Archive for the 'politica' Category

Giu 14 2013

Rotello, gli ulivi e falce e martello.

Mia nonna mi fa il caffè mmisticat, che vuol dire che ci aggiunge un cucchiaino d’orzo, per poi versare l’intruglio in una tazzina prontamente spolverata con un apposito straccetto, sito a lato del lavandino.
La carta è preziosa e non si spreca per queste cose. Infatti troneggia nella fruttiera una pila di fazzoletti semiutilizzati che riciclerà alla prima occasione.

E’ nove giugno ed è il primo giorno d’estate.
L’ho portata in campagna a vedere come stavano le piante.

E’ molto contenta, nonna, di andare in campagna. Mi indica la strada mentre percorriamo le viette interpoderali.
Va’ nnanz, mo gir’aqquà. A un certo punto, indicando chiaramente a sinistra mi dice decisa: e mo va’ dritt. Della serie: va’ dove il cuor ti porta. Ce ne andiamo dritto a sinistra fino alla stradina della campagna. Lei scende che sennò la macchina non ce la fa. Io parcheggio sul terreno arato di fresco e ci mettiamo a camminare verso ciliegie e nespole. Facciamo bustone piene di frutta, lei scuote gli alberi col bastone che usa per camminare, io salto, malamente mi arrampico, ciuccio frutta sugosa, guardo gli ulivi carichi carichi e, di fronte, i famosi tre colli di Rotello, in merito ai quali papà si è dilungato più e più volte durante la mia infanzia. Tutte le storie cominciavano invariabilmente con un tentativo di scientificità etimologica: Una volta Rotello si chiamava Orotello, perchè era ricco come l’oro, o forse Lauritello, perchè non mi ricordo più e finivano invariabilmente con il perdersi in fiumi di racconti leggendari, mitologici o semplicemente geneaologici, di quella volta che si facevano i combattimenti basc’ pi fuoss e di quando papà è quasi annegato o forse pensavano fosse annegato invece lui giocava in giro per le campagne e poi vabbè tutte le storie passavano attraverso i comizi di mio nonno falegname  nonchè sindaco socialista dell’immediato dopoguerra e via discorrendo, trippa trcinell’e testa. Come diceva sempre mio padre indicando il lieto fine.

Torno poi a guardare la nonna che zampetta lentamente, due gambe e un bastone, tra gli ulivi. Andare in campagna la mette sempre di buonumore. Per l’occasione indossa anche il fazzoletto colorato in testa, ma le ciabatte no, quelle non se le leva più. A ottantasette anni ha diritto a non calzare scarpe chiuse se non in chiesa.
Il buonumore di nonna diventa, al ritorno, il caffè mmisticato e la storia, quella che piace a me. Una storia fatta di intricate intersezioni e molteplici biforcamenti. I personaggi nascono, crescono e poi tornano indietro, di nuovo piccini, per partecipare a un dettaglio importantissimo che se non esplicato non mi permetterebbe di capire la complessità e il fine della storia.
Oggi nonna ha deciso di esprimere il suo parere politico, a imperitura memoria.

Dunque comincia con il racconto di quando ci stava la democrazia cristiana, che a dir suo commannava tutt’cos, e i comunisti e i socialisti dovevano fare le alleanze per vincere. C’erano poi quelli che non sapevano leggere, ma quando vedevano falce e martello mettevano la croce sul simbolo. Certo poi ogni tanto quelli della diccì e quelli del piccì si appiccicavano e qualcuno finiva pure in galera oppure se ne doveva andare che era meglio.
Per andarsene in America dovevano levarsi la tessera del piccì, andare a messa un sacco di tempo e farsi vedere con quelli della diccì che sennò in America non ce li facevano entrare. E così facevano molti.
Anche mio nonno andava a messa, dopo aver scritto i suoi comizi, perchè cantava da tenore e il prete lo reclamava.

E difatti anche io ho qualche vago ricordo di nonno che canta o che suona il mandolino ma forse sono racconti di mio padre e non immagini vere. Però le bobine coi discorsi del nonno quelle sì che me le ricordo, devono essere in una delle mille scatole sospese tra gli infiniti traslochi dei miei.
Papà dice pure che nella bottega ci facevano le riunioni politiche eccetera, ci stanno anche delle fotografie degli scioperi agrari con i cartelli “via i crumiri” e a me piace tanto prendere l’album e riguardarmele ogni tanto. Ma anche l’album adesso è chiuso in qualche scatolone poichè mia nonna, terremotata, si sposta da una casa all’altra aspettando riparazioni e collaudi.

Continua la nonna a parlare di quando partorì i suoi quattro figli esattamente al piano di sopra eh, che con tutte quelle scale non sa nemmeno lei come faceva a salire, papà piccolo nella culla e la zia in arrivo e via discorrendo, poi al piano di sotto c’era il forno a legna dove si faceva il pane e la cantina dove si facevano salsa, porco e tutto il resto.  A questo punto ritorna al nonno e alla p’teca piena zeppa di discepoli che si infervoravano e progettavano e sì, volevano un mondo migliore, o magari un mondo migliore no, magari volevano soltanto una Rotello migliore, che però se uno ci pensa adesso è già tanto, tantissimo, e infatti quei giovani discepoli che volevano una Rotello migliore si sono tutti dispersi per il mondo e alcuni, molti, hanno persino stirato le zampe.

Allora mi viene una gran tristezza e un gran senso di spezzettamento, mi viene che vorrei tornare in campagna tra gli ulivi e basta, mi vengono quei pensieri di pausa infinita, mi sento tutta frammentata e mi terrorizza l’idea di questo vuoto immenso che ho visto in un mese in Italia. Mi terrorizza la mia vita di ora, che dentro non ci sta manco un sogno, ci sono solo progetti, e i progetti se da un lato hanno la bellezza della loro misurabilità, dall’altro hanno la meschinità della loro banale concretezza, della loro monetarizzazione, che chissà se esiste questa parola ma se non esiste poco importa. I progetti si possono valutare, quanti dollari per un nuovo contratto?

Sì mi fa tristezza un pochino questa vita qua. Credo che dovrei comprarmi un corso di Yoga on-line, o cercarmi un personal trainer a distanza che diventi il mio guru e mi aiuti a ritrovare la mia spiritualità, perchè la verità è che l’ho persa tra gli ulivi e qui è tutto un pesare le valigie per verificare la possibilità di portare un paio di scarpe in più, un libro in più.

In tutto questo spezzettamento, mentre mia nonna mi racconta di quella volta che, io non sono proprio soddisfatta di me, ecco, lo volevo mettere per iscritto, che magari mi do una svegliata e mi domando finalmente aoh, ma che cazzo stai combinando? La soluzione dev’essere qualcosa di più profondo della dieta zona, lo so, ci voglio credere, eppure non vedo niente di niente.

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Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Giu 30 2012

La vera muraglia cinese

I cinesi hanno fatto le cose in grande anche questa volta. Non solo non si riesce ad accedere a Facebook e twitter, ma pare che alcune connessioni schermino addirittura le lucilleidi. La nuova muraglia cinese passa attraverso i nodi della grande ragnatela e mi lascia impotente e un po’ cretina di fronte allo schermo che mi dice connessione annullata. Anche questa volta i cinesi hanno vinto, almeno fino a quando non scoprirò il trucco per aggirare i milioni di soldatini virtuali che mi stringono d’assedio. Per ora chiedo a chi mi legge, se ne ha voglia, di postare su facebook e su twitter i miei aggiornamenti, così siamo tutti più tranquilli (io per prima).

Terminato questo preambolo posso comunicare che sono ufficialmente in Cina, in attesa di partire per la destinazione finale. Lo ammetto, lo scrivo (e lo penso) con un po’ di fatica. Temo che da un momento all’altro un cataclisma diplomatico si abbatta su di me e io rimanga per sempre bloccata in piazza Tienammen, proprio come oggi.
Eh sì, oggi 30 giugno 2012 sono stata là. Tutto il giorno. Un sole che ti trasformava in cotoletta in 45 secondi. Innumerevoli controlli di borse e borsette. Decine di migliaia di milioni di miliardi di mattoncini da percorrere. E soprattutto, i cinesi. I cinesi, perdio, sono tanti. Tantissimi. I cinesi sono molti di più di quanti possiamo immaginare. I cinesi sono infiniti, i cinesi sono immensi. In Cina, i cinesi sono praticamente ovunque. E forse anche fuori dalla Cina. I cinesi vanno in pellegrinaggio in piazza Tienammen e pagano il (caro) biglietto senza fiatare, allora le cose sono due: o il socialismo postmaoista ha veramente vinto, e questi stanno veramente ogni anno meglio di quello prima, o (e io propendo per la seconda) il governo cinese ha pagato miliardi di comparse per farmi credere (a me, proprio a me, la lettrice di italiano all’università di Pyongyang) che i cinesi visitano tutti piazza Tienammen, come i mussulmani andrebbero alla Mecca. Forse sono un tantino egocentrica.

Piazza Tienammen è smisurata. A un certo punto ti viene voglia di morire. Purtroppo quel punto si trova sì e no a un terzo della piazza. Rimangono altri due terzi, e il ritorno. Perdio, perdio. C’era Mao, il compagno Mao che mi guardava, che guardava me, proprio me! Dall’alto della sua fotografia. Io l’ho ringraziato. Per una serie di motivi che non ho intenzione di mettere per iscritto. Poi mi sono incartata, perchè questo viaggio è segnato da una assoluta novità: per la prima volta nella mia vita posseggo una macchina per produrre i dagherrotipi. La questione non è semplice come potrebbe sembrare. i dagherrotipi mi hanno preso un sacco di energia.
Per fortuna c’erano i miei ghiacciolini preferiti, in vendita a tutti gli angoli a soli 3 yuan (50 centimi). I GHIACCIOLINI DI SOIA!!!
Sono dei ghiacciolini apparentemente alla menta, ma attenzione, non bisogna credere all’apparenza. E io, in cinque mesi di Corea del Sud, ho imparato. I ghiacciolini verdi sono al gusto di fagiolino di soia. Ho già dedicato diversi scritti all’argomento. Superato l’orrore iniziale, il consumatore e la consumatrice scopriranno che essi sono ottimi.
I ghiacciolini di soia, al sapor di fagiolata, mi hanno salvata nei meandri della città proibita. Io li amo.

Poi ci sarebbero molte cose da dire sull’estrema civiltà di questi cinesi. Non sto scherzando. I bagni cinesi sono, a eccezione dei bagni del centro sociale TPO di Bologna, gli unici bagni dove sono disponibili degli assorbenti. I cinesi hanno capito come si fanno i bambini, e soprattutto come non si fanno. Potrebbero spiegarlo in giro e non tenersi il segreto. Potrebbero parlare col Papa, perdio.

I cinesi, per certe cose, sono proprio civili. Io li amo già tutti, milioni di milioni quanti sono. Ma già sono pronta per salpare verso nuovi lidi. E siccome non sono in grado di caricare i dagherrotipi sul sito, li metto sul mio account flickr, per i più curiosi.

Così, alla vecchia.

http://www.flickr.com/photos/10509702@N00/sets/72157630359148504/

E dalla grande muraglia, per oggi, è tutto.
Good night, and good luck.

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Giu 15 2012

Socialismo e barbarie

Published by lucilla under cuba, ingiustizie, storia, politica

Sono settimane che penso a Camilo Cienfuegos. Non so che cosa mi abbia preso. Ma secondo me la memoria di Camilo è un esempio di quanto, come nei peggiori incubi, la vera propaganda contro la rivoluzione a Cuba non la facciano i pamphet politici ma i b-movies, le telenovelas, le pubblicità di telefonini televisioni macchinoni e tunz tunz.

A Cuba ogni volta che parli di Camilo Cienfuegos vengono fuori facce enigmatiche e sospiri, parole a mezza voce e frasette che si concludono con il solito “ma non sono io che lo dico”, una specie di universale disclaimer, come a dire non ti sto dicendo la mia opinione, per carità, sto solo facendo il mio lavoro di storico.

Ecco a me tutte queste occhiatine di sbieco, tutti questi sospiri, mi fanno venire voglia di incazzarmi. Perchè la storia sarebbe, secondo i camerati statunitensi, che Camilo Cienfuegos sarebbe stato fatto fuori da Fidel Castro, che era geloso di lui. Ipotesi, per quanto mi riguarda, veritiera tanto quanto il fatto che i comunisti mangiano i bambini.
Fidel Castro non era Stalin,  e al tempo della morte di Camilo -anche volendo, ammettiamo che avesse voluto- non aveva il potere necessario per ordire l’assassinio.
Ma poi dico io.
Alla fine bisogna ammettere che i camerati statunitensi hanno un apparato propagandistico che vince e sbaraglia ogni concorenza possibile. Mi hanno trasformato Fidel in un orco che ha mangiato, per sete di potere, i suoi stessi fratelli.

E la cosa più aberrante è che a Cuba, purtroppo, molti ci credono.
Che Fidel fosse geloso di Camilo.
Perchè Camilo era più amato dal popolo di Fidel.
E allora Fidel zac, ha fatto il colpaccio alla Stalin.

Si conferma la tendenza -a volte un po’ eccessiva- dei compagni latinoamericani alla telenovela. Ecco, forse questo è il punto che mi lascia più amareggiata di qualsiasi altro. Che la voglia di telefonino televisione macchinone tunz tunz possa portare a questo.
Che in cambio di un brandello di “libero mercato” si possa svendere la propria dignità politica e umana.

Sono impopolare, sì, sono impopolare.

Però volevo dire che -a mio modestissimo avviso- Camilo Cienfuegos non è stato fatto fuori da Fidel Castro.
E qualsiasi cosa sia accaduta su quell’aereo, per me valgono le parole di Ernesto Guevara:

“Lo ha ucciso il nemico.
Lo ha ucciso perchè voleva la sua morte.
Lo ha ucciso perchè non ci sono aerei sicuri,
perchè i piloti non possono acquisire tutta l’esperienza necessaria,
perchè sovraccarico di lavoro com’era, Camilo voleva essere a L’Habana in poche ore…
e lo ha ucciso il suo carattere: Camilo non considerava mai il pericolo,
per lui era un divertimento sfidarlo, toreava con il pericolo, lo attirava e ci giocava tra le mani.
Nella sua mentalità di guerrigliero
una nube non poteva fermare o deviare un percorso tracciato”.

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Giu 10 2012

Playa Giron

Improvvisamente mi sveglio, ho trentatrè anni e questo non è il sol dell’avvenir.
Dismessi fieramente i miei sogni in nome di un’adultità che tarda a manifestarsi, potrei forse cominciare a fare ciò che fanno gli esseri umani con un minimo di cervello ovvero iniziare a progettare.
Invece me ne resto a respirare utopie altrui e mi faccio domande da eterna postadolescente in crisi.
Una volta tanti anni fa ci fu una persona che chiamai Compagno. Il Compagno per eccellenza, colui col quale forse condivisi per una primavera la grande utopia di una rivoluzione.

Allora Compagno se sei da qualche parte ancora,
Compagno io ti domando
che cosa ci faccio, coi libri di altre rivoluzioni, se non se ne possono scrivere di nuovi?
Compagno come si fa ad abbandonare i sogni senza sentirsi dei falliti, e a trasformarli in progetti?
Come si fa a lottare ogni giorno quando il massimo a cui possiamo ambire è un bilocale arredato?
Compagno, era un bilocale arredato che volevi, che volevamo? era dire mio tuo era questo l’obiettivo?
Compagno che alla fine anche tu ti sei piegato, in fondo ben prima di me, e ti sei seduto di fronte alla tua busta paga, perchè lo hai fatto? C’è forse qualcosa che mi sfugge, un segreto che non m’hai confidato?
Sta forse nella busta paga la rivoluzione che io non ho compreso?

Come si fa ad allenarsi tutti i giorni per una rivoluzione che viene quando ormai sappiamo che la rivoluzione non ci sarà mai?
Compagno, come è possibile che il mio allenamento rivoluzionario si sia tragicomicamente trasformato nello studio matto e neanche tanto disperatissimo finalizzato alla partecipazione a concorsi che non vincerò mai?
Compagno, diobbuono, ha forse senso, ora che so che non ci sarà mai la rivoluzione, ha forse senso continuare a prendere pullman alle cinque di mattina per andare a contestare l’ennesimo decreto che poi in ogni caso passerà mentre noi, nel migliore dei casi, scriveremo uno spettacolo narrando le fiere gesta degli eroi gasati dalle orde barbariche del fronte nemico?

Io non lo so, Compagno, a cosa pensi nel tuo bilocale arredato che in fondo ti invidio e che vorrei anche io, non so come tu abbia fatto i conti con la tua rivoluzione ma io mi domando in continuazione che ci faccio qui e  Compagno, Compagno, la cosa più triste di tutte è che per tredici anni della mia vita ho pensato di farla, questa rivoluzione, di farla dai palchi arrangiati, dalle tavole arraffazzonate sulle quali mi inerpicavo per portare il teatro fuori dai teatri.
La cosa più triste Compagno, Compagno, è che io ci ho creduto terribilmente completissimamente.
E le turnè in macchina per quattro soldi erano le mie battaglie.
E i pasti consumati dopo lo spettacolo mi sembravano il rifugio dopo azioni pericolosissime.
E gli applausi erano i successi inaspettati delle mie lotte.
E Compagno, Compagno, per tredici anni più di ogni cosa ho provato a condividere la mia rivoluzione la mia lotta, e ci ho creduto, Compagno, fermissimamente.
Stupidissimamente.
Perchè vedi Compagno, ora mi sento come se avessi perso la mia guerra.
La mia unica guerra, quella in cui ho creduto.
Quella per cui ogni giorno mi sono allenata in segreto.
E la guerra l’ho persa, sì, perchè quando mi sono guardata indietro ho scoperto di essere sola.
E la parola noi non aveva alcun senso.

(mio, tuo, io io io)

Compagno. Tu te ne stai nel tuo bilocale arredato che t’invidio una volta di più mentre le mie turnè sono sempre più solitarie.  In questa rivoluzione ci credevo solo io.

Allora Compagno dimmi qual è il segreto per trasformare la mia farsa in una commedia di una certa qualità. Come si fa a uscire a testa alta da questa disfatta.

Io che De Andrè non l’ho mai ascoltato, e adesso mi faccio venire gli struggimenti a suon di Silvio Rodriguez.

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Mag 15 2012

23yG, Cafè Letterario

13 maggio 2012 ore 23.48

 

                    E’ finita che sono entrata appieno nel bailamme della biennale d’arte cubana. Feste, festini, havana club a go-go e musica funky oh yeah. E allora stasera, dopo il mare, mi aveva presa quasi male perchè mi sentivo proprio una turista del cazzo e mi dicevo oh ma è possibile che non riesco a schiodarmi da questa attitudine del cazzo.

Poi però all’improvviso siamo finiti dentro questa festa, ed è stato un attimo cominciare a ballare mentre i fotografi continuavano a lanciare i flash convinti che fossi una qualche artista arrivata da chissà dove e non l’infiltrata di turno, balla di qua balla di là finisce che mi metto a pomiciare proprio con quello che piaceva a David, che però è uno proprio sportivo e non se l’è presa troppo, tanto poi all’improvviso così come eravamo arrivati siamo andati via e adesso si prepara una pasta.

 

 

14 maggio 2012 ore 15.00

 

          Allora la situazione è che ’sti cubani sono proprio stufi. Stufi del socialismo, della censura, di Fidel, stufi del salario che arriva sì e no a 20 dollari, stufi marci.

E si lamentano un casino. Oggi me la sono passata in zona universitaria e senza saperlo mi sono fermata proprio nel caffè letterario. C’è voluto poco prima che si creasse un capannello di persone al mio tavolo, persone che si lamentavano, sì, si lamentavano. Perchè non hanno i soldi per mangiare, perchè non hanno i soldi per viaggiare, perchè la qualità della vita è bassa, perchè perchè. Allora io chiedo compagni cubani vorreste forse stare al posto mio? No, ditemelo, francamente ci vorreste stare al posto mio? E loro prima ci pensano un poco, poi rispondono che no, non ci vorrebbero stare al mio posto. Ecco allora compagni cubani ditemi un po’ voi ce l’avete la soluzione? Il mio paese cade a pezzi, il vostro pure, non funziona qua e non funziona là, che facciamo?

 

             Ma il problema reale è che i miei compagni intellettuali hanno troppo bisogno di lamentarsi. Non la cercano nemmeno, la soluzione. I compagni del caffè letterario hanno bisogno di fare l’elenco delle loro insoddisfazioni, hanno bisogno di farle a me. Forse sperano pure che io li inviti per un caffè, o che compri il libro che mi stanno proponendo. E io non lo compro, no, il cazzo di libro, perchè questa situazione mi fa salire la stessa rabbia che mi saliva in Africa, perchè questa dinamica la conosco e non mi presto, cazzo, perchè anche in questo Paese ho visto gente che è ugualmente scontenta, ma proprio a causa di questa scontentezza si sbatte e cerca di trovare il nodo e prova a scioglierlo o quanto meno ad allentarlo. Allora mi chiedo: ma i miei compagni intellettuali, perchè non si sbattano pure loro, che cosa vogliono, la mia compassione? O stiamo recitando la solita scenetta della yankee commossa e angosciata dal proprio senso di colpa postimperialista che regala ai poveri afroamericani i resti del suo bagnoschiuma equo e solidale? Mi dispiace, io a questo gioco non ci sto.

 

 

Ore 23.59

 

                Anche stasera mi sono lasciata trascinare in una delle situazioni da biennale. Però oggi niente rum e cola perchè sono divelta, e domani parto per Trinidad. Dunque sono andata presso la scuola d’arte, un ex gigantesco campo da golf trasformato in campus artistico, se ben capisco. C’era questo austriaco, una specie di luminare della performance, non mi ricordo come si chiama. A me pareva un vecchio nazista travestito da ebreo. Non mi è piaciuto manco per un cazzo. E soprattutto non mi è piaciuto tecnicamente. Ecco l’europeo che fa la stessa cosa che fanno quasi tutti i suoi colleghi: invece di pagare equamente dei performer professionisti, piglia aggratis degli studentelli della scuola d’arte, li istruisce per tre giorni e li mette in scena. Francamente il risultato è a mio avviso (e sottolineo a mio avviso) risibile. E poi gli animali in scena sono stati già squartati negli anni Sessanta.

In più mi dico, con la miseria che c’è in questo Paese, non si vergogna questo vecchio obeso a venire qua e squartare un porco davanti a tutti? E quelli che assistono non si indignano? Questo porco non potrà mai essere mangiato. Mi ha fatto schifo questa performance, ecco cosa mi ha fatto. E mi ha fatto un certo ribrezzo anche la gente che applaudiva.

Forse sono persone che hanno scoperto come fare a nutrirsi d’aria? Dovrebbero diffondere il brevetto. Forse allora il socialismo potrebbe funzionare e il vecchio austriaco mi sembrerebbe un po’ meno indecente.

 

             C’era pure il mio fidanzato di ieri, bello e di bianco vestuto. Ma avevo il naso così pieno dell’odore del sangue che l’ho appena salutato da lontano, volevo andare a lavarmi. Credo, in questo momento, di stare meglio nelle distanze. Le distanze mi fanno sentire a mio agio. Piccole incursioni nel mondo degli altri possono essere contemplabili se le vie d’uscita sono numerose e bene indicate.

 

                Dovrei andare a letto, che domani il viaggio è lungo, e lo so che sarà complicato e molte cose accadranno. Non scriverò per vari giorni, almeno credo. Pare che a Trinidad sia impossibile trovare internet. Non che qui sia facile.
Richetto si sta dimostrando una guida turistica perfetta. Ho fatto proprio bene a venire da lui. Oggi mi ha fatto scoprire il succo di cocco. Il succo di cocco è diventato in assoluto il mio succo preferito. Sarebbe bello averlo sempre. Poi ci siamo rivisti Il castello errante di Howl. Secondo me era proprio il film adatto a lui in questo momento. Per me, invece, è stato un salto eccessivo nella malinconia. Ho pensato che forse non mi innamorerò mai più. Sì, mai più, ecco cosa ho pensato.

 

 

Viaggiando,

mi sento come quelle persone

che vanno in giro per la città

in cerca di una casa da affittare o da comprare,

e ne vedono decine.

Io, a differenza loro,

vado in giro per il mondo

in cerca dell’offerta che faccia per me.

 

 

 

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Mag 13 2012

el cuarto de tula

10 maggio 2012 ore 9.55

 

Cuba è un nero all’imbarco che veste un elegantissimo completo gessato sul grigio, elegantissimo sì, ma a maniche corte. Non avevo mai visto un due pezzi a maniche corte, con tanto di rimbocco e doppiopetto che esplode sopra la camicia rosa pallido.
Cuba sono i cappelli pieni di stemmi e disegnini, e donne che pregano durante il decollo, però ridendo e sottolineando che sì, è dio che aiuta i piloti, ma loro sono proprio bravi, non c’è che dire.

Cuba è un viaggio in cui piano piano mi rendo conto che non ho obiettivi, non ho datori di lavoro ad aspettarmi, non ho appartamenti in condivisione da cercare. Non ho bagagli pieni del necessario per mezza vita, non ho diari da riempire non ho compiti da svolgere.

Cuba è la sensazione di leggerezza e straniamento che mi pervade quando comincio a sentire che questo viaggio è una tregua, che posso sorridere, parlare, sbagliare la pronuncia dello spagnolo e mescolarlo al portoghese, bere un caffè contravvenendo a tutte le mie regole perchè sì, in fondo sono in vacanza e se stanotte non dormo chi se ne frega.

Cuba è l’arrivo, trentuno gradi all’ombra e una guardia che mi domanda se so già cosa fare questa sera, il bagaglio che ci mette un’ora ad arrivare ma non ho fretta, e allora mi guardo intorno e vedo turisti e vedo cubani e li mescolo e li confondo, e va bene, va bene.

Cuba è Richetto che m’aspetta all’uscita dell’aeroporto, uguale a sei anni fa però con qualche capello bianco, e anche io uguale a sei anni fa ma con le rughe, lui ride, io rido, ci abbracciamo e ce lo diciamo, cazzo, sono passati sei anni e in fin dei conti adesso è molto meglio.

Cuba sono le spiegazioni di Richetto davanti agli almendrones, i taxi collettivi, e la città che lentamente prende forma mentre ci allontaniamo dall’aeroporto, le piantagioni di manghi e banane, qualche capra e signore che ai semafori ti domandano se puoi dar loro un passaggio.

Cuba è farmi il letto nella mia nuova stanzetta e bere un bicchiere d’acqua di fronte al parco, vestirmi di bianco e piazzarmi in questa casa mentre gente sconosciuta continua ad arrivare e Richetto offre a tutti birra o succo di frutta nel suo spagnolo un po’ romanesco e un po’ portoghese.

 

Cuba sono io, oggi, che metto su Cesaria Evora, e non capisco che giorno è, ma non importa.

 

 

11 maggio, ore 9.00

 

Un ragazzo in calzoncini e canottiera passa di casa in casa lanciando il quotidiano al di là del cancello.

Il quotidiano è composto di due sezioni, la rossa e la blu. Quest’ultima, juventude rebelde, è dedicata ai giovani e porta in prima pagina un articolo sulla Palestina.

Ieri sera sono andata a fare un giro con Gigi e su un grosso cartello ho letto “rivoluzione è non mentire mai e seguire i principii etici”.

La panetteria si chiama Victoria. All’ingresso troneggia un grosso murale di Che Guevara. La signora, capelli bianchi lunghissimi e pelle chiara, si lamenta perchè il negozio, nonostante i suoi sforzi, è sempre sporco.

Adesso mi getterò tra le braccia di Havana Vieja. Speriamo bene. Il mio spirito di viaggiatrice è ancora un po’ addormentato.

 

11 maggio, ore 18.00

 

Il mare di fronte a noi è caldissimo. Gigi e io siamo seduti sul mio asciugamani turco, lo stesso che si è fatto innumerevoli turnè, bagni sul lago Trasimeno e al Conero. Tira vento e io mi sono fatta il primo bagno di questa stagione senza tuttavia riuscire a nuotare, perchè la corrente spinge oltre la curva del golfo. Un mare così caldo io non l’avevo provato mai. Mi pare di stare in una piscinetta termale. Gigi sembra uscito da un film di Nanni Moretti e mi aspetto che da un momento all’altro mi dica “andiamo a vedere l’

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Mag 02 2012

e quando avranno buttato giù anche l’ultimo teatro saliremo sulle ruspe

Ma tutti questi attori, tutte queste attrici che riempiono i cartelloni, tutti quelli che c’hanno le prove pagate, quelli che raggiungono le giornate per avere la disoccupazione, dico io, ma tutti questi che hanno la convocazione e la diaria e la costumista e la truccatrice, tutti loro, lo hanno mai fatto uno spettacolo su una ruspa?

No, che non sto mica parlando della Fura del Baus, eh, non scherziamo, che loro le ruspe in scena le portavano apposta, altro che 626. Parlo di un posto dove il teatro non si dovrebbe fare, secondo le regole degli attori con la a maiuscola. Un posto in mezzo a una valle, coi fiumi e i cervi che si rifanno le corna sugli alberi, le uova di rana e le genzianelle. Un posto dove a un certo punto qualcuno ha deciso di costruire una centrale idroelettrica, e a quelli che il posto se lo vivono la centrale idroelettrica proprio non va giù, allora se la terra e l’acqua sono nostri, se è vera questa storia dei beni comuni, ce lo ripigliamo il posto. E basta.

E io potevo scegliere di farmi il mio bel primo maggio beone in piazza a Bulagna, a ballare e divertirmi con gli amici, perchè me lo merito, perchè questi mesi sono duri e pesano e graffiano e ci voleva, forse ci voleva un primo maggio di svacco. Infatti stavo quasi per partire e andare giù, a Bulagna, a raggiungere la Ire e gli altri.
Poi però all’ultimo, all’ultimo mi è venuta in mente la gente di quel posto, gente che conosco da anni e con cui da anni condivido piccoli pezzi di sogni e progetti, gente che ho incontrato per la prima volta quando eravamo tutti dei pischelletti e che sempre, sempre mi ha fatto sentire a casa.
Quella gente là mi è venuta in mente e mi sono resa conto che mi era tornato l’amore, improvviso e fulminante.
Mi sono resa conto che da qualche parte dentro di me c’era ancora un pezzettino di vita, mi sono resa conto di avere ancora cuore, e che quelle persone mi avevano mostrato la strada per ritrovarlo.
Allora ho preso la mia casa-automobile, caricato la Ale e sono partita, proprio la mattina del primo maggio, per arrivare su fino a Feltre. E quando li ho visti, i miei fratelli e le mie sorelle, mi sono resa conto che proprio così li sentivo, fratelli e sorelle, e solo là volevo essere oggi, a piantare gli alberi e succhiare erbe piccantissime e mettere i piedi nel gelido torrente in un posto di cui per qualche ora ci siamo riappropriati.

 

Oggi quel posto era anche mio, di me che non ho casa e che giro con l’accappatoio steso ad asciugare in auto.

C’era un sole bellissimo e caldo, anche se si prevedeva brutto tempo e pioggia, e tutti eravamo troppo vestiti. C’era una valle di colori sconosciuti, e il rumore frastornante di un’acqua viva. C’era la gente, gente di tutte le età, che da anni lotta per avere il diritto all’acqua e alla terra. C’erano uova sode e tentativi di tradurre per me in italiano poesie scritte in dialetto. C’era uno sguardo che per un attimo ho sperato essere solo per me, e pazienza se poi l’ho perso e ho capito che mi sbagliavo.

E poi c’erano un cantiere, e alberi divelti, e ruspe e l’inizio di tremenda devastazione, e il senso di un inarrestabile mostro che avanza.
C’erano, ovviamente, le reti e le recinzioni.
Parole troppo spesso udite in questi anni. Parole detestate. Parole che vorrebbero metterti dentro la paura, il senso di fare qualcosa senza averne diritto.
Ma eravamo tanti, ed eravamo tante, e sapevamo bene che quell’acqua, quella terra, erano anche nostre, nonostante in molti vogliano convincerci del contrario.

C’è un momento, un momento specialissimo, in cui davanti a una rete che pare invalicabile alcune persone si guardano negli occhi, intensamente.
E’ solo un attimo, l’attimo di uno sguardo che precede un’azione determinata, resoluta, irreversibile.
Ecco in quell’attimo, a volte, una rete diventa una porta.

 

Se la rete diventa una porta,
se un terreno devastato diventa la culla di alberi nuovi sotto le mani dei compagni
allora una ruspa può diventare un palcoscenico.
E il primo maggio del 2012 io, per la prima volta, ho fatto uno spettacolo su una ruspa.

Poi, ovviamente, mille volte ho amato e desiderato e riso. Mille volte mi sono commossa. Mille volte avrei voluto dire una parola in più ma non ho osato. Mille dettagli preziosissimi ho già dimenticato nel vino della sera, nei racconti, negli sguardi, negli abbracci che preparano il distacco.

 

A presto, fratelli e sorelle che m’avete mostrato il varco.

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Apr 25 2012

autocritica, o autocoscienza o auto da fè.

In assemblea non ci andavo dall’anno scorso. Voglio dire, da prima di partire per Seoul. All’inizio mi dicevo che non ci andavo perchè tanto ero di passaggio, e non aveva senso. Poi, quando ho capito che non ero poi così di passaggio come credevo, ho dovuto cominciare a chiedermi perchè continuassi a disertare le assemblee.
Certo non è che sia cosa facile, prendere la bici il lunedì sera, che magari hai già avuto una  bella giornata impegnativa, e sferragliare fino al centrosociale. Eppure ricordo che l’anno scorso ogni lunedì sfidavo gli dei della meteorologia e gli spiriti delle strade in salita. Non me ne perdevo una, di assemblea. Ci andavo per ascoltare. Due, tre, quatto ore. Ho parlato due volte. Solo quando mi sembrava proprio necessario. Ma ho ascoltato sempre.

Allora, in questo quasi-mese a CRAMPObasso, una delle cose che sono stata costretta a chiedermi è proprio perchè non ho voglia di andare in assemblea. Perchè quando c’è il tiggì spengo il televisore, perchè leggo i giornali solo se mi obbligano e sostanzialmente mi limito all’oroscopo. Ho dovuto domandarmi perchè non ho voglia di vedere le persone, perchè quando si parla di politica chiedo un’altra tequila.
Questo e altro ho dovuto domandarmi e non ho saputo rispondermi.

Poi ieri sono arrivata a Bologna. Non ci sto bene, a Bologna, in questo periodo. Non so se esista un posto dove mi senta a mio agio ma sicuramente a Bologna no, ecco, a Bologna non mi sento a casa, e infatti appena ho visto la basilica di San Luca m’è venuta un’ansia densa e umida e soffocante, e ho avuto voglia di andar via subito. Qualcuno urlava dentro di me, urlava parole incomprensibili, ma avevo bisogno di soldi e anche bisogno di fare i conti con la realtà, dopo quasi un mese di limbo crampobassano, allora questo qualcuno che urlava dentro di me non ho potuto ascoltarlo e non so manco chi è. Ho finto di non ascoltarlo e sono entrata a Bologna come se niente fosse. E come se niente fosse sono andata in assemblea.

Per sfidarmi
Per farmi delle domande
Per capirmi
Per vedere se qualcosa o qualcuno riusciva a illuminarmi

Il risultato è che ci ho capito pochissimo, davvero poco. Perchè avevo battaglie, guerre dentro di me, e feriti e morti e campi pieni di cadaveri, innocenti e colpevoli mescolati, e mille me bardate in colori diversi che si affrontavano, mille me, mille duemila me, una contro l’altra, inarrestabili mentre fuori di me l’assemblea proseguiva pacificamente.
Ci ho capito poco, pochissimo, epperò c’è stata una cosa, come un respiro, un urlo improvviso, che ha interrotto per un attimo la mia guerra interiore.

E mentre un compagno parlava mi sono resa conto, per la prima volta, che il risultato più tangibile e atroce di questa che chiamano crisi è l’isolamento.
Che ognuno si sente più solo, più incapace e più incompreso.
Che ognuno viene frammentato, dentro e fuori, e si chiude sempre di più, perchè ci sono valanghe di paure pronte a riversarsi su ciascuno.
Mi sono domandata quante persone in quell’assemblea stessero combattendo dentro di loro guerre tanto sanguinose quanto la mia.
Mi sono chiesta quanti di loro si sentivano, proprio come me, stupidi, incompresi, impauriti, persi.
E fuori, fuori da quell’assemblea, quanti si sentono che hanno perso? Quanti hanno paura che domani sia solo peggio? Quanti sono sul punto di rinunciare perchè tanto è inutile?
Quanti si svegliano e si domandano, ogni giorno, quale espediente dovranno trovare per sopravvivere?

La solitudine, il senso di non essere all’altezza, l’angoscia bianca, tentacolare.
La sensazione di essere fuori posto in ogni luogo.
L’impressione di essere tagliati fuori.
Il terrore di pensare alla settimana prossima, perchè la settimana prossima probabilmente sarà peggio.
La paura di parlarne per timore di sentirsi dire che ti lamenti in continuazione, e dovresti pensare a chi sta peggio.

A chi sta ANCORA peggio?

E allora la prima sconfitta è forse smettere di andare in assemblea, sì, smettere di leggere i giornali, la prima sconfitta è rinunciare al confronto, alla lotta, perchè se uno rinuncia alla lotta vuol dire che non ha più la speranza di cambiare.

Io non lo so, non lo so se ricomincio ad andare in assemblea.
Che forse il peggio è quando smetti di dire c’è crisi e cominci a dire sono in crisi, e io ho sempre la battaglia di cui sopra dentro di me, il bilancio dei morti è ogni minuto più tragico, eppure ieri, durante l’assemblea, io per un minuto ho pensato di avere una chiave, di trovare un senso a tutto questo, allora non lo so se ci torno, in assemblea, però per lo meno ci penso.

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