Archive for the 'corea' Category

Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Giu 27 2012

Verso una Corea

Published by lucilla under corea, viaggi, carla vitantonio

Dovrei forse scrivere un post un tantino strappalacrime su questa nuova partenza, ma sono incartata da troppe ore nell’amletico dilemma tra le scarpe nere e quelle marroni, mentre l’incubo delle Hostess-Erinni che peseranno il mio esuberante bagaglio mi alita sul collo e ho sonno zero, sonno zero davvero. Sonno zero e romanticismo lasciato tutto in mani altrui durante questi ultimi giorni di saluti.
Che mi sembra una vita fa e mi viene un pochetto di rabbia perchè non ne ho scritto subito. Adesso è tutto già troppo lontano e non sono nemmeno sicura che quella notte fossimo proprio noi a ridere attorno alla piscina, che quella mattina abbiamo davvero mangiato arepas, che la montagna sia stata così ospitale e tutto il resto.
( Le braccia, gli sguardi, i fratelli e le sorelle, i fiumi gelidi e il mare, l’ultimo spettacolo, un foulard che mi porto in borsa e promesse di corrispondenze, promesse di tenacia, promesse di sopravvivenza. Tutto questo non so davvero più se sia esistito o meno. O forse sì, forse E’ STATO davvero, ma in una vita che è già trascorsa)

Allora sì, era nell’aria da molti, troppi mesi. Parto, parto di nuovo. Comunico ufficialmente a me stessa e ai passanti che sì, sto partendo, e sto tornando in Asia. Epperò questa è un’Asia diversa da tutte le altre.

Pyongyang, Corea del Nord.

Nove mesi.

Proverò a continuare a scrivere.

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Mag 23 2012

La mia fragola, il mio cioccolato.

21 maggio 2012, ore 8.43

Sono un rottame. Ieri sono andata alla Casa del Ron convinta che ci fosse l’inaugurazione di un’esposizione della biennale, per poi scoprire che avevo guardato male il calendario e tutti gli eventi erano accaduti domenica 13. Che imbecille. E’ stata una giornata in cui mi sono sentita super affaticata. Forse sto mangiando troppo? Mi piace il cibo cubano, soprattutto il riso e i fagioli, mi piacciono moltissimo. E il platano fritto. Ieri per esempio ho mangiato allo chalet nel parco di fronte casa. Io e Richetto eravamo gli unici non cubani. C’erano coppie di mezza età che ballavano il reggetton, lei strusciandosi col culo a pizzo, lui afferrandola per i fianchi. Certo che il sesso è ovunque, qua a Cuba. Mioddio, stamane mi sento un cesso. Me ne tornerei a dormire. Invece me ne vado in giro per La Habana central.

21 maggio 2012, ore 17.36

Improvvisamente abitiamo a Venezia. La strada di fronte è un fiume in piena, le auto sono arenate sui marciapiedi e dal cielo continua a cadere una valanga di acqua inarrestabile. Quanto durano i temporali ai Caraibi? Più di quello che avevo pensato. Piove da almeno due ore e tutti i sogni di una gloriosa nuotata in piscina con Gigi sono annegati mentre un nugolo di zanzare ronza nella casa.

Stamane ho comprato due mamei da un venditore ambulante e sono entrata in un bazar di ropa reciclada. Poi sono stata ore in giro per le varie librerie. Cuba sta scomparendo sotto le macerie di sé stessa. Per la strada nessuno si chiama companero, anche se negli uffici è ancora frequente sentire questa parola. Sarebbe bello riuscire a vivere qui, ma come si fa? Le ong sono affollate di aspiranti cooperanti e dei miei contatti precedenti non posso manco parlare. Chissà se troverò un modo. E’ questa casa mia? E se è casa mia, ho le chiavi?

Dovrei chiamare Josè e uscire con lui ma non ne ho proprio voglia. Il ritorno in Italia mi ha gettato addosso una cappa di apprensione, faccio pensieri tipo “ho sbagliato tutto”, “sono un disastro” e simili osservazioni parimenti costruttive.

22 maggio 2012 ore 00.01

Si avvicina il rientro in Italia, e mi sento malissimo. E’ già tornato tutto alla grande paranoia.

22 maggio 2012 ore 15.45

Nessuno mi aveva detto che Coppelia era il posto dove avevano girato Fresa y Chocolate. Sapevo che era la gelateria più famosa de La Habana e basta. Quando ci sono passata di fronte andando al Cafè G ho avuto una specie di flash. Sarà il socialismo o sarà forse che l’hanno fatto apposta, ma a me sembrava proprio di vedere il protagonista del film, con la sua camicia a maniche corte rosa, che mangiava il suo gelato seduto a un tavolino. E’ stata, davvero, un’impressione fortissima. Tutto era semplicemente uguale. Né Gigi né Richetto hanno acconsentito a venire con me. C’è un sacco di fila da fare, c’è un unico gusto e menate del genere. Allora oggi ci sono andata con Josè. In fin dei conti anche questo è uno dei miei amori perfetti che durano meno di 72 ore. Una specie di antibiotico contro la vita di ogni giorno. Gli ho spiegato perchè volevo ad ogni costo andarci, so che a lui non importava più di tanto ma è stato felice di compiacermi. O almeno, ha mostrato di esserlo. Non so perchè Josè mostri tutto questo interesse per me. Gigi dice che è una cosa cubana. Non so. In Italia mi farebbe assai strano sentirmi chiamare mi vida da uno dopo tre giorni che lo conosco. Però qui va bene. Josè è divertente e mi racconta dei suoi due anni di militare, dei tre minuti necessari a rifarsi la branda, di tutte le volte che è scappato e lo hanno preso, poi cita Raul (Un soldato che non fugge non è un soldato)e a me per un attimo torna in mente Josè Luis, perso nel mare delle sue citazioni improbabili, poi guardo Josè, pulito, preciso, muscoloso e organizzato e penso che è bello che gli uomini siano così diversi.

Comunque, è stato bellissimo fare la fila da Coppelia e aspettare la scodellina gialla piena di gelato. Oggi il gusto disponibile era una specie di variegato al cioccolato con alcuni biscottini attorno. Mi è piaciuto tantissimo. C’è gente che si prende due o tre di queste vaschette. Forse perchè, dopo tutta quella fila, una vaschetta sola può sembrare troppo poco.

Tra 24 ore parto e non ho voglia. Dalla Corea non mi danno notizie, è tutto morto e io mi sento completamente abbandonata. Certo che a volte le persone sono capaci di tanto egoismo! Oggi Sacha mi scriveva che forse siamo nati nel secolo sbagliato. Forse sì. Sicuramente nel Paese sbagliato, sicuramente. L’incubo di un altro mese o due in Italia senza casa né lavoro né niente di niente mi sta già soffocando.

23 maggio 2012 ore 9.25

Mi sono svegliata di soprassalto con la portiera dell’auto che sbatteva. Diobbuono Richetto se ne è andato senza ricordarsi di svegliarmi. E’ tardissimo e sto perdendo le mie ultime ore cubane cercando di riemergere dalla sbronza.

Josè mi guarda con la faccia di uno che non riesce proprio a capire perchè all’improvviso io abbia tutta questa fretta. La casa è un disastro. Resti della baldoria di ieri sera ovunque, e soprattutto niente acqua. Niente acqua. Che vuol dire niente doccia e niente colazione. Aspetta aspetta forse la colazione riusciamo a rimediarla.

Riaffiorano i ricordi di ieri sera, del nuovo posto segreto che io Gigi e Richetto abbiamo inaugurato ieri, legato anche questo, inevitabilmente, al mio viaggio a Trinidad. E poi l’estremissima esperienza sociologica della Casa della Musica dove si ballava reggetton estremo mentre un gruppo suonava dal vivo e io mi trovavo persino imbarazzata. Cuba è pure questo, un alveare di jineteras per alleviare le presunte pene esistenziali del turisti.

So che devo partire oggi, ma non ho avuto modo di prepararmi. Devo ancora fare moltissime cose, soprattutto devo ritornare in tre o quattro posti, tipo sul Malecon, insomma ci sono gli addii. O arrivederci.

Ieri, di nuovo, ho incontrato gente che avevo già visto.

Ma soprattutto mi ha dato un passaggio un Cubano che era stato a Roma per 12 anni e mi ha detto delle cose così strane che mi sono sentita davanti a un oracolo.

Mi viene quasi da credere in lui.

C’è poi la storia di Camilo Cienfuegos che mi riecheggia dentro e intorno. Non riesco a scrollarmela di dosso. Continuo a guardarmi la sua faccia sui venti pesos. E poi il pranzo pubblico, che non esiste più. E i trasporti. E Fidel e Raul e. E Plaza de la Revolucion.

Lo so, è ora di andare.

Quanto mi mancherà questo posto, quanto mi mancherà.

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Mag 20 2012

Ancora riflessioni da Cuba. Sospesa.

Pare che in Italia stia succedendo di tutto e noi, arginati al confine del mondo cablato, carpiamo una notizia ogni tanto. Intanto la vita ci passa dentro e attorno, io provo ad essere presente.

Di Trinidad non mi sento di scrivere. O meglio, ho scritto ma per ora non mi sento di pubblicare, per molti motivi diversi, tra cui una sorta di pudore, e la confusione che provo nell’avere davanti molti racconti possibili. Allora vado avanti con il diario del mio ritorno a L’Habana e del fine settimana appena trascorso.

18 maggio 2012, ore 18.00

Arrivo a L’Habana dopo un viaggio fatto di sonno pesantissimo e ricordi che si mescolano al sapore dell’amore e alle immagini della chiesa di Sant’Ana a Trinidad, due navate gemelle diroccate ed esposte al sole da secoli, erba testarda che cresce tra i sassi, quartieri nascosti e una casa con finestre di lamiera.

Arrivo sì, scendo dall’autobus e mi sorprende e mi aggredisce l’odore della città, mi riempiono i rumori delle auto, mi asfissiano le proposte dei tassisti abituati a orde di turisti. Mi avvio allora lungo la strada pensando che ho bisogno di tempo per riprendermi la città e lasciare indietro Trinidad, le sue gallerie d’arte, il suo ron, la bocca di Josè Luis e la penombra della sua stanza.

Cammino lungo un viale trafficatissimo sotto una pioggerellina mite che potrebbe durare per sempre, svolto a destra in una stradina che secondo i miei calcoli mi porterà dietro il cimitero monumentale, ma non faccio in tempo a verificare il mio senso dell’orientamento poiché arriva implacabile e imprevedibile il diluvio di maggio. Nei sei secondi necessari per trovare una tettoia sotto cui ripararmi sono già completamente inzuppata a causa della valanga d’acqua che si rovescia sulle strade. E tutto è improvvisamente allagato, il mondo si ferma sotto la pioggia di maggio, io penso che forse così mi laverò Trinidad di dosso e dimenticherò la sensazione di leggero rimpianto che mi prende quando penso che sì, forse avrei potuto rimanere un giorno in più.

Ma sapevo, sapevo che mi sarebbe successo, me lo ripeto ancora una volta e mi viene quasi da ridere: appositamente avevo portato pochi soldi e niente carta di credito, sapevo che a un certo punto in questo viaggio avrei avuto voglia di restare, voglia di diventare temporaneamente stanziale, e proprio questo volevo rifuggire, dunque ero partita per Trinidad col portafogli semivuoto e poche risorse alternative. Quanto sono saggia certe volte.

19 maggio 2012, ore 14.00

In casa siamo proprio tre bestie, Gigi, Richetto e io. A questo penso mentre nuoto nella piscina dell’albergo dove mi sono intrufolata di nascosto. Ci penso e mi viene da ridere. Gigi legge uno dei numeri di Internazionale che gli ho portato dall’Italia. Stamane allegrissima colazione con uova strapazzate e la promessa di un sabato esilarante, difatti siamo qui a sguazzare e poi torneremo al mio mercato preferito dove comprerò mango e mamei, un frutto che da fuori sembra una patata e dentro è rosa, dolce e un po’ pastoso. Chissà se questa settimana ci sono le patate oppure no. Comprerò anche una penna e alcuni croccantini di nocciole proprio come quelli che piacevano al mio ex-fidanzato (che qualcuno se lo straporti). Quando stavo a Trinidad avevo puntigliosamente asserito, di fronte a Josè Luis, che si tratta di una storia finita, non ci penso più e basta. Lui, guardandomi di sbieco come suo solito, mi aveva detto di non credermi, e che era meglio che mi schiodassi da quella storia, prima o poi. Poi aveva acceso uno dei suoi sigari.

19 maggio 2012, ore 16.30


Esperienza antropologica che mi conferma che di fronte a una partita di calcio gli uomini sono tutti uguali. Siamo qui, nel buio del Centro Basco, los chicos mirando el partido e io mirando los chicos. Chissà come andranno i giochi questa sera e questa notte. Voglio ballare. Josè mi promette che mi insegnerà. Troppi Josè in questo viaggio, dios. Per lo meno non rischio di sbagliare i nomi. Cuba, dopo la sorpresa dei primi giorni che mi aveva portato come una sensazione di troppo ossigeno, è diventata pura quotidianità. Una quotidianità fatta di gente che forse sì, ha troppo poco, ma sicuramente si gode la vita più di altri. Penso alla Corea, alla tristezza che trasuda da ogni angolo, da ogni persona di quel Paese, penso a quanti soldi ci siano lì, a internet ovunque, alle vecchine con l’ipad, penso ai department stores sfavillanti, alle chirurgie plastiche, alla magrezza preoccupante delle donne, trasformate in androgini perfetti, quasi meccanici, ripetibili, ordinati, eserciti di reazioni preimpostate. Penso alla Corea e mi sento Cuba attorno. Mi domando dove stia la mia casa. Allora ritorna This must be the place e canticchio home is where I want to be but I guess I’m already there.

La partita prosegue in un delirio di urla. Come al solito, tutti i maschi si improvvisano allenatori. Josè mi guarda in una maniera che in Italia gli farebbe guadagnare un bel discorsetto sul machismo. invece qua mi lusinga. Non mi faccio troppe domande.

20 maggio 2012, ore 12.00

Il giornalaio in bicicletta ha appena lanciato nel nostro giardino il quotidiano. Mi sembra di vivere qui da secoli. In Italia pare sia scoppiata una bomba. A Francoforte la polizia identifica e arresta compagni e compagne che manifestano per un’Europa più equa. Io, francamente, sto bene qui, a trentacinque gradi.

Gigi dorme, Richetto lavora, io scrivo. Voglio andare da Coppelia a mangiare il gelato proprio come in Fragola e cioccolato. Ma oggi è domenica, c’è troppa coda. Magari domani.

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Gen 22 2012

le tre cose che ti mancano

Il gioco che ho fatto più spesso in questi mesi è stato chiedermi quali sarebbero state le tre cose di Seoul di cui avrei sentito la mancanza. Ho trovato, di volta in volta, risposte variamente insensate, arzigogolate e improbabili, a seconda del tasso alcoolico, dell’intimità della compagnia, dell’umore e delle contingenze meteorologiche. A un certo punto ho rinunciato, preferendo un generico “Seoul mi mancherà e non so nemmeno perchè”, che sarà anche più banale ma fa sicuramente giovane artista tribolata e tormentata e insomma potrebbe avere un certo fascino su lettori lettrici appassionati e potenziali amanti.

Fine della prefazione.
Succede oggi che da oramai quarantott’ore suonate sono in Italonia, arrivata dopo fatigoserrimo viaggio e mirabolanti avventure che mi hanno vista sostanzialmente spostare il culo da un aereo all’altro alla sedia di una sala d’attesa a quella di un ufficio reclami insomma una faccenda piuttosto complicata. Giunta io in compagnia di me medesima in Italonia, subito effettuai esperimenti di socialità per verificare se il paese natio foss’ancora dotato di quelle qualità d’accoglienza e comunicatività che ricordavo e temevo di avere un tantino idealizzato. Dunque nelle interminabili ore trascorse a Milano-mal-penZA attaccai bottone con tutti, ma proprio tutti, diventando la migliore amica della tipa dell’ufficio cambi, della signora dei cappuccini, dell’impiegato della biglietteria e del facchino dei carrellini, scambiando con loro una quantità incredibile di piacevolissime inutilità e soprattutto di sorrisi e verificando dunque che esiste al mondo gente che può parlarti anche se ciò non porta un immediato guadagno insomma constatando che sì, è vero, in Italonia in genere esiste ancora il gusto della conversazione come scambio di energie sorrisi e vari fluidi positivi e fors’anche come allegrissima perdita di tempo, soprattutto quando suddetta conversazione avviene alle sei di mattina e insomma, magari ti fa cominciare bene la giornata.

Ma ovviamente non era questo che volevo dire, questa era solo la prefazione bis. Finita anche la prefazione bis succede che in Italonia ho soprattutto guardato, guardato la dolcezza delle colline che separano il Molise dal Lazio, i fiumiciattoli, le pecorelle, le casette mezze crollate, le chiese piantate nel bel mezzo del nulla, i cumuli di pietre, le strade a mezza corsia, i paeselli che sbucano nelle vallate, i fontanini, la neve sulle cime e infine CRAMPObasso, la città della mia infanzia e adolescenza. Con stupore ho ritrovato i luoghi e per ripigliarmeli mi son messa a camminare, camminare e correre, occhi spalancati e piede svelto. Allora passeggiapasseggia succede che prima o poi mi vien voglia di fumare una sigaretta.
E qui commetto un errore, ovvero, faccio quello che avrei fatto a Seoul: Cerco un tetto, un ultimo piano, un’altezza qualsiasi alla quale accedere per guardare la città dall’alto mentre mi ciuccio la mia sigarettina.

Errore, grave errore.

In Italonia il tetto è un concetto escludente, una questione privata, una condizione inaccessibile. Il tetto è mio e me lo gestisco io, e se non hai un tetto vuol dire che non te lo meriti, è colpa tua, hai peccato e il fatto che tu non abbia un tetto è indice del tuo stato di disgrazia di fronte a Dio o a Equitalia, che più o meno è lo stesso.
Le altezze in Italonia non sono condivisibili, la città vista dall’alto è una faccenda per pochi eletti e a noialtri non rimane che fumare le nostre cicchette nei vicoli pieni di scritte in dialetto o sul terrazzino del secondo piano dal quale al massimo si può vedere il terrazzino di fronte.

Mi mancano i tetti di Seoul.
Mi mancano tutte le luci, e mi manca quella torre a forma di fiammella dei cartoni animati, ogni sera colorata di un colore diverso.
Mi mancano le altezze di Seoul, le sue altezze accessibili e silenziose, dalle quali la città si lasciava osservare come un animale placido.
Mi manca il tetto della mia casetta a Itaewon, dal quale vedevo la moschea e persino il palazzo dove lavoravo, il tetto dove si fumava bardati come vecchi nostromi mentre la neve cadeva implacabile e imbiancava i cappotti, il tetto dove col bel tempo facevo i miei esercizietti sentendomi un po’ un’atleta e un po’ una vecchia zia, il tetto dal quale pensavo alla Corea all’Italia a quello che avevo lasciato e a quello che mi aspettava. Il tetto sul quale mi rifugiavo quando avevo bisogno di ordine, e lasciavo che le idee si mettessero in ordine mentre contavo le luci delle case, le credenze, le canottiere e i calzoncini stesi.

 Mi manca l’altezza accessibile e quasi tetto della casa delle improvvisate notturne, di fronte alla quale mi sospendevo e ballavo musiche improbabili in orari improbabili, e poi la mattina mi svegliavo nella stanzetta che un pochetto era diventata mia (o almeno a me piaceva pensarla così) e la prima cosa che vedevo era la città che si svegliata, tutta attorno a me, ed era bellissimo, e quasi quasi mi veniva voglia di andare a lavorare.

Mi manca il tetto della sigaretta mattutina, il rifugio che diventava nave e spiaggia e prato e sigarettificio e baretto, il tetto di tutti eppure segretissimo, la succursale d’intimità. Il tetto dove, quand’era ancora estate, andavo alle nove meno cinque per togliermi gli infradito e infilarmi le scarpe da persona seria. Quello dove i primi giorni di lavoro mi rifugiavo in solitaria per la mia sigaretta. Il tetto dove il Dottò tirava fuori la sua macchina fotografica col laccio arancione che me lo faceva immaginare come un esploratore di altri tempi.

Mi manca quella volta che di mattina presto da un quasi tetto, all’improvviso, vidi la prima casa in cui avevo abitato a Seoul. E poi vidi un passerotto. 

 In questo ritorno frettoloso, che non è un ritorno ma un transito, un passaggio, una sospensione, non ho capito molto anzi, ho capito quasi nulla, tranne che tra le cose che mi mancano di Seoul, ecco, tra le cose che mi mancano, ci sono i tetti.

I miei tetti.

 

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Gen 13 2012

La signora del kimpap

          Il pranzo a Seoul è una questione delicata. Delicata innanzi tutto dal punto di vista della scelta: a Seoul si può mangiare tutto, veramente tutto, cotolette giapponesi, pizze italiane, zupponi coreani, carne tailandese; oppure se uno ci ha il gusto della cucina fussssccccion, che qui va tanto di moda, può dedicarsi alla masticazione di uno zuppone inglese nel quale intingere una pizza giapponese condita al kimchi australiano. Insomma la scelta è una faccenda seria perchè se non sei sufficientemente concentrata e finisci nel ristorante sbagliato rischi di giocarti il resto della settimana e di ridurti a mangiare scodelle di riso e patate direttamente e comodamente seduta in bagno finchè morte non vi separi.

          Ma il pranzo è una questione delicata anche per altri versi. Per esempio, è delicata la scelta della compagnia. Se sbagli nella decisione delle persone con cui accompagnarti durante l’opera di rifocillamento, potresti trovarti a trascorrere tutta la pausa masticatoria con le orecchie bombardate di lamentazioni, pettegolezzi, frignamenti vari e simili amenità. Cose che ti viene da dire ma scusa, piuttosto sto a digiuno che fa pure bene alla salute.

          Ognuno si trova le sue scappatoie all’enorme trappola costituita dalla pausa pranzo. La mia è molto spesso rinchiudermi in una bettola segreta che ho chiamato “il paradiso del kimpap”. Il paradiso del kimpap, se non sai dov’è, non lo trovi, perchè l’entrata è di fianco a quella di un sexy shop e il colore della porta è esattamente lo stesso. Il paradiso del kimpap, anche se sai dov’è e lo trovi, non ha un aspetto esattamente invitante, quindi finisce spesso che non ci entri in ogni caso, perchè l’apparenza è un misto tra una mensa del dopolavoro, il cottolengo e il retrobottega di una Zia Cristina qualsiasi. Il paradiso del kimpap, ammesso che tu l’abbia trovato e sia entrato nonostante le apparenze, ti fa venire voglia di scappare prima di sederti, perchè non c’è un occidentale nel raggio di un chilometro e perchè è chiaro che non si parla inglese manco a pagare oro, e se vorrai farti capire dovrai fare appello a tutte le tue risorse comunicative, verbali e non. E magari in pausa pranzo non hai voglia di compiere uno sforzo tanto imponente.

          Un giorno, quando faceva ancora caldo e si andava in giro in infradito, mi sono trovata davanti alla porta del paradiso del kimpap. Forse volevo entrare nel sexy shop, o forse ne avevo le gonadi piene degli occidentali. Forse cercavo un dopolavoro ferroviario o forse ero semplicemente disperata come accade a volte in Corea a quelle fanciulle che prendono l’Asia sottogamba. Sono entrata nel paradiso del kimpap e la mia vita è cambiata.

          Nel paradiso del kimpap si mangiano i kimpap ovvero dei rotolini di riso ripieni di mille delizie. La signora che li prepara è una fatina bellissima coi lunghi capelli tenuti insieme da un berretto all’americana, e le dita dei piedi che escono fuori dalle ciabatte troppo grandi. Fa i kimpap uno alla volta, davanti a te, mettendo l’alga, il riso e il ripieno, con cura e meticolosità, sul viso un sorriso un po’ assente, come se stesse pensando a qualcosa di bellissimo.
La prima volta che le ho chiesto un kimpap in realtà non glie l’ho chiesto, l’ho indicato. Non parlavo una parola di coreano e pensavo sarei morta di fame. Ma la signora del kimpap pazientemente mi ha preparato il mio rotolino, e me l’ha servito sorridendo.
Allora sono tornata.
Quando, dopo settimane, sono finalmente riuscita a formulare una frase che sembrava vagamente una richiesta di kimpap in coreano, la signora è stata così felice che mi ha regalato una scodella di zuppa. Ovviamente farcendola con mille frasi di gioia delle quali non ho capito una cippalippa. Ma ho sorriso e ringraziato.

          E così la mia amicizia con la signora del kimpap è andata avanti in questi mesi. Io vado lì soltanto quando sono sola e ho voglia di sentirmi a casa. Ogni volta preparo qualche parola in più in coreano, per mostrarle che mi applico, che alla nostra amicizia ci tengo davvero tanto e che per lei (non per amore delle relazioni internazionali) sto imparando la lingua del regno eremita.
Lei mi sorride e mi fa il kimpap.

          Sono mancata dal paradiso del kimpap per qualche settimana, e l’altro giorno sono ritornata. La signora mi ha accolto con molte manifestazioni di affetto che ho finto di capire e le ho persino detto “eh, da quanto tempo” (almeno credo di averlo detto). In uno slancio d’amore la signora mi ha presentato il conto senza scrivere i numeretti sul foglio, come faceva di solito, ma pronunciando le parole “sono tremileccinquecento won”. Ebbene, ho capito e glie li ho dati. La signora era molto contenta. Anche io ero molto contenta, e penso che se i coreani fossero stati tutti così con me, se mi avessero riservato questa delicatezza, se non mi avessero detto di sbrigarmi a scendere dal taxi ogni volta che ci mettevo più di tre secondi, se non mi avessero sbattuto le mani a croce davanti dicendo “opsoiò” ogni volta che desideravo qualcosa che loro non capivano cosa fosse, se ecco mi avessero risparmiato qualcuna di queste esperienze e mi avessero sorriso come la signora del kimpap io forse oggi il coreano lo parlerei molto meglio di così.

          Oggi, venerdì, sono andata dalla signora del kimpap perchè era l’ultimo venerdì di lavoro e avevo voglia di festeggiare. Non sono riuscita a spiegarle perchè, ma credo lei abbia capito che era un giorno speciale, dal momento che mi ha servito il kimpap su un piatto speciale, disposto a mo’ di fiorellino, come nessuno aveva fatto mai. L’ho ringraziata e ho mangiato il kimpap più buono della storia delle relazioni internazionali.
Poi sono andata a pagare e le ho detto che i suoi kimpap sono davvero, davvero deliziosi.
La signora ha sorriso.

          Sono uscita e Seoul era assolata e gelida assieme. Camminavo, cinque gradi sotto zero, dentro il mio ultimo venerdì in questa città. Era bello camminare per Seoul. La città sembrava accogliente e all’improvviso un po’ di quella sguaiatezza che m’ha ferita in questi mesi era come scomparsa.
Allora ho pensato alla signora del kimpap e mi è venuto un grande senso di gratitudine, perchè lei questo posto me lo ha fatto proprio amare. E io quando torno, se torno, vado al paradiso del kimpap, ammesso che esista ancora, e le dico che mi è mancata un sacco.

 

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Gen 11 2012

Asia shaker

Dice il Dotto` che, arrivata a Bologna, potrei mettermi nel mezzo di Piazza San Francesco con un cartello recante la scritta

 

reduce dall’Asia
aiutatemi

 

Eh, perche` adesso che si avvicina il giorno della partenza, e mio malgrado le valigie cominciano a chiudersi, mi scopro all’improvviso tutta sballottata e mi domando come sara`, essere catapultata da un giorno all’altro in un mondo dove le persone si toccano in continuazione, ti guardano in faccia, e se c’e` qualcosa che non va NON SMETTONO DI PARLARTI ma ti chiedono spiegazioni.
Allora potrei aver bisogno di una sorta di sostegno psicologico, meglio se corroborato da un coadiuvante etilico o -in senso piu` lato - stupefacente. Potrei aver bisogno di guide, interpreti, gente che mi aiuti a evitare di morire a causa di qualche stupida disattenzione. Potrei ricorrere al nostro compianto e amato servizio sanitario nazionale per domandare se non ci sia la possibilita` di incontri settimanali con qualche specialista che mi aiuti a curare la mia febbre asiatica.

Io non lo so cosa succeda agli altri, quando arrivano in Asia. Che poi l’Asia come abbiamo avuto modo di ripeterci piu` e piu` volte e` milledduecento cose, la Corea non e` il Giappone e non e` la Thailandia, e quindi dire Asia ha poco senso, da un certo punto di vista, ma ne ha anche tanto e non so spiegare perche` ma piu` si sta qui e piu` si capisce che la parola Asia ha un valore, e allora non so cosa succeda agli altri, ma posso dire che se per caso sei una fanciulla e hai un paio di grammi di cervello e magari li usi, se queste condizioni sono rispettate e sulla loro base arrivi in Corea ecco, allora avrai davvero davanti dei giorni difficili. Intensi, belli quanto vuoi, ma difficili.

Perche` cioe` adesso parliamo di me, no. Io mica sono di pietra. Mica arrivo qua come un monolite calato dalla luna e dico ecco prendetemi o cosi` o niente. Mica sono inscalfibile. A me ’sta Corea mi ha provata. Mi ha fatto venire i dubbi porcamaella, dubbi politici, dubbi sociali, dubbi privati. Perche’ quello che vedo a volte non mi piace. Ma d’altra parte il mondo che ho lasciato, manco quello mi piace. E allora non ho soluzioni, ho comprato il libro dei problemi e non mi hanno dato l’appendice con le risposte, eh. Rimango senza parole.
Che poi questi dubbi, maledetti loro, non arrivano dalla porta e bussano educatamente. No. Essi s’insinuano, in genere di notte, e tu ti svegli la mattina e ti guardi allo specchio e improvvisamente ti scopri a raccontarti che
NON E’ VERO
che tutti i corpi hanno la loro bellezza. Non e’ vero. Hanno ragione le coreane. Ci sono dei corpi belli e dei corpi brutti, e il corpo bello deve pesare non piu’ di 50 chili e rispondere a precisissimi criteri proporzionali, roba che le lezioni di educazione artistica delle medie ci fanno un baffo. Pura tecnica.
NON E’VERO
che siamo padrone dei nostri corpi. Non e’ vero niente di niente. Non e` vero che nel mondo c’e` spazio per tutte. Nel mondo c’e` spazio solo per quelle che corrispondono a certi canoni estetici.  E basta, non si discute.
Quello che ci andiamo raccontando e` un bel mucchio di menate. Siamo troppi su questo pianeta e non c’e` posto per tutti. Non so chi abbia deciso le regole, chi abbia definito i canoni cui bisogna aderire per stare nel gruppo di “quelli che hanno diritto”, ma ho scoperto in Corea che questo gruppo esiste, e io non ne faccio parte, e posso continuare a blaterare stronzate sull’emancipazione e i diritti quanto voglio, sono solo grosse e profumate stronzate.

Lo so, potrebbe sembrare adesso che io sia partita con uno dei miei tormentoni filosofici sulla donna e il corpo e l’uso del corpo eccetera. Potrebbe addirittura sembrare che io stia usando dell’ironia. E invece no. Io sono seria, serissima. Per la prima volta nella mia vita mi sono venute le paranoie. Questo binomio vincente /perdente, che sta ovunque, mi e` entrato come un piccolo virus e mi devo fare violenza per non utilizzarlo. Sono una vincente? sono una perdente?
Il mio corpo, sicuramente, in Corea perde, e`gia` il simbolo di una sconfitta inevitabile, quasi karmica. Il mio atteggiamento, poi, che ne parliamo a fare.
Un disastro,  non ne ho combinata una buona.
Sono troppo intraprendente per i maschi, troppo imbarazzante per le femmine, non rispetto le regole, non mi inchino al momento giusto, non mangio al ritmo opportuno e non rispondo ai messaggi col giusto ritardo.
Mi interesso troppo alle persone. Cazzo.
Mi interesso troppo alle persone. E
soprattutto, in genere, credo a quello che mi dicono.

Ecco questo e` un errore fondamentale. Non bisogna mai, mai credere a quello che ti si dice. La verita` e l’onesta` intellettuale sono dei concetti culturalmente troppo connotati per essere condivisibili.
Diobbuono che fatica, che senso di spaesamento.

Infatti tra una settimana parto e ho la sensazione di stare dentro un frullatore, ho l’impressione di essere stata provata, fiaccata nella mia identita’ da questo viaggio. Bisogna a un certo punto avere l’umilta’ di rimettersi in discussione, e’ vero. Sono arrivata qua convinta di essere una persona aperta, mi riempivo la bocca di parole come accettazione convivenza multiculturalismo. Erano tutte balle. E’ difficile, difficile porca miseria.
Me ne vado con molte domande in piu`, e soprattutto con molti silenzi. Me ne vado con la certezza di aver vissuto in un mondo dove bastava guardarmi per capire che ero una perdente, e mi domando se non sia poi un pochino vero.
Sono arrivata convinta che il confronto onesto fosse l’unico modo per vivere la vita e le relazioni. Da questo punto di vista ecco, sono affranta, affranta, perche` il confronto onesto qua e’ un concetto che non ho mai incontrato.

Eppure sono contenta, perche` mi sembra di essermi presa un bel paio di ceffoni, ben centrati, e di aver riacquistato un po’ il senso delle dimensioni, del mio essere minuscola, della piccolezza del mondo in cui ho vissuto fino a qualche mese fa, e sono contenta, sono completamente persa ma sono contenta.
E’ tutto spostato dentro di me, un casino, un macello, un campo di battaglia di quelle battaglie medievali, morti feriti e cavalli a gambe all’aria, ma mi sembra di essere viva, mi sembra di crescere, mi sembra di darmi una possibilita`.
Non lo so, che cosa  mi porto.
Non lo so.
Magari me ne accorgo tra dieci anni.
Adesso sto qua, con tutti i pezzi di me sparsi come un puzzle e non mi ritrovo.
Ma io, per questo rimestamento totale, mi sento di essere grata. Mi sembra un regalo immenso, una possibilita`, un nuovo punto di partenza. Ecco.

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Gen 06 2012

Rock’n Roll delle cinqueqquarantasette

Venerdi` sei gennaio duemileddodici e la befana non ci ha portato manco un poco di cenere e carbone, ci son rimasta quasi male poiche` ci tengo molto al pubblico riconoscimento della mia cattiveria, ma ahime` quest’anno la befana m’ha schifata e non m’ha punita pubblicamente, scontentando cosi` il mio lato masochista, che subito ha rimediato sfracicandosi le gonadi con uno di quei bei pensieri paranoici che si fanno all’inizio dell’anno o, nel mio caso, a ridosso del proprio genetliaco.

Ebbene si` confesso di non aver scritto per giorni molti poiche` - dopo aver diffuso e profuso buonumore, coraggio e tante inutilissime belle parole sull’importanza di sfidarsi, di lottare, di aspettare l’anno nuovo con coraggio e speranza - m’e` preso uno tsunami esistenziale dal quale sento che lentamente mi ripiglio appunto oggi, dopo quasi ‘na settimana, che dico oh grazie tanto, se capodanno e’ lo specchio di come andra` l’annata devo sinceramente preoccuparmi poiche`questo e` stato in assoluto, e dico in assoluto, in assolutissimo, il capodanno piu` brutto della mia vita.

Pussa via capodanno schifosissimo e portati via tutti gli scoramenti e le lamentele, portati via le persone-sanguisughe che s’attaccano per solo ciucciare, portati via i rubatori d’energia e buonumore, portati via i mentitori, gli squallidi, portati via quelli che sono convinti di non avere abbastanza tempo, portati via chi pensa che le cose siano piu’ importanti delle persone.
Pussa via malefico capodanno e portati con te l’individualismo acre e velenoso che ho conosciuto in Asia, quello fatto di relazioni che non esistono, di utilita`, di sfiducia reciproca, quello che ti fa dormire con un occhio sempre aperto, che non ti fa mai essere completamente te stessa perche` sai mai che ci sia qualcuno che ti osserva.
Che schifezza di capodanno e che schifezza di riflessioni esistenziali ho fatto, mannaggia alla Befana, e infatti non io voleva scrivere eh no, io non voleva scrivere piummai per timore di riversare sulle parole la mia scontentezza la mia delusione il mio spaesamento ah. Improvviso mi giunse il maledetto tsunami, eppure ero convinta di essere a cavallo di essere ooooocchei ero convinta ma invece no. Da un momento all’altro ecco le sabbie mobili e di nuovo il terrore, il terrore, di non essere capace di leggere attraverso le persone, di non riuscire a capire le relazioni.
Agghiacciata rimasi davanti all’atroce dubbio di essere fatta ahime` male malissimo e piu` non mi ripigliavo.

Invece stamane alle cinqueqquarantasette mi sono svegliata e Seoul riluceva attorno a me dentro il suo acquario notturno di silenzi e lucine. Dalla finestra guardavo le mie strade segrete, quelle che solo si percorrono dopo una certa ora della notte e prima che faccia mattina, le strade sulle quali si cammina spogli dell’armatura con pochi fidatissimi e altrettanto scalcagnati guerrieri.
Alle cinqueqquarantasette mi sono svegliata stamane e Seoul attorno a me era placida pacifica e bellissima. Allora mi sono rimessa sotto le copertine nel calore del dormiveglia e ho pensato che si` e’ vero, sto per compiere trentatre` anni come Cristore` e non sono riuscita nemmeno a farmi venire uno straccio di stigmati simboliche, niente di niente, ho pensato che si` e` vero anche quest’anno come tutti gli anni mi terrorizza l’arrivo del giorno diciassette e anzi se possibile mi terrorizza ancor piu` che di solito per motivi che non mi mettero` a sviscerare adesso, ho pensato che ho una valigia da preparare e un sentimento assai confuso e contrastato nei confronti di questa nuova partenza,  ho pensato che molte cose non sono andate come speravo, ne` come pensavo e nemmeno come temevo, a queste ed altre cose ho pensato nella dolcezza delle mie copertine mentre Seoul muta brillava fuori dalle finestre, pero` poi ho pensato anche che questa esistenza storta e malcondotta, vissuta alle cinqueqquarantasette di ogni giorno, e` mia, e basta, che le cinqueqquarantasette di ogni mattina sono le mie, mi appartengono, sono il mio regno inconquistabile e nessuno alle cinqueqquarantasette riuscira` mai a convincermi che sono sbagliata.
Io, alle cinqueqquarantasette, sono perfetta.

E infatti mi sono rimessa a dormire e ho sognato Humphrey Bogart che mi diceva che mi amava alla follia e anche io gli dicevo che lo amavo, e pattinavamo quietamente sul ghiaccio in tutto questo amore rotondo e corrisposto e perfetto e il mondo aveva spazio e tempo per la nostra storia d’amore delle cinqueqquarantasette.

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Dic 30 2011

il pippone di fine-danno?

Trenta dicembre duemileundici e sono davanti allo schermo con il cervello un tantino appannato. Ho un crampo a un indice e un piede incriccato ma non ho ricordi di incidenti, imprevisti o probabilita` avvenuti nella notte tra vicolo corto e parco della vittoria, dunque deve essere soltanto che il mio corpo, arrivato al penultimo giorno dell’anno, dopo essersi subito una serie di strapazzatine niente male, ha cominciato a chiedere di saltare un turno e passare per il via senza ritirare le ventimila lire.

Tutta questa tarantella per dire che non rispondo molto di quello che scrivo e che volentieri mi esimerei dal farlo ma invece ho promesso  e ora debbo onorare il mio debito, manco fossi Bach, che doveva scrivere ‘na canzonetta al giorno senno` quelli della multinazionale ecclesiastica per cui lavorava lo licenziavano.  Io e Bach abbiamo in comune solo il fatto che entrambi abbiamo due nomi, io non capisco una cippa di musica, non lavoro per una multinazionale ecclesiastica e certamente non sara` questo sito a cavarmi fuori dai casini ma insomma e` fine anno e c’e` bisogno di tirare un po’ le fila che senno` qua e` tutto un polpettone e arrivi a trentatre` anni crucificata come Jisuscraist e non  sai manco pecche`.

 

Allora volevo fare un post rompendo la cosi` detta quarta parete
e rivolgermi direttamente ai lettori e alle lettrici delle lucilleidi
con una riflessione che e` la seguente:

Ci sono dei momenti della vita in cui le persone si vivono i passaggi i transiti i cambiamenti eccetera. Io peraltro sono anche discretamente fortunata poiche` ’sta faticosa transumanza me la sto vivendo a cavallo tra due anni e quindi se mi viene fuori un certo spirito mistico posso appellarmi a vari simbolismi ritualismi ecceterismi insomma posso ammantare il tutto con un velo di santita`, che fa molto sexy.
Quando sono arrivata a Seoul ero convinta di essere io carlavitantonio l’attrice e pensavo che mai mai sarei stata altro. Pensavo che avendo io deciso d’abbandonar lo teatro mi fossi come amputata un arto, volontariamente, per evitare che la marcescenza s’allargasse.
Ma soffrivo ah se soffrivo.
Ero convinta che io fossi il teatro e il teatro fosse io, che lo so puo` suonare un tantino megalomane ma era umanissimamente cosi`, sentivo che la me migliore era contenuta in quelle ore trascorse a provare a scrivere a comporre e soprattutto in quelle lunghe soste sul palco durante le quali mi sentivo intensamente profondissimamente completamente presente.
E giusta, e adeguata, e accettata e amata e amabile.


Arrivo’ poi il momento di dire basta per motivi che un po’ si possono spiegare e un po’ no. Un basta pronunciato con rabbia e desolazione e soprattutto con paura, si`, perche` pensavo che mai piu` nessuno avrebbe potuto amarmi una volta amputato il teatro da me.
Insomma pensavo che la mia bellezza la mia intensita` fossero tutte racchiuse li`, pensavo di non avere nient’altro da dire, inoltre ero convinta - e so che anche questa confessione potrebbe suonare un tantino megalomane o paranoide- che chi m’amava lo facesse solo grazie a quello, grazie alla bellezza del teatro che riluceva dentro di me e rendeva splendente e profumato anche questo vuoto corpiciattolo che ero io.

Questo pensavo e giunsi a Seoul terrorizzata, persuasa che m’aspettasse un’esistenza mediocre punteggiata di rinunce, una vita solitaria nella quale nessuno piu’ sarebbe entrato poiche` adesso io ero solo l’involucro secco senza piu` quel prezioso contenuto.

 

E invece e` successo che qui ho scoperto che io sono io
anche senza teatro.
E che ci sono delle persone che mi possono amare cosi`,
pur senza avermi mai vista attrice.
Che non sono un involucro vuoto.
Che esisto.
Che non era solo il teatro a farmi respirare.

 

E tutto questo e` difficile, cavolo, difficilissimo, perche` vuol dire pure ogni giorno accettare la sfida di costruire cose nuove e sconosciute, di scolpire forme nuove, non sempre piacevoli non sempre comode non sempre rassicuranti.
E’ difficile ma e` bello e soprattutto divertente, e io non mi stanco. Allora l’Asia per me, a parte un sacco di altre cose che non riesco  a scrivere e a parte quelle che ho gia` scritto, l’Asia per me e` anche questo, la possibilita` di costruire, di vedermi esistere a prescindere da quello che c’era prima. Di scoprirmi amabile, adeguata, anche senza il respiro del teatro dentro di me.
Io non lo so spiegare, ma questo e` al tempo stesso doloroso e magnifico e faticoso e soddisfacente e mannaggia a me che ho cosi` pochi aggettivi vi prego l’anno prossimo regalatemi un dizionario perche` io sono francamente annoiata dal mio parco aggettivi.

Mi ricordo cos’ero prima e non so cosa sono adesso non so manco cosa diventero`, e mentre lo scrivo mi faccio ridere perche` mi sento come quel cretino di Pieropelu` che c’ha il corpo che cambia nella forma e nel colore, ma francamente non mi pare importante. Ho paura certo, a volte paurissima perche` mi sento sola e tutte le solite menate che ben conosciamo e dunque non riportero`, ho paura ma sono pure eccitatissima come prima di partire per un viaggio.
Quindi mi dispiace mi dispiace molto se a volte non scrivo sul sito per giorni e settimane, ma succede che passo intere mezz’ore a chiedermi chi e` che sta scrivendo, e come dovrebbe scrivere, e che dovrebbe dire, e a volte questa me un po’ sconosciuta semplicemente non ha niente da dire, anche perche` non e`proprio certa di quello che prova di come lo prova, e ha paura di fare casino.

Insomma arriva il 2012, io sono sempre io, ma anche no,
e la prossima volta, prima di essere cosi` insistenti nel lusingare il mio ego
chiedendo un post, pensateci bene, vi potrebbe capitare un altro pippone di questi,
sono pur sempre un’egocentrica.

 

Buon anno a voi, intrepidi antieroi e antieroine.

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