara per rivoluzionari frustrati che non rinuncerebbero a un minuto della loro connessione wi fi però vengono a Cuba ad annusare quello che non avranno mai. A loro Josè Luis vende i suoi quadri, un po’ disgustato e un po’ sorpreso dalla quantità di danaro che riesce a guadagnare.

 

Gallardo si è fatto il bagno più lungo della storia, mi viene detto, perchè stasera ha appuntamento con l’austriaca che gli piaceva tanto. Forse questa è la volta buona che trova una fidanzata. Dopo il bagno ha cucinato pesce appena pescato. Ce n’è per tutti. E’ la prima volta che mangiamo. Pescado y tamal, fritti. Josè Luis ne prende un pezzo, lo divide e me ne mette in mano metà. Mi piace il modo in cui si prende cura di ciascuno, pure di me.

Andiamo a casa, o in spiaggia?”

Facciamo tutte e due le cose”

Per cinque pesos riusciamo a prendere un taxi”

Fatta”

 

 

 

 

 

Carlitos, il fratello che non guarderò.

17 maggio 2012 ore 11.15

 

Josè Luis sonnecchia con una mano appoggiata al mio fianco. Ogni volta che mi appoggia la mano sul fianco penso a quando l’ho guardato la prima volta e mi sono domandata che cosa avesse, quest’uomo, che mi attraeva così tanto. Ma è un attimo. Ci sono, sulla sua faccia, decine di strati di ricordi, rimpianti, sogni e fantasie appese alla mia vita passata. Forse è questo che intende lui quando dice “mi pare di averti già conosciuta”.

 

La casa, lunga e stretta, è caldissima e in penombra. Ovunque cavalletti, colori, pennelli e quadri non ultimati. I pantaloni di Josè, pieni di ditate colorate e seccate chissà quanti quadri fa, giacciono ai piedi del letto. Attraverso l’arco che separa la sua stanza dall’altra vedo Carlitos, i capelli riccissimi che si muovono inquieti, una mano tiene la foto e l’altra il pennello, col quale bombarda la tela. Mi piace guardare Carlitos che dipinge i suoi quadri fatti di lavoratori e strade, pennellate grosse e colori improbabili, pensati per turisti che vogliono riportarsi in Europa l’opera d’arte del pittore socialista, il dipinto dell’eterna classe operaia, e non hanno idea del buio, dei colori versati sul pavimento, del grillo nella tazza del cesso, dello zucchero che è sempre già finito, delle fotografie sezionate meticolosamente con la matita, del ron, della timidezza di Carlitos, della sua passione per Umberto Eco e del fatto che sia orgoglioso del suo nome, che significa uomo libero. E lui proprio così si sente, un uomo libero, che se ne è venuto a Trinidad da Cienfuegos perchè qui ci sono più turisti che vogliono comprare i suoi quadri, perchè i suoi amici della scuola d’arte se ne erano venuti qui prima di lui e perchè in fondo vendere un quadro a una tedesca sessantenne non è prostituzione peggiore del chiedere alla tedesca di cui sopra di comprare una bottiglia di ron in cambio di compagnia e sorrisi.

 

Carlitos, Josè Luis, Rudy e gli altri non hanno bisogno di fingere con le turiste sessantenni di essere attratti e innamorati. Vendono i loro quadri e le loro sculture, comprano sigari e ron, e si possono pure permettere di invitarmi a bere nonostante il mio imbarazzo, di offendersi se propongo di essere io a pagare, perchè tu eres bonita, y no necesitas jineteros.

 

Ho fatto del caffè, ne vuoi? Però non abbiamo zucchero”

A me il caffè senza zucchero piace tantissimo”

 

Ce ne andiamo in cucina a bere il nostro caffè cubano senza zucchero. Al di là della finestra una madre urla qualcosa di incomprensibile a un bambino che grida. Io non potrei stare qui, perchè a Cuba è proibito. Ma pare che stamane nessuno verrà a controllare se nella penombra di questa casa c’è una straniera che ha infranto le regole. Carlitos mi guarda con gli occhi verdi, profondissimi, e mi sorride. Non mi dice niente, perchè non c’è niente da dire.

(Te llamas Carla porque tu eres libre, como yo).

Josè Luis, amico, fratello, compagno di sbronze e di avventure, dorme ancora.

 

 

 

 

Piccolo intermezzo patetico:

L’inizio di un amore a scadenza ravvicinata.

16 maggio 2012, ore 20.12

 

Dimmi qualcosa della tua vita privata”

Io non ce l’ho, la vita privata.”

Vuoi del ron?”

Sì, ma mescolamelo con la gazzosa per favore. Dimmi qualcosa della tua”

Io mi alzo la mattina e dipingo”

 

 

Perchè mi guardi così?”

Perchè una donna come te non dovrebbe perdere tempo parlando con me di Corea del Nord e socialismo.”

Se lo pensi davvero mi alzo e me ne vado. E’ un attimo. Sono una turista trentenne da sola a Trinidad, non faremo nemmeno in tempo a salutarci che sarò già attorniata di jineteros”

Sei un ciclone”

 

 

Dimmi un difetto che hai”

A volte mento”

Tipo, mi hai già mentito?”

Sì, quando ti ho detto che volevo andassi via”

 

 

Devo andare a casa, ma torno in un’ora al massimo.”

Torni, davvero?”

Sì”.

 

Josè Luis mi guarda per la prima volta fisso e diritto, non come ha fatto fino ad ora, lanciandomi occhiate di sbieco da dietro gli occhiali. Mi mette una mano sulla vita.

Mi sto innamorando del pittore che fuma sigari. Delle sue occhiate di sbieco. Del modo in cui si prende cura di Carlitos e un po’ lo rimprovera. Delle continue citazioni da Silvio Rodriguez e Josè Martì. Della sua inquietudine. Di come all’improvviso mi ha guardata e mi ha desiderata.

 

Il mio amore totale e a appassionato durerà trentasei ore. La durata perfetta per un amore senza disillusioni e ferite.

 

 

 

 

 

Io e i due fratelli. Ricordi di vite passate.

15 maggio 2012, ore 23.55

 

Carlos mi racconta della sua vita a Cienfuegos, di quando insegnava disegno ai ragazzi e andava a scuola in calzoni corti per dimostrare che un uomo può essere rispettabile anche se non ha i soldi per comprarsi i pantaloni lunghi. Mi diverte Carlos, mi diverte la sua timidezza e pure la sua allegria. Mi diverte il suo entusiasmo. Adesso che è un po’ ubriaco tende ad aumentare leggermente la portata delle sue imprese, ma quale maschio non lo fa? Sono abituata, e almeno le avventure di Carlitos sono appassionanti. Mi domanda della Corea del Sud, mi chiede quando partirò per il Nord. Non riesce proprio a capire perchè non voglia fare l’attrice. Allora gli faccio i conti delle mie spese mensili e delle mie entrate. A quel punto tace, mi guarda fisso.

 

que pasa Carlos?”

estoy assustado. Pero me gusta. Assustado y feliz”

 

Sorride. Di fronte a lui, Josè Luis ci guarda di sbieco e fuma il suo sigaro.

 

Mi piacciono, Josè Luis e Carlos. Sembrano proprio fratelli, anche se non lo sono. Abbiamo continuato a bere ron tutta la sera mentre turisti impazziti ballavano salsa e bevevano mojito. Abbiamo fatto tornei di morra cinese e sperimentato variazioni nella percentuale di refresco da aggiungere al ron. Mi hanno fatto scoprire che i cubani non sono tutti come quelli che ho incontrato a La Habana, e per questo mi sento grata e felice. Ogni volta che ho provato a pagare per loro si sono così offesi che ho desistito, e ora sono troppo ubriaca per insistere.

Per come stanno le cose Josè Luis adesso dovrebbe prendere il cappello e i sigari e andarsene, lasciando il suo amico a lavorarsi la straniera. Invece no. Rimane anche lui, e io sono contenta. Mi piace guardarlo e scoprire che ascolta quello che dico. Ogni tanto lo punzecchio e lui fa finta di niente. Andiamo alla discoteca e continuiamo a parlare fitto tutti e tre di socialismo e politica internazionale, ma ormai l’unico argomento che tenga è il ron.

 

Alle tre decido di andare a casa. Mi accompagnano, entrambi, due autentici cavalieri di un mondo senza jineteros. Mi sembra di stare a Maratea a 15 anni, quando mi piacevano due fratelli e non sapevo quale scegliere.

 

La notte è tiepida.

Mi lasciano davanti casa e mi danno, uno alla volta, un bacio sulla guancia.

 

 

 

 

 

Trinidad.

Ciò che deve accadere accade.

15 maggio 2012, ore 18.00

 

Sono arrivata a Trinidad da poche ore e mi domando perchè Richetto mi abbia spedita qua. Sì, certo, la città coloniale è perfettamente conservata, i colori delle case basse, i sassi diseguali, le stradine in salita, le chiese diroccate, la libreria, tutto è perfetto, irreale, senza tempo. Però mi sembra un grosso teatrino per turisti e soprattutto per turiste di mezza età che arrivano qui per ballare la salsa in piazza accompagnate da amanti raccattati in cambio di bottiglie di ron e sigari. A tutto questo penso mentre mi siedo da sola a un tavolo della casa della musica. La maggior parte dei tavoli è ancora deserta. Una coppia di turisti tedeschi beve mojito in un angolo. Un gruppo di cubani del posto, tutti maschi, si gira all’unisono a guardarmi.

 

Il più anziano mi invita a unirmi alla loro tavola. Gli faccio cenno di avere pazienza. Ho bisogno di respirarmi un pochino la città, non sono pronta a fronteggiare gli attacchi professionali dei locali. Bevo birra mescolata a gazzosa proprio come a Lisboa, a Maputo, a Ilha do Moçambique. Ascolto i musicanti che si preparano al concerto della sera. Mi guardo intorno. Il tavolo al quale sono stata invitata è popolato da una quantità di maschi diversi. Il più anziano gesticola in maniera singolare e un po’ affannata. Un nero altissimo beve tukola. Uno col cappello si guarda attorno come fosse un gatto. In piedi dietro di lui uno in camicia fa girare il ron nel bicchiere. Un mulatto dagli occhi verdi e profondissimi conversa con agitazione. Di fronte a lui, un bianco col cappello e gli zigomi da cinese fuma sigari guardandomi di sbieco.

 

Si chiamano Ismael, Gallardo, Luis, Rudy, Carlos e Josè Luis. Sono pittori, scultori, amanti del ron, della vita e delle donne. Sono arrivati a Trinidad dopo la scuola d’arte perchè qui riescono a vivere del loro mestiere. Ma questo io non lo so ancora, perchè non ho parlato con loro e sono seduta al mio tavolo mescolando birra e gazzosa.

 

 

 

 

 

 

(una lagrima sul viso, parentesi amorosa delle 02.34.

18 maggio 2012. ore 02.34, per l’appunto).

 

Rimani un giorno in più, solo un giorno in più e poi te ne vai.”

Davvero lo vorresti?”

Mi afferra il collo come ha fatto in questi giorni ogni volta che mi ha desiderata

e mi guarda, fisso.

Non ti ho detto di rimanere qui per sempre. Un giorno, un altro giorno e basta”

Il resto non si dice, il resto non si racconta.

Trinidad attorno a noi è silenziosa e fresca di pioggia.

Un cane passa in cerca di cibo.

Dal CuPet arrivano musica e voci in spagnolo e inglese mescolati.

Le stelle non si vedono, io non le cerco.

Adesso me ne vado e non mi giro, che queste cose non sono per gente come noi.

Te quiero”.

Metto la chiave nella serratura mentre Josè Luis, il chino che fuma sigari,

il pittore che non riesce a finire le sue citazioni,

si allontana verso una Trinidad che non conosco.

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Mag 23 2012

La mia fragola, il mio cioccolato.

21 maggio 2012, ore 8.43

Sono un rottame. Ieri sono andata alla Casa del Ron convinta che ci fosse l’inaugurazione di un’esposizione della biennale, per poi scoprire che avevo guardato male il calendario e tutti gli eventi erano accaduti domenica 13. Che imbecille. E’ stata una giornata in cui mi sono sentita super affaticata. Forse sto mangiando troppo? Mi piace il cibo cubano, soprattutto il riso e i fagioli, mi piacciono moltissimo. E il platano fritto. Ieri per esempio ho mangiato allo chalet nel parco di fronte casa. Io e Richetto eravamo gli unici non cubani. C’erano coppie di mezza età che ballavano il reggetton, lei strusciandosi col culo a pizzo, lui afferrandola per i fianchi. Certo che il sesso è ovunque, qua a Cuba. Mioddio, stamane mi sento un cesso. Me ne tornerei a dormire. Invece me ne vado in giro per La Habana central.

21 maggio 2012, ore 17.36

Improvvisamente abitiamo a Venezia. La strada di fronte è un fiume in piena, le auto sono arenate sui marciapiedi e dal cielo continua a cadere una valanga di acqua inarrestabile. Quanto durano i temporali ai Caraibi? Più di quello che avevo pensato. Piove da almeno due ore e tutti i sogni di una gloriosa nuotata in piscina con Gigi sono annegati mentre un nugolo di zanzare ronza nella casa.

Stamane ho comprato due mamei da un venditore ambulante e sono entrata in un bazar di ropa reciclada. Poi sono stata ore in giro per le varie librerie. Cuba sta scomparendo sotto le macerie di sé stessa. Per la strada nessuno si chiama companero, anche se negli uffici è ancora frequente sentire questa parola. Sarebbe bello riuscire a vivere qui, ma come si fa? Le ong sono affollate di aspiranti cooperanti e dei miei contatti precedenti non posso manco parlare. Chissà se troverò un modo. E’ questa casa mia? E se è casa mia, ho le chiavi?

Dovrei chiamare Josè e uscire con lui ma non ne ho proprio voglia. Il ritorno in Italia mi ha gettato addosso una cappa di apprensione, faccio pensieri tipo “ho sbagliato tutto”, “sono un disastro” e simili osservazioni parimenti costruttive.

22 maggio 2012 ore 00.01

Si avvicina il rientro in Italia, e mi sento malissimo. E’ già tornato tutto alla grande paranoia.

22 maggio 2012 ore 15.45

Nessuno mi aveva detto che Coppelia era il posto dove avevano girato Fresa y Chocolate. Sapevo che era la gelateria più famosa de La Habana e basta. Quando ci sono passata di fronte andando al Cafè G ho avuto una specie di flash. Sarà il socialismo o sarà forse che l’hanno fatto apposta, ma a me sembrava proprio di vedere il protagonista del film, con la sua camicia a maniche corte rosa, che mangiava il suo gelato seduto a un tavolino. E’ stata, davvero, un’impressione fortissima. Tutto era semplicemente uguale. Né Gigi né Richetto hanno acconsentito a venire con me. C’è un sacco di fila da fare, c’è un unico gusto e menate del genere. Allora oggi ci sono andata con Josè. In fin dei conti anche questo è uno dei miei amori perfetti che durano meno di 72 ore. Una specie di antibiotico contro la vita di ogni giorno. Gli ho spiegato perchè volevo ad ogni costo andarci, so che a lui non importava più di tanto ma è stato felice di compiacermi. O almeno, ha mostrato di esserlo. Non so perchè Josè mostri tutto questo interesse per me. Gigi dice che è una cosa cubana. Non so. In Italia mi farebbe assai strano sentirmi chiamare mi vida da uno dopo tre giorni che lo conosco. Però qui va bene. Josè è divertente e mi racconta dei suoi due anni di militare, dei tre minuti necessari a rifarsi la branda, di tutte le volte che è scappato e lo hanno preso, poi cita Raul (Un soldato che non fugge non è un soldato)e a me per un attimo torna in mente Josè Luis, perso nel mare delle sue citazioni improbabili, poi guardo Josè, pulito, preciso, muscoloso e organizzato e penso che è bello che gli uomini siano così diversi.

Comunque, è stato bellissimo fare la fila da Coppelia e aspettare la scodellina gialla piena di gelato. Oggi il gusto disponibile era una specie di variegato al cioccolato con alcuni biscottini attorno. Mi è piaciuto tantissimo. C’è gente che si prende due o tre di queste vaschette. Forse perchè, dopo tutta quella fila, una vaschetta sola può sembrare troppo poco.

Tra 24 ore parto e non ho voglia. Dalla Corea non mi danno notizie, è tutto morto e io mi sento completamente abbandonata. Certo che a volte le persone sono capaci di tanto egoismo! Oggi Sacha mi scriveva che forse siamo nati nel secolo sbagliato. Forse sì. Sicuramente nel Paese sbagliato, sicuramente. L’incubo di un altro mese o due in Italia senza casa né lavoro né niente di niente mi sta già soffocando.

23 maggio 2012 ore 9.25

Mi sono svegliata di soprassalto con la portiera dell’auto che sbatteva. Diobbuono Richetto se ne è andato senza ricordarsi di svegliarmi. E’ tardissimo e sto perdendo le mie ultime ore cubane cercando di riemergere dalla sbronza.

Josè mi guarda con la faccia di uno che non riesce proprio a capire perchè all’improvviso io abbia tutta questa fretta. La casa è un disastro. Resti della baldoria di ieri sera ovunque, e soprattutto niente acqua. Niente acqua. Che vuol dire niente doccia e niente colazione. Aspetta aspetta forse la colazione riusciamo a rimediarla.

Riaffiorano i ricordi di ieri sera, del nuovo posto segreto che io Gigi e Richetto abbiamo inaugurato ieri, legato anche questo, inevitabilmente, al mio viaggio a Trinidad. E poi l’estremissima esperienza sociologica della Casa della Musica dove si ballava reggetton estremo mentre un gruppo suonava dal vivo e io mi trovavo persino imbarazzata. Cuba è pure questo, un alveare di jineteras per alleviare le presunte pene esistenziali del turisti.

So che devo partire oggi, ma non ho avuto modo di prepararmi. Devo ancora fare moltissime cose, soprattutto devo ritornare in tre o quattro posti, tipo sul Malecon, insomma ci sono gli addii. O arrivederci.

Ieri, di nuovo, ho incontrato gente che avevo già visto.

Ma soprattutto mi ha dato un passaggio un Cubano che era stato a Roma per 12 anni e mi ha detto delle cose così strane che mi sono sentita davanti a un oracolo.

Mi viene quasi da credere in lui.

C’è poi la storia di Camilo Cienfuegos che mi riecheggia dentro e intorno. Non riesco a scrollarmela di dosso. Continuo a guardarmi la sua faccia sui venti pesos. E poi il pranzo pubblico, che non esiste più. E i trasporti. E Fidel e Raul e. E Plaza de la Revolucion.

Lo so, è ora di andare.

Quanto mi mancherà questo posto, quanto mi mancherà.

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Mag 20 2012

Ancora riflessioni da Cuba. Sospesa.

Pare che in Italia stia succedendo di tutto e noi, arginati al confine del mondo cablato, carpiamo una notizia ogni tanto. Intanto la vita ci passa dentro e attorno, io provo ad essere presente.

Di Trinidad non mi sento di scrivere. O meglio, ho scritto ma per ora non mi sento di pubblicare, per molti motivi diversi, tra cui una sorta di pudore, e la confusione che provo nell’avere davanti molti racconti possibili. Allora vado avanti con il diario del mio ritorno a L’Habana e del fine settimana appena trascorso.

18 maggio 2012, ore 18.00

Arrivo a L’Habana dopo un viaggio fatto di sonno pesantissimo e ricordi che si mescolano al sapore dell’amore e alle immagini della chiesa di Sant’Ana a Trinidad, due navate gemelle diroccate ed esposte al sole da secoli, erba testarda che cresce tra i sassi, quartieri nascosti e una casa con finestre di lamiera.

Arrivo sì, scendo dall’autobus e mi sorprende e mi aggredisce l’odore della città, mi riempiono i rumori delle auto, mi asfissiano le proposte dei tassisti abituati a orde di turisti. Mi avvio allora lungo la strada pensando che ho bisogno di tempo per riprendermi la città e lasciare indietro Trinidad, le sue gallerie d’arte, il suo ron, la bocca di Josè Luis e la penombra della sua stanza.

Cammino lungo un viale trafficatissimo sotto una pioggerellina mite che potrebbe durare per sempre, svolto a destra in una stradina che secondo i miei calcoli mi porterà dietro il cimitero monumentale, ma non faccio in tempo a verificare il mio senso dell’orientamento poiché arriva implacabile e imprevedibile il diluvio di maggio. Nei sei secondi necessari per trovare una tettoia sotto cui ripararmi sono già completamente inzuppata a causa della valanga d’acqua che si rovescia sulle strade. E tutto è improvvisamente allagato, il mondo si ferma sotto la pioggia di maggio, io penso che forse così mi laverò Trinidad di dosso e dimenticherò la sensazione di leggero rimpianto che mi prende quando penso che sì, forse avrei potuto rimanere un giorno in più.

Ma sapevo, sapevo che mi sarebbe successo, me lo ripeto ancora una volta e mi viene quasi da ridere: appositamente avevo portato pochi soldi e niente carta di credito, sapevo che a un certo punto in questo viaggio avrei avuto voglia di restare, voglia di diventare temporaneamente stanziale, e proprio questo volevo rifuggire, dunque ero partita per Trinidad col portafogli semivuoto e poche risorse alternative. Quanto sono saggia certe volte.

19 maggio 2012, ore 14.00

In casa siamo proprio tre bestie, Gigi, Richetto e io. A questo penso mentre nuoto nella piscina dell’albergo dove mi sono intrufolata di nascosto. Ci penso e mi viene da ridere. Gigi legge uno dei numeri di Internazionale che gli ho portato dall’Italia. Stamane allegrissima colazione con uova strapazzate e la promessa di un sabato esilarante, difatti siamo qui a sguazzare e poi torneremo al mio mercato preferito dove comprerò mango e mamei, un frutto che da fuori sembra una patata e dentro è rosa, dolce e un po’ pastoso. Chissà se questa settimana ci sono le patate oppure no. Comprerò anche una penna e alcuni croccantini di nocciole proprio come quelli che piacevano al mio ex-fidanzato (che qualcuno se lo straporti). Quando stavo a Trinidad avevo puntigliosamente asserito, di fronte a Josè Luis, che si tratta di una storia finita, non ci penso più e basta. Lui, guardandomi di sbieco come suo solito, mi aveva detto di non credermi, e che era meglio che mi schiodassi da quella storia, prima o poi. Poi aveva acceso uno dei suoi sigari.

19 maggio 2012, ore 16.30


Esperienza antropologica che mi conferma che di fronte a una partita di calcio gli uomini sono tutti uguali. Siamo qui, nel buio del Centro Basco, los chicos mirando el partido e io mirando los chicos. Chissà come andranno i giochi questa sera e questa notte. Voglio ballare. Josè mi promette che mi insegnerà. Troppi Josè in questo viaggio, dios. Per lo meno non rischio di sbagliare i nomi. Cuba, dopo la sorpresa dei primi giorni che mi aveva portato come una sensazione di troppo ossigeno, è diventata pura quotidianità. Una quotidianità fatta di gente che forse sì, ha troppo poco, ma sicuramente si gode la vita più di altri. Penso alla Corea, alla tristezza che trasuda da ogni angolo, da ogni persona di quel Paese, penso a quanti soldi ci siano lì, a internet ovunque, alle vecchine con l’ipad, penso ai department stores sfavillanti, alle chirurgie plastiche, alla magrezza preoccupante delle donne, trasformate in androgini perfetti, quasi meccanici, ripetibili, ordinati, eserciti di reazioni preimpostate. Penso alla Corea e mi sento Cuba attorno. Mi domando dove stia la mia casa. Allora ritorna This must be the place e canticchio home is where I want to be but I guess I’m already there.

La partita prosegue in un delirio di urla. Come al solito, tutti i maschi si improvvisano allenatori. Josè mi guarda in una maniera che in Italia gli farebbe guadagnare un bel discorsetto sul machismo. invece qua mi lusinga. Non mi faccio troppe domande.

20 maggio 2012, ore 12.00

Il giornalaio in bicicletta ha appena lanciato nel nostro giardino il quotidiano. Mi sembra di vivere qui da secoli. In Italia pare sia scoppiata una bomba. A Francoforte la polizia identifica e arresta compagni e compagne che manifestano per un’Europa più equa. Io, francamente, sto bene qui, a trentacinque gradi.

Gigi dorme, Richetto lavora, io scrivo. Voglio andare da Coppelia a mangiare il gelato proprio come in Fragola e cioccolato. Ma oggi è domenica, c’è troppa coda. Magari domani.

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Mag 15 2012

23yG, Cafè Letterario

13 maggio 2012 ore 23.48

                    E’ finita che sono entrata appieno nel bailamme della biennale d’arte cubana. Feste, festini, havana club a go-go e musica funky oh yeah. E allora stasera, dopo il mare, mi aveva presa quasi male perchè mi sentivo proprio una turista del cazzo e mi dicevo oh ma è possibile che non riesco a schiodarmi da questa attitudine del cazzo.

Poi però all’improvviso siamo finiti dentro questa festa, ed è stato un attimo cominciare a ballare mentre i fotografi continuavano a lanciare i flash convinti che fossi una qualche artista arrivata da chissà dove e non l’infiltrata di turno, balla di qua balla di là finisce che mi metto a pomiciare proprio con quello che piaceva a David, che però è uno proprio sportivo e non se l’è presa troppo, tanto poi all’improvviso così come eravamo arrivati siamo andati via e adesso si prepara una pasta.

14 maggio 2012 ore 15.00

          Allora la situazione è che ’sti cubani sono proprio stufi. Stufi del socialismo, della censura, di Fidel, stufi del salario che arriva sì e no a 20 dollari, stufi marci.

E si lamentano un casino. Oggi me la sono passata in zona universitaria e senza saperlo mi sono fermata proprio nel caffè letterario. C’è voluto poco prima che si creasse un capannello di persone al mio tavolo, persone che si lamentavano, sì, si lamentavano. Perchè non hanno i soldi per mangiare, perchè non hanno i soldi per viaggiare, perchè la qualità della vita è bassa, perchè perchè. Allora io chiedo compagni cubani vorreste forse stare al posto mio? No, ditemelo, francamente ci vorreste stare al posto mio? E loro prima ci pensano un poco, poi rispondono che no, non ci vorrebbero stare al mio posto. Ecco allora compagni cubani ditemi un po’ voi ce l’avete la soluzione? Il mio paese cade a pezzi, il vostro pure, non funziona qua e non funziona là, che facciamo?

             Ma il problema reale è che i miei compagni intellettuali hanno troppo bisogno di lamentarsi. Non la cercano nemmeno, la soluzione. I compagni del caffè letterario hanno bisogno di fare l’elenco delle loro insoddisfazioni, hanno bisogno di farle a me. Forse sperano pure che io li inviti per un caffè, o che compri il libro che mi stanno proponendo. E io non lo compro, no, il cazzo di libro, perchè questa situazione mi fa salire la stessa rabbia che mi saliva in Africa, perchè questa dinamica la conosco e non mi presto, cazzo, perchè anche in questo Paese ho visto gente che è ugualmente scontenta, ma proprio a causa di questa scontentezza si sbatte e cerca di trovare il nodo e prova a scioglierlo o quanto meno ad allentarlo. Allora mi chiedo: ma i miei compagni intellettuali, perchè non si sbattano pure loro, che cosa vogliono, la mia compassione? O stiamo recitando la solita scenetta della yankee commossa e angosciata dal proprio senso di colpa postimperialista che regala ai poveri afroamericani i resti del suo bagnoschiuma equo e solidale? Mi dispiace, io a questo gioco non ci sto.

Ore 23.59

                Anche stasera mi sono lasciata trascinare in una delle situazioni da biennale. Però oggi niente rum e cola perchè sono divelta, e domani parto per Trinidad. Dunque sono andata presso la scuola d’arte, un ex gigantesco campo da golf trasformato in campus artistico, se ben capisco. C’era questo austriaco, una specie di luminare della performance, non mi ricordo come si chiama. A me pareva un vecchio nazista travestito da ebreo. Non mi è piaciuto manco per un cazzo. E soprattutto non mi è piaciuto tecnicamente. Ecco l’europeo che fa la stessa cosa che fanno quasi tutti i suoi colleghi: invece di pagare equamente dei performer professionisti, piglia aggratis degli studentelli della scuola d’arte, li istruisce per tre giorni e li mette in scena. Francamente il risultato è a mio avviso (e sottolineo a mio avviso) risibile. E poi gli animali in scena sono stati già squartati negli anni Sessanta.

In più mi dico, con la miseria che c’è in questo Paese, non si vergogna questo vecchio obeso a venire qua e squartare un porco davanti a tutti? E quelli che assistono non si indignano? Questo porco non potrà mai essere mangiato. Mi ha fatto schifo questa performance, ecco cosa mi ha fatto. E mi ha fatto un certo ribrezzo anche la gente che applaudiva.

Forse sono persone che hanno scoperto come fare a nutrirsi d’aria? Dovrebbero diffondere il brevetto. Forse allora il socialismo potrebbe funzionare e il vecchio austriaco mi sembrerebbe un po’ meno indecente.

             C’era pure il mio fidanzato di ieri, bello e di bianco vestuto. Ma avevo il naso così pieno dell’odore del sangue che l’ho appena salutato da lontano, volevo andare a lavarmi. Credo, in questo momento, di stare meglio nelle distanze. Le distanze mi fanno sentire a mio agio. Piccole incursioni nel mondo degli altri possono essere contemplabili se le vie d’uscita sono numerose e bene indicate.

                Dovrei andare a letto, che domani il viaggio è lungo, e lo so che sarà complicato e molte cose accadranno. Non scriverò per vari giorni, almeno credo. Pare che a Trinidad sia impossibile trovare internet. Non che qui sia facile.
Richetto si sta dimostrando una guida turistica perfetta. Ho fatto proprio bene a venire da lui. Oggi mi ha fatto scoprire il succo di cocco. Il succo di cocco è diventato in assoluto il mio succo preferito. Sarebbe bello averlo sempre. Poi ci siamo rivisti Il castello errante di Howl. Secondo me era proprio il film adatto a lui in questo momento. Per me, invece, è stato un salto eccessivo nella malinconia. Ho pensato che forse non mi innamorerò mai più. Sì, mai più, ecco cosa ho pensato.

Viaggiando,

mi sento come quelle persone

che vanno in giro per la città

in cerca di una casa da affittare o da comprare,

e ne vedono decine.

Io, a differenza loro,

vado in giro per il mondo

in cerca dell’offerta che faccia per me.

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Mag 13 2012

el cuarto de tula

10 maggio 2012 ore 9.55

Cuba è un nero all’imbarco che veste un elegantissimo completo gessato sul grigio, elegantissimo sì, ma a maniche corte. Non avevo mai visto un due pezzi a maniche corte, con tanto di rimbocco e doppiopetto che esplode sopra la camicia rosa pallido.
Cuba sono i cappelli pieni di stemmi e disegnini, e donne che pregano durante il decollo, però ridendo e sottolineando che sì, è dio che aiuta i piloti, ma loro sono proprio bravi, non c’è che dire.

Cuba è un viaggio in cui piano piano mi rendo conto che non ho obiettivi, non ho datori di lavoro ad aspettarmi, non ho appartamenti in condivisione da cercare. Non ho bagagli pieni del necessario per mezza vita, non ho diari da riempire non ho compiti da svolgere.

Cuba è la sensazione di leggerezza e straniamento che mi pervade quando comincio a sentire che questo viaggio è una tregua, che posso sorridere, parlare, sbagliare la pronuncia dello spagnolo e mescolarlo al portoghese, bere un caffè contravvenendo a tutte le mie regole perchè sì, in fondo sono in vacanza e se stanotte non dormo chi se ne frega.

Cuba è l’arrivo, trentuno gradi all’ombra e una guardia che mi domanda se so già cosa fare questa sera, il bagaglio che ci mette un’ora ad arrivare ma non ho fretta, e allora mi guardo intorno e vedo turisti e vedo cubani e li mescolo e li confondo, e va bene, va bene.

Cuba è Richetto che m’aspetta all’uscita dell’aeroporto, uguale a sei anni fa però con qualche capello bianco, e anche io uguale a sei anni fa ma con le rughe, lui ride, io rido, ci abbracciamo e ce lo diciamo, cazzo, sono passati sei anni e in fin dei conti adesso è molto meglio.

Cuba sono le spiegazioni di Richetto davanti agli almendrones, i taxi collettivi, e la città che lentamente prende forma mentre ci allontaniamo dall’aeroporto, le piantagioni di manghi e banane, qualche capra e signore che ai semafori ti domandano se puoi dar loro un passaggio.

Cuba è farmi il letto nella mia nuova stanzetta e bere un bicchiere d’acqua di fronte al parco, vestirmi di bianco e piazzarmi in questa casa mentre gente sconosciuta continua ad arrivare e Richetto offre a tutti birra o succo di frutta nel suo spagnolo un po’ romanesco e un po’ portoghese.

Cuba sono io, oggi, che metto su Cesaria Evora, e non capisco che giorno è, ma non importa.

11 maggio, ore 9.00

Un ragazzo in calzoncini e canottiera passa di casa in casa lanciando il quotidiano al di là del cancello.

Il quotidiano è composto di due sezioni, la rossa e la blu. Quest’ultima, juventude rebelde, è dedicata ai giovani e porta in prima pagina un articolo sulla Palestina.

Ieri sera sono andata a fare un giro con Gigi e su un grosso cartello ho letto “rivoluzione è non mentire mai e seguire i principii etici”.

La panetteria si chiama Victoria. All’ingresso troneggia un grosso murale di Che Guevara. La signora, capelli bianchi lunghissimi e pelle chiara, si lamenta perchè il negozio, nonostante i suoi sforzi, è sempre sporco.

Adesso mi getterò tra le braccia di Havana Vieja. Speriamo bene. Il mio spirito di viaggiatrice è ancora un po’ addormentato.

11 maggio, ore 18.00

Il mare di fronte a noi è caldissimo. Gigi e io siamo seduti sul mio asciugamani turco, lo stesso che si è fatto innumerevoli turnè, bagni sul lago Trasimeno e al Conero. Tira vento e io mi sono fatta il primo bagno di questa stagione senza tuttavia riuscire a nuotare, perchè la corrente spinge oltre la curva del golfo. Un mare così caldo io non l’avevo provato mai. Mi pare di stare in una piscinetta termale. Gigi sembra uscito da un film di Nanni Moretti e mi aspetto che da un momento all’altro mi dica “andiamo a vedere l’

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Apr 12 2012

CRAMPObassanità, due

Per sopravvivere a CRAMPObasso senza morire pezzettino a pezzettino bisogna costruirsi una struttura. Una struttura solida. Una routine da manager aziendale senza avere il portafogli del suddetto manager aziendale. Prendere appuntamenti, riempire agende, svegliarsi presto ed essere già in ritardo. Mettere in moto la dipendenza da attività. Stimolare la produzione di endorfina. Se la situazione è grave, ricorrere all’uso massiccio di pratica sportiva. Sconsiglio le sostanze stupefacenti. Prima di tutto perchè non si trovano, e poi perchè ammesso che uno le trovi presto o tardi arriva il down, e il down a CRAMPObasso è un suicidio lungamente premeditato, il down è morte certa. Allora niente. Sport selvaggio e massiccio. Mi sveglio ore sette ogni mattina e come il peggiore dei fighetti me ne vado a giorni alterni a nuotare o a correre. Lo so. Sono parole che non ho mai usato nella mia vita. E un motivo c’era. Io non ho mai corso, nè nuotato. Ma è arrivato il momento. L’attività fisica è l’unica via d’uscita alla morte per asfissia cerebrale o per depressione uterina, l’unica alternativa al prolasso dell’anima.

Corro come un’assassina intorno allo stadio, corro come se dovessi andare a liberare la Spagna dai fascisti, corro come se fossi Santa Giovanna dei Macelli e questa fosse l’ultima possibilità per recapitare la mia lettera alla classe operaia, corro e sudo e bestemmio e inciampo e continuo a correre in tondo, ma me ne frego faccio finta che tondo non sia, chilometri sotto le mie scarpe economiche comprate su pianeti lontanissimi da qui, corro fino a che non sono così stanca da non pensare più a niente. Corro e pure CRAMPObasso pare un luogo dove una qualche forma di vita è possibile, sembra quasi di stare in una galassia conosciuta, miracoli dell’endorfina e del corpo umano.

Dunque torno a casa diobbuono e sono quasi soddisfatta, torno a casa e quasi non penso che se sono qui è perchè la mia vita sta andando a rotoli e io non ho una strategia efficace per abbandonare la nave prima che affondi, torno a casa e quasi sorrido cazzo, sorrido mentre bevo il mio meritatissimo bicchiere d’acqua.

E proprio mentre sto sorridendo arriva mia nonna cristiddio, ottantaquattro anni per un metro e dieci, e di punto in bianco mi dice che “eh, una volta si era più resistenti, adesso per la minima frustrazione crollate e fate una tragedia”.
Io per un attimo penso che mia nonna trascorra le sue mattinate al telefono con Supermariobros, ci manca soltanto che mi dica che il posto fisso è noioso, ma poi me la guardo e mi viene una rabbia, ma una rabbia che si mangia in un attimo tutta l’endorfina faticosamente prodotta, e allora mi incazzo ancora di più perchè penso a tutta la fatica che ho fatto correndo in tondo attorno allo stadio e scavando solchi che manco una carcerata. La guardo, e mi ricordo che coi vecchi non bisognerebbe arrabbiarsi, che bisognerebbe rispettarli o quanto meno sopportarli, allora mi sento in colpa, e mi continuo a incazzare perchè odio il mio senso di colpa, guardo ancora mia nonna, un metro e dieci di stronzaggine, la guardo e quasi quasi mi viene fuori da dirle sai cosa? ma vaffanculo, e cominciare con una bella descrizione della mia giornata tipo, a partire dalla bestemmia del buongiorno fino a quella della buonanotte, o magari no, magari raccontarle la giornata tipo di una qualsiasi delle persone che conosco, mica per forza la mia, e farle capire che cazzo significa, e mentre penso tutto questo sono sempre più incazzata, la mia endorfina è andata dal padre esorcista che è ubicato a molti chilometri da me, mi sento come uno di quei manga giapponesi a cui esce il fumo dalle orecchie, vedo l’endorfina che mi saluta e se ne va, e intanto mia nonna sgambetta per la cucina coi suoi vassoi di verdure e saitucheccosa.
Penso che la incenerirò con lo sguardo.
Anzi. Stritolerò il bicchiere con le mani.
Meglio. Creerò un cratere nel centro della casa.
Urlerò, il mio corpo si ingigantirà e diventerò l’incredibile hulkessa.
No. Diventerò King-kong.
Diventerò.
Cazzo, non mi viene in mente chi potrei diventare.

Nonna zompetta allegramente per la cucina e io sono persa alla ricerca di modelli letterari nei quali trasformarmi dopo la mia legittima esplosione.
Crampobasso scomparirà sotto il peso della mia rabbia.
L’Italia affonderà.
Il mondo si disintegrerà.

Quanti minuti sono passati?
E io sono ancora qua, a dibattermi tra Rat-man e Fiabeschi.

All’improvviso, pentola fumante in mano, ciabatte di sughero e grembiulino con la scritta “la padrona della casa”, si ferma di fronte a me e mi fa “nella bieta ci vuoi il peperoncino o no?”

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Mar 24 2012

Elogio della fuga

Che poi passano i giorni. All’inizio ti dici che non stai scrivendo perchè hai i pensieri, le preoccupazioni, le paranoie e via discorrendo. Poi guardi un pochino indietro e ti rendi conto che devi trovare un’altra giustificazione, perchè la tua produzione è piena di raccontini sul dolore, lo struggimento, la paranoia e la fatica. Allora provi con un dato oggettivo: la precarietà di questi mesi è veramente troppa. I piani di realtà si sovrappongono senza che tu ne abbia il controllo. Scendi vorticosamente scalette a chiocciola che ti conducono molto più in alto di quanto tu temessi. Ti arrampichi verso burroni di profondità sconosciute. Pensi di essere a ovest e ti rendi conto che davanti a te sorge il sole. Sì, ti ripeti, è questa precarietà portata alle sue estreme conseguenze che non ti mette proprio in condizioni. Ma di nuovo, qualcuno ti fa notare che il tuo spettacolo più bello si chiama “OTTO, ovvero per il diritto alla rabbia. Invettiva contro la precarietà”. Niente, non funziona. Anche il dato oggettivo si rifiuta di giustificare questo silenzio che diventa sempre più angosciante, sempre più bianco, sempre più denso.

Arriva il momento in cui devi ammettere che non scrivi più perchè non hai niente da dire. Io per esempio in questo momento ho così poco da dire che sto parlando di me alla seconda persona, proprio come se io non fossi me, e se me fosse osservabile sul tavolo di un arraffazzonato teatro anatomico, il cadavere pare intatto, non riusciamo a trovare le cause del decesso, dobbiamo procedere a una puntigiosa autopsia.  Abbiamo pure perso il numero del Dr House, lui sì che avrebbe potuto determinare le cause di questa improvvisa scomparsa, sicuramente avrebbe individuato la singolare, rarissima sindrome che avrebbe stroncato la giovane vita di me, mentre io avrei assentito con la testa e mostrato cordoglio e raccapriccio.

Prima che la schizofrenia diventasse insostenibile, prima arrivare al punto di svegliarmi la mattina e non riconoscere la mia faccia, ho deciso di fare quello che fanno i saggi in situazioni di tanta e tale emergenza. Come più volte m’ebbe a insegnare il mio maestro 007, in queste situazioni c’è solo una cosa che si può fare. Pigliare il computer, se ce l’hai, e scappare.
Scappare e basta.

La fuga si rivela l’unico medicamento possibile. La scomparsa temporanea a sè stessi e soprattutto a un mondo che pare un gigantesco aeroporto popolato da persone che parlano lingue che non capisci.
Se la mattina ti svegli e ti senti nella sala d’attesa dell’aeroporto di Abu Dhabi (che per quanto mi riguarda è il prototipo di aeroporto sterminato e incasinatissimo),
se ti guardi intorno e tutti parlano lingue diverse dalla tua,
se l’unico modo per farti capire pare essere quello di cominciare a scalciare e strepitare in una specie di rabbioso grammelot,
se non trovi il tuo stracazzo di biglietto e temi di non averlo mai avuto,
se cominci a pensare che forse il tuo destino è rimanere a vita dentro lo stramaledetto aeroporto di Abu Dhabi,
se ti rendi conto che hai cominciato a usare la parola destino e smesso di usare la parola scelta,

ecco
se queste condizioni sono rispettate
puoi chiudere i tuoi stracci da ex artista indipendente in uno zainetto
e scappare.

Il segreto di una fuga ben riuscita è non farla sembrare tale ma mascherarla da viaggio d’affari o d’amore. Che poi magari gli affari ci sono davvero, ma che importa, l’importante e darsela a gambe come i veri 007, alla ricerca dell’uscita di emergenza da sè stessi. Non è importante fuggire e non rivelare a nessuno dove si va. Anzi. La fuga è tanto più riuscita quanto più essa avviene alla luce del sole. Magari qualcuno ti dice pure buon viaggio e tu sorridi e rispondi grazie a presto. Ma lo sai che, quando e se tornerai, sarà tutto irreparabilmente diverso.

La fuga non deve necessariamente durare mesi o anni. A volte basta un piccolo, temporaneo spostamento, per innescare il ritorno all’essere umano normaloide e allontanare il fantasma della schizofrenia con conseguente tso.
La fuga, potremmo dire, è più che altro uno stato dell’animo, una condizione esistenziale alla quale ritornare quando tutto il resto manca.
La fuga è l’estremo tentativo di salvezza.
Come i medicinali più potenti, essa va usata con saggezza e parsimonia, altrimenti (e il mio amico-maestro 007, ancora una volta, insegna) si diventa tossici di fuga e si fugge ogni trepperdue senza riuscire più a fermarsi in alcun luogo, magari con l’aggravante che in realtà si sta fermi nello stesso posto da anni, e intanto si continua a scappare.

Per quanto mi riguarda, sono una utilizzatrice occasionale di fughe, ne faccio uso solo in casi di emergenza, quando tutto il resto si è rivelato inutile. Poi a un certo punto torno, e sembrerà a tutt* che nulla sia successo.
Salvo poi guardare nella fotografia dell’ultima festa, e scoprire che io non c’ero.

 

Il segreto di una fuga fatta bene è riuscire a convincere il mondo che non sei mai andata via.

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Gen 22 2012

le tre cose che ti mancano

Il gioco che ho fatto più spesso in questi mesi è stato chiedermi quali sarebbero state le tre cose di Seoul di cui avrei sentito la mancanza. Ho trovato, di volta in volta, risposte variamente insensate, arzigogolate e improbabili, a seconda del tasso alcoolico, dell’intimità della compagnia, dell’umore e delle contingenze meteorologiche. A un certo punto ho rinunciato, preferendo un generico “Seoul mi mancherà e non so nemmeno perchè”, che sarà anche più banale ma fa sicuramente giovane artista tribolata e tormentata e insomma potrebbe avere un certo fascino su lettori lettrici appassionati e potenziali amanti.

Fine della prefazione.
Succede oggi che da oramai quarantott’ore suonate sono in Italonia, arrivata dopo fatigoserrimo viaggio e mirabolanti avventure che mi hanno vista sostanzialmente spostare il culo da un aereo all’altro alla sedia di una sala d’attesa a quella di un ufficio reclami insomma una faccenda piuttosto complicata. Giunta io in compagnia di me medesima in Italonia, subito effettuai esperimenti di socialità per verificare se il paese natio foss’ancora dotato di quelle qualità d’accoglienza e comunicatività che ricordavo e temevo di avere un tantino idealizzato. Dunque nelle interminabili ore trascorse a Milano-mal-penZA attaccai bottone con tutti, ma proprio tutti, diventando la migliore amica della tipa dell’ufficio cambi, della signora dei cappuccini, dell’impiegato della biglietteria e del facchino dei carrellini, scambiando con loro una quantità incredibile di piacevolissime inutilità e soprattutto di sorrisi e verificando dunque che esiste al mondo gente che può parlarti anche se ciò non porta un immediato guadagno insomma constatando che sì, è vero, in Italonia in genere esiste ancora il gusto della conversazione come scambio di energie sorrisi e vari fluidi positivi e fors’anche come allegrissima perdita di tempo, soprattutto quando suddetta conversazione avviene alle sei di mattina e insomma, magari ti fa cominciare bene la giornata.

Ma ovviamente non era questo che volevo dire, questa era solo la prefazione bis. Finita anche la prefazione bis succede che in Italonia ho soprattutto guardato, guardato la dolcezza delle colline che separano il Molise dal Lazio, i fiumiciattoli, le pecorelle, le casette mezze crollate, le chiese piantate nel bel mezzo del nulla, i cumuli di pietre, le strade a mezza corsia, i paeselli che sbucano nelle vallate, i fontanini, la neve sulle cime e infine CRAMPObasso, la città della mia infanzia e adolescenza. Con stupore ho ritrovato i luoghi e per ripigliarmeli mi son messa a camminare, camminare e correre, occhi spalancati e piede svelto. Allora passeggiapasseggia succede che prima o poi mi vien voglia di fumare una sigaretta.
E qui commetto un errore, ovvero, faccio quello che avrei fatto a Seoul: Cerco un tetto, un ultimo piano, un’altezza qualsiasi alla quale accedere per guardare la città dall’alto mentre mi ciuccio la mia sigarettina.

Errore, grave errore.

In Italonia il tetto è un concetto escludente, una questione privata, una condizione inaccessibile. Il tetto è mio e me lo gestisco io, e se non hai un tetto vuol dire che non te lo meriti, è colpa tua, hai peccato e il fatto che tu non abbia un tetto è indice del tuo stato di disgrazia di fronte a Dio o a Equitalia, che più o meno è lo stesso.
Le altezze in Italonia non sono condivisibili, la città vista dall’alto è una faccenda per pochi eletti e a noialtri non rimane che fumare le nostre cicchette nei vicoli pieni di scritte in dialetto o sul terrazzino del secondo piano dal quale al massimo si può vedere il terrazzino di fronte.

Mi mancano i tetti di Seoul.
Mi mancano tutte le luci, e mi manca quella torre a forma di fiammella dei cartoni animati, ogni sera colorata di un colore diverso.
Mi mancano le altezze di Seoul, le sue altezze accessibili e silenziose, dalle quali la città si lasciava osservare come un animale placido.
Mi manca il tetto della mia casetta a Itaewon, dal quale vedevo la moschea e persino il palazzo dove lavoravo, il tetto dove si fumava bardati come vecchi nostromi mentre la neve cadeva implacabile e imbiancava i cappotti, il tetto dove col bel tempo facevo i miei esercizietti sentendomi un po’ un’atleta e un po’ una vecchia zia, il tetto dal quale pensavo alla Corea all’Italia a quello che avevo lasciato e a quello che mi aspettava. Il tetto sul quale mi rifugiavo quando avevo bisogno di ordine, e lasciavo che le idee si mettessero in ordine mentre contavo le luci delle case, le credenze, le canottiere e i calzoncini stesi.

 Mi manca l’altezza accessibile e quasi tetto della casa delle improvvisate notturne, di fronte alla quale mi sospendevo e ballavo musiche improbabili in orari improbabili, e poi la mattina mi svegliavo nella stanzetta che un pochetto era diventata mia (o almeno a me piaceva pensarla così) e la prima cosa che vedevo era la città che si svegliata, tutta attorno a me, ed era bellissimo, e quasi quasi mi veniva voglia di andare a lavorare.

Mi manca il tetto della sigaretta mattutina, il rifugio che diventava nave e spiaggia e prato e sigarettificio e baretto, il tetto di tutti eppure segretissimo, la succursale d’intimità. Il tetto dove, quand’era ancora estate, andavo alle nove meno cinque per togliermi gli infradito e infilarmi le scarpe da persona seria. Quello dove i primi giorni di lavoro mi rifugiavo in solitaria per la mia sigaretta. Il tetto dove il Dottò tirava fuori la sua macchina fotografica col laccio arancione che me lo faceva immaginare come un esploratore di altri tempi.

Mi manca quella volta che di mattina presto da un quasi tetto, all’improvviso, vidi la prima casa in cui avevo abitato a Seoul. E poi vidi un passerotto. 

 In questo ritorno frettoloso, che non è un ritorno ma un transito, un passaggio, una sospensione, non ho capito molto anzi, ho capito quasi nulla, tranne che tra le cose che mi mancano di Seoul, ecco, tra le cose che mi mancano, ci sono i tetti.

I miei tetti.

 

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