Archive for the 'migrazioni' Category

Dic 25 2013

Nessuno mi può giudicare

(pensieri prodotti il 16 dicembre, poco prima di rientrare nello stivale natio) 

Tra giorni pochissimi e ore 59 zompetto con grande eleganza sull’aereo che mi riporterà tra le braccia di Mamma Europa. Ella m’accoglierà alla frontiera, a Monaco di Baviera, quando con il mio passaporto europeo mi accoderò ordinatamente nella fila dei privilegiati, i cittadini con le stelle sul passaporto. Quando arriverà il mio turno sorriderò civilmente al biondo militare tedezzco che guarderà il mio visto e mi dirà “bentornata a casa”. Tratterrò a stento le lagrime di commozione e, visto che non fumo più, e non posso dunque rinchiudermi nelle gabbiette di vetro sponsorizzate dalla Camel, mi fionderò nel primo starbucks per comprare un americano tall, che diobon qualcuno un giorno mi spiegherà perchè il caffè piccolo da starbucks lo chiamano tall. Sorriderò anche alla lavoratrice precaria dello starbucks. Perchè a natale siamo tutti più buoni e anche io, anche io che per definizione sono una gran stronza, anche io a natale sono più buona, e sorrido magnanima alla precaria dello starbucks, la avvolgo nell’abbraccio che mi ha riservato Mamma Europa e mentalmente le dico di non preoccuparsi, perchè l’Europa ci salverà.

A stare troppo tempo lontani da quella catastrofe si finisce con il pensare davvero che sia un bel posto. Un po’ come quando si dice eh, come stavamo bene da giovani. Ah come rimpiango la giovinezza.

Col piffero che la rimpiango. Stavo malissimo, mi odiavo e odiavo tutti, il mondo era profondamente ingiusto e non sapevo cosa volevo, e se lo sapevo non sapevo come raggiungerlo, e nessuno mi prendeva sul serio, le droghe leggere erano illegali e l’equo canone era stato abolito. Vivevamo in appartamenti male riscaldati e non si poteva scaricare la musica da internet. Io i miei vent’anni non li rimpiango manco per un po’, perchè quando uno è giovane l’unica cosa che c’ha è la giovinezza. Il resto è uno sfacelo.

E così l’Europa. Ah come stavamo bene in Europa. Eh no. Io non ci stavo bene manco per niente. Una miseria l’Europa. Me ne accorgerò nel momento in cui la scoglionatissima lavoratrice precaria dello starbucks a Monaco di Baviera non ricambierà il mio sorriso imbecille, ma mi fulminerà con uno sguardo da 6 euro all’ora senza malattie né ferie pagate. In quel momento la smetterò di rimpiangere i fidanzati perduti e gli amici scomparsi, in quel momento elaborerò tutti i lutti che questa mia scelta ha comportato e tirerò un bel sospiro di sollievo perchè la lavoratrice precaria dello starbucks avrei potuto essere anche io e avrei dovuto dire ventiquattromila volte al giorno americano tall e mocha latte e caramel macchiato con un bell’accento del cazzo, per storpiare tutte le parole italiane come va tanto di moda.

Davanti alla lavoratrice precaria dello starbucks mi renderò conto che ne è valsa la pena, che tutti questi morti non sono morti inutili, e che quegli stronzi che hanno deciso di uscire dalla mia vita perchè sei troppo complicata e poi sei troppo lontana, quegli stronzi se ne possono anche andare a fanculo mentre io mi gusto il mio americano tall servito da una lavoratrice precaria. Ecco.

Per questo dovrò ringraziare la lavoratrice precaria dello starbucks, perchè lei rappresenta tutto quello che io non sono ma che avrei potuto essere in qualsiasi momento della mia vita.
E che sono stata per anni.

E che per non essere più ho un cimitero intero da piangere, e di molte morti non conosco la causa né la data.

E’ successo e basta, è il prezzo che ho pagato per stare dall’altra parte del bancone.

Immolerò tutti questi morti sull’altare del mio americano tall e forse finalmente la smetterò di sentirmi in colpa come se li avessi ammazzati io.

Non li ho ammazzati io.

Lavoratrice precaria dello starbucks.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte del bancone.

Ho fatto tutto il possibile.

Ci ho messo la faccia, il corpo, ci ho messo il teatro, me stessa ci ho messo, per anni, lavoratrice precaria.

E non ho vinto.

Ho perso, a dirla tutta.

Allora ho deciso di cambiare. Perchè se stai giocando e ti rendi conto che gli altri barano, e non riesci a rimettere le cose a posto, allora l’unica cosa è cambiare gioco.

Lavoratrice precaria, non mi fulminare con il tuo sguardo da 6 euro all’ora.

Non è colpa mia se tu stai da quella parte e io da questa.

Ho fatto tutto quello che potevo. E tu?

Vuoi venire a visitare il cimitero dei miei morti?

(quiero que me perdonen los muertos de mi felicidad, cantava Silvio Rodriguez)

Non ti accuso di quelli.

Sono il prezzo che ho pagato io.

E’ meglio o peggio dei tuoi 6 euro all’ora?

Io non lo so, ma francamente sono felice di stare da questa parte del bancone, e questo americano tall che ho comprato ben sapendo che costa troppo, questo americano tall assolutamente iniquo, questo americano tall che costa quanto mezz’ora del tuo tempo, questo americano tall mi piace un sacco.

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Ott 26 2013

Partire è un po’ morire, e a noi che restiamo il lutto ci calza a pennello.

Quella mattina mi svegliai alle sei e venti.
Nell’ultimo mese avevamo metodicamente ridotto le ore di sonno, per poter camminare nel buio della città notturna più a lungo, per cercare quello che non riuscivamo a vedere, per ascoltare musica e fare foto e preparare futuri immaginari coi racconti di come avremmo resistito al buco nero che ci stava davanti.
Mi svegliai che avevamo dormito solo due ore.
Perfettamente immobili.
L’uno dentro l’altra e viceversa.
Incastrati con tanta meticolosità da apparire quasi ridicoli, al ricordo, se solo si trattasse del ricordo di qualcun altro, e non del mio.
La mia faccia era beatamente immersa dentro di lui.
Me lo respiravo come se avessi potuto mangiarlo.
Come se avessi potuto cambiato qualcosa, respirandomelo più intensamente.
Me lo respiravo come se avessi potuto portarmi i pezzi della sua pelle più a lungo.
Me lo consumavo.
Non ne volevo lasciare.

Mi svegliai e andai a fare una doccia dicendogli di continuare a dormire.
Invece lui fece il caffè. Indossò una maglietta bianca che io amavo particolarmente. Aveva la faccia di molti anni prima, di molti anni prima di me, aveva la faccia della prima separazione del mondo, epperò siccome era anche un adulto e non poteva frantumarsi, su quella faccia aveva anche la resistenza di chi lo sa che non morirà e che anche il dolore, anche quello sarà sopportabile. Anzi, con un po’ di fortuna il dolore sarebbe diventato creatività e ne sarebbe venuto fuori pure qualcosa di bello.
Mi fece il caffè è mi offrì gli ultimi biscotti, come avevamo fatto sempre in quei mesi di colazioni assieme. Non parlavamo molto. C’era l’odore della mattina e del sonno, c’era la mia valigia pronta, c’era un’estate che stava finendo e c’era una vita nuova.
Anzi no.
C’erano due vite nuove, separate, una per me e una per lui.

La banalità del nostro caffè, insieme all’angoscia di quella separazione immensa, regalava una luce tragicomica, da telenovela napoletana di quelle mandate in onda negli anni ottanta sulle televisioni private.
Poi arrivò il momento di andare, e basta.

 

Ricordo che lo guardai nello specchietto retrovisore, e mi parve bellissimo.

Non mi accorsi del grande errore che stavamo commettendo in quel momento.

Quando lo incontrai di nuovo dopo sei mesi lui era vestito di tutti gli errori che avevamo fatto.
Non trovai la sua pelle, la sua faccia, lui, niente.
Solo tutti quegli errori.
E la fine.
E il silenzio.

E la vita che va come va, molto meno tragicamente di quello che pensiamo,
mentre le persone si arrangiano con quello che trovano e si costruiscono giustificazioni plausibili.
Si innamorano un po’ di quello che c’è, un po’ di quello che possono, un po’ di quello che è comodo.
Bisognerebbe ammetterlo, una volta per tutte, e smetterla di cercare sempre altrove.
Il segreto era forse il nostro compagno di banco.

 

 

Tutto questo, tutto questo so adesso, ventisei ottobre duemilettredici, la bestemmia che vorrebbe trovare il diritto di essere messa per iscritto, indelebile, e i dubbi di tutti i fallimenti precedenti che soffocano ogni possibile entusiasmo.

E la paura dei silenzi, dei silenzi, dei silenzi.

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Set 13 2013

La mezza luna cadde sull’orsetto della duracell e questi morì.

Questa mezza luna non impegnativa si staglia con fare interrogativo sopra il blackout delle dieci di sera, io la guardo e penso che sarebbe proprio bello cominciare qualche cosa di importante con mezza luna. Basta con queste stupidaggini secolari della luna piena, delle donne e le loro lune, dell’uomo che diventa lupo mannaro con la luna, dei lunatici, della luna che si specchia nel pozzo e di tutta la letteratura eroticosentimentale che ne consegue.
Mezza luna si addice alla mia esistenza borghese.
Ha ragione il mio amico svizzero, che forse il segreto della vita è che è noiosa, e quando arriveremo alla fine non potremo fare altro che domandarci se davvero abbiamo fatto bene, a cercare di fuggire la ripetitività dell’esistenza borghese che ci sarebbe toccata se non avessimo fatto i lavoratori umanitari.

Perchè alla fine le giornate sono noiose anche qui, anche voglio dire in qualsiasi buco di culo di mondo, sono noiose lo stesso, ci sono giornate che non ti passano più, che il lavoro è bloccato, o è la strada tra casa tua e l’ufficio a essere bloccata, o semplicemente sei bloccata tu, perchè ti sembra di morire in questo piccolo villaggio dove nessuno, nessuno dei rapporti che hai sembra abbastanza vero.
Forse il segreto della vita è che davvero la vita è noiosa, non c’è niente da fare, dovunque tu vada a nasconderti dalla noia essa ti scoverà e ti sbeffeggerà, tanto che tu ti domanderai ma diobono non facevo prima a rimanermene a Crampobasso?

Perchè in questa notte di mezza luna io penso proprio che mi sembra di essere ritornata al via, senza nemmeno pigliare le ventimila lire, ho girato sul tabellone avanti e indietro, imprevisti, probabilità, persino tentativi di collaborazioni sentimentali, erotiche, lavorative, e alla fine eccomi qua senza una lira, mi sono dovuta vendere persino vicolo stretto, sono al punto di partenza e la differenza, la differenza è che almeno a Crampobasso avrei avuto il bar con il caffè la mattina e avrei potuto fare domande a qualcuno e magari capire le risposte.

Eccola la mezza luna malefica che coi suoi effetti borghesi uccide la poca poesia che mi era rimasta.
Che fai tu mezza luna in ciel?
Dimmi che fai? Maledetta luna a metà che mi fai venire voglia di non essere me?

Mezza luna assiste a questo mio struggimento borghese, che se fossi stata in un film di Elio Petri almeno avrei ammazzato qualcuno, invece no, sono qui a farmi le domande come un impiegato di nome Amleto, e da brava borghese rimango in fin dei conti dove sono, con questa mezza luna che no, non preannuncia niente di buono, e se mi dovessi guardare da fuori credo che salterebbero agli occhi alcuni inconfutabili dati riassumibili in un semplice assioma da cronica insufficienza economica. Ovvero sì, sono stressata.

La mezza luna non mi ispira, non mi risponde, se ne frega di essere la mia musa, sono le zerozeroeddiciassette, tra sette ore devo pigliare un aereo, le persone attorno a me fanno discorsi confusi, i miei amici attori sono generalmente molto felici che io non faccia più l’attrice perchè ero un caterpillar, una bestia, facevo della concorrenza sleale, sì, perchè il teatro mi bruciava come una maledizione. E adesso che non mi brucia più tutto è più mite, i miei amici attori mi amano molto di più, io guardo ’sta mezza luna inutile, che intanto ha acquisito un preoccupante colore rossiccio. Se non mi sposto mi sanguina addosso come il cadavere del teatro dentro di me. E’ morto, morto davvero?

Mezza luna sanguinolenta e borghese ghigha di fronte ai miei pessimi tentativi di tenermi insieme. Le storie borghesi non hanno un lieto finale. Anzi, non hanno un finale. Le storie borghesi continuano fino a esaurimento batterie, come l’orsetto della duracell.
Dura di più
Dura di più
Dura di più
Dura di più
Dura di più

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Lug 26 2012

arrivederci

arrivederci

 

 

Lettori e lettrici amatissimi,

sono passati otto anni da quando aprii il mio primo blog, e cinque dall’inaugurazione delle Lucilleidi.

Ne sono successe di tutti i colori.

O forse dovrei dire che io, proprio io, ne ho combinate di tutti i colori.
In ogni caso la costante pare essere costituita da questi colori, tanti, vari e diversissimi, che si sono manifestati senza timore alcuno nella mia vita.
Ne sono felice, nonostante i casini, i lavori persi, gli amori che sono finiti, le insoddisfazioni e le ansie.
Una vita piena di ogni colore era quello che cercavo, ecco, mi pare di avercela avuta, e di averla.

 

Ho sempre scritto. Sempre sempre sempre.

Adesso arriva il momento di prendersi una pausa.

Non perche’ non abbia piu’ niente da dire, no,

bensi’ per altri motivi, che elenco:

il primo riguarda voi, ovvero, siete fondamentalmente amici e compagni che possono reperire notizie su di me anche scrivendomi una mail. Non c’e’ piu’ bisogno del blog, diciamolo. Se volete sapere come sto scrivetemi, punto. Vi assicuro che le vostre mail saranno graditissime.
Anzi, sappiate che, nel posto dove vivo ora,
ogni singola parola che ricevo e’ una preziosissima ventata d’aria fresca.

L’altro motivo e’ che in questo momento, e in questo posto, scrivere un blog diventa una questione molto complicata. E io non ho voglia di complicarmi un’esistenza gia’ sufficientemente variopinta.

Spero siate d’accordo con me.

 

Questo blog non chiude. Continuero’ ad aggiornare la pagina con i podcast, quando ce ne saranno di nuovi, e quella con gli articoli che pubblico in inglese.

 

Se vorrete comunicare con me potete scrivere all’unico indirizzo al quale ho accesso:

lucelucilla@gmail.com

 

Vi abbraccio, dal lontano luogo dove vivo l’ennesima lucilleide.

Luce

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Apr 07 2012

CRAMPObassanità, uno.

Da Crampobasso noi ce ne siamo andati tutti più o meno presto, tutti più o meno felicemente e tutti più o meno definitivamente. Tra il più e il meno ci stanno le sfumature determinate dalla quantità di volte in cui si torna a trovare la famiglia in un anno, dagli amici con cui si tengono i rapporti nonché da questioni burocratico-amministrative tipo hai spostato la residenza e dove c’hai il dentista.

 

Tutti ce ne siamo andati e abbastanza fieramente ci siamo mescolati al resto del mondo. Abbiamo sorriso con indulgenza tutte le volte in cui ci domandavano se Crampobasso sta in Basilicata o in Umbria. Abbiamo scherzato con complicità sull’inesistenza del Molise e sull’opportunità di raderlo al suolo, giacchè i prodotti più noti paiono essere Tonino Di Pietro, Biscardi e Bongusto. Abbiamo poi cantato con ironia Una rotonda sul mare e raccontato di quando Gheddafi ha reclamato le isole Tremiti.

 

Insomma noi facciamo parte di quelli che se ne sono andati senza troppi rimpianti anzi, con discreta gioia. Eppure ci sono almeno due occasioni, due occasioni all’anno in cui tutte e tutti torniamo fieramente a Crampobasso. Ci mettiamo su treni frecce omnibus e autostrade, scavalchiamo l’appennino, salutiamo Cristo che è ancora fermo a Tremoli, sfidiamo la terribile littorina “la freccia del Molise” che deraglia a giorni alterni, superiamo epicamente ore di coda su superstrade a una sola corsia che di super c’hanno solo il nome e di strade solo un vago ricordo, attraversiamo impavidi le innumerevoli interruzioni “causa frana”, stoicamente ci incolonniamo dietro l’ennesimo tir e giungiamo infine a Crampobasso.

Due occasioni importantissime, di quelle che se ne salti una un anno te lo ricordi, e l’anno dopo dici mangiandoti le labbra eh no, l’anno scorso non ho potuto esserci.

Una di queste occasioni non dirò qual è, perchè non ho voglia. L’altra è la processione del venerdì santo, altrimenti detta il Teco vorrei.

 

Il Teco Vorrei lo chiamiamo così perchè -durante un’imponente processione che attraversa tutto il centro cittadino- settecento cantori, maschi e femmine, intonano lo straziante lamento funebre composto da un musico indigeno nell’antichità. Il lamento ha appuno nome Teco vorrei e sostanzialmente parla di un tizio che vorrebbe accompagnare Gesù Cristo nel suo faticoso cammino verso la morte.
La processione esce alle sei di sera e noi ci si apposta in varie zone della città per vederla due o tre volte. Se poi si è tanto fortunati da avere conoscenze in centro si sale sui balconi di ferro battuto e dall’alto s’osserva la magnificenza della visione e s’ascolta meglio il coro, le cui voci si mescolano alla banda che chiude la processione.


Teoricamente il
Teco Vorrei sarebbe una questione religiosa, tant’è che sua maestà lo vescovo in tenuta d’onore sta proprio in mezzo alla processione, e anche il rispettabilissimo podestà di Crampobasso, insieme ai suoi bravi, segue tutta la processione. Per l’occasione i bravi smettono di toccare il culo alle scout. Le scout sono in pompa magna accompagnate dai fratellini scout e tutti insieme formano le milizie di noialtri. Ci sono poi le crocerossine con la scuffia linda e le scarpette da Candy-Candy, i cavalieri di Malta e le cavalieresse vestuti come nel millottocentocinque, i carabinieri in pompa magna coi cappelli troppo grandi che cascano in continuazione su un lato o sull’altro, con grande imbarazzo dei carabinieri stessi, che in una mano hanno il fioretto, nell’altra l’arma segreta del carabiniere e mani per raddrizzarsi il cappello non ce ne rimangono. Ci sono poi numerosissimi fedeli addolorati che seguono la processione scambiando amabilissime chiacchiere su come è vestita la vicina di corteo, mentre la statua della Madonnaddolorata viene sballottata a destra e manca.

 

Allora sì, teoricamente il Teco Vorrei è una questione religiosa, ma a noi non ce ne frega niente.
Arrivi presto in centro per trovare un parcheggio e ti apposti laddove vuoi vedere la processione. Nel frattempo incontri la metà dei compagni di scuola delle elementari, un paio di prof superstiti e pure qualcuno con cui hai fatto sesso in gita al liceo. Che poi guardacaso, si tratta sempre di gente che era molto più scoppiata di te e adesso ci ha la prole e se la scorrazza fieramente su passeggini supertrendy di quelli che sembrano una via di mezzo tra un trattore e un triciclo.

Ti fumi sigarette e ti racconti i gossip degli ultimi quindici anni, parli del più e del meno evitando le cose più sfigate tipo che hai appena perso l’ennesimo lavoro. Ma soprattutto poni tre domande e rispondi alle stesse tre quando ti vengono poste:

  • quando sei arrivata

  • quanto ti fermi

  • che cosa mangerai a pasqua

Proprio mentre pensi di rispondere cose tipo “ anguilla al sugo e baccalà fritto” e di scatenare così una crisi di panico tra la folla, proprio in quel momento, cominci a sentire da lontano lo straziante lamento.

 

Allora tutti tacciono.

Ti giri verso la strada, proprio là dove tutti stanno guardando, e stai muta.

Esattamente come quando avevi sette anni.

Ed esattamente come allora ti vengono i brividi.

C’è, attorno, come un silenzio, come una sospensione, nella quale si galleggia tutti insieme e tutti separati.

In quel momento ognuno se ne sta solo in mezzo a un suono che viene da un tempo lontanissimo. Un suono spezzato, che ha dentro l’infanzia e molto altro, un suono che cancella tutte le partenze e tutti i ritorni.

Un suono che ti fa immaginare, per un attimo, di non essere mai andata via.

 

 

 

Dura pochi minuti.

Poi si ritorna tutti come prima, a raccontarsi le prossime partenze e a dirsi che sì, una di queste sere usciamo a bere una birra che ce la raccontiamo.

 

Un grazie speciale a Rough Moleskin,
compagna di questo venerdì
di alcuni ritorni
di molti ricordi
e autrice del video

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