Archive for the 'corea' Category

Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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Ott 24 2013

Folpetti poenta e n’ombra de vin

Oggi 24 ottobre ero lì che mi chiedevo ohibò che giorno sarà, il 24 ottobre? Proprio non mi veniva in mente ma sicuramente qualcosa doveva essere successo il 24 ottobre di molti anni fa perchè io mi sentivo come quelle volte che è il compleanno di qualcuno e tu stai proprio per dimenticartelo. Una sensazione orribile, ammettiamolo.

Pensa pensa, eh già che in questo posto abbiamo molto tempo per pensare, soprattutto se la connessione internet non funziona e tu sei lì ad aspettare - fervente come una fedele alla madonna delle connessioni - che  il segnale telefonico ritorni, l’amatissimo, perpetuo, monotòno tuuuuuuuuu che indica che la Cina di nuovo ti ha messo in condizioni di entrare in relazione con il resto del mondo. Ne abbiamo sì, di tempo per pensare, mentre il computer si impalla, il riscaldamento non funziona, l’elettricità se ne va proprio nel momento meno opportuno e il tram sotto la finestra si ferma a cinque metri dalla pensilina provocando lo sciamare di un numero incredibilmente alto di persone che sì, evidentemente erano proprio tutte lì dentro, non c’è niente da dire.

Ma devo mettere più verbi di senso compiuto e più punti. Quando sono troppo nervosa o proiettata nell’agire mi succede che la scrittura mi si incastra e continua come quando si blocca il tasto a e scriviamo aaaaaaaaaaaaaaaa. Sono incastrata e invece no. Punto e a capo.

Dicevo dunque pensa pensa ho scoperto cosa è il 24 ottobre. Il 24 ottobre era il giorno in cui, quando si abitava ancora a Padaniacity, si andava a Noventa alla sagra dei folpi. I folpi sono i polpi ovvero quegli animali pieni di zampe e ventosucce un po’ viscidini ma molto succulenti, succulenti assai direi soprattutto se cucinati a puntino alla fiera del folpo di Noventa. Insieme al folpo si piglia la poenta, si beve un’ombra de vin, o magari due o tre, alla fine della serata si guardano i fuochi d’artificio e poi un po’ mbriaghi si torna a casa tutti felici, cantando canzonette varie, in carovana.

La sagra del folpo era sempre una sagra un po’ erotica in cui si finiva con lo strusciare la coscia contro quella di colui col quale avresti voluto fornicare al termine dei fuochi d’artificio. Spesso il desiderio diventava realtà, forse perchè eravamo giovani e belli, forse perchè ubriachi, o forse perchè il folpo aveva davvero un che di miracoloso, davanti al folpo tutto poteva diventare realtà.

Ecco un folpetto mi ci vorrebbe adesso, ai cui otto tentacoli confidare i miei desideri più borghesi e le mie paure più telegeniche. Se avessi un folpo gli chiederei l’entusiasmo, l’entusiasmo gli chiederei, quello che non ho più e che le persone attorno a me non sanno nemmeno cosa sia.
L’entusiasmo di rischiare, di scommettere sul numero difficile, l’entusiasmo come quella volta che abbiamo deciso di andare in Cina insieme perchessì.
L’entusiasmo di quando si comincia.
O di quando si ricomincia.
L’entusiasmo dell’amore.
Delle cose che sembrano scontate ma non lo sono.
Folpo mio, vorrei non avere paura e non respirare paura attorno a me. Vorrei saltare sapendo che non sono sola. Vorrei fare come in quella scena di Aladino. Ti fidi di me? Sì, vorrei dire, mi fido di te. E allora ci metteremmo a cantare il mondo è mio. La vita non sarebbe facile, perchè è chiaro che su un tappeto volante tutto è sempre molto precario e basta un minimo passo falso per cascare giù e rovinare tutto. Tanto più se mentre sei sul tappeto stai anche cantando, insomma sei impegnata in una serie di compiti di una certa difficoltà, ma sarebbe bello cercare ogni giorno nuovi modi di stare in equilibrio mentre il tappeto continua a viaggiare e sì, sì, a volte potremmo avere l’impressione di perdere il controllo, ma farebbe parte del gioco. Il mondo è mioooooo.

Invece niente tappeto niente Aladino. Calcoliamo l’entità del danno prima che esso avvenga. Carro davanti ai buoi, testa fasciata prima di cadere e varie ed eventuali banalità della nostra esistenza noiosa, noiosa, noiosa. Che cosa ce ne andiamo a fare, fino all’Asia più asiatica, se poi rimaniamo indecisi nella speranza che qualcosa di meglio ci accada?
Io una cosa ho capito, una cosa sola. Che non basta un singolo, isolato, gesto eroico per vincere contro la pigrizia interiore. Ogni giorno, ogni giorno bisogna prenderla a picconate. Per questo vorrei avere un folpo con otto tentacoli, e otto picconi.

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Ago 28 2013

Esercizi di volo,1

Published by lucilla under corea, sogni, carla vitantonio

La tua voce come il coro delle sirene di Ulisse mi incatenaaaaa
Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimooooo
E’ bellissimo perdersi in questo incantesimoooooo

Abbandonate definitivamente le velleità di una comprensione totale dell’amato, della totale accoglienza reperibile tra le sue braccia nei secoli dei secoli nonchè nel miracoloso ritrovamento del sacro graal fusionale durante uno dei miei giri per il mondo, me ne sto accovacciata sul bordo dell’estate nordcoreana e guardo con occhio un tantino malinconico il termometro che si abbassa.
Per il terzo anno di seguito vedo il monsone appiccicaticcio, mi spalmo del caldo intenso dell’Asia Pacifica, maledico la pioggia infinita e boccheggio alla ricerca dell’angolo più fresco del letto e poi all’improvviso debbo alzarmi di notte a chiudere la finestra, perchè la stagione delle piogge è terminata e ci avviamo rapidamente verso l’autunno, con le sue foglie rosse e il suo sole che se ne va ogni giorno un po’ prima.

Non mi piace pensare che presto dovrò mettermi a cercare i collant e che la sera non potremo più andare a tuffarci in piscina per uccidere il calore ossessivo mentre le cicale respirano rumorosissimanente attorno a noi. Non mi piace guardare l’autunno che arriva, nemmeno in Asia, dove pure è bellissimo e fa venire in mente i cartoni animati degli anni ottanta.

Guardo ogni pomeriggio il giorno suicidarsi un po’ prima e ho questo sentimento di  sconforto esistenziale, perchè ogni anno la primavera e l’estate promettono tanto, troppo, e ogni anno all’improvviso si ripete il rituale di questo suicidio, senza che io abbia avuto tempo di fare quello che pensavo avrei fatto. E’ una specie di ultimo ballo in Dirty Dancing, una specie di saggio di chiusura del villaggio, o come dice lui mentre cammina al mio fianco di notte, una specie di lunga domenica pomeriggio.

E noi stiamo liquidi dentro questa domenica pomeriggio umida e tumida senza osare domandare a che ora suonerà la sveglia domattina, senza sapere bene cosa ci aspetta. Eppure me lo ricordo, che settembre mi ha sempre portato cose  belle e intense. Mi ricordo scorrazzate in bicicletta alla ricerca degli amici e di nuovi improbabili lavori. Mi ricordo bicchieri di vino bianco bevuti all’impiedi, in piazza, dopo ore trascorse sui libri in aula studio. Mi ricordo le speranze dei provini di settembre e le decisioni che ci avrebbero poi portati lontano. Ognuno lontano da tutti gli altri. L’assegnazione delle stanze a Monte Change, mi ricordo, e tutti gli amici e i compagni in attesa sui muretti, ognuno a raccontarsi l’estate trascorsa e le incredibili straordinarie avventure compiute in qualche sperduto campeggio economico d’Europa.

Accovacciata sul bordo dell’estate che se ne va, mi domando cosa succederà una volta che essa si sarà definitivamente suicidata. Quali valigie mi ruberanno ciò che credo sia mio. Ho pensieri belli belli e pensieri acri come la polvere del carbone d’inverno. Ho speranze e paure, tutte insieme sorgono e tramontano ogni giorno in questa danza sempre più rapida in sincronia con il sole, che non mi parla.

Io voglio che possiamo vedere l’inverno, e il suo giorno breve, e le nuvolette di fumo che escono dalla bocca come impertinenti pesciolini mentre ci infiliamo in fretta i guanti e i cappelli e parliamo di un’altra estate a venire.

 

La tua pelle come un’oasi nel deserto ancora mi catturaaaaa
Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimooooo
E’ bellissimo perdersi in questo incantesimooooo

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Ago 15 2013

Se penso a come ho speso male il mio tempoooooo

Che poi dopo un viaggio infinito arrivi in Cina, e ci sono due amici ad aspettarti in una casina piccola piccola dove però ci sono acqua calda, asciugamani puliti e un ventilatore puntato proprio sul letto. E ti sembra quasi casa. Allora riparti per l’ultimo pezzo di viaggio, speranzosa, ripetendoti che questa sensazione di morte e tragedia che hai dentro è solo lo stress da fine delle vacanze.

Ti dici con un poco di indulgente autoironia che sei diventata proprio una borghese da film degli anni ottanta, che all’idea di tornare in ufficio ti senti male e sei più angosciata di prima della partenza. Ti ricordi di quando non esisteva la routine, non esisteva un ufficio, ma esistevano travi rosse sul soffitto da guardare alle cinque di mattina di un giorno qualunque, dopo aver lavorato sempre troppo ma sempre con gioia.

Ti infili in un aereo iperaffollato da turisti che si sentono i più fichi del mondo perchè stanno arrivando proprio là dove vivi tu.  Ti siedi al tuo posto, sempre vicino al finestrino, oramai l’hostess lo sa a memoria. Pensi al tuo socio. L’odore di morte del Vietnam non può che ricordarti tutti i cadaveri della tua vita. In particolare i cadaveri dei suicidi.
Conti i morti sulla strada. Non conosci i motivi. Come ad Halong Bay nuotavi tra lattine di coca cola e pannolini così i pensieri cercano di districarsi tra tutti questi pezzi di carne marcescente.
Continui a porti delle domande sul perchè così tante persone hanno scelto di suicidarsi da te. Ti ripeti che capita a tutti. Che non importa avere le risposte. Che la vita poi mostra le differenze, e le differenze sono un indice del fatto che no, non poteva andare altrimenti. Però un po’ fa male ancora.

Intanto l’aereo si avvicina paurosamente a destinazione e non c’è più tempo per queste inutili lamentazioni.
Inevitabilmente comincerai col piede sbagliato, perchè questa vacanza è stata troppo breve e troppo densa di presagi.

Ma la stagione dell’amore viene e va…
i desideri non invecchiano quasi mai
con l’età

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Gen 30 2013

Pyongyang- Kuala Lumpur: Far Away, so close

La mia Malesia comincia a Pechino il 25 dicembre.

 

Eliminato qualsiasi rimasuglio di educazione cattolica, piglio l’aereo il giorno di Natale alzandomi a un’ora improbabile. Ero convinta di aver preparato per bene le valigie e invece come al solito gli ultimi preparativi mi fanno arrivare quasi in ritardo all’appuntamento con l’autista. Telefonino, chiavi, riscaldamento, ma soprattutto rubinetti. Quando si lascia questa città per alcuni giorni la cosa fondamentale sono i rubinetti. Che se per caso ti dimentichi un rubinetto aperto in uno dei lunghi momenti di razionamento dell’acqua, poi ti trovi il palazzo allagato. E siccome mi e’ successo appena una settimana fa, il 25 dicembre prima di chiudere casa faccio il giro delle tubature almeno quattro volte, andandomene comunque un un gusto d’irrisolto in bocca e il terrore che la vicina di sotto si ritrovi nuovamente la cucina allagata a causa mia.

 

Piccole paranoie da paese in via di sviluppo, che danno un tocco d’avventura alla noia della quotidianità. Ma questa è un’altra storia, che racconterò forse fra un anno o due, o forse mai, dipende da quanto mi pagano.

 

 

L’aeroporto è tanto freddo quanto la strada e l’auto. Non vedo l’ora di salire a bordo. Ma come al solito le procedure sono lunghissime, mi si ghiacciano i piedi, le mani, il naso. I locali paiono impermeabili al gelo, chiacchierano come se niente fosse mentre le uniche due occidentali presenti in sala d’attesa, io e Julie, la mia compagna di viaggio, tremano come foglie sferzate dalla tramontana.

 

25 dicembre 2012, tra sei o sette ore la mia famiglia si sveglierà e farà colazione con pandori e panettoni, litrate di caffelatte ma con il dolcificante, che tutti sono categoricamente ed eternamente a dieta, una specie di maledizione di Sisifo che distingue come un dna il mio albero genealogico. Io non ci sarò, perchè sono a 10.000 km di distanza dall’Italia, a meno 17 gradi, ad aspettare il mio aereo per Pechino. Che finalmente parte. Guardo la città che diventa piccola piccola e poi scompare: la mia vacanza è cominciata.

 

 

La Malesia è allora un po’ Cina e un po’ Tailandia, prima di essere Malesia. Pechino ci accoglie con tutti i festoni di un natale inutile, commesse travestite da babbonatale e l’estetista che mi fa i peli indossando il rituale cappello rosso e bianco. Ceniamo alle cinque, che abbiamo una fame boia, nel ristorante thai più fico del quartiere, e io mi sento proprio una signora mentre accarezzo i piatti di legno e ciuccio il mio succo armonizzante rivitalizzante energizzante al cetriolo cocomero cavolo cinese coriandolo cumino carota.

 

In Cina come di prassi ci si sta solo il tempo necessario per riabituarsi al capitalismo e comprare le cose imprescindibili. Nel mio caso un costume, che come al solito ha il reggipetto troppo piccolo ma è il migliore che ho trovato, ho dovuto contrattre mezz’ora per ottenerlo a un prezzo decente, maledetti mercanteggiatori cinesi e maledetti mercati sempre troppo pieni di turisti imbambolati. Ma insomma alla fine il costume è in borsa, le creme solari si compreranno a Kuala Lumpur, il messaggio di risposta automatica dell’email è stato attivato e tutto è pronto, compreso un grosso sacco nero dove chiuderò cappotto sciarpa guanti e cappello per ben 18 giorni. Non ci posso credere. L’ultima vacanza così esotica risale al 2010 e fu il tremendo soggiorno in Tailandia con il mio ex, non ci voglio manco pensare. Quanto disamore, quanta tristezza, quanta pochezza. Ma il primo proposito per il 2013 è, appunto, smettere di pensarci, e proprio per questo me ne vado in Malesia, costumino in borsa e una guida letta e studiata fino all’inverosimile.

 

 

Neanche si fa in tempo ad abituarsi al caos di Pechino che si è sull’aereo per KL. Sei ore di volo e nemmeno un’ora di fuso orario. Il viaggio perfetto, completamente verticale, la chiara, inebriante direzione è il meridione o, in un’altra prospettiva, il centro della superficie terrestre.

 

L’unica, terribile ed eccitante differenza è in temperatura: passiamo dai -17 a + 27, esattamente quaranta gradi di differenza, e in fondo è proprio per fare questa esilarante esperienza termica che abbiamo scelto la Malesia.

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Giu 27 2012

Verso una Corea

Published by lucilla under corea, viaggi, carla vitantonio

Dovrei forse scrivere un post un tantino strappalacrime su questa nuova partenza, ma sono incartata da troppe ore nell’amletico dilemma tra le scarpe nere e quelle marroni, mentre l’incubo delle Hostess-Erinni che peseranno il mio esuberante bagaglio mi alita sul collo e ho sonno zero, sonno zero davvero. Sonno zero e romanticismo lasciato tutto in mani altrui durante questi ultimi giorni di saluti.
Che mi sembra una vita fa e mi viene un pochetto di rabbia perchè non ne ho scritto subito. Adesso è tutto già troppo lontano e non sono nemmeno sicura che quella notte fossimo proprio noi a ridere attorno alla piscina, che quella mattina abbiamo davvero mangiato arepas, che la montagna sia stata così ospitale e tutto il resto.
( Le braccia, gli sguardi, i fratelli e le sorelle, i fiumi gelidi e il mare, l’ultimo spettacolo, un foulard che mi porto in borsa e promesse di corrispondenze, promesse di tenacia, promesse di sopravvivenza. Tutto questo non so davvero più se sia esistito o meno. O forse sì, forse E’ STATO davvero, ma in una vita che è già trascorsa)

Allora sì, era nell’aria da molti, troppi mesi. Parto, parto di nuovo. Comunico ufficialmente a me stessa e ai passanti che sì, sto partendo, e sto tornando in Asia. Epperò questa è un’Asia diversa da tutte le altre.

Pyongyang, Corea del Nord.

Nove mesi.

Proverò a continuare a scrivere.

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Mag 23 2012

La mia fragola, il mio cioccolato.

21 maggio 2012, ore 8.43

 

Sono un rottame. Ieri sono andata alla Casa del Ron convinta che ci fosse l’inaugurazione di un’esposizione della biennale, per poi scoprire che avevo guardato male il calendario e tutti gli eventi erano accaduti domenica 13. Che imbecille. E’ stata una giornata in cui mi sono sentita super affaticata. Forse sto mangiando troppo? Mi piace il cibo cubano, soprattutto il riso e i fagioli, mi piacciono moltissimo. E il platano fritto. Ieri per esempio ho mangiato allo chalet nel parco di fronte casa. Io e Richetto eravamo gli unici non cubani. C’erano coppie di mezza età che ballavano il reggetton, lei strusciandosi col culo a pizzo, lui afferrandola per i fianchi. Certo che il sesso è ovunque, qua a Cuba. Mioddio, stamane mi sento un cesso. Me ne tornerei a dormire. Invece me ne vado in giro per La Habana central.

 

 

21 maggio 2012, ore 17.36

 

Improvvisamente abitiamo a Venezia. La strada di fronte è un fiume in piena, le auto sono arenate sui marciapiedi e dal cielo continua a cadere una valanga di acqua inarrestabile. Quanto durano i temporali ai Caraibi? Più di quello che avevo pensato. Piove da almeno due ore e tutti i sogni di una gloriosa nuotata in piscina con Gigi sono annegati mentre un nugolo di zanzare ronza nella casa.

Stamane ho comprato due mamei da un venditore ambulante e sono entrata in un bazar di ropa reciclada. Poi sono stata ore in giro per le varie librerie. Cuba sta scomparendo sotto le macerie di sé stessa. Per la strada nessuno si chiama companero, anche se negli uffici è ancora frequente sentire questa parola. Sarebbe bello riuscire a vivere qui, ma come si fa? Le ong sono affollate di aspiranti cooperanti e dei miei contatti precedenti non posso manco parlare. Chissà se troverò un modo. E’ questa casa mia? E se è casa mia, ho le chiavi?

Dovrei chiamare Josè e uscire con lui ma non ne ho proprio voglia. Il ritorno in Italia mi ha gettato addosso una cappa di apprensione, faccio pensieri tipo “ho sbagliato tutto”, “sono un disastro” e simili osservazioni parimenti costruttive.

 

 

 

22 maggio 2012 ore 00.01

 

Si avvicina il rientro in Italia, e mi sento malissimo. E’ già tornato tutto alla grande paranoia.

 

 

22 maggio 2012 ore 15.45

 

Nessuno mi aveva detto che Coppelia era il posto dove avevano girato Fresa y Chocolate. Sapevo che era la gelateria più famosa de La Habana e basta. Quando ci sono passata di fronte andando al Cafè G ho avuto una specie di flash. Sarà il socialismo o sarà forse che l’hanno fatto apposta, ma a me sembrava proprio di vedere il protagonista del film, con la sua camicia a maniche corte rosa, che mangiava il suo gelato seduto a un tavolino. E’ stata, davvero, un’impressione fortissima. Tutto era semplicemente uguale. Né Gigi né Richetto hanno acconsentito a venire con me. C’è un sacco di fila da fare, c’è un unico gusto e menate del genere. Allora oggi ci sono andata con Josè. In fin dei conti anche questo è uno dei miei amori perfetti che durano meno di 72 ore. Una specie di antibiotico contro la vita di ogni giorno. Gli ho spiegato perchè volevo ad ogni costo andarci, so che a lui non importava più di tanto ma è stato felice di compiacermi. O almeno, ha mostrato di esserlo. Non so perchè Josè mostri tutto questo interesse per me. Gigi dice che è una cosa cubana. Non so. In Italia mi farebbe assai strano sentirmi chiamare mi vida da uno dopo tre giorni che lo conosco. Però qui va bene. Josè è divertente e mi racconta dei suoi due anni di militare, dei tre minuti necessari a rifarsi la branda, di tutte le volte che è scappato e lo hanno preso, poi cita Raul (Un soldato che non fugge non è un soldato)e a me per un attimo torna in mente Josè Luis, perso nel mare delle sue citazioni improbabili, poi guardo Josè, pulito, preciso, muscoloso e organizzato e penso che è bello che gli uomini siano così diversi.

 

Comunque, è stato bellissimo fare la fila da Coppelia e aspettare la scodellina gialla piena di gelato. Oggi il gusto disponibile era una specie di variegato al cioccolato con alcuni biscottini attorno. Mi è piaciuto tantissimo. C’è gente che si prende due o tre di queste vaschette. Forse perchè, dopo tutta quella fila, una vaschetta sola può sembrare troppo poco.

 

Tra 24 ore parto e non ho voglia. Dalla Corea non mi danno notizie, è tutto morto e io mi sento completamente abbandonata. Certo che a volte le persone sono capaci di tanto egoismo! Oggi Sacha mi scriveva che forse siamo nati nel secolo sbagliato. Forse sì. Sicuramente nel Paese sbagliato, sicuramente. L’incubo di un altro mese o due in Italia senza casa né lavoro né niente di niente mi sta già soffocando.

 

 

23 maggio 2012 ore 9.25

 

Mi sono svegliata di soprassalto con la portiera dell’auto che sbatteva. Diobbuono Richetto se ne è andato senza ricordarsi di svegliarmi. E’ tardissimo e sto perdendo le mie ultime ore cubane cercando di riemergere dalla sbronza.

Josè mi guarda con la faccia di uno che non riesce proprio a capire perchè all’improvviso io abbia tutta questa fretta. La casa è un disastro. Resti della baldoria di ieri sera ovunque, e soprattutto niente acqua. Niente acqua. Che vuol dire niente doccia e niente colazione. Aspetta aspetta forse la colazione riusciamo a rimediarla.

 

Riaffiorano i ricordi di ieri sera, del nuovo posto segreto che io Gigi e Richetto abbiamo inaugurato ieri, legato anche questo, inevitabilmente, al mio viaggio a Trinidad. E poi l’estremissima esperienza sociologica della Casa della Musica dove si ballava reggetton estremo mentre un gruppo suonava dal vivo e io mi trovavo persino imbarazzata. Cuba è pure questo, un alveare di jineteras per alleviare le presunte pene esistenziali del turisti.

 

So che devo partire oggi, ma non ho avuto modo di prepararmi. Devo ancora fare moltissime cose, soprattutto devo ritornare in tre o quattro posti, tipo sul Malecon, insomma ci sono gli addii. O arrivederci.

Ieri, di nuovo, ho incontrato gente che avevo già visto.

Ma soprattutto mi ha dato un passaggio un Cubano che era stato a Roma per 12 anni e mi ha detto delle cose così strane che mi sono sentita davanti a un oracolo.

Mi viene quasi da credere in lui.

C’è poi la storia di Camilo Cienfuegos che mi riecheggia dentro e intorno. Non riesco a scrollarmela di dosso. Continuo a guardarmi la sua faccia sui venti pesos. E poi il pranzo pubblico, che non esiste più. E i trasporti. E Fidel e Raul e. E Plaza de la Revolucion.

 

Lo so, è ora di andare.

Quanto mi mancherà questo posto, quanto mi mancherà.

 

 

 

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Mag 20 2012

Ancora riflessioni da Cuba. Sospesa.

Pare che in Italia stia succedendo di tutto e noi, arginati al confine del mondo cablato, carpiamo una notizia ogni tanto. Intanto la vita ci passa dentro e attorno, io provo ad essere presente.

Di Trinidad non mi sento di scrivere. O meglio, ho scritto ma per ora non mi sento di pubblicare, per molti motivi diversi, tra cui una sorta di pudore, e la confusione che provo nell’avere davanti molti racconti possibili. Allora vado avanti con il diario del mio ritorno a L’Habana e del fine settimana appena trascorso.

18 maggio 2012, ore 18.00

 

Arrivo a L’Habana dopo un viaggio fatto di sonno pesantissimo e ricordi che si mescolano al sapore dell’amore e alle immagini della chiesa di Sant’Ana a Trinidad, due navate gemelle diroccate ed esposte al sole da secoli, erba testarda che cresce tra i sassi, quartieri nascosti e una casa con finestre di lamiera.

 

Arrivo sì, scendo dall’autobus e mi sorprende e mi aggredisce l’odore della città, mi riempiono i rumori delle auto, mi asfissiano le proposte dei tassisti abituati a orde di turisti. Mi avvio allora lungo la strada pensando che ho bisogno di tempo per riprendermi la città e lasciare indietro Trinidad, le sue gallerie d’arte, il suo ron, la bocca di Josè Luis e la penombra della sua stanza.

 

Cammino lungo un viale trafficatissimo sotto una pioggerellina mite che potrebbe durare per sempre, svolto a destra in una stradina che secondo i miei calcoli mi porterà dietro il cimitero monumentale, ma non faccio in tempo a verificare il mio senso dell’orientamento poiché arriva implacabile e imprevedibile il diluvio di maggio. Nei sei secondi necessari per trovare una tettoia sotto cui ripararmi sono già completamente inzuppata a causa della valanga d’acqua che si rovescia sulle strade. E tutto è improvvisamente allagato, il mondo si ferma sotto la pioggia di maggio, io penso che forse così mi laverò Trinidad di dosso e dimenticherò la sensazione di leggero rimpianto che mi prende quando penso che sì, forse avrei potuto rimanere un giorno in più.

 

Ma sapevo, sapevo che mi sarebbe successo, me lo ripeto ancora una volta e mi viene quasi da ridere: appositamente avevo portato pochi soldi e niente carta di credito, sapevo che a un certo punto in questo viaggio avrei avuto voglia di restare, voglia di diventare temporaneamente stanziale, e proprio questo volevo rifuggire, dunque ero partita per Trinidad col portafogli semivuoto e poche risorse alternative. Quanto sono saggia certe volte.

 

 

19 maggio 2012, ore 14.00

 

In casa siamo proprio tre bestie, Gigi, Richetto e io. A questo penso mentre nuoto nella piscina dell’albergo dove mi sono intrufolata di nascosto. Ci penso e mi viene da ridere. Gigi legge uno dei numeri di Internazionale che gli ho portato dall’Italia. Stamane allegrissima colazione con uova strapazzate e la promessa di un sabato esilarante, difatti siamo qui a sguazzare e poi torneremo al mio mercato preferito dove comprerò mango e mamei, un frutto che da fuori sembra una patata e dentro è rosa, dolce e un po’ pastoso. Chissà se questa settimana ci sono le patate oppure no. Comprerò anche una penna e alcuni croccantini di nocciole proprio come quelli che piacevano al mio ex-fidanzato (che qualcuno se lo straporti). Quando stavo a Trinidad avevo puntigliosamente asserito, di fronte a Josè Luis, che si tratta di una storia finita, non ci penso più e basta. Lui, guardandomi di sbieco come suo solito, mi aveva detto di non credermi, e che era meglio che mi schiodassi da quella storia, prima o poi. Poi aveva acceso uno dei suoi sigari.

 

 

19 maggio 2012, ore 16.30


Esperienza antropologica che mi conferma che di fronte a una partita di calcio gli uomini sono tutti uguali. Siamo qui, nel buio del Centro Basco, los chicos mirando el partido e io mirando los chicos. Chissà come andranno i giochi questa sera e questa notte. Voglio ballare. Josè mi promette che mi insegnerà. Troppi Josè in questo viaggio, dios. Per lo meno non rischio di sbagliare i nomi. Cuba, dopo la sorpresa dei primi giorni che mi aveva portato come una sensazione di troppo ossigeno, è diventata pura quotidianità. Una quotidianità fatta di gente che forse sì, ha troppo poco, ma sicuramente si gode la vita più di altri. Penso alla Corea, alla tristezza che trasuda da ogni angolo, da ogni persona di quel Paese, penso a quanti soldi ci siano lì, a internet ovunque, alle vecchine con l’ipad, penso ai department stores sfavillanti, alle chirurgie plastiche, alla magrezza preoccupante delle donne, trasformate in androgini perfetti, quasi meccanici, ripetibili, ordinati, eserciti di reazioni preimpostate. Penso alla Corea e mi sento Cuba attorno. Mi domando dove stia la mia casa. Allora ritorna This must be the place e canticchio home is where I want to be but I guess I’m already there.

La partita prosegue in un delirio di urla. Come al solito, tutti i maschi si improvvisano allenatori. Josè mi guarda in una maniera che in Italia gli farebbe guadagnare un bel discorsetto sul machismo. invece qua mi lusinga. Non mi faccio troppe domande.

 

 

 

20 maggio 2012, ore 12.00

 

Il giornalaio in bicicletta ha appena lanciato nel nostro giardino il quotidiano. Mi sembra di vivere qui da secoli. In Italia pare sia scoppiata una bomba. A Francoforte la polizia identifica e arresta compagni e compagne che manifestano per un’Europa più equa. Io, francamente, sto bene qui, a trentacinque gradi.

Gigi dorme, Richetto lavora, io scrivo. Voglio andare da Coppelia a mangiare il gelato proprio come in Fragola e cioccolato. Ma oggi è domenica, c’è troppa coda. Magari domani.

 

 

 

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Gen 22 2012

le tre cose che ti mancano

Il gioco che ho fatto più spesso in questi mesi è stato chiedermi quali sarebbero state le tre cose di Seoul di cui avrei sentito la mancanza. Ho trovato, di volta in volta, risposte variamente insensate, arzigogolate e improbabili, a seconda del tasso alcoolico, dell’intimità della compagnia, dell’umore e delle contingenze meteorologiche. A un certo punto ho rinunciato, preferendo un generico “Seoul mi mancherà e non so nemmeno perchè”, che sarà anche più banale ma fa sicuramente giovane artista tribolata e tormentata e insomma potrebbe avere un certo fascino su lettori lettrici appassionati e potenziali amanti.

Fine della prefazione.
Succede oggi che da oramai quarantott’ore suonate sono in Italonia, arrivata dopo fatigoserrimo viaggio e mirabolanti avventure che mi hanno vista sostanzialmente spostare il culo da un aereo all’altro alla sedia di una sala d’attesa a quella di un ufficio reclami insomma una faccenda piuttosto complicata. Giunta io in compagnia di me medesima in Italonia, subito effettuai esperimenti di socialità per verificare se il paese natio foss’ancora dotato di quelle qualità d’accoglienza e comunicatività che ricordavo e temevo di avere un tantino idealizzato. Dunque nelle interminabili ore trascorse a Milano-mal-penZA attaccai bottone con tutti, ma proprio tutti, diventando la migliore amica della tipa dell’ufficio cambi, della signora dei cappuccini, dell’impiegato della biglietteria e del facchino dei carrellini, scambiando con loro una quantità incredibile di piacevolissime inutilità e soprattutto di sorrisi e verificando dunque che esiste al mondo gente che può parlarti anche se ciò non porta un immediato guadagno insomma constatando che sì, è vero, in Italonia in genere esiste ancora il gusto della conversazione come scambio di energie sorrisi e vari fluidi positivi e fors’anche come allegrissima perdita di tempo, soprattutto quando suddetta conversazione avviene alle sei di mattina e insomma, magari ti fa cominciare bene la giornata.

Ma ovviamente non era questo che volevo dire, questa era solo la prefazione bis. Finita anche la prefazione bis succede che in Italonia ho soprattutto guardato, guardato la dolcezza delle colline che separano il Molise dal Lazio, i fiumiciattoli, le pecorelle, le casette mezze crollate, le chiese piantate nel bel mezzo del nulla, i cumuli di pietre, le strade a mezza corsia, i paeselli che sbucano nelle vallate, i fontanini, la neve sulle cime e infine CRAMPObasso, la città della mia infanzia e adolescenza. Con stupore ho ritrovato i luoghi e per ripigliarmeli mi son messa a camminare, camminare e correre, occhi spalancati e piede svelto. Allora passeggiapasseggia succede che prima o poi mi vien voglia di fumare una sigaretta.
E qui commetto un errore, ovvero, faccio quello che avrei fatto a Seoul: Cerco un tetto, un ultimo piano, un’altezza qualsiasi alla quale accedere per guardare la città dall’alto mentre mi ciuccio la mia sigarettina.

Errore, grave errore.

In Italonia il tetto è un concetto escludente, una questione privata, una condizione inaccessibile. Il tetto è mio e me lo gestisco io, e se non hai un tetto vuol dire che non te lo meriti, è colpa tua, hai peccato e il fatto che tu non abbia un tetto è indice del tuo stato di disgrazia di fronte a Dio o a Equitalia, che più o meno è lo stesso.
Le altezze in Italonia non sono condivisibili, la città vista dall’alto è una faccenda per pochi eletti e a noialtri non rimane che fumare le nostre cicchette nei vicoli pieni di scritte in dialetto o sul terrazzino del secondo piano dal quale al massimo si può vedere il terrazzino di fronte.

Mi mancano i tetti di Seoul.
Mi mancano tutte le luci, e mi manca quella torre a forma di fiammella dei cartoni animati, ogni sera colorata di un colore diverso.
Mi mancano le altezze di Seoul, le sue altezze accessibili e silenziose, dalle quali la città si lasciava osservare come un animale placido.
Mi manca il tetto della mia casetta a Itaewon, dal quale vedevo la moschea e persino il palazzo dove lavoravo, il tetto dove si fumava bardati come vecchi nostromi mentre la neve cadeva implacabile e imbiancava i cappotti, il tetto dove col bel tempo facevo i miei esercizietti sentendomi un po’ un’atleta e un po’ una vecchia zia, il tetto dal quale pensavo alla Corea all’Italia a quello che avevo lasciato e a quello che mi aspettava. Il tetto sul quale mi rifugiavo quando avevo bisogno di ordine, e lasciavo che le idee si mettessero in ordine mentre contavo le luci delle case, le credenze, le canottiere e i calzoncini stesi.

 Mi manca l’altezza accessibile e quasi tetto della casa delle improvvisate notturne, di fronte alla quale mi sospendevo e ballavo musiche improbabili in orari improbabili, e poi la mattina mi svegliavo nella stanzetta che un pochetto era diventata mia (o almeno a me piaceva pensarla così) e la prima cosa che vedevo era la città che si svegliata, tutta attorno a me, ed era bellissimo, e quasi quasi mi veniva voglia di andare a lavorare.

Mi manca il tetto della sigaretta mattutina, il rifugio che diventava nave e spiaggia e prato e sigarettificio e baretto, il tetto di tutti eppure segretissimo, la succursale d’intimità. Il tetto dove, quand’era ancora estate, andavo alle nove meno cinque per togliermi gli infradito e infilarmi le scarpe da persona seria. Quello dove i primi giorni di lavoro mi rifugiavo in solitaria per la mia sigaretta. Il tetto dove il Dottò tirava fuori la sua macchina fotografica col laccio arancione che me lo faceva immaginare come un esploratore di altri tempi.

Mi manca quella volta che di mattina presto da un quasi tetto, all’improvviso, vidi la prima casa in cui avevo abitato a Seoul. E poi vidi un passerotto. 

 In questo ritorno frettoloso, che non è un ritorno ma un transito, un passaggio, una sospensione, non ho capito molto anzi, ho capito quasi nulla, tranne che tra le cose che mi mancano di Seoul, ecco, tra le cose che mi mancano, ci sono i tetti.

I miei tetti.

 

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