Archive for the 'lost in translation' Category

Feb 25 2014

Io, lui, la scimmia.

A un certo punto in questa domenica inutile mi chiama un amico mio e mi dice oh ieri mi sono ubriacato come se non ci fosse un domani. Mi piace questa maniera di vedere le cose e in particolare l’alcool, come la fine temporanea eppure definitiva di tutto. Compresi i sensi di colpa che uno lo sa, che se si ubriaca oggi come se non ci fosse un domani, domani il domani arriverà e ti piscerà malamente in faccia fregandosene di te e dei tuoi sogni alcoolici di mettere fine agli ultimi (ancora) rimasugli di adolescenza.

Allora adolescenza quando ti decidi ad andartene a visitare qualcun altro, non ti sei ancora stancata di questo corpo mezzo rottamato che si dimena il venerdì sera senza curarsi di usi e costumi locali, ovunque il locale sia?

Adolescenza malefica impiccati e lasciami andare incontro alla noia di una quotidianità fatta di salottini e cene preparate con una settimana di anticipo. Lasciami desiderare di avere del tempo libero per lavorare ai ferri. Adolescenza meschina abbandonami e non farmi rimpiangere quello che non ho più poiché ho deciso così.

Ti ho sfidato, adolescenza stronza, e vincerò questa sfida per la madonnina degli adolescenti. La vincerò a costo di trascorrere ancora innumerevoli venerdì sera abbarbicata in cima a una bottiglia di vino troppo costoso, la testa infilata nel collo a urlare nel fondo vuoto il mio dolore di ragazza abbandonata troppi anni prima che qualcuno potesse salvarmi.

Me ne starò lì appesa sul ciglio dell’abisso di una bottiglia svuotata da me e canterò, stonata, di tutto quello che non è andato come volevo. Salvo poi il giorno dopo rimettermi in ordine e cercare di ritrovare tutti i pezzi di me. C’è sempre il mistero di dove ho lasciato le scarpe. Ma le chiavi, quelle non le perdo mai.

Il sabato mattina si farà beffe di me e io sarò troppo rivoltata per muovere obiezione alcuna. Ma mi sarò arresa alla normalità.

Insomma che cosa voglio?

Ah sono qui che agito il mio fioretto furiosamente contro tutti i miei incubi.
L’incubo di rimanere piccola,
quello di diventare grande,
e quello di essere invecchiata senza essermi goduta il tutto.
Ah, in guardia, vi affronterò tutti, uno dopo l’altro e anche insieme se avete il coraggio.

Qual è il sottotesto di tutto ciò? Il sottotesto è che non sono abbastanza pronta ad accettare che la vita è andata così come è andata e se ne è fregata di desideri, sogni e aspettative. Il sottotesto è che mi delude trovare il peggio dei miei nemici dentro di me. Il sottotesto è che ho dimenticato come si fa a chiedere scusa. Che sto comoda nella mia solitudine. Che quando ho ragione, ah quando ho ragione, avere ragione mi piace così tanto che piuttosto mi gioco tutto il resto. Mi tengo la ragione, ecco. Ecco cosa mi hanno insegnato questi anni.

Col cazzo che viaggiare ti apre la mente.

No.

Viaggiare ti richiude con la testa dentro la bottiglia, a cantare sempre le stesse canzoni, mentre tutti i tuoi altri vivono senza di te e tu non sai più che cosa scrivere. Perchè per scrivere ci vuole un desiderio. E io ai desideri ci ho rinunciato in cambio di qualcosa che al momento non mi ricordo.

Figuriamoci capire se ne valeva la pena.

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Gen 23 2014

risonanze di poesie altrui

 

Le quattro.

E mi pare di stare in un fumetto di Andrea Pazienza. Con la differenza che fuori non ci sta un paese in rivoluzione ma un’intermittenza di lucine che inneggiano al capitalismo di stato. Sono sveglia da sempre e non capisco dentro di me che ore sono. Allora proseguo con le analogie tra me e Penthotal con la differenza che lui aveva il pigiama a righe, io ho il completino da sci della columbia di quelli che raddoppiano il calore del corpo perchè porcomondo ci sono meno dodici gradi e si sente.

Ricomincio.

 

Le quattro. 

La casa vuole ucciderci tutti col boiler.

Rumori inquietanti, trombette e scoreggioni si alternano a un ritmo poco rassicurante che ricorda un treno a vapore. Andiamo sempre peggio. Ieri niente acqua calda, oggi niente riscaldamenti, domani mi toccherà andare alla sauna, se sopravvivo a questa notte infame che.

Ricomincio.

 

Le quattro. 

La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no.

Insomma tutti meno che io. Persino la portinaia di guardia, che lei no, non dovrebbe dormire. Sono sicura che sia là abbacchiata tra il telefonino quattromilaggì e la tivvù. Ogni tanto alza un sopracciglio a ritmo con la vibrazione che le annuncia che un suo amico sul feisbukk cinese ha commentato il suo ultimo stato. Prima della fine del turno ordinerà un carico di glutammato a domicilio per darsi la carica.

Ricomincio.

 

Le quattro.

 La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no.

 Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato. Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi.

Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla.

In endovena me la dovrei fare. Ma la camomilla sogni d’oro a quest’ora della notte non la trovo da nessuna parte, mica sto in una casa di studenti a Bologna. Il supermercato per extracinesi chiude alle undici sissignore e riapre alle dieci del mattino dopo che tutte le cassiere hanno officiato il balletto motivazionale di rito.

Ricomincio.

 

 

Le quattro.

 La casa vuole ucciderci tutti col boiler. Non a caso ho come una sensazione di…morte (…) Roberto dorme, Elia dorme, io no. 

 Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato. Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi. 

 Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla (…) 

E se invece mi facessi una canna? Una canna e una sega, così non mi alzo.

Mi ricordo all’improvviso che non sono Andrea Pazienza e che vorrei semplicemente, prosasticamente, fumarmi una sigarettina. Una di quelle sigarettine che mi giravo io da sola, una di quelle sigarettine innocenti. Che poi proprio in questo momento mi ricordo con chi avevo cominciato a fumare le sigarettine. E mi pare un caso beffardo che esattamente adesso che le sigarettine sono uscite dalla mia vita lo sia anche lui.

Che Pazienza glie lo avevo prestato io. E Tondelli. E tutto il resto. E vabbè.

L’unica cosa che ho trovato nel frigo è un rimasuglio di baileys. Allora mi scaldo un te liptoniellouleibel e ci metto in cima tutto il baileys che posso. Mi faccio il te corretto. Prima di andare in scena d’inverno me lo facevo sempre. Durante le interminabili prove tecniche con i loro intervalli infiniti, vuoti di senso e creatività all’interno dei quali nessuno faceva niente e tutti aspettavano che qualcun altro facesse qualcosa.

Ci guardavamo le punte delle scarpe e giravamo le nostre sigarettine. Fumavamo tutti le stesse, ora che ci penso, ma per vezzo si cambiava marca di cartine o di filtri. C’erano quelli francofili che volevano le occibbì. A me mi piacevano le rizzlargento. Sottilissime, che al contatto con la saliva diventavano subito trasparenti.

I filtri mi piacevano ultraslim, perchè la sigarettina doveva risultare elegante.

Mi ricordo di una volta che uno da me amato si appoggiò al portone di un centro sociale. Il portone era aperto e io stavo davanti al bancone a parlare. Lui plasticamente aderito al portone mi guardava e insieme si girava una sigarettina. Mi guardò lunghissimamente. Fumava le stesse sigarettine che fumavo io. Lo amai a lungo. Più a lungo di quanto mi amò invece lui. La ricompensa per la mia costanza fu che il fantasma di lui morì dentro di me insieme al mio amore. Per lui invece fu diverso. L’amore per me passò a miglior vita assai presto, lasciandosi un ingombrante fantasma di me che ancora ogni tanto lo insegue, me nolente.

Ricomincio

 

 

Le quattro.
La casa cerca di ucciderci tutti col boiler.
Non a caso ho come una sensazione di…morte.
Ohi, vivo in termini di provvisorio.

Caduco. Bello caduco!!! caduco e temporale.

La mia faccia è tutta un dejavu. Dove l’ho già vista? il mio naso mi ricorda qualcuno. Chi? Domande senza risposta.

Forse ci godo a fare lo sfigato. Però mi riesce bene, sembro proprio uno sfigato vero.

Roberto dorme, Elia dorme, io no.

Imbananato duro mi sveglio come un assassino. Sono niente rilassato.

Anzi, sono contratto come un centometrista. Devo smollarmi.

Ora mi alzo,ora mi alzo e mi faccio una camomilla sognid’oro tripla.

Ora mi alzo. Ora mi alzo…al tre mi alzo…uno…due…tre….ora mi alzo.

E se invece mi facessi una canna? Una canna e una sega, così non mi alzo.

Occhei, non mi alzo più.

Sdraiato devo stare, a vivermi l’inchiodo”

 

Invece io sdraiata non ci voglio stare, che ho anche mal di testa e una serie di effetti collaterali da postrivoluzionaria in viaggio. Se solo potessi viaggiare in bisnissclass, se solo potessi viaggiare in bisnissclass sono convinta che questo maledetto jet lag postadolescenziale sarebbe più sopportabile. Se solo mi potessi fumare una sigarettina come in tutte le mie foto del passato. Se solo potessi andare al bar sotto casa a bermi un pernod. Non so manco cos’è il pernod ma fa molto Stefano Benni. Se solo potessi ricordarmi dove ho messo le cuffiette e guardarmi Downton Abbey come una vera cooperante. Se solo il mio innamorato fosse qui a ripetermi che sono un’autentica non fumatrice e che va tutto bene. Se solo mi potessi addormentare affianco a lui e sbavare amorosamente sul cuscino. Se solo non ci fossero questi undicimila chilometri. Se solo non mi fossi mai innamorata di nessun altro che di me. Se solo sapessi fare il mio lavoro. Se solo mia mamma e mio papà fossero due personcine un tantino più facili. Se solo non avessi mal di testa. Se solo non fossero già diventate le cinquettrentasette senza però portare con loro alcun tipo di risoluzione. Se solo la smettessi di usare la parola “riSoluzione”. Non era meglio quando parlavo di “riVoluzione”?

Quali sono le tue riVoluzioni per il 2014? La mia più grande riVoluzione quest’anno sarà… basta con queste risoluzioni, fa molto consiglio di sicurezza. A me il consiglio di sicurezza mi è sempre stato sul gozzo. Se solo la Francia non fosse un membro permanente del consiglio di sicurezza. Se solo la parola membro non mi facesse venire in mente giorni migliori in cui si faceva all’amore con passione e dedizione e disciplina. Se solo mi decidessi una volta, una volta per tutte, ad arrendermi a me stessa. Se solo le ragazze cinesi non camminassero in quella maniera così casuale e sgraziata. Se solo tutte le persone che ho provato a chiamare nei giorni passati avessero risposto al telefono. Se solo avessi risposto al telefono io. Se solo queste cazzo di lucine la smettessero di lampeggiare. Di lampeggiare. Se la smettessero. Lucine maledette.

 

Che fate voi, lucine, in ciel?

Che fate voi, silenziose lucine, ditemi che stracazzo fate?

Non era meglio quando c’era la luna?

Almeno era una, una soltanto.

Tirare sassi e bestemmie era, ne converrete o lucine, più facile.

 

 

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Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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Ott 24 2013

Folpetti poenta e n’ombra de vin

Oggi 24 ottobre ero lì che mi chiedevo ohibò che giorno sarà, il 24 ottobre? Proprio non mi veniva in mente ma sicuramente qualcosa doveva essere successo il 24 ottobre di molti anni fa perchè io mi sentivo come quelle volte che è il compleanno di qualcuno e tu stai proprio per dimenticartelo. Una sensazione orribile, ammettiamolo.

Pensa pensa, eh già che in questo posto abbiamo molto tempo per pensare, soprattutto se la connessione internet non funziona e tu sei lì ad aspettare - fervente come una fedele alla madonna delle connessioni - che  il segnale telefonico ritorni, l’amatissimo, perpetuo, monotòno tuuuuuuuuu che indica che la Cina di nuovo ti ha messo in condizioni di entrare in relazione con il resto del mondo. Ne abbiamo sì, di tempo per pensare, mentre il computer si impalla, il riscaldamento non funziona, l’elettricità se ne va proprio nel momento meno opportuno e il tram sotto la finestra si ferma a cinque metri dalla pensilina provocando lo sciamare di un numero incredibilmente alto di persone che sì, evidentemente erano proprio tutte lì dentro, non c’è niente da dire.

Ma devo mettere più verbi di senso compiuto e più punti. Quando sono troppo nervosa o proiettata nell’agire mi succede che la scrittura mi si incastra e continua come quando si blocca il tasto a e scriviamo aaaaaaaaaaaaaaaa. Sono incastrata e invece no. Punto e a capo.

Dicevo dunque pensa pensa ho scoperto cosa è il 24 ottobre. Il 24 ottobre era il giorno in cui, quando si abitava ancora a Padaniacity, si andava a Noventa alla sagra dei folpi. I folpi sono i polpi ovvero quegli animali pieni di zampe e ventosucce un po’ viscidini ma molto succulenti, succulenti assai direi soprattutto se cucinati a puntino alla fiera del folpo di Noventa. Insieme al folpo si piglia la poenta, si beve un’ombra de vin, o magari due o tre, alla fine della serata si guardano i fuochi d’artificio e poi un po’ mbriaghi si torna a casa tutti felici, cantando canzonette varie, in carovana.

La sagra del folpo era sempre una sagra un po’ erotica in cui si finiva con lo strusciare la coscia contro quella di colui col quale avresti voluto fornicare al termine dei fuochi d’artificio. Spesso il desiderio diventava realtà, forse perchè eravamo giovani e belli, forse perchè ubriachi, o forse perchè il folpo aveva davvero un che di miracoloso, davanti al folpo tutto poteva diventare realtà.

Ecco un folpetto mi ci vorrebbe adesso, ai cui otto tentacoli confidare i miei desideri più borghesi e le mie paure più telegeniche. Se avessi un folpo gli chiederei l’entusiasmo, l’entusiasmo gli chiederei, quello che non ho più e che le persone attorno a me non sanno nemmeno cosa sia.
L’entusiasmo di rischiare, di scommettere sul numero difficile, l’entusiasmo come quella volta che abbiamo deciso di andare in Cina insieme perchessì.
L’entusiasmo di quando si comincia.
O di quando si ricomincia.
L’entusiasmo dell’amore.
Delle cose che sembrano scontate ma non lo sono.
Folpo mio, vorrei non avere paura e non respirare paura attorno a me. Vorrei saltare sapendo che non sono sola. Vorrei fare come in quella scena di Aladino. Ti fidi di me? Sì, vorrei dire, mi fido di te. E allora ci metteremmo a cantare il mondo è mio. La vita non sarebbe facile, perchè è chiaro che su un tappeto volante tutto è sempre molto precario e basta un minimo passo falso per cascare giù e rovinare tutto. Tanto più se mentre sei sul tappeto stai anche cantando, insomma sei impegnata in una serie di compiti di una certa difficoltà, ma sarebbe bello cercare ogni giorno nuovi modi di stare in equilibrio mentre il tappeto continua a viaggiare e sì, sì, a volte potremmo avere l’impressione di perdere il controllo, ma farebbe parte del gioco. Il mondo è mioooooo.

Invece niente tappeto niente Aladino. Calcoliamo l’entità del danno prima che esso avvenga. Carro davanti ai buoi, testa fasciata prima di cadere e varie ed eventuali banalità della nostra esistenza noiosa, noiosa, noiosa. Che cosa ce ne andiamo a fare, fino all’Asia più asiatica, se poi rimaniamo indecisi nella speranza che qualcosa di meglio ci accada?
Io una cosa ho capito, una cosa sola. Che non basta un singolo, isolato, gesto eroico per vincere contro la pigrizia interiore. Ogni giorno, ogni giorno bisogna prenderla a picconate. Per questo vorrei avere un folpo con otto tentacoli, e otto picconi.

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Ago 15 2013

Se penso a come ho speso male il mio tempoooooo

Che poi dopo un viaggio infinito arrivi in Cina, e ci sono due amici ad aspettarti in una casina piccola piccola dove però ci sono acqua calda, asciugamani puliti e un ventilatore puntato proprio sul letto. E ti sembra quasi casa. Allora riparti per l’ultimo pezzo di viaggio, speranzosa, ripetendoti che questa sensazione di morte e tragedia che hai dentro è solo lo stress da fine delle vacanze.

Ti dici con un poco di indulgente autoironia che sei diventata proprio una borghese da film degli anni ottanta, che all’idea di tornare in ufficio ti senti male e sei più angosciata di prima della partenza. Ti ricordi di quando non esisteva la routine, non esisteva un ufficio, ma esistevano travi rosse sul soffitto da guardare alle cinque di mattina di un giorno qualunque, dopo aver lavorato sempre troppo ma sempre con gioia.

Ti infili in un aereo iperaffollato da turisti che si sentono i più fichi del mondo perchè stanno arrivando proprio là dove vivi tu.  Ti siedi al tuo posto, sempre vicino al finestrino, oramai l’hostess lo sa a memoria. Pensi al tuo socio. L’odore di morte del Vietnam non può che ricordarti tutti i cadaveri della tua vita. In particolare i cadaveri dei suicidi.
Conti i morti sulla strada. Non conosci i motivi. Come ad Halong Bay nuotavi tra lattine di coca cola e pannolini così i pensieri cercano di districarsi tra tutti questi pezzi di carne marcescente.
Continui a porti delle domande sul perchè così tante persone hanno scelto di suicidarsi da te. Ti ripeti che capita a tutti. Che non importa avere le risposte. Che la vita poi mostra le differenze, e le differenze sono un indice del fatto che no, non poteva andare altrimenti. Però un po’ fa male ancora.

Intanto l’aereo si avvicina paurosamente a destinazione e non c’è più tempo per queste inutili lamentazioni.
Inevitabilmente comincerai col piede sbagliato, perchè questa vacanza è stata troppo breve e troppo densa di presagi.

Ma la stagione dell’amore viene e va…
i desideri non invecchiano quasi mai
con l’età

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Ago 12 2013

Ultimi brandelli dalla terra dei Viet Cong

Giorno sei, ore non so ma molto presto

Mi stupisce la bellezza delle persone, che si manifesta in tutta la sua dirompente luminosità nonostante io sia malata, incazzata con l’agenzia di viaggi che avrebbe dovuto restituirmi dei soldi e non l’ha fatto, maldisposta verso il mondo del lavoro in generale e il mio capo in particolare e blablabla. Le persone attorno a me sono curiose, disponibili, e io per fortuna mi adatto. Sempre, sempre dare una seconda possibilità, bisogna. E spesso ne vale la pena.

Sono a Sapa adesso, dopo una notte in treno che mi ha fatto pensare alla Tailandia, come un po’ tutto, del resto. Ho viaggiato con due ragazze statunitensi e seminude che mi hanno chiesto di chiudere a chiave la cabina per paura che qualcuno le derubasse o violentasse o sai tu cosa. Mi veniva da ridere di fronte alla loro richiesta tutta impregnata del loro paese e dello schifo di società che hanno costruito.

Noto tuttavia, in questo posto, una grande differenza tra i vietnamiti che fanno affari e gli altri. O forse mi sbaglio. Forse la differenza che vedo è quella, normale, tra persone che vivono in un mondo normale, circondate da stimoli normalmente eterogenei. Alcuni sono miti, disponibili e gentili, altri sono arraffoni e provano a imbrogliarti o a fare i furbi in qualche modo. Altri ancora sono estremamente scortesi, come certi venditori del mercato che ti offendono senza motivo e allora di viene da dire sai cosa, i miei pochi soldi borghesi li do a qualcun altro. E si vede il lato peggiore del capitalismo, quello che emerge in tutti i paesi quasi/ex/socialisti che ho visto. La gente vuole vuole vuole, disperatamente vuole. Il possesso l’uso compulsivo e lo spreco sono il segno del benessere, del trionfale ingresso nel mondo del capitalismo e del successo. La gente prende lascia sporca spreca. Con gusto. In una bulimia ossessiva che sparge morte attraverso le decine di discariche abusive che vedo ad ogni angolo. I bambini lanciano lattine vuote in acqua e i genitori sorridono condiscendenti, sperando che qualcuno abbia visto che il loro figlio aveva posseduto una lattina e si era potuto permettere il lusso di gettarla in mare.

Io tutto questo lo odio.

Ah, ecco, ora è arrivata la guida, che è una ragazza Zhai (in realtà nata in una tribù Hmong ma sposata Zhai e quindi naturalizzata) piccola piccola. Ha 21 anni, a 15 si è sposata, a 16 ha sfornato il suo unico figlio e adesso per lavoro scorrazza turisti di tutto il mondo nelle montagne della zona di Sapa. Mi domando quante persone al mese le facciano le stesse domande idiote sulle tradizioni e i costumi e tutto il resto, proprio come sto facendo io, convinte di essere intelligenti e originali.

Più tardi

Il giorno è bellissimo e caldo e intenso. Abbiamo camminato sotto il sole ridendo e facendoci domande su tutto quello che ci viene in mente. I miei cinque compagni, tre francesi e due spagnole, mi sembrano paioli pieni di danari incontrati alla sorgente dell’arcobaleno, ovvero qua, su queste montagne terrazzate e piene di riso e fiumi e porcellini neri e bufale che ti guardano con occhi compassionevoli.

Arrivati finalmente al bivacco dopo una ventina di chilometri faticosissimi, ci siamo spogliati e buttati nel fiume nonostante la corrente fortissima. Pare di conoscersi da mesi, già abbiamo i nostri scherzi e i nostri ricordi condivisi, già nel fiume ci siamo dati la mano per evitare di scivolare sul sasso malefico, già siamo stati in silenzio su una pietra assolata e siamo pronti alle prime confidenze.

Giorno sette, mattina prestissimo, tipo le sei

Stamane piove e tutto è umidiccio. Speriamo solo che smetta per le nove, ora in cui dovremmo cominciare il nostro secondo giorno di cammino. La giornata di ieri è trascorsa tra sentieri scivolosi e donnine che cercavano di venderci ogni cosa, mentre noi, zampe nel fango giallo fino alle ginocchia, speravamo silenziosamente che l’ultima pozzanghera nella quale avevamo lasciato l’impronta non fosse una cacca di bufala liquefatta. Abbiamo riso e faticato tutto il giorno, su e giù tra le terrazze, che io mi dico ma perchè non le fanno pure in Corea? Oramai in coltivazioni di riso sono un’esperta blateratrice, come pure nella contrattazione per l’acquisto dei tessuti colorati di indigo che le donnine Hmong vestite di canapa nera provano a vendere. La sera ci siamo passati il biafine ridendo delle nostre ustioni da camminatori improvvisati e dei nostri dolorini alle gambe e alla schiena. I miei compagni mi hanno soprannominato Granma Carla, visto che per la prima volta nella mia vita alla veneranda età di 34 anni sono la più vecchia della ciurma, ascoltano a bocca aperta come dei piccoli nipotini le storie della mia Corea e soprattutto quelle del mio teatro, mi chiedono di aiutarli a contrattare per un paio d’orecchini o una borsetta e poi come Giotto e Cimabue (notare l’umiltà del paragone) diventano ben più bravi di me e strappano prezzi al limite dell’indecente per pezzi d’artigianato locale. Ho il braccio pieno di braccialetti comprati da donne Thai, che dovrei regalare ad amiche lontane ma so che finirò col conservare.

Mi piacciono i miei nuovi nipoti. Sono uno spettacolo di bellezza e intelligenza e curiosità. Siamo di buonumore e ci facciamo gli scherzi senza paura di offenderci, a me ovviamente viene da pensare che tutta questa facilità nel contatto deriva dal fatto che siamo Europei e tra noi non c’è tutto l’abisso culturale al quale oramai mi sono a malapena abituata (o quasi). Mentre camminavo ieri,, sotto il sole inclemente, ho deciso che rimarrò in Corea fino alla fine del mio incarico, qualsiasi esso sia. Non devo avere paura del dopo, ha ragione Alice, qualche cosa succederà. Qualche cosa farò succedere. E anche non devo rimanere attaccata a quello che ho a causa di questa paura. E’ come non lasciare un fidanzato che non si ama più per paura di essere soli, per paura di essere cambiati. E’ come fare come ha fatto lui con me. Allora ho espresso due nuovi desideri mentre le donne mi allacciavano i braccialetti di tessuto che fanno a mano.

Intanto piove a dirotto.

I compagni dormono ancora.

Ciascuno ha la sua storia dentro, e la mia solo all’apparenza è più spettacolare delle altre. Se avessi dei figli li porterei con me come la famiglia francese che ho incontrato ieri.

Sotto la pioggia passano donne che si preparano a una nuova giornata di vendita.

La sera

E’ stata una delle giornate più bagnate della mia vita. Ho pensato tutto il giorno al famoso trekking con Cois, Cundaro, Lontra e Licazzone, quello trascorso tra neve ghiaccio e pioggia e risate. E così è stato pure oggi, senza il ghiaccio e la neve. Le scarpe erano zuppe dopo la prima ora. Dopo tre ore l’impermeabile si è impregnato a tal punto da essere inutile. Nonostante tutto abbiamo continuato a ridere, chiacchierare e a volte canticchiare per ammazzare la fatica e i brividi di freddo e ogni tanto anche la paura, quando all’improvviso dovevamo attraversare fiumi che straripavano dalle risaie. Al pomeriggio a un certo punto dovevo anche fare la pipì e ovviamente non potevo, perchè farla avrebbe implicato una serie di manovre complicatissime sotto la pioggia battente, allora continuavo a camminare e canticchiare ma mi odiavo e tutto mi sembrava miserabile e la fine irraggiungibile. Mi ripetevo che camminare è un allenamento, che ogni passo in più aumenta la mia resistenza a questa vita beffarda, ma la mia vescica e le mie gambe non erano molto motivate da questi discorsi filosofici.

Poi all’improvviso siamo giunti al bivacco, acqua calda, birra gelata, patatine fritte e di nuovo l’incontro con i miei amici economisti italiani che hanno fatto un altro giro. Abbiamo bevuto vino di riso fino a un’ora che ci appariva tardissima e invece erano le dieci. Thomas affianco a me si è già addormentato, e adesso anche io mi rifugio sotto la zanzariera.

Giorno otto, ora di pranzo.

Niente da fare, continua a piovere che pare che qualcuno stia tirando secchiate d’acqua giganti su questo pezzo di mondo. Stamane abbiamo camminato un paio d’ore per raggiungere un vecchio villaggio semiabbandonato ma peggio mi sentivo, le scarpe sono ancora fradice da ieri e l’impermeabile pure. Oramai le uniche cose ancora asciutte che abbiamo sono quelle lasciate a Sapa prima di intraprendere il cammino.

Ciò nonostante sono felice. Felice e malmostosa insieme. Malmostosa perchè la fine della vacanza si avvicina e con essa il ritorno a Py, che mi riempie di ansia e angoscia. Felice perchè questo viaggio mi ha regalato persone bellissime e storie meravigliose e intimità e una forma di amicizia che non sperimentavo da tanto tempo. Fra poco ci toccherà l’ultimo pezzetto di cammino sotto il diluvio e poi prenderemo uno dei soliti pullmini suicidi che ci porterà all’ostello. Doccia calda, ritiro dei bagagli, treno. Presto, troppo presto, saremo di nuovo ad Hanoi.


Giorno nove, mattina prestissimo, come al solito oramai.

Le mie mattine cominciano sempre prima e questo mi piace.

Ieri sera abbiamo avuto i biglietti venti minuti prima che il treno partisse e ci siamo precipitati al nostro vagone in un gran trambusto di posti scambiati e valigie trascinate, non senza prima però rifornirci di birre e biscotti e contrattare la donazione di alcune banane. Abbiamo occupato la cabina e abbiamo chiacchierato per sei delle dieci ore di viaggio, ascoltando la musica di Gibì attraverso il suo dispositivo wireless in pieno stile ventunesimo secolo. Abbiamo sgranocchiato i biscotti e riso e ci siamo raccontati cose segrete, ognuno le sue. Non so come è successo e perchè, ma a un certo punto la nostra cabina è diventata una bolla magica e preziosissima, abbiamo capito che stavamo per separarci e ci siamo fatti un regalo. Adesso ognuno di noi custodisce cinque segreti coi quali viaggerà nell’attesa di una mail che sveli come sono andate a finire le cose.

Nel vagone c’era un’atmosfera di complicità e gioia, proprio come se non fosse stato per caso, proprio come se avessimo deciso insieme di fare quel viaggio e ne fossimo stati soddisfatti, proprio come se la nostra amicizia fosse cominciata molto prima e fosse stata pronta a continuare una volta scesi dal treno. E invece lo sapevamo che, una volta arrivati, ci saremmo separati e niente sarebbe più stato come prima. Ma in fondo chi lo può dire, no?

Sono andata dunque al mausoleo a vedere il corpo di Zio Ho. Mi ha fatto una strana impressione la piccolezza, la modestia dell’edificio, che ho dovuto immediatamente confrontare coi ricordi del Palazzo del Sole. La semplicità di Zio Ho e la sua compostezza, nonché la rapidità della visita, mi hanno restituito la misura di tutte le possibilità che, dove sto io, per un motivo o per l’altro non vengono esplorate. Eppure le dimensioni del mausoleo non gli tolgono dignità anzi, gli regalano un’aura quasi mistica.

Tuttavia, di fronte ai resti del Vietnam che fu, ho sempre l’impressione di assistere a rituali svuotati, di avere in mano una noce di cocco vuota. Non è rimasto più niente, al di fuori del mausoleo e della piccola casa gialla dove Zio Ho viveva preparando una rivoluzione che fu solo in parte.

Stravolta dal viaggio, dalla pioggia accumulata in questi giorni, dalla delusione per il precoce tramonto del Sol dell’Avvenir e dal caos di Hanoi, ho raggiunto l’ambasciata svedese che magnanimamente mi ospita con tanto di uso piscina. Michaela mi ha portata a fare colazione in un posto superchic e così ho ancora una volta rapidissimamente cambiato mondo. Catapultata nella Hanoi degli espatriati, dei negozietti equosolidali, i primi che vedo in Asia, e della colazione all’inglese con ingredienti biologici, mi sono concessa il lusso del capitalismo responsabile.

Giorno dieci, ora imprecisata.

Shopping compulsivo, angoscia per il ritorno e riflessioni su questo Vietnam che non mi convince. Ho comperato manifesto in un negozio che diceva “old propaganda posters”. Mi sono domandata se potrò mai vedere una scritta del genere a Py. Il ritorno mi spaventa e Hanoi mi incasina ancora di più in questo trambusto di motorini e pullmini suicidi. Avrei voglia di partire per trovare quello che molto probabilmente non mi aspetta. Sono sempre la stessa postadolescente illusa. Mi guardo allo specchio e ho la solita allergia al sole che mi viene ogni volta che viaggio, dai tempi del Mozambico. Mi intenerisce e mi sconsola. Le cose peggiori non cambiano.

Giorno undici, Hong-Kong.

Ieri, ultimo giorno ad Hanoi, ho fatto un incontro inquietante con una donna che mi ha mentito per paura. Ho rispettato il suo timore, ho comprato la sua stoffa e non ho insistito con le mie domande. In fin dei conti ho scoperto a mie spese che nell’Asia confuciana la verità cambia a seconda del contesto e il concetto di menzogna è spesso associato a quello di cortesia.

Il Vietnam non mi racconta niente, se non la desolazione che segue la morte dell’ideale. Tutto è falso, persino il sughero delle scarpe ricoperte di paillettes che si vendono sul lungolago. Le casette altealte rimangono in piedi grazie alla convinzione dei turisti. Le bettole che servono caffè e birra fredda sono affollate di neozelandesi ubriachi. Dove sono loro, i vietnamiti? Sfrecciano sui motorini verso obiettivi sconosciuti. Alcune donne, cariche fino all’inverosimile, provano a vendere frutta e pentolame.

Ieri sera sono tornata all’Opera, proprio come la prima sera. C’era il concerto della Youth Asian Orchestra. In maniera del tutto inaspettata mi sono commossa, e a un certo punto ho quasi pianto. All’improvviso mi è apparsa nitida l’immagine di mio padre che, io piccolissima, mi mette sul grosso divano ad angolo color marroncino e mi fa ascoltare Beethoven, raccontandomi cosa vogliono dire i violini, cosa rispondono i fiati. E’ stato un viaggio bellissimo.

Questi ragazzi così giovani sono ovviamente allenati da maestri europei, e si vede. Ecco la snob colonialista che sbuca fuori. Eppure non posso fare a meno di pensare che tutta la loro capacità di emozionarmi deriva dal fatto che hanno saputo superare la loro tecnica e mettersi al servizio della musica. La tecnica non dovremmo vederla mai, dicevo ai miei allievi quando il teatro faceva ancora parte della mia vita.

Erano bellissimi, quei ragazzi tremanti come piccole piante, tutti insieme sul palco. Ho pensato che gli artisti dovrebbero cambiare lavoro a trent’anni, se non riescono a mantenere la gioia e la paura e la timidezza e l’ispirazione che ho percepito ieri durante il concerto. E ch molto tempo fa, ne sono sicura, avevo anche io.

Mentre i ragazzi suonavano Brahms ho immaginato di tornare e fare uno spettacolo nuovo. E’ stato un pensiero breve ma bello bello bello. Poi sono tornata a me, alla mia età, alla necessità di sopravvivere, alla mancanza di allenamento e a tutto il resto.

Stamane prima di partire ho incontrato Ragù. Non ci vedevamo forse da cinque anni. Lui è sempre lui, e forse anche io sono sempre io. E’ stato bello darci un appuntamento davanti alla cattedrale, ognuno in viaggio verso mondi diversi. Gli ho chiesto di slacciarmi il braccialetto che portavo da prima di partire per Seul. Ciò che poteva realizzarsi si è realizzato, il resto oramai sta nei sogni del passato. Ho pensato al mio Socio, a come ha deciso di uscire dalla mia vita, al suo silenzio e al mio dolore mascherato di sarcasmo. I resti del braccialetto sono da qualche parte in borsa, ma li perderò presto.

In aeroporto, a sorpresa, ho incontrato i ragazzi dell’orchestra e ho fatto amicizia col loro maestro, italiano. Ora sono in aeroporto nell’attesa di arrivare a Pechino, e quasi mi lascio sopraffare dall’angoscia del ritorno. 

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Ago 11 2013

Torna ancora quest’estate torna ancora quest’estate insieme a me.

Tra Halong Bay e Bat Tu Long, giorno quattro

Primo kayak della mia vita insieme a Nicolas, che mi ha teneramente e pazientemente insegnato a remare. Questo gruppo di quattro francesi così delicati e gentili mi fa sentire a mio agio e mi fa provare una sorta di invidia e desiderio di inclusione. Mi piace questa ciurma di europei così variamente assortita. Una tedesca e un finlandese hanno lasciato il loro lavoro in Irlanda per fare il giro del mondo in un anno e poi stabilirsi in Germania dove dedicarsi probabilmente all’hackeraggio d’alto bordo. Due insegnanti inglesi mi raccontano come si fa a incontrare i ragazzi via internet e consigliano in ogni modo di tenere sempre many fingers in many pies. Due ricercatori d’economia italiani mi fanno ridere con la loro acuta ironia e mi fanno pensare ancora una volta che forse c’è speranza anche per l’uomo italiano, che non tutto è perduto e che sono stata io a trovare quelli sbagliati. Intanto la mia guida mi dice che bevo troppo caffè e che ciò non fa bene alle ragazze ma io come al solito proseguo imperterrita nelle mie pratiche scostumate.

Stamattina mi sono svegliata con la pioggia sul ponte e ho pensato che ne era proprio valsa la pena, di venire fino in Vietnam a vendicare tutte le amicizie perdute di mia madre.

 

Bay Tu Long, giorno cinque, ore sei del mattino

Alle cinque del mattino quest’isola è popolata solo da solitari ramazzatori di cortili. Spostano polvere e foglie di qua e di là alzando il cappello al mio passaggio. Mi piace scorrazzare in bicicletta per le stradine deserte alla ricerca del mio tempio in questo viaggio, tempio che peraltro, nonostante la generale sovrabbondanza dell’articolo, non ho ancora trovato. In compenso ho scovato diversi cimiteri e un posto dove sono arenate le barche a riposo, arrivate sulla terraferma con l’alta marea e rimaste là ad aspettare il prossimo viaggio.
Il punto non è quello che vedo, ho scoperto, ma l’ora del giorno in cui lo vedo, e come al solito riuscire ad uscire al mattino presto mi regala quello che i miei compagni di viaggio non vedranno mai. Anche perchè loro viaggiano tutti in coppia e probabilmente la sera hanno di meglio da fare che leggere alcune pagine di letteratura cinese. E anche la mattina. Ecco, sono un caso perso. Una vecchia zitella in vacanza a fingere di essere una frikkettona alternativa. E come se non bastasse fra dieci giorni sono di nuovo a Py, per cui ho una fame bulimica e ossessiva di libertà e le scorrazzate solitarie. Ogni tanto mentre mi avventuro per le strade meno battute mi rendo conto di aver paura che qualcuno mi fermi e mi dica che no, di là non si può andare. Ma qua non siamo là. E si vede.

 

Sul treno, ore 2030

I francesi mi hanno salutata dalla porta dell’albergo come dei vecchi amici, agitando le mani e raccomandandomi di fare attenzione. Ho regalato loro una cartolina con il mio disegno di pecorella e l’indirizzo email. Non pensavo che li avrei commossi, invece mi sono ritrovata spiaccicata tra otto braccia transalpine.
Il viaggio di ritorno ad Hanoi è stato un altro tripudio di pullmini ricolmi di turisti in corsa folle su strade che non capisci mai se sono a senso unico o se invece no. E quando lo capisci è troppo tardi perchè un enorme camion di fattura sudcoreana ti sta venendo proprio addosso. I pullmini suicidi paiono essere il mezzo di trasporto preferito dai turisti in Vietnam, ma io non riesco ad abituarmici e mi viene da vomitare dopo i primi 20 minuti di corsa folle verso la luce al di là del tunnel. Durante il viaggio ho fatto i pensieri migliori e quelli peggiori. In genere quelli peggiori riguardano la mia solitudine amorosa nonchè la mia supposta incapacità relazionale, quelli migliori la possibilità di avere almeno un lavoro soddisfacente così da limitare la desolazione della mia vita privata. Il tutto condito con sovrabbondanza di zuccheri raffinati, in questo caso specifico biscotti Oreo che qui vanno di gran moda e costano un euro o poco più.

La risoluzione di oggi comporta una certa assunzione di responsabilità nei confronti del lavoro e blablabla. Arrivata ad Hanoi ho fatto in tempo a condividere questi pensieri con  Claire, davanti a una birra ghiacciata di quelle che si vendono nella città vecchia. Hanoi per la prima volta mi si è mostrata nel caos delle sue nottate profumate di fritto e sudore. Mi è piaciuto questo pentolone colorato e rumoroso e non mi ha fatto paura. Ho pensato a Kuala Lumpur, a tutte le facce dell’Asia che sto vedendo in questi anni, alle birre bevute e ai segni male interpretati, ma poi ho dovuto smettere di pensare perchè è arrivata l’ora di prendere il treno verso ovest. Treno che piglierò con i miei due nuovi amici economisti italiani, se quelli dell’agenzia non fanno troppo casino.

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Ago 04 2013

Una borghese ad Hanoi

Hanoi, giorno due.

L’opera di Hanoi è la copia esatta di quella di Parigi. Costruita non so bene quando dai sofisticati colonizzatori europei. Ci si sente un po’ fuori dal tempo a calpestare il pavimento di mosaici e a guardare fuori dal grande terrazzo al primo piano, che affaccia sul traffico asiatico eppur gentile della capitale. Il Vietnam e il Giappone festeggiano quest’anno 40 anni di onorate relazioni diplomatiche, scopro oggi, e lo fanno con un concerto sponsorizzato nientepopodimenocchè dalla Toyota. Miracoli del socialismo declinato all’asiatica. Il problema, ho scoperto dopo tre anni trascorsi nel continente dagli occhi a mandorla, è che in Asia troppo spesso un buon concerto viene trasformato in un concerto veloce. Non esistono interpretazioni commoventi, esistono solo virtuosismi. Un andante viene trasformato in un allegro e un allegretto in un veloce al galoppo, di modo che non si fa in tempo a sentirsi a proprio agio tra le note che l’esecuzione è già finita. A sentire un concerto ti viene l’affanno, hai l’impressione di perdere il treno, di correre dietro a un bambino troppo veloce, di essere incalzata in un interrogatorio politico. Ecco, sto facendo un commento da vecchia borghese coloniale, ma diobon bisogna dare tempo alle cose per dipanarsi.
In qualsiasi paese dell’Asia io assista a un concerto, sono costretta a rimanere stupita dall’incredibile disciplina, dalla ferrea tecnica e dalla totale, imperdonabile mancanza d’interpretazione. Tutto è noiosamente poderoso, ogni direzione d’orchestra è la manifestazione del trionfo nazionalista. Gesummaria. Io a sentire un concerto così mi stanco dopo minuti sette e mezzo.

Ecco, adesso mi sento una novantenne incartapecorita che si sventaglia le perle e sospira lamentandosi dei tempi passati che non ci sono più e della meravigliosa Europa, culla della civiltà eppure inspiegabilmente e irrevocabilmente in declino. Ah, i barbari.

Eppure mi diverte girare per Hanoi sotto il diluvio universale. La stagione delle piogge ha deciso di manifestarsi in tutta la sua potenza e il demiurgo sta evidentemente svuotando il suo appartamento allagato lanciando catini d’acqua sul mio, di appartamento. Dopo dieci minuti di camminate sono fradicia, potrei anche togliermi le scarpe che tanto è inutile, ma mi piace questo Vietnam che fa ciaf ciaf,  l’odore di caffè si mescola a quello del bambù e la mitezza delle persone viene condita dall’incessante strombazzare dei clacson. Lo strombazzamento pare essere lo sport nazionale, praticato da pubblici e privati. Ciononostante i vietnamiti sono benedetti dalla totale mancanza di sguaiatezza che caratterizza a mio avviso i loro vicini e cugini-un-tempo-socialisti cinesi.

Scopro con sorpresa che anche qui, come da noi nella rossa Corea, si festeggia il 7.27, ma del 1947. Purtroppo nessuno dei miei amici diplomatici in loco sa dirmi che cosa successe in Vietnam, il 27 luglio del 47, e questo me la dice lunga sulla preparazione e sulla motivazione degli europei all’estero. In ogni modo la città è piena di striscioni rossi e di bandiere, così che mi sento un po’ a casa e vedo Pyongyang in ogni angolo delle strade. Una Pyongyang come Pyongyang non sarà mai, fatta di case lunghe lunghe e strette, di finestre sulle quali fanno ombra tendaggi di bamboo e di mercati dove accanto alla bandiera rossa si vendono funghi sudcoreani (che fotografo prontamente con il mio nuovissimo telefono intelligente, regalatomi dal babbo di modo che anche io mi sentissi una ragazza del futuro).
Rimango stupita dall’indifferenza nei confronti della mia macchina fotografica e mi rendo conto che 13 mesi al di sopra della DMZ si sentono eccome. Ci metterò forse qualche giorno ad adattarmi a questa superficiale libertà e al ritorno di facebook nella mia vita.

Un mondo senza social network è possibile, ho imparato, ma un mondo coi social network è più divertente e conferma l’illusione infantile di essere il centro del mondo, ci fa immaginare che tutti siano interessati agli stupidissimi fatti nostri e che tutti non vedano l’ora di guardare le nostre pessime fotografie e leggere i noiosissimi racconti di viaggi sempre uguali a loro stessi, per il semplice fatto che oramai, superati bellamene i trent’anni, siamo troppo strutturati e non riusciamo a guardare le cose con altre lenti se non quelle che ci siamo costruiti sguazzando per anni nella cultura alternativa della vecchia Europa dove è troppo facile dire che si è aperti, accoglienti, inclusivi, tanto non c’è un cazzo da includere perchè i barconi pieni di immigrati vengono fermati il più delle volte prima che possano anche solo sfiorare le nostre comode poltrone cucite con benevolenza postcoloniale.

E visto che mi devo rassegnare ad essere una vecchia colonizzatrice e imperialista in questa città della quale non capisco niente, mi faccio pure un massaggio in una spa dichiaratamente “per stranieri”. Ci manca soltanto che mi dedichi al turismo sessuale, sono davvero diventata pessima. Mi compiaccio del mio stesso cinismo e mi fermo ad osservare le casette che si appoggiano all’altra come a proteggersi dalla prossima tempesta tropicale e le persone che indossano i cappelli tradizionali, come Sampei quello che pescava le carpe giganti. Cappelli utilissimi che fanno scivolare la pioggia oltre le spalle, mentre il mio ombrello si sfascia alla prima folata di vento. Che frutta sarà quella che giace nei due cestini appesi a mo’ di bilancia alla spalla della signora che mi ha appena superata? Ci sarà una legge che permette a quella mamma di andare sul motorino con una figlia adolescente e due gemelli in braccio? Questi ed altri interrogativi mi pongo sotto la pioggia profumata di Hanoi, mentre affondo la faccia in una zuppa che profuma di cocco e limone e mi arrendo all’uso locale della birra con il ghiaccio. Sarà anche barbarie, ma con questo caldo, decisamente, funziona.

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Ago 02 2013

Good morning Vietnam, o quasi.

Giorno Uno, ore 12.00

Estate

sei calda come i baci che ho perduto

L’aeroporto è il luogo degli sconosciuti. Le persone transitano verso i loro mondi privati e a volte per caso capita che in questa sospensione temporanea si scambino quattro o cinque parole, perchè tanto lo sappiamo che non sono impegnative, tanto lo sappiamo che, vada come vada, alla fine delle cinque parole ci avvieremo felicemente verso l’uscita che ci traghetterà nel nostro prossimo mondo. Mi domando perché così spesso, in passato, ho cercato il sogno dell’amore proprio in posti come questo: aeroporti, stazioni, treni a lunga percorrenza e aerei. Me lo domando, mi rispondo e mi annoio di me stessa e del sogno infantile coltivato da troppe favole maschiliste, in cui il principe sarebbe arrivato da un mondo sconosciuto sopra un cavallo bianco e mi avrebbe portata verso l’ignoto e il nuovo, lontano dalle angherie della quotidianità. Una specie di treno ad alta velocità verso il futuro, tipo galaxy, il treno quello dei cartoni animati. Mioddio che triste quel cartone animato, pieno di gente che voleva i corpi meccanici.

Pechino è sempre la stessa bestia camaleontica. Per una serie di coincidenze che non so se definire fortunate o meno, il posto dove dormo di solito era pieno, dunque ho esplorato questa volta una zona nuova, un quartiere dove rimangono intatti gli hutong con le loro porticine rosse protette da spiriti di pietra e i bagni pubblici ogni cento metri, perchè si sa che i cinesi degli hutong non hanno il bagno in casa. Eppure vivono piuttosto bene, mi pare, e questo quartiere mi è piaciuto assai, incluso quel signore che iersera si è tirato fuori il pisello davanti a me per pisciare in un angolo, senza malizia, era questione di pura urgenza e il bagno pubblico era troppo lontano. Mi è piaciuto anche il caotico mercato di questa mattina nel quale signore incartapecorite sceglievano lentamente radici a me sconosciute e giovani alla moda smanettavano sul loro smartphone made in China. Un po ‘ meno mi è piaciuto l’albergo perchè lo staff non era proprio quello che definirei amichevole, e perchè per arrivarci mi sono persa almeno quattro volte e ho dovuto chiedere aiuto alla receptionist di un ostello poco lontano. Però in realtà di questo perdermi costante pure sono contenta, perchè grazie a ciò ho avuto un dolcissimo scambio con un vecchietto che senza proferire parola ma solo con l’aiuto delle mani mi ha indicato la strada, e al tempo stesso mi ha insegnato a contare fino a cinque in cinese.

E ho scoperto, grazie al mio ripetuto smarrire la strada, il centro nazionale di teatro sperimentale, sito in un edificio così grosso e squadrato che mi domando cosa ci sia rimasto, di sperimentale, nel teatro. Al tempo stesso però mi sono goduta la vista dei giovani creativi che giravano per le strade alla ricerca del posto giusto per provare le loro scene, mi sono commossa davanti alla scritta “theater is free”, ho passeggiato tra i baretti e i negozi di artigianato, ho bevuto pina colada in mezzo ai giovani cinesi alternativi e usato la connessione gratuita del pub per mandare inutili messaggi su whatsapp, in modo da sentirmi anche io una giovane europea del ventunesimo secolo e non una sfigata che è rimasta incastrata al di là della cortina di ferro negli anni settanta.

Mi piace ogni volta scoprire un nuovo pezzetto di Pechino, anche a costo di dover camminare per chilometri alla ricerca dell’uscita della stradina nella quale sono capitata, inciampando su resti di biciclette utilizzati per marcare la proprietà privata e finendo puntualmente con i piedi in pozzanghere sul cui contenuto non voglio indagare. Mi piace arrivare a un certo punto nello sfarzo occidentalizzato del San Li Tun, dove si parla inglese e si fa lo shopping all’europea, si beve l’aperitivo accompagnandolo con l’hummus o con qualche salsa texmex, perché siamo figli della globalizzazione e la cucina fusion ci fa belli.

Mi è piaciuto, in questo viaggio specialissimo, incontrare un vecchio compagno d’avventura e parlare con lui in un italiano che da troppo tempo non utilizzo, quello dell’analisi politica, della critica e dell’ironia. Splendeva il sole e faticavamo ad ammettere che fosse passato un anno e mezzo dall’ultimo nostro incontro, e pareva proprio l’altro ieri, e ciò ci divertiva e ci commuoveva.

Mi è piaciuto stamattina svegliarmi e pensare che sono in vacanza, per pochi ma meritatissimi giorni, dopo sei settimane di intensità e pesantezza e gioia inaspettata e difficoltà.

Mi sono fatta la doccia e ho pensato che la prossima sarà ad Hanoi, Vietnam.

Mi sono ricordata della prima volta che ho sentito nominare il Vietnam: avevo cinque anni e al mare sulla riviera romagnola ero diventata amica di due sorelline che avevano gli occhi a mandorla. Avevo chiesto a mia madre se fossero cinesi, perché per me ovviamente a quell’età l’equazione occhio a mandorla = Cina era inconfutabile, e lei mi aveva detto che no, che venivano dal Vietnam, un paese dove c’era stata la guerra. Per non veder crollare il mio mondo di certezze le avevo chiesto se il Vietnam era vicino alla Cina, e con clemenza mamma aveva risposto di sì.

A quel punto il tempo della doccia è terminato. Ero completamente sveglia, pronta per la mia vacanza in realtà già cominciata 24 ore fa. M’importa poco che in Vietnam ci sia una supposta tempesta tropicale. Qualche cosa succederà. Sono di nuovo viaggiatrice e questo mi solleva e si consola.

Tornerà un altro inverno

e cadranno mille petali di rose

la neve coprirà tutte le cose

.

Che poi rientrare a Pyongyang sarà comunque troppo repentino e troppo veloce. L’aereo atterrerà sulla pista deserta e tornerà il familiare senso di lieve asfissia nel percorrere tutto il tragitto fino al capannone dell’aeroporto. Sarò felice di ritrovare le mie persone, le mie piante, le mie cose. Mi domanderò per quante volte ancora dovrò e vorrò tornare. Se sarò fortunata la stagione delle piogge sarà terminata e potrò andare al lago ancora per qualche tempo.

Molti partiranno, molti arriveranno.

Io comincerò a pianificare il nuovo viaggio, ed avrò respiro.

odio l’estate

Ma ora, in questa terra di nessuno che è il caffè Costa dentro il terminal 3 dell’aeroporto internazionale di Pechino, foto casuali dell’Italia appese alle pareti come se bastassero delle immagini stereotipiche a rendere migliore il caffè, ora aspetto il mio aereo, e penso solo ad andare.


Post scriptum delle sette di sera orario dell’aeroporto di Hong Kong, che per quanto mi riguarda potrebbe anche non essere l’orario di fuori.

Pare che la famosa tempesta tropicale si stia abbattendo tra HK e il Vietnam. Sono sicura che si tratta delle maledizioni del mio ex, concentratesi in una sorta di tornado intradimensionale. Ciò nonostante continuo imperterrita, dopo aver ingollato per intero il peggiore pasto della storia, fornito dai gentili cuochi assassini di Air China, il mio viaggio verso l’Indocina.
Prima o poi arrivo, promesso.

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Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

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