Archive for the 'manifestazioni' Category

Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

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Mag 02 2012

e quando avranno buttato giù anche l’ultimo teatro saliremo sulle ruspe

Ma tutti questi attori, tutte queste attrici che riempiono i cartelloni, tutti quelli che c’hanno le prove pagate, quelli che raggiungono le giornate per avere la disoccupazione, dico io, ma tutti questi che hanno la convocazione e la diaria e la costumista e la truccatrice, tutti loro, lo hanno mai fatto uno spettacolo su una ruspa?

No, che non sto mica parlando della Fura del Baus, eh, non scherziamo, che loro le ruspe in scena le portavano apposta, altro che 626. Parlo di un posto dove il teatro non si dovrebbe fare, secondo le regole degli attori con la a maiuscola. Un posto in mezzo a una valle, coi fiumi e i cervi che si rifanno le corna sugli alberi, le uova di rana e le genzianelle. Un posto dove a un certo punto qualcuno ha deciso di costruire una centrale idroelettrica, e a quelli che il posto se lo vivono la centrale idroelettrica proprio non va giù, allora se la terra e l’acqua sono nostri, se è vera questa storia dei beni comuni, ce lo ripigliamo il posto. E basta.

E io potevo scegliere di farmi il mio bel primo maggio beone in piazza a Bulagna, a ballare e divertirmi con gli amici, perchè me lo merito, perchè questi mesi sono duri e pesano e graffiano e ci voleva, forse ci voleva un primo maggio di svacco. Infatti stavo quasi per partire e andare giù, a Bulagna, a raggiungere la Ire e gli altri.
Poi però all’ultimo, all’ultimo mi è venuta in mente la gente di quel posto, gente che conosco da anni e con cui da anni condivido piccoli pezzi di sogni e progetti, gente che ho incontrato per la prima volta quando eravamo tutti dei pischelletti e che sempre, sempre mi ha fatto sentire a casa.
Quella gente là mi è venuta in mente e mi sono resa conto che mi era tornato l’amore, improvviso e fulminante.
Mi sono resa conto che da qualche parte dentro di me c’era ancora un pezzettino di vita, mi sono resa conto di avere ancora cuore, e che quelle persone mi avevano mostrato la strada per ritrovarlo.
Allora ho preso la mia casa-automobile, caricato la Ale e sono partita, proprio la mattina del primo maggio, per arrivare su fino a Feltre. E quando li ho visti, i miei fratelli e le mie sorelle, mi sono resa conto che proprio così li sentivo, fratelli e sorelle, e solo là volevo essere oggi, a piantare gli alberi e succhiare erbe piccantissime e mettere i piedi nel gelido torrente in un posto di cui per qualche ora ci siamo riappropriati.

 

Oggi quel posto era anche mio, di me che non ho casa e che giro con l’accappatoio steso ad asciugare in auto.

C’era un sole bellissimo e caldo, anche se si prevedeva brutto tempo e pioggia, e tutti eravamo troppo vestiti. C’era una valle di colori sconosciuti, e il rumore frastornante di un’acqua viva. C’era la gente, gente di tutte le età, che da anni lotta per avere il diritto all’acqua e alla terra. C’erano uova sode e tentativi di tradurre per me in italiano poesie scritte in dialetto. C’era uno sguardo che per un attimo ho sperato essere solo per me, e pazienza se poi l’ho perso e ho capito che mi sbagliavo.

E poi c’erano un cantiere, e alberi divelti, e ruspe e l’inizio di tremenda devastazione, e il senso di un inarrestabile mostro che avanza.
C’erano, ovviamente, le reti e le recinzioni.
Parole troppo spesso udite in questi anni. Parole detestate. Parole che vorrebbero metterti dentro la paura, il senso di fare qualcosa senza averne diritto.
Ma eravamo tanti, ed eravamo tante, e sapevamo bene che quell’acqua, quella terra, erano anche nostre, nonostante in molti vogliano convincerci del contrario.

C’è un momento, un momento specialissimo, in cui davanti a una rete che pare invalicabile alcune persone si guardano negli occhi, intensamente.
E’ solo un attimo, l’attimo di uno sguardo che precede un’azione determinata, resoluta, irreversibile.
Ecco in quell’attimo, a volte, una rete diventa una porta.

 

Se la rete diventa una porta,
se un terreno devastato diventa la culla di alberi nuovi sotto le mani dei compagni
allora una ruspa può diventare un palcoscenico.
E il primo maggio del 2012 io, per la prima volta, ho fatto uno spettacolo su una ruspa.

Poi, ovviamente, mille volte ho amato e desiderato e riso. Mille volte mi sono commossa. Mille volte avrei voluto dire una parola in più ma non ho osato. Mille dettagli preziosissimi ho già dimenticato nel vino della sera, nei racconti, negli sguardi, negli abbracci che preparano il distacco.

 

A presto, fratelli e sorelle che m’avete mostrato il varco.

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Dic 14 2011

the horror has gone

Quattordici dicembre duemileundici, e mi chiudo la porta alle spalle con un discreto ritardo sulla vita. La strada e` quella di tutte le mattine, discesa furibonda fino a Itaewon, attraversamento selvaggio della strada a trentacinque corsie, salto mortale, tiro della palla infuocata, corsa a ostacoli con draghi digiuni che mi inseguono sputando fuoco, duello con Katana con la hostess che tutte le mattine vorrebbe infilarmi nella lista d’attesa dell’ospedale di cui fa la bidella, ultimi scatti rigorosamente in salita e poi finalmente, dopo il rigido esame di un altro implacabile bidello che siede all’ingresso dell’edificio, finalmente arrivera` la rassicurante noia della mia scrivania.Mentre mi esibisco alla perfezione in questa nuova disciplina olimpica nota come “arrivo sul luogo di lavoro in tempi umani” mi passa davanti la mia Seoul.


Gli Apat, altissimi agglomerati di appartamenti  che da soli contengono piu` abitanti della citta` di Campobasso, i loro ascensori divisi per piani pari e piani dispari, con i televisori per non dover parlare coi vicini e l’aria condizionata (d’estate) o il riscaldamento (d’inverno).

Le residenze di ambasciatori, segretari, industriali e via discorrendo, ogni residenza col suo cancelletto, ogni cancelletto con la sua guardiola, ogni guardiola col suo omino il cui unico ruolo e` quello di ricordare al padrone, gia` dall’ingresso in casa, che esiste qualcuno piu` in basso di lui nella gerarchia sociale.

I department-stores e le loro boutiques di stelline e brillantini, di addobbi di natale, di magrissime coreane con lo stomaco dimezzato e il portafogli straripante che si mettono in lista d’attesa per avere l’esclusiva borsa di sarcazzo chi, di aitanti coreani vestiti esattamente come nella gigantografia pubblicitaria che troneggia dietro di loro, di fontane dove ogni 15 minuti partono i giochi acquatici,  tripudio di elettricita` ed energia atto solo a dimostrare la potenza il lusso lo sfarzo lo spreco.

Le automobili immense che puntualmente bloccano il traffico perche` sono troppo grosse per le stradine del centro.

Le porte girevoli, gli addobbi, gli happy christmas, le cliniche estetiche, le lucine, le musichette, il riscaldamento a go-go.

Cammino cercando anche oggi di portare l’osso del collo intatto di fronte alla mia scrivania e vedo pure le signore di sessant’anni che non hanno la pensione e per sopravvivere stanno in un baracchino di un metro e mezzo per due cuocendo riso per farne tok, che poi vendono in confezioni da mille won, con qualsiasi condizione meteorologica.
Vedo il vecchio fruttarolo che dorme nel camion insieme alla sua frutta e la mattina alle otteccinquanta, mentre svolto nella stradina laterale dove lui parcheggia, sta allestendo i suoi cachi e le sue pere cinesi.

Vedo due ubriachi che vengono gentilissimamente ma fermissimamente spintonati fuori dall’ospedale.

Vedo le signore delle bancarelle del mercato, che dormono nel gabbiotto insieme ai vestiti.

Vedo il barbone che finalmente si e` infilato nella metropolitana, appena riaperta dopo la chiusura notturna, dove c’e` il riscaldamento a palla e la sopravvivenza diventa possibile anche durante l’inverno di Seoul.

Vedo le donne di Itaewon che chiudono il loro street cafe` col trucco disfatto e la minigonna strappata, stanche devastate e pure soddisfatte per essersi guadagnate anche l’ennesima nottata grazie a qualche occidentale appassionato di turismo sessuale.
 

Tutto questo vedo, e tutto insieme, mi sbatte in faccia addosso con una violenza che mi ferisce, e non lo posso accettare non lo posso ingoiare eppure ci sto in mezzo e mi ci mescolo, cammino veloce e piccolissima in mezzo ai grattacieli di Seoul e alle sue mille contraddizioni e mi domando cosa non funzioni, mi chiedo dove stia la falla in questo modello asiatico dell’iperproduttivita` ad ogni costo, dell’apparire prima ancora che dell’esistere, mi domando tutto questo e per un attimo mi viene voglia di tornare in Italia.  

Poi proprio mentre mi sto adagiando al pensiero di un ritorno, dei compagni, della lotta, della citta` dagli odori conosciuti, proprio mentre lo sto facendo mi ricordo che ieri uno studente e` morto sepolto dal crollo di un palcoscenico. E lui stava li` perche` ci lavorava, precarissimamente, proprio come ho fatto io per tredici anni della mia vita, e come fanno molte delle persone che conosco. Ecco il lavoro one shot, ti chiamano ci vai ti massacri di pagano una miseria ma intanto hai i soldi per andare avanti qualche giorno mentre studi o provi a fare lo stronzissimo mestiere per cui avresti studiato. Salvo poi quando casca il palco e l’artista di turno scendendo soavemente dalle sue nuvolette a sette zeri dichiara sconvolto di non saperne nulla, dei subappalti delle speculazioni e dei lavoratori sottopagati. Che viene da domandarsi dove viva, l’artista di turno. Forse il coniglio di Alice lo mette a letto ogni sera raccontandogli la storia del buon noncompleanno mentre gli operai sottopagati costruiscono il suo palco e se tutto va bene questa volta nessuno muore. 

E penso pure che ieri a Firenze sono morte due persone, morte ammazzate, semplicemente e stupidissimamente e rabbiosissimamente per il colore della loro pelle, che sono state ammazzate perche` erano nere, con tutto cio` che questo comporta in un certo immaginario popolare, sono state ammazzate mentre lavoravano in un paese di merda che non e` nemmeno il loro e dove stavano perche` avevano sperato di avere diritto a una vita migliore. E per questo sono state ammazzate.
Penso al campo rom e al linciaggio sfiorato a causa di una menzogna, perche` la morale bigotta di alcuni pezzi di societa` non vede l’ora di scaricare il peso della colpa sullo zingaro di turno. Siamo tutti li` che aspettiamo il momento buono per trovare il prossimo extracomunitario violento sessuomane rapinatore mostro. Cosi` ci saremo lavati la coscienza di tutte quelle volte in cui abbiamo discriminato, offeso, maltrattato, abusato, semplicemente in nome della nostra superiore europeita’.
 

Penso a questo. Penso a tutti i coreani che non si siedono vicino a me in metro, semplicemente perche` sono bianca. Penso all’Europa all’Asia ai modelli al welfare a questo crollo globale al quale mi sembra di assistere e continuo a domandarmi quale di questi due orrori cui sto assistendo sia il peggiore, da dove devo fuggire, dove devo andare a resistere.

E la risposta non ce l’ho, perche` sono una miserabile lavoratrice precaria che in Corea come in Italia lavora a nero e non sa mai come arrivera` alla fine del mese, perche` devo stare ai giochi e ai capricci dei piu` forti, perche` posso permettermi di lottare solo fino a quando non mi hanno sbattuta fuori dall`ennesimo posto di lavoro.

Non ce l’ho la risposta, ma oggi e` 14 dicembre.
Penso a un viaggio in autobus di un anno fa.
Al fuoco, al calore, alla rabbia, ai diritti.
Al Socio col naso bendato, penso.
Alla cioccolata nascosta nella sua giacca.
A Fuipp che mi racconta di Marsiglia.
Alla Fla, ad Alice e a tutti gli altri.
Alla basilica di San Luca.
Ai miei compagni, e alle mie compagne, penso.

E se mi aggrappo a questo pensiero, in qualsiasi orrore io stia vivendo adesso, mi viene una sorta di speranza.
 

Allora respiro, allungo il passo, sorrido all’ennesimo bidello, passo oltre. 

 

Io non vengo dalla luna.

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Ott 16 2011

un post disimpegnato che salta di palo in frasca

I miei esperimenti esistenziali proseguono in Asia mentre l’Europa non riesce ad affondare e io dico cazzo, questo 15 ottobre poteva essere una buona occasione per avere un po’ di spazio sulla terra, sai che figata, un continente in meno, quanto mare, quanto pesce, evviva, invece no, l’Europa rimane in piedi più o meno e a me mi vengono solo in mente un paio di interviste fatte a Cossiga che vabbè adesso non mi dilungo.
Non voglio parlare di politica. Perchè se ne parlo mi incazzo e mi viene una rabbia tale che per calmarmi devo andare in metropolitana e spintonare un centinaio di cyborg. Ma siccome non ho voglia di uscire e farmi arrestare da un esercito di cyborg allora me ne sto buonina. Però una cosa la devo dire eh. Anche qui a Seoul ieri hanno fatto la loro occupazione. Si sono ritrovati, hanno acceso le loro candeline, si sono seduti nei posti prestabiliti e tutto si è pacificamente svolto come in una specie di veglia del venerdì santo.

Madonnina delle proteste, aiutami tu.

La polizia aveva diramato un comunicato che avvisava che chiunque fosse stato sorpreso a fumare sigarette per strada o a sedere sulle aiuole durante la manifestazione sarebbe stato arrestato. I manifestanti hanno pensato bene di non disobbedire agli ordini della polizia, così hanno fatto la loro bella manifestazione di sto cazzo, con le loro stronzissime candeline che ci mancava solo il lamento per la morte del cristo crocifisso ed eravamo a posto. Intanto la polizia controllava che le aiuole non venissero calpestate.
Lo so, lo so, questo è un atteggiamento di merda, lo so sto giudicando, lo so questo non è lo sguardo di un’antropologa o di una sociologa eh lo so cazzo perchè io in questo momento non voglio essere una studiosa, voglio protestare cazzo, e mi sembra ridicolo che io possa protestare soltanto nel quadrato di asfalto che le forze dell’ordine mi hanno gentilmente concesso, seguendo dettagliatamente le istruzioni.

Che ci mancava solo che la polizia distribuisse dei foglietti del manifestante diligente.

 

Ma dove cazzo sono finita madonnina delle proteste, dove sono finita? no io mi devo fermare devo cambiare argomento perchè sennò domani mi vengono a svegliare i simpaticissimi sbirri coreani con in mano un delizioso foglio di via compilato in calligrafia su foglio di carta di gelso. Mi devo fermare, mi fermo.

Allora voglio prima condividere un episodio che è una via di mezzo tra il tragico e il grottesco ovvero la mia cena. La Corea per mangiare è un posto fichissimo perchè i ristoranti costano molto poco, le strade sono piene di bancarelle che ti vendono qualsiasi cosa, e nei supermercati trovi tutto, e dico tutto, già cotto. Che te lo devi solo mettere in bocca. Va da sè che io, single di ritorno, abbandonati felicemente i fornelli quando il mio ex (che gli caschino i coglioni ogni volta che lo nomino) mi ha sbattuta fuori di casa, qui mi trovi proprio a mio agio. Credo di non aver cucinato una sola volta da quando sono sbarcata in Asia e sinceramente credo che sì,

una vita senza fornelli è possibile

ma stasera non so perchè ho deciso di prendere un prodotto solo parzialmente cucinato. I famosi noodles. Che tu teoricamente ci devi solo aggiungere l’acqua, si o no? e poi vengono fuori quelle zuppette deliziose dei cartoni animati, si o no? e tu le mangi mentre ti si appannano gli occhiali e il mondo ti sorride, si o no cazzo? No, no no no.
Devo aver sbagliato qualcosa. I miei noodles sono diventati una poltiglia informe di glutammato, salsa di soya, wasabi liquido, pescetti liofilizzati e sarcazzo cosa. Se provavi a tirare fuori un filo si alzava imponente tutta la matassa di gomma. Poco ci mancava che dovessi mangiarli col coltello.
Ma ce l’ho fatta, poichè sono una vera antieroina, li ho mangiati tutti e adesso essi giacciono sul fondo del mio stomaco dove hanno probabilmente riformato l’inscalfibile matassa dalla quale nuovi mostri nasceranno.
Da domani ritorno al già cotto, una dovrebbe essere in grado di capire quando certe cose non fanno al caso suo. E i noodles semicotti evidentemente sono tra quelle cose.

Poi volevo dire un’altra cosa. Io gli asiatici li capisco poco. Poco davvero. Anzi potrei dire che non li capisco per niente, tranne forse i miei amichetti attivisti che però, per il fatto di essere attivisti, già ci hanno le loro belle differenze, sono parecchio strani, lo ammetto, e forse è per questo che un po’ li capisco.
Ma gli europei credo di capirli abbastanza bene.
E allora mi incazzo ogni volta che mi sento una bestia da circo, che una volta ogni tanto vai a vedere che numeri fa, oh, la capriola, guarda come salta bene nel cerchio infuocato. Mi annoiano, e a volte putroppo mi feriscono, quelli che si spendono per avere la mia confidenza e poi una volta ce cel’hanno ti dicono che sono troppo impegnati. Io disprezzo quelli che una, due, tre volte al mese si vogliono fare un giretto in un mondo parallelo e allora mi cercano, così si prendono il loro pezzo di disobbedienza, il loro pezzo di protesta, il loro pezzo di libertà.
Quando mi sento così io mi incazzo e sbarro porte finestre e allora vaffanculo.
Che voglio dire, ci vuole delicatezza, onestà e coraggio.
Che quando succede così io allora davvero mi rendo conto che non valgo una cippalippa, che le persone mi passano attraverso e poi improvvisamente scompaio dai loro pensieri così come ci ero entrata.
E non mi piace, non mi piace, non mi piace.

Allora piuttosto lasciatemi stare, che ho il mio bel daffare e non ho chiesto niente a nessuno, lasciatemi stare e io mi faccio gli affari miei umilissimamente, che vi ho chiesto? niente vi ho chiesto, cazzo. Lasciatemi perdere.

E se invece mi volete allora vi dovete prendere tutto, tutto, tutto, chiaro?
non sono un supermercato,
non si passa per gli scomparti alla ricerca dei prodotti in offerta.
Sono una, intera, consumata, piena di rughe e dal carattere discretamente difficile.
Prendere o lasciare. 

Il mio hobby è collezionare delusioni.

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Ott 11 2011

Quando meno te lo aspetti, zac.

Splende il sole su Seoul questa mattina e i pensieri uggiosi che m’hanno accompagnata da domenica sera se ne sono rimasti sotto le coperte. Scarpe da ginnastica addosso e tacchi in borsa mi faccio quasi di corsa la strada fino all’ufficio: scale di casa portoncino prima discesa scalette seconda discesa pianura folla evitare spintonare attraversare ma solo col verde sacchetti di rifiuti aperti vetrine spente salita poi discesa discesa discesa omino della frutta curva a sinistra cavalcavia scale in corsa ultima salita fulminante oh yeah.

Eccomi.
Mi metto placida come una pecorella a fare le mie cose quelle nobili e anche quelle un po’ meno nobili, che quando c’è il lavoro, in fin dei conti, a me mi va bene, poco importa se si tratti di attaccare etichette o organizzare eventi insomma per me ci sono giorni in cui è semplicemente bello vedere le cose che si creano che crescono anche se alla fine della fiera si tratta solo di invitare questeqquello al noiosissimo vernissage del signor sarcazzo. Che poi io manco ci vado.
Bello mi piace lavorare oggi ho un sacco di cose da fare e poi ho scoperto che la mia proposta di lettura su Tondelli si farà cavolo cavolicchio si farà proprio e  io non so chi devo ringraziare o meglio lo so, sì, ma un po’ mi vergogno ma soprattutto rimango stupefattissima quando scopro che sul programma ci sta nientepopodimenocchè il mio cognome e pure il nome diokèn il nome proprio dottoressacarlavitantonio allora lo ammetto, un po’ mi cago sotto perchè questa cosa di Tondelli non è che sia proprio prontissima mi dico oh non è che mi sono un tantino sopravvalutata? ma poi mi ricordo di tutte le volte in cui me lo sono detta e allora respiro sprofondo un pochino nella sedia ed è di nuovo tuttapposto o quasi.

Va tutto bene oggi in ufficio mi sento che ce la faccio e infatti sono così tranquilla che vado anche a mangiare con tutte le altre a dispetto di quanto mi ero detta ieri (da sola, devo stare sola, devo pensare devo isolarmi nessuno mi capisce blabla menate varie da paranoica depressa quale sono) e faccio un pochetto la buffona come so fare io quando sono in buona e come non avevo mai fatto da quando sono qua infatti la mia collega si tiene la panza dalle risate e mi dice non ti riconosco. E grazie che non mi riconosci, ci sono dei giorni che vengo in ufficio con la maschera di ghisa e poi vabbè inutile approfondire la questione dell’ufficio dell’identità e via discorrendo.

Poi all’uscita dal paninificio zacchete come non mi si attacca una mantide religiosa grossa come un piccione proprio sulla zampa? Si attacca e non si stacca la maledetta mantide, oh che tu vuoi schifosa?
Comincio a fare un pericoloso balletto urlando cazzo cazzo me ne sono venuta in una metropoli per non vedere queste cose cazzo cazzo ma con tutte le cose del terzo mondo che vi potevate tenere avete scelto proprio gli uomini scatarranti e le mantidi religiose???
Ecco udite le parole terzo mondo la mantide s’offende e mi libera la zampa nell’ilarità generale.

Non è finita la giornata eh no, che al pomeriggio me ne vado a bere il caffè più buono di Seoul con la mia amica Suhee che porcapaletta meno male che l’ho incontrata. Suhee e gli altri attivisti sono quelli con cui io divido le mie giornate e le mie attività politiche qui a Seoul. Le chiedo che cosa ne pensa di questa storia di “occupySeoul” e mi dice esattamente quello che pensavo io e cioè che è una cosa fatta solo dagli stranieri perchè i coreani in questo momento stanno manifestando per cose che sentono più vicine a loro tipo l’occupazione nell’isola di Jeju e i licenziamenti a Busan o tipo lo sgombero della fattoria dove andrò io sabato sperando che la madama non mi pigli sennò mi spediscono dritta in Italia e addio radioso futuro in Asia, mi danno il foglio di via permanente per otto reincarnazioni, compreso lo scarrafone. Allora cominciamo a parlare fittofitto di politica, delle elezioni del sindaco che ci saranno tra due settimane, del candidato di sinistra (cazzo ha detto di sinistra giuro che lo ha detto), cerchiamo di mettere giù un po’ di idee, io le racconto dell’Italia e degli incontri settimanali al Tpo, del fatto che sì, è vero, non sempre sono entusiasmanti non sempre ci siamo tutti però è un punto di riferimento un momento verso il quale tornare a un certo punto e allora proviamo a focalizzarci sugli incontri del giovedì che lei e Chakuri stanno organizzando, il prossimo lo terrò io e parlerò dei movimenti in Italia cavolo ma che dirò? in inglese poi, vedi tu che casino, ma è importante importantissimo autoformazione crescita energia e intanto beviamo il caffè e finisce che ci diciamo oh però dobbiamo contattare questi di occupySeoul perchè sennò finisce che perdiamo una grossa occasione. Ma come si fa? allora mi scontro con questa tendenza tutta coreana all’isolazionismo, una tendenza antichissima che corre e ricorre nei lunghissimi fili della storia coreana e non è che arriva l’italiana e cambia il mondo.

Se avessi potuto fare i miracoli mi sarebbero già venute le stigmati,
tanto più che ho quasi trentatrè anni proprio come Cristo oh yeah.

Passa il tempo e attorno a noi il bar che si chiama parla col cuore diventa accogliente come una nuova casa. Ci raccontiamo e senza nemmeno rendercene conto siamo lì che parliamo di amore e storie e difficoltà e paure e io mi rendo conto che nonostante tutta questa distanza cazzo siamo così vicine così vicine e al tempo stesso così sole e per questo ancora più vicine e mentre lo penso Suhee mi dice

ti posso chiamare Onni?

E onni vuol dire sorella maggiore, e a me mi sembra un onore e una responsabilità che Suhee mi voglia chiamare sorella maggiore, allora le dico sì, certo che puoi io ne sono proprio onorata e sono anche un po’ commossa ma non glie lo dico.

Finisce che torno a casa canticchiando e sbaglio pure metro ma sono felice e mangio molti dolci perchè sono anche un po’ triste e io lo so perchè sono triste sono triste per due motivi diversi epperò anche un po’ uguali ma soprattutto sono triste perchè ho capito di non essere nel cuore delle persone che amo, di non esserci quanto vorrei io, e lo capisco periodicamente e ogni volta mi sembra una grande illuminazione che mi porterà alla buddità però invece poi me lo dimentico di nuovo e via discorrendo, ciclicamente, fatto sta che ho questo piccolo coltello conficcato nella schiena e fa male però ho una sorella di cui prendermi cura e molta politica da fare allora non ci penso, al coltello, sorrido e canto poi arrivo a casa, trovo Eterogeneo in chat, ci diciamo due cose su sabato, ci invitiamo reciprocamente a stare attenti, ci ripetiamo l’elenco delle cose utili, gli dico siici anche per me, mi sfotte, ma lo so che lo farà.

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Ott 08 2011

il 15 ottobre

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Lug 12 2011

guida intergalattica per attivisti, dodicesimo episodio

Fatica, fatica e qualche lagrima nello scrivere il dodicesimo episodio di questa guida intergalattica per attivisti. Partimmo ormai secoli fa alla volta di Napoli, era il due luglio e noi uscivamo più o meno incolumi dalla trash night con cui avevamo decretato la chiusura estiva del centro sociale. Avevamo ballato, cantato, riso riso riso assai, ci eravamo mascherati e avevamo preparato il grande tampax d’oro da dare quale premio ai fratelli e alle sorelle di radiosonar che erano venuti in pompa magna a fare la battaglia più trash della storia. Avevamo bevuto i mojito più buoni di Bologna, ce li eravamo versati addosso, avevamo promesso, un po’ avevamo mantenuto e un po’ no, avevamo persino in qualche maniera dormito (così dicono gli annali) e alle nove ci eravamo trovati da Micky e Max per un caffè che avremmo voluto fosse un idraulico liquido. Partiti, occhi infossati dietro gli occhiali da sole, buonumore e stanchezza. Il Meridione ci aspettava e noi quella data l’avevamo desiderata forteforte, nella Napoli alla quale entrambi, ciascuno per i suoi motivi, sentiamo un pochino di appartenere.
Viaggio infinito, integratori color azzurro, caffè, sole, sigarette, discorsi che non ricordo e un po’ di tristezza perchè per andare in turnè non saremmo andati in Val di Susa, noi, proprio noi, cazzo. Epperò sapevamo che tutti gli altri sarebbero stati là e questo era rincuorante.
L’autostrada era deserta e siamo arrivati a Napoli che manco abbiamo capito come. Insurgencia ci ha accolti con caffè fumante e abbracci e un terrazzo meraviglioso e racconti, ma soprattutto con un divano fagocitante che ci ha visti collassare uno dopo l’altro mentre allo stereo i 99 suonavano canzoni di altri anni e il sole era tiepido e rassicurante.
Poi come al solito di colpo è arrivato il momento di fare lo spettacolo e c’era la famiglia Vitantonio al completo, e io ero stressatissima da questo fatto, pensavo che non cel’avrei mai fatta a dire tutto quello che dovevo dire davanti ai miei genitori, e mi sentivo giudicata e pure un po’ scema, poi però guardavo Francesco e lui come al solito aveva due chili di cerone zen spalmati addosso e questo era un pochino rincuorante. Così andavo avanti attraverso la storia e le persone erano mute e attente, tanto che io non sapevo bene cosa stesse accadendo, fino a quando non è successo che improvviso è scoppiato un applauso e mi sono accorta di quanta forza di quanto amore ci stessi mettendo e secondo me Francesco anche, pure se lui direbbe che ha solo premuto i bottoni. E forza e amore tornavano dal pubblico, e dopo sono arrivati abbracci lacrime nuovi racconti e la sensazione, ancora una volta, di aver fatto una cosa non del tutto inutile. La pizza, la pizza è arrivata, meravigliosa, come l’avevamo sognata per tutto il viaggio, e noi l’abbiamo divorata sul terrazzo notturno poco prima di crollare addormentati in una casa che a me mi ricordava un sacco di cose.
Un anno, un anno era passato da quando l’ultima volta ero entrata in quella casa, e sinceramente mi è sembrato di stare molto meglio, il dueluglioduemileundici. Prima di addormentarci sui lettini gemelli abbiamo mandato un messaggio ai compagni che in quel momento partivano per la valle e poi il tempo di dirsi buonanotte e zzzzzzzzzzzzz

Napoli splendente di sole e taralli piccanti ci ha accolti un po’ turisti e un po’ ricordatori nostalgici, il golfo brillava come nei film con Sofia Loren e i bagnanti si urlavano scemenze mentre noi ci godevamo la nostra mezz’ora di fancazzismo prima di partire alla volta di Lioni. Intanto s’era fatta tarda l’ora e cercavamo di capire come andassero le cose in valle.
E’ stato in quel momento, dieci minuti prima di entrare nel paese di Lioni, che tutto ha cominciato a vacillare. Nessuna notizia di Fabiano, ci dicevano i compagni, e dalla tivvù e dai giornali arrivavano notizie inquietanti che ci facevano esplodere dentro una rabbia muta e spugnosa.

Lioni è tutta nuova, che il terremoto si è mangiato più o meno l’intero paese, giusto in mezzo troneggia una cattedrale che sembra una via di mezzo tra una torta e una moschea, il paese è silenzioso sotto il caldo torrido, e noi non riusciamo a fingere spensieratezza nemmeno quando la delegazione di Rouge ci preleva entusiasta e ci porta a vedere lo spazio. Spazio bellissimo, peraltro, ma che non useremo, no, perchè stasera, visto che non ci hanno concesso non-so-che-sala, occupiamo nientepopodimenocchè la piazza del paese!! e vai, questo elemento imprevisto ci piace. Lenti ma inesorabili cominciamo il montaggio selvaggio, intervallandolo ai caffè durante i quali i nostri ospiti ci raccontano e ci chiedono, noi ascoltiamo le incredibili storie di come si fa il movimento in un paese dell’Irpinia, mentre notizie discordanti che arrivano da chi è in valle, però a un certo punto vengono diffuse le foto di Fabiano tutto pieno di sangue e lì si va solo a peggiorare. Facciamo lo spettacolo (non prima di aver ingurgitato altre tonnellate di pizza proprio nel mezzo della piazza) col cuore gonfio di preoccupazione e rabbia, e sarà forse anche per questo che lo facciamo beneassai, nella piazza occupata di Lioni, con un pezzo di noi che si chiede come sta Fabiano e dove e come stanno gli altri.

Smantelliamo e in men che non si dica tutto è di nuovo Napoli e vino autoprodotto da dividere con la nostra Bologna e l’accoglienza di chi si prende cura di noi lasciandoci morbidi letti e silenzio e sfogliatelle per la colazione e abbracci e silenzi che sappiamo cosa vogliono dire. Il viaggio di ritorno è il viaggio più lungo della storia, non ce la facciamo, ci passiamo la guida di continuo con l’idea di arrivare almeno in tempo per l’attivo e sapere qualcosa di più concreto. I chilometri sono immobili, mi pesa questo dolore e come al solito quando la sofferenza prova a farsi troppo intensa cado nella narcolessia e mi addormento proprio nel mezzo dell’appennino mentre stoicamente Francesco prosegue, forse anche un po’ allettato dall’idea che, una volta a casa, addenterà le mozzarelle comprate a Capua (che puzzano, ammettiamolo, puzzano).

Mi sveglio col cadavere del Socio che guida al posto suo, l’appennino è spigoloso e stronzo come il nostro umore, ma ormai ci siamo, si vede la basilica di san Luca e dentro di me ripeto le parole che ormai entrambi conosciamo a memoria. Da lì in poi tutto corre, l’assemblea, i racconti dei compagni e delle compagne, la rabbia, la preoccupazione, l’orgoglio, Fabiano che finalmente ritorna e noi che gli facciamo il comitato d’accoglienza in stazione, il mio umore insostenibile, le mie paure, le mie solitudini, il senso di dover andare, la paura di non farcela, una veloce scorsa al conto in banca che basta a mandarmi nel panico, Francesco che studia come un matto mentre le sue occhiaie diventano indelebili, l’oroscopo di Breszny che dovrei ascoltare un po’ più attentamente, un sabato trascorso a casa di Fabiano tutti insieme in un’allegria che mi riporta alla spensieratezza degli anni della mia università, che mi restituisce il senso di poter essere come sono senza mascherarmi, un sabato in cui sono grata a queste persone che mi hanno accolta e che mi fanno ridere e pensare e agire.
Un sabato che diventa prestissimo la domenica in cui torneremo a Padaniacity, là dove tutto è cominciato.
“Non vengo dalla luna”approda al festival e noi siamo entusiasti, tutti e due, ognuno per i motivi suoi, e difatti la Papaleomobile è densa di parole e giochi quasi come si trattasse di molte turnè fa. Arriviamo e sembra davvero di essere a casa, ci sono i sorrisi, i gelati dell’area relax, gli infradito di Checco e le “critiche costruttive” di Zuzzu, i piani luce di Marco, Laba che come una visione ci accoglie, elegantissima vestita di verde, epperò con la ramazza in mano che spazza il bar grande e io quando la vedo quasi mi commuovo, come mi commuovo ogni volta che vedo Graziano mettere giù le sedie insieme a tutti gli altri, e forse questi sono viaggi solo miei ma a me mi restituiscono un senso, mi ricordano ogni volta perchè ho scelto di stare e di agire insieme a queste persone, forse sono viaggi miei ma sono sufficienti a darmi aria buona da respirare, e infatti le ore che precedono lo spettacolo sono di pura gioia che condivido con persone le cui vite ho attraversato negli ultimi tredici anni.
C’è pure il mio fratello attore Peppino, che non vedevo da una vita e mezzo e mi sembra di averlo salutato ieri, lui che mi diceva di non andarci, a Castelletto di Sarcazzo, io che non l’ho ascoltato e poi vabbè è andata come è andata. E vorrei essere più capace di far sentire al Socio quanto mi emozioni che lui entri in questi pezzi di vita invece non ci riesco perchè mi attorciglio nelle parole e nell’emozione.

Sinceramente a me mi pare che lo spettacolo sia andato bene. Però ora non mi ricordo. Perchè subito dopo è cominciato una specie di film a doppia velocità, e giuro che non ho assunto sostanze di alcun tipo. Ma tutti avevano qualcosa da dirmi, e spesso si trattava di cose che mi mettevano scomoda, e Francesco era chiuso in un’insoddisfazione che mi mordeva, e io cercavo risposte e trovavo solo domande.
Ricordo Peppino che mi chiedeva di non fare quello che sto per fare, ricordo me che mentre lui me lo chiedeva mi dicevo ma quanto gli voglio bene, a questo spiantato davanti a me. Ricordo Orso sbucato da un passato improbabile che mi abbracciava orgoglioso come di me non lo era mai stato. Ricordo. A un certo punto, ricordo di aver pensato basta, mi sono inventata tutto, questa è una grande cagata, mi sono illusa mi sono sbagliata. Insomma mi è venuta la paranoia, ovviamente laterale e di soppiatto come suo solito, mascherata da pensiero razionale, s’è intrufolata e m’ha cominciato a massacrare dal di dentro e così ha continuato fino a che, sulla Papaleomobile, mentre ci lasciavamo alle spalle il temporale in arrivo su Padaniacity, il Socio non s’è intestardito col voler cavare il dente e così di nuovo sedute di autoanalisi nella Papaleomobile proprio come ai gloriosi tempi in cui mi sembrava di aver creato qualche cosa che fosse più del mio piccolo viaggio privato.

Ma siamo stanchi.
Oggi abbiamo fatto la nostra ventiquattresima data e se siamo fortunati ne faremo ancora due o tre.
Siamo stanchi.
Lasciamo il mostro nella casa del mostro e noi ci lasciamo ognuno nella sua casa, che tra poche ore è domani e il lunedì si sa, non è interessato alla nostra stanchezza. Il lunedì è crudele come la schermata del conto in banca, il lunedì se non ti prepari adeguatamente ti massacra.
Allora ci ritiriamo con la speranza di avere tempo abbastanza per rimetterci in piedi di fronte alla nuova settimana.
Non siamo risolti.
Non siamo sollevati.
Però abbiamo sonno, e questo appare un buon punto di partenza.

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Lug 05 2011

Fabiano, noi.

Avevo deciso di non scrivere niente a riguardo dei fatti di domenica. Avevo deciso così perchè io non ero in Val di Susa. Ero in turnè a guadagnarmi cinquanta euri, persa nel cuore dell’Italia terremotata insieme al mio socio, entrambi attaccati al telefono e a internet, entrambi sconvolti, entrambi esterrefatti.
Tornati a Bologna ci siamo precipitati al centro sociale per capire cos’era successo e abbiamo trovato compagne e compagni di lotta (perchè proprio di compagni si tratta, di persone con cui dividiamo la vita, le idee, le lotte, la rabbia e la gioia delle nostre giornate appese a fili tesi da qualcun altro). Compagne e compagni preoccupati, sconvolti pure loro, estremamente incazzati per la situazione in cui si trovavano Fabiano, Jacopo e Gianluca, epperò allo stesso tempo fieri perchè sapevano e sentivano che quella di domenica era stata una grande giornata di lotta, sapevano che, checchè ne dicessero i giornalisti (giornalisti???), essi, tutti, avevano risposto a un appello e ad esso erano stati fedeli, un appello che parlava di beni comuni, di amore, di autogoverno, di fierezza e, davvero, di un sentire condiviso che va oltre i confini territoriali delle nostre piccole borghesi città che ci vorrebbero tutti chiusi ognuno nel suo meschino mondo allo sfascio.

Ebbene, io la gioia non riuscivo a condividerla, non ci riuscivo no, perchè in Val di Susa non c’ero, e mi sentivo soltanto sola, preoccupata, e soprattutto incazzata, perchè per ventiquattr’ore non avevo potuto fare altro che leggere giornali che ci descrivevano come violenti, aspiranti terroristi, gente che si organizza per mettere a ferro e fuoco questo paese e che non vede l’ora si presenti l’occasione per fare casino in maniera indiscriminata, strumentalizzando movimenti che altrimenti sarebbero “puri”.
Non sono nuova a questo genere di comunicazioni. Ricordo con orrore i miei giorni genovesi nel 2001 e la quantità di menzogne che i giornali pubblicarono fino a che Diario non sbattè le foto delle torture in prima pagina. Con altrettanto orrore e disgusto ricordo il tentativo fatto dai media per distruggere il grande movimento che confluì a Roma il 14 dicembre, ricordo di aver provato questo stesso disgusto e questo stesso senso di impotenza. Era solo sei mesi fa. E riuscimmo, tutti e tutte insieme, a vincere contro questa narrazione imposta dall’alto attraverso le nostre voci, i nostri racconti, la nostra vita. Tutti diventammo improvvisamente lampadieri a rischiarare con la nostra voce il putridio prodotto dall’opinione ufficiale.

Ecco allora io non c’ero domenica in Val di Susa, però il pensiero di come, tutti insieme, ci siamo riappropriati della storia del movimento che ha portato al 14 dicembre, quel pensiero mi spinge a scrivere oggi.
Si fa presto a distruggere le persone. E io non so quanto questo blog possa scalfire il muro di menzogne costruito dai giornalisti (giornalisti????) in queste ore.
Però ci provo, con rabbia, dolore e orgoglio.

Fabiano non è “un pregiudicato”, ma una persona che mette in gioco il suo corpo e la sua testa da anni per difendere i diritti della gente come lui e come me, ma non solo. E’ uno che si è sbattuto per mesi, anni, per raccogliere le firme che ci hanno portato al referendum. E lui in piazza a festeggiare non c’è manco venuto, perchè stava lavorando. Fabiano è una persona che crede nella possibilità di rivendicare i nostri diritti, e ci crede così tanto da mettersi in gioco in prima persona, ogni giorno, in ogni momento della sua vita.
Fabiano non è un professionista della guerriglia. Al presidente della repubblica (due parole che scrivo deliberatamente con la lettera minuscola) vorrei chiedere signor presidente, secondo lei uno che lavora tutti i giorni dalle sei di mattina e  che quando finisce di lavorare si dedica portare avanti progetti come una palestra popolare in un quartiere dove non ce ne sono, o la sensibilizzazione delle persone su temi come l’acqua, il nucleare, i beni comuni, secondo lei presidente questa persona dove cazzo lo trova il tempo per andare a organizzarsi e diventare un professionista della guerriglia? Qua non stiamo in america signor presidente, questo non è un film sui cowboys, non esistono luoghi segreti dove facciamo le cose sporche, signor presidente, la vita di Fabiano, come la mia e quella di tutte e tutti quelli che erano in Val di Susa, non ha stanze buie e chiuse a chiave, le nostre vite e i nostri corpi sono in piazza, esposti, ogni giorno, con dignità e fierezza. Sono le vite che quelli come lei hanno disegnato, vite appese a fili sempre più sottili, vite che si muovono in labirinti sempre più fitti, senza bussola, sì, perchè la bussola l’avete rubata da tempo. E ciò che quelli come noi possono fare è lottare, mettendo in piazza l’unica cosa che hanno: il corpo.

Lottare per riprenderci quello che la sua generazione, signor presidente, ha insegnato essere un diritto: libertà, diritti, beni comuni, e soprattutto dignità.
Salvo poi riprendervi tutto una volta che ve lo eravate garantito per voi. Complimenti.
E visto che ci avete rubato tutto, signor presidente, visto che lo stato -che noi contribuiamo a tenere in piedi lavorando come precari e lasciandoci sottrarre il nostro tempo e le nostre giornate, oltre ai nostri soldi- ci chiude in confini sempre più intollerabili e angusti arrivando a sottrarci beni che dovrebbero essere non solo garantiti ma naturali, visto che avete già fatto questo non vi rimane che agire proprio sui nostri corpi.
E lo vediamo bene, l’abbiamo visto dieci anni fa a Genova e ripetutamente l’abbiamo sperimentato in questi anni. Che li diffondiate o meno, i racconti di tutti quelli che sono stati prelevati nelle manifestazioni e sottoposti a trattamenti a dir poco inumani, noi li conosciamo.
Adesso ci avete preso Fabiano, Jacopo e Gianluca, e non solo li avete costretti a subire delle vere e proprie torture (perchè di torture si tratta, insomma, non c’è bisogno di scomodare il devoto-oli, credo che il presidente della repubblica e i giornalisti dovrebbero conoscere a sufficienza l’italiano per capire che ci sono alcune parole il cui significato è chiaro e condiviso), non solo li avete presi.

Li avete torturati e siccome non bastava state cercando di distruggerli attraverso la diffusione di notizie che li scherniscono, diffamano, umiliano.
Io a questo gioco, mi dispiace, non ci sto.
Dove volete arrivare, dove potete arrivare?
Questa non è una gara a chi è il più forte. Perchè i più forti siete voi. Avete le armi, i lacrimogeni, le torture, gli uomini addestrati (voi si), avete la possibilità di minacciarci di chiudere i luoghi dove da anni costruiamo alternative possibili e produciamo cultura, e soprattutto avete un servile apparato informativo che vi sostiene.
Però noi abbiamo una cosa che voi non avete più, soffocata dalle vostre stesse bugie.
Abbiamo la dignità, e tutti i vostri racconti inverosimili non ce la potranno portare via.

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Lug 05 2011

oggi sono muta

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