Archive for the 'francesco papaleo' Category

Mar 05 2012

Ritorno al futuro tour, parte seconda

Molte settimane sono passate da quel mio viaggio a Roma e da quella mia ultima turnè. C’era il sole e ricordo che mi divertii un sacco ma adesso sono presa in questo stress-da-non-partenza che mi fa effetto sale sulla coda o cose del genere.  Per questo non scrivo, che mi sembra sempre di non averci la testa, mi sento come se vivessi in un aeroporto da un mese e il mio aereo non lo chiamano mai. Dunque -siccome non riesco a produrre niente ma proprio niente- onoro un debito ovvero termino il racconto di quella bellissima turnè che mi regalò tutto quello che mi aspettavo e anche molto di più. Ecco.

Giunsi anche a Roma infine, giunsi con la valigiona e il cadavere del mio manichino, un po’ stanca un po’ provata ma soprattutto emozionata, e già alla stazione furono baci e abbracci e fu ritrovare la confidenza e l’amore e le persone che sono la mia famiglia scelta.
Splendeva il sole sulla capitale e con Fabietto si parlava di noi, degli anni dell’università e di come pianopiano ci siamo sparsi e ognuno ha seguito il suo odore verso il mare, ognuno ha trovato un mare diverso, qualcuno non ci è ancora arrivato ma tutti ancora seguiamo l’odore, eppure ci ricordiamo di quel posto, di quella casa che siamo noi e che ogni tanto si ripopola e ci accoglie e ci rifocilla quando la tempesta fuori pare insostenibile e ci assalgono gli scoramenti. Aggiornamenti reciproci, sorprese, scommesse sul futuro, un tiramisù che non-te-ne-di-co e già erano arrivate le sei, già entravo al Sans Papiers e mi sembrava fossero passate due settimane da quell’ultima volta, invece era passato quasi un anno.

Sguardi, intensità, ecco i fratelli e le sorelle di Radiosonar, instancabili, che m’hanno montato un vero palco davanti agli occhi. Intanto si parlava ci si aggiornava, incubi di nuovi sgomberi ma al tempo stesso progetti e nuove lotte, rabbia amore e costanza, curiosità e qualche gossip, che a Roma non fa mai male.
Ma quanto se la sanno godere, la vita, i romani! E mentre Fabiana mi scaldava il polpettone più buono della storia Sgab mi ricordava di quella volta che a Subiaco ci pigliammo una sbronza colossale insieme ai vecchietti del paese, e il giorno dopo s’ando tutti al mare, Socio compreso, e furono giorni meravigliosi, fu davvero l’inizio della mia estate.

Tra ricordi e soundcheck finiva che ci dimenticavamo il mio supermanichino, complice di questi anni di sgarrupata turnè, in un luogo non sicuro, e mani ignote gli tagliavano la testa zac, manco a dire che oh, questa doveva essere l’ultima replica davvero. Nel furore generale io mi ricordavo gl’insegnamenti del Papaleo e provavo un rimedio casereccio, insomma finiva che lo spettacolo lo facevo comunque, insieme al muto manichino decapitato ma in piedi, io e il mio manichino a raccontare di questi anni di precarietà, a snocciolare le parole una per una, io e il manichino il manichino e me, precisi e ordinati come mi è sempre piaciuto essere in scena, io e il manichino il manichino e me, e le persone erano mute e rumorose e io guardavo il manichino e il manichino guardava me e me lo abbracciavo e lo insultavo e mi complimentavo. Immobili e fluide le persone attorno, improvvisamente lo spettacolo si è fatto, si è rifatto, il manichino e io stavamo su una barchetta in mezzo a quel mare in piena, in lontantanza Vittorio e Manu attentissimi a soccorrerci, e il mare era fatto di occhi e risate e silenzi e allora OTTO mi è esploso addosso e dentro ed è durato pochissimo, pochissimo troppo troppo poco perchè già era la fine, già erano terminate le risate già gli applausi si erano spenti, già mi accucciavo ai piedi del mio manichino, ai piedi di me, già dalla mia bocca uscivano le ultime parole e già, ancora, dicevo

 ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete
di dare carta bianca
stanco di queste scale
che c’è chi scende
e c’è chi sale
e non c’è cosa che possa dirti
senza apparire banale
non c’è gesto che mi sia consentito fare
ora che il tuo amore è morto
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io
e non riesco a parlarti
e faccio fatica a rincorrerti
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare, ahi
facendo lo slalom tra il già detto,
l’indicibile
e la sciocchezza

uff, come sono stanco,
come sono stanco di tutte queste menate….

 

e in quel momento ho capito che poteva essere davvero
davvero l’ultima volta
in quel momento l’ho sentito
l’ho saputo
e non c’erano tragedie dentro di me
c’era solo un’immensa
commozione
una pienezza
e anche una specie di improvviso rilassamento
come di colpo lasciare andare un peso troppo grande
e sentire le mani che si liberano
e il dolore che ancora rimane tra le dita

 allora

una sola lagrima, una soltanto, è scesa.

 

Il mio manichino, muto, l’ha vista.

 

Dopo, ho amato più che potevo.

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Feb 17 2012

Ritorno al futuro tour, parte prima

          Serena dice che non abbiamo più l’età per fare queste tirate e consiglia vivamente di passare a casa sua, farmi una doccia e rinfrescarmi, magari prendere un caffè e darmi un filo di trucco di modo di arrivare a sera riposata e rinfrancata ed essere in grado di fare lo spettacolo come si conviene.

 

          Io non so se sia vero, che non abbiamo più l’età, ma volentieri mi farei una doccia anche se questo atteggiamento può apparire poco rivoluzionario, fatto sta che sono giorni che viaggio su treni poco riscaldati e per di più mi sento addosso l’odore del fumo del freddo della nottata dell’alcool e di un letto non mio insomma queste condizioni olfattive non sono proprio l’ambiente ideale per l’ultima replica galattica di OTTO.


Ebbene l’ho scritto e credo pure che sia vero, questo fine settimana è dedicato al degno funerale della mia carriera teatrale o forse -se vogliamo essere meno tragici- possiamo dire senza difficoltà che questo settimana segna un importante cambio di stagione e poi sì, lo sappiamo tutti che la stagione dell’amore viene e va, all’improvviso senz’accorgerti lo vedrai ti sorprenderà ma per ora chiudo tutto in un bel baule, lo metto nell’antro più recondito della mia animella e poi chi vivrà vedrà se son rose fioriranno e simili luoghi comuni.

           Mi alzai ieri mattina e chiusi il cadavere del mio manichino in un valigione. Con la complicità del Socio e della Ire partii alla volta di Perugia sfidando le avverse condizioni meteorologiche e l’ira funesta di trenitalia che la madonnina dei trasporti la fulmini. Partii in solitudine con mille interrogativi, mi domandavo cosa ho seminato e cosa ho raccolto e mi rispondevo che in fin dei conti ho fatto bene a mollare perchè francamente, molto francamente, le turnè fatte in treno con pochi soldi cercando di risparmiare sul supplemento, coi piedi freddi e il committente che fa storie per cinquanta euro di merda, ecco queste turnè mi hanno proprio stancata. E’ stato bello è stato intenso ma lo lascio ai giovani e io mi dedico ad attività borghesi tipo essere pagata un prezzo quasi equo per il lavoro che faccio.

Il teatro sopravviverà benissimo anche senza di me.

           Io forse un po’ meno bene sopravviverò senza teatro, ma se ci penso, se ci penso tutte queste considerazioni hanno anche a che vedere con una sorta di disillusione politica, con un grande interrogativo sulle pratiche e su quello che sono riuscita a mettere in piedi in tutti questi anni. A questo penso e a questo pensavo ieri mentre su un trenino interregionale perennemente in ritardo attraversavo il norditalia per arrivare a Perugia. Pensavo che forse per fare la rivoluzione ogni giorno col proprio corpo, forse per farlo bisogna anche essere in grado di ammettere che zappando su un certo terreno non ne verrà fuori niente e allora semplicemente disinnamorarsi di quel sogno e andare a zappare altrove. Lo pensavo e lo penso con amarezza e pure però con un po’ di speranza (maledetta stronza).

           Ma arrivai in men che non si dica a Perugia dove i miei eroi conosciuti l’anno scorso in turnè col Socio mi aspettavano in pompa magna. Il Mattatoio era freddo e coloratissimo come me lo ricordavo e i miei ospiti erano sempre gli incredibili compagni e compagne che riescono a trasformarsi in qualsiasi cosa, a farti sentire a tuo agio, rispettata amata apprezzata e altre sensazioni bellissime che non si scrivono.

           Così è trascorso il pomeriggio provando gli attacchi di OTTO, c’era un po’ il fantasma del Socio che si aggirava tra di noi e infatti ogni tanto veniva fuori il ricordo di Non vengo dalla Luna e di quell’altra turnè tanto diversa che facemmo l’anno passato. Epperò anche questo ricordo si smorzava dentro lo sforzo che facevo di essere presente e di godermi tutta l’energia di un giovedì pomeriggio.
Era bello vedere quanto le persone ci credessero, quanto avessero fiducia in quello che stavamo facendo insieme ed era anche bello ascoltare i racconti più politici e non avere paura di fare domande perchè è chiaro, vivendo dall’altra parte del mondo mica posso capire e sapere tutto. Subito si è ricreata la confidenza subito abbiamo ritrovato l’amore e mano a mano che arrivavano le persone conosiucte l’anno scorso mi pareva di incontrare vecchi amici.

           Poi all’improvviso è arrivato il momento di fare il mio spettacolo, quello che mi sono scritta e sudata parola per parola, il mio spettacolo che parla di me epperò anche di tutti noi, allora sono salita sul palco. E avevo paura. E faceva freddissimo.

           Ma tutto questo è durato un attimo perchè poi all’improvviso si è infuocata di nuovo dentro di me quella palla gigantesca di amore e rabbia, allora non ho potuto fare altro che parlare e riscaldarmi e riscaldare e ridere e piangere insieme, proprio insieme a chi stava guardando, perchè eravamo noi che dicevamo la nostra storia con calore con amore e con rabbia.

E poi lo spettacolo è finito.

E un po’ ho pianto.

E poi c’è stata la trash che mi mancava tanto e ho ballato e ho abbracciato e ho pensato mioddio quanto sono belle le ragazze, ma quanto sono belle.
E mi sono sentita un po’ vecchia ma non troppo.

E soprattutto mi sono sentita grata alle persone che mi hanno permesso di fare questo spettacolo.

E mentre mi dicevano “Il migliore spettacolo del 2012”mi veniva di nuovo da piangere e da commuovermi e da dire i migliori siete voi, che lottate tutti i giorni, porcamaella.

E poi ho pensato che ne valeva la pena.


E poi ero troppo stanca, allora mi sono addormentata in camper di fronte al centro sociale mentre i giovani continuavano a ballare la trash.
E stamattina c’era il sole, c’erano biscotti buonissimi e caffè e racconti e un basilico un po’ cadavere che mi faceva molto ridere. C’era gratitudine.
E io ero pronta per la seconda parte del mio
ritorno al futuro tour.

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Dic 14 2011

the horror has gone

Quattordici dicembre duemileundici, e mi chiudo la porta alle spalle con un discreto ritardo sulla vita. La strada e` quella di tutte le mattine, discesa furibonda fino a Itaewon, attraversamento selvaggio della strada a trentacinque corsie, salto mortale, tiro della palla infuocata, corsa a ostacoli con draghi digiuni che mi inseguono sputando fuoco, duello con Katana con la hostess che tutte le mattine vorrebbe infilarmi nella lista d’attesa dell’ospedale di cui fa la bidella, ultimi scatti rigorosamente in salita e poi finalmente, dopo il rigido esame di un altro implacabile bidello che siede all’ingresso dell’edificio, finalmente arrivera` la rassicurante noia della mia scrivania.Mentre mi esibisco alla perfezione in questa nuova disciplina olimpica nota come “arrivo sul luogo di lavoro in tempi umani” mi passa davanti la mia Seoul.


Gli Apat, altissimi agglomerati di appartamenti  che da soli contengono piu` abitanti della citta` di Campobasso, i loro ascensori divisi per piani pari e piani dispari, con i televisori per non dover parlare coi vicini e l’aria condizionata (d’estate) o il riscaldamento (d’inverno).

Le residenze di ambasciatori, segretari, industriali e via discorrendo, ogni residenza col suo cancelletto, ogni cancelletto con la sua guardiola, ogni guardiola col suo omino il cui unico ruolo e` quello di ricordare al padrone, gia` dall’ingresso in casa, che esiste qualcuno piu` in basso di lui nella gerarchia sociale.

I department-stores e le loro boutiques di stelline e brillantini, di addobbi di natale, di magrissime coreane con lo stomaco dimezzato e il portafogli straripante che si mettono in lista d’attesa per avere l’esclusiva borsa di sarcazzo chi, di aitanti coreani vestiti esattamente come nella gigantografia pubblicitaria che troneggia dietro di loro, di fontane dove ogni 15 minuti partono i giochi acquatici,  tripudio di elettricita` ed energia atto solo a dimostrare la potenza il lusso lo sfarzo lo spreco.

Le automobili immense che puntualmente bloccano il traffico perche` sono troppo grosse per le stradine del centro.

Le porte girevoli, gli addobbi, gli happy christmas, le cliniche estetiche, le lucine, le musichette, il riscaldamento a go-go.

Cammino cercando anche oggi di portare l’osso del collo intatto di fronte alla mia scrivania e vedo pure le signore di sessant’anni che non hanno la pensione e per sopravvivere stanno in un baracchino di un metro e mezzo per due cuocendo riso per farne tok, che poi vendono in confezioni da mille won, con qualsiasi condizione meteorologica.
Vedo il vecchio fruttarolo che dorme nel camion insieme alla sua frutta e la mattina alle otteccinquanta, mentre svolto nella stradina laterale dove lui parcheggia, sta allestendo i suoi cachi e le sue pere cinesi.

Vedo due ubriachi che vengono gentilissimamente ma fermissimamente spintonati fuori dall’ospedale.

Vedo le signore delle bancarelle del mercato, che dormono nel gabbiotto insieme ai vestiti.

Vedo il barbone che finalmente si e` infilato nella metropolitana, appena riaperta dopo la chiusura notturna, dove c’e` il riscaldamento a palla e la sopravvivenza diventa possibile anche durante l’inverno di Seoul.

Vedo le donne di Itaewon che chiudono il loro street cafe` col trucco disfatto e la minigonna strappata, stanche devastate e pure soddisfatte per essersi guadagnate anche l’ennesima nottata grazie a qualche occidentale appassionato di turismo sessuale.
 

Tutto questo vedo, e tutto insieme, mi sbatte in faccia addosso con una violenza che mi ferisce, e non lo posso accettare non lo posso ingoiare eppure ci sto in mezzo e mi ci mescolo, cammino veloce e piccolissima in mezzo ai grattacieli di Seoul e alle sue mille contraddizioni e mi domando cosa non funzioni, mi chiedo dove stia la falla in questo modello asiatico dell’iperproduttivita` ad ogni costo, dell’apparire prima ancora che dell’esistere, mi domando tutto questo e per un attimo mi viene voglia di tornare in Italia.  

Poi proprio mentre mi sto adagiando al pensiero di un ritorno, dei compagni, della lotta, della citta` dagli odori conosciuti, proprio mentre lo sto facendo mi ricordo che ieri uno studente e` morto sepolto dal crollo di un palcoscenico. E lui stava li` perche` ci lavorava, precarissimamente, proprio come ho fatto io per tredici anni della mia vita, e come fanno molte delle persone che conosco. Ecco il lavoro one shot, ti chiamano ci vai ti massacri di pagano una miseria ma intanto hai i soldi per andare avanti qualche giorno mentre studi o provi a fare lo stronzissimo mestiere per cui avresti studiato. Salvo poi quando casca il palco e l’artista di turno scendendo soavemente dalle sue nuvolette a sette zeri dichiara sconvolto di non saperne nulla, dei subappalti delle speculazioni e dei lavoratori sottopagati. Che viene da domandarsi dove viva, l’artista di turno. Forse il coniglio di Alice lo mette a letto ogni sera raccontandogli la storia del buon noncompleanno mentre gli operai sottopagati costruiscono il suo palco e se tutto va bene questa volta nessuno muore. 

E penso pure che ieri a Firenze sono morte due persone, morte ammazzate, semplicemente e stupidissimamente e rabbiosissimamente per il colore della loro pelle, che sono state ammazzate perche` erano nere, con tutto cio` che questo comporta in un certo immaginario popolare, sono state ammazzate mentre lavoravano in un paese di merda che non e` nemmeno il loro e dove stavano perche` avevano sperato di avere diritto a una vita migliore. E per questo sono state ammazzate.
Penso al campo rom e al linciaggio sfiorato a causa di una menzogna, perche` la morale bigotta di alcuni pezzi di societa` non vede l’ora di scaricare il peso della colpa sullo zingaro di turno. Siamo tutti li` che aspettiamo il momento buono per trovare il prossimo extracomunitario violento sessuomane rapinatore mostro. Cosi` ci saremo lavati la coscienza di tutte quelle volte in cui abbiamo discriminato, offeso, maltrattato, abusato, semplicemente in nome della nostra superiore europeita’.
 

Penso a questo. Penso a tutti i coreani che non si siedono vicino a me in metro, semplicemente perche` sono bianca. Penso all’Europa all’Asia ai modelli al welfare a questo crollo globale al quale mi sembra di assistere e continuo a domandarmi quale di questi due orrori cui sto assistendo sia il peggiore, da dove devo fuggire, dove devo andare a resistere.

E la risposta non ce l’ho, perche` sono una miserabile lavoratrice precaria che in Corea come in Italia lavora a nero e non sa mai come arrivera` alla fine del mese, perche` devo stare ai giochi e ai capricci dei piu` forti, perche` posso permettermi di lottare solo fino a quando non mi hanno sbattuta fuori dall`ennesimo posto di lavoro.

Non ce l’ho la risposta, ma oggi e` 14 dicembre.
Penso a un viaggio in autobus di un anno fa.
Al fuoco, al calore, alla rabbia, ai diritti.
Al Socio col naso bendato, penso.
Alla cioccolata nascosta nella sua giacca.
A Fuipp che mi racconta di Marsiglia.
Alla Fla, ad Alice e a tutti gli altri.
Alla basilica di San Luca.
Ai miei compagni, e alle mie compagne, penso.

E se mi aggrappo a questo pensiero, in qualsiasi orrore io stia vivendo adesso, mi viene una sorta di speranza.
 

Allora respiro, allungo il passo, sorrido all’ennesimo bidello, passo oltre. 

 

Io non vengo dalla luna.

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Set 16 2011

il titolo, cazzo.

Forse la produzione musicale non era eccelsa forse no davvero, però io stasera mi sono trovata in mezzo a questi coreani e per la prima volta li ho visti vivi, vivi e vibranti e rivendicatori, e c’era un tipo con una coda di volpe attaccata ai pantaloni che cantava canzoni che non capivo se fossero strazianti o farsesche, e la gente che le sapeva a memoria, e un danzatore butoh che come il vento dispettoso della Romagna si è intrufolato da quella finestra che avevo dimenticato socchiusa e c’è stato un momento in cui quasi stavo piangendo, ma solo un momento davvero, perchè ecco subito dopo il cantante giapponese provava per me a tradurre il suo humor tutto asiatico in inglese e io non ci capivo nulla ma apprezzavo, apprezzavo e giravo le ultime sigarette del mio preziosissimo tabacco.

E mi rendo conto che in questo periodo i miei post sono dei cloni l’uno dell’altro, violentissime vagonate di parole una sull’altra senza pausa senza respiro, proprio come sta capitando alla mia vita da un anno e mezzo a questa parte, e mi sembrano mesi, mesi che sono a Seoul, ci sono giorni in cui la mancanza è così forte che mi domando che cosa ci sto facendo io qui, ma non qui in Corea, no, che cosa ci sto facendo qui io a rubare ossigeno ai più degni, e poi ecco mentre mi struggo arriva a tradimento il momento in cui mi sembra di meritarmelo tutto, il mio ossigeno.

Allora stanotte ho scoperto un pezzo di Seoul dove mi potrei sentire forse non a casa ma almeno non su un altro pianeta, un luogo un po’ sotterraneo (letteralmente) dove le persone respirano ognuna tranquillamente col suo ritmo e a volte cazzo ti parlano, anche se non ti conoscono. Forse un po’ pateticamente potrei dire che ho scoperto stasera persone e non funzioni, curve imprevedibili e non equazioni lineari, un briciolo di patafisica in Asia e qui mi fermo con le metafore perchè secondo me il sakè è ancora troppo in circolo.
E proprio mentre mi stavo divertendo in questo miscuglio di lingue tutte troppo lontane dalla mia, proprio in quel momento il danzatore ha cominciato il suo lamento e io assai poco umilmente assai pochissimamente umilmente mi sono ricordata di quando sul palco c’ero io e mi sembrava di essere capace di muovere le viscere di quelli che ascoltavano, assai pochissimamente umilissimamente ho ricordato quella replica del nostro spettacolo a Bologna e le facce delle persone e gli occhi lucidi di rabbia e rivendicazione e gioia e orgoglio e la giacca perfettamente stirata del Socio e i miei piedi scalzi in mezzo a tutto quel bianco e assaissimamente pochissimamente umilissimamente mi sono ricordata quanto mi sentissi piena e presente e bella e amata e ho pensato poi un attimo dopo mentre le mani del danzatore suonavano una lira immaginaria ho pensato ecco forse io non lo farò mai più e ho avuto per un attimo il mio momento shakespeariano la mia tragedia per un attimo sono stata Ofelia che non si capacita della meschinità dell’ingiustizia cosmica e molto tragicamente ho sospirato mi sono messa una mano sulla fronte una lagrima è scesa sul mio viso pieno di rughe che i coreani tanto disprezzano (per le rughe, appunto), per un secondo sono stata proprio io sola unica Ofelia innocente e tradita dal fato ma poi mi è arrivata una birra, una tipa mi ha chiesto l’accendino e  ho dimenticato la tragedia annegandola nel progetto di sakè.

E glugluccisa la tragedia mi sono trovata di nuovo la caricatura di me stessa addosso, abbastanza felicemente direi, io la solita cicciona strabica come disse il tipo in suv che se lo straporti il dio dei carrattrezzi, mi sono trovata e ritrovata su una vespa che mi ha fatto fare un rapiderrimo viaggio attraverso dimensioni inimmaginabili ma possibili fino a scaricarmi proprio sotto casa non so nemmeno io come.
E a me, si sa, andare in vespa piace tantissimo.

Allora adesso c’ho tutto il friccico della vespa della chiacchierata da casco a casco della danza butoh della musica del sakè della mia piccola tragedia mal consumata e sono così addensata che non mi fumo manco una sigaretta, me ne vado a dormire e mi pongo tra le righe domande che non si possono scrivere non si possono manco pensare.

Ecco basta, sono due settimane e un giorno che sono qua, e c’è del marcio in Danimarca.

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Ago 19 2011

guida intergalattica per attivisti, ultimo episodio (ma anche no)

Erano due settimane che rimandavo la stesura dell’ultimo episodio della mia guida. Rimandavo un po’ perchè avevo per la testa altre cose e un po’ perchè non mi piace scrivere gli ultimi episodi. Finirà che un giorno dovrò scrivere tutti gli ultimi episodi della mia vita. Ma mentre svuotavo il frigorifero della mia microcasa, oggi, mi è venuto in mente Sgab, la sera del 6 agosto a Subiaco, che diceva

Oggi per la prima volta avete fatto narrazione.

Proprio così ci ha detto il nostro fratello etrusco Sgab alla diciassettesima birra, noi seduti in mezzo a un paese tutto in salita, attorno giovani coraggiosi equilibristi cantavano stornelli e provavano improbabili monocicli dopo essere usciti vincitori dal quasi impossibile compito di organizzare un festival nel mezzo della ciociaria.
Era sabato quasi domenica, e avevamo appena finito la nostra ventiseiesima replica.
Ventisei, come gli anni del Socio, ed eravamo stanchi, commossi, felici.
Eh si, alla ventiseiesima eravamo stati capaci di uscire dal movimento e di andare fuori, dove c’erano persone che in piazza non ci sono andate, nè il 14 dicembre nè il 3 luglio nè probabilmente mai, e che ascoltavano la nostra storia con la curiosità, la preoccupazione, la passione e la paura di chi guarda un film di cui non conosce l’intreccio nè la fine.
Ci eravamo stupiti nel vedere queste facce partecipi, nel sentire i commenti entusiasti, ci eravamo commossi nel notare che la gente rimaneva fino alla fine, fino alla fine cazzo, e che qualcuno persino si appassionava.
Per la prima volta, dopo lo spettacolo, non avevamo parlato di politica ma di come tecnicamente avevamo fatto la regia.
Ed era stato quasi strano. Si, davvero, per la prima volta avevamo davvero narrato la nostra storia a chi non la conosceva. Ce n’era voluto di tempo, ma ce l’avevamo fatta, e le facce e le luci negli occhi e gli applausi ci avevano fatto capire che non ci eravamo sbagliati, che non era tutto solo un film che ci eravamo fatti noi due.

E mi sentivo pure un po’ in colpa, per tutti i pensieri angosciosi che m’avevano appesantita durante il viaggio, per la paura di non essere in grado. Mi sentivo un po’ in colpa e pure però ero felice, come sempre lo sono quando scopro che cazzo, ho lavorato bene, e si vede.

Diciassette, diciotto, diciannove birre, una comunità accogliente che ci rimpinza di cotolette e grappa autorprodotta, un’invasione di formiche volanti sul palco contrastata da valorose amazzoni portatrici di citronella, camicie arancioni che ci salvano dal panico pre-spettacolo e facce incontrate in altri luoghi che ritornano improvvise, e pacificano un pochino lo spettro dell’infinito sulla scalinata.

Una luna a metà a guardarci come un poco scettica. Francesco fa le sue cose come le ha sempre fatte e come sempre le farà, pure quando sul palco non ci sarò più io ma qualcuno molto più bravo di me, o molto meno.
Attento, meticoloso, una cosa alla volta, arrotola pazientemente le maniche della camicia, prova i volumi e smanetta con tutti quei pirulicchi dei quali io non conosco la funzione. Stasera abbiamo una grande sorpresa. Ci abbiamo messo tempo e fatica, lavoro e qualche incomprensione, e soprattutto il Socio ci ha messo il poco tempo libero che aveva, ma ce l’abbiamo fatta. Stasera c’è un pezzo nuovo, mai provato, che è molto più simile a come ci sentiamo adesso, molto meno entusiasta, molto più incazzato, ed è il pezzo che va sotto la storia di Fabiano. Mi stravolge tutto lo spettacolo, cambio i tempi i respiri il corpo, mi sale un sentimento di rivalsa, di rabbia, che mi porta tutta d’un fiato fino alla fine.
E alla fine, ecco adesso non me lo ricordo, ma alla fine credo di aver guardato Francesco, e credo di averlo visto sorridere e strizzarmi l’occhio proprio come alle prime repliche.
Che forse non è andata così, forse lui era troppo preso con le luci e io con chissà cosa, ma in fin dei conti adesso che me ne importa.

 

 

Questo è stata l’ultima replica di non vengo dalla luna, questo e i panini col prosciutto porchettato, e le mie risate irrefrenabili sulle gradinate, e il giorno dopo trascorso in saluti interminabili e il mare di Capocotto e la pasta fredda di Fabiana e io che mangio il cocco mentre il Socio e i fratelli di radiosonar giocano a beachvolley, e i saluti che non vogliono essere addii ma finiscono per strapparmi la lacrimuccia, questo e molto altro che non scrivo perchè non lo ricordo o perchè non lo voglio dire.

 

Questo e il viaggio di ritorno, la strada che tante volte abbiamo fatto, Orte Orvieto Chianciano Incisa Firenze Nord, fermati all’autogrillo che ci sono delle cose che si pagano e delle cose che sono gratis, pigliamoci un caffè, un caffè e un gelato, facciamo cambio al volante che c’è l’appennino, la Papaleomobile densa dei nostri progetti dei nostri segreti e pure delle nostre paure, mettimi quella canzone là che ha quell’atmosfera di guerra nucleare, l’appennino infinito nella notte Barberino Roncobilaccio Sasso Marconi, non ricordo mai qual è l’uscita giusta per arrivare al garage

 

Guarda!

La basilica di San Luca.

Siamo a casa.

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Lug 22 2011

guida intergalattica per attivisti, tredicesimo episodio

Verso casa.
Guido in questa mattina umida e silenziosa mentre il Socio dorme placido e silenziosissimo.
Fino all’ultimo non lo sapevamo, se cel’avremmo fatta a portare “non vengo dalla luna” a Genova. E poi invece, come nell’ultimo scatto prima del traguardo, ecco che nel giro di poche settimane abbiamo fatto tuttotutto, compreso trovare un buco nell’agenda affollatissima del Socio, e allora eccoci. Venticinquesima data, penultima data del nostro tour, almeno per adesso.
Che sembrava non dovesse arrivare mai, questo giorno, e invece è già finito.
Guido mentre il Socio dorme e penso alla mia Genova dieci anni fa, alla paura, alla solitudine. Penso a quella grossa mortadella abbandonata in strada, vicina a una scarpa insanguinata. Penso a tutto quel fumo. Al sole, penso, alle persone che lanciavano acqua dalla finestra per rinfrescarci. Al mio ritorno a Milano, alla mia gioventù, penso, ai miei ventidue anni di speranze orgoglio e pure un po’ di arroganza.
Il Socio dorme, e penso alla mia Genova di oggi. Alla partenza faticosa, a questo mio sentirmi fuori sintonia, ai silenzi, alla radio, al maledetto tir incendiato e alle otto ore di strada. Al sole, all’arrivo, alla gioia. Al fatto che non potevo crederci, che fossimo arrivati, lui e io. A lui e io, penso, a come oggi abbia detto lui e io e non noi, che la turnè sta finendo e io me la sento addosso, questa fine. Lui no (forse), ma tanto il diario lo scrivo io. Penso alla mia Genova di oggi, alla gioia di ritrovare i compagni e le compagne di questo anno, di questi mesi, penso alla Genova pacificata di oggi, all’assemblea, agli sguardi che ho incontrato. Ai pesci, al mare. Al banchetto di ya basta. Si, pure al banchetto, penso. Penso a Peppino che è venuto a trovarci, ad Ale e alla focaccia, ai fratelli di Bologna arrivati proprio in tempo per evitare gli scoramenti.
Penso a quando il Socio stava fissando il nastro per il puntamento ai miei piedi, e a me un po’ mi si stringeva il cuore e lo stomaco e il fegato che ne so che cosa mi si stringeva, tutto si stringeva mentre mi chiedevo come sarà la mia vita senza tutte queste cose. All’ombra perfetta di stasera, penso. Al rituale del microfono che si mette in due.
Alla fatica, alla paura.
E poi penso allo spettacolo, che dal momento in cui decidiamo che comincia va solo, imperterrito, ostinato, fiero.
Va per la strada sua, si apre sboccia odora e poi si addormenta. Agli occhi di chi guarda e ascolta, penso.

Il socio dorme e io penso alle compagne e ai compagni di Genova, che finalmente cavolo li abbiamo conosciuti e abbiamo dato volti ai nomi e alle voci. Alla candeggina, alla generosità, al tendone di Renzo Piano che voglio dire, tu l’hai mai fatto il tuo spettacolo sotto il tendone di Renzo Piano? Penso al nostro teatro povero, che noi non facciamo il teatro povero, noi siamo il teatro povero. Ai protagonisti invisibili del Socio, penso. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi.

Il Socio dorme e io guido, intanto arriva il giorno, Piacenza Fidenza Parma Terme di Canossa Reggio nell’Emilia. Penso ai saluti, agli abbracci, a quelle luci che io non trovo negli sguardi di nessun altro. Ai compagni arrivati giustintempo da Napule. A quelli che lo spettacolo l’hanno visto quattro volte. A quelli che ne sanno pezzi a memoria. Al pullman da Avellino, carico di sogni e testardaggine. Ai miei eroi perugini. A uno sguardo in particolare, penso, e poi penso a tutti. E penso a chi stasera non c’era. A chi non ci sarà. A una rosa che m’è stata regalata.

Il Socio dorme con le nostre rose al fianco, immobile e silenzioso, sorge il sole sull’Emilia e io guido come se dovessimo non arrivare mai, altro che viaggio al termine della notte, io viaggio verso l’inizio, della notte, quel punto dove è chiara e immobile, accogliente e perfetta, rotonda.

Penso poi ai pensieri segreti, alle cose oneste. Ai silenzi. Ai silenzi. Ai silenzi. Alla fine delle cose. Agli inizi. Alla notte che finisce però inizia. Al sole che sorge proprio nel punto in cui non pensavi. Al senso d’orientamento, al perdersi.
Il Socio ha freddo, mi piacerebbe potergli mettere una copertina ma non ne ho, io che ho sempre mille copertine per ogni uso, non ho uno straccio di copertina stanotte per il Socio, e lui si deve affrontare la notte infinita così, al freddo, dopo aver sfacchinato con la sottoscritta, eh oh, vita da artisti di quart’ordine.

Il Socio dorme Modena Sud uscire tra ottocento metri, la notte finisce e inizia mentre il giorno si colora come le guance di un’amica che arrossisce all’improvviso. Ma siamo arrivati, non la vedo, la Basilica di San Luca. Non so perchè. Oggi non si vede, per quanto mi sforzi essa mi si nasconde, e io non mi sento a casa, mi sento sospesa sulle guance del giorno mentre la notte infinitamente respira dentro di me.

Ti riesci a portare fino a casa?
annuisce, il Socio dalle mille vite, che tra due ore già si sarà trasformato in un efficientissimo qualcos’altro, mentre io rimango sospesa tra il giorno e la notte, in ogni caso squattrinata e senza prospettiva, giorno o notte che sia. Rimango sospesa con il pensiero di un’estate che mi ha promesso e non sta mantenendo.
Mi chiede come ho fatto, a portarlo fino qua. Gli dico te lo avevo promesso, che ti avrei riportato a casa. E poi ho pensato.
Mi chiede a cosa.

Mah, alle parole delle canzoni, al giorno, alla notte, alle rose. Buon riposo Socio, io mi faccio una passeggiata sul confine di questo non-giorno infinito.

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Lug 12 2011

guida intergalattica per attivisti, dodicesimo episodio

Fatica, fatica e qualche lagrima nello scrivere il dodicesimo episodio di questa guida intergalattica per attivisti. Partimmo ormai secoli fa alla volta di Napoli, era il due luglio e noi uscivamo più o meno incolumi dalla trash night con cui avevamo decretato la chiusura estiva del centro sociale. Avevamo ballato, cantato, riso riso riso assai, ci eravamo mascherati e avevamo preparato il grande tampax d’oro da dare quale premio ai fratelli e alle sorelle di radiosonar che erano venuti in pompa magna a fare la battaglia più trash della storia. Avevamo bevuto i mojito più buoni di Bologna, ce li eravamo versati addosso, avevamo promesso, un po’ avevamo mantenuto e un po’ no, avevamo persino in qualche maniera dormito (così dicono gli annali) e alle nove ci eravamo trovati da Micky e Max per un caffè che avremmo voluto fosse un idraulico liquido. Partiti, occhi infossati dietro gli occhiali da sole, buonumore e stanchezza. Il Meridione ci aspettava e noi quella data l’avevamo desiderata forteforte, nella Napoli alla quale entrambi, ciascuno per i suoi motivi, sentiamo un pochino di appartenere.
Viaggio infinito, integratori color azzurro, caffè, sole, sigarette, discorsi che non ricordo e un po’ di tristezza perchè per andare in turnè non saremmo andati in Val di Susa, noi, proprio noi, cazzo. Epperò sapevamo che tutti gli altri sarebbero stati là e questo era rincuorante.
L’autostrada era deserta e siamo arrivati a Napoli che manco abbiamo capito come. Insurgencia ci ha accolti con caffè fumante e abbracci e un terrazzo meraviglioso e racconti, ma soprattutto con un divano fagocitante che ci ha visti collassare uno dopo l’altro mentre allo stereo i 99 suonavano canzoni di altri anni e il sole era tiepido e rassicurante.
Poi come al solito di colpo è arrivato il momento di fare lo spettacolo e c’era la famiglia Vitantonio al completo, e io ero stressatissima da questo fatto, pensavo che non cel’avrei mai fatta a dire tutto quello che dovevo dire davanti ai miei genitori, e mi sentivo giudicata e pure un po’ scema, poi però guardavo Francesco e lui come al solito aveva due chili di cerone zen spalmati addosso e questo era un pochino rincuorante. Così andavo avanti attraverso la storia e le persone erano mute e attente, tanto che io non sapevo bene cosa stesse accadendo, fino a quando non è successo che improvviso è scoppiato un applauso e mi sono accorta di quanta forza di quanto amore ci stessi mettendo e secondo me Francesco anche, pure se lui direbbe che ha solo premuto i bottoni. E forza e amore tornavano dal pubblico, e dopo sono arrivati abbracci lacrime nuovi racconti e la sensazione, ancora una volta, di aver fatto una cosa non del tutto inutile. La pizza, la pizza è arrivata, meravigliosa, come l’avevamo sognata per tutto il viaggio, e noi l’abbiamo divorata sul terrazzo notturno poco prima di crollare addormentati in una casa che a me mi ricordava un sacco di cose.
Un anno, un anno era passato da quando l’ultima volta ero entrata in quella casa, e sinceramente mi è sembrato di stare molto meglio, il dueluglioduemileundici. Prima di addormentarci sui lettini gemelli abbiamo mandato un messaggio ai compagni che in quel momento partivano per la valle e poi il tempo di dirsi buonanotte e zzzzzzzzzzzzz

Napoli splendente di sole e taralli piccanti ci ha accolti un po’ turisti e un po’ ricordatori nostalgici, il golfo brillava come nei film con Sofia Loren e i bagnanti si urlavano scemenze mentre noi ci godevamo la nostra mezz’ora di fancazzismo prima di partire alla volta di Lioni. Intanto s’era fatta tarda l’ora e cercavamo di capire come andassero le cose in valle.
E’ stato in quel momento, dieci minuti prima di entrare nel paese di Lioni, che tutto ha cominciato a vacillare. Nessuna notizia di Fabiano, ci dicevano i compagni, e dalla tivvù e dai giornali arrivavano notizie inquietanti che ci facevano esplodere dentro una rabbia muta e spugnosa.

Lioni è tutta nuova, che il terremoto si è mangiato più o meno l’intero paese, giusto in mezzo troneggia una cattedrale che sembra una via di mezzo tra una torta e una moschea, il paese è silenzioso sotto il caldo torrido, e noi non riusciamo a fingere spensieratezza nemmeno quando la delegazione di Rouge ci preleva entusiasta e ci porta a vedere lo spazio. Spazio bellissimo, peraltro, ma che non useremo, no, perchè stasera, visto che non ci hanno concesso non-so-che-sala, occupiamo nientepopodimenocchè la piazza del paese!! e vai, questo elemento imprevisto ci piace. Lenti ma inesorabili cominciamo il montaggio selvaggio, intervallandolo ai caffè durante i quali i nostri ospiti ci raccontano e ci chiedono, noi ascoltiamo le incredibili storie di come si fa il movimento in un paese dell’Irpinia, mentre notizie discordanti che arrivano da chi è in valle, però a un certo punto vengono diffuse le foto di Fabiano tutto pieno di sangue e lì si va solo a peggiorare. Facciamo lo spettacolo (non prima di aver ingurgitato altre tonnellate di pizza proprio nel mezzo della piazza) col cuore gonfio di preoccupazione e rabbia, e sarà forse anche per questo che lo facciamo beneassai, nella piazza occupata di Lioni, con un pezzo di noi che si chiede come sta Fabiano e dove e come stanno gli altri.

Smantelliamo e in men che non si dica tutto è di nuovo Napoli e vino autoprodotto da dividere con la nostra Bologna e l’accoglienza di chi si prende cura di noi lasciandoci morbidi letti e silenzio e sfogliatelle per la colazione e abbracci e silenzi che sappiamo cosa vogliono dire. Il viaggio di ritorno è il viaggio più lungo della storia, non ce la facciamo, ci passiamo la guida di continuo con l’idea di arrivare almeno in tempo per l’attivo e sapere qualcosa di più concreto. I chilometri sono immobili, mi pesa questo dolore e come al solito quando la sofferenza prova a farsi troppo intensa cado nella narcolessia e mi addormento proprio nel mezzo dell’appennino mentre stoicamente Francesco prosegue, forse anche un po’ allettato dall’idea che, una volta a casa, addenterà le mozzarelle comprate a Capua (che puzzano, ammettiamolo, puzzano).

Mi sveglio col cadavere del Socio che guida al posto suo, l’appennino è spigoloso e stronzo come il nostro umore, ma ormai ci siamo, si vede la basilica di san Luca e dentro di me ripeto le parole che ormai entrambi conosciamo a memoria. Da lì in poi tutto corre, l’assemblea, i racconti dei compagni e delle compagne, la rabbia, la preoccupazione, l’orgoglio, Fabiano che finalmente ritorna e noi che gli facciamo il comitato d’accoglienza in stazione, il mio umore insostenibile, le mie paure, le mie solitudini, il senso di dover andare, la paura di non farcela, una veloce scorsa al conto in banca che basta a mandarmi nel panico, Francesco che studia come un matto mentre le sue occhiaie diventano indelebili, l’oroscopo di Breszny che dovrei ascoltare un po’ più attentamente, un sabato trascorso a casa di Fabiano tutti insieme in un’allegria che mi riporta alla spensieratezza degli anni della mia università, che mi restituisce il senso di poter essere come sono senza mascherarmi, un sabato in cui sono grata a queste persone che mi hanno accolta e che mi fanno ridere e pensare e agire.
Un sabato che diventa prestissimo la domenica in cui torneremo a Padaniacity, là dove tutto è cominciato.
“Non vengo dalla luna”approda al festival e noi siamo entusiasti, tutti e due, ognuno per i motivi suoi, e difatti la Papaleomobile è densa di parole e giochi quasi come si trattasse di molte turnè fa. Arriviamo e sembra davvero di essere a casa, ci sono i sorrisi, i gelati dell’area relax, gli infradito di Checco e le “critiche costruttive” di Zuzzu, i piani luce di Marco, Laba che come una visione ci accoglie, elegantissima vestita di verde, epperò con la ramazza in mano che spazza il bar grande e io quando la vedo quasi mi commuovo, come mi commuovo ogni volta che vedo Graziano mettere giù le sedie insieme a tutti gli altri, e forse questi sono viaggi solo miei ma a me mi restituiscono un senso, mi ricordano ogni volta perchè ho scelto di stare e di agire insieme a queste persone, forse sono viaggi miei ma sono sufficienti a darmi aria buona da respirare, e infatti le ore che precedono lo spettacolo sono di pura gioia che condivido con persone le cui vite ho attraversato negli ultimi tredici anni.
C’è pure il mio fratello attore Peppino, che non vedevo da una vita e mezzo e mi sembra di averlo salutato ieri, lui che mi diceva di non andarci, a Castelletto di Sarcazzo, io che non l’ho ascoltato e poi vabbè è andata come è andata. E vorrei essere più capace di far sentire al Socio quanto mi emozioni che lui entri in questi pezzi di vita invece non ci riesco perchè mi attorciglio nelle parole e nell’emozione.

Sinceramente a me mi pare che lo spettacolo sia andato bene. Però ora non mi ricordo. Perchè subito dopo è cominciato una specie di film a doppia velocità, e giuro che non ho assunto sostanze di alcun tipo. Ma tutti avevano qualcosa da dirmi, e spesso si trattava di cose che mi mettevano scomoda, e Francesco era chiuso in un’insoddisfazione che mi mordeva, e io cercavo risposte e trovavo solo domande.
Ricordo Peppino che mi chiedeva di non fare quello che sto per fare, ricordo me che mentre lui me lo chiedeva mi dicevo ma quanto gli voglio bene, a questo spiantato davanti a me. Ricordo Orso sbucato da un passato improbabile che mi abbracciava orgoglioso come di me non lo era mai stato. Ricordo. A un certo punto, ricordo di aver pensato basta, mi sono inventata tutto, questa è una grande cagata, mi sono illusa mi sono sbagliata. Insomma mi è venuta la paranoia, ovviamente laterale e di soppiatto come suo solito, mascherata da pensiero razionale, s’è intrufolata e m’ha cominciato a massacrare dal di dentro e così ha continuato fino a che, sulla Papaleomobile, mentre ci lasciavamo alle spalle il temporale in arrivo su Padaniacity, il Socio non s’è intestardito col voler cavare il dente e così di nuovo sedute di autoanalisi nella Papaleomobile proprio come ai gloriosi tempi in cui mi sembrava di aver creato qualche cosa che fosse più del mio piccolo viaggio privato.

Ma siamo stanchi.
Oggi abbiamo fatto la nostra ventiquattresima data e se siamo fortunati ne faremo ancora due o tre.
Siamo stanchi.
Lasciamo il mostro nella casa del mostro e noi ci lasciamo ognuno nella sua casa, che tra poche ore è domani e il lunedì si sa, non è interessato alla nostra stanchezza. Il lunedì è crudele come la schermata del conto in banca, il lunedì se non ti prepari adeguatamente ti massacra.
Allora ci ritiriamo con la speranza di avere tempo abbastanza per rimetterci in piedi di fronte alla nuova settimana.
Non siamo risolti.
Non siamo sollevati.
Però abbiamo sonno, e questo appare un buon punto di partenza.

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Giu 20 2011

guida intergalattica per attivisti, undicesimo episodio

Le Papaleidi.
Attrice coprotagonista (dice lui), ruolo spalla (dico io), arrivo a casa Papaleo/Elena dopo minitour bresciano che m’ha regalato gioia, fatica, risate, struggimenti commozioni e un paio di lagrime nel vedere come le persone cambiano e a volte succede proprio quello che pensavi non sarebbe successo mai. La strada m’è parsa lunghissima, persino qualche lagrima m’è scesa mentre ascoltavo incazzatissima la musica di un passato in cui avevo molte più speranze e mi veniva voglia di cantare a squarciagola la mia tristezza invece solo mi colavano lagrime silenziose e io assistevo immobile allo scioglimento d’un grumo di cose alle quali nome non so dare. Ma il cammino era troppo lungo pure per la mia tristezza, dopo la prima mezz’ora mi ero dimenticata tutti i miei crucci e bestemmiavo contro gli italiani in vacanza che intasavano l’autostrada.
Mi salvava proprio sull’orlo della strage il Socio, attore protagonista, che m’invitava a pranzo prima della partenza per Rimini.
Con questo degno prologo sul groppone arrivo dunque sui monti Papaleici e subito mi cambia l’umore come se fosse cambiato il vento perchè il Socio, Laire e Nico m’accolgono in tutto il loro splendore e io improvvisamente mi ricordo che la mia vita è meravigliosa, che sono a pranzo coll’amici miei, che stasera farò lo spettacolo mio amatissimo e che un’immensa gialla estate m’aspetta pur giocando ogni tanto a nascondino. Insomma ecco il bello dell’essere lunatica, cambio umore velocissima e non rimpiango. Trascorre il pranzo tra le risate, gli scherzi, la camicia stirata del Socio e i soliti conti sui trenta centesimi,  partiamo. Il protagonista superattivo prende il controllo della lucillomobile e mi conduce fino a Rimini dove ci aspettano i meravigliosi e le meravigliose. Romagna! Si sente il mare che c’arriva nel naso portato dal venticello fresco, noi lavoriamo sodo per montare lo spettacolo e io pure nel mio piccolissimo cerco di darmi da fare, anche se sono un’imbranata e mi si deve dire per filo e per segno tutto ciò che c’è da fare, tanto che a un certo punto mi offro come portatrice ufficiale di birre, e riscuoto un certo successo.
Ascoltiamo Manila io mi piglio tutta la sua forza tutta la sua energia e il suo sole colpisce dritto dentro di me attraverso gli occhi e le parole. Ho proprio voglia di farlo questo spettacolo, che oggi fa la sua ventunesima replica e il mio obiettivo è farlo diventare più anziano del Sociomio.
Poi come al solito succede tutto di corsa, io mi sento proprio ispirata stasera e anche se faccio qualche errore vado dritta negli occhi di quelli che stanno davanti a me mi sembra come di squarciare una parete con le parole, sento il Socio dietro di me presentissimo muto e so che in platea ci sono pure i Papaleosenior lui anche se non lo dice è emozionato anche per quello e io, ammettiamolo, io pure.
Arriva la fine e sono tanti gli applausi tanti che un po’ mi commuovo e ancora di più mi commuovo quando qualcuno mi dice io non avevo mai visto un monologo, allora penso ai discorsi che facevo con le amiche mie attrici pure loro, penso a quando ci dicevamo che il rischio è dirci le cose tra di noi, penso che forse sì forse è un rischio ma stasera noi abbiamo davvero portato il teatro dove il teatro di solito non va e allora mi sento improvvisamente piena e fiera, mi pare che anche questo sia in qualche modo essere una militante, ecco, mi pare che forse questa sia una forma sottile ibrida di militanza ma lo stesso è militanza a tutti gli effetti e ancora di più sono grata a queste persone per avermelo fatto capire.
Generosi, generosi i Riminesi e generosa la notte che ci vede cenare sulla spiaggia e io rido tanto e vorrei fare il bagno ma dopo la terza bottiglia di vinbianco un po’ ci ho ripensato, che sono già le duemmezza e noi si deve tornare a Bologna. Con un po’ di saudade saluto Laire e Nico e i Papaleosenior e Manila e Fede, il Socio ancora superattivo riprende le redini della lucillomobile, per fortuna perchè io ho troppa voglia di stare seduta coi piedi sul cruscotto e sentire ottocentotrentasette volte la nuova canzonetormentone che m’ha regalato lui. Mi piace quando è condiscendente e non s’annoia se per l’ennesima volta premo play, anzi ride come se io fossi una bambina che ha appena scoperto l’autoradio.
Lunga lunghissima la strada del ritorno, ci parliamo poco, molto ascoltiamo, poi a un certo punto ecco che appare, lei, la basilica di San Luca, e io come di consueto semplicemente la indico sapendo che lui si ripete in testa le parole de LaFla.

Questo spettacolo ha creato un mondo di sensi nuovi e il Socioprotagonista ne è custode con le sue imperscrutabili Papaleidi alle quali io volentieri ogni tanto partecipo.
Mi domando come sarebbe stato se questa guida intergalattica l’avesse scritta lui, ma poi smetto presto di domandarmelo perchè tanto l’ho scritta io, e faccio quello che posso.

Arriviamo che sono passate le quattro, il giorno già si annuncia dietro le case e io non ho sonno.

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Giu 14 2011

guida intergalattica per attivisti, decimo episodio

E siamo a venti date, esordisce il Socio una volta in auto, mostro caricato e un’ora e mezzo di ritardo sulla nostra tabella di marcia. Già, oggi domenica 12 giugno, mentre furiosamente il così detto popolo italiano esprime il suo diritto a ripigliarsi la sua acqua la sua terra e non solo, oggi viaggiamo verso Ancona e là faremo la nostra ventesima data. Erano due settimane che non partivamo, il Socio e io, io mi sento in una nuova fase a cui non so dare un nome, abbiamo dovuto incontrarci, abbiamo dovuto parlare, forse un po’ ci siamo pure dovuti chiarire perchè non è che l’armonia della turnè uno la guadagna una volta per tutte, no, siamo sempre in questo precario e volubile equilibrio, le distanze non sono misurabili perchè cambiano in continuazione, e noi ci adattiamo ci modifichiamo ci facciamo più o meno liquidi così finisce che anche questa volta partiamo in silenzio e io lo so che affianco a me c’è uno che non so chi è e che però al tempo stesso è la persona che stasera farà di tutto, ma veramente di tutto, per permettere allo spettacolo di andare bene.

Arriviamo al mondialito antirazzista di Ancona e la prima dimostrazione d’accoglienza e d’amore è la gigantesca piadina alla salsiccia che ci aspetta insieme a Silva, che presto si mette a parlottare fitto con Francè e Disgrà (che stasera c’è anche lui, per fare la presentazione di Frame), di nuovo siamo catapultati nel racconto della vita, dello spazio, delle lotte, e io ascolto, parlo poco che ho sempre paura di dire cagate, quando si tratta di politica io mi esprimo attraverso il mio Socio, che lui è uno che in queste situazioni si porta molto meglio di me. Ognuno fa quello che sa fare meglio, nella nostra societalcinquantapercento, proprio come nel mondo che sogno io quando sono felice.
Ma altro che funky & groove, la situazione stasera è veramente da sport estremo, bambini scorrazzano coi monopattini sul palco mentre un’intera squadra di calcio ghanese si veste nello stesso punto in cui avevo previsto di calare il telo, ho il panico che mi pervade la faccia ma poi guardo il socio e lo vedo, che un pochino è impanicato anche lui, eppure come al solito si gestisce tranquillamente la situazione e io penso occhei, occhei, se ce la fa lui ce la posso fare pure io, del resto lo spettacolo senza di me non si fa, no? Ma poi ecco tutto di colpo cominciamo ed è un’accelerata pazzesca, arrivano le persone, Disgrà fa una presentzione fichissima opportunamente sostenuto da Francè e dalla sottoscritta, ci cambiamo nello spogliatoio più surreale della storia ovvero dietro un cespuglio con la luna quasipiena che ci illumina e poi ecco stiamo già per fare lo spettacolo ma proprio mentre sto per cominciare vola un pallone a incredibile velocità a pochi centimetri da noi e il Socio non può fare a meno di ridere mentre nel buio del bosco un tipo bestemmia a denti stretti poichè il pallone non viene più fuori. Sono magicamente arrivati pure Reka e La Pa e io quasi sono commossa, mi pare di rivedere degli amici d’infanzia, mi sembra una vita fa che siamo andati al mare tutti e quattro insieme e l’estate mi sembrava tutta per me tutta preparata a una turnè sensazionale e Bologna m’appariva accogliente il futuro roseo la giovinezza intramontabile gli amici erano tutti splendidi gli uomini tutti gentili l’amore non più un vicolo cieco da evitare ma una possibilità forse un giorno di nuovo da esplorare mi pare che siano passati anni interi da quando quel giorno facemmo il bagno al Conero, li guardo Reka e La Pa e sono proprio contenta che ci siano. Che poi lo so, le situazioni non sono facili, sono anzi spessissimamente complicate e anche loro hanno fatto la loro porca scelta stasera a essere qua a vederci. Io sono felice.
Finisce, finisce lo spettacolo, con le bambine figlie della squadra del Perù che vogliono l’autografo della principessa ovvero io, e i compagni e le compagne che anche qui ci fanno sentire il loro calore che ancora dopo tutti questi mesi ci fanno capire che in qualche modo quello che facciamo ha un senso, io guardo con gratitudine il Socio che stasera ha davvero fatto un quasimiracolo, ma dura poco questo stato di grazia, che sono divelta sono stanca e pure il Socio lo è, in meno di mezz’ora là dove c’era la festa non rimane che il bosco e noi siamo già in viaggio verso il letto dove dormiremo stanotte. Cantiamo e ci raccontiamo i sogni e le aspettative, e sembrano lontanissimi quei momenti in cui parlavamo scorati del fatto che proprio non ce la facciamo, che ci vogliono più soldi ci vogliono altri lavori e questo spettacolo e questa società potranno essere belli quanto vogliamo ma non ci fanno mangiare abbastanza e per questo moriranno, sembrano lontanissimi i momenti di sconforto e invece era poche ore fa, ma adesso siamo pieni della gioia e degli sguardi di chi c’è stato, della gratitudine reciproca, e pure di stanchezza.
Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in questo nuovo stato che già ne dobbiamo uscire, è lunedì, il tempo è miserabile e il viaggio gramo, Bulagna a zanne scoperte ci attende e non ci riusciamo a fare manco un poco di mare. Ma proprio quando sembra che non ce la facciamo, a capovolgere questa giornata, quando sembra che nessuna musica risollevi l’umore, ecco proprio allora, è un attimo, ci ripigliamo e di nuovo stravolgiamo il lunedì, tanto che io, mentre chiacchieriamo con Laire dei risultati del nostro referendum attorno al meraviglioso tavolo di cristallo, quasi mi dimentico che il giorno dopo avrò l’esame a cui tengo di più in assoluto, e vorrei rimanere nell’estrema periferia bolognese a farmi coccolare dalla Ire e disturbare dal Socio mentre fuori piove, e continuare a fare caffè d’orzo e cercare di ficcarmi nella testa qualche bislacca parola con lo scopo -nel prossimo match- di vincere il Socio al nostro NGS (Nuovo Gioco Segreto).

Invece me ne vado, a un certo punto, che ho capito ormai che il segreto è entrare a bomba e uscire dalle situazioni prima di trovarne sufficiente soddisfazione, me ne vado perchè devo prepararmi a questa settimana che mi darà saluti, addii e qualche lacrima, me ne vado anche perchè mi aspetta l’ultimo capitolo del manuale di storia della guerra fredda, me ne vado e lo so che tra pochi giorni di nuovo ci sarà un viaggio per il mostro, il Socio e me, so che sarà ancora diverso e diverse persone ci faranno sentire a casa, e non lo so quel giorno come mi sentirò, nè come si sentirà lui, però sono sicura che proprio nel momento in cui sembrerà che proprio-non-ci-stiamo-dentro, proprio allora tireremo fuori un telo bianco dalla borsa, un cavo segreto e miracoloso apparirà nelle mani del Socio e lo spettacolo, da solo, si farà attraverso di noi.

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Mag 31 2011

guida intergalattica per attivisti, nono episodio

Non so se mi spiego, n o n o e p i s o d i o !!!! Che vuol dire che siamo andati in tour per nove finesettimana diversi, che tradotto significa diciannove, e dico diciannove repliche di “non vengo dalla luna”, tutte in spazi autogestiti, tutte in mezzo a gente che per ospitarci si è fatta non in quattro ma in cinque o seimila, tutte in qualche modo importanti, tutte incredibilmente uniche e diverse l’una dall’altra. Quando il sociostar si mette a fare le sue tabelle con i numeri delle date che abbiamo fatto e di quelle che dobbiamo fare io quasi quasi non ci credo, che mi sembra l’altrieri che facemmo quei quindici minuti a Marghera. Che freddo che faceva! E quanta poca fiducia, quanta ansia, quanta paura! Se ci penso adesso, mi viene quasi da ridere perchè mi ricordo che avevo col socio un atteggiamento quasi formale, e lui in qualche maniera pure. Forse ci dovevamo provare a vicenda che ci stavamo dentro. Non lo so.

Ma veniamo al nostro nono episodio. La giornata comincia malissimo, mi sento un grumo di ricordi e dolori che mi colano dentro e addosso, e infatti mi dimentico i vestiti a casa, cosa che ci fa accumulare un’ora di ritardo e che presto si somma a un’A1 strapiena di gente che io mi domando ma questi dove cazzo vanno. Non è manco bel tempo. Un viaggio nella papaleomobile un po’ vecchio stile, confidenze, paure, timori, ansie e aspettative, mie soprattutto, per il futuro ma anche per il presente, per la politica per la militanza per il teatro e anche un po’ per i cazzi miei.

Ma arriviamo a Empoli, tre ore di ritardo e una furibonda lite col navigatore alle spalle, il socio subito si mette a faticare e poi mangiamo all’osteria dell’Intifada che oh, vince il premio gourmet di questa turnè. Una meraviglia. Mangiamo così tanto che io non voglio fare lo spettacolo. Ma poi lo faccio. Ed è sempre commovente vedere le facce di chi assiste al nostro piccolo racconto per la prima volta. Ciò nonostante io non sono contenta. Non sono contenta no. Mi sembra di essere in una fase discendente cominciata a Vicenza, non trovo il nocciolo, perdo il sentimento. E per fortuna che c’è la tecnica, per fortuna, la tecnica che mette una spessa maschera tra come sto dentro e quello che esce fuori, perchè lo spettacolo non sembra risentire particolarmente di questa mia demotivazione, ma io mi sento in colpa lo stesso e penso occhei da domani ricomincio a farlo con serietà rigore e disciplina. Questo penso mentre chiacchiero coi compagni e le compagne di Empoli che stanno in uno dei centri sociali più vecchi d’Italia e ci raccontano del g.a.s., della petizione per il fontanello  e di tutto il resto. Siamo però stracchi di fatica.Gentilissimamente ci ospitano i compagni e io cado in un sonno profondissimo dal quale non mi sveglia nemmeno la furibonda battaglia che imperversa tutta la notte tra il socio e le zanzare. Sono praticamente quasi morta.

Sabato, giornata lunghissima. Si va a trovare un amico e compagno che vive con la sua famiglia in via d’allargamento in quel di Firenze. E’ in un momento difficile. Lo sappiamo tutti. Epperò questo pranzo sul terrazzo, col bambino che chiama il socio “ciccio pasticcio” e noi che parliamo di politica, di come vanno le cose qui, dei progetti per il futuro prossimo e scherziamo ecco, questo pranzo condito da noi e dalla schiacciata all’olio mi sembra bellissimo e pure mi sembra un grande onore e privilegio poter entrare così tanto nel passato del mio socio e vedere l’amore e la dedizione dentro di lui. Ancora una volta penso che questa persona non la conosco, e che oggi attraverso un altro ho scoperto un piccolo prezioso pezzettino di lui. Me lo conservo e guardo la città sotto la canicola mentre il nostro amico e compagno ci prende un po’ in giro perchè siamo due spiantati. E’ vero, siamo due spiantati.

Ma è arrivato il momento di andare in via de’ conciatori, dove ci aspetta il trasversalissimo, naif, multietnico e multitasking collettivo prezzemolo, appena nato all’interno dell’istituto europeo. Io sono molto emozionata, che rivedrò Alice, e l’ultima volta che ci eravamo abbracciate era stato proprio il 14 dicembre. Mi sento come se dovessi vedere un innamorat* dopo tanto tempo, sono tutta un brividino. E poi c’è che non so proprio come andrà, questa serata. Ma eccola Alice, ed eccoli tutti, gli anarchici greci, quelli irlandesi e qualche premiato esempio di socialdemocrazia italiana, hanno organizzato una giornata di discussione sulla precarietà che a me pare meravigliosa, incontriamo i compagni di altre città d’Italia e io con un poco di sollievo penso che ecco, ognuna a suo modo io e Lalice abbiamo trovato la strada verso la nostra militanza.
Mentre io penso tutte queste cose il socio si dà da fare e praticamente monta l’impianto. Intanto fuori, la strada regala scorci che pare di essere dentro un film di Marco Tullio Giordana. Siamo fuori dal tempo. Io lo voglio fare bene, stasera, lo spettacolo, che oggi è la nostra diciottesima data, diventiamo maggiorenni.
Ci sono pure Nathan e LaFrancese, apposta per me, sono quasi commossa e un pochino tesa, che non so se a loro lo spettacolo piacerà.

Sono pronta, siamo pronti, lo facciamo. Siamo vicinivicini stasera, sento che Francesco è proprio affianco a me e prima di fare il suo pezzo lo guardo intensissimamente come a chiedergli di nuovo il permesso, proprio come quella volta che lui mi diede il quadernone e mi disse ecco leggi, gli chiedo di nuovo il permesso di metterci la voce mia e lui me lo dà, mi emoziono ancora di più. Lo spettacolo stasera corre attraverso il mio corpo, sono nuda e ispirata, sudo, guardo Francesco e mi pare che di nuovo lo stiamo creando, questo spettacolo, le persone attentissime mi stanno con gli occhi addosso e io vado io proseguo io racconto io vivo.
Era tanti giorni che non lo facevamo così, lo spettacolo.
E infatti siamo stanchissimi. Ma felici, pieni, e infatti ci fermiamo con i prezzemoli fino alle tre, chiacchierando bevendo scambiandoci opinioni ricordi esperienze, mi sembrano già fratelli e sorelle, ho già voglia di rivederli. E lo so che molti non hanno capito tutto quello che dicevo, però mi sento che qualche cosa di importantissimo è passato e sono come un filo teso ed è così che voglio essere.
Terminiamo la serata in tre in auto, che non si potrebbe, con uno degli show preferiti da me e Lalice, messo stanotte in piedi apposta per Francesco, che immediatamente viene catapultato nel nostro lungo e denso mondo condiviso. E mi pare che ci stia piuttosto a suo agio.

Non è finita la turnè, non è finita! E’ domenica, ci imboschiamo in un pranzo a base di carne in splendiderrimo agriturismo perso nel chianti, roba che a noi non ci ricapiterà mai più. O forse al socio sì, che lui è giovane. A me, no. Mangiamo, prendiamo il sole e rimaniamo vittime di uno stuolo di bambini che mi tirano fuori la cattiveria. Ma sono paziente e pacifica, rischio di essere linciata dalle mamme, le mie istanze antimaterne oggi me le tengo per me.
Il socio mi sembra crucciato. In questi giorni mi sembra crucciato sempre. Lui dice che è solo stanco, e ha ragione perchè sta praticamente montando impianti in ogni posto dove andiamo, però a me, oltre che stanco, mi pare crucciato. Ma lui mi dice no. Io traduco sono cazzi miei. E poichè nella nostra società c’è il diritto ad avere ognuno i cazzi propri, io rispetto e ascolto la musica, penso al master allo stage al futuro penso alla fine della turnè. Lo ammetto, nessuno di questi pensieri è particolarmente gradevole.
Ma siamo a Pisa e di nuovo ricominciamo il montaggio la conoscenza lo scambio. I ragazzi del Tijuana sono sotto sgombero. Hanno chiesto l’università per questa sera e io penso con una punta di rammarico che questa sarà l’unica volta nella mia vita che toccherò i muri della Normale, al contrario di quello che speravano i miei esimi genitori.
Si vede che sono affaticati, i nostri fratelli e le nostre sorelle pisani, si vede che si portano addosso l’esperienza terribile di uno sgombero, eppure si sbattono a manetta e quello che viene fuori è uno spettacolo popolato, presente, con le persone proprio in faccia a noi due, che di nuovo stiamo strettistretti sul palco e a me, sinceramente, questa vicinanza mi fa bene. Mi commuovo nel vedere queste facce. Lo so che erano tutt* a Roma, mi sono fatta raccontare di quando hanno occupato la torre e conosco un pochino delle loro storie. Di nuovo me li guardo tutti e me le guardo tutte e mi prende così tanto la commozione che quasi mi fermo un attimo nel racconto. Ma va velocissimo, e finisce prima che possa accorgermene, nella commozione del pubblico e di noi.
Ci piacciono, questi pisani, che si sbattono a manetta per fare le cose perbene epperò sono pure in contatto con la loro dolcezza e con il loro calore. Non vorremmo andarcene, che adesso comincia il momento delle confidenze, ma la strada fino a San Luca sarà lunga, il socio ha lavorato il triplo del dovuto questo finesettimana, e poi c’ha i crucci, si vede che c’ha i crucci. Adesso me lo riporto a casa e lo metto a dormire così poi la settimana prossima c’ha tutte le energie per farsi le cose sue, che la vita di un musicista elettroacustico emergente è grama e irta di pericoli.

Questo penso mentre mi metto alla guida e trasformiamo l’auto in una wikimobile facendo tutti i giochi di memoria e di sapienza che mi fanno pensare a quando ero piccola. San Luca compare ogni volta diversa, oggi un po’ di sbieco, timida, forse distratta, mentre io penso alla mia età e a quei professori che mi amano (pochi) che mi chiedono perchè mi sia messa in testa di cambiare lavoro e lasciare il teatro.
Penso che non ho delle risposte. Penso che spero che Francesco, almeno lui, non sia costretto mai ad arrivare a prendere la decisione che sto prendendo io.

Poi penso anche a molte altre cose. Penso che questo spettacolo è stato ed è per me un concreto esperimento di militanza, penso ai discorsi che ci facciamo sulle coppie, su come sia difficile vivere le relazioni senza dimenticare i discorsi che ci facciamo agli attivi. Penso all’onestà. Penso che forse non mi viene particolarmente bene, ma io ci sto provando davvero, a vivere quello che penso, a dare forma e concretezza alle idee che ho.
Poi penso pure che non sono stanca per niente e che voglio camminare e vedere l’alba e addormentarmi mentre suonano le sveglie di tutti quelli attorno a me e non pensare ai treni che anche in questi mesi ho perso penso che voglio che il piccolo ovattato limbo che si crea alla fine della turnè si dilati e si prolunghi come un caldo utero attorno a me fino a quando non ne avrò più bisogno.

Poi è lunedì, e ho finito il caffè.

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