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Mag 28 2013

Camminando per Padaniacity alle settemmezza di un mattino infrasettimanale.

Il mercoledì sera si andava, gli altri ed io, al cinema Excelsior, situato in una laterale di via San Francesco. Proprio quella strada dove c’è la tomba del soldato Antenore, mitologico fondatore della città alto un metro e una banana a dire dalle dimensioni del sepolcro. Di fronte ci sta pure una delle case dove abitò il Poeta durante le sue peregrinazioni, compiute con l’obiettivo di convincere l’Italia che era giusto essere dei Guelfi Bianchi. Che ora, dico io, il Poeta avrà anche potuto essere il Poeta e Gradara gli è ancora grata per la mole di turisti che ogni anno arrivano a guardare il talamo di Paolo e Francesca, ma la storia dei Guelfi Bianchi non mi ha mai convinta e comunque le guglie ghibelline erano molto più belle.

Affianco alla casa di Dante ci stava, e ci rimane, la Feltrinelli, paradiso degli studenti poiché i libri si poteva leggerli senza comprarli, il repartoTeatro e Poesia (nessuno ha mai capito perché fossero vicini) era grandissimo, e poi stare dentro la Feltrinelli regalava un’aria da intellettuali compassati che permetteva di arrivare all’esame di teoria e tecnica dei mezzi di comunicazione di massa con una certa spocchia.

Ma insomma noi si superava la Feltrinelli, la casa del Poeta, la tomba del soldato Antenore e si arrivava al cinema. Le biciclette andavano tutte rigorosamente parcheggiate secondo la regola durkeimiana della coesione interna. Creavamo dei mucchi inestricabili di catene catenacci e lucchetti, formando un blob gigantesco che invadeva i porticati e che sicuramente diventata inaccessibile ai ladri di velocipedi ma ci costringeva ad arrivare al cine una buona mezz’ora prima onde provvedere alla nostra innovativa costruzione senza perdere l’inizio del primo tempo.

Il cinema per quanto mi ricordi era sempre gremito di studenti, poichè si pagava tremilalire, se mostravi il libretto, che al tempo era rosso di pelle e la foto era proprio quella della lapide. All’ingresso c’era sempre una lunga trattativa volta a convincere la cassiera che anche l’amico coglione che aveva dimenticato il libretto a casa era studente di scienze della competizione, e perdippiù stava proprio studiando quel regista di cui davano il film e se l’avesse perso il prof l’avrebbe ricacciato all’appello successivo insomma per favore signorina si metta nei suoi panni sennò parte militare. Perchè al tempo i fanciulli se non davano un tot di esami all’anno partivano militari, anzi nel caso della nostra combriccola di squinternati si trattava ovviamente di aspiranti obiettori di coscienza che sarebbero stati spediti a fare gli accompagnatori per i vecchietti nella bassa padovana e addio sogni di gloria.

Al cinema Excelsior davano quei film che mio padre non avrebbe mai voluto vedere e che erano sicuramente un po’ pesantucci, ma a noi piacevano perché alimentavano un folto dibattito nelle ore successive, quando intorno al tavolo nel nostro appartamento a Montechange ci raccontavamo pensieri parole opere ed omissioni e cercavamo di inquadrare l’opera specifica nel contesto più ampio della poetica del regista nonché della sua appartenenza generazionale a una corrente che pur autonoma non riusciva a emanciparsi totalmente dall’influenza della nouvelle vague che come tutti sanno è il punto di partenza di pilastri come Eisenstein  e Tarkolov. O Markolov? O Stanistein? E comunque l’influenza del Teatro Povero degli anni Sessanta e dell’ascetismo semi laico di Edoardo Barba e Leo Grotowski era innegabile, viva Artaud, viva l’elettroshock.

Ci crogiolavamo parlando dell’allora avanguardistica scuola di dogma e giocavamo a fare come gli idioti, avvolgendoci, come si confaceva a gente della nostra estrazione intellettuale, di un velo di depressione che a nostro avviso avrebbe facilitato gli incontri sessuali, i quali a loro volta avvenivano a poche centinaia di metri dal cinema Excelsior ovvero nella piazza degli sprisssss, ma questo è un altro capitolo. Le coltissime discussioni avvenivano con l’aiuto, il sostegno e l’imprescindibile conforto del thc e del vino a buon mercato comprato alla pam. Il vino si chiamava se non sbaglio gioioso e aveva un’etichetta a quadrettini bianchi e rossi, che solo se ci penso mi viene in mente il lungo corridoio dei nostri appartamenti, luce sempre fulminata e stendipanni gremiti di biancheria intima, attraverso il quale brancolavamo alla ricerca delle nostre stanze quando arrivava l’ora di coricarci. Finire contro lo stendipanni era parte della prassi.

A tutto questo pensavo stamane ore settemmezza mentre camminavo per le strade di Padaniacity. Mi dirigevo mestamente da un punto interrogativo all’altro e mi facevo tutte le tondelliane domande del caso ma poi all’improvviso ho visto la porticina dell’Excelsior e mi sono ricordata di tutte le biciclette che mi hanno rubato a Padaniacity, di quella volta che quel ragazzo che mi piaceva tanto mi offrì un calice di vino, della gioia che arrivava alle sette di sera quando l’aula studio chiudeva e ci riversavamo in piazza pronti per una notte di speranza e desiderio e interrogativi e segreti. Mi sono ricordata, di Mirco Buso, che ogni volta quando pagavi il conto del suo vino al veleno ti raccontava di essere nato nel 1920, per questo nel 1940 aveva ovviamente a suo dire 16 anni. Mi sono ricordata di una volta che caddi dalla bicicletta e cominciai a parlarle, disperata, chiedendole perché aveva lasciato che io finissi culo a terra. Erano le tre di mattina, non ricordo da dove arrivavo ma ricordo esattamente che ero davanti all’orologio in piazza dei Signori.  Comunque la bici non mi parlò e alla fine rimontai in sella e mestamente giunsi a Montechange. Chissà quanto tempo ci impiegai.
Mi sono ricordata che in via San Francesco noi ci andavamo anche per un’altra ragione: la mensa. La mensa dell’ente per il diritto allo studio, ente che avrebbe voluto avvelenarci tutti e qualche volta ci è quasi riuscito. Mangiavamo insalata di sequoia dopo aver fatto intere mezz’ore di fila. Al posto del secondo potevi prendere lo yogurt ai cereali del discount e le signorine non erano punto gentili. Però era bello andare in mensa perché c’era un sacco di gente e ogni tanto grazie alla fila riuscivi anche a conoscere quello che ti sembrava tanto carino. Salvo poi scoprire che sarebbe stato meglio rimanere con il mistero e l’illusione.

Ma vabbé sono cose umane. A volte è meglio rimanere con il mistero e con l’illusione, meglio non darsi delle risposte, sì o no? A tutto questo pensavo stamattina e mi faceva male tutto e anche no, e avevo paura e anche coraggio, e mi misuravo la corazza e dicevo complimenti signorina, e in fondo se voglio niente mi può toccare, e che palle le aspettative, che palle le persone che delegano agli altri la presa di coscienza del loro posto nel mondo, che palle quelli che possono mettere tutto in parole e che palle quelli che non parlano perché pensano che faccia figo e un po’ dandy stare in silenzio con l’aria sofferente.
Vaffanculo l’aria sofferente, pensavo, parlami parlatemi spiegatemi, vaffanculo quelli che hanno sempre una risposta e quelli che invece di amarti, invece di sporcarsi di te e con te, invece di mescolarsi furiosamente, 
ti stimano. Ti stimo cosa, ti stimo quanto?
Pensavo e camminavo alle settemmezza di un mattino infrasettimanale, pensavo a casa mia a Pyongyang, alla bellezza di quella solitudine e di quella fatica, alla meraviglia di quel paesaggio postnucleare, pensavo che voglio andare a casa, chiudere la porta, togliermi le scarpe e buttarmi sul divano. Accendere la tivvù e guardare Al Jazeera per scoprire che l’Italia è un puntino lontanissimo, voglio aspettare l’ora in cui tornerà l’acqua per farmi una doccia che probabilmente sarà fredda, poi magari a cena mangiare quei cereali malesi che ho comprato nel negozio nuovo che chiamiamo Dubai, potrei mangiarli con il latte di soya scaduto che ho in dispensa. Dopo guardare un film. E in tutto questo da sola, senza che nessuno mi possa trovare, anzi, senza che a nessuno venga in mente di cercarmi.

 

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Feb 01 2012

Affinchè non scenda la catena

          Nevica, nevica su Atlantide tutta e finalmente nevica pure su Padaniacity, dove cinque giorni fa mi rifugiai per fuggire lo scoramento la delusione e l’Emiliaparanoica. Nevica e la gente pubblica su feisbuk le immagini di persone imbacuccate che fanno ciaociao alla macchina fotografica in un delirio di fiocchi di neve pupazzi palle e alberi imbiancati. Nessuno ci può credere e da sud a nord si pubblicano e si commentano migliaia di fotografie mentre finalmente le scuole sono chiuse e i pischelli possono degnamente dedicarsi ad epiche battaglie di neve, finendo come al solito col beccare la vecchietta di turno, che smadonnerà e ricorderà ancora una volta che ai tempi suoi, eh, ai tempi suoi c’era rispetto per gli anziani. E zac un’altra bella palla di neve sulla dentiera.

Nevica e tira vento a Padaniacity, io stamane mi sveglio a un’ora decente e faccio i miei trentatrè inchini, mi infilo il braccialetto del Conte e il cappello del Dottò e piglio la bicicletta. Si, piglio la bicicletta e comincio a pedalare nella bufera di neve, pedalo sempre più veloce e più pedalo più sono felice, che mi sembra ancora una volta di aver vinto contro la banalità, contro la pigrizia, contro tutto quello che è scontato, tutto quello che è dovuto.
Pedalo anche se avrei potuto uscire in macchina, la neve mi si appoggia sugli occhiali e sui pantaloni scuri proprio come a Seoul, e io pedalo e i polpacci si scaldano la schiena si stende schivo un paio di passanti e continuo a pedalare in questa salita di neve e silenzio, e quando il cavalcavia è scollinato via, mi lancio lungo la discesa staccando le mani dal manubrio proprio come a vent’anni e comincio a cantare in questa bufera di neve e banalità, canto boys don’t cry

I would tell youuuu
That I loved youuuu
If I thought that you would staaaaaay
But I know that it’s no use
That you’ve already
Gone awaaaaaaay

Misjudged your limit
Pushed you too faaaar
Took you for granted
I thought that you needed me more and moooooooore

 

          Pedalo e non me ne frega niente e canto, canto, via che è finita la discesa e ricomincio a spingere, Padaniacity è deserta attorno a me e gli inutilissimi semafori continuano a dire rossoverde ma io vado, falcata lunghissima e freni zero, pedalo e canto e pedalo e canto e canto e pedalo e la città attorno a me è immobile mentre la bufera di neve me la fa diventare tutta bianca e i pochi passanti sono allibiti da questo sfoggio d’energia, ma io sono contenta perchè mentre pedalo mi sento la pigrizia, l’abitudine, la comodità, che muoiono soffocate da questo bianco bellissimo.
E denso
E pieno.

           Eh sì che sono contenta, perchè anche oggi le ho sconfitte, loro, le maledette, che mi vorrebbero ferma, rassegnata, a racimolare le bricioline di banchetti consumati anni fa, sono contenta perchè lo so che è difficile, lo so che è faticoso, ma io pedalo, pedalo come tutte quelle volte che mi sono svegliata a Londra e c’erano meno duemila gradi e la prima prova di resistenza era inforcare la bicicletta, pedalo come ho pedalato durante tutti gli anni a Padaniacity e quelli in Emiliaparanoica, pedalo e rido e canto e mi sembra di pedalare verso un mondo più bello e lo so che è infantilimmaturo ma a me mi pare proprio così. Pedalo e penso a quella volta che ero troppo ubriaca e sono caduta, ma poi mi sono rialzata ho inforcato la bici e giù di nuovo a pedalare.  E penso a tutti i traslochi fatti in bici. A tutte le volte in cui, come oggi, sotto la neve mi sono messa col culone sul sellino e ho macinato i miei chilometri privati.

          Ci ho le mani congelate e il naso abbrustolito e ho freddo e ho caldo e mi fa male il culo e poichè continuo a cantare come un’ossessa ho anche il fiatone e dico I thought that you needed me more and moooooooore e passo col rosso e via un’altra salita, il cappello bagnato non so se di neve sciolta o di sudore o di tutt’e due, i capelli mi vanno in bocca e la neve mi entra dappertutto ma a me questa giornata in cui ho trovato il coraggio di pedalare in mezzo a tutta questa neve di rassegnazione mi sembra bellissima, mi sembra intensa, mi sembra mia.

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