Archive for the 'lost in translation' Category

Lug 23 2010

pointless

Last night I dreamt in English. It happens really, really rarely, and I can’t help. People come into my dreams and speak a language that I can’t even unterstand sufficiently. They’re taking the piss.
Okay okay. My private life is falling apart like one of the old houses behind Parkington Street. I’m walking through these derelicted rooms and I don’t find one single thing I recogniza. This kitchen is not my kitchen, this bed is not my bed, and these things on the table, letters, memories, rags of notebooks, are not my things.

Therefore this might not be my house. This private life falling apart maybe is not my private life, and I crashed, just by accident, into the private life of someone else. This is not me, I’m sorry.
I don’t want these memories, don’t care of all this objects.

I don’t know what I’m gonna do tomorrow, but I feel like everything I’ve been trying to built is totally pointless, and it’s fair enough, really, it’s fair enough. But why should I go on building? I want a drink.

I just want some more drinks.

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Lug 04 2010

speriamo che sia il programma fastwash delicate

Non ci posso proprio credere che una settimana fa ero in un parco di Old Street a cantare a piedi nudi e adesso sono qui con questo buio inodore che mi si staglia davanti, oltre la porta dello studio del mio fidanzato che non c’è e chissà quando tornerà.
Me ne sto in questa casa e ho fatto di tutto per starci il meno possibile, non che la casa sia brutta non che ci siano i mostri no, non che questo buio mi spaventi. Perchè a me il buio non mi ha spaventata mai. Però questa casa è così improvvisamente densa di mancanze che io non ce la faccio e allora sono fuggita in giro per la penisola fino a quando ho potuto.
Venerdì vincitrice morale di un festival piuttosto bizzarro, mi sono portata via poca gloria e niente soldi. Per fortuna che Nathan è comparso e mi ha fatto da crocerossino per tutta la giornata. Ero uno straccio. Come sempre in questi momenti di grande sofferenza e confusione mi gonfio come un palloncino pieno di inspiegabilità, e mi fanno male i denti. Un male leggero e costante, come un sottofondo di rabbia inespressa.
Ma già sabato mattina ho deciso di dedicarmi all’amore e non al lavoro, che mi pare di aver capito che il lavoro quest’estate non mi darà grosse soddisfazioni. E allora sono letteralmente scappata a chiedere asilo politico ed emotivo all’Alice che mi ha accolta nella grande casa sotto Firenze, una casa piena di gioia, di galline, di persone e di colori che m’hanno rinfrancata. Alice mi ha regalato alcune perle di zootecnica e di botanica, m’ha spiegato il motivo assolutamente razionale per cui è convinta di essere la madre di tutte le sue oche, mi ha deliziata scorrazzandomi in automobile e proponendomi spericolatezze di cui mai l’avrei ritenuta capace. E poi c’era anche Vanessa che chissà quanti anni erano che non la vedevo, quanti anni che non ci parlavo, ma la magia è scattata così come a volte mi accade coi vecchi amici, e Vane ci ha illuminate a riguardo delle immense declinazioni possibili nella parola coppia. E loro, e gli altri splendidi abitanti della casa, e Nathan che è tornato in serata dopo che io e Alice avevamo intrepidamente montato un nuovo barbecue, m’hanno ascoltata e m’hanno parlato, semplicemente m’hanno accolta e mi sono sentita che un pronto soccorso così era proprio ciò di cui avevo bisogno.
E anche oggi solo con amici stretti sono stata, solo in parole senza doppi sensi, solo in situazioni dove non temevo.
Consolazione, accoglienza, sole, di questo ha bisogno la mia paura per dormire.
Il mio fantasma è molto più grande di me.
Niente mi appartiene se non vestiti che mi vanno troppo grandi o troppo piccoli, e le scarpe improvvisamente sono tutte rotte, e non è una metafora. Provo a immergermi in una compulsiva lettura dei quotidiani meno attaccati dalla censura, ma mi perdo nei coccodrilli di Pietro Tarricone e nel necrologio della libertà di stampa. Mi sconsolo presto, prestissimo, non riesco ad arrivare alla pagina della cultura. Tanto meglio, mi par di capire. Ma da qualche parte devo cominciare. Da qualche parte devo ri-cominciare, e non so da dove. Allora mi attacco agli amici e domando avidamente racconti di questo anno di vita loro che ho perso.Eppure non mi basta.
Sono di nuovo nella lavatrice, e non ho idea di che lavaggio sia in corso.

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Giu 30 2010

le rose non sembrano aver sentito la mia mancanza

Non sembrano proprio aver sentito la mia mancanza, le rose. Sono rigogliose come non mai e hanno fiori meravigliosi, profumati e fieri, intoccabili. Se la vedono bene persino coi sempiterni pidocchi e financo il pesco sta pescando che più non si può, avrà venti o trenta frutti e fino all’anno scorso ne faceva uno solo.

Ed e’ stato tutto così veloce e tremendo e adesso mi trovo in questa casa in campagna e non ho assolutamente idea di dove sono, e mi domando che cosa ci sto facendo qui, e lo so che  una domanda terribile ma non ho la più pallida idea di dove mi trovi, di dove stia andando, non ho la più pallida idea, non ho, e mi sembra che mi sono completamente persa, che ho tutti questi oggetti attorno a me tutti questi vestiti che cosa cazzo me ne faccio dei vestiti che cosa me ne faccio di queste cose se mi sono completamente persa

Sono frammentata sono implosa e ieri il viaggio è durato pochissimo, il tempo di un pisolino, e qui pare che veramente io non me ne sia andata mai e invece me ne sono andata, eccome se me ne sono andata, me ne sono andata e non sono più com’ero prima di partire e però non lo so come sono e forse il senso di tutte queste “e ” che uso è che cerco una connessione possibile tra le cose cerco un nesso magari un poò acrobatico ma ecco un nesso almeno un nesso invece sono qui che di nessi non ne vedo manco uno e quello che vorrei non cel’ho e forse la verità è che non lo so cosa vorrei e si lo so vorrei piangere e non ci riesco vorrei avere delle persone vorrei andare a prendere un caffè con le mie amiche vorrei un gattino che ne so vorrei disperarmi fino a quando non mi resta che reagire e invece adesso mi metto come se non fosse successo nulla a fare lo spettacolo nuovo cosi’, tac, perfettamente efficiente proprio come tanti anni fa dicevo di me.

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Giu 29 2010

la lingua giusta dell’addio/the right language for farewell

And I find myself walking in this unexpected peace, one o’clock in the morning and the last evening is gone, and it’s gone forever, and I don’t know how many other last evenings I’ll have to join during the forthcoming years, but what’s the meaning of writing in English if already I’m half gone?

un piede di qua e un piede di là, barcollo in questa assenza bagnata
la notte è calda e meriterebbe uno dei miei exploit più naif, potrei forse danzare davanti alla vecchia volpe che è l’unica spettatrice dei miei ultimi passi notturni, invece continuo a camminare, lentissima, una gamba davanti all’altra, un piede dopo l’altro, sento il fruscio del vestito che si mescola con la musica che mi ostino ad ascoltare perchè questa pace così repentina non la voglio sentire, attorno a me. Non voglio ascoltare non voglio guardare, il profumo dei fiori di questa stradina non lo voglio sentire più, perchè tutto è già mancanza, tutto è già una storia d’amore finita male dal principio, che lo sapevo, lo sapevo che non era per sempre, che manco nella pubblicità dei diamanti, voglio dire, no che non era per sempre, nella mia vita per sempre non c’è mai stato niente figuriamoci poi quando sono proprio io a decidere la lunghezza delle cose. Sono diventata la parca di me stessa. Per evitare che sia qualcun altro a tagliarmi i fili dell’esistenza arrivo io, per prima, implacabile come uno dei lugubri corvi della regina che mi hanno fatto compagnia in tutti questi pomeriggi londinesi mentre aspettavo il nobile indoinglese che usciva dalla sua costosissima scuola privata davanti alla cattedrale di St Paul.
E così avevo deciso mi do un anno, un anno a Londra, poi rientro poi basta sarà una parentesi, così mi ero detta, una parentesi una specie di regalo. Non avevo pensato a quante rivoluzioni ho fatto in questi mesi, ogni mattina sulla bicicletta più pesante del mondo a tagliare lo smog e l’indifferenza dei negozianti turchi affacciati dalle loro botteghe su Green Lanes. Non ci credevo davvero, che ogni pedalata fosse una piccola impercettibile rivoluzione, e invece era proprio così, e ogni rivoluzione si porta morti e feriti e a volte sono morti e feriti che non c’entravano niente sono pezzi che cadono solo perchè non hanno tenuto il ritmo sono le così dette vittime civili sono quelle che in fin dei conti non ci stavano capendo un emerito niente, della rivoluzione, e forse per loro, in fondo, non avrebbe poi fatto una gran differenza vivere senza la rivoluzione ecco questo penso

che dentro e fuori di me ci sono decine e decine di queste vittime civili e io sentitamente porgo le scuse di stato ma di più non posso fare perchè la rivoluzione esige i suoi morti, hanno voglia a venirmelo a raccontare i portoghesi, che la rivoluzione dei garofani ha fatto un morto solo, non è vero, ne sono morti molti molti di più prima e dopo silenziosamente sono morti anche solo perchè non sapevano accettare

Adesso improvvisamente mi gira attorno una zanzara, la prima zanzara che io abbia mai visto a Londra e mi domando che cosa ci fa, la zanzara, sveglia a quest’ora, mentre io scrivo innumerevoli testamenti e una parte di me, una parte piuttosto grossa, vorrebbe buttare la valigia e tutto il suo contenuto una grossa parte di me se ne frega della valigia dei vestiti del computer una parte di me vorrebbe andare via e lasciare tutto qui perchè la marea di oggetti che mi trascino pesantemente è una marea di nulla, un nulla denso e inutile che non contiene in sè nessuna delle cose delle persone che ho trovato qui, e mi viene una rabbia tale che vorrei prenderla a calci, la valigia piena di nulla insaccato stipato chiuso faticosamente un nulla ingombrante non c’è che dire un nulla che pesa almeno due decine di chili.

Che me ne faccio, delle cose, se sento che non lo so, dove voglio metterle? Che me ne faccio di questi vestiti se non so quando indossarli?Perchè ho tutti questi oggetti assolutamente privi di senso e non riesco invece a trovare uno straccio di contenuto e tutto è cazzo mi vengono le parole in inglese questa è la verità mi vengono le parole in inglese e stavo per dire meaningless e non mi viene, non mi viene il sinonimo in italiano, e però da un lato mi vengono le maledette parole in inglese ma dall’altro il mio inglese è oscuro e in parte incomprensibile dunque tanto vale tornare in un posto dove almeno ho l’illusione che si parli la mia stessa lingua, NO? tanto vale. Ecco cosa dico. Dico che tanto vale. E invece non vale tanto non vale uguale non vale e basta.

Mancano poche pochissime ore a questo ritorno che mi porta verso un ignoto ancora più profondo di quello che lascio.
Troppe poche ore mancano a troppe persone non ho detto addio e quelli che mi hanno salutata tutti mi hanno chiesto quando ritorno, eh, quando ritorno? E io non lo so, se ritorno, se ritornerò mai, perchè in verità io non sono mai tornata da nessuna parte, sono sempre andata in luoghi nuovi e non lo so, se questa volta ritorno

mi si chiudono gli occhi e dovrei dormire ma una volta che avrò deciso di farlo ecco sarà terminata anche quest’ultima notte di interrogativi esistenziali che manco nel peggior bignami di filosofia

allora lo faccio chiudo questo post spengo il computer mi lavo persino i denti e mi metto a dormire a dormire che tanto una dormita vale l’altra e forse domani non mi sembrera’ poi tanto terribile.

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Giu 28 2010

la verità

è fottutamente difficile e doloroso ecco cos’è. Ho un pezzo del mio cuore che si è nascosto in questa città e non riesco a ritrovarlo per riprendermelo e portarlo a casa. Sono arrivata, ho fatto tutti i casini che avrei potuto fare più qualcuno che non avevo preventivato, ho attraversato tutte le fasi del manuale del migrante e adesso ho una valigia gigantesca piena di cose di cui fondamentalmente non me ne frega niente, ecco, ma pesa pesa la stronzissima valigia e non lo so nemmeno io perchè mi sono intestardita a riportarmi indietro tutti questi inutili vuoti pesanti oggetti. Che cosa me ne faccio.
Adesso sono qui nella stanza che ho amato che ho odiato, che avrei voluto condividere col mio uomo e invece non cel’ho fatta così come evidentemente non cel’ho fatta a condividere sufficientemente quest’anno, me ne sto qua e c’è una stranissima puzza di gomma che non so manco cosa sia e ho cose cose cose su cose cose sparse dappertutto e ho cercato di lasciare questo e quello ma comunque trattengo troppo con me, troppo trattengo e intanto quello che dovrei riportare a casa quello non lo ritrovo.

L’ho perso.

Sanguino.Perdo pezzi di me che dovrei tenere ben stretti. Sanguino e mi sento come se camminando stessi lasciando una tremenda scia di sangue e organi e pezzi di carne viva che sono io.
Ed è una sensazione che si, ricordo, lontanissima, ma pensavo mai più l’avrei provata. Questo distacco che pensavo festoso che avevo programmato felice si trasforma in un circo di piccole tragedie di innumerevoli numeri riusciti male.
Ho dentro di me trapezisti che si rompono gambe, giocolieri che mancano la clava, leoni che si bruciano la pelliccia, e poichè mi sembra di non essere in grado di vivermi le cose nella loro densità dolorosa mi rifugio dentro questa immaginaria combriccola grottesca che, comunque, continua lo spettacolo fino alla fine.

Non lo so, non lo so cosa sia successo in queste ultime due settimane ma a un certo punto mi sono resa conto che non era vero, non era vero che non mi fossi lasciata toccare, non era vero che fossi incolume, non era vero nemmeno un po’, perchè questa città-macelleria mi ha riempito le narici per un anno e mi ha irreparabilmente cambiata e adesso ecco, adesso non lo so cosa voglio, che uno dice vabbè quello anche prima, si lo so anche prima ma adesso in più c’è che sento che non voglio più quello che volevo prima e mi sento che nonostante la sofferenza e la solitudine questo anno difficilissimo mi ha dato qualcosa di indescrivibile e di prezioso e cioè mi ha fatto vedere sulla mia pellaccia di mulo testardo quale sono che ce la posso fare anche da sola, in qualche modo. Che a uno può sembrare scontato ma invece per me non è scontato per niente e allora con questo ritorno e lo so che sarà dolorosissimo lo so.

E dunque ieri abbiamo concluso questo anno di scuola con uno spettacolo allucinante, la gente all’impiedi in platea e sui palchetti batteva le mani come impazzita e noi grondavamo sudore misto a trucchi e i miei baffi finti bruciavano non più neè meno del naso posticcio di uno e della parrucca dell’altro, e ho guardato i miei maestri e volevo piangere, ecco cosa volevo fare, volevo piangere e che loro mi vedessero piangere di gratitudine e di rabbia e di amore prima che fossimo tutti troppo ubriachi. Invece non ho pianto ma ho ballato con tutti e con tutte anche con quelli con cui non ho mai avuto uno straccio di relazione ho ballato e poi a un certo punto ho cantato. Non avevo mai cantato per i compagni di quest’anno mi ero tenuta il mio segreto ben stretto invece ieri sera in un parco a piedi scalzi ho cantato e i compagni e le compagne hanno ballato mentre cantavo per loro.

Fino a che non è arrivata la polizia. Che erano le tre ed eravamo pur sempre nel centro di Londra, non era polite. Abbiamo riso mentre tutto il parco popolato da sconosciuti si rammaricava che dovessimo lasciare la piazza e ci ringraziava per la nostra musica.

Tant’è. Volevo venire a Londra, poi ci sono venuta e sono stata bene e sono stata male e ho perso moltissime cose moltissime e non le avrò mai più ma altre ne ho guadagnate. Poi me ne volevo andare. Ma mi ero imposta di restare. Mo me ne devo andare. E volentieri resterei. Quanto so’ rincoglionita mioddio quanto.

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Giu 23 2010

e io pago

Che mi sa tanto di essere uno di quei fortunati esseri umani che pagano tuttotutto ma proprio tutto. Arrivo sempre quando sono finiti i saldi, quando i prodotti in promozione sono gia’ stati venduti, e pago il prezzo pieno senza poter fiatare.

La felicita’ che conosco si porta sempre una risacca profonda come quelle dell’oceano che mi ricordo io, decine e decine di metri di terra che compaiono e scomapiono quattro volte al giorno in poco pochissimo tempo. C’era l’alta marea solo un attimo fa, i miei pesci sguazzavano che era una meraviglia, era tutto un fiorire di rigogliosita’ e simili metafore faunistiche, e poi zacchete arriva la marea bassa. I pesci si sono fatti prendere un po’ dal panico. Come al solito qualcuno si e’ salvato e qualcun altro no. Boccheggiamo, io pesci stelle marine alghe e quant’altro, senza sapere se sia meglio spostarsi la’ dove c’e’ ancora un po’ di acqua o aspettare che l’acqua ritorni qua dove stiamo crepando noi.
Certo, in queste situazioni un po’ estreme come la vita e la morte tali considerazioni filosofiche rischiano di apparire un tantino inopportune. Cionondimeno (ma chissa’ dove l’ ho pescata sta parola) io e i miei pescetti siamo ancora qui che discettiamo. Intanto qualcuno gia’ stira le zampe.

Tutto stravolto, tutto stravolto. Tutto messo in discussione tutto rivoltato come il peggiore dei miei calzini bucati.
Lo so me lo dovevo aspettare, sono stata in questo posto un anno, e’ stata una delle cose piu’ importanti della mia vita, mi e’ successo di tutto e il suo contrario, sono stata sola come mai nei passati dieci anni, e adesso tie’, pensavo che un colpo di spugna e via, tutto sarebbe stato come prima. Ahime’ in questo libro non e’ cosi’, ho sbagliato collana.

Ma intanto sono le cinque e dieci e gia’ devo correre alla nursery a pescare il moccioso per consegnarlo alla legittima genitrice sano salvo e nobile come lei l’ha lasciato questa mattina. I sogni si sono dissolti con la marea e mi rimane un generale disappunto unito all’irresistibile voglia di un massaggio.

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Giu 22 2010

amletica

And what if i wake up and I don’t know In which language I should talk to the sleepy woman looking at my from the window of the mirror?
What if, once more, I don’t know if I’m here, or there, or simply nowhere because I’m not able to choose as a grown up should do?

Lost in useless translations between me and the huge parliament of all my secret voices. Don’t want to stay, don’t want to go.

What if I wake up and understand that yes, I’ve betted, yes I’ve finally betted really hard, butI didn’t even look at the number? What if I suddenly understand that the point it’s not only betting?

And I write in this ridiculous English, un-connected, dis-connected, un-connectable, ’cause it’s the only way I have now. If I don’t find the words it’s not the world that’s complicated, it’s my vocabulary that’s incredibly poor and silly.

It’s half past twelve and I should be nice and dreaming instead of rolling once more the last joint, here, starring at this useless machine that reflects me much better than a mirror.

Instead, because I’m what I am, I look for the lighter, and smile in this bed of  sub-amletic questions.

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Giu 21 2010

Britsol, e sono felice

Non lo so cosa capita, che a un certo punto finalmente arriva quello che pensi di meritarti, o che lo pensi così fortemente che poi arriva, o che arriva per caso, o che non arriva ma tu sei così convinta che ti sembra che arrivi.

Ho deciso per questo mio ultimo fine settimana libero di andare a Bristol, e ho fatto bene. La vita è bella e facile ed emozionante se ti senti giovane, bella e affacciata alla finestra della felicità. Così mi sono sentita io in questa breve gita fuori porta. E improvvisamente una folata di quella vita che tanto mi mancava mi ha travolta. Ero affacciata alla finestra della felicità, erano le dieci e mezza di sera e mezza luna spaccata si stagliava orgogliosamente su un cielo turchese. Il giorno non aveva alcuna intenzione di finire. Così ho decretato che no, non sarebbe finito. I miei ospiti mi trattavano come la regina della festa. E forse questo ero, la regina di una festa durata poco più di ventiquattr’ore.

E sono felice e sono triste nell’ammettere che tutto è perfetto se non c’è il lieto fine, sono felice e sono triste nel ripetermi che è importante è bello sapere andare via prima che la festa volga al termine. Che alla fine, quante ne vedo, ogni giorno, di situazioni che non aspettano altro che degenerare, di bellezze che si disfano?quante ne vedo di alchimie fallite, di amicizie che degenerano, di magie che diventano malintesi? E mi interessa crearne altre, di situazioni così?
Francamente no. Non m’interessa. Ho amato passeggiare nel parco guardando le volpi e le lanterne cinesi di notte. Ho amato bere latte da un calice mentre facevo il bagno nella vasca più miracolosa della storia, ho amato le case georgiane e il sidro sorseggiato sul belvedere. Mi sono finta giovane bohemienne giusto il tempo necessario per crederci un pochino anche io. Ho ascoltato di tutto, parlato quasi di niente.
Sono stata onesta.
Non ho avuto paura di dire che era bello. E nuova bellezza è tornata verso di me. Dondolavo affacciata alla finestra della felicità e mi domandavo se la felicità fosse dentro o fosse fuori.

Le persone sanno essere perfette se hanno davanti a loro una fine così vicina. Così abbiamo giocato alla felicità fingendo che tutto fosse infinito. Perchè sapevamo che era, invece, finitissimo.
E in tutto questo, improvvisamente mi rendo conto di quanto tempo è trascorso, di quanta sofferenza non ho potuto condividere con alcuno in questi lunghissimi mesi, di quante albe mi sono vietata per paura di vedere che ancora sapevo guardare l’alba. Improvvisamente mi accorgo che a un certo punto quello che ogni volta che faccio “OTTO” blatero sul palcoscenico ha smesso di essere vero, e non so nemmeno come sia successo.

“Desidero, desidero, desidero. Desidero e prendo. Succhio, trattengo, ingoio. Metabolizzo, sniffo mi nutro gioisco esplodo grido. Non appassisco, non ammuffisco, non ingrasso non faccio diete non mi trattengo non mi reprimo. Se c’è il sole vedo il sole se c’è la pioggia vedo il sole e nella vostra nebbia io ci vedo il sole. E quando voi la notte dormite dopo aver spento il riscaldamento controllato la caldaia i termosifoni le fontane dato la pappa ai pesciolini ai gatti rimboccato le coperte ai pupi io vedo il sole.
E lo so, lo so, bevo troppo, fumo troppo, mi drogo, non ho la lucidità necessaria, forse sto anche invecchiando, non ragiono, non ragiono abbastanza, mi lascio andare a tratti mi riprendo salto poi cado salto ancora cado ancora ancora e poi chissà chissà a tratti troppo spesso scopro l’ansia di un domani che non conosco e non immagino e vorrei persone mani carezze vorrei una giornata di sole e poco vento vorrei ballare vorrei non dovere e solo volere vorrei volere e potere sempre sempre sempre…”

ecco tutto questo a un certo punto ha smesso di essere vero ha smesso di essere mio ha smesso di essere, a un certo punto mi sono semplicemente chiusa al mondo chiusa a me perchè avevo solo una fottutissima paura che io com’ero con tutta questa cosa che è sofferenza si ma è anche bellezza ecco avevo paura che io così non lo meritassi un posto non lo meritassi da nessuna parte

e chi mel’ha messa in testa quest’idea? ma a un certo punto di nuovo ho cominciato a cercare di essere come non ero ho cercato di nascondere di nascondermi e il risultato e che per lunghissimo tempo ho perso la finestra della felicità. E così nessuna finestra più si apriva e io non ero più io e niente aveva più il sapore della verità.

Finisce che quando la ritrovi, finalmente, la finestra della felicità, capisci che è proprio così, che l’intensità è intensa sempre, e che c’è un prezzo che si paga a essere onesti e io questo prezzo di nuovo sono pronta a pagarlo tutto, perchè mi sembra l’unica cosa che valga la pena. Allora non lo so tutto questo quanto dura non lo so quando improvvisa l’intensità gioiosa si trasformerà in mancanza in sofferenza in atrocità ma io sono qui ecco sono forse pronta per partire di nuovo e di nuovo mi sembra che si, quello che vivo è più importante di quello che ricordo.
E questo è il miracolo che mi ha regalato Bristol, dieci giorni prima dell’aereo che mi riporterà  a casa.

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Mag 17 2010

incursioni in mondi paralleli

Ore sette e cinquanta esco di casa. Incredibilmente splende il sole su Londra, evento che io collego alle ceneri islandesi piu` che alla primavera, ma tanto fa. E` lunedi` mattina e non vado a scuola, gia` questo dettaglio, lo ammetto, mi mette di buon umore. Pedalo rapidamente destra sinistra destra sinistra mi avvio verso il centro citta` attraversando le mie zone preferite: Stoke Newington, Dalston, Kingsland, Shoreditch e finalmente Whitechapel. Ero cosi`contenta che non ho nemmeno portato con me la mappa e incredibilmente riesco a districarmi nel dedalo di viuzze dove -pare- Jack lo squartatore abbia lasciato le sue vittime morte e prive d’utero (il particolare splatter e` per i lettori che amano le tinte forti).  Whitechapel e` oggi Banglatown, e io dopo un pochino non so piu` dove mi trovo. Donne in sahri portano i bambini in una scuola musulmana, dai ristoranti gia` arriva l’odore del curry ed io sono l’unica fanciulla vestita all’occidentale di tutto il circondario (che lo so, ci vuole coraggio a chiamarmi ancora fanciulla). Eccomi finalmente in un vicoletto alquanto buio che pare essere la sede del job center. Avro` letto troppo Kafka, ma mi sembra che, una volta entrata, qualsiasi cosa possa succedermi. M’aspetto quasi che mi apra un impiegato in veste da camera e candela. Invece trovo in coda diversi immigrati, ne` piu` ne` meno che me, stranieri ne` piu` ne` meno che me, disoccupati almeno secondo la legge ne` piu` ne` meno che me. Tutti abbiamo deciso per un qualche motivo che ognuno bada bene a tenersi per se` di cominciare a lavorare in chiaro e dunque di iscriverci al collocamento della Gran Bretagna. 
Dunque oggi per la prima volta accedero` alla temutissima burocrazia inglese. Alle nove meno dieci siamo tutti fuori, almeno una ventina, e alle novimpunto ecco che le porte si aprono e veniamo invitati a metterci in fila onde entrare uno alla volta, consegnare la nostra convocazione e sederci uno per ogni sedia, mi raccomando uno per ogni sedia e se non ci sono piu` sedie prego da questa parte siamo spiacenti dovrete stare in piedi ma mi raccomando uno di fianco all’altro ecco cosi` signora lei si disponga di lato non si ammassi dobbiamo vedere le persone per favore non create confusione. L’attesa non dura molto. Il mio nome viene pronunciato come mai mai mai nella mia vita avrei pensato che potesse essere pronunciato (e vabbe’ lo so, mica e` obbligatoria la laurea in lingue per lavorare all’ufficio collocamento) e vengo invitata a salire al primo piano e a sedere ordinatamente in attesa che un apposito impiegato mi convochi. Di nuovo mi immagino un kafkiano funzionario in berretto da notte che m’attende sul divano e invece tie`, un giovane inglese dai tratti indiani mi chiama prestassai e mi invita con un sussurro a sedermi di fronte a lui. Non sento una parola e per tre volte gli chiedo di ripetersi. Crede che non capisca l’inglese e mi chiede se ho bisogno di un interprete. Inutile che provi a spiegargli che piu` che di una traduzione avrei bisogno di un apparecchio acustico, o piu` semplicemente che lui alzasse la voce. E’ polite fino all’esasperazione, l’impiegato, e non alza il volume di un decibel, mentre attorno a lui i suoi colleghi sono forse meno educati ma certamente piu` intellegibili.
L’intervista, che doveva essere una specie di proforma, essendo io una cittadina europea, e` un vero e proprio interrogatorio. L’impiegato vuole sapere esattamente dove e quando ho abitato, quante volte sono venuta in Inghilterra e quanto a lungo, e se per caso non rispondo con sufficiente precisione mi fa firmare un foglio dove ha scritto che non ricordo con esattezza le cose. A me viene da ridere. Piu` mi viene da ridere piu` lui si indispettisce e mi fa domande puntigliose sulla mia relazione con la regina e i suoi sudditi. Dopo una decina minuti di colloquio mi domanda come faccio a mantenermi in UK se non lavoro. Gli sorrido e avrei tantissima voglia di rispondegli sono fatti miei ma finisco con l’optare per un cortese sa, negli ultimi dieci anni, nel mio paese, ho lavorato e sono riuscita a mettere da parte qualcosa in modo da poterlo spendere durante il mio soggiorno qui che, come puo` vedere, e` temporaneo. E stavo quasi per aggiungere vedo bene che lei fa fatica a immaginare che io possa mai aver lavorato e percepito un salario e che esistano dei posti dove il salario puo` essere sufficiente a comprare qualcosa di piu` di tre vasetti di yogurt al giorno, eppure e` cosi`. Ma non ho fatto in tempo a colorare d’ironia la mia risposta perche` l’impiegato e` inorridito dal momento che nella mia lettera di presentazione dal college non e` specificato se io sia un signore o una signora. Sto per dirgli che se vuole posso dargli una prova inequivocabile del mio sesso  me evidentemente il miracolo di san Gennaro si compie e lui guarda il passaporto dicendo “beh, per fortuna nel passaporto e` specificato”.
Sono cosi` attonita da rimanere muta. Mi rispedisce in sala d’attesa dicendo che entro mezz’ora riotterro` il mio passaporto. Intanto mi sbircio intorno e vedo un impiegato che ore dieci magna un pacchetto di patatine all’aceto, un altro che, nell’impossibilita` di comunicare con un utente brasiliano, si fornisce di un interprete tramite vivavoce, una signora che cambia il figlio in fasce, uno che si e`perso. Ore dieciemmezza sono fuori. La mia pratica, dicono, sara` conclusa entro quattro-sei settimane, e avro` a casa il mio libretto di lavoratrice.

La burocrazia inglese non e` come me l`hanno descritta. E` molto peggio.

Per riprendermi da quest’esperienza molto piu` che surreale decido di tirarmi spago a scuola. Ma poi il senso di colpa, proprio come ai tempi del liceo, si impadronisce di me, e opto per il classico “entro alla seconda ora”. La giustifica me la firmo da me.

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Mag 06 2010

Mi hanno messo la cabina elettorale proprio in mezzo

Ebbene lo so, è difficile immaginarsi un inglese che vota. Come del resto è difficile immaginarselo che pulisce la casa o che si fa il bidet, anche perchè gli inglesi, come tutti sappiamo, il bidet non lo usano. Al contrario questi inglesi sembrano essere piuttosto affezionati alla consuetudine del voto, devono -a pensarci bene- divertirsi un mondo a mandare al potere le persone potenzialmente più dannose per il loro futuro, come l’amata signora Thatcher, che dopo più di venti anni dalla sua uscita dalla scena pubblica sembra essere ancora il maggiore ostacolo tra i Tories (i conservatori, insomma) e la vittoria.
Rimane il fatto che gli inglesi votano e si mobilitano. Da qualche settimana dalle finestre di moltissime case penzolano consigli per il voto, manco fossero consigli per gli acquisti. Trionfano cartelloni con la scritta “in questa casa vince il partito tal dei tali” o “vota il partito saitucheppiffero”. Nel mio quartiere i predominanti sono i verdi, ovvero il green party, che si batte per verdissimi obiettivi tendenzialmente di sinistra ma soprattutto è l’unico ad aver fatto della lotta di genere uno dei suoi punti cardinali.   E per il resto direi che è un po’ la stessa solfa suonata e risuonata, ma insomma, questi del green party ci credono (che poi l’Inghilterra si scaldi l’acqua di tutti i suoi scaldaacqua a suon di energia nucleare questo i verdi sembrano non contemplarlo particolarmente, probabilmente anche loro hanno appena acceso il loro kettle da 2324576000 watt). Ma insomma dicevo nel mio quartiere vanno alla grande i verdi, perchè vivo in un quartiere all’avanguardia, pieno di artisti artistoidi e sedicenti tali.
Però la cosa che mi stupisce di più è la modalità di voto degli inglesi. A parte la posta, che uno dice vabbè, se si fidano loro siam contenti tutti, gli inglesi non chiudono le scuole per tre giorni come noialtri. No. Le scuole rimangono aperte e i mocciosi non sanno nemmeno cosa siano, le vacanze elettorali. Io personalmente trovo questa prassi molto civile, anche perchè ho fatto tutte le scuole superiori in un edificio che, per mia sfortuna, non era sede elettorale, e mentre tutti gli altri se ne stavano in giro in primavera (perchè si votava sempre in primavera) io e i miei compagni dovevamo andare a scuola. Tanto che una volta qualcuno l’allagò e ci toccarono due settimane di vacanza e una sospensione di massa. Milleduecento studenti sospesi perchè nessuno voleva dire chi avesse avuto la brillante idea (che tra parentesi ancora mi sembra brillante e mi ricordo quelle due settimane con gioia e leggerezza e un leggero senso di rivincita nei confronti di quelli delle altre scuole, che avevano ripreso le lezioni dopo la breve vacanza elettorale).

Ma non è questo il momento di abbandonarsi a ricordi di gioventù. Dicevo gli inglesi e il voto. Gli inglesi non chiudono le scuole, no. Gli inglesi costruiscono delle piccole casette prefabbricate e le mettono in punti strategici, nel bel mezzo dei quartieri, di modo che la gente ci si imbatta e si dica toh, guarda un po’, una cabina elettorale, quasi quasi voto.
Queste casette prefabbricate si chiamano polling box e sono dotate di poliziotto e cesso chimico esterno. Io qualche mattina fa mi sono imbattuta contro la polling box sita alla fine della mia strada, anzi più che imbattuta ci sono direi quasi sbattuta mentre filavo a tutta velocità a cavallo della mia bicicletta, e all’inizio ho pensato che gli abitanti della casa di fronte si stessero costruendo una depandance abusiva. Poi ho capito. Era la cabina elettorale della mia strada.
Che ammettiamolo, mi sembra piuttosto incentivante. Se uno pedalando si schianta contro la cabina elettorale e sopravvive può decidere che, già che c’è, può anche andare a votare. Io per esempio se avessi avuto diritto al voto sarei andata dritta a votare e sulla scheda avrei scritto

maledetti voi e le vostre polling box, non potevate mettere un cartello?assassini

 

Ma insomma, a parte l’architettura elettorale, gli inglesi sono tutti eccitati e fanno le previsioni più allucinanti. I quotidiani, anche i più illustri, si dilungano prospettando dettagliatamente ognuno dei tremila scenari possibili. Il risultato è che io non ci ho capito una cippalippa, del sistema elettorale britannico, so solo che può succedere davvero di tutto, che i giornalisti, anche i più specializzati, dicono tutto e il contrario di tutto, che non c’è una previsione che tenga e che tutto questo caos, invece di mandare i britons nel panico più totale li esalta e li eccita e li fa fischiettare. Secondo me ci sono delle bische clandestine in cui scommettono sul vincitore e sulle percentuali in parlamento. Forse la polling pox nasconde una bisca.
Vai a sapere.

Tanto a loro che glie ne frega, ci hanno la regina, mandata da dio, che in ogni caso, qualsiasi sia il vincitore, il 25 maggio parlerà alla nazione. Dio salvi la regina dallo schiantarsi contro una polling box.

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